Salve Baldissara, saluti a tutti
Ho trovato molto interessanti le notizie relative ai problemi
della percezione stereoscopica, allegate ad alcuni messaggi di
Baldissara,come lo scritto di "Benoît Rousseau, Orthoptiste
(Fontainebleau)", che parla della rieducazione alla visione
tridimensionale.
Questo aspetto è, naturalmente, ben lontano dalle mie ambizioni,
tuttavia l'osservazione che la visione tridimensionale viene
acquisita tra i tre e i sei mesi dalla nostra nascita può
giustificare in parte anche i problemi che molti incontrano nella
buona visione stereo, con anaglifi o con altri metodi.
Credo tuttavia che tutto sia molto più complesso.
Ho un amico che ha iniziato ad avere problemi di strabismo intorno ai
quattro anni, in un periodo in cui, stando alla considerazione di cui
sopra, doveva aver già sviluppato la capacità stereoscopica, ma dopo
varie operazioni per la correzione dello strabismo non ha più
riacquistato la capacità stereo e ciò nonostante alcuni programmi di
rieducazione.
Stando a Benoit ci sarebbero speranze anche per lui, visto che
apparentemente nel primo anno di vita lo sviluppo della sua vista ha
avuto uno sviluppo regolare.
Evidentemente almeno nei primi due o tre anni di vita l'acquisizione
della capacità di percezione del rilievo può anche essere perduta a
causa di problemi "oculistici".
Credo comunque che, per quello che riguarda il mio quesito sulla
problematica relativa alla corretta percezione degli anaglifi, tutti
questi aspetti portino fuori strada.
Tralasciando coloro che hanno problemi visivi permanenti, ho
sperimentato che la difficoltà di percezione degli anaglifi riguarda
persone sanissime, come mia moglie (ma forse la buona condizione di
salute essendo un asintoto non esiste), ed è al loro modo di
percepire che avevo manifestato il mio interesse.
Sono ancora del parere che per queste persone sino determinanti i
problemi emersi con il nostro scambio di idee, cioè: errato tipo di
occhiali (con presenza di immagine fantasma) angolo di separazione
delle immagini esagerato, e altri aspetti legati alle problematiche
seguenti.
Occorre infatti a questo punto chiarire un punto troppo spesso
sottovalutato (anche ai fini di un costruttivo dibattito sulle
questioni che si trattano in questo sito) che chiarisce molti aspetti
della nostra percezione visiva e che, tra l'altro, risolve anche
il "mistero" dell'effetto Dunkley, oggetto del recente appassionato
dibattito nel sito, che mi sono permesso di seguire in silenzio con
l'attenzione di colui che conosce la risposta (o crede di conoscerla)
ed aspetta, prima di dirla, di sentire le ipotesi proposte da altri.
Il punto in questione può essere sintetizzato dalle due seguenti
questioni, strettamente correlate.
1) Bisogna distinguere tra il GUARDARE, che è un atto mono-
sensoriale "fisico-meccanico", e il "VEDERE", attività poli-
sensoriale che implica invece una complessità incredibile di
funzioni, tutte strettamente dipendenti dall'esperienza sensoriale
complessiva del singolo individuo.
Il fenomeno della visione non è dunque un semplice fenomeno fisico.
2) Lungi da me l'idea di disquisire di filosofia (non ne ho nemmeno la
competenza), ritengo utile ai fini della discussione contribuire con
le righe seguenti, tratte da un capitolo della mia tesi, rimandando
per un approfondimento ai vari libri esistenti sull'argomento, tra
cui l'ottimo "L'occhio e l'idea" di Ruggero Pierantoni":
"Punto di partenza, per ogni storia sulla formazione di immagini, è
il fenomeno della percezione visiva, che è stato oggetto di un
appassionato dibattito già presso i greci.
La prima ipotesi sul funzionamento della fisiologia della visione, di
cui ci è giunta testimonianza, risale al VI sec. a. C. ed è
attribuita al matematico e filosofo greco Pitagora (c. 580-497 a. C.)
Egli ipotizzò l'esistenza di raggi emessi dall'occhio, che viaggiando
nello spazio, andavano ad urtare le cose suscitando così il fenomeno
della visione.
Nel secolo successivo Empedocle (490-432 a. C.), filosofo, poeta e
medico greco, sostenne la natura corpuscolare della luce che ha come
conseguenza la visibilità dei corpi quando i corpuscoli da essi
emanati arrivano all'occhio.
[...]
Platone (428-347 a. C.), non condividendo né la teoria dell'"occhio
faro" di Pitagora, né la teoria dell'"occhio trappola" di Democrito
ne propose una terza: le immagini sono originate dalla sintesi tra
due diversi fenomeni: i raggi visivi emergenti dall'occhio che,
originati da una sorta di luce interiore, esplorano il mondo, e i
raggi luminosi provenienti dal Sole e riflessi dagli oggetti."
Sebbene non proprio nei termini esposti da Platone la sua teoria è
forse quella che fra tutte si è dimostrata la più rispondente alle
più recenti verifiche sperimentali.
Le scoperte del XX secolo nel campo della percezione visiva hanno
dimostrato infatti che la visione è effettivamente un processo basato
su due fenomeni: la formazione delle immagini sulla retina per mezzo
delle radiazioni trasmesse dai corpi e l'elaborazione di queste nel
cervello sulla base della propria individuale esperienza.
Ecco allora che le immagini di ciò che noi guardiamo possono essere
pensate come proiezioni all'esterno di queste elaborazioni, sono in
altre parole delle "visioni", strettamente dipendenti dalla nostra
esperienza percettiva.
E' proprio ai problemi legati all'esperienza percettiva che sono
imputabili le illusioni ottiche.
Nell'analisi del fenomeno visivo non ha dunque senso discernere il
fenomeno fisico da quello psicologico.
Nel campo relativo alla percezione del rilievo la condizione
dell'osservazione di due differenti immagini è sufficiente, ma non
sempre necessaria.
Essendo la sensazione stereoscopica un fenomeno mentale è evidente
che dovremmo aspettarci qualche altro fenomeno che crei, per
esempio, la stessa sensazione di rilievo delle stereocards,
pur con l'osservazione di una singola immagine.
Effettivamente ciò è possibile e l'effetto Dunkley ne è proprio un
esempio, anche se non l'unico, come vi dimostrerò qui sotto.
A proposito di effetto Dunkley ora inforco gli occhialini e vi scrivo
la mia esperienza.
Io percepisco perfettamente l'effetto stereo di certe immagini e
penso che molti possano NECESSARIAMENTE e INVOLONTARIAMENTE vederlo.
La condizione perché questo si verifichi è che si osservino, appunto,
immagini particolari.
Infatti, come ha osservato Baldissara, l'effetto stereo non funziona
con i fumetti e ciò è ovvio, i fumetti non fanno parte della nostra
quotidiana esperienza sensoriale tridimensionale.
In altre parole sono solo gli oggetti tridimensionali "per natura"
che possono essere visti in stereo, a patto che siano riprodotti in
particolari condizioni di luce.
Anticipando qualche possibile obiezione, il fatto che qualcuno non
riesca a vedere tridimensionale con gli occhialini Dunkley non
inficia quanto vado scrivendo, il problema è infatti molto simile
all'osservazione di anaglifi: non tutti riescono a fondere le due
immagini, eppure nessuno può negare che la condizione di osservazione
di due immagini sia corrispondente a quella reale che darebbe,
appunto, una visione tridimensionale.
Inforcando ancora gli occhialini Dunkley vediamo tre casi specifici:
1) Ho sotto gli occhi una incisione di Durer (scusate ma non riesco
proprio a mettere i puntini sulla u) dal titolo "Malinconia".
L'immagine resta piana perché nella realtà quotidiana noi non vediamo
incisioni e le incisioni che ci sono immagazzinate nel nostro
cervello sono sempre bidimensionali.
2) Cambio immagine. Adesso osservo una perfetta foto a colori di un
trasformatore elettrico visto di scorcio, stampato su un catalogo di
componenti per elettronica.
Il trasformatore è stupendamente in 3D.
Certo io è una vita che maneggio trasformatori e quindi so come sono
fatti, proprio per questo il mio cervello mi mette le spire in mostra
davanti al suo nucleo.
Naturalmente credo che lo stesso trasformatore possa non essere
altrettanto visibile in stereo se fotografato di fronte
o se osservato da persone che nella propria esperienza quotidiana non
maneggiano "sensorialmente" trasformatori.
3) Adesso osservo un'ultima immagine. Si tratta della copertina
dell'Almanacco della rivista "Fotografare" dell'inverno 1999-2000.
La foto illustra una bella ragazza con sciarpa e maglione pesante
(fittamente tramato) che corre sulla neve, ripresa con una luce
solare che crea forti ombre.
L'effetto stereo è perfettamente e stupendamente evidente, quasi come
se stessi guardando una stereocard.
Poiché la figura umana fa parte della nostra esperienza quotidiana
penso proprio che una immagine come questa sia il soggetto più adatto
per verificare l'effetto Dunkley.
Anticipando il pensiero di coloro che non riescono a vedere in
stereo neppure questa terza immagine, vi posso garantire che sono loro
l'eccezione alla regola, che è corretta, e non coloro, come me e
Baldissara (e credo la maggior parte di esseri umani) che la
vedrebbero in rilievo, se osservata attraverso gli occhialini
stenopeici.
In sintesi, l'effetto Dunkley dimostra che (e sia chiaro che questa
non è una frase mia, ma ripeto solo quanto altri hanno detto con più
autorevolezza)
NOI VEDIAMO QUELLO CHE CONOSCIAMO (e uso il termine "vedere" sempre
nell'accezione riportata sopra) .
A questo punto non resta che "gettare le carte in tavola" e collocare
l'effetto Dunkley nel quadro più vasto del fenomeno della visione,
dove, come già accennato prima, c'è almeno un superconosciuto
effetto, il TROMPE L'OEIL (almeno da duemila anni: vedi la gara
pittorica tra Zeusi e Parrasio citata da Plinio nel suo "Storia
naturale", Einaudi, Torino 1988, libro XXXV, pagg. 361-362,
che oltre ad aver segnato anche tutta la Storia dell'arte dimostra
la possibilità di percepire perfettamente il rilievo con
l'osservazione di una sola immagine bidimensionale.
Nell'effetto Dunkley entrano in gioco vari fattori, e oltre a quello
della visione "foveale" già tirata in ballo è determinante
al fine della visione stereo proprio l'effetto Trompe l'oeil di certe
immagini (sopra non lo ho detto, ma è evidenti che tanto più
l'immagine è ben stampata, riprodotta e adeguatamente illuminata,
tanto più è facile vederla stereo).
Ma allora, può obiettare qualcuno, perché si ha necessità degli
occhiali con foro stenopeico per percepire il rilievo?
Perché è con gli occhialini che l'immagine viene decontestualizzata e
estratta dal contesto in cui è inserita (che ce la fa "vedere" come
copertina, riproduzione a colori, ecc.) per essere percepita grazie
ai suoi colori, al suo contrasto, alle sue ombre, ecc., in uno spazio
senza riferimenti e di conseguenza "reale"(a
questa "decontestualizzazione" è per esempio imputabile la percezione
della diversa dimensione della Luna all'orizzonte rispetto a quanto
ci appare alta nel cielo. Quando è alta nel cielo la vediamo nella
sua reale dimensione apparente (30'), mentre quando è vicina
all'orizzonte, dietro alberi o edifici, ci appare notevolmente più
grande, pur avendo la stessa dimensione angolare).
Questo inganno è proprio quanto fanno i Trompe l'oeil, che, ripeto,
sono uno splendido esempio di percezione stereo fornito da una sola
immagine.
Proprio come l'effetto Dunkley (che si ha grazie ai fori stenopeici),
anche i Trompe l'oeil per sortire il loro effetto hanno sempre
bisogno di un contesto architettonico adeguato, infatti gli stessi
riprodotti su carta (per esempio in un libro di storia dell'arte)
perdono la loro capacità ingannatrice per apparire come esattamente
sono: BIDIMENSIONALI.
Eppure quante volte siamo rimasti "fregati" dallo straordinario
effetto tridimensionale di grandi capolavori della nostra pittura
italiana (non mi dilungo sull'argomento, ma si potrebbe riempire una
intera biblioteca con i libri che hanno affrontato la questione).
Per concludere non posso non sottolineare che la capacità della
percezione della profondità (almeno per distanze non troppo grandi) è
consentita anche a coloro che dispongono di un solo occhio e ciò
grazie alla capacità di accomodazione del nostro cristallino
nell'operazione di messa a fuoco (come chiunque può verificare senza
necessariamente accecarsi, ma chiudendo un occhio o coprendolo
semplicemente con una mano).
Alla prossima
Antonello Satta