Ave,
a chi fosse interessato mando parte dell' "HAVAMAL" str. 138-163 da una
traduzione che ho letto per la prima volta nel 1978, tratta da un
libricino di Mario Polia. E' una traduzione del 1951, chi è curioso o
interessato può confrontarla con altre traduzioni. Ho scelto di mandare
questa versione perchè è l'unica che ho a portata di mano in italiano.
Non è detto però che io condivido totalmente la tesi di Mario Polia
esposta nel suo libricino e nel successivo libro.
"Io so che da un albero al vento pendetti,
per nove notti intere,
ferito da una lancia ed immolato ad Odino,
io stesso a me stesso,
su quell'albero che nessuno sa
da quali radici nasca.
Pane nessuno mi dette, nè coppa per bere;
io giù guardai:
raccolsi le RUNE, dolorante le presi:
e giù caddi di là.
Nove canti magici io appresi dal noto figlio
di Bolthor, padre di Bestla,
e bevvi un sorso del prezioso idromele,
attinto da Odhrerir.
Allora presi a prosperare, a divenir saggio,
a crescere ed a star bene;
da una parola passai all'altra,
da un'impresa passai ad un'altra, e così via.
Le RUNE troverai e facili segni,
segni molto forti,
segni molto potenti,
che dipinse il signore dei vati,
che fecero i numi,
ed intagliò l'orator degli dèi.
Odino fra gli Asi, ma fra gli Elfi Dain,
Dvalin fra i Nani,
Asvidh fra i Giganti,
ed io stesso ne incisi alcune.
Sai come si incide? Sai come si interpreta?
Sai come si dipinge? Sai come si sperimenta?
Sai come si prega? Sai come si immola?
Sai come si offre? Sai come si sacrifica?
E' meglio non pregare che troppo immolare:
sempre il dono attende una ricompensa;
è meglio non offrire che far troppi sacrifici:
...................................................................
Così ha inciso Thund per il destino degli uomini;
là egli ritornò da dove era venuto.
Dei canti io conosco che non conosce nessuna donna,
nè per certo uomo alcuno;
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
Aiuto si chiama il primo, e ti aiuterà
nei dolori, nelle pene ed in ogni calamità.
Un altro ne conosco che è utile per gli uomini
che vogliono essere medici.
Un terzo ne conosco: se ho gran bisogno
di difendermi dal mio nemico
ottundo la lama del mio avversario,
così che non taglino le sue armi.
Un quarto ne conosco: se serrano con catene
le mie membra,
io canto in modo da poter fuggire;
scattan via i ceppi dai piedi,
ed i legami dalle mie mani.
Un quinto ne conosco: se vedo volare un dardo,
scagliato dal nemico, verso la mia schiera,
non volerà così forte, che io non lo possa trattenere,
purchè con i miei occhi lo veda.
Un sesto ne conosco: se qualcuno mi tormenta
con le radici di un albero,
costui che mi ha eccitato dall'ira,
il male lo roderà in vece mia,
Un settimo ne conosco: se vedo una casa bruciare
al di sopra di chi ci abita,
non arderà tanto che io non la possa salvare;
io so cantare quel canto.
Un ottavo ne conosco; che è per tutti
utile ad apprendere:
dove l'odio cresce tra i figli di un principe,
io in breve lo posso placare.
Un nono ne conosco: se mi spinge la necessità
di salvare in mare la mia nave,
io posso acquietare il vento sui flutti
e calmare le acque.
Un decimo ne conosco: se vedo delle streghe
volteggiare nell'aria,
opero in modo che esse non riescano a ritrovare
le loro spoglie,
e i loro spiriti.
Un undicesimo ne conosco: se devo guidare
in battaglia dei vecchi amici,
io canto dietro allo scudo ed essi marciano
intrepidi alla pugna,
e incolumi ne ritornano:
ovunque essi vanno sani e salvi.
Un dodicesimo ne conosco: se vedo un impiccato
pendere dall'alto di un albero,
in tal modo incido e dipingo delle RUNE,
che costui può discenderne,
e mettersi a parlare con me.
Un tredicesimo ne conosco: se verso dell'acqua
su un giovane guerriero,
egli non cadrà anche se nel mezzo della mischia,
e non piegherà di fronte alla spade.
Un quattordicesimo ne conosco: se agli uomini devo
enumerare tutti gli dei,
tutti gli Asi e gli Elfi io ben conosco;
così non sa nessuno stolto.
Un quindicesimo ne conosco; che cantò il nano
Thiodhrorir, davanti alle porte di Delling:
forza augurò agli Asi, successo agli Elfi,
saggezza a Hroptatyr.
Un sedicesimo ne conosco: se voglio ottenere
i favori e le grazie di una donna,
sconvolgo la fanciulla dalle bianche braccia
la mente ed ogni sui senso.
Un diciassettesimo ne conosco, che mai mi lascerà
quella giovane donna; ---
di questi canti privo, o Loddfafnir,
ne resterai a lungo,
ma buoni sarebbero se tu li impari,
ed utili se li apprendi,
e giovevoli se li accogli.
Un diciottesimo ne conosco che mai svelerò
nè a donna nè a fanciulla ---
tutto va meglio quando è uno solo che sa;
questo sia il commiato dei miei canti ---,
se non a lei sola che mi accoglie tra le sue braccia
oppure alla mia sorella.
Bene, questo è parte dell'Havamal, la traduzione è datata, ma come ho
già detto è l'unica che avevo a portata di mano. Questa è una delle
prima fonti scritte dove si parla per vla prima volta in assoluto delle
RUNE e del loro uso magico.
Ogni commento è bene accetto ed eventualmente altre fonti storiche.
Diffidate di persone che parlano delle RUNE solo come elemento per la
divinazione o che mne stravolgono il senso ed il significato basandosi
solo su esperienze di fantasia senza conoscere, menzionare, valutare i
Carmi Norreni.
Live Long and Prosper
Flavia Wolfrider
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