INTERVISTA - Il presidente del Comitato di bioetica: accanto ai diritti della donna, ci sono quelli della coppia e quelli del concepito. D'Agostino: «Non è in gioco la laicità dello Stato»
Da Milano Enrico Negrotti
«Non si può parlare di legge cattolica, quanto di legge orientata in senso bioetico. Ma non è in questione la laicità dello Stato: le argomentazioni utilizzate nel dibattito sulla fecondazione assistita sono solo di natura umana». Francesco D'Agostino, presidente del Comitato nazionale per la bioetica, esprime soddisfazione per il fatto che è stato colmato un vuoto legislativo e ricorda che la procreazione artificiale non riguarda solo la donna.
Condivide l'accusa emersa nel dibattito parlamentare, anche ieri, che la legge è un provvedimento cattolico?
Questa legge è fortemente orientata in senso bioetico, secondo princìpi che non sono condivisi unanimemente, ma che trovano accoglienza presso bioeticisti di ispirazione religiosa ma anche non religiosa. Tuttavia non è una legge che segue i dettami della dottrina cattolica. Nel Magistero della Chiesa infatti occorre distinguere tra gli insegnamenti ba
sati su
ragioni dogmatiche, che sono indirizzati ai cristiani, e quelli di tipo morale, che sono finalizzati al bene di tutti gli uomini. Se nella legge si ammettono le coppie non sposate, la Chiesa esprime la propria contrarietà in base a una valutazione di etica naturale, non chiede che siano sposate in chiesa.
Al termine del dibattito, alcune deputate hanno accusato chi approvava la legge di «sbattere la porta in faccia alla laicità dello Stato». È un'accusa plausibile?
Tutte le argomentazioni sul tema della fecondazione artificiale sono di pura ragione umana. L'accusa avrebbe senso se un parlamentare seguisse un'indicazione materiale del Magistero o della dottrina. Sfido chiunque a trovare nel dibattito argomenti di carattere teologico o tratti dal magistero della Chiesa. Allora dovremmo essere criticabili anche se, insieme al Papa e in nome della ragione umana, condanniamo la pena di morte.
Le obiezioni più forti partono dall'articolo 1, che sta
bilisce
i diritti del concepito.
Sarebbe ben strano che una procedura che è tutta finalizzata a far nascere una nuova vita, neghi poi il diritto a nascere del concepito. La contraddizione si scioglie a una condizione: dietro ad alcune pratiche di fecondazione artificiale c'è una tentazione eugenetica, produrre un certo numero di embrioni ed eliminarli, negando che siano autentiche vite umane.
L'accusa più ricorrente è di andare contro il diritto delle donne ad avere un figlio. È sostenibile?
Esiste certamente il diritto di una donna sterile ad essere curata nella sua patologia, ma la sterilità è sempre un problema di coppia. E si deve tenere conto degli interessi sociali e sanitari del bambino che si vuole far nascere. Infatti accanto ai diritti dell'individuo sterile ci sono quelli della coppia e quelli del figlio. La legge può sembrare restrittiva nei diritti delle donne, ma solo nella misura in cui garantisce, come mai era stato fatto fino ad oggi
, anche
il diritto del bambino a nascere. È un argomento molto pretestuoso sostenere che la procreazione sia un fatto che riguarda solo la donna.
Non crede che la difficoltà ad accettare la legge sia in parte legata al fatto che incide in modo netto su una situazione già esistente?
Guardi, a detta dei migliori centri per procreazione assistita, la percentuale di fecondazioni eterologhe è limitata e andrà diminuendo. È più un problema di principio. Certamente la lunga latitanza della legge in materia ha favorito che l'idea che ciò che materialmente era possibile fare fosse in realtà un diritto. Ci si è resi conto che non è così. E si è colmata l'assenza di una legislazione in materia, che metteva il nostro Paese in una posizione singolare tra i Paesi più avanzati in Europa.
tratto da Avvenire, mercoledì 11 febbraio 2004
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