FURTO O DONO? LA CECITA' DEL DESIDERIO.... GALIMBERTI "preferisce"
il FURTO. Aggiornamento..
> FURTO O DONO? LA CECITA' DEL DESIDERIO, LA NEGAZIONE
DELL'ALTRO, E LA VITALITA' DELLA NOSTRA ESISTENZA. ----- Il «vizio» di
Galimberti: plagiato anche Natoli. Galimberti non copia. «Galimberti
dimentica i virgolettati». Queste le sue parole di difesa, riportate - tra
virgolette
- domenica da Il Giornale, il quotidiano che ha 'pizzicato' nell'ultimo saggio
del filosofo, noto al grande pubblico prima per le sue comparsate al Maurizio
Costanzo Show e poi per le paginate su La Repubblica, tutta una serie di
passi simili in modo imbarazzante ad altrettante frasi de Il piacere e il male
(Feltrinelli) di Giulia Sissa, moglie dell'antichista Marcel Detienne.
22 aprile 2008, di Federico La Sala
il caso
Il «vizio» di Galimberti: plagiato anche Natoli
Il filosofo di «Repubblica» è nell'occhio del ciclone per essersi «ispirato»
al
lavoro di Giulia Sissa.
Senza dichiararlo. Eppure non è la prima volta: già nel 1987 aveva attinto,
sempre senza citarlo, agli scritti di un collega...
di EDOARDO CASTAGNA *
Galimberti non copia. «Galimberti dimentica i virgolettati». Queste le sue
parole di difesa, riportate - tra virgolette - domenica da Il Giornale, il
quotidiano che ha 'pizzicato' nell'ultimo saggio del filosofo, noto al grande
pubblico prima per le sue comparsate al Maurizio Costanzo Show e poi per le
paginate su La Repubblica, tutta una serie di passi simili in modo
imbarazzante ad altrettante frasi de Il piacere e il male (Feltrinelli) di
Giulia
Sissa, moglie dell'antichista Marcel Detienne.
Galimberti difende il suo L'ospite inquietante (ancora Feltrinelli) sostenendo:
«Io lavoro così, leggo il libro e poi scrivo. Non faccio virgolettati, racconto.
È
stato questo il mio errore». Il che non ha minimamente soddisfatto la Sissa,
ricercatrice e 'cervello in fuga' all'Ucla di Los Angeles, che ieri si è sfogata
con il Corriere della Sera: «Quello di Galimberti non è stato un chiedere
scusa, piuttosto un cercare delle scuse, un patetico arrampicarsi sugli
specchi». Il filosofo, in sintonia con un editore in posizione decisamente
scomoda, promette di riparare quanto prima, inserendo nella prossima
edizione del suo lavoro i dovuti riconoscimenti alla Sissa (che nella prima
versione è citata appena una volta, e pure male).
Galimberti precisa che all'origine della 'svista' c'è il fatto che le sue pagine
incriminate erano la rielaborazione di una recensione da lui dedicata nel
1999 proprio al libro della Sissa, dove 'riassumeva' il suo pensiero: «È che
sono uno che si innamora della bella scrittura, e non sono abbastanza
filologo... Mi piacevano le frasi della Sissa, le ho rielaborate, poi a dieci
anni
di distanza non mi ricordavo più che cosa fosse suo e cosa mio». Tacendo
sull'entità - davvero minima - della 'rielaborazione', la colpa quindi sarebbe
quindi di una recensione e di dieci anni trascorsi. Una dinamica che però non
si può proprio applicare a un altro caso di somiglianze 'sospette' tra passi di
Galimberti e altri scritti. Sì, perché il «vizietto» del professore sembra
essere
stato assai precoce: risale infatti al 1987 il saggio Gli equivoci dell'anima,
nel
quale l'allora quarantacinquenne filosofo, già da più di dieci anni cattedratico
a Venezia, ha 'riassunto' e 'rielaborato' numerose intuizioni del suo collega e
coetaneo Salvatore Natoli. Anche questa volta, 'dimenticando i virgolettati'.
In quel 1987 i saggi di Natoli che hanno 'ispirato' Galimberti erano stati
pubblicati su due riviste di settore; soltanto più tardi sarebbero stati
raccolti in
volume, quello del 1986 in Vita buona, vita felice (Feltrinelli - e chi, sennò?
-
1990) e quello del 1982 in Teatro filosofico (Feltrinelli 1991). I passi
sospetti
riportati in questa pagina sono soltanto alcuni fra quelli nei quali la
corrispondenza è letterale, o quasi; ma altre intuizioni galimbertiane
appaiono profondamente ispirate dal lavoro di Natoli. In anni più recenti, è
possibile che la 'somiglianza' abbia incuriosito lo stesso Galimberti, tanto che
nelle successive edizioni de Gli equivoci dell'anima si è premurato di inserire
alcune note, che dovrebbero rendere - nelle intenzioni - a Natoli il suo merito.
Un correre ai ripari che suona da mezza ammissione di colpevolezza:
tuttavia, spesso le virgolette 'dimenticate' continuano a essere tali (salvo
poche eccezioni), a fronte dei numerosi passi gemelli, e i nuovi inserimenti
non sembrano sufficienti a render conto di tutte le frasi che il filosofo di
Repubblica pare aver preso di peso dai saggi di Natoli.
Dimostrando anche - vista la lunghezza dei passi - di possedere una
memoria veramente fuori dal comune.
«Copia e incolla» o ispirazione? Ecco i brani incriminati
Riportiamo in queste colonne alcuni esempi - per nul°©la esaustivi - di
somiglianze sorprendenti tra passi dei saggi di Salvatore Natoli e il volume di
Umberto Ga°©limberti. A sinistra, i passaggi di Natoli, estratti da due riviste
(le
sigle identificano le pubblicazioni e i nume°©ri di pagina): i primi cinque
estratti sono parte del sag°©gio «Soggettivazione e oggettività. Appunti per
un'in°©terpretazione dell'antropologia occidentale», apparso su «Il sapere
antropologico», 1/1986; i successivi, da «Télos, skópos, éschaton. Tre figure
della storicità», pub°©blicato su «Il Centauro», 5/1982. A destra, su fondo
gri°©gio, gli equivalenti passi galimbertiani, estratti dalla prima edizione
(quella dove il nome di Salvatore Nato°©li non appare mai) de «Gli equivoci
dell'anima» (1987).
Natoli: «Rivolgendosi alla propria inte°©riorità, l'anima guadagna
profondità. Ma la profondità è insieme l'estremamente distante dal sensibile
[...]» (S30)
Natoli: «Quest'idea di separazione ed au°©tosufficienza dell'anima
costituirà uno dei filoni determinanti dell'antropologia occidentale [...]. La
felicità non coinciderà più con la fruizione piena ed equilibrata della propria
corporeità, ma sarà rinvia°©ta, potrà essere spostata alla fine della vi°©ta
terrena o sublimata in un logos eterno indifferente al fluire della vita» (S13)
Natoli: «Porsi in rapporto con la verità e°©quivale a svolgersi come
interiorità. Que°©sto motivo platonico sarà ripreso più tar°©di dalla filosofia
cristiana: in interiore ho°©mine habitat veritas, dice la tradizione
a°©gostiniana » (S31)
Natoli: «Le tecniche di emancipazione dalla corporeità esigevano un
controllo estremo del corpo e perciò una cono°©scenza sempre più
approfondita di esso [...]. In una parola, bisognava avere mi°©sura delle
capacità del corpo per domi°©narle e reprimerle o investirle e subli°©marle »
(S33)
Natoli: «La [...] trasformazione del pen°©siero in rappresentazione: da luogo
delle idee, o mente, a orizzonte della presenza [...] Se prima, dunque, l'anima,
quale so°©stanza spirituale, abitava il corpo, adesso [...] è [...] limite
estremo
della presenza, to°©tale esteriorità rispetto a tutto ciò che es°©sa include»
(S14-15)
Natoli: «Il finito, infatti, è perfectum, vuoi come compiuta definizione
concettuale, vuoi come eterno ritorno dell'uguale [...]. Entelécheia significa
entelés écho, cioè a dire: ho compimento; è lo stesso che di°©re sono
compiuto, finito» (C12-13)
Galimberti: «Rivolgendosi alla propria in°©teriorità, l'anima guadagna in
profondità che è insieme l'estremamente distante dal sensibile [...]» (G50)
Galimberti: «Quest'idea di separazione e di autosufficienza dell'anima
costituirà uno dei filoni determinanti dell'antropo°©logia occidentale [...]. La
felicità non coin°©ciderà più con la fruizione della propria corporeità, ma sarà
spostata alla fine del°©la vita terrena, in una dimensione eterna, indifferente
al fluire del tempo» (G51)
Galimberti: «Questi due motivi ricom°©paiono identici nella tradizione
cristiana [...]. Con essa, infatti, si ribadisce che la ve°©rità abita
l'interiorità e
disabita il mondo. I motivi agostiniani: in interiore homine habitat veritas
[...]»
(G51)
Galimberti: «Le pratiche di emancipa°©zione dalla corporeità esigeranno
un con°©trollo sempre più accurato del corpo e quindi una sua conoscenza
sempre più approfondita; bisognerà cioè aver consa°©pevolezza delle
capacità del corpo per po°©terlo dominare, reprimere o sublimare» (G51)
Galimberti: «Da sostanza spirituale che abita il corpo [...] l'anima diventa
l'orizzonte [...]. Questa inclusione fa del°©l'anima il limite estremo della
presenza, l'esteriorità rispetto a tutto ciò che essa include» (G52)
Galimberti: «Il finito è perfectum, perché compiuto, perché non lascia nulla
fuori di sé [...]. Entelés écho significa infatti: 'ho raggiunto il compimento',
'sono com°©piuto' » (G113)
Natoli: « Skopós significa fine, ma questa vol°©ta nel senso di bersaglio,
meta [...]. Una vol°©ta che lo scopo è raggiunto, è, perciò stes°©so,
radicalmente consumato» (C22)
Natoli: «Questa asserzione, inoltre, è inclu°©sa in una più generale
argomentazione che distingue tra volontà e proponimento [...]. La conclusione
aristotelica è chiarissima: ' tutti infatti vogliamo ciò che ci siamo anche
pro°©posti, però non tutte le cose che vogliamo ce le proponiamo » ( Eth.
Eud., 1226b, 17-19) [...]. La deliberazione calcola anche l'intervallo di tempo
che intercorre tra la de°©cisione e la realizzazione, e quindi tutte le
opportunità che il tempo concede» (C24)
Natoli: «Il kairós designa una temporalità complessa e qualitativa. La radice
indoeu°©ropea della parola krr raffigura un'idea di unione, di armonia [...],
ossia una situazio°©ne temporale articolata in sé stessa e so°©prattutto
collegata con il recente passato e l'immediato futuro. Questa temporalità è
perfettamente congruente con lo skopós » (C25)
Natoli: «L'éschaton, infatti, è il tempo di Dio [...]. Apocalisse è, infatti,
rivelazione o, più propriamente, svelamento da apo-kal<breve>pto: dis/occulto,
scopro il celato. Il verbo kal<breve>p°©to, infatti, risale alla stessa radice
indoeu°©ropea kel da cui il celo latino, che significa appunto occulto, copro,
nascondo. L'apo°©calisse svela [...]. Quanto abbiamo detto fi°©nora
configura l'éschaton come assoluto fu°©turo » (C27-29)
Natoli: «Lo spirito dell'Utopia ha carattere progressivo sia nell'ordine del
tempo che nella determinazione degli scopi [...]. Lo spi°©rito rivoluzionario,
al
contrario, considera lo sviluppo del tempo come movimento ac°©celerato
verso la fine e considera la fine co°©me esplosione-dissoluzione del male»
(C41)
Galimberti: « Skopós è parola greca che si°©gnifica [...] 'l'oggetto su cui si
fissano gli oc°©chi', quindi 'il bersaglio', 'la meta' [...]. Quando lo scopo è
raggiunto, è per ciò stes°©so consumato» (G114)
Galimberti: «La differenza aristotelica tra volontà e proponimento ribadisce
questa categoria: 'Tutti infatti vogliamo ciò che ci siamo proposti, però non
tutte le cose che vogliamo ce le proponiamo» ( Etica eude°©mia, 1226b,
17-19). Nello scarto tra volontà e proponimento c'è tutto lo spazio del
de°©siderio che occupa l'intervallo che corre tra il presente e il futuro, tra
l'intenzione e la sua realizzazione [...]» (G115)
Galimberti: «Di qui l'importanza del kairós, la cui radice krr dice unione,
nodo, armo°©nia. Ciò che si tratta di unire e annodare ar°©monicamente è il
recente passato che con°©ferisce al presente le condizioni per opera°©re
sull'immediato futuro. Solo nel buon in°©treccio di questo nodo qualcosa può
confi°©gurarsi come scopo» (G115)
Galimberti: «L'éschaton [...] è il tempo di Dio [...]. Apo-kal<breve>pto
significa
dis-occultare, sve°©lare il celato. La radice kel, da cui il celo lati°©no,
significa: occulto, copro, nascondo. L'a°©pocalisse svela [...]. L'éschaton
inaugura una temporalità che è assoluto futuro » (G115-116)
Galimberti: «La chiave [...] dell'utopia ha un carattere progressivo
nell'ordine
del tempo e nella determinazione degli scopi, mentre quella della rivoluzione
ha un carattere e°©splosivo perché segna un'accelerazione del tempo verso
la fine, per l'irruzione dell'ele°©mento salvifico e risolutore» (G118)
* Avvenire, 22.04.2008
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