Nel
riportare il testo di Giulietti, ricordo a tutti che Enzo ha sempre lottato
contro l’antisemitismo e le discriminazioni sessuali.
Ciao,
Carmine
30.03.09 -
Palmesano: Perché la camorra mi vuole uccidere
Roberto
Saviano, durante la straordinaria serata promossa e condotta da Fabio Fazio con
la consueta sensibilità professionale e civile, ha urlato la sua indignazione
contro quella informazione omertosa, mafiosa, imbelle che finge di non vedere o
di non sapere quanto accade in vaste zone del paese. L'oscurità, il dileggio,
l'isolamento di chi denuncia e non si piega sono uno dei modi per eliminare i
ribelli, per ridurli al silenzio, costi quel che costi. Non casualmente si sta
già sviluppando una campagna che punta a delegittimare i Saviano, i Don Ciotti,
chiunque non si rassegni ad accettare la sub cultura dell'illegalità,
dell'arbitrio, della violenza.
"Cosa vorranno questi signori, vogliono farsi propaganda, sputano
sull'Italia per fare soldi... criminalizzano la gente perbene... avranno le
loro convenienze...". Queste e altre idiozie vengono dette e scritte, con
l'obiettivo di distruggere la credibilità di chi ha scelto di urlare, di mettere
in piazza la vergogna, di indicare i nomi di mafiosi e camorristi, di mettere
insieme miglia e miglia di persone come ha fatto Libera nel corso della grande
manifestazione del 21 marzo.
Lo stesso Don Ciotti ha ricordato come il silenzio e l'oscurità mediatica
possano contribuire a creare un clima favorevole per chi ha bisogno del buio
per portare a compimento i suoi piani criminosi.
Per queste ragioni abbiamo deciso di rendere pubblica la lettere appello che
Enzo Palmesano ha rivolto ad Articolo21, a questo blog e a Libera Informazione.
Palmesano è un coraggioso giornalista che opera nel casertano e in particolare
a Pignataro Maggiore, una terra dove è difficile esercitare il mestiere del
cronista. Palmesano è un uomo coraggioso, fu uno dei protagonisti della svolta
di Alleanza Nazionale, memorabili sue battaglie contro l'antisemitismo e contro
ogni forma di discriminazione sessuale.
Con la stessa passione civile ha tentato di fare il giornalista denunciando la
camorra, i suoi affari, gli intrecci con la politica e le istituzioni. Una
parte della stampa locale lo ha isolato, ha perso il posto di lavoro, è
costretto a vivere sotto scorta, affida i suoi messaggi e quelli di un
coraggioso gruppo di amici che lo circonda, alla rete, al suo blog.
Questo è il testo della lettera diffusa da Palmesano.
Perché la camorra mi vuole uccidere
di Enzo Palmesano
Nel giornalismo sono importanti i fatti, ma anche i tempi e - direbbe
Leonardo Sciascia - il "contesto". E così è di fondamentale rilevanza
tenere presenti i tempi e il "contesto" del tentativo di bruciare la mia autovettura -
attentato sventato dopo che già l'avevano cosparsa con la benzina -
verificatosi a poche ore dalla conferenza stampa relativa agli arresti
effettuati il 23 febbraio 2009, nell'ambito dell'inchiesta sul clan
Lubrano-Ligato di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta. Nell'occasione
dell'incontro con i giornalisti, il coordinatore della Direzione distrettuale antimafia
di Napoli, Franco Roberti, il pubblico ministero Giovanni Conzo e il comandante
provinciale dei carabinieri di Caserta, colonnello Carmelo Burgio, mi avevano
espresso stima e sottolineato il ruolo che avevano avuto le mie pericolose e
credo efficaci inchieste giornalistiche nella battaglia anti-camorra. E quando
i giornali locali mi censuravano o mi cacciavano, gli articoli che non potevo
pubblicare diventavano formali denunce alla magistratura e comunicati stampa.
Una stima, quella di Roberti, Conzo e Burgio che ricambio ampiamente.
Voglio sottolineare, però, che le parole più importanti e interessanti di
quella conferenza stampa sono state non le attestazioni di stima nei miei
confronti ma quelle riguardanti l'analisi lucidissima del "caso Pignataro
Maggiore" fatta dal dottor Giovanni Conzo, che si è avvalso tra l'altro
delle investigazioni dei carabinieri della Stazione di Pignataro Maggiore, con
il comandante maresciallo Antonio di Siena e il vicecomandante maresciallo
Raffaele Gallo, un presidio in territorio di guerra. Conzo ha spiegato che i
boss pignataresi sono la testa di ponte della mafia siciliana, dei
"corleonesi" di Totò Riina e Bernardo Provenzano, dai quali la cosca
Lubrano-Ligato, tramite i Nuvoletta di Marano di Napoli, è andata a scuola di
mafia; e il "clan del casalesi" ha poi appreso il modo di agire
mafioso dai boss di Pignataro Maggiore, città tristemente nota come "la
Svizzera delle cosche", capitale della "camorra imprenditrice".
Se non si studia la storia dei mafiosi pignataresi, non si capisce la storia
della mafia casalese, casertana e campana. Ciò che distingue i grandi
magistrati da quelli pur bravi e "normali" non sono le
intercettazioni, le perquisizioni e quant'altro, ma - come si direbbe in
sociologia - il "paradigma interpretativo", l'intelligenza
dell'ipotesi investigativa. Il dottor Giovanni Conzo, nell'analizzare la mafia
pignatarese, ha dimostrato di essere uno straordinario facitore di
"paradigmi interpretativi", confermati dalle concrete azioni
investigative, dalle prove insomma.
Quindici arresti, una cinquantina di indagati. Ma ho motivo di credere che vi
siano altre indagini in pieno sviluppo, se si tiene presente che - per esempio
- le pressioni contro la mia attività giornalistica emerse sono relative a
molti anni fa. E poi c'è l'intreccio tra politica, affari e camorra che non
ancora è stato colpito dalle inchieste; sono certo che emergeranno anche in
sede giudiziaria fatti di enorme rilevanza, già denunciati nelle mie
investigazioni giornalistiche. Un "dettaglio" per capire l'importanza
dell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia appena conclusa: la
famiglia Lubrano è stata investita dall'accusa di associazione per delinquere
di stampo mafioso, e sembra ovvio; ma quasi nessuna sa che il defunto boss
Vincenzo Lubrano - amico di Totò Riina e consuocero di Lorenzo Nuvoletta -, pur
condannato all'ergastolo per l'omicidio Imposimato, non fu mai condannato
invece per associazione mafiosa. Come dire: a Pignataro Maggiore "la mafia
non esiste". Intervistato da un quotidiano locale, Vincenzo Lubrano
"suggerì" proprio un titolo del genere: "A Pignataro la camorra
non esiste". Dove la mafia e i mafiosi - con il loro bagaglio di
connivenze nella politica, nelle Istituzioni e nel mondo degli affari -, per definizione,
"non esistono", è molto difficile, complesso e pericoloso scrivere il
contrario.
Non a caso, Pignataro Maggiore è la città campana dopo più numerose sono state
le intimidazioni e le pressioni politiche, editoriali e imprenditoriali ai
danni dei giornalisti, una tremenda campagna di isolamento, delegittimazione e
di imbavagliamento che non ha pari. Che spettacolo, quando i boss e i politici
ordinano, gli editori e i direttori dei giornali eseguono: "Baciamo le
mani, don Vincenzo".
"Sembra di stare in Sicilia", mi ha detto un collega, dopo il
tentativo di bruciare la mia autovettura avvenuto nella notte tra il 24 e il 25
febbraio 2009; aggiungo che sembra di stare in un film sulla mafia ambientato
in Sicilia. E' un pezzo di Sicilia mafiosa, Pignataro Maggiore, dove svernarono
da latitanti Luciano Liggio e Totò Riina, che partecipò al banchetto per il
matrimonio di Gaetano Lubrano (morto per malattia nel 1989) con Giuseppina
Orlando, cugina dei fratelli Nuvoletta. Quel Gaetano Lubrano (fratello di "don"
Vincenzo), boss di storica importanza, "consigliere" della famiglia
Nuvoletta, il quale partecipò alla macabra riunione nella quale fu deciso di
uccidere il giornalista Giancarlo Siani. Dalle intercettazioni ambientali è
emerso che il capocosca Vincenzo Lubrano parlava sempre e rabbiosamente di due
giornalisti "che scassavano 'o cazzo": di Giancarlo Siani, che già la
famiglia Nuvoletta-Lubrano aveva assassinato, e del miracolosamente
sopravvissuto Enzo Palmesano, eliminato chirurgicamente da una manovra a
tenaglia di giornalisti proni, editori compiacenti, politici convergenti e boss
mafiosi autori di "proposte che non si possono rifiutare". Io non
posso più scrivere sulla stampa locale casertana, non posso pubblicare le mie
inchieste sugli intrecci tra politica, affari e camorra, io - per i padroni e i
padrini - devo morire; per un giornalista investigativo non poter pubblicare le
proprie inchieste è come morire. Qualora avvenisse la mia eliminazione fisica,
pericolo che non mi nascondo e che ritengo concreto e attuale, essa è stata
preceduta dalla più completa e devastante eliminazione professionale.
Io sono un giornalista professionista, vivo di giornalismo, ma nella mia terra
non ho mai potuto lavorare per portare la pagnotta a casa. Non posso lavorare
io ma nemmeno i miei familiari: la camorra non vuole. Mi hanno fatto il vuoto
intorno, terra bruciata. Nel corso dell'inchiesta del dottor Giovanni Conzo è
emerso, inoltre, che il clan Lubrano-Ligato impose - oltre che la fine della
mia collaborazione con il quotidiano locale "Corriere di Caserta",
qui con convergenti pressioni politiche locali e nazionali - il licenziamento
di mio figlio Massimiliano ad un imprenditore edile pignatarese. Mio figlio
avrebbe voluto continuare a lavorare per pagarsi le vacanze, ma il boss Pietro
Ligato (ora arrestato per l'omicidio del padre del collaboratore di giustizia
Antonio Abbate), accompagnato dall'attuale "pentito" Giuseppe
Pettrone, chiese ed ottenne l'immediato licenziamento di Massimiliano, per sua sventura
figlio del giornalista Enzo Palmesano. E' questo il clima in cui vivo nella
"Svizzera dei clan" con mia moglie e i miei tre figli. Non so che
cosa ci riserverà il destino, nel quale comunque ho speranza. Non posso,
comunque, fare a nessuno il favore - come avrebbero voluto "don"
Vincenzo Lubrano e gli amici degli amici - di smettere di "scassare 'o
cazzo".
Questa lettera sino ad oggi non ha avuto grande diffusione, solo il Tg3 e
pochissimi altri hanno avuto la sensibilità professionale e civile di dare voce
a Palmesano e ai suoi amici. "Non sarà una esagerazione? Forse è una
persona singolare ipersensibile, ma sarà credibile?". Queste domande mi
sono state poste da persone che si ritengono perbene.
Le stesse parole le ho sentite dire su Peppino Impastato, su Pippo Fava, su
Beppe Alfano, su Giancarlo Siani, su Mauro Rostagno e persino su Ilaria Alpi.
Quando erano ancora in vita erano considerate persone singolari, un po' fissate
con questa idea della ricerca della verità contro le oscurità, in fondo, in
fondo se la sono andata a cercare potevano pure occuparsi di altro.
Questa lettera va invece presa tremendemante sul serio e per questo l 'abbiamo
consegnata anche al presidente della camera Fini e al vicepresidente della
commissione antimafia Granata che chiederà di audire Palmesano e agli altri
cronisti minacciati, basti pensare a Rosaria Capacchione.
Allo stesso modo siamo sicuri che la Federazione della Stampa che ha appena
istituito un osservatorio per monitorare le modalità di rappresentazione dei
fenomeni mafiosi da parte dei media, vorrà illuminare a giorno questa
drammatica realtà dove i cronisti coraggiosi si trovano a dover combattere
anche contro le campagne di disprezzo e di dileggio promosse e sostenute da
altri individui che risultano avere in tasca la medesima tessera professionale.
In questi giorni nelle sale cinematografiche è uscito un bel film realizzato da
Marco Risi e dedicato a Giancarlo Siani, il giovane cronista del Mattino di
Napoli stroncato dalla camorra.
Da morto è stato pianto da tutti, da vivo era considerato un fissato con il
chiodo della legalità e l'ossessione della infiltrazione camorristica nella
zona di Torre Annunziata,
Prendiamo sul serio i Palmesano e gli altri ossessionati, costruiamo una scorta
mediatica attorno a loro, diamo voce alle loro denunce, e proviamo a isolare,
per tempo e prima dei funerali di qualche altro eroe civile, i collusi, gli
ignavi, i complici che non sono meno responsabili dei mandanti e degli
esecutori materiali dei delitti.
Giuseppe Giulietti
(30 marzo 2009)