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#209 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Dom 12 Giu 2005 11:29 pm
Oggetto: L'ideologia non è invincibile!
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"[...]
La notte che sembra non finire mai
è al punto più nero poi giorno farà,
ma il punto più nero del buio si sa
è vicino all'alba poi giorno sarà
[...]
la notte trionfa ma noi siamo qua
a reggere il lume poi giorno sarà,
la notte si stende dovunque ma qua
c'è ancora una luce poi giorno sarà
[...]
abbiamo additato agli stanchi la via
[...]
e in piedi aspettiamo finché giorno sia"
 
(Tratto dal testo della canzone Gli Insorgenti)
 
 
 
Domani raccoglieremo i frutti del nostro umile
 
ma tenace lavoro di questi mesi in difesa della vita.
 
 
E mentre i dati del Ministero dell'Interno ci ispirano fiducia nella vittoria perchè confermano che l'affluenza alle urne nella giornata di oggi è stata inferiore al 19% (18,7% per l'esattezza), ancora innalziamo la nostra supplica a Maria, madre della Vita.
 
 
Lo staff di fecondazione_artificiale_legge_40

#208 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Lun 6 Giu 2005 9:27 pm
Oggetto: Ultima settimana prima dei referendum...
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Ancora su vita umana e astensione al referendum
 
È iniziata l’ultima settimana prima del referendum sulla legge 40
 
di Claudia Navarini - www.zenit.org - 6 giugno 2005

Un referendum ingiusto, con cui un’esigua minoranza di cittadini vorrebbe stravolgere completamente una legge da poco votata in Parlamento e a lungo meditata. Si vorrebbero confinare nello spazio davvero angusto di un “sì” o di un “no” questioni delicate e complesse come la procreazione umana, la tutela della vita delle donne e dei concepiti, il concetto di famiglia, il valore della ricerca scientifica.

Si vorrebbero re-introdurre pratiche da cui, con la legge 40, si sono finalmente prese le distanze, come la clonazione cosiddetta “terapeutica”, la diagnosi preimplantatoria per fare piazza pulita degli embrioni (forse) malati, il congelamento degli esseri umani in provetta, la superstimolazione ovarica femminile per “produrre” il maggior numero possibile di ovuli, il trasferimento di troppi embrioni nell’utero delle donne, la soppressione di vite umane “per il bene della scienza”.

È un referendum ingiusto che vorrebbe cancellare i progressi etico-civili consentiti dalla legge 40, vanificando un avanzamento culturale che fa onore all’Italia e che può ispirare positivamente altri Paesi. La legge 40, infatti, ha apportato alcuni irrinunciabili benefici: ha messo ordine nell’anarchia della “provetta selvaggia”; ha sancito legalmente la tutela dei diritti del concepito; ha mostrato più attenzione per le donne, richiamando alla gradualità degli interventi e ponendo il limite di tre embrioni; ha garantito ai figli due genitori biologici certi; ha riconosciuto l’unicità di ogni essere umano e la pari dignità dei piccoli, dei deboli, dei malati (cfr. C. Navarini, Ecco perché la legge 40 va difesa, “Avvenire”, 5 giugno 2005, p. 43). Se questo è oscurantismo…

L’oscurantismo appare piuttosto nelle asserzioni di chi, pur ordinariamente indifferente al ricco tesoro di riflessioni teologiche ed etiche del magistero della Chiesa, ora si appella a San Tommaso per sostenere “quantomeno” la teoria dell’animazione ritardata, che l’Aquinate riprendeva da Aristotele e secondo la quale l’infusione dell’anima razionale nel corpo dell’embrione avverrebbe attorno al 40° giorno nel maschio, e all’80° nella femmina (cfr. Summa Theologiae, III, 33, ob. 3). Si tratta con ogni evidenza di un’estrapolazione motivata da opportunismo.

Non si può non considerare, infatti, la carenza dei dati biologici sullo sviluppo dell’embrione di cui disponeva San Tommaso, che ad esempio non conosceva l’esistenza dell’ovocita, e che – in linea con il suo tempo – identificava il “risultato” dell’atto coniugale fecondante con un “coagulo” composto di soli sangue e sperma. Se avesse posseduto le attuali informazioni sul fenomeno del concepimento e sugli immediati effetti della fecondazione, la sua teoria sarebbe stata articolata di conseguenza. Infatti, non avrebbe potuto sostenere in alcun modo che quella dell’embrione precoce è “una massa informe”, dal momento che l’attività dello zigote si mostra fortemente orientata da subito verso un fine, avviene in modo continuo e coordinato, procede autonomamente, è cioè condizionata ma non causata da altro rispetto a sé.

Osserva Inos Biffi sull’inserto “È vita” (di “Avvenire”) del 15 marzo 2005: “la teoria tomistico/aristotelica sul tempo dell’animazione umana è legata alla concezione scientifico/filosofica […] dell’epoca. Ma non appare più sostenibile. Non si vede su quale fondamento si possa affermare che l’embrione ‘è semplicemente avviato’ all’acquisizione del livello umano, e, dunque, ‘solo potenzialmente’ uomo. Se non fosse da subito ‘umanamente’ strutturato e definito, e perciò ‘umanamente’ animato; se, in altre parole, non possedesse già in sé gli ‘ingredienti’ o i princìpi obiettivi che costituiscono formalmente l’essere umano, da dove, e per quale ragione, e quando precisamente essi gli potrebbero giungere?”.

È vero che il Magistero della Chiesa non ha mai espresso posizioni dogmatiche e vincolanti sullo statuto personale dell’embrione. Si limita ad indicarne la ragionevolezza, come quando, nella Dichiarazione Donum Vitae, la Congregazione per la Dottrina della Fede si chiede: “Quando un essere umano non sarebbe persona?”.

Ma tale atteggiamento non deriva da una reticenza o da un’incertezza di fondo, bensì da una questione di metodo, che si esplica in due considerazioni:

1. in quanto problemi filosofici, la definizione di persona e le relative implicazioni non costituiscono oggetti propri di disamina del Magistero, che è riservato ai pronunciamenti nell’ambito della fede e della morale;

2. dal punto di vista etico, non c’è alcun bisogno di dimostrare l’identità personale dell’embrione per esigere la sua incondizionata difesa fin dal primo istante. Per questo basta infatti affermare che l’embrione è a tutti gli effetti un essere umano, e in quanto tale ha un’intangibile dignità.

Il rispetto dovuto ad ogni essere umano porta ad osteggiare ogni pratica e ogni tecnologia che ne strumentalizzi l’esistenza, fosse anche per “fini buoni” come la realizzazione del desiderio di maternità e di paternità, la speranza di trovare nuove terapie, il progresso della conoscenza scientifica, l’adeguamento a eventuali standard internazionali.

Nell’incommensurabile e misterioso valore della vita umana - di ogni vita umana – si trova il limite estremo all’attività trasformatrice dell’uomo, che nel piegarsi al valore della vita altrui riconosce il proprio valore, mentre nell’abusarne condanna se stesso al delirio di una società in cui l’unico criterio diventa il dominio del più forte. E che, quindi, spesso proprio in nome della “libertà”, calpesta i diritti umani fondamentali e getta le basi per un mondo totalitario, ovvero per un mondo senza libertà alcuna.

La posta in gioco in questo referendum è davvero alta. Non si tratta di modificare la legge 40, ma di cambiare la direzione indicata dalla legge, che è quella della tutela dei diritti di tutti i soggetti coinvolti nella fecondazione artificiale, compreso il concepito.

Il miglior modo – anzi l’unico – per far fallire questo referendum ingiusto è non andare a votare il 12 e 13 giugno. Innumerevoli sono le dichiarazioni in tal senso di esponenti del mondo politico – almeno 230 parlamentari – , della scienza e della cultura, della bioetica e del diritto, della religione cattolica, di vari comitati, organizzazioni e agenzie sociali in genere. Le motivazioni sono chiare, e del tutto legittime. Basti pensare alle passate posizioni astensioniste di forze politiche che oggi giudicano un atto di “slealtà”, una “rinuncia al confronto”, o una “mancanza di senso civico” la scelta del non voto.

Nel 2003, su altri temi è stato detto: “se il referendum è sbagliato non possiamo che augurarci il suo insuccesso. Non vogliamo che vincano i sì ad un referendum sbagliato”. Oppure: “è un referendum dannoso e bisogna renderlo inutile, vanificarlo, sterilizzarlo, considerando al contempo il no inadeguato”. E ancora: “escludo la scelta della ‘libertà di voto’, anche perché rischia di ricordare Ponzio Pilato”.

Un referendario di oggi spiegava: “questa è la strada migliore secondo me: non andare a votare. Il referendum è uno strumento democratico dagli effetti semplificati, a volte addirittura rozzi, è un istituto di fronte al quale bisogna porsi laidamente scegliendo tra le tre ipotesi possibili: sì, no, non voto”. E poi: “considero una mancanza di rispetto verso gli elettori l’insistenza sulla tesi che se non si vota si favorisce la disaffezione”.

Vi erano state dichiarazioni ancora più chiare: “noi diamo una indicazione di astensione attiva, consapevole, forte, non è un modo ipocrita di nascondere differenze di posizione interne, non è alchimia politica di bassa lega, non è un modo per non scegliere, per neutralità o equidistanza. È un preciso modo di scegliere e di indicare una posizione. È proprio per questo che nei referendum abrogativi di leggi vigenti è richiesto il superamento del quorum. Per evitare che si decida sulla base della prevalenza di indicazioni di voto di una minoranza della popolazione. Per consentire di esprimere una precisa scelta, una volta non condiviso il referendum”.

E prima nel 1999, un esponente del mondo politico, oggi acceso anti-astensionista, proclamava: “sono contrario a criminalizzare quello che decide di non andare a votare, perché un referendum deve essere anche capace di guadagnare un consenso da parte degli elettori. E se non lo guadagna non è colpa dei cittadini ma del referendum stesso”. Le risposte a chi contesta l’astensione attiva il 12 e 13 giugno, dunque, l’hanno già data gli stessi referendari. Se questo non è “un trucco”…

La Chiesa Cattolica è stata ingiustamente accusata di indebita intromissione nella laicità dello stato. La faziosità nel giudicare gli interventi della Chiesa sono apparsi fin dalla prima dichiarazione sul tema dell’astensione del Card. Camillo Ruini, eppure non si trattava nemmeno di un invito al non voto, ma della risposta a chi chiedeva se non fosse adeguata la via dell’astensione. Il cardinale aveva risposto che era una via possibile e lecita, da valutarsi sulla base dell’opportunità di pervenire alla vittoria contro i referendari e a favore della vita.

I richiami al non voto si sono fatti più espliciti via via che si delineava una forte adesione a tale legittima posizione nel mondo cattolico da parte di gruppi, movimenti, associazioni. È risultato evidente che l’astensione attiva e consapevole era percepita da molti cattolici come la scelta più adeguata in un campo, quello della fecondazione artificiale, su cui l’etica cattolica – in conformità alla legge morale naturale – aveva sempre espresso parere totalmente negativo.

Di fronte ad una capillare mobilitazione per il non voto, ogni possibilità di intervenire significativamente con il “no” a favore della legge 40 è attualmente vana, e risulta al contempo preziosa e urgente l’unione di tutti coloro che si riconoscono nei principi dell’etica cattolica e della legge naturale. Per questo il non voto è divenuto indispensabile per condensare le forze, importante per promuovere l’unità della cultura cattolica, essenziale per perseguire l’obiettivo della difesa di molte vite umane e di famiglie minacciate.

I pronunciamenti del card. Ruini, in questi mesi, non hanno avuto l’intento di obbligare i fedeli, né ciò sarebbe stato pensabile da parte di un alto prelato delle finezza di Ruini, ma quello di guidare le coscienze delle persone a prendere atto della grande posta in gioco che caratterizza il referendum sulla legge 40, spiegando con esemplare chiarezza tutti i termini della questione.
 
La responsabilità della scelta, non c’è dubbio, resta al singolo fedele. Ma un fedele che sempre meno, dopo le informazioni date, potrà giustificare con l’ingenuità un voto che, di fatto, si risolve a favore dei referendari. Se questo è dogmatismo…

#207 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Gio 2 Giu 2005 9:44 am
Oggetto: E se i soldi spesi per i referendum si fossero usati per la ricerca?!
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Il referendum sulla legge 40/2004 costerà 364,8 milioni di euro

Se si raggiungerà il quorum, un milione andrà agli organizzatori come rimborso

ROMA, martedì, 31 maggio 2005 (ZENIT.org).- I referendum abrogativi della legge 40/2004, in programma per il 12 e 13 giugno, costeranno alla comunità 364,8 milioni di euro (circa 725 miliardi delle vecchie lire), ha annunciato il Ministro per i Rapporti con il Parlamento rispondendo il 31 maggio ad un’interrogazione parlamentare.

Se si raggiungerà il quorum, un milione di euro (circa due miliardi delle vecchie lire) andrà come rimborso spese a coloro che hanno promosso il referendum.

Nel frattempo, il comitato Scienza e Vita ha fatto sapere che sono più di 240 gli onorevoli che hanno dichiarato la propria intenzione di non andare a votare i referendum abrogativi.

Nonostante ciò, la presa di posizione del Pontefice Benedetto XVI e quella del Cardinale Camillo Ruini, che hanno sostenuto il diritto di non andare a votare, ha scatenato dure reazioni. C'è chi ha parlato di “ingerenza negli affari dello Stato”, chi ha detto che si tratta di un’“intromissione grave e pericolosa”, chi è arrivato a parlare di “un’offensiva che mira a mettere l’Italia sotto tutela vaticana”.

In molti esponenti della sinistra e non solo, c’è il riflesso condizionato che li porta a osannare la Chiesa quando esprime posizioni a loro convenienti e a demonizzarla quando invece essa esprime idee differenti”, ha dichiarato a ZENIT l’onorevole Antonio Palmieri, tra i promotori del comitato parlamentare per il non-voto.

“La verità per costoro è sempre ciò che è conveniente ai loro partiti. Come italiano sono grato alla cura ed alla considerazione che il Pontefice nutre per il nostro Paese. Il suo intervento è finalizzato a salvaguardare il bene comune delle famiglie italiane”, ha aggiunto.

Quanto al referendum, Palmieri ha affermato che “i referendari hanno cominciato a raccogliere le firme pochi giorni dopo la pubblicazione delle linee guida di attuazione della legge”, sottolineando come “da parte loro non c’era alcuna volontà di valutare gli effetti concreti della legge, ma solo una battaglia ideologica, supportata dai principali media italiani”.

“I quesiti ne sono la logica conseguenza”, ha osservato, ricordando che “la diagnosi preimpianto nel 2003 (dati Istituto Superiore di Sanità) veniva praticata solo nell'11% dei centri”, “il congelamento solo nel 30%”, “le cellule staminali adulte hanno messo capo a 58 protocolli di cura, le staminali embrionali a nessuna”, esempi che dimostrano “la reale consistenza dei quesiti del referendum”.

Nel caso in cui i quesiti fossero votati a maggioranza, per l’onorevole, “al di là delle intenzioni strombazzate dai promotori e della buona fede di molti sostenitori del referendum”, gli esiti sarebbero “catastrofici per la salute della donna, per il rispetto di quell’inizio della vita che è l'embrione umano, per la promozione di una medicina che guarisca e non uccida, per la tutela dalla famiglia naturale”.

“Sarebbe un grave passo indietro, anzi, un grande passo in avanti verso la zapaterizzazione anche della società italiana”, ha constatato.

Nel sito che ha aperto ("http://www.referendumfecondazione.it), Palmieri sostiene che non si può essere contro la sperimentazione sul pomodoro e poi essere favorevoli a quella sugli embrioni.

Commentando questo slogan, l’onorevole ha affermato che voleva far riflettere “quanti protestano contro i prodotti agricoli ogm o si indignano per l’uso dei topolini come cavie da laboratorio e nulla dicono se invece si fanno esperimenti sugli embrioni umani, autorizzandone la produzione perché vengano poi distrutti o selezionati e usati come pezzi o come ‘figli di ricambio’”.

“Volevo aiutare tutti, me per primo, a recuperare quel buon senso che ci fa dire, con buona pace di Sartori, Boncinelli e Veronesi, che la vita dell'essere umano vale più di quella dello scimpanzè o della zanzara”, ha ricalcato.

Esprimendo un parere sulla recente bocciatura della Costituzione Europea da parte dei cittadini francesi, Palmieri ha sostenuto che il voto non è stato provocato tanto da un’opposizione al relativismo ormai dilagante, quanto da “ragioni di politica interna francese” e dalla “scontentezza che l'euro e la politica ottusa e burocratica dell'Unione hanno generato nei cittadini, non solo in Francia ma in molti Paesi che sono stati tra i fondatori dell'Europa, Italia compresa”.

“Il relativismo, la dottrina ‘del punto di vista’, è purtroppo molto forte e vigoroso nelle coscienze di noi europei – ha affermato Palmieri –. La guerra per sconfiggerlo non sarà né breve né facile. Vincere la battaglia del referendum sarebbe un ottimo viatico”.


#206 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mer 1 Giu 2005 8:23 am
Oggetto: Ruini e Benedetto XVI sull'impegno per il non voto ai referendum
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 Conferenza Episcopale Italiana - 54^ Assemblea Generale - Roma, 30-31 maggio

Prolusione del Presidente - Card. Camillo Ruini

[...] 7. È ormai molto vicino il referendum riguardante la procreazione assistita. La nostra posizione in merito è nota ed è quella indicata anche dal Comitato “Scienza & Vita”: siamo cioè per una consapevole non partecipazione al voto, che ha il significato di un doppio no, ai contenuti dei quesiti sottoposti a referendum, che peggiorano irrimediabilmente e svuotano la legge, riaprendo in larga misura la porta a pericolosi vuoti normativi, e all’uso dello strumento referendario in una materia tanto complessa e delicata. Non si tratta dunque in alcun modo di una scelta di disimpegno, ma al contrario di opporsi in maniera netta ed efficace a una logica che – a prescindere dalle intenzioni dei suoi sostenitori – mette in pericolo i fondamenti umani e morali della nostra civiltà.

Il dibattito che si è sviluppato in queste settimane ha avuto il merito di evidenziare che in concreto l’unica via per opporsi effettivamente al peggioramento della legge è quella della non partecipazione al voto, mentre il votare no, dato che contribuisce al raggiungimento del quorum, di fatto è un aiuto, sia pur involontario, ai sostenitori del referendum.
Non rinunciamo a sperare in un dibattito che non eluda troppo marcatamente la vera posta in gioco e in un’informazione che rappresenti in maniera sufficientemente equilibrata le posizioni che sono davvero in campo.

Osiamo inoltre chiedere a tutti di valutare con serenità anche le ragioni di noi Pastori. Non ci muovono interessi di parte, fosse pure la parte cattolica. Non entriamo in competizioni di partiti, ma ci preoccupiamo unicamente, e concretamente, di quella difesa e promozione dell’uomo che è parte integrante dell’annuncio del Vangelo. Non siamo contro la scienza e i suoi progressi: al contrario, ammiriamo e sosteniamo i frutti della ricerca e dell’intelligenza, che è il segno dell’immagine di Dio nell’uomo. Vogliamo dunque che la scienza sia al servizio del bene integrale dell’uomo: non si tratta, pertanto, di arrestare od ostacolare il cammino della scienza, ma di orientarlo in modo che esso non perda di vista il valore e la dignità di ogni essere umano. Spingono in questa direzione non soltanto fondamentali ragioni etiche, ma anche un evidente principio di precauzione, che deve trovare applicazione anzitutto quando si agisce direttamente sulla vita umana. Solo così si avranno sicuri vantaggi, e non pericoli, anche per la nostra salute. Ci muove dunque non l’indifferenza o l’insensibilità, ma l’amore sincero per ogni donna e ogni uomo.

Le notizie, che giungono a intervalli sempre più ravvicinati, di sperimentazioni condotte sugli embrioni a prescindere dal loro carattere umano, confermano la necessità di norme che regolino questa materia in rapido sviluppo: senza di esse arriveremo, probabilmente prima del previsto, a risultati che suscitano orrore e paura. Esistono invece alternative precise, come quelle basate sulle cellule staminali ottenute senza sopprimere embrioni, che hanno già dato, a differenza dalle altre, risultati clinici concreti: al loro ulteriore sviluppo proprio la ricerca italiana, se adeguatamente sostenuta, può oggi fortemente contribuire.

Sono di buon auspicio, in un simile contesto, sia la grande consapevolezza, unità e impegno di cui stanno dando prova i cattolici italiani, in sintonia con un orientamento che è della Chiesa universale, sia il moltiplicarsi di voci autorevoli, delle più diverse competenze e matrici culturali, che si esprimono con chiarezza e forza argomentativa per il rispetto della vita umana e del diritto dei figli a conoscere i propri genitori. Queste voci interpretano certamente il sentire profondo di tanti italiani.

A tutti, anche a coloro che contestano più duramente le nostre posizioni e il nostro stesso diritto e dovere di esprimerci in questa materia, vorremmo dire che non ci può essere un futuro positivo e accettabile se si perde l’unità di misura della vita umana. Siamo dunque certi, con il nostro attuale impegno, di non essere dei sorpassati, ma di far parte invece di coloro che lavorano per il futuro.[...]

 
 
Aula del Sinodo - Lunedì, 30 maggio 2005
 
[...] Una questione nevralgica, che richiede la nostra più grande attenzione pastorale, è quella della famiglia. In Italia, ancor più che in altri Paesi, la famiglia rappresenta davvero la cellula fondamentale della società, è profondamente radicata nel cuore delle giovani generazioni e si fa carico di molteplici problemi, offrendo sostegno e rimedio a situazioni altrimenti disperate. E tuttavia anche in Italia la famiglia è esposta, nell'attuale clima culturale, a molti rischi e minacce che tutti conosciamo. Alla fragilità e instabilità interna di molte unioni coniugali si assomma infatti la tendenza, diffusa nella società e nella cultura, a contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio.
 
Proprio l’Italia poi è una della nazioni in cui la scarsità delle nascite è più grave e persistente, con conseguenze già pesanti sull'intero corpo sociale. Perciò da molto tempo voi Vescovi italiani avete unito la vostra voce a quella di Giovanni Paolo II, anzitutto nel difendere la sacralità della vita umana e il valore dell' istituto matrimoniale, ma anche nel promuovere il ruolo della famiglia nella Chiesa e nella società, chiedendo misure economiche e legislative che sostengano le giovani famiglie nella generazione ed educazione dei figli.
 
Nel medesimo spirito siete attualmente impegnati a illuminare e motivare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum ormai imminenti in merito alla legge sulla procreazione assistita: proprio nella sua chiarezza e concretezza questo vostro impegno è segno della sollecitudine dei Pastori per ogni essere umano, che non può mai venire ridotto a un mezzo, ma è sempre un fine, come ci insegna il nostro Signore Gesù Cristo nel suo Vangelo e come ci dice la stessa ragione umana.
 
In tale impegno, e in tutta l'opera molteplice che fa parte della missione e del dovere dei Pastori, vi sono vicino con la parola e con la preghiera, con fidando nella luce e nella grazia dello Spirito che agisce nelle coscienze e nei cuori. [...]

#205 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Lun 30 Mag 2005 11:37 am
Oggetto: DECALOGO del non voto...
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Il 12-3 giugno IO NON ANDRO' A VOTARE perché:

- gli esseri umani non sono cavie per esperimenti

- la fecondazione eterologa crea orfani "per legge"

- non si possono sopprimere essere umani innocenti

- la vita umana è inviolabile fin dal concepimento

- la salute della donna deve essere tutelata

- esistono efficaci terapie con le staminali adulte

- mi oppongo al delirio di una scienza disumana

- il capriccio di pochi diventerebbe legge dello stato

- votando favorirei il raggiungimento del quorum

non esiste un "diritto al figlio"


Il 12-3 giugno IO NON ANDRO' A VOTARE

perchè voglio DIFENDERE LA VITA

e fare fallire questi referendum!

Copia e diffondi a tutti i tuoi contatti email gli slogan di FattiSentire.net


#204 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Dom 29 Mag 2005 10:33 pm
Oggetto: Salute della donna: meglio la legge 40 dei sì...
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Donne, diagnosi preimpianto e libertà
 
di Claudia Navarini - www.zenit.org - 29 maggio 2005
 
DOMANDA:
 
Cara dottoressa,
come donna (forse anche come madre) non crede che sia un’assurda malvagità imporre, come fa la legge 40, il trasferimento in utero di embrioni, anche se malati?

Mi è sembrato cogliere bene il punto un manifesto diffuso dal “Comitato per il sì” di Treviso, il quale, a proposito del quesito referendario n. 2, quello a tutela della salute delle donne, dice: “modificando questa parte della legge, sarà possibile abolire il divieto di congelare gli embrioni, ma soprattutto l’obbligo per le donne di impiantarsi tutti gli embrioni anche se esiste la certezza che sono portatori di malattie genetiche. Se questa parte della legge non sarà modificata, la possibilità di successo di qualsiasi intervento di procreazione assistita sarà irrimediabilmente ridotta; ma soprattutto, LA VERA BARBARIE: le coppie portatrici di malattie genetiche, che desiderano avvalersi della procreazione assistita, saranno obbligate ad impiantarsi un embrione anche se la diagnosi reimpianto ha accertato la presenza di malattie, con la conseguente certezza di mettere a mondo figli affetti da gravi malformazioni non curabili.”.

Grazie in anticipo per la risposta.

Patrizia T.


RISPOSTA:

Cara patrizia,

come bioeticista, come donna e come madre non posso che dissentire. La legge 40 non impone assurde malvagità alle donne, ma riduce anzi i problemi e i danni per le donne che la fecondazione artificiale inevitabilmente porta con sé, dal momento elimina l’esigenza di effettuare pesanti stimolazioni ormonali e scongiura le gravidanze plurigemellari di quattro, cinque, sei, anche otto embrioni, come è avvenuto ad esempio a Trapani nel 2000.

Qualcuna delle aberrazioni della “provetta selvaggia” nei confronti delle donne è raccontata con dovizia di particolari da Chiara Valentini, fautrice convinta dei referendum, nel suo libro La fecondazione proibita (Feltrinelli, 2004): “Chi operava nel privato non aveva regole specifiche da rispettare… Non c’era alcun obbligo di far verificare la scientificità e la sicurezza dei propri metodi agli ispettori del ministero” (p. 100).

Proprio la Valentini riporta un caso italiano di impianto di ben dieci embrioni, a Reggio Emilia, terminato con la nascita di quattro minuscoli gemelli che pesavano meno di otto etti. Riporta poi le dichiarazioni di cinquanta donne, da lei intervistate, che si erano sottoposte a tecniche di fecondazione artificiale: “quasi la metà ha riferito episodi di malasanità in genere” (p. 101), fra cui “scambi” di embrioni, impianto di troppi embrioni, dosaggio sbagliato dei farmaci, stimolazioni ovariche eccessive. Tutti questi abusi tornerebbero legali se i referendum vincessero.

L’articolo 6 della legge 40 afferma che la donna non può revocare il suo consenso al trasferimento dell’embrione dopo che l’embrione è stato generato. Tale raccomandazione non rappresenta tuttavia un’imposizione, intanto perché non ha implicazioni penali, e poi perché, in realtà, deriva da un consenso liberamente espresso e sottoscritto dalla donna prima di sottoporsi alle tecniche.

La legge intende cioè richiamare i genitori “artificiali” alle loro responsabilità di padre e di madre, equiparando, come è ragionevole, il piccolo esserino in provetta al figlio naturalmente concepito e a lungo desiderato.

Inoltre, non c’è un obbligo di produrre e di trasferire tre embrioni, ma di non superare il numero di tre. È perfettamente lecito produrne e trasferirne uno o due, come avviene già in altri paesi e come sarà sempre più consigliabile fare con il progredire della ricerca e della tecnologia.

Dunque, chiedere il trasferimento di più di tre embrioni non è prudente: causa alla donna e ai bambini rischi eccessivi. La buona pratica clinica non consente un simile comportamento nemmeno se a chiederlo è la donna stessa.

Chiedere di produrre molti embrioni e trasferirne pochi, poi, è fonte di problemi ineliminabili. In primo luogo, ciò richiederebbe, come già osservato, di stimolare pericolosamente le ovaie per produrre molti ovuli, con il rischio di ingenerare una vera e propria sindrome da iperstimolazione ovarica, che può essere mortale. In secondo luogo, pone il problema degli embrioni soprannumerari, soggetti umani vivi e indifesi che restano “sospesi”, in attesa di assurgere al ruolo di “veri” figli.

Crioconservarli per destinarli ad un impianto futuro non facilita le cose: inevitabilmente aumenterebbe il numero degli embrioni “abbandonati”, cioè di quelli che, ottenuto il figlio desiderato, non interessano più. Non solo: fra gli embrioni “scongelati” per il trasferimento in utero molti morirebbero nel processo, altri avrebbero patologie che ne potrebbero causare precocemente la morte, oppure che si porterebbero per tutta la vita. In vari paesi che hanno legiferato prima dell’Italia, i problemi aperti dalla crioconservazione embrionale hanno via via scoraggiato la pratica, che risulta complessivamente in calo nel mondo occidentale.

Dunque, le donne sono meglio tutelate dalla legge 40 di quanto non fossero prima, e di quanto non sarebbero se il referendum abrogativo dovesse passare. Stupisce francamente che tante donne ancora non lo riconoscano.

Infine, il divieto “oscurantista” di revocare il trasferimento per embrioni provatamente malati, grazie alla diagnosi preimplantatoria. Questo caso semplicemente non si dà, perché la diagnosi preimplantatoria, sul modello di svariati paesi europei, è vietata.

Ed è vietata sia perché poco efficace sia perché non etica. Non è efficace perché molti embrioni muoiono per effetto delle stesso tecniche (sani o malati che siano), altri sembrano sani e invece sono malati (poiché la tecnica permette di indagare pochissime malattie e può produrre falsi negativi), altri ancora sembrano malati e invece sono sani, per la fisiologica presenza di falsi positivi.

La diagnosi preimplantatoria, dal punto di vista etico, non è poi ammissibile perché non previene la malattia ma sopprime il malato. Tale comportamento viene giustificato con il diritto di “autodeterminazione”, con l’appello alla libertà individuale.

Eppure accade una cosa curiosa: una società che elimina esseri umani – gli embrioni in vitro – solo perché malati, perché deboli, istituisce un principio di prevaricazione e di ingiusta discriminazione che si risolve nel dominio del più forte. E un mondo in cui i più forti schiacciano i più deboli non è una civiltà, ma un totalitarismo, cioè la negazione di quella stessa libertà strenuamente inseguita dai referendari.

#203 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mer 25 Mag 2005 10:00 pm
Oggetto: Le staminali adulte battono le embrionali 58 a 0: non c'è storia!
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I dati scientifici non lasciano dubbi: per curare l'uomo le cellule staminali adulte funzionano, quelle ricavate sacrificando embrioni umani invece no!!
Chissà perchè i referendari non lo dicono? Eppure il rapporto del Comitato di bioetica ameircano parla chiaro...
 
Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c'è partita
 
(C) AVVENIRE - Inserto E' VITA - n. 38 - 24 maggio 2005 - pagina 1
 
Se le pesiamo sulla bilancia dei fatti e non su quella della propaganda, le staminali embrionali rivelano un’imbarazzante inferiorità rispetto a quelle adulte. Nei laboratori di tutto il mondo, infatti, dalle staminali adulte sono stati ottenuti benefici – di gradi diversi – per 58 tipi di malattie. E le cellule tratte da embrione, quelle che – prevalessero i «sì» ai referendum – ci farebbero guarire da infermità di ogni tipo, stando ai suggestivi ma ingannevoli slogan della campagna pro-referendum? Allo stato attuale, la loro utilità clinica è pari a zero. Allora, perché insistere? Per lo stesso motivo che ha originato il caso mediatico dei giorni scorsi.

Riepiloghiamolo insieme. La notizia è rimbalzata giovedì nelle redazioni dei giornali: «Clonate cellule staminali su misura da embrioni umani», «scorta genetica per curare le malattie», «la scienza più veloce del referendum», titolavano molti quotidiani.
Oggetto del pressoché corale entusiasmo, l’annuncio di un esperimento portato a termine da un gruppo di ricercatori dell’Università di Pittsburgh, negli Stati Uniti e da quella sudcoreana di Seul seguiti a ruota dall’ateneo di Newcastle, in Inghilterra: la creazione di 11 linee di cellule staminali embrionali ottenute tramite clonazione umana. In pratica: il materiale genetico (Dna) di cellule della pelle di 11 pazienti malati è stato inserito in altrettanti ovuli privati del loro nucleo originario.
 
Questi ovuli così "fecondati" sono diventati veri e propri embrioni (capaci di evolversi in feti, se trasferiti nell’utero), con lo stesso patrimonio genetico dei donatori del Dna. Cloni umani, insomma, da cui, una volta raggiunto lo stadio di maturazione detto di "blastocisti" (cioè dopo 4-5 giorni) sono state estratte cellule staminali. Queste, nelle speranze degli scienziati, potrebbero un giorno essere trapiantate negli stessi pazienti donatori, per rimpiazzare cellule di tessuti malati.

Lasciando da parte le considerazioni etiche sulla clonazione umana – nell’esperimento sono stati sacrificati più di centro embrioni – resta un punto dolentissimo, vista la necessità di dare un’informazione corretta ai cittadini che devono decidere cosa fare il 12 giugno: il messaggio passato dai media, secondo il quale le terapie con staminali embrionali sarebbero dietro l’angolo. Solo questione di tempo e di un po’ di tentativi. Oltre che essere falso, il concetto permette di aggirare la domanda più pertinente e concreta cui va data risposta: è ragionevole investire su un tipo di ricerca (quella sulle embrionali) che a fronte di complicazioni etiche gravissime rappresenta ancora una totale incognita per la medicina?
O non è forse più ragionevole – dati risorse e fondi per forza di cose limitati – privilegiare la ricerca con le staminali adulte, da cui finora provengono tutti i risultati che hanno acceso tante speranze?

Per aiutare a capire pubblichiamo un documento (disponibile in allegato e cliccando
qui) divulgato da un’importante associazione di bioetica americana con sede a Washington, Do no harm. The Coalition of Americans for Research Ethics, in cui sono affiancate, appunto, le malattie per le quali sono stati ottenuti fino a oggi risultati terapeutici, più o meno rilevanti, attraverso le cellule staminali: adulte per il primo elenco, embrionali per il secondo.
 
La fonte del documento è il testo Monitoring Stem Cell Research, elaborato dall’autorevole Comitato di bioetica del presidente Bush e pubblicato nel gennaio 2004. «Abbiamo monitorato – scrive nell’introduzione Leon Kass, presidente del Comitato – i recenti sviluppi della ricerca con le cellule staminali adulte ed embrionali, ricerca sia applicata sia di base. Obiettivo del nostro rapporto è aiutare i lettori (in particolare i non specialisti) ad apprezzare le ragioni dell’entusiasmo sulle cellule staminali e a prendere coscienza della difficile strada che dev’essere ancora percorsa». Difficile, sì: ma diventa tutta in salita se si rovesciano i dati della realtà.

 
I ricercatori italiani lo sanno: «Da embrione? Troppo rischi»
di Alessandra Turchetti - (C) AVVENIRE - Inserto E' VITA - n. 38 - 24 maggio 2005 - pagina 1
 
Le recenti notizie da Corea, Stati Uniti e dalla Gran Bretagna delle prime linee di cellule staminali embrionali "su misura" hanno riacceso facili entusiasmi sulle potenzialità terapeutiche ma hanno anche riportato a galla tutte le perplessità scientifiche legale alla possibilità di usare le cellule tratte da embrioni e alla loro efficacia. Lo affermano all’unisono i ricercatori italiani che hanno svolto studi avanzati sulle cellule staminali adulte giungendo, in qualche caso, ad applicazioni con guarigione clinica della malattia.
 
«Si tratta di un progresso dal punto di vista tecnico ma la metodologia non è nuova» afferma Sergio Romagnani, ordinario di Medicina interna all’Università di Firenze e immunologo di fama internazionale. Romagnani ha orientato la sua ricerca sulla cosiddetta "medicina rigenerativa" che studia come sostituire le cellule di organi danneggiati irreversibilmente attraverso l’opera delle staminali adulte. Con risultati in molte malattie cardiache, epatiche, neurologiche e immunologiche. «Per le embrionali resta il rischio, anche negli esperimenti di cui si è tanto parlato, della degenerazione in senso neoplastico, ossia della possibilità di originare tumori. Dal punto di vista etico, poi, nessuno ci garantisce che non si voglia arrivare alla clonazione umana. Personalmente, preferisco lavorare con le staminali adulte perché sono prive di problemi di natura etica e per le forti perplessità sul generare un embrione appositamente per curare una persona. Inoltre è ancora da dimostrare che le cellule embrionali funzionino, siano sicure e non diano effetti collaterali».
 
«Queste ultime ricerche hanno illustrato le potenzialità delle staminali embrionali – spiega dal canto suo Alessandro Aiuti, ricercatore dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica delle malattie genetiche di Milano –, ma queste potenzialità sono ancora da verificare: manca l’evidenza scientifica che un simile approccio sia efficace e sicuro». Nell’istituto milanese sono stati curati con successo cinque bambini affetti da immunodeficienza combinata grave mediante correzione delle cellule staminali adulte con il gene sano. Le cellule sono state poi reimpiantate nel midollo osseo portando a guarigione completa della malattia.
 
«Il problema della rigenerazione dei tessuti è molto complesso» aggiunge Riccardo Saccardi, dell’unità di Ematologia dell’ospedale Careggi di Firenze. Saccardi ha partecipato a uno studio che ha raggiunto un notevole traguardo nell’uso delle staminali adulte: in pazienti con forme gravi di sclerosi multipla l’autotrapianto delle staminali del sangue ha condotto a un arresto della progressione della malattia.
 
«Le scoperte dei giorni scorsi confermano che la tecnica che già si conosceva è applicabile all’uomo ma rimangono dubbi di fondo: prima di tutto, se il nucleo della cellula del donatore trasferita nell’ovocita ha difetti genetici, questi si trasmettono alle cellule embrionali? E poi, non basta avere a disposizione cellule capaci di diventare tutto per ricreare un tessuto. Prendiamo, ad esempio, il cervello: non è dato solo da neuroni ma da vasi sanguigni e da tanto di più. La ricostruzione delle zone lese è un processo troppo delicato per essere così facilmente ipotizzabile. Considero ancora molto lunga la strada per qualsiasi applicazione clinica».

#202 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mer 25 Mag 2005 4:15 pm
Oggetto: Le linee-guida della legge 40 NON LEDONO il diritto alla salute: lo dice il Tar del Lazio
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Le linee guida della legge 40 non ledono il diritto alla salute, parola di Tar
 
Il tribunale del Lazio rigetta il ricorso della Warm
 
(C) IL FOGLIO - 14 maggio 2005 - pagina 2
 
Roma. Il Tar del Lazio, Sezione terza ter, per infondatezza dei motivi dedotti, ha rigettato il ricorso presentato dalla Warm (World Association Reproductive Medicine) contro le Linee guida del ministero della Sanità sulla legge 40, accusate, in particolare, di ledere il diritto alla salute, la libertà di ricerca scientifica e l’arte medica.

La motivazione della sentenza (disponibile in allegato e al link http://www.geocities.com/fecondazioneartificiale/tar_lazio_maggio_05.doc , ndr ), depositata lo scorso 9 maggio, è degna di attenzione, poiché, a differenza di quanto abbia fatto la stessa Corte costituzionale con le sue sentenze sull’ammissibilità dei referendum, entra nel merito di alcuni punti cruciali della legge e del relativo provvedimento Sirchia.

Degno di attenzione è un passaggio in cui, sul problema della “data di nascita” dell’embrione, si afferma: “Ciò che appare indubbio, a prescindere da ogni valutazione filosofica e religiosa, è che il processo biologico è un continuum che comincia, in condizioni normali, con la fecondazione, e cioè con l’unione del gamete paterno e materno (o, meglio, dei due Dna) e procede senza salti di qualità. Esula dunque dalla biologia la possibilità di dire quando è che un embrione divenga persona (rectius: sia tutelabile in quanto tale); ove se ne ravvisi la necessità, ciò potrebbe essere il frutto di una ‘convenzione umana’”.

Una posizione, questa dei giudici amministrativi, che ricalca quella di scienziati come Angelo Vescovi (che proprio dalle colonne del nostro giornale, così come dal suo libro “La cura che viene da dentro”, si è espresso in modo analogo) ma anche come Carlo Alberto Redi ed Edoardo Boncinelli (invece favorevoli alle manipolazioni degli embrioni). Tutti concordi su un punto: la letteratura scientifica può descrivere i vari stadi di sviluppo cellulare dell’embrione, ma la fissazione di un momento prima del quale esso può essere trattato come una cosa è, semmai, scelta politica. Il Tar del Lazio precisa che nemmeno la comparsa della “stria primitiva” del sistema nervoso soccorre al riguardo, e conclude il punto 4 della motivazione qualificando “opzione ideologica” quella secondo cui l’embrione non è soggetto di diritto fin dal concepimento.

Il legislatore può limitare la pratica medica

Risultano così ribaltati, con questa pronuncia, i termini del dibattito sulla vita o non vita dell’embrione: ideologico e dunque dogmatico e preconcetto è fissare una data d’inizio della vita umana diversa da quella dell’unione del gamete paterno e materno. Ma l’accusa della Warm alle Linee guida, di consentire la sola diagnosi osservazionale dell’embrione, in difformità dalla stessa legge 40, che invece permette la diagnosi preimpianto per finalità terapeutiche e diagnostiche volte alla tutela e allo sviluppo dell’embrione, fornisce al Tar l’occasione per pronunciarsi anche sul punto cruciale della libertà della scienza e del diritto alla salute.
 
Afferma il giudice amministrativo che “la scienza medica si pone al crocevia tra due diritti fondamentali: quello di essere curato efficacemente e quello dell’essere rispettato nella propria dignità e integrità di essere umano”. E aggiunge: “Non sembra revocabile il dubbio che a tutela dell’embrione il legislatore possa intervenire a limitare la pratica medica, tanto più ove la stessa non si basi su adeguate evidenze scientifiche e sperimentali”. Insomma, per il Tar del Lazio, la normativa vigente rappresenterebbe un bilanciamento fra principi costituzionali, tenuto conto che la ricerca sugli embrioni – anche quelli congelati e in stato di abbandono – significa, allo stato dell’arte, la loro soppressione.

Si allude poi alla questione delle coppie portatrici di malattie genetiche: anche ad ammettere il diritto alla procreazione, irragionevole e inesistente è la pretesa di ricavare dalle pratiche artificiali il diritto al “figlio sano”. La legge 40 e le sue Linee guida vieterebbero infatti sia l’eugenetica positiva, che persegue scopi di “miglioramento” della specie umana, sia l’eugenetica negativa, volta a fare sì che non nascano persone portatrici di malattie ereditarie.
 
Si ravvisa pure, a detta del Tar, piena consonanza fra le norme italiane e la Convenzione di Oviedo, la quale si limita a vietare la formazione di embrioni a scopo di ricerca e a stabilire che, ove uno Stato ammetta la ricerca sugli embrioni, questi debbano ricevere una tutela appropriata.
 
I giudici amministrativi sembrano con ciò rispondere alle interpretazioni della Convenzione di Oviedo fatte proprie da quegli accademici dei Lincei che, nel loro documento del 22 aprile scorso, hanno sostenuto che “nella Convenzione di Oviedo non è vietata, invece, la produzione di embrioni a fini fecondativi e il loro uso a fini di ricerca di base nel caso il fine fecondativo divenga superfluo e gli embrioni siano destinati alla eliminazione”.
 
Il numero massimo di tre embrioni disposto dalla legge 40 evita infatti, secondo il Tar, proprio il sopraggiungere di tale “superfluità”. Infine, sottolinea la sentenza, le Linee guida hanno disposto la non coercibilità dell’impianto degli embrioni nell’utero della donna. Anche a questo riguardo il Tar evidenzia l’esistenza di un ragionevole bilanciamento fra la tutela dell’embrione e la tutela della salute della donna e, di conseguenza, ha rigettato i dubbi di incostituzionalità della legge 40 e delle Linee guida prospettati dalla Warm.

#201 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Lun 23 Mag 2005 6:59 am
Oggetto: USA: opposizione a qualsiasi tipo di clonazione!
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Gli statunitensi si oppongono a qualsiasi tipo di clonazione di esseri umani
 
Aumenta l’opposizione al finanziamento federale della ricerca su embrioni umani
 
Fonte: www.zenit.org - 22 maggio 2005
 
WASHINGTON, D.C., domenica, 22 maggio 2005 (ZENIT.org).- Due sondaggi nazionali, commissionati all’impresa International Communications Research dalla Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti (USCCB), segnalano con assoluta chiarezza la crescente opposizione dei cittadini statunitensi nei confronti della clonazione di embrioni umani e della ricerca sulle cellule staminali embrionali.

Svolti a tre giorni di distanza l’uno dall’altro, i sondaggi telefonici, che hanno coinvolto poco più di mille adulti in tutto il territorio degli Stati Uniti, mostrano un movimento contrario all’utilizzazione di embrioni umani per presunti fini scientifici sempre più forte.

La maggioranza degli statunitensi, il 52%, si oppone all’utilizzo di fondi federali per sostenere la ricerca sulle cellule staminali, mentre il 36% degli intervistati è d’accordo. Il finanziamento sarebbe allo studio del Congresso degli Stati Uniti, che prossimamente voterà l’iniziativa conosciuta come H.R. 810 per destinare fondi alla ricerca su embrioni umani che verrebbero distrutti per estrarne cellule staminali.

Quando è stato chiesto se si preferisce che le cellule staminali provengano da embrioni umani distrutti o siano adulte (della placenta o derivanti da altre fonti), il 60,2% delle persone intervistate si è dichiarato a favore dell’ipotesi di fornire fondi federali per la ricerca sull’uso di cellule staminali adulte o per studiare alternative alla distruzione di embrioni umani.

E’ a questo proposito che emerge più chiaramente la corrente d’opinione che coincide con la disposizione delle Nazioni Unite del marzo 2005, che incoraggiava i Paesi a proibire ogni tipo di clonazione umana: i tre quarti della popolazione adulta degli Stati Uniti si oppongono all’ipotesi di autorizzare i ricercatori a clonare embrioni umani a qualsiasi scopo, anche se il motivo fosse quello di portare alla nascita di un nuovo essere in coppie non fertili o di creare embrioni che verrebbero distrutti in ricerche mediche.

Alla domanda: “Potrebbero gli scienziati usare esseri umani clonati per le coppie sterili?”, il 10% degli intervistati ha risposto di sì, mentre l’84,3% era contrario (il resto non sa o non ha voluto rispondere). Alla domanda: “Potrebbe la comunità scientifica usare esseri umani clonati perché vengano distrutti in nome dello sviluppo medico?”, il 14,7% ha risposto di sì, contro il 77,4% che ha detto di no.

Richard M. Doenfinger, direttore delegato del Segretariato per le Attività Pro-Vita della USCCB, ha commentato che questo tipo di sondaggi mostra chiaramente che la grande maggioranza degli statunitensi è contraria all’idea della clonazione e dell’utilizzo di embrioni umani in nome del progresso scientifico, e che il passo successivo dev’essere quello di dimostrare al Congresso che questa maggioranza ha la capacità di influire sulla questione.

#200 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Dom 22 Mag 2005 12:16 pm
Oggetto: La legge 40 la tutela di più la salute della donne!!
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Chi si cura della salute delle donne sa che la legge 40 la tutela di più
 
(C) IL FOGLIO - 17 maggio 2005 - pagina 2
 
Roma. Ripetere ritualmente la lamentazione sulla salute della donna che sarebbe violata dalla legge 40 è uno degli sport preferiti dai fautori del Sì ai referendum del 12 e 13 giugno. Mai nessuno che ricordi che le pratiche di fecondazione in vitro sono tutt’altro che pratiche terapeutiche, e che di per sé, in almeno metà dei casi, la sterilità non è altro che un’infecondità della coppia, che insieme non riesce a procreare senza che siano davvero rintracciabili le cause di quell’impedimento.

La Fiv, allora, molto spesso (quasi sempre) non cura una malattia che come tale non c’è, ma prova a oltrepassare gli ostacoli non identificati attraverso interventi (quelli sì) tutt’altro che innocui per la salute della donna. Trattamenti che lasciano intatta la sterilità e pesano negativamente, con le stimolazioni ormonali, le procedure di estrazione degli oociti, i reimpianti degli embrioni in utero, l’alta percentuale di aborti spontanei, proprio su quella salute che a parole si dice di voler salvaguardare, e nella stragrande maggioranza dei casi (anche prima della legge 40) senza che il bambino tanto atteso arrivi.

Non c’è nessuno, tra i paladini autonominati della salute della donna minata dalla legge 40, che ammetta allora che la più importante e nuova e solida garanzia per le donne, rispetto alla deregulation del passato, sta proprio nello stabilire, come la legge fa, che alle pratiche di procreazione medicalmente assistita si possa accedere solo dopo una comprovata analisi di sterilità. Troppe volte, nel passato, è convenuto a centri compiacenti e interessati procedere alle ipersimolazioni ovariche senza farsi e fare troppe domande, più in fretta possibile, senza approfondire quella diagnosi di sterilità che oggi è invece necessaria, grazie alla legge che si vorrebbe smontare per via referendaria.

Un altro equivoco, sempre a proposito di salute della donna, trova a una più attenta analisi una sonora smentita. La legge crudele, si dice, vietando il congelamento degli embrioni allo scopo di evitare che si producano altri “sovrannumerari” destinati all’estinzione o, come auspicherebbero i fautori del Sì, alla vivisezione nei laboratori, costringe le donne a sottoporsi a più stimolazioni ovariche (comunque dannose, si è già detto) nel caso in cui dal primo impianto di tre embrioni prodotti (o di due o uno soltanto) non sortisse alcun risultato. Ma sull’Avvenire di sabato, uno dei pionieri della Fiv in Italia, il ginecologo Orazio Piccinni, ha spiegato che “per ottenere più embrioni in un solo ciclo la paziente viene stressata, sottoposta a un trattamento dieci volte maggiore rispetto a quello messo in atto oggi con la legge 40”.
 
E afferma con chiarezza che “è scientificamente innegabile: due stimolazioni blande per ricavare tre embrioni più altri tre sono assolutamente meno rischiose di una sola per ricavarne sei. In questo caso i pericoli di iperstimolazione, e quindi di trombosi e insufficienza renale, sono infinitamente più elevati”. Fermo restando, cioè, che la risposta alle stimolazioni ormonali resta del tutto soggettiva, rimane assodato (oltre che intuitivo) che a una dose maggiore di ormoni finalizzata a produrre più embrioni corrisponda generalmente una dose maggiore di pericoli.

Oltre alle puntualizzazioni strettamente tecniche (pure importanti per orientarsi nel dibattito sulla legge 40 e per distinguere il confine tra propaganda e dati di realtà) continua tuttavia a rimanere nell’ombra un discorso che mai abbiamo sentito da parte referendaria, e che pure dovrebbe essere del tutto preliminare a quasiasi dibattito sulle risposte tecnomediche ai problemi di sterilità. E’ il discorso della prevenzione, il vero oggetto smarrito di chiunque oggi si riempia la bocca con gli allarmi sulla “salute della donna” compromessa dalla legge 40.
 
Prevenzione della sterilità significa visite in giovane età per maschi (un tempo c’era la leva e la visita preliminare connessa, a svelare certe anomalie, ora non più) e femmine. Significa anche informazione puntuale sui rischi legati al procrastinare sempre di più l’età della ricerca del primo figlio, oltre che sulla funzione dell’esposizione a certe sostanze chimiche, al fumo e all’alcol nella perdita di fertilità, sul ruolo delle infezioni sessualmente trasmissibili, sulle conseguenze sulla fertilità femminile dell’uso prolungato di dispositivi anticoncezionali come pillola e spirale. A questo proposito, può essere istruttiva la lettura di un lungo dialogo uscito sull’ultimo numero del bimestrale della Fondazione liberal, nel quale due notissime e “adamantine” femministe americane, Barbara Seaman (giornalista e scrittrice scientifica specializzata nella salute femminile) e Phyllis Chesler (teorica e studiosa del movimento delle donne), spiegano ad Anselma Dell’Olio come sia importante saper leggere in filigrana i dati sulla sterilità (le statistiche su quella delle donne mature sono sostanzialmente invariate dall’Ottocento, in compenso cresce la sterilità tra le più giovani). Ma, soprattutto, mettono in guardia (loro, le superlibertarie) dal bricolage procreativo senza regole che punisce, prima di tutto, le donne stesse.

#199 Da: "Fecondazione artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mer 18 Mag 2005 11:02 am
Oggetto: Veronesi e le sue brutte figure da teologo improvvisato...
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Un po’ di chiarezza sulle tesi di un chirurgo alle prese con la teologiaVeronesi e lo scimpanze’ “progetto di un essere umano”
L’Ex Ministro Della Salute Discetta Sul Corriere di anime nel limbo e di San Tommaso, ma non sa quel che dice.
di Giorgio Maria Carbone Professore di Bioetica presso la facoltà di Teologia di Bologna

(C) IL FOGLIO 17 maggio 2005 - pagina 2

Da ateo convinto Umberto Veronesi discetta con sicurezza di limbo, di anime e di san Tommaso d’Aquino sul Corriere della Sera, ma si rivela ancora una volta come un emerito incompetente. Veronesi farebbe meglio a ritornare a studiare il Catechismo e il Corriere della Sera avrebbe fatto più bella figura a chiedere al teologo e Papa Joseph Ratzinger che cosa insegna su questi temi la Chiesa cattolica. Comunque vediamo di fare un po’ di chiarezza.
 
1) Il limbo dei bimbi morti senza battesimo non è stato mai un dogma, come invece pensa Veronesi. E’ stato solo un’ipotesi di alcune scuole teologiche. Sfido il prof. Veronesi a trovare nel Catechismo della Chiesa cattolica la teoria del limbo. Per quanto riguarda ciò che la Chiesa crede effettivamente circa la sorte degli embrioni, dei feti e dei bambini morti senza battesimo, la Chiesa con la sua Liturgia eucaristica prega per loro e li affida alla misericordia infinita di Dio. Questa Messa esequiale non dice nulla del limbo, ma professa la fede nella salvezza di Cristo e nella misericordia divina.
 
2) Veronesi poi afferma: “San Tommaso fissa al terzo mese di vita la comparsa dell’anima”. Scopriamo così che il nostro Umberto è un bigotto tomista! Ma forse non ha mai letto alcuna opera di Tommaso. Perciò avrebbe fatto più bella figura se fosse stato zitto. Comunque si sappia una volta per tutte che l’affermazione di Tommaso non è una tesi dimostrata e incontrovertibile, ma è solo un’opinione che Tommaso presenta seguendo colui che riteneva il più grande scienziato per la sua epoca, cioè Aristotele. Ora, Aristotele ci offre due teorie relative al problema dell’unione dell’anima e del corpo nell’uomo. Nell’opera giovanile “La generazione degli animali” afferma l’ipotesi della animazione successiva, cioè prima è presente l’anima vegetativa, poi quella sensitiva, quindi quella razionale. Mentre nell’opera della maturità, cioè “La Metafisica”, insegna la teoria dell’animazione immediata, cioè l’anima è immediatamente data, e svolgerà progressivamente l’attività vegetativa, poi quella sensitiva, quindi quella razionale. Sono quindi due ipotesi, due teorie.

3) Tuttavia stupisce che Veronesi parli di anima senza sapere cosa sia, anzi dice che si tratta di un argomento scientifico. Ma professore, lei ha mai visto l’anima al microscopio? Il tema dell’anima è una questione filosofica.
L’anima non coincide, come dice lei, “con il pensiero, con la psiche”. L’anima è il principio vitale e strutturante, ciò per cui vivo, mangio, dormo, cammino, vedo, ascolto, percepisco, ragiono, voglio, intuisco. E’ il principio che presiede e unifica tutte le attività dell’uomo, che dà forma alla mia corporeità. Insomma è il principio che dà ragione della vita: se sono un organismo vivente lo devo grazie alla mia anima.

4) Stupisce anche che Veronesi dica: “E’ ragionevole immaginare che l’anima, e secondo il pensiero cattolico la vita, entra nel corpo quando c’è un abbozzo di struttura pensante, di avvio dell’intelligenza”. Il nostro Umberto si fa interprete del pensiero cattolico, senza mai averlo approfondito. Cosa sconcertante! Se l’anima è il principio che presiede alla vita e all’organizzazione della corporeità, l’anima c’è simultaneamente alla corporeità, tant’è vero che è una nozione filosofica correlativa al corpo:
il corpo è tale se c’è l’anima, se non ci fosse l’anima non sarebbe un corpo, ma un cadavere.

5) Stupisce ancora che Veronesi fugga nel filosofico quando si tratta di una questione biologica. Stupisce che Veronesi invochi il principio di autorità, l’ipse dixit, su di una questione e in una disciplina dove il principio di autorità non funziona. Infatti, interrogarsi su chi sia l’embrione della specie umana è una questione innanzitutto biologica. Ora, la scienza moderna non si fonda né sul principio di autorità, né sul sapere di rari cultori di arcane discipline, ma sul complesso delle conoscenze consolidate, convalidate e condivise dalla comunità scientifica internazionale dei ricercatori attraverso gli strumenti della letteratura scientifica (le migliaia di riviste scientifiche sulle quali appaiono i risultati dei lavori sperimentali degli studiosi, le rassegne e i manuali di riferimento).
 
Nella scienza moderna, e quindi anche in biologia, ciò che conta è la forza delle evidenze che si ricavano dalle osservazioni e dagli esperimenti, la forza delle evidenze tratte dall’esercizio corretto della ragione. Non conta il nome, per quanto altisonante e prestigioso, di chi fa un’affermazione. Non ha senso citare uno, cinque o dieci premi Nobel, soprattutto quando non sono studiosi di quella disciplina: non vale l’ipse dixit. Per sapere se l’embrione umano è qualcosa o qualcuno dobbiamo bussare non all’autorità di un filosofo, né alle opinioni di questo o quello scienziato, neppure se è premio Nobel, ma alle evidenze sperimentali della biologia dello sviluppo, una disciplina relativamente recente. Basti pensare che Aristotele è morto nel 322 a. C., san Tommaso d’Aquino nel 1274, ma solo nel 1827 von Baer identificò l’oocita femminile e solo cinquant’anni dopo fu scoperto il processo della fertilizzazione. Dalle migliaia e migliaia di articoli scientifici che descrivono lavori sperimentali, dalle centinaia di rassegne e di manuali di riferimento, che sono stati convalidati dalla “recensione alla pari”, sappiamo che il ciclo vitale di un nuovo organismo vivente ha inizio con il processo della fecondazione, che consiste nella fusione tra lo spermatozoo e l’oocita.

Sono proprio gli ultimi studi della biologia dello sviluppo, forse troppo recenti per essere noti ai più, comunque già da tempo divulgati su riviste scientifiche, che ci dicono che già l’embrione umano a una cellula si comporta come un individuo vivente singolare. Ad esempio, migrando nella tuba di Falloppio, inizia a moltiplicare le cellule di cui si compone e a specializzarle e invia all’ovaio materno dei segnali (il cosiddetto cross-talking, o dialogo incrociato) e l’ovaio inizia a secernere dei mediatori di natura proteica (citochine e fattori di crescita) che preparano l’utero all’annidamento dell’embrione, favoriscono la proliferazione delle cellule dell’embrione stesso e fungono anche da immuno-soppressori, cioè evitano che l’embrione sia percepito come un nemico e sia, perciò, espulso. Queste osservazioni sperimentali, convalidate da migliaia di articoli scientifici della letteratura internazionale, dimostrano a sufficienza che l’embrione già a una cellula è un essere vivente (perché la moltiplicazione e la specializzazione delle cellule è l’attività tipica della vita) e che la relazione tra madre e figlio allo stadio embrionale inizia molto prima della cosiddetta cerebralizzazione.

Perché Veronesi vuole ignorare i dati della biologia dello sviluppo appena ricordati e sostenere l’ipotesi arcaica di Aristotele o di san Tommaso? Perché riproporre una semplice osservazione a occhio nudo quando oggi possiamo usufruire di strumenti ben superiori come il microscopio ottico e gli strumenti ecografici?

6) Perché Veronesi continua a ripetere che l’embrione umano è “solo un ammasso di cellule”? Affermare questo significa ridurre tutto alla pura quantità. L’embrione umano vivente non può essere assimilato all’insieme di cellule ematiche della sacca di sangue che doniamo all’Avis, perché le cellule ematiche della sacca non si moltiplicheranno mai, né si differenzieranno (altrimenti l’Avis non avrebbe ragione di essere),
mentre le cellule che compongono l’embrione si moltiplicano e si specializzano da se stesse. Se lasciamo che l’embrione viva, evidentemente.

7) Che quello di Veronesi sia un riduzionismo puramente quantitativo, lo si capisce da quello che aggiunge dopo: “Uno scimpanzé che cos’è? Un essere vivente con una differenza minima nel genoma rispetto all’uomo. Talmente minima, i geni sono uguali al 99,5 per cento, che potenzialmente potrebbe essere un progetto di uomo. E allora perché non tutelare anche lui? La Chiesa in realtà ha una visione antropocentrica: solo l’uomo conta. Ma io che sono animalista e vegetariano chiedo provocatoriamente perché non tuteliamo anche gli embrioni degli scimpanzé, anch’essi sono progetti di esseri umani”. Siamo arrivati al delirio!
 
Obietto a Veronesi: ammesso anche che più del 90 per cento del mio peso sia costituito da acqua, da questo dato puramente chimico e quantitativo posso concludere che sono acqua? Se dicessi che sono acqua, o se dicessi, come dice Veronesi, per il 99,5 per cento i miei geni sono simili a quelli dello scimpanzé, ridurrei tutto alla pura osservazione quantitativa. Ma la quantità è solo una fra le tante categorie del reale. Esiste almeno anche la qualità, la vita è una qualità e le differenze tra me e l’acqua, tra me e lo scimpanzé sono differenze qualitative. Ma forse tra Veronesi e l’acqua e tra Veronesi e lo scimpanzé…

Seguire questo delirio proposto da Veronesi significa rinunciare alle recenti scoperte della biologia e fare dell’archeologia biologica puramente dogmatica. Che la retta ragione, Aristotele, san Tommaso e papa Ratzinger ci liberino da questo pericolo incombente e disumanizzante.


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#198 Da: "Fecondazione artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mer 18 Mag 2005 10:56 am
Oggetto: Meglio nascere rospi che bambini...
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Meglio rospi che bambini

 

di Antonio Socci - (C) IL GIORNALE - 17 maggio 2005

 

Due mesi fa il professor Edoardo Boncinelli, sul Corrieredella Sera, rispondendo a una mia domanda, riconobbe che in effetti la vita di ogni essere umano - per la scienza - inizia dal momento del concepimento. Poi intervenne Giovanni Sartori, che essendo un esperto di sistemi elettorali, sentenziò che - seppure la vita comincia dal concepimento - non si tratta di vita umana, ma solo di «vita». E aggiunse, con delicatezza poetica: «Anche le mosche, i pidocchi; le zanzare sono animaletti viventi, sono vita. Ma io li uccido, confesso, con soddisfazione».

 

Qualcuno ha avuto un sussulto di coscienza. Non per la parificazione degli esseri umani a mosche e pidocchi. E neanche per la disinvoltura con cui oggi, tramite referendum, si pretende di sopprimere embrioni umani come le zanzare o di usarli come cavie. No, il sussulto di coscienza è venuto a taluni per il fatto che si possano schiacciare con un certo godimento - come ha scritto Sartori - mosche, zanzare e pidocchi.

 

Così il Corriere, che nell'epoca Mieli è di animo particolarmente sensibile, ha voluto dar voce a chi difende i diritti delle bestie. E domenica scorsa ha dato eccezionale spazio al professor Umberto Veronesi (già ministro della Sanità) che - intervistato sui referendum radicali (relativi alla legge 40) - ha dichiarato che lui essendo «animalista e vegetariano» contesta la «visione antropocèntrica» della Chiesa (che pare sia fissata con gli esseri umani). Veronesi, che nega ogni tutela agli embrioni umani, chiede invece la tutela degli embrioni di scimpanzé. Certamente il suo appello animalista avrebbe trovato grandissimo consenso nella mentalità comune, se l'ex ministro non avesse avuto l'improvvida idea di aggiungere una folgorante rivelazione. Ha chiesto infatti di «tutelare gli embrioni dello scimpanzé» perché «anch'essi sono progetti di esseri umani». Ha detto testualmente così: «Anche gli embrioni dello scimpanzé sono progetti di esseri umani». Ora, questa sensazionale rivelazione (da Nobel, perché non si era mai sentita) compromette seriamente la battaglia animalista del Veronesi.

 

Infatti c'è tutto un vasto schieramento ecologista e politically correct che è energicamente schierato contro la vivisezione degli animali e contro gli esperimenti dei laboratori scientifici e farmaceutici. E che accorderebbe tutela, con tutta probabilità, agli embrioni di scimpanzé. Ma a quelli dell’uomo proprio no. Addirittura la Regione Emilia Romagna ha già sfornato una legge che vieta (o comunque limita molto severamente) gli esperimenti sugli animali (anche se impugnata dall' attuale governo e fermata dalla Corte Costituzionale è indubbio che, nella prossima legislatura, tale normativa troverà il modo per essere varata). Ma la maggioranza che ha voluto questa legge regionale e si batte per impedire gli esperimenti sugli animali, è quella oggi attivamente impegnata nei referendum per trasformare gli embrioni umani in cavie da esperimenti. Cosicché, ora, se si dice che gli embrioni dello scimpanzé non sono animali, ma «progetti di esseri umani» (come «rivela» Veronesi), rischiano di perdere l' appoggio eco-animalista-progressista-emiliano, e - in futuro - potrebbero perdere la tutela doverosamente riconosciuta alle bestiole di ogni genere. Insomma se Veronesi insiste a definire gli «embrioni degli scimpanzé» come «progetti di esseri umani» la loro causa sarà disperata: finiranno come cavie (il trattamento che, se passano i referendum- sarà riservato ai piccoli dell'essere umano).

 

Oggi è sconsigliabile venire al mondo come essere umano. Quantomeno è bene camuffarsi da rospo, da cagnolino,da gatto o da tafano, per avere qualche seria tutela. Anche in Europa. Gianluca Arigoni su Tempi ha riferito una casistica illuminante. Una corte d'appello francese, dovendo giudicare un tizio che, in auto, aveva"provocato la morte di una donna incinta di sei mesi e del figlio che aveva in seno, non ha voluto riconoscere il bambino come vittima.

 

Nonostante le proteste del padre e il vivace dibattito scatenatosi sui giornali, un bambino che già vive nel seno della madre è considerato dalla legge francese un «nulla». Jerry Sainte-Rose, avvocato generale presso la corte di Cassazione, sul Figaro, ha sottolineato il paradosso: «L'animale che deve nascere è penalmente protetto» dunque «perché rifiutare al feto umano quello che è applicato a delle uova o a dei feti animali?». Infatti: «Se passeggiando distruggete involontariamente il "progetto parentale" di un rospo verde, una gazza, un serpente o una farfalla particolari, rischiate sei mesi di prigione. Una manifesta ineguaglianza di trattamento tra l'uomo e l'animale».

 

Arrigoni c'informa che la famiglia della donna e del bambino vuole andare fino in fondo, ma che le speranze sono poche visti i precedenti. Infatti «nel luglio del 2004 la Corte europea dei diritti dell' uomo ha dato ragione alla giustizia francese, che non aveva riconosciuto il danno provocato a una giovane donna che aveva perso il suo bambino al sesto mese di gravidanza a causa dell'errore di alcuni medici». Meglio nascere rospo verde o gazza che piccolo essere umano nella vecchia e stanca Europa dei «diritti dell' uomo».



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#197 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Sab 14 Mag 2005 11:32 pm
Oggetto: Michele AINIS delira sull'astensione!
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Basta truccare le carte
 
di Dino Boffo, direttore di AVVENIRE - (C) AVVENIRE - 13 maggio 2005

A tutto c'è un limite. Anche all'impostura mediaticamente imbellettata con dotte citazioni. Anche alla protervia per quanto mimetizzata da afflato etico-civile. Anche all'ignoranza travestita nei panni del progressismo d'accatto.

Ebbene, questo limite ieri, in una colonna almeno delle patrie gazzette, è stato superato. Ci riferiamo al fondo, sì proprio al fondo, di quello che una volta era il grande giornale della famiglia Agnelli, il prestigioso quotidiano della capitale morale di questo bellissimo e disgraziato Paese, sì: la Stampa di Torino. Dove a firma di Michele Ainis si annunciava nel titolo e si sosteneva nel corso dell'articolo che, di fronte alle convocazioni referendarie, l'astensione è un trucco. Anzi, diceva di più: «È una frode della Costituzione».

Ora, siccome è di sacrosanta importanza che in democrazia sia dato spazio ad ogni parere, saremmo tentati di pazientare che nei giorni prossimi l'inclito direttore di quell'augusto giornale faccia intervenire un giurista di scuola opposta a dire il contrario. A quel punto, secondo la più squallida degenerazione cui è pervenuto il cerchiobottismo italico, dovremmo dirci tutti stupidamente felici e contenti. Un giorno si accontentano gli uni, l'altro giorno si rimedia con gli altri. Perché prendersela? La ritualità è salva.
 
E invece no, salvo è un bel nulla. Crediamo che in ogni vera democrazia, in ogni democrazia che abbia il coraggio di se stessa, nella quale i cittadini pur mossi da idee opposte sono fieri di guardarsi negli occhi, in una democrazia insomma civilmente nutrita non tutte le opinioni abbiano la stessa dignità. Crediamo piuttosto che ce ne siano di così palesemente false, di così pacchianamente ruffiane verso il Potere mediaticamente costituito da non poter avere impunemente corso. Crediamo cioè che ci sia un livello oltre il quale vada pagato un dazio. Il dazio della gogna, quanto meno.

La tesi che quel signore ieri ha sostenuto è semplicemente un'impostura. Un'impostura che si spiega, lo sappiamo bene, con il nervosismo che egli stesso tradiva a proposito di una diffusa volontà che si registra in giro di non andare al voto: "astensionismo militante" l'ha chiamato, ed era come se dalle righe rimbalzasse una punta di ribrezzo. Ebbene, che si dia una calmata, magari prenda in mano qualche buon trattato di diritto costituzionale, di quelli aggiornati però, dal quale potrà facilmente evincere che il voto è un diritto-dovere quando a chiamare è lo Stato, e si tratta di scegliere i rappresentanti del popolo sovrano nel Parlamento o nelle assemblee regionali (provinciali e comunali).
 
Quando a convocarci invece sono poco più di 500 mila cittadini, sui 50 milioni con diritto di voto, beh, quest'obbligo evidentemente non esiste. Posso personalmente riservare rispetto per l'opinione di questi cittadini, ma la loro iniziativa non assume per me un valore di vincolo. L'onere della prova - dimostrare cioè che si tratta di un'iniziativa condivisa - resta tutta loro. La Costituzione infatti mi dice che ho pieno diritto a non andare alle urne qualora io non condivida che venga sottoposta a tranciante giudizio una legge delicata, scrupolosamente varata dal Parlamento.

Ecco, questo non è un parere, tanto più il parere infimo di chi scrive, non è un'interpretazione tra mille, tutte ugualmente valide. Questa è l'interpretazione più accreditata perché più accreditabile. E vorremmo pregare che si spostasse finalmente in là il dibattito, facendola finita con gli spartiti dell'intimidazione o, all'opposto, del camuffamento buonista. «Se passano i sì, nessuno sarà sconfitto» dice l'angioletto tenerissimo che si cela sotto le sembianze dell'onorevole Barbara Pollastrini. Nessuno? E quell'individuo di specie umana che ha cominciato a vivere al momento dell'incontro tra ovulo e spermatozoo, che lei vuol congelare, o vivisezionare, o manipolare, anche quello vince? Ecco, piantiamola davvero con i trucchi, ed entriamo civilmente nel merito

#196 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Ven 13 Mag 2005 10:20 am
Oggetto: U L T I M A A L L E A N Z A DI U O M I N I L I B E R I
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"L'essenziale sta nel non scoraggiarsi mai.
L'essenziale sta nel lottare tutti i giorni,
perchè finché si lotta non si è mai vinti"
 
Gonzague de Reynold
 
 
 
A trenta giorni da oggi il popolo italiano deciderà se far rientrare l'Italia nel novero dei paesi che ancora detengono un requisito minimo di civiltà o se sottoscrivere il delirio di onnipotenza tecnocratica dell'uomo sull'uomo.
 
 
Per diffondere e difendere la posizione del non voto in occasione dei referendum contro la vita del 12-3 giugno
noi proponiamo ed invochiamo un'
 
 
ultima alleanza di uomini liberi:
 
 
liberi dal delirio di chi vuole disporre a proprio piacimento della vita di esseri umani innocenti;
 
liberi dall'ideologia del capriccio elevato a legge dello stato;
 
liberi dai canti delle sirene della cultura della morte.
 
 
Scendete in campo ed unitevi a noi nella più grande battaglia culturale dell'umanità, da cui dipende il futuro dell'uomo: INSIEME per smascherare i traditori, ammonire gli erranti, scuotere i tiepidi e rinfrancare i forti.
 
Alla Madonna di Fatima, nel primo anniversario di questa mailing list, offriamo con umiltà e convinzione tutto il nostro impegno: ci assista, ci protegga e ci guidi in questo servizio a difesa dei più deboli, a difesa della vita.
 
 
Lo staff di fecondazione_artificiale_legge_40

#195 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Gio 12 Mag 2005 8:24 am
Oggetto: Fecondazione artificiale: l'onestà di chi la faceva ed ora la sconsiglia
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Uno dei precursori della Fecondazione in Vitro sconsiglia questa pratica medica
 
Intervista al dottor Orazio Piccinni
 
Fonte: www.zenit.org - 11 maggio 2005
 
BARI, mercoledì, 11 maggio 2005 (ZENIT.org).- Orazio Piccinni, ora medico chirurgo, specialista in ostetricia e ginecologia a Bari, in passato uno dei precursori della Fecondazione in Vitro (FIV), in questa intervista concessa a ZENIT, spiega il percorso e le ragioni che nel 1996 lo hanno portato a smettere di praticare la FIV.

Il dottor Piccinni che, insieme al professor Vincenzo Traina, nel 1989 fondò la FIVET, nella clinica "Santa Maria" di Bari, afferma: “Se si vuole esaudire il desiderio di un figlio, la coppia può considerare l’adozione e/o la procreazione con metodi leciti che aiutano ma non sostituiscono la natura”.

D. Cosa è accaduto in lei per capire che la FIV non era la strada giusta da seguire?

Piccinni: Pensavo di fare una cosa buona a soddisfare il desiderio di un figlio. In questo, mia moglie da prima e un amico fedele dell’Opus Dei dopo, mi hanno fatto riflettere sulla realtà di questa metodica che offende la dignità della coppia sterile e della vita umana nascente.

D. Quando lei guarda il suo passato, lo vede come parte di un cammino che doveva percorrere per arrivare dove è adesso?

Piccinni: Io non so proprio se dovevo percorrere questo o un altro cammino. Ognuno di noi ha il suo percorso per poter arrivare alla meta. Nel mio caso dal male è scaturito il bene. Il Signore ha i suoi modi e tempi. E’ stupefacente constatare giorno per giorno la carità che scaturisce dalla presa di coscienza degli errori commessi.

D. Quale è l'argomento principale per sconsigliare la FIV?

Piccinni: Il sacrificio premeditato di molte vite umane, infatti circa 90 embrioni su 100 prodotti in laboratorio sono immolati per ottenere un figlio a tutti i costi. Il fine è buono ma evidentemente il metodo è sbagliato.

D. I suoi colleghi hanno capito la sua decisione di allontanarsi da queste pratiche di laboratorio?

Piccinni: Inizialmente, no. Non è mancato e non manca da parte dei colleghi ed amministratori una marcata ostilità e una certa emarginazione. Col tempo molti si sono ricreduti. Hanno capito che, le mie rinunce al guadagno, al prestigio e la mia coerenza di comportamento, erano scaturite da fondate riflessioni.

D. Cosa consiglierebbe a chi vede nella FIV un metodo legittimo per avere un figlio?

Piccinni: Io consiglio di non ricorrere alla FIV perché non è un metodo legittimo; di documentarsi bene sui rischi e risultati reali; di non fidarsi degli slogan. Le coppie sottoposte a FIV spesso non sono sterili ma meglio definirle ipofertili, infatti il 50% circa di esse rimangono gravide spontaneamente. Bisogna ricordare che il figlio è un dono e non un diritto.

Ottenere un figlio a tutti i costi è diverso dal soddisfare un bisogno di maternità che può essere appagato in tanti modi, nella vita familiare e sociale. Nel laboratorio FIV può succedere e succede di tutto e di più. Raramente troviamo operatori sensibili e rispettosi del patrimonio genetico umano da loro manipolato. Il condizionamento economico e il delirio di onnipotenza impediscono di vedere e riflettere. Se poi si vuole esaudire il desiderio di un figlio, la coppia può considerare l’adozione e/o la procreazione con metodi leciti che aiutano ma non sostituiscono la natura.

D. Da un po’ di anni, cerca di vivere la strada della santificazione del lavoro predicata da Josemaría Escrivá. Oltre a queste scelte etiche, in cosa è cambiato il suo lavoro da medico da quando ha conosciuto questo messaggio?

Piccinni: Come ho fatto capire fino ad ora, santifico il mio lavoro dando valore assoluto al diritto incondizionato alla vita dal concepimento alla morte naturale. Cerco ogni giorno di migliorare il mio rapporto umano con le pazienti e i colleghi nella speranza di far loro scoprire la luce del Vangelo.

#194 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mer 11 Mag 2005 10:14 am
Oggetto: La trappola della "fabbrica dei figli" colpisce innanzitutto le donne
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Donne in trappola nella "fabbrica dei figli"

di Pier Luigi Fornari - (C) AVVENIRE - Inserto E' VITA - n. 32 - 10 maggio 2005 - prima pagina

La procreazione medicalmente assistita? Spesso è solo una «macchina» per fare neonati che non guarisce le cause somatiche né psicologiche della sterilità. Ma in qualche caso le accresce. Secondo uno studio dell’Harvard Medical School, metà delle donne che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita (Pma), in realtà non ne hanno bisogno. È quanto è stato registrato anche dal VII congresso di Psichiatria sociale, tenutosi a Roma nell’aprile del 2002.

Come afferma la psicanalista francese Marie-Magdeleine Chatel, molte situazioni di sterilità possono derivare dal tentativo fallito di padroneggiare la propria fecondità, che si esplica prima con la contraccezione e poi con il ricorso alla fecondazione artificiale. È un processo che, una volta avviato, potrebbe non aver fine. Infatti la fiducia incondizionata nella Pma ha il paradossale risultato di accrescere la sterilità cui dovrebbe porre rimedio. «La medicina della procreazione è diventata soggettivamente sterilizzante», assicura la Chatel in Il disagio della procreazione (Malaise dans la procréation), un testo che ha fatto scuola nel femminismo militante, ma il cui contenuto integrale ora sembra essere finito prudentemente sotto censura. Il testo, comparso in Francia nel 1993, è stato ristampato nel 1998 mentre in Italia ha conosciuto una sola edizione, nel 1995, per i tipi del Saggiatore: tant’è che oltralpe si può ancora acquistare nelle librerie, mentre in Italia bisogna far ricorso alle biblioteche specializzate. Ma a giudicare dal riferimento fatto tre anni fa dagli psichiatri la diagnosi della psicanalista francese è ancora valida.

Alla mentalità dominante, che nega l’effetto sterilizzante della procreazione artificiale, la Chatel dà una risposta perentoria: non ce ne accorgiamo perché questa "macchina medica" in sé «è accecante», e nei fatti continua a fabbricare in serie l’«infecondità» a cui dovrebbe porre rimedio. Il "malessere nella procreazione" ha comunque origini più lontane, nascendo dall’idea che la contraccezione garantisca il dominio assoluto sulla propria fecondità. In realtà con i mezzi chimici e meccanici per evitare le nascite, secondo la Chatel, la sessualità è passata «dal registro erotico, vale a dire sacro, al registro veterinario». È «un ingranaggio», che fa sì che una donna sia «presa nella sua stessa trappola», subendo una modifica «dell’impulso profondo della fecondità». I figli non sono più attesi «in una discendenza, ma sono fabbricati a colpi di volontà, di decisione e di forzatura». Insomma, «l’ideologia della padronanza assoluta porta a non riconoscere che il figlio, anche programmato, ha sempre un tratto di evento, insorge come realtà impensabile, o come dono senza prezzo». In effetti «se la donna non è in grado di ricevere il figlio come dono, le condizioni della sua fertilità sono compromesse».

Con questa mentalità «volontarista» non è la donna nella sua totalità ma solo il suo corpo a essere ritenuto responsabile della procreazione: in altre parole, viene usato come «macchina per fare neonati». «La contraccezione medica ha rovesciato l’ordine della consecutio logica – spiega la psicanalista –. Prima, il concepimento di un figlio era visto come una conseguenza possibile dell’atto sessuale, ora il concepimento del figlio è volontariamente programmato e il sesso deve servire alla sua fabbricazione». Quest’ideologia porta inevitabilmente a «una logica di sfida»: si aspetta fino all’età in cui si rischia di non aver più figli, per decidersi solo allora a volerli.

E così anche in Italia nella psicanalisi "al femminile" si deve far ricorso a nuove simbologie per spiegare «la trappola» in cui è caduta la donna. Al mito di Atena (indipendenza, affermazione intellettuale e professionale e quindi contraccezione e quant’altro) si è contrapposto, paradossalmente, quello di Artemide vergine e al tempo stesso protettrice dei parti. In altre parole, la voglia di un figlio, ma senza la compromissione di un vero e integrale rapporto di coppia. Nel trattamento di pazienti in psicoterapia per il fallimento della fecondazione emerge così «linea di continuità fra l’uso della pillola e la fecondazione artificiale» (cfr. Nuove geometrie della mente, a cura di Lorena Preta, Laterza 1999).

Il termine «desiderio», di cui si fa largo uso per giustificare la Pma («desiderio di un figlio», «figli del desiderio»), appare fuorviante. Non sono i figli del «desiderio», afferma la Chatel, ma della «volontà», o peggio di una richiesta «indotta» dal mercato, da «una logica mercantile e veterinaria», anche se si tenta di dissimularla. In effetti «la decisione dell’atto medico riguarda un negoziato di tipo mercantile, e il compimento dell’atto stesso dipende da una logica di tipo veterinario».

La procreazione assista è offerta come rimedio ai rari casi di sterilità, ma il suo «prodigioso sviluppo» è dovuto a situazioni di sterilità che non sono affatto inguaribili. Ciò fa sì, come sottolinea la psicanalista francese, che la frontiera che distingue «sterilità medica» e «domanda di figli» non sia rigorosamente definita. Anzi, «queste due nozioni sono volontariamente confuse».

Sono tutte ragioni che dovrebbero oggi far riflettere sui rischi dell’ammissione alle tecniche anche di coppie non sterili, come chiedono il secondo e il terzo quesito referendario. Con l’apertura a tutti, la «procreazione medicalmente assistita» diventerebbe di fatto il modo "alternativo", "moderno" per fare figli. E a farne le spese per primo sarebbe l’equilibrio psicosomatico della donna, con la conseguente crescita dei casi di sterilità.

La Chatel registra poi che con le biotecnologie la scienza ha assunto le sembianze del mito: «Si è verificata una sostituzione di posti tra il discorso scientista e il discorso religioso». Di più: «La scienza è diventata una nuova religione, è la scienza che affronta il sacro, che dà senso al parto, che placa i cuori». L’ingegneria genetica tende a distruggere l’immagine terrena di Dio, cioè la figura del padre. Quindi cerca di preparare la strada a quella morte di Dio auspicata da Nietzsche, e a cancellare il senso di una filiazione voluta, amata, che garantisce la catena di altre filiazioni desiderate e amate, insieme al loro valore sociale.

La situazione che si crea finirà per riproporre ai nati dalla Pma in modo angoscioso i fondamentali interrogativi che caratterizzano l’essere pensante: da dove vengo? Chi mi ha messo al mondo? In che modo? Non è solo la fecondazione eterologa a porre questi problemi, ma anche, ad esempio, il congelamento degli embrioni e la loro distruzione. «Non si sa in che modo – mette in guardia la Chatel –, nel discorso della discendenza riemergerà il fatto che ci sono stati embrioni congelati, tenuti, poi distrutti o offerti a un’altra coppia nel più totale anonimato, o ancora donati alla ricerca medica».

Anche a giudizio di Lorena Preta, il pensiero delle nostre origini «ci è riproposto con forza incredibile dalle biotecnologie». Ma il simbolo che viene indicato come riposta dalla psicanalista italiana è la Sfinge, cioè un ibrido. Un simbolo di nascita senza madre, come sarebbe avvenuto per i Tebani. Insomma un simbolo di autogenerazione. Queste sarebbero le «nuove geometrie della mente» cui dovremmo abituarci, insieme allo stravolgimento del nostro concetto di famiglia. Ma ciò significa mettere in discussione un’idea di uomo che anche molti laici considerano un patrimonio "indisponibile" accumulato dalla nostra civiltà.


#193 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mer 11 Mag 2005 9:55 am
Oggetto: Selezione eugenetica di massa ed individuale: due pesi e due misure
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La selezione di massa, decisa da un qualsiasi potere politico, nelle sue varie forme, è definita "mostruosa". La selezione individuale, invece, attraverso la diagnosi preimpianto degli embrioni, decisa dai genitori e attuata da un medico, è definita "utile".
 
Perchè? Ecco l'analisi che ne fa Medicina e Morale, la rivista di bioetica, deontologia e morale medica dell’Università Cattolica, da cui è tratto il testo di seguito proposto (n.1/2005).
 
 
***
 
Tu sì, tu no: fate largo alla selezione
di Angelo Fiori* - (C) AVVENIRE - Inserto E' VITA - n. 32 - 10 maggio 2005 - pagina 4
 
«Se venisse speso in provvedimenti per migliorare la razza umana anche solo un ventesimo dei costi e dei sacrifici che si spendono per migliorare la razza dei cavalli e dei bovini che galassia di geni potremmo creare! Potremmo introdurre nel mondo profeti e gran sacerdoti della civilizzazione così come ora possiamo moltiplicare gli idioti mettendo insieme i cretini».
 
Così scriveva Francis Galton, padre dell’eugenetica (Hereditary Character and Talent, 1865) forse pensando che l’uomo potesse realizzare in tempi brevi l’evoluzione delle specie che Darwin, suo cugino e maestro, aveva ritenuto realizzata in milioni di anni. Tanti sono stati i precursori e gli epigoni, tra gli altri Aldous Huxley, che, pur in chiave romanzesca (Brave New World, 1932), immagina una società nella quale a tavolino si possono creare uomini superiori, fisicamente ed intellettualmente, ma anche uomini inferiori obbedienti e dediti ai lavori più umili. Pochi anni dopo Bentley Glass, genetista, affermava che “nessun genitore in futuro avrà il diritto di opprimere la società con un figlio mentalmente malformato o incompetente” (Science and Liberal Education, 1960; Science and Ethical Values, 1965).

Questa è l’eugenetica - i cui principi sono tratti da alcuni esempi tra i tanti - ed alla sua vasta area appartiene la diagnosi pre-impianto nella fecondazione assistita, che è vietata dalla legge 40/2004 ma che si vorrebbe invece legalizzare modificando la legge approvata. Poco importa se in questo caso non si tratta di una attività di selezione-soppressione di massa bensì di una selezione individuale, perché gli strumenti ed i risultati finali sono gli stessi. La sua ‘promozione’ è stata rinforzata, in Italia, attraverso il clamore mediatico suscitato dal trattamento di un soggetto talassemico con cellule staminali adulte ottenute dal cordone ombelicale di due suoi fratelli gemelli esenti dal gene della talassemia, presente invece nei loro fratelli-embrioni, selezionati e soppressi. È una vicenda che può forse essere guardata con comprensione sotto il profilo del risultato terapeutico - nella speranza che sia definitivo e stabile - ma che non cambia in alcun modo né la sostanza della procedura né le prospettive di soppressione eugenetica che essa apre. (...)
 
La legge 40, come è noto, cerca di porre un freno quantomeno alle selezioni-soppressive embrionali - già largamente praticate per la legge sull’aborto - limitando il numero degli embrioni prodotti per la fecondazione assistita, vietando di depositarli nei congelatori in attesa che il loro invecchiamento ne determini di fatto la morte, vietando la diagnosi pre-impianto, strumento sofisticato di selezione-soppressione embrionale. (...) La diagnosi preimpianto oltre ad essere gravata da rischi e limiti, ha prodotto, secondo i dati riferiti recentemente da M.L. Di Pietro, A. Giuli e A. Serra e relativi soltanto ai dati reperibili in letteratura, centinaia di migliaia di soppressioni embrionali: cifra da considerare largamente in difetto (cfr. Medicina e Morale 2004, 3: 469-500)
 
Come gran parte dei problemi della procreatica anche la diagnosi pre-impianto soffre anzitutto del vizio della disinformazione all’opinione pubblica essendo presentata come operazione facile, utile a qualsiasi diagnosi-prognosi precocissima, esente da rischi di gravi errori, cioè di falsi positivi o di falsi negativi. Sia la diagnosi pre-impianto nella fecondazione in vitro che la diagnosi prenatale nel corso della gravidanza sono di fatto - ed al di là di artificiose motivazioni pseudogiuridiche - strumenti per realizzare quella che dobbiamo designare come selezione-soppressione embrionale individuale.
 
L’aggettivo ‘individuale’ ha l’intento definitorio, non irrilevante, di distinguere questa forma di selezione soppressiva dalla selezione-soppressione di massa invocata per i feti ed i nati, di varie età, nel corso dei millenni e che di fatto è stata praticata anche nel secolo scorso e lo è in quello attuale in varie parti del mondo ed è ispirata dalla tentazione faustiana, rinverdita nel secolo dei lumi e nel novecento, che si riallaccia a più antichi progetti di modellamento della società attraverso l’eliminazione degli invalidi e dei vecchi decisa ed attuata dalla società intera. La selezione-soppressione individuale è decisa dai genitori ed attuata in genere dal medico, quella di massa è decisa dal potere politico nelle sue varie forme e risponde a progetti generali di gestione delle società nazionali o regionali. Il tema della selezione-soppressione di massa è stato trattato in varie occasioni su questa rivista (...). La progettata eliminazione di milioni di persone si è di fatto realizzata nel secolo scorso, con svariate motivazioni e continua ad attuarsi in varie parti del mondo, specialmente in Africa ed Asia negli ultimi anni. Né si tratta sempre di motivazioni riguardanti soggetti invalidi ma anche di etnie e gruppi appartenenti a diversi credi religiosi e perfino di soggetti di sesso femminile, la qual cosa in Cina ha ridotto il numero delle donne.
 
Tutti questi misfatti sono spesso condannati e dichiarati mostruosi ma la loro attuazione non si arresta in varie parti del globo e nella maggior parte dei casi sfugge ad ogni punizione. Nel frattempo però si assiste all’assuefazione collettiva nei confronti dei fenomeni di soppressione di feti ed embrioni. (...) La proposta di legalizzare la diagnosi pre-impianto non è che l’ultimo passo, quello che chiude il cerchio, per di più attraverso il consueto strumento della disinfomazione, che suggestiona impropriamente l’opinione pubblica. Jacques Testart (La vita in vendita, Lindau, 2004), (...) fa rilevare che solo poche malattie sono dovute ad un gene che può essere identificato consentendo la diagnosi prognosi, tutti tuttavia siamo in possesso di quattro o cinque geni presenti in unico esemplare ma che possono essere trasmessi alla prole. Se dunque siamo tutti ‘tarati’ se ne dovrebbe dedurre che il numero degli embrioni da sopprimere è elevatissimo. È questa la strada su cui ci si vuole incamminare, esposta al rischio di estensioni arbitrarie individuali del concetto di rischio genetico?
 
Chi denuncia questa deriva e vi si oppone viene frequentemente deriso e marginalizzato. Tuttavia molta parte dell’opinione pubblica silenziosa, ma capace di pensare eticamente (...) ha però bisogno di essere illuminata ed incoraggiata attraverso oneste prese di posizione pubbliche. Come quella assunta da Guido Ceronetti che, nel corso di una intervista ha espresso questo lapidario giudizio: “Tutte le fecondazioni artificiali, si tratti di donne o di animali, mi sembrano obbrobriose. Alle coppie sterili, se hanno senso umano, si addicono le adozioni. Sottoporre le donne a quelle tecniche infami per me è inaccettabile, e può avvenire anche di peggio perchè non si può fermare più niente. Tra omologa o eterologa non ci sono distinzioni: il grado di bruttura è il medesimo”. (...)
 
Parole chiare e forti, in questa riflessione del grande intellettuale laico italiano, cui fanno purtroppo da contrappeso quelle pronunciate recentemente da un medico, pochi anni fa ministro, che a sua volta ha invece definito “infame” la legge n. 40/2004, perché troppo restrittiva. Anche molti medici, purtroppo, sono infatti nemici dell’autentica bioetica, travolti da una pericolosa concezione di progresso a qualsiasi prezzo. In tal modo essi dimenticano l’art. 42 (“Fecondazione assistita”) del Codice di Deontologia medica del 1998 che all’ultimo comma recita: “È proscritta ogni pratica di fecondazione assistita ispirata a pregiudizi razziali; non è consentita alcuna selezione dei gameti ed è bandito ogni sfruttamento commerciale, pubblicitario, industriale di gameti, embrioni e tessuti embrionali o fetali, nonché la produzione di embrioni ai soli fini di ricerca”.
 
* Angelo Fiori, direttore della rivista Medicina e Morale dal 1974, è ordinario di Medicina legale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia "Agostino Gemelli" dell’ Università Cattolica del Sacro Cuore fino al 2003. Membro sin dalla fondazione del Comitato Nazionale per la Bioetica della Presidenza del Consiglio, ne è attualmente il vicepresidente. È membro del consiglio direttivo della Pontifica Accademia "Pro Vita". Attualmente insegna medicina legale nella Facoltà di Medicina del Campus Bio-medico (Roma) e nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università LUMSA (Roma).
 

#192 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mer 11 Mag 2005 8:56 am
Oggetto: La legge 40 e la tanto invocata libertà di coscienza
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L’uso ipocrita di un principio sacrosanto e ovvio

La legge 40 e la libertà di coscienza, l’ultima risorsa degli ignavi
 
di Nicoletta Tiliacos - (C) IL FOGLIO - 10 maggio 2005 - pagina 2
 
Roma. Il capolavoro assoluto e finora insuperato (ma non disperiamo, fino al 12 giugno c’è ancora un mese di tempo) è il comunicato ufficiale diffuso ieri da Alleanza nazionale: “Proprio perché c’è una legge che abbiamo contribuito ad approvare e che oggi viene giudicata, da uno schieramento trasversale, meritevole di essere modificata, al contrario di quanto affermato da Maroni, non rileviamo alcuna ipocrisia nella decisione di Alleanza nazionale di lasciare ai cittadini, in occasione del referendum sulla procreazione assistita, libertà di coscienza”.

Insomma: c’è una legge, la legge 40, che abbiamo lungamente elaborato, discusso e votato a maggioranza. A qualcuno non è piaciuta, contro di essa è stato messo in campo un referendum, e allora, giacché esiste uno sgradimento “trasversale” (ma An se ne accorge ora? E non è altrettanto trasversale il gradimento della legge, oltretutto maggioritario, visto che anche gran parte della Margherita l’ha sostenuta e approvata, anche se ora a loro volta Prodi e Rutelli fanno appello alla libertà di coscienza?) facciamo come se quella legge non l’avessimo mai né voluta né votata né conosciuta. La legge 40, ci viene detto nei fatti, è ufficialmente orfana. Lo è perché non esiste un fronte che se la assuma esplicitamente, che la difenda per quello che è. Anche le forze politiche che hanno lavorato alla sua approvazione oggi dicono: cari elettori, fate quel che volete. Lo raccomanda An, prima ancora lo ha suggerito Forza Italia il cui leader non ci fa ancora sapere cosa farà il 12 giugno: fate quello che volete, dunque, ma fatelo, sia chiaro, secondo libertà di coscienza.

Ma la libertà di coscienza (stiamo parlando di quella degli elettori) non era già bella e garantita dal sistema democratico, dalla Carta costituzionale, dal sistema delle libertà occidentali, dai dispositivi a protezione della segretezza nell’urna? Non era e non è il semplice e scontato e più che ovvio quadro entro il quale il cittadino viene chiamato a pronunciarsi, da che esiste la democrazia? E per gli eletti, per i rappresentanti del popolo mandati in Parlamento a legiferare? Anche per loro, è ovvio, vale la libertà di coscienza, ma chi li ha spediti alla Camera o al Senato non ha forse il diritto di sapere, a maggior ragione su questioni importanti come quelle affrontate dalla legge 40, quale sia il loro pensiero? O è un desiderio un po’ ingenuo, sperare che, visto che c’è un referendum nel quale tutti dovremo prendere posizione, anche i nostri rappresentanti ci dicano come la pensano? Siamo molto interessati a sapere come mai coloro che in aula hanno combattuto per la legge 40, che l’hanno difesa e votata, oggi siano così terribilmente timidi e demotivati, e incapaci o riottosi a spiegare, eventualmente, se e perché hanno cambiato idea sulla questione.

Mai come stavolta il richiamo alla libertà di coscienza appare come un trucco di prestigiatori da fiera paesana: è l’ “apriti sesamo” di chi non ha tesori da nascondere ma vuoto di idee, di cognizioni e di motivazioni, la facile via di fuga da una battaglia in cui in molti ritengono che probabilmente non ci sia niente da guadagnare ma parecchio da perdere, il ripiegamento furbastro di chi non se la sente di duellare o anche solo di discutere con il pensiero unico che mescola Rita Ferilli e Sabrina Levi-Montalcini e va all’arrembaggio dalle pagine dei giornali più o meno popolari e dalle tribune bioetiche di Domenica in.
 
Politici solitamente loquacissimi e capaci di pronunciarsi sui più minuti particolare dell’esistente si sono trasformati in viole mammole vergognose e reticenti, in esseri afasici che arrossiscono anche solo all’idea di poter dire come e se voteranno il 12 e il 13 giugno, e che ritengono che anche solo la domanda sia, davvero, poco riguardosa. Come mai? Ma per rispetto della libertà di coscienza, che diamine! Gli unici a parlare, nello schieramento di centrodestra (giustamente: perché non dovrebbero?) restano allora i fautori del Sì, come il ministro Prestigiacomo di Forza Italia o, appena ieri, Italo Bocchino di An (“voterò tre sì e un no all’eterologa”, ha annunciato. E, candido, ha confessato: “Quando ho votato la legge sapevo che aveva tre difetti, ma ero consapevole anche che in quel momento non potevamo fare di meglio”).

Di fronte a tutto questo, brilla per coerenza e per responsabilità la presa di posizione della Lega Nord, in particolare del ministro Roberto Maroni, che su Repubblica di ieri criticava la posizione dei due alleati di governo “dopo tutte le polemiche e le battaglie che ci sono state in Parlamento”: “La legge sulla fecondazione assistita l’abbiamo sostenuta e ora non possiamo certo dire ai nostri elettori se volete cancellatela”.

#191 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mar 10 Mag 2005 10:36 am
Oggetto: Lo dice la scienza: per avere staminali utili non serve produrre embrioni
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Libertà di ricerca avanzata
 
Per avere staminali utili non serve produrre embrioni, dice la scienza
 
La clonazione terapeutica è senza futuro. E’ più promettente la regressione da cellule adulte. Un’inchiesta di Nature
 
(C) IL FOGLIO - 7 maggio 2005 - prima pagina
 
Roma. La ricerca sugli embrioni umani è obsoleta. Superata. Antica. La via del futuro è un’altra, più semplice e priva di implicazioni etiche, perché nessun embrione verrà toccato per utilizzarne le cellule staminali. Lo ha scritto nel numero appena uscito Nature Medicine, una delle più importanti riviste scientifiche del mondo, con quartier generale a Londra e basi a New York, Washington, San Francisco, Boston, Tokyo, Parigi, Monaco. E’ l’ultima tendenza internazionale in fatto di ricerca e cura delle malattie, è “un rimedio semplice ai problemi della clonazione”. Anche alle polemiche sull’ “oscurantismo” di chi non vuole permettere ricerche sugli embrioni e per questo viene accusato di impedire il progresso della scienza.
 
“Nella maggior parte delle discussioni sulla ricerca sulle cellule staminali ci si scaglia gli uni contro gli altri sul diritto o meno di distruggere un embrione per creare linee staminali. Ma in un recente meeting a San Diego gli scienziati hanno parlato invece di tecniche alternative che elimineranno la necessità di ovuli umani e di embrioni”. Nessun bisogno di embrioni, e nessuna necessità di clonazione terapeutica (quella approvata appena ieri in Spagna, insieme alla cancellazione dei limiti nella produzione di ovociti fecondati, insieme all’approvazione della diagnosi preimpianto anche al fine di creare in provetta i bambini-farmaco, “utili” a curare le malattie dei fratellini). Si tratta di intervenire su una cellula adulta e farla tornare indietro, direttamente allo stadio di cellula staminale totipotente: ottenendo così staminali “embrionali” senza produrre embrioni, creando degli ibridi che hanno le stesse caratteristiche delle staminali embrionali. “Si tratta di una clonazione, ma di cellule – dice al Foglio lo scienziato Angelo Vescovi – che in un solo colpo risolve due problemi: quello etico degli embrioni e quello medico del rigetto da parte del corpo umano: è il futuro”.

Col grasso niente problemi etici

Creare staminali embrionali e non embrioni, superare la clonazione terapeutica, tecnologia già vecchia. “La cosiddetta clonazione terapeutica per me è un non evento – ha dichiarato Alan Trounson, direttore del Monash Institute of Reproduction and Development in Australia – come metodo per sviluppare terapie semplicemente non è realistico”. Per scarsa efficienza, scrive Nature Medicine, e perché prelevare ovuli umani per esperimenti di clonazione è doloroso e dispendioso, tecnicamente complicato ed eticamente “un campo minato”. “Non si può fare affidamento per sempre sugli ovuli umani, quando c’è una via migliore – ha detto Jose Cibelli, professore di Biotecnologia animale all’Università del Michigan – e posso prevedere che la clonazione terapeutica diventerà obsoleta”.

Una buona risposta a chi (compresi i fautori del referendum contro la legge 40) continua a sostenere che la ricerca sugli embrioni sia l’unica strada per curare gravi malattie, che il progresso non possa prescinderne, mentre il mondo aspetta col fiato sospeso buone notizie per i malati. Poi il Monde pubblica in prima pagina una notizia gigantesca e non se la fila nessuno (a parte Adriano Sofri nel dibattito con Massimo D’Alema a Trento): un’équipe di scienziati del Cnrs di Nizza è riuscita a ricavare cellule totipotenti, paragonabili alle cellule staminali embrionali, da adipe umano, dopo aver separato, attraverso la liposuzione, il grasso cattivo dal grasso buono (i tessuti adiposi rappresentano il 10 per cento del peso in un adulto sano e il 50 per cento negli obesi).
 
Il gruppo guidato da Christian Dani, il cui lavoro sarà pubblicato sul Journal of Experimental Medicine, ha reperito le cellule riparatrici, le ha coltivate e poi le ha iniettate per fabbricare un muscolo di topo. Il prelievo attraverso liposuzione è una tecnica sperimentata, il grasso non pone problemi etici, si evita il rigetto perché al malato vengono iniettate le proprie cellule, l’adipe è una risorsa inesauribile. Allora, davvero, si spera che dalle nostre parti non siano così oscurantisti da voler fermare il progresso scientifico seguendo la strada superata della ricerca sugli embrioni.

#190 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mar 10 Mag 2005 8:33 am
Oggetto: L'invenzione del pre-embrione
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Il termine del pre-embrione, accompagnato dallo spartiacque del 14esimo giorno dopo il concepimento, è solo un raffinato espediente linguistico per spostare in là l'inizio della vita umana e consentire la ricerca scientifica su embrioni umani vivi.
 
Il giorno che inventarono il pre-embrione
di Giorgio Maria Carbone* - (C) AVVENIRE - Inserto E' VITA - n. 31 - 7 maggio 2005 - prima pagina
 
Alcuni biologi e ginecologi che fanno fecondazione extracorporea non vogliono riconoscere le conclusioni della biologia dello sviluppo, secondo le quali l’embrione, fin dal momento in cui uno spermatozoo umano è entrato in un oocita umano, è un essere vivente individuale della specie umana. Questi biologi e ginecologi si sforzano, ma invano, di coniare dei nuovi termini per posticipare il carattere umano dell’embrione. Cercano cioè di manipolare il linguaggio dicendo in modo ingannevole che l’embrione nelle sue prime settimane di vita è un uomo in potenza, è un ootite, un oosoma. Ora ci soffermiamo sul neologismo più diffuso, ma già rifiutato da tempo dalla comunità scientifica internazionale, il pre-embrione.

Il termine "pre-embrione" è stato coniato per indicare quello stadio della vita prenatale che va dalla fecondazione fino alla comparsa della linea primitiva, cioè fino al 14° giorno. Secondo costoro il pre-embrione apparterrebbe a una categoria intermedia tra le cose e gli individui umani e, perciò, dovrebbe ricevere un rispetto superiore a quello che si ha per un tessuto umano, ma inferiore a quello riconosciuto agli uomini; e ciò al fine di permettere lo studio e la libera sperimentazione sul pre-embrione stesso. L’introduzione del termine pre-embrione è stata in parte giustificata dal fatto che non tutti i blastomeri sono coinvolti nella formazione del feto, in quanto alcuni di essi concorreranno alla formazione dei tessuti della placenta, che la blastocisti non è un’entità coerente, e che la differenziazione cellulare sarebbe rivolta non alla costituzione dell’embrione ma allo stabilirsi di interazioni fisiologiche con l’endometrio uterino. Quindi il termine embrione andrebbe limitato o solo a quelle cellule destinate a formare il feto, oppure a quella fase della vita intrauterina successiva al 14° giorno dalla fertilizzazione.  Infine è stato anche proposto di chiamare il prodotto del concepimento, fino al 14° giorno, "placenta", in quanto il 98% delle cellule totipotenti formerà non l’embrione, ma gli annessi embrionali e la placenta.
 
Questi argomenti potrebbero avere un significato biologico e morale solo se si dimostrasse che i tessuti extraembrionali non hanno alcun significato biologico e morale. Ma la placenta ad esempio non è solo un semplice tessuto umano, perché è vitale per lo sviluppo e il mantenimento del feto, e inoltre esiste una precisa relazione tra la crescita della placenta e quella del feto. In altri termini un embrione o un feto non può esistere e svilupparsi senza i tessuti extraembrionali.

Il termine "pre-embrione", accompagnato dall’indicazione del quattordicesimo giorno, è proprio solo un raffinato espediente linguistico per spostare in là rispetto al concepimento l’inizio della vita umana e consentire le sperimentazioni scientifiche su embrioni umani vivi in modo da legittimare la libertà della ricerca scientifica. Questo neologismo non è accettato dalla biologia, la quale invece constata che dal primo unirsi dei gameti c’è un individuo che si sviluppa in modo graduale e continuo. Esso è usato soltanto da coloro che operano la fecondazione artificiale e la manipolazione embrionale senza fondamento biologico e con fini puramente strumentali; perciò è una categoria puramente di comodo.
 
L’embriologa inglese Anne McLaren ha ammesso che la distinzione fra pre-embrione ed embrione è stata introdotta a causa di una pressione proveniente dall’esterno della comunità scientifica. Jérôme Lejeune, l’autorevole genetista che scoprì la sindrome di Down, parla del pre-embrione come di un "neologismo inutile": "Inutile sotto il profilo scientifico, perché prima dell’embrione non ci sono che l’ovulo e gli spermatozoi e fino a quando non avviene la fecondazione, non esiste alcun nuovo essere. Non vi è dunque un pre-embrione, perché l’embrione è, per definizione, la forma più precoce di una creatura"; tuttavia è "una contorsione semantica ricca di sottintesi perché [...] si potrebbe lasciar credere che essi non meritano il rispetto che si porterebbe a degli embrioni riconosciuti come tali".  E un suo collega Bernard aggiunge che usare il termine pre-embrione "sembra un poco come definire una donna "un pochino incinta". Perché il pre-embrione non esiste: il miracolo della vita è proprio nel fatto che ognuno di noi viene da una sola cellula, l’uovo materno fecondato dallo sperma paterno, che contiene in potenza il fegato, i polmoni, il cuore e il cervello, tutto uno Shakespeare insomma e tutto un Hitler. E questo è un embrione, non un pre-embrione".

Recentemente due autorevoli studiosi, considerando la continuità e la gradualità dello sviluppo dell’embrione, hanno affermato che l’uso di questo termine, oltre a essere inutile, perché non aiuta a chiarire né gli aspetti etici né quelli scientifici dell’inizio della vita umana, può dar luogo a equivoci, perché può indurre nell’errore di pensare che queste cellule non costituiscano un organismo vivente umano, ma qualcosa di inferiore o di pre-umano. Ultimamente il professore e biologo Roberto Colombo ha fatto notare che questo termine «non viene usato negli articoli scientifici se non da pochissimi autori che lavorano nel campo della fertilizzazione in vitro, segno che non vi è alcuna ragione di ordine scientifico per introdurre questa distinzione, ma solo una convenienza pratica per dare una giustificazione etica e giuridica alla manipolazione e distruzione degli embrioni precoci».

Infine, dire che il prodotto del concepimento fino al 14° giorno dalla fecondazione è placenta perché il 98% delle sue cellule formerà la placenta, è come dire che il corpo umano è acqua perché più dell’80% del suo peso è acqua! Ma ognuno di noi si ribella davanti a questo modo di ragionare, che è quanto meno riduzionistico, perché circoscrive il tutto ad aspetti quantitativi tacendo altri aspetti che sono molto più determinanti.
 
In altri termini, l’embrione nei suoi primi giorni di vita non è "un cumulo di cellule" come le cellule ematiche contenute nella sacca dopo che abbiamo fatto la donazione di sangue. Potrai mettere quelle cellule ematiche in qualsiasi terreno di coltura alla temperatura più adatta ma non si moltiplicheranno mai, non si differenzieranno. Invece, l’embrione unicellulare o pluricellulare moltiplica continuamente le cellule di cui si costituisce, le differenzia e le organizza per virtù propria grazie al proprio genoma: si sviluppa in modo continuo e graduale per diventare feto, neonato, bambino, giovane, adulto e vecchio. L’embrione indica semplicemente uno stadio dello sviluppo di un organismo vivente, il primo stadio del suo sviluppo. E se lo spermatozoo e l’oocita che sono alla sua origine appartengono alla specie homo sapiens sapiens anche l’embrione, il feto, il neonato, il bambino saranno della specie homo sapiens sapiens.

Il problema serio non è tanto quello di denominare il fenomeno, ma piuttosto quello di affermare il suo contenuto e di offrire protezione alla vita umana fin dai suoi momenti originari, altrimenti apriamo le porte a pesanti e arbitrarie discriminazioni nei confronti degli uomini più indifesi.
 
* Padre Giorgio Maria Carbone, domenicano, insegna Bioetica a Bologna presso la Facoltà teologica dell’Emilia Romagna. Autore di numerosi testi sui temi della procreatica, padre Carbone è anche apprezzato conferenziere e divulgatore. Laureato in giurisprudenza all’Università di Genova, specializzato in bioetica al Policlinico Gemelli di Roma, baccelliere in Filosofia presso lo Studio filosofico domenicano, Carbone è dottore in teologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino di Roma. È autore del prezioso libretto «La fecondazione extracorporea. Tecniche, valutazione morale e disciplina giuridica» e del recentissimo «L’embrione umano: qualcosa o qualcuno?», ma anche di opere teologiche («L’uomo immagine e somiglianza di Dio»), tutti libri delle Edizioni studio domenicano di Bologna.

#189 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Lun 9 Mag 2005 10:54 pm
Oggetto: Il Comitato "Scienza & Vita" respinge i sostenitori dei "sì" ai referendum
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di www.zenit.org - 9 maggio 2005
 
ROMA, lunedì, 9 maggio 2005 (ZENIT.org).- L’annuncio, dato il 27 aprile, sulla imminente pubblicazione di un documento del Comitato “Ricerca e Salute” sottoscritto da un centinaio di scienziati, biologi e genetisti, che invita a votare “sì” ai quesiti referendari sulla legge 40/2004 del 12 e 13 giugno, ha suscitato molte reazioni veementi in Italia.

Nel coro di voci contrarie figura, in particolare, la professoressa Paola Binetti, Presidente del Comitato “Scienza &Vita”, la quale ha espresso un netto “no” ad ogni possibile misura che vada contro il diritto alla vita e la dignità degli embrioni, e che mini il valore della famiglia e metta a repentaglio la salute della donna.

Per meglio conoscere e comprendere la natura di questo Comitato così come le ragioni per il non-voto ai referendum, ZENIT ha intervistato la professoressa Paola Binetti.

D. Perché il Comitato “Scienza &Vita”? 

Prof.ssa Paola Binetti: Il Comitato “Scienza &Vita” è stato fondato nel momento in cui la Corte Costituzionale ha ammesso al voto i quattro referendum abrogativi relativi alla Legge 40 del 2004. Il suo scopo è quello di difendere una legge che è stata frutto di un intenso lavoro parlamentare che ha attraversato due legislature di diverso colore.

E’ una legge che vuole tutelare la vita nascente fin dal suo primo insorgere, vuole affermare il diritto dell’embrione ad essere trattato come fine e non come mezzo e vuole anche difendere il valore della famiglia come contesto naturale in cui un figlio ha diritto ad essere accolto.

Il Comitato fa suoi questi obiettivi e con l’aiuto di oltre cento tra esperti di campi diversi desidera portare avanti una intensa campagna di informazione e di formazione per raggiungere in modo capillare persone di tutti gli ambienti e dei più diversi livelli sociali e culturali, per offrire a ciascuno con il giusto linguaggio l’opportunità di riflettere su temi cruciali, quali la vita e la sua dignità, la famiglia e la sua specificità, la ricerca scientifica con il suo valore e con i suoi limiti.

D. E' la prima volta dal 1948 che le diverse organizzazioni cattoliche si trovano unite per il raggiungimento di un obiettivo comune. Qual è la posta in gioco?

Binetti: Le organizzazioni cattoliche hanno spontaneamente trovato un accordo tra di loro su questi temi, senza nessuna forzatura. E’ vero che il Cardinal Ruini, analogamente alle scelte del Comitato “Scienza & Vita”, si è espresso a favore dell’astensione. Ma come sa bene chiunque sappia quanto è variegato il mondo cattolico, non basta una indicazione dall’alto per far coagulare tante energie rispetto ad un comune obiettivo.

Il valore della vita si impone all’attenzione dei cattolici come un valore indiscusso che trova la sua più profonda argomentazione nella indisponibilità della vita umana, su cui nessuno può ergersi a padrone. La vita umana appartiene anche al soggetto come un bene da amministrare e non come un bene di cui disporre in modo arbitrario, al punto che nessuno può togliersi la vita o esporla in condizioni di grave pericolo senza una valida motivazione.

L’unità nella convergenza del comune sentire è scaturita proprio dalla responsabilità che ognuno sente nei confronti della vita e che da sempre rappresenta un punto qualificante della comune radice cattolica.

D. Quali sono le ragioni che vi vedono favorevoli alla legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita?

Prof.ssa Paola Binetti: Le ragioni possono essere facilmente enucleate nei punti che i quattro referendum tentano di abbattere:

a) L’embrione ha diritto a vivere come qualsiasi altro uomo. Se è vero che non ci sono ancora argomentazioni assolute che fissino il momento esatto in cui comincia la vita umana, ci sono innumerevoli prove che confermano come fin dal primo momento si innestano una serie di processi che hanno carattere di continuità e come tali impegnano ognuno di noi a garantire in ugual modo ognuna delle fasi dello sviluppo dell’embrione. La vita, ogni vita, sembra strutturata in modo da poter tutelare se stessa, se non intervengono fattori di disturbo che ne alterano la dinamica propria. E la vita umana, per la sua specifica dignità, mostra questo carattere di profonda finalizzazione che la fa tendere al suo fine proprio: vivere.

b) La dignità dell’embrione impone la difesa dei suoi diritti e l’opposizione ad ogni possibile forma di strumentalizzazione, poiché il fine non giustifica i mezzi e in questo caso, in modo particolare, l’embrione ha carattere di fine e non di mezzo. Il Comitato S&V auspica che si possa accedere ad una ricerca sempre più avanzata e coraggiosa, con un impegno di mezzi e di risorse coerenti con la qualità degli obiettivi che si vogliono raggiungere, ma senza perdere di vista che il fine specifico della ricerca clinica, perché di questo si tratta in ultima istanza, è il bene che ne può ricavare il malato che partecipa al progetto di ricerca. La ricerca sull’embrione ha senso solo se si orienta concretamente al bene dell’embrione stesso.

Il Comitato S&V ritiene che il dibattito orientato alla tutela dell’embrione ha promosso di per sé un considerevole processo di sviluppo non solo delle conoscenze scientifiche, ma anche della riflessione etica ed antropologica nella scienza e nella coscienza dei ricercatori e di ogni uomo, che abbia voluto aprirsi ad una comprensione più profonda del mistero della vita. E questo è già un bene, perché come recita un famoso aforisma: Veritas liberabit vos. E’ la verità che ci farà liberi, intendendo per verità in questo caso una conoscenza fondata su prove certe.

c) Un terzo motivo che ci fa schierare dalla parte della legge è l’attenzione posta al valore della famiglia. Non si tratta soltanto di escludere la fecondazione eterologa, ma di promuovere la consapevolezza che un bambino al momento della nascita ha bisogno di un contesto di accoglienza stabile, in cui i due genitori si trovano in posizione paritaria: una sorta di applicazione del principio delle pari opportunità, per cui il figlio si riconosce in entrambi non solo sotto il profilo biologico, ma anche sotto quello affettivo ed effettivo. Chi conosce le modalità concrete con cui si svolge il processo della fecondazione medicalmente assistita sa che la relazione che ciascuno dei due coniugi mantiene con l’equipe medico-biologica che li assiste è particolarmente intensa. Dalle implicazioni psicologiche a quelle più strettamente fisiche, dalla iperstimolazione ormonale all’ansia da prestazione e al timore dell’insuccesso: si tratta di una parentesi particolarmente significativa sotto il profilo intrapersonale e sotto il profilo della relazione di coppia.

La condivisione di queste diverse fasi, con i vissuti che ne scaturiscono per ciascuno dei due coniugi separatamente e per entrambi rappresenta una importante opportunità per rafforzare il loro vincolo e disporli all’accoglienza della nuova vita. Ma se uno dei due, per le ragioni più diverse, resta escluso è tutta la dinamica della vita di coppia che ne risulta influenzata e che può andare incontro a tensioni nuove, che scaturiscono nel momento in cui si rafforza il vincolo relazionale con il medico e si indebolisce quello con il partner. Difendere quindi questa simmetria di ruoli rispetto alla vita nascente ha una valenza psicologica molto forte, probabilmente superiore a quella stessa che scaturisce dalla necessità successiva di conoscere i propri genitori biologici. Dal momento che più forte e soddisfacente è il legame che il bambino stabilirà con i suoi genitori considerati nella loro singolarità, ma anche nella reciproca e forte dinamica di coppia parentale, e minori saranno le possibili incertezze, i dubbi, le insoddisfazioni che potranno emergere negli anni successivi.

d) Infine riteniamo che questa legge tuteli la salute della donna più e meglio di quanto non facciano le proposte referendarie. Il grande risuonare che una parte della stampa promuove nell’opinione pubblica sostenendo che questa legge rappresenta una pregiudiziale per la salute della donna ci sembra faziosa. La salute della donna meriterebbe una serie di interventi di carattere preventivo molto più seri, con una attenzione alle cause della infertilità capace di andare davvero alle radici dei problemi sia sul piano biologico che sul piano degli stili di vita.

Tutelare la salute della donna significa, ad esempio realizzare un progetto sociale di più ampio respiro, in cui sia possibile accedere alla maternità nell’età fisiologicamente più adeguata, garantendole allora modi e mezzi per realizzare sia un progetto di svincolo dalla famiglia di origine,che un programma di inserimento professionale adeguato. Oggi tutti le rilevazioni statistiche concordano sul fatto che nella nostra società la donna acceda alla maternità dopo i 35 anni e lo faccia nel contesto di un ritmo di vita particolarmente accelerato e non sempre soddisfacente sul piano delle sicurezze personali e professionali.

Ci sono ragioni di ordine ecologico che mettono in risalto come l’inquinamento, a cui uomo e donna sono esposti nella quotidianità della loro vita, pregiudica in modo significativo il delicato equilibrio della loro salute riproduttiva. C’è una cultura che per anni ha cercato di invischiare il senso della maternità, subordinandolo ai progetti di realizzazione personale e professionali, considerati come gli indicatori di assoluta garanzia per la conquista della felicità. Una cultura che ha profonde radici contraccettive e che in ogni caso considera il figlio come un fattore di rischio per la propria realizzazione, per cui la sua programmazione va attentamente calibrata per contenerne le possibili conseguenze negative.

Oggi giustamente si scopre e si sostiene che la maternità è una delle forme di eccellenza con cui si esprime la femminilità e si vede nel rischio delle culle vuote uno dei fattori di maggiore indebolimento per la nostra cultura e la nostra tradizione. Ma c’è anche un altro fattore da non sottovalutare: la scienza sta scoprendo che la donna è in un certo senso un laboratorio vivente di grandissime prospettive e non vi è dubbio che esista uno specifico contributo che solo lei può dare.

Tutelare la donna e la sua salute riproduttiva, come si cominciò a dire 10 anni fa in occasione della conferenza di Pechino sulla donna, oggi richiede un pensiero nuovo sulla femminilità più che sul femminismo, sul valore di certe scelte, anche in termini di corporeità, che rispettino la naturalezza di certi bio-ritmi. Tutto al più si tratta di assecondarli, di potenziarli, non di sostituirli o di stravolgerli per perseguire una linea di ricerca che una volta di più usa la donna, per fini nobili come la tutela della salute di altri, ma non certamente per la tutela della sua salute.

D. Perché vi opponete ai referendum?

Prof.ssa Paola Binetti: Perché siamo a favore dell’embrione e dei suoi diritti, perché siamo a favore della scienza e dei criteri che ne regolano lo sviluppo, perché siamo a favore della donna e del rispetto della sua natura.

I fautori dei referendum desiderano affermare la strumentalizzazione dell’embrione, la parte debole del processo, per arrecare vantaggio ad altri, che meritano tutta la nostra attenzione sul piano umano e sul piano scientifico, ma che non possono soddisfare le loro legittime richieste facendone pagare il prezzo ad altre persone che si trovano in condizioni di maggiore fragilità rispetto a loro.

E’ una sorta di guerra tra poveri, in cui la difesa di entrambe le parti va presa da chi può avere una visione complessiva più ampia e meno schierata, nella consapevolezza che ora si richiede un surplus di studio e di ricerca per andare incontro ai bisogni di tutti, superando ogni logica disgiuntiva e mettendosi invece nell’ottica di trovare un equilibrio che soddisfi i bisogni di tutti.

D. Da più parti è stato percepito il rischio di una deriva eugenetica, se i referendum abrogativi venissero votati dalla maggioranza degli elettori. Qual è il suo parere in proposito?

Prof.ssa Paola Binetti: La deriva eugenetica che molti temono è quella che contrappone sani e malati, dicendo che i primi hanno diritto a vivere e i secondi no. Mi riferisco non solo alla prassi che si vorrebbe istaurare attraverso la diagnosi pre-impianto, che conserva ancora un ampio margine di dubbio. Infatti per evitare possibili falsi negativi oggi si tende a porre il margine di sicurezza sui possibili risultati in modo tale da eliminare anche quei soggetti che sono sani, ma su cui sussiste un sia pur minimo margine di dubbio.

La ricerca di un figlio sano a tutti i costi è legittima nelle aspettative di ogni madre, che vuole per i suoi figli il meglio; ma è scarsamente plausibile per un professionista che non ignora i rischi continui a cui la nostra salute è esposta in mille circostanze e a qualsiasi altra età. Si pensi agli incidenti di motorino, di auto e alle conseguenze che possono avere. Si pensi alle malattie infettive, sempre in agguato; alle patologie legate agli stili di vita; alle malattie metaboliche e a quelle immunitarie che insorgono successivamente; alle forme di disagio e di sofferenza che sono legate alle distorte modalità della vita di relazione in famiglia e nel proprio ambiente sociale…

Come si fa a pensare che oggi si possono eliminare tutte queste forme di malattia e come si fa a credere che sia lecito eliminare un soggetto che ne è portatore all’anno zero e non all’anno uno o due o dieci o trenta o novanta della sua vita…. Occorre pensare a come imparare e a come insegnare a convivere con la malattia che comunque presto o tardi irromperà nella vita di ognuno di noi, in forma più o meno grave, ma come parte integrante del nostro essere uomini e del nostro essere destinati a morire: il più tardi possibile e il meglio possibile, ma comunque prima o poi tutti dovremo fare i conti con la malattia come un segno concreto che è la cifra non solo della nostra corporeità, ma anche della nostra vita affettiva e relazionale.

Attenzione anche all’equivoco che oggi considera il malato che ha voce per gridare il suo desiderio di vivere tra i sani un po’ meno malato del malato che non può esprimere i suoi bisogni. Siamo tutti compresi in questa umanità sofferente, che non può vagheggiare l’utopia di un mondo senza malati e senza malattia, mentre invece dovrebbe attrezzarsi per fare spazio sempre meglio a chi soffre, mettendo a sua disposizione di volta in volta tutte le risorse disponibili.

L’eugenetica è una sorta di delirio di onnipotenza che l’uomo, e ancor più lo scienziato, persegue come affermazione del suo dominio sulla vita e sulla morte, mentre in realtà ognuno di noi può fare tutto il possibile per rendere migliore la vita dell’altro, prendendosene cura senza ignorare che i nostri limiti personali e quelli della scienza sono parte integrante della vita e del mondo in cui viviamo. Anche se questa accettazione consapevole della malattia e comunque del suo valore non ci esime dal fare di tutto per curarla e se possibile per risolverla, ma mai a prezzo di altre vite più deboli e più esposte a soffrire.

D. Perché avete scelto e promuovete il non-voto ai referendum?

Prof.ssa Paola Binetti: Perché il referendum è comunque un diritto del cittadino per esprimere il proprio punto di vista, ma non è un suo dovere e lui può decidere in piena libertà quale uso intende fare di questo diritto. D’altra parte in questo stesso modo si sono orientati in circostanze diverse molti degli attuali sostenitori dei referendum.

Perché gli attuali quesiti referendari stravolgono la legge, peggiorandone notevolmente l’impianto che tutela madre, padre e figlio, nel pieno rispetto delle esigenze della scienza. Perché riteniamo che la vita non possa essere messa ai voti e questioni di così grave impatto per il futuro della scienza e per il futuro della vita di tutti noi meritino un iter diverso.

Perché la campagna referendaria si sta giocando da parte dei proponenti referendari in chiave fortemente emotiva, mettendo in primo piano aspetti che facciano presa sull’opinione pubblica, senza rimandare adeguatamente ad uno studio approfondito dei problemi e delle conseguenze che possono scaturire dalla loro eventuale approvazione.

Si danno per certe soluzioni fanta-scientifiche e si omette di dare il giusto risalto a quegli studi sulle cellule staminali adulte, ad esempio, su cui si vanno progressivamente accumulando dati scientifici solidamente acquisiti con anni e anni di esperienze, condotte lontano dal clamore mediatico. Perché la maturità di una persona si esprime attraverso lo sforzo concreto con cui cerca di farsi una opinione solida su questioni così rilevanti, attraverso lo studio e la riflessione, per cui il nostro impegno attuale è tutto proiettato nel fare formazione dando informazioni, producendo materiale che aiuti a comprendere i problemi e che dia a ognuno la certezza che il non voto ha una forza probante maggiore anche rispetto al votare NO.

Nel non-voto alle argomentazioni di natura etica ed antropologica, biologica e psicologica si unisce anche una maturità capace di riflettere sulle strategie ottimali per raggiungere gli obiettivi che ci si propone. Si può andare contro corrente, senza paura di apparire poco “adulti” se si posseggono in profondità le ragioni delle proprie scelte e se si decide in piena libertà di partecipare al dibattito, senza farsi condizionare da argomentazioni che appaiono ad una prima lettura deduttive, ma che ad uno sguardo più attento rivelano la loro fragilità proprio perché mettono in discussione i valori portanti del pensiero occidentale: la vita e la scienza, non solo la scienza biologica, ma anche il sapere etico ed antropologico.

#188 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Lun 9 Mag 2005 11:09 am
Oggetto: Amato sull'astensione le spara sempre più grosse: in risposta un editoriale e due interviste
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C'era una volta l'elegante Amato
 
Saette & spropositi se mancano argomenti
 
Editoriale di Pio Cerocchi - (C) AVVENIRE - 5 maggio 2005 - pagina 2
 
Forse a chi seguiva quel dibattito, avrà dato qualche spiegazione in più, ma le dichiarazioni di Giuliano Amato diffuse alla stampa, e ieri riprese dai giornali, sono perentorie. Una condanna senza appello a metà strada tra codice penale e morale. "L’astensione – queste le parole attribuite all’ex presidente del Consiglio – è un delitto anche per la coscienza cattolica". Una bordata pesante che segue di un giorno quella sgradevole di Violante, per il quale l’astensione è un "escamotage politicistico", e che, però, è "solo" un errore (anche la rettifica tentata nelle ultime ore non attenua certo la sgradevolezza).

Insomma, archiviata l’enorme commozione per l’avvicendamento sul soglio di Pietro, e rientrato nei binari dell’ordinarietà il dibattito politico seguito alle elezioni regionali, il referendum torna al centro dell’offensiva del laicismo radicale contro quei cattolici e quei laici che individuano nell’astensione lo strumento più efficace, per evitare lo stravolgimento della legge sulla fecondazione medicalmente assistita. E ciò nella consapevolezza dei limiti e delle insufficienze di quella stessa legge, la quale, del resto, è considerata piuttosto come il "male minore", ovvero la mediazione migliore possibile con l’attuale composizione del Parlamento.

L’astensione, dunque, con l’obiettivo di far mancare il quorum della metà più uno degli elettori, in modo da invalidare una prova che gli astensionisti non hanno voluto, è comunque pienamente legittima. Essa, e non certo per caso, è nelle previsioni della legge istitutiva del referendum. Il voto referendario, infatti, ha natura diversa dagli altri passaggi elettorali ed anche dagli altri referendum previsti dalla Costituzione come potrà essere quello sulla "devolution", semmai questa dovesse essere approvata definitivamente dal Parlamento. Del resto i referendum abrogativi non sono altro che la chiamata di una parte dei cittadini (coloro i quali hanno firmato le richieste), rispetto alla quale non vi può che essere una totale libertà di scelta.

Se così non fosse, potrebbe avvenire che una minoranza di cittadini, ben sostenuta da opportune campagne mediatiche, riesca a condizionare con il proprio voto le scelte qualificanti di un intero Paese. Per questo l’astensione ha un proprio senso, ed è equiparabile – come dignità e come efficacia – al voto formalmente espresso sia con il "sì" sia con il "no". In altre parole, il raggiungimento del "quorum", costituisce una garanzia democratica, ed è proprio questa sua caratteristica a legittimare le eventuali campagne astensionistiche, come è – appunto – il caso del referendum sulla fecondazione assistita. Cosa che, in un’intervista di ieri, ammette anche il "laico" ministro Martino, il quale pur annunciando il proprio voto favorevole alla modifica della legge, riconosce però che l’appello all’astensione "è assolutamente legittimo".

E lo è ancora di più, possiamo aggiungere contestando l’ipse dixit di Amato – a sproposito nei toni come nel concetto – proprio perché la campagna per l’astensione affonda le sue radici nel profondo di quella coscienza (non solo credente, speriamo) nella quale irriducibilmente ciascuno può distinguere il bene dal male. Cosa che, per quanto riguarda almeno i cattolici, e contrariamente a quanto ha affermato Violante, è dibattuta e motivata (come questo giornale può ben provare). Comunque, visto che si parla di confronto, sarebbe anche bene ricordare che, se si è nelle regole, in democrazia non vi sono "delitti", ma solo opinioni. Meglio se responsabili.

 
Alfredo Mantovano (AN): "Non demonizzare il non voto: è costituzionalmente fondato"
Luca Liverani - (C) AVVENIRE - 5 maggio 2005 - pagina 11
 
D. Sottosegretario Alfredo Mantovano, lo sa che Giuliano Amato dice che «l’astensione è un delitto» anche per i cattolici?
R. Singolare questa demonizzazione: i Ds nel 2003 al referendum del Prc sull’articolo 18 teorizzarono con Fassino il non voto. Ora parlano di linea furbesca dell’astensione.

D. La segreteria Ds manda segnali più distensivi: votiamo sì, ma senza promuovere crociate ideologiche.
R. Posto che il termine crociata per me non ha un senso spregiativo, ricordo che senza l’aiuto dei Ds i Radicali non avrebbero mai raccolto le firme sufficienti. Chi ha concorso ad elevare le barricate non è stato certo chi ha voluto la legge 40, per la quale si è discusso per oltre sette anni. Noto del nervosismo tra chi si è sempre opposto a questa legge e mi stupisce la durezza di linguaggio di Amato. Il non voto, lo si è detto mille volte, è costituzionalmente fondato. Se è vero che dal non voto deriva l’invalidazione del referendum per norma costituzionale, c’è una differenza fondamentale tra il non votare ai referendum e non votare alle elezioni. Solo nel secondo caso c’è un rifiuto del sistema democratico.

D. Il fronte è trasversale sia tra i favorevoli che tra i contrari. Il ministro Antonio Martino dice che «i cittadini devono poter decidere da soli, non sono imbecilli». Che se si vieta l’eterologa bisognerebbe vietare anche l’adulterio. Ed esclude un ritorno al Far West della provetta.
R. Quando non c’era la legge io una sera, girando tra i canali televisivi, ho assistito alla televendita di ovociti per la fecondazione, da parte di uno dei sostenitori, non un politico, dei referendum. E poi non si può affrontare un tema così delicato con le battute: Martino che conosce bene gli Stati Uniti dovrebbe sapere che lì c’è una casistica sempre più consistente di crisi di coppia scatenate da una nascita ottenuta con l’eterologa: problemi di identità sia del figlio, che dei genitori giuridici che non sono quelli biologici. Senza citare ogni considerazione sulla sorte degli embrioni o sul fisico della donna sottoposta ai bombardamenti ormonali. Il pensiero che quel figlio non sia proprio è una bomba a orologeria che prima o poi esplode tra i coniugi. Ovviamente non è comparabile con l’adozione, dove esiste già un essere umano abbandonato.

D. Stefano Rodotà dice che «servono nuove regole», ma «guai a confidare in un uso autoritario del diritto».
R. A qualche giorno dalla conclusione della sua esperienza al vertice dell’Authority sulla privacy, è un’affermazione molto interessante: per 8 anni abbiamo assistito a una serie di limiti non sempre immediatamente percepibili, derivanti dall’autorità guidata dal professor Rodotà. Ora dice che ci vuole elasticità. Esistono regole che spesso appaiono come dei formalismi, altre poste a tutela della vita umana e della famiglia, beni naturali che hanno fondamento costituzionale. E basta con questa storia che i difensori della legge 40 sono il partito della Cei o la quintessenza del clericalismo. È una battaglia laica. Il Papa a inizio d’anno parlò di quattro sfide per l’umanità: pane, pace, libertà, vita. Perché se si parla di pane, pace e libertà non c’è rischio di essere bollati come clericali?

 
Emanuela Baio Dossi (DI): "E' una scelta più che legittima. Mettiamo alla prova questa legge"
 
Angelo Picariello - (C) AVVENIRE - 5 maggio 2005 - pagina 11
 
«Ho votato la legge sulla procreazione assistita. E non ho cambiato idea». La senatrice della Margherita Emanuela Baio Dossi non condivide la scelta di Antonio Martino, il quale preannuncia che voterà di «quattro sì» ai referendum, e sceglie «in linea con la Costituzione», per il non voto, non ritenendolo affatto un «delitto», come invece lo definisce Giuliano Amato. «La vera mediazione si può fare mettendo alla prova questa legge, per tre anni».

D. Ma Martino arriva a mettere in discussione, al di là del merito, persino l’opportunità di mantenere in vita il quorum per il referendum.
R. Io dico invece: meno male che c’è la Costituzione del ’48. Trovo anzi singolare che un ministro della Repubblica, esponente fra l’altro del partito di maggioranza relativa, metta in discussione un pilastro della nostra democrazia.

D. Tale è, a suo avviso, il quorum?
R. Certo. Se è stato previsto per il referendum e non per le altre consultazioni elettorali una ragione c’è. È legittimo che un cospicuo numero di cittadini chiedano un referendum, ma è altrettanto legittimo che la maggioranza dei cittadini possa non ritenere opportuna tale consultazione, preferendo che sia il Parlamento a decidere, come ha deciso. Credo che, comunque, per chi pensava che questa legge fosse perfettibile ci sarebbero state strade diverse, dal referendum.

D. Quelle ci sono ancora in verità, se il referendum non passa. A quale strada pensa?
R. Penso a una sperimentazione triennale sulla legge, che è stata il frutto di un’approfondita riflessione e non può essere cambiata a colpi di referendum: ha una sua coerenza di impostazione per cui non si può intervenire su un articolo senza minare anche gli altri.
 
D. Ad esempio?
R. Ad esempio l’articolo 1 che parla di diritti del concepito è alla base delle successive previsioni, sull’analisi pre-impianto, per la ricerca sugli embrioni, e il congelamento degli stessi.

D. Amato era intervenuto per proporre una mediazione. Ora addirittura definisce «delittuosa» l’astensione.
R. Credo che questa sia la migliore risposta possibile, allo stato attuale, tenendo conto degli aspetti etici, scientifici e giuridici. Poi, ripeto, dopo una fase sperimentale si potrà avviare un’altra riflessione. Trovo però confortante che le critiche siano assolutamente trasversali, penso anche alla Prestigiacomo, come trasversale è stata l’intesa raggiunta su questo testo, al di là di schieramenti e pregiudizi.

D. Ma il sondaggio di Italia Oggi smonta un altro pregiudizio diffuso: che il Parlamento abbia deciso contro il volere delle donne.
R. Confesso che sono stata positivamente sorpresa da quel sondaggio. Dimostra che la maggioranza delle donne è contraria sia all’eterologa, sia alla ricerca sugli embrioni, che sono fra i fondamenti della legge.

D. Martino dice che sarebbe meglio non avere alcuna legge.
R. Ma qui non si interferisce sulla libertà della coppia. È la coppia stessa che si rivolge a centri medici per un aiuto e lo Stato deve tutelare questa scelta, evitando che ci siano strutture in cui sia possibile, su una materia così delicata, fare tutto e il contrario di tutto.

#187 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Lun 9 Mag 2005 8:23 am
Oggetto: Gli inganni dei referendum sulla legge 40
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di Claudia Navarini - www.zenit.org - 8 maggio 2005
 

Perché non recarsi alle urne il 12 e 13 maggio non significa mancare di senso civico? Le ragioni sono molte, e ben chiarite dalle tante affermazioni pronunciate in questi giorni dai rappresentanti del fronte trasversale del “doppio no”, cioè dell’astensione.

Cerchiamo di raccoglierle. Intanto non andare a votare ad un referendum è un diritto, insieme a quello di votare. Non si tratta infatti di elezioni politiche o amministrative, in cui lo stato chiama i cittadini ad eleggere i loro rappresentanti nelle sedi appropriate, e in cui astenersi equivale a rifiutare la propria collaborazione all’organizzazione dello stato stesso.

Qui è un gruppo di cittadini che chiamano gli altri ad intervenire per modificare, secondo una procedura straordinaria (la consultazione referendaria, appunto), una legge esistente. È lecito obiettare a questa chiamata, esprimere il proprio dissenso non solo rispetto ai contenuti del referendum (il “no”) ma anche rispetto al referendum stesso, che non si voleva. Ecco quindi l’astensione, consapevole e militante.

Inoltre, non andare a votare esprime un’obiezione sulle modalità con cui è stata eseguita la raccolta delle firme necessarie all’ammissione dei quesiti referendari. Spesso tale raccolta è stata fatta in modo ingannevole, arruolando persone ignare della reale posta in gioco o addirittura dicendo il falso, e proponendo slogan che venivano (che vengono) applicati “con superficialità o con malizia all’ambito della procreazione artificiale umana: ‘Perché non avere un figlio sano?’, ‘Milioni di malati guariranno con le staminali’, ‘Bisogna dare a tutti la possibilità di avere un figlio’, e così via (C. Navarini, Procreazione assistita? Le sfide culturali: selezione umana o difesa della vita, Portalupi Editore, Casale Monferrato 2005, pp. 30-32).

I quesiti referendari sono poi incomprensibili. L’unica parte dei quesiti che si può capire ad una semplice lettura è il titolo. E i titoli, in questo caso, sono quanto di più falso si possa immaginare.
 
(I titoli cui si fa riferimento nel presente articolo sono quelli utilizzati e diffusi dall'Associazone Luca Coscioni - cfr.  http://www.lucacoscioni.it/?q=node/2108 - link visitato il 9 maggio 2005, ndr)

Il primo quesito, ad esempio, porta questa intestazione: “Per consentire nuove cure per malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori”. Chi, di fronte ad una simile promessa, si ritrarrebbe? Eppure, l’inganno c’è, ed è di dimensioni colossali. Perché la “promessa” referendaria riguarda presunte terapie ottenibili mediante la distruzione di embrioni umani, per ricavarne cellule staminali.

La grande bugia scientifica è che le cellule staminali embrionali non sono una via promettente per trovare le cure indicate dal referendum: non esiste un solo studio attendibile sull’uomo che riporti risultati positivi per questa via, mentre esistono studi sull’animale che dicono il contrario, cioè che le cellule staminali embrionali sono poco governabili e altamente tumorigene. Al contrario, la letteratura è ricca di successi ottenuti con le cellule staminali “adulte”, reperibili nel sangue del cordone ombelicale fetale, nel midollo osseo, nel fegato, nel pancreas, nel cervello, nelle cornee, nei denti, nelle orecchie, nel tessuto adiposo…

Le cellule staminali adulte sono il futuro della ricerca, e sono moralmente lecite perché non richiedono la soppressione di embrioni. Infatti, anche se in un ipotetico futuro le cellule staminali embrionali si rivelassero “utili”, rimarrebbe il grave problema etico: non possiamo uccidere esseri umani – gli embrioni – per salvarne (forse) altri. La ricerca sull’embrione è già consentita dalla legge 40 (art. 13, c. 2), purché non danneggi l’embrione stesso, come richiede ogni sperimentazione su soggetti umani. Ogni vita umana, infatti, ha lo stesso valore e la stessa dignità, qualunque siano le sue condizioni: età, salute, razza, colore, intelligenza, forza, bellezza. Non possiamo dunque sostenere che la vita dell’embrione umano, solo perché più debole, vale di meno e può essere “sacrificata” per la ricerca. Come suonerebbe il referendum se la sua intestazione fosse: “Per la distruzione di esseri umani allo stadio embrionale a fini di studio”? O dovremmo piuttosto dire “a fini di lucro”?

Il secondo quesito si dichiara “Per la tutela della salute delle donne”. I referendari chiedono di revocare il limite massimo di tre embrioni da produrre e trasferire in utero, previsto dalla legge 40, sostenendo che in tal modo le donne avrebbero maggiori possibilità di ottenere il figlio desiderato, senza sottoporsi a nuovi e continui cicli di fecondazione. Anche qui, non si ammette un dato di fatto, e cioè che le donne sono meglio tutelate dalla legge 40 di quanto non fossero in passato, o di quanto non sarebbero se il referendum passasse.

Dovendo produrre al massimo tre ovuli, infatti, si riduce proporzionalmente la necessità di ricorrere a pesanti stimolazioni ovariche per indurre farmacologicamente l’ovulazione, con i rischi gravi – a volte letali – per la donna che tale stimolazione comporta, spesso imprudentemente sottovalutati. Inoltre, ad una massiccia produzione di ovuli si accompagna generalmente una scarsa qualità degli ovuli stessi, buona parte dei quali vanno scartati o espongono ad un maggior pericolo di patologie il concepito. Trasferire tre embrioni, poi, offre la maggior percentuale di garanzie di “bambini in braccio”. Oltre, le statistiche dicono che non aumenta più il numero delle nascite, ma solo quello delle morti embrionali o fetali, e le complicazioni della gravidanza.

Anche in questo caso, dunque, le regole poste dalla legge 40 contribuiscono a rendere un po’ più simile alla generazione naturale, e quindi un po’ meno traumatica, la fecondazione artificiale per le donne, prima usate quasi come le cavie animali su cui si sono esplorate, per molti anni, le potenzialità della fecondazione in vitro, ottimizzando e potenziando la riproduzione a scopo di mercato.

Questo quesito contiene un altro punto decisivo, ovvero l’abolizione del divieto di eseguire la diagnosi preimplantatoria. All’inizio sembrava ovvio: la fecondazione artificiale è per chi è colpito dalla sofferenza della sterilità. Ma ora il quadro sta cambiando, o forse è già cambiato: si vuole utilizzare le pratiche per scegliere le caratteristiche del figlio, per ora in negativo (non avere alcune malattie), un giorno non lontano forse in positivo (avere le caratteristiche desiderate). Stiamo passando dunque dal desiderio del figlio al figlio del desiderio, dalla logica del dono alla logica della selezione umana. Infatti, specularmene alla volontà di scegliere i figli sani, c’è la volontà di eliminare i figli malati

Al di là del fatto che la diagnosi preimpianto non offre garanzie di salute dell’embrione, che presenta un consistente numero di falsi negativi, che causa comunque (qualunque sia lo stato di salute) la morte di molti concepiti per il suo grado di invasività, c’è un’evidenza inquietante: tale diagnosi rappresenta il punto più basso di una mentalità eugenetica ancora drammaticamente viva.

Il terzo quesito
è identico al primo, con in più la cancellazione dei diritti del concepito sanciti dall’articolo 1, scomodo perché rende ragione di tutte le misure a difesa del concepito disseminate nella legge 40.

Il quarto quesito intende cancellare il divieto di ricorrere alla fecondazione eterologa. Tale tecnica è una di quelle più invocate da chi sostiene di essere “personalmente contrario”, ma comunque favorevole a consentire la pratica “per gli altri”. La fecondazione eterologa in effetti è raramente necessaria, e molti di coloro per i quali sarebbe “necessaria” non la vogliono, ritenendola una forma di accanimento, una strada troppo gravosa per avere comunque un figlio non biologico, almeno per uno dei due richiedenti. Molti preferiscono, a questa stregua, la più nobile via dell’adozione, che risponde al bisogno di una famiglia da parte di bambini che già ci sono, e che sono purtroppo numerosi.

La fecondazione eterologa, in altre parole, aggrava i problemi già insiti nelle tecniche di fecondazione artificiale, con pesanti ripercussioni sull’equilibrio sociale (come conciliare il diritto alla propria identità genetica del figlio con il diritto alla privacy del “donatore”?) e sulla famiglia, come dimostra il divieto di disconoscimento di paternità associato ovunque alla fecondazione eterologa. In troppe circostanze, in effetti, si sente di casi giudiziari in cui padri “unicamente sociali” hanno ad un certo punto percepito un’estraneità rispetto al figlio.

Non andare a votare ai referendum, quindi, esprime con chiarezza che il dibattito sulla questione dell’embrione, sul valore della vita umana e della famiglia non si può decidere a colpi di maggioranza, perché, come dice lo slogan del Comitato “Scienza & Vita”, “la vita non può essere messa ai voti” (www.comitatoscienzaevita.it). (Si segnala anche il felice slogan "sulla vita non si vota" che anima la campagna di sensibilizzazione lanciata da www.nonsivota.splinder.com, ndr

E infine, non andare a votare è il mezzo più efficace affinché la legge 40 non cambi. Anche votare “no”, infatti, costituirebbe in realtà un favore ai referendari. Un favore economico, visto che i promotori del referendum (qualunque sia il suo esito) ricevono un bonus in denaro al raggiungimento del quorum. E un favore elettorale, dato che aumenterebbe il numero dei votanti, magari quel tanto che basta ad avere il 50% più uno degli elettori, senza tuttavia superare numericamente il numero dei “sì”.

La lotta fra il “sì” e il “no”, infatti, è impari. Le forze a disposizione di chi non vuole cambiare la legge 40 sono esigue, a confronto di chi, invece, la vorrebbe stravolgere completamente con i referendum. Questo perché la sproporzione fra i mezzi di informazione controllati dai due schieramenti è abissale.
 
La sfida è epocale, e l’appello urgente: non andiamo a votare, perché la legge 40 è preziosa per continuare a riflettere su temi da cui dipende il futuro e la salute dell’umanità.

#186 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Gio 5 Mag 2005 10:44 pm
Oggetto: Nominare le cose con il loro nome
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Nominare le cose con il loro nome
 
La battaglia referendaria è tutta lì, infatti è già surreale lite sugli spot
 
Editoriale di Giuliano Ferrara - (C) IL FOGLIO - 5 maggio 2005
 
Pochi valenti combattenti della destra tradizionalista, ché la destra moderna e laica ha altro a cui pensare o insegue la cultura corrente sullo sdrucciolevole terreno del liberalismo soft, si battono contro il presidente della Commissione di Vigilanza Rai, il laico abrogazionista Claudio Petruccioli, sulla questione degli spot da mandare in onda per illustrare agli italiani, che ne sanno poco, su che cosa si deve votare il 12 e 13 di giugno. Bisogna sforzarsi di fare quel che su queste colonne tentiamo da tempo: nominare le cose con il loro nome.
 
Però i testi inviati dall’azienda spaventano gli abrogazionisti, perché non sarebbero abbastanza politicamente e linguisticamente corretti. Bisogna edulcorare, troncare, sopire, ridurre ogni formula a sapere cosiddetto scientifico, l’unico criterio di oggettività che il pensiero annullato e nullista dell’uomo contemporaneo conosca; bisogna evitare espressioni suggestive che potrebbero influenzare i cittadini, emozionarli o anche solo farli pensare in un registro diverso dal solito egotismo generico, dalla solita illusione dell’immortalità del corpo, dalla grande innovazione che è l’artificialità e la libertà di scegliere, ma per gli altri, come nascere e come morire, perbacco! Non vorrete mica che la gente si senta chiamata a decidere della vita o della morte degli embrioni concepiti, di un divieto di usarli e manipolarli e scartarli al servizio di ideali periclitanti e di quel super-ideale che è la catena del figlio sano, del curarsi e dello stare bene e dello sconfiggere la malattia e il dolore non attraverso la ricerca e la cura bensì attraverso l’eugenetica nichilista. Siamo matti?

I generali dell’unico esercito che per adesso sta combattendo trasversalmente questa battaglia, un’ammucchiata di sinistra e destra “moderne” interamente dalla parte del “sì”, hanno saputo trasformare con accuratezza tutti i termini della questione sottoposta a referendum, e vogliono insistere, e non vogliono che uno spot mal costruito sbarri la strada al dilagare della egemonia culturale delle loro idee.
 
La domanda vera alla quale si deve rispondere la conoscono tutti, anche i capi del fronte abrogazionista: è lecito usare esseri umani per stare meglio, scartandoli o manipolandoli? Lo scopo talvolta è nobile, ma il mezzo non riduce in brandelli la sua nobiltà? Varcata quella soglia, che ne sarà di noi e del nostro universo etico, della nostra libertà priva di contenuto e di criteri oggettivi che la legittimino?
 
Potete stare sicuri che alla fine, negli spot referendari varati dal Parlamento, non resterà nemmeno l’eco della realtà. E alla gente che guarda la tv si proporrà uno spettacolo simile alla tv: una bella teoria di spot scattanti, ottimisti, solari, liberali e molto scientifici, dove risuoni possibilmente il vuoto.

#185 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mar 3 Mag 2005 9:49 pm
Oggetto: Nei titoli dei referendum i promotori sbizzarriscono l'ideologia e insabbiano la verità!
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I nomi dati alle schede dal comitato promotore non coincidono con le intestazioni ufficiali.
E non viene rispettato nemmeno l'ordine con cui le domande ed i quesiti verranno sottoposti agli elettori.
 
Nessun problema: tanto la scelta, per Ds e Radicali è sempre "",
qualunque sia la domanda
 
 
Cambiar nome ai quesiti, una debolezza
 
di Pier Luigi Fornari - (C) AVVENIRE - Inserto E' VITA - n. 29 - 3 maggio 2005 - prima pagina
 
«I nomi conseguono dalle cose» recita un famoso detto latino. Un motto falsificato dall’attuale campagna referendaria sulla legge per la procreazione medicalmente assistita (Pma). Infatti il fronte referendario più che alla designazione delle materie effettivamente in questione ha preferito la strada degli slogan demagogici, strizzando l’occhio ad un femminismo di facciata che in realtà non è poi tanto amico delle donne. È quanto risulta confrontando i nomi dati ai quesiti dal comitato promotore con le intestazioni ufficiali presenti nel manifesto che sarà affisso in questi giorni in tutti i Comuni.

Ma oltre a barare sui nomi, i Ds barano anche sui numeri. Perché scambiano l’ordine ufficiale dei quesiti e delle schede. Un ruolo obiettivamente oscurantista. Absit iniuria verbis. Il metro di riferimento è la luce elettrica. Se la stacchi, puoi scambiare la crema da barba per un dentifricio. Qualcosa di simile potrebbe accadere agli elettori della Quercia, visto che il partito continua a dare ai quesiti una numerazione che non corrisponde a quella ufficiale decisa dalla Consulta e dal ministero dell’Interno. Allora: contrordine, compagni? Non serve. L’ordine è chiudere gli occhi sui quesiti e votare sempre e comunque sì.

Una responsabile della donne della Quercia, all’ultimo congresso del partito, invece di perorare l’uso delle cellule staminali embrionali, si scagliò contro quelli che vieterebbero l’uso di quelle adulte (sic!). Gli applausi arrivarono ugualmente. I militanti, anche quelli della Cgil, più che ragionare devono conformarsi. Così poco importa alla Quercia che quello che per la Consulta, il ministero dell’Interno e anche per l’associazione radicale intitolata a Luca Coscioni, è il primo referendum, nella numerazione del loro sito divenga il terzo (
www.dsonline.it). Anzi, il rimescolamento delle schede si presta a strizzare l’occhio al femminismo di facciata, alleato solo pro forma delle donne. Perché così può mettere al primo posto quello per La salute della donna (ufficialmente il secondo) per affermare un’opzione preferenziale per il mondo femminile.
 
Primo quesito (scheda celeste).
Navigando, navigando, le bugie vengono a galla. Cliccando sul sito dell’"Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica" (www.lucacoscioni.it) al primo posto figura ancora il quesito di abrogazione totale respinto dalla Consulta, quindi tutti i numeri delle schede sono posposti di uno. Ma non è questo il problema. Il fatto è che il primo dei quesiti ammessi viene così intitolato: Per consentire nuove cure per malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori. In realtà lo scopo di questo referendum è aprire la strada alla sperimentazione sull’embrione umano e alla clonazione mediante trasferimento di nucleo, sulla base della tesi che solo le staminali tratte dall’embrione servirebbero per curare queste malattie.
 
«È inevitabile che scatti la paura – avvertiva il genetista Angelo Vescovi, qualche giorno fa – perché le malattie del cervello (Parkinson e quant’altro) sono quelle che ci spaventano di più». Ma è una bugia dire che le staminali embrionali siano il rimedio. «Non c’è un settore di sperimentazione nel quale le cellule embrionali abbiano dato risultati, mentre sono a uno stadio avanzato le ricerche con le staminali adulte del cervello. È inaccettabile questo grado di mistificazione», assicurava il ricercatore, che è a conoscenza dello "stato dell’arte" a livello mondiale. Quanto ai tumori che si vorrebbe guarire, potrebbero invece costituire proprio l’effetto indesiderato dell’uso delle cellule staminali embrionali.
 
La denominazione adottata dai Ds (a parte lo scambio dell’ordine, questo è per loro il terzo quesito) è altrettanto fuorviante: Libertà di ricerca scientifica. Dimostra anche scarsa fantasia perché non fa che appropriarsi del titolo che i radicali avevano inizialmente forgiato per il loro quesito di abrogazione totale, non ammesso dalla Consulta. Per fortuna il manifesto di "Convocazione dei comizi" referendari e la relativa scheda, in questo caso celeste, ristabiliscono la verità, con la dizione: Limite alla ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni. Nessun attentato, quindi, alla scienza. Come non si può considerare un attentato alla scienza parlare di limiti all’utilizzazione dell’energia nucleare, o all’emissione di onde elettromagnetiche. È un limite razionalmente assunto, che si basa non solo su valori etici fondamentali, come la tutela della vita umana fin dall’inizio, ma che anche coincide con la necessità di privilegiare quei settori di ricerca nei quali sono presenti le eccellenze del nostro Paese (ovvero le cellule staminali adulte).
 
Secondo quesito (scheda arancione).
Passiamo alla scheda arancione, cioè al secondo quesito parzialmente abrogativo, che radicali e diessini denominano: La tutela della salute della donna. Ricorrendo al femminismo di facciata, la Quercia ha messo questo quesito al posto numero uno sia nel sito che nel vademecum curato ad hoc dai suoi deputati. Più correttamente sulla scheda che sarà presente nei seggi figura questa dizione: Norme sui limiti all’accesso. E in effetti la denominazione referendaria oltre a essere falsa (la legge 40 infatti tutela la donna) nasconde la verità.
 
Il punto cardine del secondo quesito – oltre alla eliminazione del divieto di produrre e impiantare non più di tre embrioni e di crioconservare i cosiddetti sovrannumerari – consiste nell’apertura incondizionata della Pma a chiunque ne faccia richiesta. In fatto di procreazione la provetta potrebbe divenire così nei fatti l’alternativa "moderna" all’atto coniugale. Qualcuno ha inteso che con la vittoria del referendum sarebbero ammesse solo le coppie portatrici di malattie genetiche e infettive. Non è così. Salterebbe invece completamente ogni limite, condizionato dalla legge 40 alla presenza di sterilità non curabile. Nel caso specifico dei portatori di malattie genetiche, ciò significa diagnosi preimpianto ed eliminazione degli embrioni umani malati. La soluzione del problema dei talassemici? Sì, ma una soluzione finale. Nel senso che verrebbero tutti eliminati, come peraltro i disabili. Tant’è che un’associazione internazionale di portatori di handicap (Disabled People’s International) si è espressa ufficialmente contro un tale tipo di eugenetica.
 
Veniamo ora alla tutela della salute della donna. Non è affatto la vittoria del referendum a garantirla. La normativa vigente, anzi, costituisce uno strumento di tutela, ad esempio, con il consenso informato per la prima volta obbligatorio ed estremamente dettagliato, anche sugli aspetti economici e psicologici. Tra l’altro, il divieto di produrre più di tre embrioni comporta stimolazioni ovariche meno intensive, e quindi meno rischiose, con l’intento di riportare l’ovulazione verso un processo naturale, e lasciando sempre libera la donna che voglia tentare un’altra strada di congelare gli ovociti. Invece consentendo di impiantare più di tre embrioni, come vogliono i referendari, si apre la strada a gravidanze plurime, rischiose per la donna come per i figli. Quindi, molto più giusta per il secondo quesito – vale a dire la scheda arancione – è la dizione del manifesto comunale: Norme sui limiti all’accesso.

Terzo quesito (scheda grigia).
Nel dare nome al terzo quesito, che figurerà nella scheda grigia, radicali e diessini sembrano aver esaurito la loro inventiva. Per l’autodeterminazione e la tutela della salute della donna, lo chiama il sito dell’associazione Luca Coscioni. Per l’autodeterminazione, il sito Ds. Ma la Quercia imbroglia ancor di più le carte, dando a questo referendum il posto numero quattro nel sito www.dsonline.it e il secondo nel vademecum curato dal gruppo dei suoi deputati. Comunque, più onestamente nel libretto dei parlamentari diessini il quesito viene denominato: Diritti del concepito. In genere i referendari con il termine autodeterminazione  censurano il fatto che in questo quesito sia in gioco il diritto del concepito, tutelato dalla legge 40. Si insiste solo sulla salute della donna, anche se tale referendum, identico al secondo salvo proporre anche l’abrogazione della tutela del nascituro, allarga a tutti la Pma. Infatti nella dizione del manifesto comunale che convoca il referendum tale quesito reca la denominazione Norme sulle finalità, sui diritti dei soggetti coinvolti e sui limiti all’accesso.
 
Quarto quesito (scheda rosa).
Quasi impossibile confondere le acque sul quarto quesito, contenuto nella scheda rosa, quello sull’eterologa. L’unico problema è che nel sito dei Ds figura come secondo, e nel vademecum dei deputati della Quercia come quarto. Nessun problema. Per Fassino e compagni cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. Fa sempre sì al referendum, e no alla dignità della vita umana fin dal suo inizio.

#184 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mar 3 Mag 2005 6:46 am
Oggetto: Il "pre-embrione" è una creazione della politica
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Dietro la progressiva apertura della legislazione spagnola alla sperimentazione sui nascituri c'è l'invenzione del concetto di pre-embrione, stratagemma per legittimare ogni genere di pratica.
 
Attenzione però perchè anche da noi c'è chi tenta di percorrere la stessa strada...
 
"Il pre-embrione? Un'invenzione della politica"
 
MIchela Coricelli - (C) AVVENIRE - Inserto E' VITA - n. 27 - 28 aprile 2005 - pagina 3
 
Sì alla ricerca con le cellule embrionali, sì alla selezione degli embrioni per fini terapeutici (prevista nella prossima legge sulla fecondazione assistita): la direzione scelta dalla Spagna – spiega ad Avvenire Luis Miguel Pastor, professore di biologia cellulare dell’Università di Murcia – «è unilaterale, e parte dall’accettazione del concetto di pre-embrione». Una posizione «simile solo alla Gran Bretagna», ma distante da «Italia, Germania e altri Paesi vicini».
 
D. Professore, in Spagna (e non solo), malgrado tante voci critiche anche dal punto di vista esclusivamente scientifico, si continua a parlare di pre-embrione...
R. Il termine venne assunto con la prima legge sulla riproduzione assistita nel 1988. A quei tempi c’era un rifiuto maggiore, da parte della società, nei confronti della riproduzione assistita, e nella norma fu elaborato un preambolo per giustificarla. Facendo riferimento all’esempio di altri Paesi, si parlava proprio di pre-embrione definendo così le prime fasi dello sviluppo, ossia i primi 14 giorni, come se quello non fosse un embrione.
 
In questo modo si evitava anche uno scoglio giuridico: in una sentenza del Tribunale costituzionale del 1985 relativa all’aborto si diceva che l’embrione è una realtà e un bene che va protetto. Definendolo pre-embrione invece si evitava la protezione garantita dalla sentenza. L’introduzione si basò sul modello inglese. Più tardi il governo guidato dal Partito popolare affrontò una riforma della legge: ma essendo solo una modifica, continuava a utilizzare gli stessi termini. Il nuovo progetto di legge che si sta elaborando segue la filosofia iniziale: è una contraddizione che il pre-embrione sia definito come "un embrione con meno di 14 giorni". Tutto questo indica bene la difficoltà di spiegare una realtà differente da quella embrionale, perché – dal punto di vista biologico – ciò che è previo all’embrione sono i gameti, nient’altro. Con la loro fusione si costituisce già l’embrione, con il proprio futuro e la propria continuità. Anni fa la nostra percezione del processo di sviluppo dell’embrione era più che altro genetica, ma ora è vitale, perché attraverso la fecondazione in vitro abbiamo scoperto che il divenire dell’embrione è biologico, proprio dell’essere vivo, in crescita ed organizzato. È una realtà dinamica. Insomma, non è un agglomerato di cellule: è unità nella totalità.
 
D. Nel documento sulla vita pubblicato il 4 aprile dai vescovi spagnoli si parla della responsabilità della scienza a servizio dell’uomo, accanto all’etica però...
R. La scienza dà i fatti, ma poi l’interpretazione di quei fatti scientifici comporta altre categorie mentali. La biologia può indicare in quale momento si produce l’inizio della vita insieme ad altri dati, ma poi questi vengono interpretati. Oltre 20 anni fa, coloro che elaborarono il termine pre-embrione utilizzarono argomenti già usati nel dibattito sull’aborto. In realtà la biologia non si trovava di fronte a una realtà diversa, ma quella parola serviva a giustificare una determinata tecnica. Al contrario, la biologia della riproduzione e dello sviluppo non ha mai avuto bisogno di un altro termine semantico al di fuori di "embrione": "pre-embrione" è un termine politico, un eufemismo, che appare solo nelle riviste di fecondazione assistita e che non si usa nella comunità scientifica internazionale. Tutto è continuità: non ci sono argomenti scientifici solidi che dimostrino l’esistenza di un pre-embrione. È anche vero che ci sono alcuni, qui in Spagna, che cercano di usare un altro termine, "pro-embrione", ma scientificamente tutto questo non è sostenibile....

D. Qual è il clima del dibattito in Spagna?
R. Indubbiamente nel mio Paese c’è un ampio dibattito su argomenti come la clonazione terapeutica... Secondo me in un’Europa in cui non c’è ancora un accordo sullo statuto dell’embrione, la Spagna ha assunto una posizione unilaterale, ha accettato la definizione di pre-embrione, considerandolo come una "cosa": non è certo quello che dicono nella loro legislazione Paesi come l’Italia o la Germania. La Spagna segue la linea della Gran Bretagna, e assume posizioni sempre meno controllate.
 
D. Cosa la preoccupa di più del prossimo progetto di legge di riproduzione assistita?
R. Per prima cosa l’accumulo degli embrioni: un nodo che resta aperto, anzi, viene aggravato, perché si permette la ricerca scientifica con cellule di embrioni in soprannumero. Altro tema: la possibilità di accedere a questo tipo di processi da parte di qualsiasi donna, al di là dell’età. Non c’è alcuna considerazione nei confronti del concepito, viene lasciato tutto nelle mani della donna. Mi preoccupa anche la cosiddetta diagnosi pre-impianto: passiamo da una sorta di eugenetica negativa – quella prevista finora – alla diagnosi per selezionare un potenziale donatore per un fratello malato. Dunque si elimineranno gli altri non perché malati ma perché non utili. Ovviamente non è una selezione per piacere, ma comunque risponde al desiderio dei genitori. Infine, mi allarma la possibilità di clonazione terapeutica o di ricerca... La Spagna diventa così il Paese più aggressivo nei confronti dell’embrione: basti pensare che è già possibile utilizzarlo come cavia. Domani il passo ulteriore potrebbe essere l’impiego come materia cellulare per i trapianti: è un’autentica svalutazione dell’embrione umano per interessi meramente produttivi, e questa è una contraddizione.
 
D. Una contraddizione con cosa?
R. Con le tecniche di riproduzione assistita che all’inizio avevano messo al centro, come protagonista, proprio l’embrione. L’obiettivo era avere bambini, nient’altro. Ora la situazione sembrerebbe capovolta a danno dell’embrione: è come una fabbrica in cui si produce per il mero consumo. Del resto, la procreazione umana non si limita solo alla riproduzione: nell’uomo è necessario un contesto di amore, un ambiente che rispetti la dignità della vita. Questo è il cuore della questione, ma non è la logica in cui si muove la tecnica: l’embrione viene considerato sempre più come una "proprietà" dei genitori o del ricercatore. In fondo, nella stessa dinamica della riproduzione in vitro c’è il concetto di controllo di tutte le variabili, perché si tratta di un’azione tecnica, che tende all’efficacia della produzione. Queste sono le estreme conseguenze implicite in quelle tecnologie.
 
Penso che oggi l’embrione sia l’essere umano più sfruttato: viene considerato come una sotto-specie: un atteggiamento che nei secoli passati si utilizzava con gli schiavi.

#183 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Mar 3 Mag 2005 6:34 am
Oggetto: Gli scienziati per il "sì" giocano sporco!!
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E' in arrivo il documento del Comitato Ricerca e Salute schierato pro referendum contro la legge 40. Punto per Punto Paola Binetti, presidente del Comitato Scienza & Vita, risponde alle motivazioni addotte dai sostenitori dei referendum.
 
Prima obiezione: quello che vogliono non ha come fine la cura della sterilità.
 
Gli scienziati per il "sì" confondono le acque
 
di Simonetta Fiorio - (C) AVVENIRE - Inserto E' VITA - n. 27 - 28 aprile 2005 - pagina 1

Sarà presentato a breve il documento del «Comitato Ricerca e Salute» che intende difendere i quattro quesiti referendari sulla legge 40. Anticipazioni di stampa già ieri ne riassumevano però alcuni aspetti: il numero dei firmatari (un centinaio), le loro qualifiche (si tratta di scienziati), taluni nomi (si parla di Umberto Veronesi, ma anche di Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco), e soprattutto i punti-chiave. Il testo segna un’evidente accelerazione della campagna referendaria. Ma quali sono le motivazioni che inducono gli aderenti al Comitato Ricerca e Salute a contestare la legge 40? I punti sono cinque. A ognuno di essi risponde Paola Binetti, presidente (insieme a Bruno Dallapiccola) del «Comitato Scienza & Vita» sceso in campo, invece, a difesa della legge sulla fecondazione assistita con la scelta del non voto.

La legge – dice il Comitato scientifico per il sì – limitando a tre il numero degli ovociti che si possono fecondare, e vietando il congelamento degli embrioni, aumenterebbe i rischi per la salute della donna diminuendo le probabilità di successo.

Una risposta va suddivisa in due parti: la prima riguarda i rischi per la salute della donna. Per tutelarla innanzitutto serve un’azione preventiva a tutela della fertilità. Infatti è poco credibile ritenere che questa tutela inizi con le tecniche di fecondazione. Questa è una legge "per la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità" e gli interventi in questo senso devono essere graduali e adeguati. Chi subisce l’iperstimolazione ovarica una volta e, in caso di insuccesso, la ripete una seconda e magari una terza, deve fermarsi a riflettere. Perché non ci sono stati i risultati attesi? Dopo un insuccesso, il margine di rischio non diminuisce se si ripete l’intervento quattro volte. Un accurato studio di ogni singolo caso può ridurre il ricorso a iperstimolazioni ripetute, e salvaguardare la donna che si sottopone a un intervento di fecondazione artificiale.
 
Quanto alle probabilità di successo – che diminuirebbero contenendo in tre il numero degli ovociti fecondati – oggi sono comunque limitate, e non per colpa del numero di impianti in utero. Se si vogliono aumentare le probabilità di successo va compiuta un’azione preventiva sulla salute riproduttiva della donna migliorando la qualità del lavoro tecnico scientifico negli istituti. Perché la legge ha scelto tre embrioni? Perché si è schierata in modo rigoroso contro la crioconservazione estesa all’infinito. Oggi sono migliaia in Italia quelli crioconservati, e già pongono problemi molto seri. Persino il documento dell’Accademia dei Lincei appena pubblicato quando chiede di destinare alla ricerca gli embrioni crioconservati si riferisce a quelli già congelati. Gli stessi accademici sembrano diffidare da ulteriori congelamenti. Quando la legge mette il limite di tre embrioni è perché pensa, al massimo, a una gravidanza trigemellare. Quindi i punti presi in esame dalla legge sono: cosa faccio se produco più embrioni? E, nello stesso tempo, cosa faccio se ne impianto uno solo e questo va incontro a un aborto spontaneo? Espongo la donna a un rischio maggiore rispetto all’impianto di due o tre. Va tenuto conto sia dei margini di successo sia di quelli d’insuccesso.
 
Secondo punto dei referendari: la legge, vietando la donazione dei gameti, impedirebbe a molte coppie sterili di avere figli anche quando uno dei due partner potrebbe essere genitore biologico.

Così formulato è un punto "accattivante". Sembra quasi che la legge vieti la "donazione" di gameti intesa come atto di solidarietà, di generosità. Sembra che questa legge "cattiva" vieti un gesto di altruismo. Attenzione: la legge ha come punto di vista la famiglia, tutela il bambino affinché abbia un padre e una madre che, biologicamente e effettivamente, siano identificabili. Difende il diritto del minore a sapere chi siano i genitori che lo hanno generato. E poi, basandoci sull’esperienza di altri Paesi, la donna accetterebbe un donatore qualsiasi? Vorrebbe le necessarie precauzioni perché questo donatore abbia tutti i requisiti, non solo oggettivi di qualità e salute, ma anche soggettivi, che soddisfino cioè quella rappresentazione mentale che per ogni donna dà corpo al figlio sognato. Ciò conduce fatalmente a una compravendita di gameti per ottenere il "fattore" perfetto. È una forma di selezione della specie».
 
La legge – dicono al terzo punto i referendari – proibisce la diagnosi pre-impianto nei casi di coppie a rischio per malattie genetiche, anche quando le probabilità di far nascere un bimbo affetto da una grave malattia sono altissime.

«Lo scopo di questa legge non è esercitare un’azione preventiva nei confronti delle malattie genetiche, ma di permettere a coppie sterili di avere un figlio. Questo non significa che il problema delle malattie genetiche non sia importante. L’articolo 1 della legge è molto chiaro: la fecondazione assistita è per le coppie sterili, non per le coppie feconde che vogliono orientare le loro scelte per poter avere un figlio il più sano possibile. L’equivoco va chiarito.
 
Quarto punto del Comitato Scienza e Salute: attribuendo al concepito, già allo stadio di poche cellule, gli stessi diritti delle persone già nate, la legge preclude qualsiasi ricerca scientifica anche sugli embrioni che andranno persi...

Le cose non stanno così. Se si impianta in utero il concepito (definito da qualcuno "ammasso di cellule"), cioè quello che si vuole fare attraverso questa legge, e lo si lascia crescere, si avrà esclusivamente un bambino. È faziosa l’idea che la vita nascente non meriti la stessa attenzione e i medesimi diritti di qualsiasi altro momento dell’esistenza umana. Anzi, tanto più è fragile, tanto più da parte nostra è necessario un impegno di solidarietà scientificamente fondata. Non possiamo pensare al concepito nella sua fase iniziale come se fosse altro da un essere umano. Nessuno nega che la vita inizi nel momento in cui lo spermatozoo penetra l’ovocita, facendo scattare una serie di reazioni che dimostrano come l’evento che si è verificato ha modificato qualcosa. Non è forse vita umana? Se si lasciano moltiplicare queste cellule, esse danno soltanto luogo a un uomo. E quest’uomo merita di essere tutelato.
 
Ultimo punto: l’equivalenza delle cellule staminali adulte rispetto a quelle embrionali non sarebbe scientificamente provata. Ma così la legge vieterebbe la possibilità di utilizzare le ricerche attraverso le cellule embrionali per combattere gravi malattie, da quelle degenerative a quelle tumorali.

Sono d’accordo sulla prima osservazione: infatti sulle cellule staminali adulte, come su quelle da cordone ombelicale, esiste una serie di dati scientifici assolutamente certi, ottenuti da scienziati di qualunque orientamento. Ci dicono che i risultati sono già spendibili sul piano clinico. Non è così per le staminali embrionali, e quindi l’equivalenza non è provata. Le embrionali, sicuramente dotate di maggiori possibilità di moltiplicazione ed elasticità, sono totipotenti. Ma sono indeterminate e hanno una minore capacità di autoregolamentazione e di controllo del processo moltiplicativo. Questo implica un rischio potenziale documentato di degenerazione tumorale.

#182 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Sab 30 Apr 2005 10:05 am
Oggetto: Sindromi da provetta per il figlio "artificiale"
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Il testo proposto è tratto dal periodico "Costruire in due" (n.4, 2004) del Punto Familia di Torino.
 
Sindromi da provetta per il figlio «artificiale»

di Giordano Muraro* - (C) AVVENIRE - Inserto E' VITA - n. 24 - 19 aprile 2005 - pagina 4

Il 10 febbraio 2004 è stata approvata la legge «sulla procreazione medicalmente assistita» con 277 sì, 222 no e 3 astenuti. Ammette la procreazione medicalmente assistita per tutte le coppie e solo per le coppie (sono esclusi i singoli), eterosessuali (sono escluse le coppie omosessuali), stabili (sia sposate che conviventi), in età fertile (sono escluse le persone che superano l’età della fertilità), viventi (non è lecita la fecondazione con sperma del marito morto), dopo che è stata accertata la sterilità e l’impossibilità di rimediare in altri modi. È permessa la creazione di soli tre embrioni che devono essere impiantati tutti nell’utero della donna, senza previo esame, in modo da non creare embrioni soprannumerari da congelare o da eliminare. Nell’articolo 1 della legge si chiede che vengano assicurati i «diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito», ma non viene precisato in cosa consistano questi diritti, e se tra questi c’è il diritto a nascere. Possiamo intravederlo al capitolo VI quando si parla delle misure di tutela dell’embrione e si elencano queste misure.

La Chiesa ritiene illecita qualunque forma di procreazione assistita, quando l’azione dell’uomo non si limita ad aiutare, ma si sostituisce alla natura. Ammette come moralmente leciti solo quegli interventi (come l’inseminazione artificiale) in cui il tecnico interviene per aiutare lo sperma a raggiungere l’ovulo e fecondarlo. Tollera l’attuale legge non perché ritenga lecita la procreazione artificiale, ma perché è una legge che pone dei limiti ai molti abusi che vengono perpetrati e per diminuire gli effetti negativi di una procreazione artificiale senza regole. «Così facendo non si attua una collaborazione ad una legislazione ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui» (Evangelium Vitae n. 74). La ragione di fondo della posizione del Magistero è da ricollegarsi al principio che non è lecito scindere il fatto procreativo dal gesto della coniugalità. È una espressione che dice tutto, ma per molti non è chiara. Cerchiamo di spiegarla. L’intervento del tecnico che separa completamente il gesto dell’unione dal concepimento non solo non promuove, ma danneggia il figlio, e con lui la coppia e la società. Può sembrare una affermazione azzardata. Infatti molti si chiedono cosa c’è di male nel realizzare il sogno di avere un figlio e di farlo nascere anche al di fuori del processo naturale, quando la natura è difettosa. È normale intervenire sulla natura quando non funziona bene. Anzi, può essere addirittura doveroso. Si giunge persino a sostituire organi interi (cuore, reni, fegato, ecc.).

Perché dovrebbe essere illecito intervenire con la tecnica per permettere alle coppie sterili di realizzare il desiderio naturale di avere un figlio? Cercheremo di dimostrare come questo intervento che può sembrare innocuo o addirittura meritorio, produce invece gravi conseguenze sulla vita e sullo sviluppo della vita dell’uomo e della società. Il pensiero della Chiesa lo ritroviamo in particolare in due documenti. Il primo, del 22 febbraio 1987, porta il titolo: «Donum Vitae. Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede, sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione umana»; il secondo, del 25 marzo 1995, porta il titolo «Evangelium Vitae. Lettera enciclica sul valore e l’inviolabilità della vita umana».

Per risolvere qualunque problema riguardante la vita dell’uomo, si deve partire sempre dall’uomo. Per il cristiano l’uomo è l’essere più perfetto dopo Dio. Ad esso è dovuto il massimo rispetto, in tutti i momenti della sua vita, dalla nascita alla morte. Specialmente nel momento del suo apparire nell’essere, cioè nella nascita, quando passa dal non essere all’essere. Non basta farlo nascere; ma si deve farlo nascere in modo proporzionato alla sua dignità. Questo modo viene assicurato in modo perfetto quando la procreazione avviene in modo naturale, cioè quando l’essere umano viene evocato all’esistenza attraverso un gesto che mentre unisce l’uomo e la donna amorosamente e gioiosamente, produce il miracolo della vita. In questo gesto di amore il patrimonio cromosomico dell’uomo e della donna si incontrano, si compenetrano, si fondono e inizia una vita nuova. La vita nasce nella persona umana, anzi nella coppia, nel momento in cui la coppia diventa "una" nel gesto dell’intimità.

Questo modo di nascere è richiesto dal figlio, il quale vuole nascere in modo umano, da persone umane e in persone umane, che continueranno questa presenza amorosa nello sviluppo della sua vita. Con una frase che potrebbe diventare uno slogan si può affermare che «il figlio desidera nascere e svilupparsi dall’uomo e nell’uomo». Il corpo umano (che è umanità incarnata) è il luogo degno in cui la persona inizia la sua vita. Ogni altro luogo intacca in qualche modo questa dignità. Possiamo dimostrarlo in più modi. Noi qui esamineremo le conseguenze negative a livello psicologico. E per essere più comprensibili imposteremo il discorso in modo personalizzato, cioè chiedendoci: «Cosa avverrebbe nella mia vita se io fossi stato procreato artificialmente».

Non bisogna dimenticare che la persona umana è un continuum, per cui quando si esamina la sua vita non basta considerare le conseguenze che produce nel presente, ma anche le conseguenze prevedibili per il futuro; non solo a livello fisico, ma anche a quello psichico e morale. Non si può fissare l’essere umano in fase della sua vita e giudicarlo in base a quello che è in quel momento. L’essere umano è in continua evoluzione, e il giudizio su quello che avviene oggi deve essere dato considerando l’insieme della sua vita. L’uomo può compiere questa operazione, perché con la sua intelligenza supera il presente e può estendersi al futuro. È uno degli aspetti della sua dignità: è padrone del presente, ma anche del suo futuro. Per questo può e deve chiedersi quali conseguenze abbia sul futuro della persona il fatto di nascere in modo artificiale. Noi riscontriamo tre effetti negativi, che indichiamo come la sindrome dell’anonimo, del sopravvissuto, dello sradicato.

Sindrome dell’anonimo. Quando la persona prenderà coscienza di sé e della storia della sua vita, si renderà conto che non è stato voluto per se stesso, nella sua individualità. I genitori volevano un figlio, che poteva essere o l’uno o l’altro dei diversi embrioni impiantati nell’utero della madre. Mentre nel processo naturale i genitori attendono il figlio che nascerà dall’unione di un solo spermatozoo con un solo ovulo, nel processo artificiale invece i genitori offrono alla natura non il materiale umano da cui nascerà il figlio, ma tre o più vite umane già avviate e tutte in attesa di nascere, aspettando che l’una o l’altra abbia successo e diventi il loro figlio. In questo modo mi renderò conto che non hanno aspettato "me", ma genericamente un figlio. Io potevo essere uno di quelli che non sono nati e di cui nessuno più si ricorda. Su di me poteva calare il sipario del silenzio. Dopo un guizzo di vita potevo rientrare nelle tenebre della morte senza che alcuno mi ricordasse o mi piangesse. Come oggi avviene per tutti gli embrioni non nati.

Sindrome del sopravissuto. La persona che viene procreata artificialmente si renderà conto che i suoi genitori l’hanno desiderata tanto e si sono sottoposti ad un itinerario che ha avuto un alto costo economico, fisico e psichico. E di questo dovrà esserne riconoscente. Ma nello stesso tempo prenderà coscienza che sono ricorsi ad una tecnica che garantiva meno del 20% di risultati. Dovrà dire a se stesso: «Si è giocato pesantemente sulla mia vita e sulla vita di altri. Avrei potuto non nascere, come è avvenuto per più dell’80% dei piccoli esseri che come me sono stati avviati alla vita e non sono nati. La mia vita è attorniata da molte morti, almeno da quattro fratellini che avevano il mio stesso patrimonio cromosomico, dagli stessi genitori, che come me aspiravano a vivere e che invece sono stati inseriti dai miei genitori in un processo che sapevano fin dall’inizio avrebbe sacrificato molti di loro. Forse erano talmente presi dalla loro sofferenza per il fallimento e dalla paura di dover ricominciare tutto da capo, da non avere tempo per pensare a chi non era nato. Cosa devo pensare, io, il sopravvissuto, di me, dei miei genitori, sapendo di essere stato fatto nascere con delle modalità così cariche di negatività? Fino a che punto il desiderio di un figlio ha reso i miei genitori irresponsabili di fronte alla vita di chi non è nato? Come potrò essere portatore di messaggi di pace, quando la mia vita è il frutto di una violenza che ha provocato un così alto numero di morti?»

Sindrome dello sradicato. C’è ancora un altro fatto, il più importante, che prescinde dalla perfezione e dai successi o insuccessi delle tecniche adottate. Il figlio ha un rapporto privilegiato con i suoi genitori. Ma ha un rapporto ancor più fondamentale con qualcosa (o Qualcuno) che è superiore ai suoi genitori e che costituisce il fondamento della sua assolutezza e la sua indisponibilità ad essere posseduto da alcuno. È un fatto a cui non si pensa mai. In genere una realtà è di chi la produce, e normalmente si pensa che il figlio sia in qualche modo proprietà di chi lo ha generato. Il figlio invece non è dei genitori. È di se stesso e di Dio, e di nessun altro. Nessuna creatura può avanzare diritti di possesso su di lui.

Per questo Gilbran Kalil poteva dire: «I figli vostri non sono vostri, ma sono della vita». Questo dipende proprio dal fatto che la vita non viene data al figlio dai genitori, ma da una "realtà" che li trascende e nella quale tutti (genitori e figli) sono radicati, e dalla quale ricevono la dignità di non essere possesso di alcuno. In questo vediamo ancora una volta la saggezza della natura: la libertà del figlio nei confronti dei genitori, pur nella profonda relazione che ad essi lo lega, nasce dal fatto che i genitori creano le condizioni perché il figlio abbia la vita, nel senso che nel gesto dell’intimità gli spermatozoi vengono immessi nel corpo della donna e incominciano il loro cammino verso l’ovulo per fecondarlo. Ma l’azione dei genitori si ferma a questa fase. L’unione dello spermatozoo con l’ovulo non dipende più dai genitori, ma dalla natura (dalla Vita, da Dio). Per questo al figlio che chiede cinicamente: «Chi vi ha chiesto di mettermi al mondo», i genitori possono rispondere che non sono stati loro a dargli la vita, ma è stata la Vita. Loro hanno posto le condizioni perché esistesse; ma la causa ultima del suo esistere risale alla vita stessa.

Infatti è la natura che decide in ultima istanza se questi due elementi debbano o non debbano unirsi, facendo scattare il miracolo della vita. Ed è proprio questa relazione con una realtà superiore ai genitori che fonda la possibilità del figlio a non essere posseduto dai genitori e da alcun altro essere umano. La sua vita dipende dalla natura, o dalla Vita, o da Dio. Nel processo della procreazione artificiale questa radicazione nella Vita (in Dio) viene in una certa misura compromessa, perché subentra una volontà umana che affida al tecnico il compito che dovrebbe essere solo della natura. È vero che è ancora la natura a decidere il risultato finale dell’unione dei gameti, ma ricorrendo alla procreazione artificiale, anzitutto si rende alla natura più difficile il compito del generare vita (la vita è accompagnata da molte morti e malformazioni), in secondo luogo si crea nei genitori la percezione di essere stati con il tecnico gli autori della vita del figlio, e in ultimo si può creare nel figlio la sottile sensazione di non essere di se stesso, ma dei genitori e dei tecnici che lo hanno fatto nascere. Perde in una certa misura la sua libertà psicologica, anche se conserva quella ontologica.

Vale ancora oggi ciò che Giovanni Paolo II scriveva nella enciclica «Evangelium Vitae»: «Le varie tecniche di riproduzione artificiale, che sembrerebbero porsi a servizio della vita e che sono praticate non poche volte con questa intenzione, in realtà aprono la porta a nuovi attentati contro la vita" perché " dissociano la procreazione dal contesto integralmente umano dell’atto coniugale».

* Padre Giordano Muraro, domenicano e docente di teologia morale a Torino e all’Angelicum di Roma, nel 1964 ha fondato, con suor Germana, il Punto Familia, una preziosa struttura per la formazione permanente della famiglia. I suoi 50 professionisti offrono ben 15 corsi per ogni tipo di esigenza: da quelli per fidanzati alla formazione dei giovani sposi, dalla preparazione al parto ai corsi per suoceri o per nonni... Risultato: 25 mila persone ogni anno passano dal Punto, e a molte di esse il sacerdote presta la sua competenza. Il brano che pubblichiamo è tratto dal periodico "Costruire in due" (n.4, 2004) del Punto Familia di Torino.


#181 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Sab 30 Apr 2005 9:34 am
Oggetto: L'ideologia anima i sostenitori dei "sì" contro la legge 40
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Tecnici che sbagliano - Dietro l’appello per il “sì” referendario niente scienza e molta ideologia

(C) IL FOGLIO - 28 APRILE 2005 - Editoriale di Giuliano Ferrara

Spiace dirlo, ma scienziati è parola grossa, visto il testo che hanno firmato per il “sì” al referendum sulla fecondazione artificiale (su Repubblica di ieri). I grandi scienziati e biologi sono quelli che si pongono limiti e comprendono il sostrato etico delle questioni che affrontano. Al massimo questi sono tecnici, e tecnici che sbagliano. La prima delle loro motivazioni è che va abrogato il tetto di tre embrioni da fecondare solo per l’impianto, non per il frigorifero, perché ne va della riuscita della fecondazione e della salute della donna. L’argomento ignora in radice il problema di cui si discute.

Primo, l’embrione è un essere umano, un individuo cromosomicamente alla base di uno sviluppo vitale completo: l’embrione è ciascuno di noi al suo inizio ed è anche l’Altro, il debole, il minuscolo, l’invisibile. La legge 40 si preoccupa di non creare in vitro embrioni sovrannumerari da eliminare, scartare o manipolare. Uno scienziato a questo problema dà una risposta, o almeno la cerca; un tecnico di laboratorio può permettersi di ignorare il problema, ma ci vuole qualcuno che pensi per lui.

Le probabilità di riuscita della fecondazione sono diminuite di una percentuale irrilevante nel primo anno di applicazione della legge. Quanto alla salute della donna, e del bambino, se proprio si vuole ignorare il resto e concentrarsi su questo, sarebbe da sconsigliare tout court la fecondazione artificiale, pratica medica invasiva che assoggetta medicalmente il corpo femminile ed espone a seri rischi il ciclo della riproduzione. Sarebbe da incentivare la maternità in età fertile giovanile, altro che la filosofia della fabbrica dei bambini all’età stabilita dalla sociologia della modernità e dalla curva demografica regressiva del modo di vivere nullista.

Quei “sì” spensierati

Il “sì” all’abrogazione della norma che vieta la fecondazione eterologa è ancora più spensierato e immotivato. Non una parola sul diritto del nato a rintracciare la paternità biologica, non un rigo sul ferimento a morte della famiglia biparentale, antica istituzione che non si può cancellare senza adeguate motivazioni. Si abroga il divieto solo perché è un divieto che si frappone al desiderio individuale o di coppia, puro nichilismo e anche di serie b.

Per terzo viene l’accoglimento entusiasta della diagnosi pre-impianto al fine di tutelare da malattie e malformazioni il nascituro, tutelandolo tecnicamente dal nascere prima del corso naturale del suo sviluppo: si chiama pratica eugenetica. La giustificazione è in negativo: c’è già, dicono, l’aborto selettivo di tipo terapeutico a seguito di amniocentesi. L’aborto selettivo non è un modello da estendere alla legislazione sulla fecondazione artificiale, trasformando l’attesa di un figlio nella produzione di un pezzo sano della catena della vita. E comunque l’aborto è un delitto legalizzato per tutelare la salute fisica o psichica della donna, non un diritto diagnostico da eseguire su vasta scala nel laboratorio eugenetico.

Il quarto punto è che il concepito non deve avere diritti, perché è l’insieme di “poche cellule indifferenziate”. Una balla sesquipedale, perché il concepito è due volte un essere umano: perché lo dicono la genetica e l’intuizione razionale, e perché noi soggettivamente lo fabbrichiamo per quello scopo, perché sia un essere umano. Quindi tutelare il suo diritto e negare il nostro alla sua manipolazione è semplice atto di umanità e di umanesimo.

Quinto, secondo i tecnici faustiani “non è provata l’equivalenza tra cellule staminali adulte e cellule staminali embrionali” ai fini della ricerca sulle malattie degenerative e tumorali: la frase non significa nulla, ed è vero invece che su questo la scienza è divisa e deve valere il principio di precauzione a tutela dell’embrione. E’ inoltre goffo, addirittura tragicomico, il travestimento ideologico di queste insane manifestazioni apologetiche della tecnica contemporanea. Dicono i tecnici che sbagliano che non si può sottomettere la legislazione a un principio di natura confessionale. Siamo qui, ferventi nel nostro ateismo e nella nostra miscredenza, a testimoniare ogni giorno che non si tratta di una guerra religiosa. Semmai di una guerra culturale e di civiltà. E se per il tecnico Umberto Veronesi questa legge è “disumana”, termine che si qualifica da solo come una volgare iperbole, per noi il loro testo sarà “barbarico”, ritorsione che le passioni sbagliate dei camici bianchi chiamano irrimediabilmente e necessariamente.


#180 Da: "Fecondazione Artificiale" <fecondazioneartificiale@...>
Data: Gio 28 Apr 2005 12:27 am
Oggetto: AGNOLI a TONINI - Bisognerebbe decidersi: l'embrione o è cosa o è persona
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Agnoli dissente. O cosa o persona, sull’embrione Tonini si decida
 
di Francesco Agnoli - (C) IL FOGLIO - 27 aprile 2005 - Inserto pagina II
 
I cattolici pronti a proporre riforme, aggiustamenti, adattamenti ai pensieri del mondo non mancano mai: non sono mancati i cattolici favorevoli al divorzio e quelli a sostegno dell’aborto. Anzi, a dei cattolici si devono le firme apposte all’introduzione stessa della legge 194, mentre alla componente catto-comunista dell’epoca va il “merito” di aver proposto per la stessa legge un titolo mellifluo e rassicurante: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”.

Se si volesse continuare, si potrebbe aggiungere che a un partito che si definiva cristiano si deve anche il non aver perseguito realmente, in alcun modo, in tanti anni, una vera e concreta “tutela sociale della maternità”. Infatti non si sono fatte nel nostro paese leggi veramente a favore della donna e della famiglia, contribuendo così a creare un’Italia vecchia e ansimante, povera di giovani, di pensioni e di previdenza sociale. In Italia, dove l’aborto è gratuito, anche 5 o 6 volte di fila, pur costando alla collettività, ciascuno, intorno ai mille euro, una famiglia che aspetta un figlio si paga persino l’ecografia, e non trova da parte dello Stato nessun aiuto.
 
Scriveva Luisa Santolini: “Si vota a 18 anni, si abortisce a 16. Se ci si separa, gli alimenti al coniuge sono detratti dalle tasse; se si trasferisce la stessa cifra all’interno della stessa famiglia, non ci sono detrazioni. Se si tratta di rottamazioni, di tasse di successione, ticket sanitari o ristrutturazioni edilizie, le agevolazioni sono senza limiti di reddito; se si tratta di sostegni alla maternità o detrazioni fiscali per figli a carico le agevolazioni sono sempre con limiti di reddito… Se si iscrivono i figli all’asilo, i separati hanno un punteggio superiore alle famiglie regolari…”. Tutto questo dopo il lunghissimo governo della Democrazia cristiana, che cercò spesso di sfuggire le posizioni chiare, e volle sempre mediare tra le richieste della sua stessa base e quelle della cultura laicista e comunista.

Il nuovo mediatore, l’uomo del dialogo, nell’attuale dibattito sulla fecondazione artificiale, è ancora una volta un cattolico, un ex presidente nazionale della Fuci, l’organizzazione degli universitari cattolici: il suo nome è Giorgio Tonini. Tonini è autore di un libro intitolato “La ricerca e la coscienza”, in cui si tenta appunto di trovare la strada del compromesso (non riguardo, che so, allo smaltimento dei rifiuti, che sarebbe logico, ma all’essenza stessa di uomo e alla sua manipolabilità).

La prima parte dell’opera si presenta come una onesta descrizione di cosa significhi fecondazione in vitro per la donna e per il bambino. Riguardo alla prima infatti si parla della “sindrome da iperstimolazione, che è una complicazione molto pericolosa per la salute”, e si spiega che “va verificata la predisposizione a forme tumorali dell’apparato genitale femminile, delle donne sottoposte a più cicli di stimolazione ovarica” (p. 37). Riguardo agli eventuali bambini si elencano i dubbi sulla innocuità della crioconservazione degli ovociti (p. 28), per poi affermare che con la fecondazione assistita “le nascite premature sono assai frequenti: uno su quattro dei nati da Pma ha bisogno di cure intensive, mentre uno su dieci, pur nascendo a termine, appare piccolo per data, cioè nasce gravemente sotto peso. Di conseguenza la mortalità perinatale dei nati da Pma raggiunge il 20 per cento, quasi il doppio di quella riscontrata tra i bambini generati naturalmente” (p. 29). Si sottolineano poi i rischi per i bambini nati con Icsi e il pericolo di danni epigenetici, cioè di eventuali anomalie che potrebbero presentarsi nei nati da Fiv anche “molto dopo la nascita”.

Ma il nucleo dell’opera è dedicato alla discussione filosofica sull’embrione. Il punto di arrivo è un capitoletto intitolato “Tra cosa e persona, tertium non datur”, in cui ci si propone di trovare “un accordo in negativo su ciò che l’embrione sicuramente non è, invece di voler ad ogni costo ricercare o voler dimostrare uno statuto ontologico positivo”. “Non è vero che dobbiamo scegliere: o l’embrione è persona o è cosa. No, l’embrione non può essere considerato né l’uno né l’altra” (p. 68-69).

Cosa si può dire, per il cattolico Tonini, senza scontentare nessuno, sull’embrione? Solo che non è una cosa e che non è neppure una persona. Ecco risolta la lite, il problema, il conflitto tra credenti e non credenti! Purtroppo il ragionamento appare abbastanza appannato: “accordo in negativo” è un eufemismo, una fuga dalla logica, per dire semplicemente “mancanza di accordo”. Ogni accordo in quanto tale, infatti, è positivo, è un porre, un trovare un punto di contatto, una definizione che serva, concretamente, nei singoli casi. Non è una semplice affermazione vaga, una zona d’ombra, una nebbia indistinta.
 
Tanto è vero che dire che l’embrione non è persona né cosa non risolve assolutamente nulla. Come comportarci di fronte a esso? Con quali criteri oggettivi? Sperimentare su di esso o no? Scartare gli embrioni “difettosi” o non scartarli? Impiantarli nell’utero di scimmie o non farlo? Creare ibridi, in nome di futuri ipotetici benefici, o non crearli? Quale è la risposta certa, che metta d’accordo, che deriverebbe dalla “definizione” toniniana? Nessuna, perché manca appunto la definizione. Non si può dare nessuna risposta infatti di fronte a ciò che non si è definito neppure secondo un principio di precauzione; non si può dare un valore preciso a qualcosa che non si sa, in positivo, cosa sia. Anche sostenere, come fa Tonini attraverso le parole della Mancina, che l’embrione è un valore, ma non “assoluto”, non significa proprio nulla: se il suo valore è relativo, dobbiamo stabilire quale è, e a cosa è relativo. All’ottica del centrodestra, a quella del centrosinistra? A quella cattolica? A quella buddista? A quella materialista? Non si sa, perché non si sa di cosa stiamo parlando, anzi, ci si rifiuta a priori di saperlo!

Tutta la parte successiva del discorso portato avanti da Tonini, giocata sul solito concetto dei negativi, opposti estremismi, dei cattivi fondamentalisti, a cui si contrapporrebbero i buoni, coloro che ricercano “la via di mezzo”, non è allora per nulla interessante. Sarà l’opinione sua, personalissima, su come, quando e perché far prevalere l’idea che l’embrione sia più vicino al concetto di cosa che a quello di persona, e viceversa; sarà la sua relativissima scala di valori, per cui l’embrione diverrà sacrificabile in una situazione e tutelabile, più o meno (perché più o meno cosa o più o meno persona), in un’altra. Relativissima perché potrebbe trovare opposizione, proprio a partire dalla non definizione, in ogni cittadino italiano.
 
Del resto non si capisce perché un simile escamotage, trovato al solo scopo di passare senza fastidi sopra l’embrione, su questa non cosa-non persona-che cosa, dovrebbe costituire una “mediazione alta”, come viene spesso ripetuto: “alta” perché proposta da Tonini e Amato? Bassa, invece, se proposta da veri cattolici o dal centrodestra? In realtà se Tonini, affermando la sua lontananza dal pensiero cattolico, fosse coerente, dovrebbe accogliere come proprio criterio quello democratico: non essendoci una Verità, occorre affidarsi al volere della maggioranza. Più alta, dunque, della sua la mediazione del Parlamento. Infatti, benché Tonini cerchi di nasconderlo, la legge 40 passa appunto da una mediazione, da un compromesso, all’interno del Parlamento italiano: non è la posizione di alcuni, i cattolici, contro gli altri. Tonini non dovrebbe ignorare, infatti, che se nella legge 40 vi sono alcuni principi conformi alla morale cattolica, è altrettanto vero che ve ne sono molti di assolutamente contrari ad essa: la legge 40 infatti permette la fecondazione in vitro omologa, vietata dalla morale cattolica, con la conseguente perdita di circa 90 embrioni su 100, l’embrioriduzione (aborto), l’accesso alla Fiv di coppie conviventi ecc.

Occorrerebbe allora, in tutta onestà, non spacciare per definizioni l’assenza di definizioni, né per legge intransigente, senza mediazioni, una legge piena di compromessi e assolutamente non confessionale.

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