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Supplemento di Disvastigo sui problemi della comunicazione e gli sviluppi del
dibattito linguistico nella Comunità europea
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Minaccia sull’italiano
Lettera inviata da Anna Maria Campogrande, rappresentante a Bruxelles del
Comitato Allarme Lingua, agli europarlamentari italiani in occasione della
Giornata delle Lingue Europee (26 settembre). La Sig.ra Campogrande, funzionaria
della Commissione europea, segue con molta attenzione, ed apprensione
specialmente in questi giorni di cambiamento dei commissari, gli sviluppi del
dibattito sulle lingue di lavoro da utilizzare nell’Unione europea e nutre
fiducia che i politici italiani si mobilitino per chiedere a Barroso, prima che
sia troppo tardi, delle garanzie per l’italiano e per il multilinguismo.
La situazione linguistica, in seno alle istituzioni europee è delle più gravi.
Il “Gruppo Antici” del Consiglio sta studiando, in gran segreto, un modus
vivendi linguistico in vista delle nuove adesioni, sulla base del documento
della presidenza danese, che non aveva trovato alcun consenso in seno al
Consiglio Europeo. Le voci che trapelano sono delle più inquietanti, per tutti,
ma in maniera del tutto particolare per l’Italiano che è la lingua di uno dei
quattro grandi Stati Membri dell’Unione e Membro Fondatore della Comunità
Europea insieme a Francia e Germania.
Si racconta, negli ambienti comunitari di Bruxelles, che l’orientamento del
gruppo di lavoro sarebbe quello di consacrare, sulla carta, un sistema basato su
tre lingue: francese, inglese e tedesco e che questo nodo centrale sarebbe
accompagnato da misure, tra le più antidemocratiche e tra le meno “comunitarie”
immaginabili, le quali, predisporrebbero dei contingenti di
traduzione-interpretazione per ogni Stato Membro aldilà dei quali ognuno dovrà
pagarsi le proprie traduzioni-interpretazioni, trasformando, in tal modo, questi
servizi in una specie di shopping-center à la carte.
Un sistema linguistico di questo tipo occulta completamente la dimensione
politica dei Servizi linguistici che invece di essere considerati uno strumento
di democrazia, al servizio dei cittadini europei, vengono equiparati a dei
servizi di manovalanza, trascurando il fatto evidente che l’Unione Europea ha
bisogno urgente di una politica linguistica degna di questo nome. Nel sistema,
in fase di costruzione, quello che colpisce di più è che questo farà pesare sui
Paesi più deboli, e su quelli che non saranno riusciti ad imporre la loro
lingua, come lingua di lavoro effettiva, i costi dei servizi di traduzione e di
interpretazione, salvo consentire l’uso esclusivo delle tre lingue con grave
danno della partecipazione effettiva e concreta, di questi Paesi, al processo di
integrazione europeo. Si noti, come ironia finale del sistema, che alle spese
per l’uso delle tre lingue contribuiscono tutti i paesi dell’Unione. Gli
italiani, quindi, pagheranno perché la loro lingua non sia usata e poi
pagheranno di nuovo per avere la traduzione in italiano. Apparentemente, gli
ambienti italiani non avrebbero niente da eccepire sulla messa in opera di
questo sistema allorché le condizioni imposte all’Italia appaiono talmente
inique che costituiscono una ragione valida, tra le più pertinenti, per
ritirarsi dall’Unione.
Nessuno finora ha, infatti, spiegato alle autorità italiane, e soprattutto al
popolo sovrano, secondo quali criteri la Commissione Prodi abbia ritenuto come
lingue di procedura: il francese, l’inglese e il tedesco, che sono le lingue di
tre dei quattro “grandi” dell’Unione, lasciando da parte l’Italia che è il
quarto. L’Unione ha infatti solo quattro grandi Paesi e l’Italia è uno di
questi. L’Italia è inoltre Membro Fondatore della Comunità Europea e, a questo
titolo, depositario del progetto originario. Se il criterio di selezione è
quello demografico, che sarebbe il solo ad avere un minimo di legittimità,
insieme a quello dell’appartenenza al gruppo fondatore, l’italiano non può non
far parte della rosa delle lingue prescelte. Ma Bruxelles tace, le decisioni che
si prendono nel settore linguistico sono tra le meno trasparenti.
C’è da chiedersi se Ie autorità di Bruxelles non considerino gli Italiani
cittadini di minor peso dei Francesi, dei Tedeschi e dei Britannici. C’è anche
da chiedersi se questi fatti, accompagnati dalle politiche nazionali relative
alla pubblica istruzione, non segnino l’inizio ufficiale della colonizzazione
linguistica e culturale dell’Europa con il beneplacito dei nostri politici, di
ogni bordo, e dei nostri Ministri.
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A questo appello Anna Maria Campogrande ha unito la lettera che Giorgio
Bronzetti ha inviato, come coordinatore del Comitato Allarme Lingua, a gennaio
al responsabile dell'Amministrazione dei Servizi Linguistici Neil Kinnock,
allora anche vice presidente della Commissione europea, per protestare della
decisione di ridurre a 3 le lingue di procedura (fr., ted e ing) in discordanza
con la lettera e lo spirito dei Trattati. Si chiedeva che la Commissione
prendesse atto di questa situazione discriminatoria nei confronti dell'Italia e
vi ponesse rimedio inserendo l'italiano tra le lingue di procedura e di lavoro
effettive della Commissione.
Nella risposta del capo gabinetto della Commissione si affermava:
“Come Lei sa, la Commissione decide all'inizio di ogni mandato quali sono le
lingue di lavoro che verrano poi utilizzate per il periodo del mandato stesso.
Questa decisione viene generalmente presa in seguito a proposta formulata dal
Segretariato Generale della Commissione, che dipende dal Presidente della
Commissione Europea” e si trasmetteva quindi la lettera di Allarme Lingua ai
servizi competenti.
Nella successiva lettera inviata in aprile a Bronzetti il Capo unità Lars Mitek
del Segretariato Generale della Commissione europea sosteneva che tutte le
lingue citate nel regolamento n.1 del 1958 sono lingue ufficiali e di lavoro che
hanno pari diritto a essere utilizzate e che nessuna decisione limitativa a tre
delle lingue di lavoro fosse stata presa tranne per i documenti presentati al
collegio dei commissari che non sono tradotti d’ufficio nelle undici lingue
ufficiali attuali, ma redatti in inglese, francese e tedesco.
Lars Mitek- si badi bene- terminava la lettera con una frase per niente
sibillina: “Data la limitatezza delle risorse e per ragioni di rapidità,
l’impiego di talune lingue di lavoro resterà limitato.”
Quindi anche se si riuscisse, non si sa come , a piazzare l’italiano in prima
fila, a conti fatti, rebus sic stantibus, la musica (cioè “music”) sarebbe in
sostanza la stessa .
(gb)
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