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From: patrizia.pepe
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Sent: Wednesday, November 10, 2004 12:10 AM
Subject: VitaIndipendente Telelavoro
Tratto da Kw Salute - DISABILITA'
Patrizia
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Telelavoro, opportunità per i disabili o alibi per gli altri?
Carmelo Manca
New economy, telelavoro, internet sono termini che ricorrono frequentemente nel
nostro
tempo così meravigliosamente ed inquietantemente globale.
Il telelavoro, lavoro aziendale svolto non importa dove e trasferito mediante
rete
informatica, rappresenta il massimo decentramento del lavoro consentito dagli
attuali
mezzi di comunicazione; viene visto da alcuni come un'ottima opportunità per
"liberare" il
proprio tempo dai vincoli imposti dai metodi lavorativi tradizionali; consente
di vivere
nel proprio ambiente personale pur producendo reddito.
Relativamente alla "diversa abilità" il mondo imprenditoriale, alcune
associazioni dei
disabili, enti vari, si interessano a questa nuova possibilità offerta dalla
tecnologia,
intravedendo in esso una delle strade percorribili per dare applicazione alla
nuova
normativa in materia di lavoro e disabilità, che in molte parti d'Italia, a più
di un anno
di vita, stenta ancora a decollare. A tal fine si organizzano convegni, corsi di
formazione per l'avviamento anche al telelavoro, patrocinati e finanziati da
vari enti,
privati, e pubblici, nazionali ed europei.
Ben venga il telelavoro che indubbiamente può essere una soluzione, in rari casi
forse
l'unica che possa dare risposta alla legittima aspirazione di autonomia
economica.
Occorre notare tuttavia che il telelavoro non ha le potenzialità di integrazione
sociale
che hanno i metodi di lavoro tradizionale. L'integrazione sociale dipende solo
parzialmente dall'autonomia economica, maggiormente dall'essere, la persona,
parte
integrante della società con la quale si rapporta. Se ciò può non interessare
molti, che
si ritengono, a ragione o meno, ben integrati nella società, per un numero
sempre maggiore
di persone disabili, che da anni la buona esperienza italiana dell'integrazione
scolastica
ha istruito a volte fino alla laurea, mal si adattano a tornare in spazi angusti
o
ghettizzanti, in un rapporto con la macchina che rischia di diventare autistico.
Come al solito niente è buono o cattivo in assoluto, l'importante è disporre di
condizioni
di scelta e di pari opportunità. A tal proposito la Carta comunitaria dei
diritti sociali
fondamentali dei lavoratori del 9 dicembre 1989 prevede, al punto 26, che "ogni
persona
handicappata, a prescindere dal proprio handicap, deve poter beneficiare di
concrete
misure aggiuntive intese a favorire l'inserimento sociale e professionale. Tali
misure
devono riguardare la formazione professionale, l'ergonomia, l'accessibilità, la
mobilità,
i mezzi di trasporto e l'alloggio e devono essere in funzione delle capacità
degli
interessati".
Dal 1 gennaio 1948 la Costituzione Italiana "richiede" (art.2) "l'adempimento
dei doveri
inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" riconoscendo "i
diritti
inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si
svolge la sua
personalità" e afferma (art. 3) che "tutti i cittadini hanno pari dignità, senza
distinzione -omissis- di condizioni personali e sociali" e che "è compito della
Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la
libertà e
l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e
l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica,
economica e
sociale del Paese".
E' fuor di luogo chiedersi se il mondo imprenditoriale e chi altro di dovere,
nell'attuale
situazione italiana non si vogliano creare un facile alibi? mettersi in regola
con la
legge sul collocamento, prendendone i benefici, senza peraltro mettersi in
regola con il
resto? Una situazione, quella italiana, in cui le leggi esistenti sono spesso
inapplicate,
l'accessibilità nel sociale e negli ambienti di lavoro è molte volte carente o
inesistente, i servizi di trasporto, efficienti durante il periodo scolare,
diventano in
molte zone del paese anch'essi carenti o inesistenti. La normativa sulle
barriere
architettoniche per esempio prevede che essa sia attuata in tutti i reparti
lavorativi dei
luoghi di lavoro soggetti al collocamento obbligatorio, indipendentemente dalla
presenza o
meno della persona diversamente abile nel luogo. Viene da pensare che se il
disabile è in
organico ma non è fisicamente presente può risultare più facile eludere la
legge. Perchè
nei convegni sulla disabilità il mondo industriale appoggia così caldamente il
telelavoro?
Perché vi vede potenzialità che il lavoro tradizionale non può offrire alla
persona
disabile, nei suoi diritti globali o piuttosto per non avere disabili tra i
piedi e pensa
che sia più utile ammucchiarli tutti in ghetti di "uguali tra gli uguali"?
08 Novembre 2001
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]