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La semplicità dall'uso creativo
Il successo della Rete dovebbe far riflettere: una struttura aperta,
tecnologicamente facile, da utilizzare secondo esigenze tra le più diverse.
Ma i grandi gruppi industriali tradizionali, spinti solo dalle ragioni del
profitto, sarebbero disposti a «recintare» questo nuovissimo «bene comune»,
snaturandolo per sempre. Un libro che chiarisce molto su cosa vada davvero
inteso per «digital sharing» e l'economia che già adesso conforma e supporta
FRANCO CARLINI
Chiunque siano i nuovi ministri dell'industria, delle comunicazioni,
dell'innovazione, della cultura, della funzione pubblica, farebbero bene a
leggersi un volume a 22 voci appena stampato: «Innovazione e creatività
nell'era digitale. Le nuove opportunità della digital-sharing economy»
(Franco Angeli, 2006). E' una lettura utile giusto per farsi un'idea non
banale di cosa debba intendersi oggi con quelle parole multiuso che tanti
hanno impiegato, anche a sproposito, in campagna elettorale: innovazione,
tecnologia, creatività.
Lo hanno curato Bruno Lamborghini, un continuatore della migliore cultura
olivettiana, e Stefano Donadel dell'università cattolica di Milano. E' la
rassegna critica e aggiornata dello stato dell'arte nell'economia e nel
mondo digitale e dunque spazia dai problemi del diritto d'autore e dei
brevetti, ai modelli di business, dal digital divide alle tecnologie che di
nuovo ci incalzano, mettendo in dubbio le idee che ci eravamo fatti a
proposito delle reti e dell'internet in particolare. La parola chiave è già
nel sottotitolo: «sharing», ovvero condivisione di tecniche e di conoscenze.
Che poi è la cosa più importante successa nel mondo in questi ultimi 15
anni: un sistema di connessione tra computer nemmeno eccezionale dal punto
di vista tecnico e nato un po' per caso laggiù in California, si è rivelato,
senza che nessuno dei futurologi di allora lo prevedesse nemmeno
lontanamente, un moltiplicatore di idee, di conversazioni e di affari. Per
un motivo fondamentale: era un sistema aperto, universale, relativamente
facile da usare. Una tecnologia abilitante, che ha «messo in grado» le
persone di fare da sé, a poco costo e con grande gusto.
Fare che cosa? La cosa che agli umani più piace: intrattenere relazioni con
i propri simili, quali affettuose e amicali, quali frivole, quali serissime
e d'affari. E' esattamente lo stesso motivo del successo dei telefoni
cellulari i quali hanno in più altri vantaggi,come una facilità d'uso ancora
più spinta, la maneggevolezza da borsetta o da tasca e l'essere sentiti come
oggetto personale e individuale, vero prolungamento delle relazioni intime.
Un futuro ottimistico, ma non garantito, è quello di una molteplicità di
apparati utente (così i tecnici chiamano tutti gli oggetti che le persone
usano per comunicare) di caratteristiche diverse quanto a forma e
prestazioni. Ognuno di noi ne avrà diversi (già ora molti ne hanno diversi,
dal computer da scrivania al portatile, dall'iPod al cellulare) che userà
seconda le sue esigenze e desideri. Ma tutti questi oggetti saranno
agnostici - così almeno ci si augura - rispetto alle molte reti di
connessione disponibili: quella di rame delle telecom, quelle in fibra,
quelle senza fili nelle molteplici versioni e tecniche. E da ogni apparato,
passando per la rete migliore a disposizione là dove ci si trova, dovrebbe
essere possibile arrivare a ogni persona e a qualunque blocco di idee
presenti nelle reti. Oggi non è così, perché a differenza dell'internet
aperta e bene comune, gli altri network sono sovente e programmaticamente
costruiti per essere tra di loro incompatibili (non sono interoperabili nei
protocolli di trasmissione, nei software usati e nei formati)
L'eccezionale e imprevisto successo di internet ha aguzzato gli ingegni
delle persone, ma anche gli appetiti delle industrie tradizionali, telecom,
televisioni, case della musica e del cinema. Tutti questi sono in conflitto
tra di loro, ma anche strategicamente concordi, nel programma di presa di
controllo delle reti, al costo di segmentarle, recintarle e alla fine
deteriorare quella piattaforma comune su cui invece potrebbero prosperare,
se rimane aperta e condivisa.
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LIBERTÀ A RISCHIO
L'incubo proprietario
NORBERTO PATRIGNANI
Le varie scuole di pensiero che hanno analizzato l'innovazione hanno fatto
emergere un punto comune: l'innovazione, la creazione di valore, la nascita
di imprese innovative è possibile solo se esiste un humus, al di sopra del
quale le idee migliori si trasformano in prodotti, servizi, nuovi modelli di
business che poi si diffondono nella società con tutti i benefici sociali ed
economici connessi. Questo humus possiamo chiamarlo ricerca di base, scienza
condivisa, libero scambio delle idee, sfera della cooperazione e della
collaborazione. Esso rappresenta uno dei principali valori del «bene
pubblico» che, proprio in quanto tale, va difeso e protetto per riuscire a
farlo ereditare alle generazioni future. Esempi molto generali di beni
comuni: le grandi infrastrutture, il libero scambio di idee, l'Internet.
Infatti la rete possiamo ormai considerarla, a tutti gli effetti, come parte
integrante del pianeta («one planet, one net» diceva la CPSR tanti anni fa),
anzi dobbiamo garantire l'accesso a tutti gli abitanti del pianeta (oggi
l'80% ne è escluso) a questa risorsa preziosa per la diffusione della
conoscenza e per la costruzione inclusiva di una società dell'informazione.
Se analizziamo attentamente da questo punto di vista le società più avanzate
ed innovative, troveremo che la libera competizione, il libero mercato,
portano dei frutti anche per le imprese private solo se tutto questo avviene
al di sopra di un bene pubblico gestito in modo saggiamente cooperativo. Se
invece analizziamo le società più arretrate, noteremo proprio un
ribaltamento di questo approccio: troveremo che i beni collettivi non solo
non sono gestiti con saggezza e cooperazione per preservarli per le future
generazioni, ma vengono venduti, privatizzati: quando l'innovazione
scarseggia ci si riduce a vendere i beni comuni. Esempi: la privatizzazione
dell'acqua, di pezzi di territorio come spiagge ed arenili, delle grandi
infrastrutture dei trasporti e dell'energia.
Quando però arriviamo al bene comune che chiamiamo Internet le cose si
complicano tremendamente. In questo caso stiamo parlando di una
infrastruttura globale dove il valore principale non sta tanto nella
proprietà e gestione dei beni fisici che la costituiscono (che infatti sono
di proprietà delle varie compagnie telefoniche che gestiscono le reti fisse
e mobili), il valore principale sta nella capacità di questa rete di
auto-regolarsi (infatti non esiste un controllo centralizzato), di
trasmettere qualsiasi informazione da un punto ad un altro del pianeta senza
entrare nel merito del contenuto del pacchetto di dati in transito, di
autoconfigurarsi dinamicamente (se un percorso è interrotto, i router
trovano dinamicamente una nuova strada), nel fondamentale principio di
uguaglianza di qualsiasi computer collegato (visto dalla rete, il mio
piccolo pc è esattamente uguale al più grande supercomputer). Ma tutti
questi principi strutturali dell'Internet sono oggi in discussione.
L'Internet per come l'abbiamo vista nascere (nel 1969) e crescere è a
rischio. Cosa sta succedendo?
La scarsa capacità innovativa e la grande concentrazione in poche mani delle
tratte principali dell'«acquedotto» Internet stanno minando alla base
proprio il cuore della rete: l'assoluta trasparenza di chi trasporta i bit.
Oggi, quando un pacchetto di bit viene immesso in rete viene letto solo alla
destinazione (il modello end-to-end), non esiste un centro che governa il
traffico, ogni bivio principale (router) non legge il contenuto del
pacchetto, si preoccupa solo di leggere l'indirizzo del destinatario e di
instradarlo in quella direzione il più velocemente possibile, scegliendo la
via più promettente. In futuro potrebbe non essere più così. Un primo
segnale di allarme si ebbe in Novembre, quando Ed Whitacre, amministratore
delegato dell'At&t, dichiarò in un'intervista a Business Week: «perché
dovremmo far usare i nostri 'tubi' ad altre aziende? Noi abbiamo fatto
investimenti enormi ed ora altri (Google, Yahoo!, Vonage) si aspettano di
usare queste reti per il loro business, queste sono storie». Venendo dai
vertici di uno dei titani delle infrastrutture di rete, questa dichiarazione
è subito rimbalzata nel cybesrpazio e fatto alzare le antenne a tutte le
organizzazioni e persone che hanno a cuore Internet come bene pubblico e la
neutralità della rete. La possibilità di aprire i pacchetti di bit da parte
delle società di telecomunicazione (invece che limitarsi a trasportarli)
apre scenari molto preoccupanti. Infatti perché vogliono questo? La
convergenza sulla rete di qualunque tipo di contenuto multimediale, Tv,
film, etc. ha stimolato l'appetito dei titani che a questo punto vogliono
discriminare i contenuti per poterli vendere a prezzi diversi a consumatori
diversi.
Immaginiamoci uno scenario dove, magari sotto elezioni, un multimilardario
potesse dire alle società di telecomunicazione: «i miei pacchetti di bit
hanno priorità su tutto», scordiamoci il libro fluire delle idee
nell'infosfera, l'uso civico della rete, la nostra posta elettronica, i blog
interattivi, i wiki collettivi. Insomma il medium democratico che abbiamo
visto nascere e crescere. Sarebbe la fine di Internet. Purtroppo oggi questo
è (non a caso) diventato anche tecnicamente possibile, infatti i router di
nuova generazione vantano proprio questo tipo di prestazioni, promettendo la
«qualità del servizio» necessaria per vendere contenuti di valore, e per
gestire la transizione da una «basic highway» a un'autostrada a pagamento,
personalizzata e a valore aggiunto.
La grande pressione politica dei titani della rete sui legislatori
statunitensi (il Congresso e la FCC, l'authority per le telecomunicazioni)
ha però scatenato un grande movimento di protesta e per la protezione della
neutralità della rete, dal Center for Digital Democracy alla CPSR, dalla
Consumers Union alla Free Press. Il 7 Febbraio scorso, Lawrence Lessig, una
delle più brillanti menti che abbiamo sul pianeta, professore alla Stanford
Law School, è intervenuto di persona ad una delle audizioni sulla Network
Neutrality del Senato USA. Nel suo intervento ha illustrato il principio
end-to-end alla base dell'Internet ed ha difeso la neutralità della rete
come valore centrale per l'innovazione.
Tutto questo dibattito, a parte qualche articolo sul manifesto, dalle nostre
parti è ancora poco sentito ma sarà bene cominciare ad informarsi (ed
informare), a discuterne anche in vista del nuovo scenario politico
italiano.
Ovviamente nessuno nega che vi siano ancora molti problemi irrisolti
sull'Internet aperta che vogliamo difendere: la sua governance (chi
controlla i domini?), lo spamming, la sicurezza delle informazioni,
l'accesso universale (per disabili, anziani, abitanti in zone povere e
sperdute del pianeta), ma questo non significa che la soluzione consista nel
buttar via i suoi valori fondamentali. Anzi, proprio perché la complessità
delle questioni è grande, essa andrebbe discussa ed approfondita prima di
andare a toccare il sistema nervoso centrale della rete. Teniamo presente
che ben due summit mondiali sui problemi globali della rete (World Summit
Information Society 2003, a Ginevra e WSIS 2005 a Tunisi) non sono riusciti
ad arrivare a grandi risultati, ma almeno il dibattito è aperto. In questo
dibattito, vista la complessità in gioco, il contributo dei computer
professional diventa fondamentale, essi devono farsi sentire perché i
decisori da soli (e sotto la pressione delle fortissime lobby dei titani)
rischiano di fare solo dei danni.
* Computer Professionals
for Social Responsibility (CPSR), Università Cattolica di Milano
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CODICI LIBERI
Un logo in nome dell'intelletto comune
Un percorso di lettura sulla proprietà intellettuale. Dalle ricerche sul
campo di Mariella Berra e Angelo Raffaele Meo sulla «Libertà di software,
hardware e conoscenza» alle erudite analisi sull'erotismo del dono del
critico letterario Lewis Hyde Dal software alla ricerca scientifica, dalla
produzione culturale all'entertainment, la diffusione virale di
un'attitudine ribelle alle norme del copyright e dei brevetti in nome
dell'antica consuetudine dello scambio gratuito
BENEDETTO VECCHI
Uno spettro si aggira per il Wto. Non è quello noto evocato alla metà
dell'Ottocento, né quello suggerito dal guru del free software Richard
Stallman a proposito della condivisione del sapere. Il fantasma che
atterrisce l'Organizzazione mondiale del commercio è rappresentato dalla
potenza produttiva e finanziaria della Cina, la quale, rispondendo
recentemente a una richiesta di chiarimenti da parte del Congresso degli
Stati uniti, ha affermato che entro l'anno tutta la legislazione sulla
proprietà intellettuale sarà armonizzata con le direttive dei Trips,
l'insieme di regole che regolamentano a livello internazionale il commercio
della proprietà intellettuale definite proprio dal Wto di cui Pechino fa
parte.
Non è certo la prima volta che gli Stati uniti lanciano anatemi contro la
Cina perché ignora le norme internazionali su copyright, brevetti e marchi.
Ma il paese del dragone è ormai una superpotenza produttiva e il Congresso
americano non può che stilare documenti tanto duri quanto innocui contro
Pechino vista la crescente interdipendenza tra economia cinese e economia
americana, a partire dalle molte imprese statunitensi che prosperano nelle
«regioni speciali» cinesi.
Nel paese del dragone non esiste però proprietà intellettuale, visto che i
risultati dell'attività scientifica, letteraria, discografica e
cinematografia appartengono allo stato, nonostante una timida
«liberalizzazione» in salsa capitalistica che riconosce ai singoli la
possibilità di registrare un marchio o un brevetto. Inoltre, la Cina,
assieme ad altri paesi cosiddetti emergenti, come il Brasile o l'India, è
tra i più grandi sponsor del software open source, cioè quei programmi per
computer che non applicano le legislazioni correnti sul copyright. In altri
termini, Pechino accetta la logica di fondo dei Trips - la proprietà
intellettuale è appannaggio delle imprese - e, contemporaneamente, lancia
ambiziosi e grandiosi progetti per sviluppare software e farmaci non
sottoposti ai Trips che inquietano non poco le teste d'uovo delle
multinazionali hightech, farmaceutiche e dell'Entertainment.
Nel regno dell'infosfera
Il contenzioso tra Stati uniti e Cina è solo uno degli elementi che viene
affrontato dal volume Libertà di software, hardware e conoscenza scritto da
Mariella Berra e Angelo Raffaele Meo e da poco pubblicato da Bollati
Boringhieri (pp. 346, euro 17). Il saggio in questione si occupa proprio di
proprietà intellettuale a partire dalla produzione open di software,
hardware e conoscenza. Inoltre, i due autori appartengono a campi
disciplinari diversi - Mariella Berra è una sociologa, Angelo Raffaele Meo
un ingegnere elettronico - che animano da anni le rispettive università
torinesi sul tema della cosiddetta rivoluzione informatica.
Infine, il libro è presentato come un sequel del precedente Informatica
solidale, anch'esso pubblicato da Bollati Boringhieri e scritto nel pieno
della marea alta del silicio e nel quale veniva sostenuta la tesi che l'open
source è il campo di applicazione dell'«economia del dono», la terza via in
economia tra mercato e statalismo che dovrebbe salvaguardare tanto la
libertà dei singoli che la difesa di alcuni vincoli sociali altrimenti
distrutti dallo sviluppo capitalistico. Posizione che ritorna con forza
anche in questo saggio, ma con una differenza sostanziale.
In Informatica solidale la rivoluzione informatica era infatti al suo apice,
mentre ora è decisamente alle nostre spalle. Ha cambiato abitudini
individuali e collettive, ha terremotato la fabbrica, la comunicazione e le
relazioni sociali. Il just in time, il coordinamento telematico tra i nodi
di reti produttive dislocate su tutto il pianeta, Internet, la produzione e
la circolazione di informazione può essere rappresentata attraverso i
tasselli di un puzzle che, come un ologramma, ha la capacità di essere
mutato in ogni momento e che, come qualcuno ha sostenuto, costituisce
un'infosfera che avvolge tutto il pianeta. Tutto ciò indica che il
propulsore dell'economia mondiale e del capitalismo è l'intelletto comune.
Le leggi su copyright, brevetti e marchi diventano dunque lo strumento
attraverso il quale regolamentare tanto la produzione che la circolazione
della conoscenza. Dall'università sino alla conoscenza tacita, acquisita con
il consumo e l'uso di manufatti culturali, la produzione di sapere deve
diventare di proprietà delle imprese. Così, le università - da Boston a
Catania, da Mumbai a Madrid, senza nessuna differenza sostanziale - possono
non solo brevettare i risultati delle ricerche condotte nei loro laboratori,
venendo così meno all'antico principio del pubblico dominio, ma trasformarsi
in vere e proprie knowledge factory. Allo stesso tempo i risultati
dell'Human Genome Project non solo ha consentito ad alcune società di
quotarsi in borsa, ma sta favorendo, a colpi di brevetti e royalties, lo
sviluppo di un nuovo settore industriale chiamato sinistramente «tecnologie
della vita».
Un'appropriazione privatistica dell'intelletto comune che incontra
un'agguerrita resistenza motivata con l'antica consuetudine di condivisione
del sapere vigente tra i ricercatori: consuetudine che uno studioso certo
non sospettabile di simpatie sovversive come Robert Merton ha qualificato
già negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento come «il comunismo dei
ricercatori». Più realisticamente, Mariella Berra e Angelo Raffaele Meo
definiscono tutto ciò «economia del dono», sulla scorta delle analisi di
Marcel Mauss e Karl Polany. Il free software, l'open source, così come i
recenti progetti di creative commons estesi alla produzione saggistica e
alla ricerca scientifica, sono una variante dell'antica consuetudine del
dono, cioè di uno scambio senza contropartite che rafforza i legami sociali
altrimenti messi in pericolo dall'economia del mercato.
È questa la tesi di un altro volume, complementare a quello di Berra e Meo,
sempre pubblicato dalla casa editrice torinese Bollati Boringhieri e scritto
dal critico letterario statunitense Lewis Hyde (Il dono, pp. 338, euro 39).
Scritto nel 1979, quindi ben prima della cosiddetta rivoluzione del silicio,
il saggio di Hyde è a suo modo illuminante della persistenza del dono nelle
società umane. Con puntigliosità tassonomica, il critico letterario
statunitense passa in rassegna tutte le testimonianze sulla potenza del dono
nello sviluppo sociale. Dai nativi americani agli aborigeni australiani,
dalle tribù africane ai common goods, il dono non solo garantiva la
riproduzione sociale, ma consentiva a quelle «comunità» di svilupparsi, di
stringere «alleanze» con popolazioni vicine, grazie proprio allo scambio di
doni, che dovevano essere consumati senza dare avvio ad attività economiche
di nessun tipo. È solo con la modernità borghese che il mercato si insedia
con prepotenza nella vita sociale, erodendo il campo del dono fino a farlo
diventare attività marginale.
L'educazione sentimentale di Hyde è avvenuta nel pieno del mouvement
statunitense e conosce dunque bene il fascino che hanno esercitato le
comunità hippy e controculturali nella sua generazione. Ma è stato anche
testimone della ripresa di iniziativa capitalista che accoglie e cambia
segno a quella tensione utopica per una società egualitaria. Il libro è
scritto infatti quando il personal computer è appena uscito dagli scantinati
per essere messo in mostra in vetrina. La riproposizione del dono è dunque
da considerare all'interno di una strategia di resistenza al nascente
capitalismo libertario della Silicon Valley.
Illuminante è a questo proposito il capitolo in cui l'autore analizza le
opere di Walt Whitman e Ezra Pound. E se Pound è il vivezionatore dell'usura
in quanto perversione del dono con accenti decisamente antisemiti, Whitman
può essere considerato, seguendo la traccia di Hyde, il precursore di quella
cultura mix che considera la produzione artistica, discografica, narrativa
come un bene comune da preservare dalla proprietà privata.
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"Massimiliano Bondanini" <Massimiliano_Bondanini@...>
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