Egregi membri di questo gruppo di discussione. Mi ritrovo degli appunti
dattiloscritti , che riporto di seguito,su un opera di Romano che non si trova
nè nelle librerie nè in internet "La Lingua e il tempo" che dovrei citare in un
mio articolo. Inoltre dal testo che ho non si capisce se l'affermazione
sull'apprendimento della lingua straniera che si asserisce sia stato riportato
da Monde (Le Monde?) sia di romano e di altri. Forse qualcuno di voi può
suggerire qualcosa. Grazie Giorgio
Sergio Romano a proposito della generalizzazione dell'insegnamento dell'inglese,
ora riproposto in Francia ed attuato in modo strisciante in Italia.
E' con Babele che inizia la libertà
Se la riforma de M. Pelletier m'inquieta, non è solamente perché io sono
italiano, ma perché la sua filosofia mi appare spaventosa. Egli propone ai
francesi "la conoscenza perfetta di almeno una lingua straniera", affermando che
bisogna apprendere una lingua straniera perché è "utile".
Ma se il criterio di utilità deve essere all'origine delle nostre scelte, perché
noi ci o-stiniamo a parlare una lingua materna che per noi è sempre meno
"utile"? Le comunicazioni commerciali e scientifiche, le prenotazioni, i
messaggi fra le torri di controllo e gli aerei, i codici di telescrittura e dei
calcolatori elettronici, la giungla semiotica che attraversiamo tutti i giorni
fra home e business, tutto è in inglese. Noi non abbiamo che da imparare
"perfettamente" questo gergo passe-partout: il mondo ci apparterrà.
Non è certo perché Inglesi ed Americani giocheranno sempre meglio, sul terreno
della loro lingua, più di qualunque studente francese od italiano.
Ma questa considerazione, mettendo da parte la conoscenza dell'inglese, così
come ci è proposta oggi in Francia e domani può esserlo in Italia, lascia
intravedere un mondo uniforme parlante la stessa lingua ed accettare nella vita
quotidiana e sociale i codici comportamentali di cui una lingua è portatrice.
Ora io penso che la scelta di una lingua straniera dovrebbe essere dettato non
solo dalla sua "utilità", ma soprattutto per il desiderio di conoscersi meglio
per rapportarsi con gli altri. I francesi devono apprendere l'inglese, il
tedesco, l'italiano o lo spagnolo, non solo perché quello gli permette di
migliorare i suoi viaggi oltre frontiera, ma per conoscere un altro versante di
una stessa cultura storica.
Si vuole che i francesi conoscano solo il versante anglo-americano della loro
storia? Si vuole che questo versante divenga presto la versione ufficiale e
dominante?
Bisogna imparare le lingue straniere per differenza di pensiero e non di
uniformità. Smettiamo di piangere l'età d'oro che avrebbe preceduto la torre di
Babele, perché è a Babele, al momento stesso dove le lingue si sono separate,
che la libertà culturale inizia. Se Dio - un Dio parlante inglese, senza dubbio
- crede di punirci privandoci di uniformità, si è ingannato. La resistenza
contro tutti i dogmi e tutte le egemonie comincia quando un uomo può dire al
suo interlocutore: io non ti capisco, tu non parli la mia lingua.
Jacques Pelletier, segretario di Stato francese all'Educazione, propose nel 1979
una riforma dell'insegnamento delle lingue straniere che avrebbe con ogni
probabilità rafforzato la posizione dell'inglese a danno delle lingue "minori".
Questo breve commento è apparso nel Monde del 18 maggio 1979.
Dal libro "La lingua e il tempo" di Sergio Romano
Giorgio Bronzetti
Viale Aldo Moro 37
66013 Chieti
Italia
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