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Il Guado richiama la pagina biblica che descrive la lotta di Giacobbe con l'angelo sulle rive dello Jabbok. Dopo aver fatto passare quanto possedeva Giacobbe resta solo e, al calar della notte, viene aggredito da un uomo che si avvinghiò con lui fino allo spuntare dell'alba (Gen 32,22). Giacobbe prima si difende, poi, accorgendosi di avere a che fare con un essere in cui è presente la divinità, chiede di essere benedetto: si può quasi dire che gli chiede di volergli bene e, nel farlo, accetta di fidarsi di lui, rivelandogli il proprio nome. Non è difficile riconoscere qui la traccia di tante nostre storie: l'entrata improvvisa nel nostro paesaggio di solitudine di qualcuno da cui speriamo di ottenere la risposta al nostro bisogno profondo di amicizia, una 'benedizione' che possa aiutarci a vincere l'isolamento; la lotta che questa presenza genera in noi, perchè, se da una parte promette, dall'altra può chiedere quello che non vogliamo dare; l'intuizione che in ogni forma di amore si fa in qualche modo l'esperienza del divino e che quello che cerchiamo è, alla fine, Dio stesso.
Ma il guado richiama anche l'immagine di un passaggio, faticoso, ma pur sempre possibile, da una riva all'altra del fiume: gli omosessuali sono anche detti, e non certo con benevolenza, quelli dell'altra sponda. Da questa sponda vorremmo cercare un luogo in cui la comunicazione e il dialogo diventano possibili verso un approdo di liberazione in cui vivere un amore purificato dall'egoismo e dalle ambiguità.
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