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#1535 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 29 Feb 2008 12:00 pm
Oggetto: Intervista radiofonica a Michel Chossudovsky
jugocoord
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(francais / italiano)


Intervista radiofonica a Michel Chossudovsky

a cura di Liliana Boranga
direttore radio base popolare network
via torino 156 30174 mestre venezia
direttore @ radiobase.net
www.radiobase.net

Kosovo: Gli Stati Uniti e l'Unione Europea appoggiano un progetto politico in linea con un'organizzazione criminale. Questa la tesi di Michel Chossudovsky. Ascolta la sua intervista:


Sul sito di Radio Base segnaliamo anche:


#1536 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 1 Mar 2008 1:09 pm
Oggetto: Visnjica broj 723
jugocoord
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ONE IN 100 / UNO SU CENTO

Behind Bars in America 2008

L'ultimo rapporto del 'Pew's Center on the States' afferma che, per
la prima volta nella storia, più di un adulto ogni 100, negli Stati
Uniti, è adesso in prigione

http://www.pewcenteronthestates.org/report_detail.aspx?id=35904

"A new report by Pew's Public Safety Performance Project details how,
for  the  first  time in history, more than one in every 100 adults
in America  are in jail or prison—a fact that significantly impacts
state budgets without delivering a clear return on public safety..."

(segnalazione: DK)

#1537 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 1 Mar 2008 1:03 pm
Oggetto: Kosovo: la posizione del teorico nonviolento Galtung
jugocoord
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Kosovo: la posizione del teorico nonviolento Galtung

1) Il crimine contro i serbi: l’indipendenza del Kosova (febbraio 2008)

2) LA PROPOSTA DI AHTISAARI PER IL KOSOVO: INGIUSTA E DI OSTACOLO ALLA PACE (maggio 2007)


Rammentiamo che i documenti distribuiti attraverso JUGOINFO non rispecchiano necessariamente le posizioni ufficiali o condivise da tutto il CNJ, ma vengono fatti circolare per il loro contenuto informativo al solo scopo di segnalazione e commento.


=== 1 ===

Il crimine contro i serbi: l’indipendenza del Kosova

Johan Galtung

originale: "The Crime against the Serbs: Kosova Independence", 20 febbraio 2008
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis 


Che gli USA fossero i primi a riconoscere questo stato SEPARATISTA c’era da aspettarselo. Da un paese privo di comprensione storica ma pieno di solido egocentrismo da oleodotti, con una base militare enorme, Camp Bondsteel, a Urosevac presso Pristina, come parte dell’accerchiamento di Russia e Cina, così militarista da non poter sostenere la nonviolenza di Rugova ma da dover armare il corpo paramilitare UCK (ELK, Esercito di Liberazione del Kosova) e muovere una guerra illegale alla Serbia nel 1999 usando a questo scopo la loro NATO per far valere la violenza come argomento ultimativo. – tutto questo, di nuovo, era da aspettarselo. E un impero in declino diventa anche più violento e stupido. Il suo presidente attuale fa la sua parte, resta da vedere cosa succederà ancora.
Ma che gran parte dell’UE e qualcun altro stravolgessero il diritto internazionale, aggirando le Nazioni Unite con trucchi escogitati da un ex-presidente finlandese e un primo ministro svedese era inaspettato, non necessario e privo di intelligenza. Ci toccherà convivere per generazioni, per secoli, con il problema così creato. Perché?
Perché lo hanno già fatto. Uno stato diventa membro della comunità internazionale non con il riconoscimento USA – sebbene qualcuno lo preferirebbe – né dell’Assemblea Generale ONU, bensì del Consiglio di Sicurezza ONU. L’Assemblea Generale adottò il piano di divisione della Palestina in una parte araba e una ebraica; Israele dichiarò l’indipendenza, scacciò 710.000 palestinesi – la Nakba, l’orrore – vinse la guerra contro gli stati arabi, ottenendo così un riconoscimento di fatto, grossolanamente sostenuto dalla cattiva coscienza europea e dal desiderio anti-semita di esportare “il problema ebraico” dall’Europa al Medio Oriente.
Allora, che altro hanno in comune Kosova e Israele? Parecchio. L’Europa ospita una cristianità divisa da una pesante dialettica fra le tre confessioni cristiane, con ebraismo e islamismo lasciati al margine. Lo scisma fra cattolici e ortodossi avvenne nel 1054 (con papa Leone IX), come riflesso della divisione dell’Impero Romano nel 395; l’opposizione cattolicesimo- islamismo si verificò nel 1095 con la dichiarazione delle Crociate (papa Urbano II) contro i musulmani, e uccidendo altresì ortodossi (serbi) ed ebrei strada facendo; la divisione fra cattolicesimo e cinque protestantesimi culminò nel 1517 (Martin Lutero); il fronte permanente contro gli ebrei culminò durante la seconda guerra mondiale, a partire da un centro nella Germania nazista al quale si unì gran parte dell’Europa. Un brutto continente.
Le crociate “liberarono” Gerusalemme nel 1099, non per condividerla con gli ebrei fuggiti dopo la distruzione del Tempio nel 70, ma come meta per uno dei due loro più sacri pellegrinaggi (insieme a Santiago de Compostela). Gli israeliani “liberarono” Gerusalemme nel 1967, non per condividerla con i musulmani delle sue parti occidentale e orientale dove si trova la terza moschea più importante (dopo Mecca e Medina), ma per se stessi. E gli albanesi “liberarono” il Kosova non per condividerlo con i serbi ma per se stessi.
Così gli ebrei persero Gerusalemme, i musulmani persero Gerusalemme, e i serbi persero la loro Gerusalemme, i luoghi sacri culla della propria nazione, in Kosovo. E gli ebrei dissero “l’anno prossimo a Gerusalemme”, e i musulmani – non solo i palestinesi – continuano a combattere per la loro Gerusalemme, e i serbi continueranno per la propria, in Kosovo – con la o, non la a all’albanese. Per quanto? Finché vi ritorneranno, per generazioni, per secoli.
Impossessatevi di un territorio qualsiasi e forse ve la caverete. Impossessatevi di un’area sacra e seminerete una ribellione profonda che vi può travolgere. 
Continuiamo a vedere la replica dello scisma del 1054, perfino entro l’ UE. Si risveglia l’Arco Ortodosso, da Mosca-Minsk attraverso mezza Ucraina via Romania-Bulgaria e Serbia, girando a sud attraverso parti di Montenegro-Macedonia, sin giù a Grecia-Cipro, tutti quanti in crescente protesta (con la Spagna che si unisce loro per sue ragioni specifiche). E c’è ben di più in arrivo: se Israele e il Kosova, pur strappando il cuore di altre nazioni, se la cavano sfidando il diritto internazionale, allora altri, pur senza osare calpestare la terra sacra altrui ma con la prospettiva di uno o due veti, si stanno già facendo avanti.
Non che il diritto internazionale sia perfetto. Il veto, sia esso esercitato da Russia e Cina per proteggere la Serbia o dagli USA (34 volte) per proteggere Israele, o da qualunque degli altri “grandi” ivi comprese le piuttosto modeste Gran Bretagna e Francia, è una vergogna. Ma non è per questo che sovvertono il diritto. Il veto è, al momento, legge internazionale, ma nel caso del Kosovo quello non è il loro veto.
L’illegittima paralizzazione dell’ONU da parte USA-UE non rende illegittima l’indipendenza del Kosova, in quanto espressione di auto-determinazione. Ma ci può essere una via d’uscita, per quanto problematica: indipendenza di un Kosova federale, con amplissima autonomia per, grosso modo, tre cantoni serbi, una parziale autonomia per altre nazionalità, prevalentemente per gli albanesi; il tutto inserito in una confederazione ampliabile di Serbia e Kosova; con libero flusso di persone, idee e prodotti ovunque.
Oggi la Serbia respinge l’indipendenza e gli albanesi la federazione. Dopodomani, dopo varie sessioni negoziali, essi potrebbero considerare qualcosa del genere come un male di gran lunga minore.
Ma questa non era la strada percorribile da paesi con grossi interessi, che pensano che il potere sia diritto. Vergogna per loro!


=== 2 ===

LA PROPOSTA DI AHTISAARI PER IL KOSOVO:

INGIUSTA E DI OSTACOLO ALLA PACE

Di Johan Galtung – Hakan Wiberg – Jan Oberg


Sin dal mese di febbraio (2007) questo articolo è stato diffuso a parecchi quotidiani ma è stato stampato solo dallo svedese Aftonbladet e dal danese Jyllands Posten

E’ stato proposto a ciascuno dei seguenti giornali che o non hanno risposto – per la maggior parte – o hanno declinato la proposta: The Guardian (Interventi liberi e servizi speciali), the Wall Street Journal (quale risposta a una lettera a favore dell’indipendenza del Kosovo), The Sunday Teleghaph, The Washington Post, New York Times, International Herald Tribune, Politiken e Berlingske Tidende (Danimarca), Dagens Nyheter (Svezia).

Quale pensate possa essere la ragione per la quale nessuno di questi giornali, che si sono distinti per la loro indipendenza, ha mostrato il minimo interesse per esso?

a)     E’ scritto male.

b)    Gli autori non sanno quello di cui parlano.

c)     Gli autori pensano ci siano altre soluzioni oltre a quella suggerita da potenti governi occidentali, inclusi quelli che hanno bombardato la Serbia e il Kosovo nel 1999.

d)    Gli editori dei giornali non pensano che il problema del Kosovo sia o possa diventare rilevante.

e)     L’articolo critica la copertura data dai media a questo conflitto.

f)     Gli editori sono sovraccaricati di proposte e leggono solo alcuni degli articoli che vengono loro proposti, spesso quelli di persone in vista, potenti e conosciute.

g)     Se questo punto di vista iniziasse a diffondersi, le persone potrebbero iniziare a chiedere se il bombardamento della Nato sia stata la cosa giusta da fare.

h)    Tutti sanno che il caso del Kosovo è unico nella politica mondiale. Non ci sono alternative alla sua indipendenza e, così, non c’è nulla che meriti realmente di essere discusso.

i)      Non viene detto nulla che non sia già stato detto in migliaia di articoli sul Kosovo.

j)      Altre ragioni?

Noi accogliamo volentieri il vostro punto di vista, non solo a proposito dell’articolo ma anche su come pensate che i media si occupino di conflitto, guerra e pace.

 

11 maggio 2007

Il mondo occidentale ha una stampa libera, e una stampa libera può presentare diversi punti di vista. Perché allora la storia del Kosovo è stata è stata rappresentata così uniformemente negli ultimi  15 anni? E perché la proposta di mediazione di Martti Ahtisaari per lo status futuro del Kosovo – e la copertura mediatica data ad essa – è così parziale e non obiettiva?

Un resoconto imparziale dovrebbe includere la prospettiva dei Serbi, dei Rom e delle altre minoranze presenti in Kososvo, non soltanto quella della maggioranza albanese.

E’ certamente vero che la Serbia, sotto Milosevic, represse duramene gli Albanesi del Kosovo. L’altro lato della medaglia è che questi (gli Albanesi del Kosovo – ndt) furono estremamente propensi a una visione nazionalista e secessionista sin dalla loro collaborazione con Mussolini. Quando, nel 1974, Tito diede loro probabilmente la maggiore autonomia di cui qualsiasi minoranza abbia goduto, essa fu vista da molti Serbi come una politica anti – serba, poiché ricompensava la ribellione (degli Albanesi - ndt) avvenuta lo stesso anno. Inoltre, è certamente nobile prendersi cura dei diritti delle minoranze ma la comunità internazionale non si è mai interessata allo stesso modo di analoghe repressioni sui civili serbi in Croazia, Bosnia e Kosovo.

E’ indubbiamente vero che la Serbia ha avuto un potere militarizzato e poliziesco. Ma i resoconti costantemente omettono che la piuttosto riuscita lotta nonviolenta degli Albanesi del Kosovo fu annientata da USA e Germania quando, dal 1993, essi hanno clandestinamente cominciato ad armare gli estremisti albanesi del Kosovo e creato l’UCK (Ushtria Clirimtare E Kosoves o anche KLA – Kosovo Liberation Army), alle spalle del leader del movimento nonviolento Ibrahim Rugova.

E’ sicuramente ragionevole che i governanti serbi debbano essere processati come possibili criminali di guerra. Ma i resoconti costantemente omettono che l’attuale Primo Ministro del Kosovo, Agim Ceku, fu il comandante dell’esercito Croato durante l’operazione della Sacca di Medak nel 1993, dove ogni essere umano vivente e ogni animale fu ucciso; che come tale egli partecipò  alle operazioni con le quali 200.000 cittadini Serbi della Croazia furono scacciati nel 1995.

Ceku fu un leader dell’UCK e la Nato non ha disarmato l’UCK. Il mondo ha voltato i già ciechi occhi da un’altra parte quando 200.000 serbi del Kosovo sono stati espulsi; poi l’UCK provocò una situazione di violenza nel Sud della Serbia e la guerra in Macedonia.

E’ indubbiamente vero che qualcosa come 800.000 Albanesi fuggirono dal Kosovo nel 1999. Essi lo fecero perché a) imperversava la guerra tra le truppe serbe e quelle dell’UCK con i suoi 20.000 ben armati combattenti; b) le armate serbe li mandarono via;  C) le bombe della Nato caddero per 78 giorni. La prova che supportava le argomentazioni di Bill Clinton a giustificazione dei bombardamenti – che Milosevic avesse un piano, simile a quelli di Hitler, per espellere 1,5 milioni di Albanesi, non è mai stata prodotta. La maggior parte dei media amplificarono questa manipolazione psicologica in favore della guerra.

Gli albanesi del Kosovo sono tornati indietro. I serbi no. Così per l’Europa il problema maggiore rispetto ai rifugiati è con la Serbia. E’ un fiasco di proporzioni himalaiane e una sconfitta morale per le Nazioni unite, l’Unione Europea, la Nato e l’Osce – gli attuali governatori del Kosovo – che essi abbiano fallito nel creare le condizioni  per consentire il giusto ritorno dei Serbi, dei Rom  e delle altre minoranze.

E’ sicuramente vero che gli albanesi del Kosovo hanno sofferto. Ma sostenere che questa sofferenza significa a) che la Serbia ha perso la sua sovranità sulla provincia per sempre (una sovranità sottolineata nella Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite) e b) che il Kosovo deve quindi divenire il secondo stato Albanese indipendente in Europa è di una eccezionalità pericolosa. Che cosa si deve dire allora  a proposito della sofferenza in Tibet, Cecenia, Kurdistan, Palestina, Abkhazia, Ossezia del Sud, Tamil Eelam, nella provincia basca, nell’Irlanda del Nord, nella parte Nord di Cipro, o in Serbia?

Sono tutti destinati a divenire indipendenti passando attraverso i bombardamenti della Nato e la successiva “magica” mediazione di Ahtisaari?

E’ particolarmente bizzarro il caso della Serbia. Nel 2000 i cittadini della Serbia multietnica deposero in modo nonviolento Milosevic, il loro leader durante la guerra. Croati, Musulmani e Albanesi ancora celebrano i loro. Gli attuali leader del Kosovo erano i leader durante la guerra, e noi dobbiamo essere assolutamente sicuri che essi non siano né criminali di guerra  né mafiosi prima di premiarli con uno stato indipendente.

La proposta di Athisaari è stata commissionata da poteri politici privi di capacità professionali di mediazione e di risoluzione dei conflitti. E’ il risultato di lungo periodo di alcuni fatti: che la comunità internazionale non ha mai compreso la complessità della Yugoslavia, che non ha facilitato una soluzione negoziata nei primi anni ’90, quando una soluzione era possibile, che non ha mai utilizzato gli stessi principi per risolvere gli stessi problemi e che ha creduto che la pace potesse emergere ignorando una delle parti in conflitto, bombardando un territorio conteso in modo inaudito ed occupandolo.

Gli avvocati dell’indipendenza del Kosovo avrebbero dovuto usare creatività ed empatia.

Immaginare che Athisaari potesse offrire alla Serbia cose come una compensazione economica per i bombardamenti e le sanzioni patite, un pagamento per poter accettare un Kosovo al di fuori del patrimonio della Serbia, affittato per dare spazio alla gigantesca base americana Bondsteel e con pattuglie di confine serbo – albanesi.

Immaginare che egli potesse suggerire delle negoziazioni circa l’autonomia interna del Kosovo rispetto alle altre regioni della Serbia più a nord, e aperto una via veloce di adesione della Serbia e del Kosovo alla UE.

Immaginare che egli negasse ai leader di guerra oggi presenti in Kosovo l’enorme nuovo esercito che essi vogliono; che destabilizzerà la regione e minaccerà la Serbia e gli altri paesi confinanti.

Prima di incolpare i Serbi e la Serbia per le proteste per il piano di Anthisaari e della politica occidentale, trovate uno stato sovrano i cui leader del tempo di pace non protesterebbero per tale arroganza. Il piano di Anthisaari è ingiusto, non intellettualmente accettabile e non praticabile. In quanto strumento al servizio degli interessi di una miope politica occidentale, esso creerà instabilità, miseria e, molto facilmente, violenza.

 

Gli autori sono soci Transnational  Foundation for Peace and Future Research, TFF, in Svezia.  www.transnational.org.  Ognuno di essi ha seguito gli sviluppi, e periodicamente operato nei conflitti nella ex Yugoslavia per più di 30 anni.

 



#1538 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 1 Mar 2008 1:42 pm
Oggetto: C. Carpinelli: L’allargamento dell’Europa ai Paesi dell’Est
jugocoord
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www.resistenze.org - pensiero resistente - imperialismo e globalizzazione - 22-02-08 - n. 216

L’allargamento dell’Europa ai Paesi dell’Est
 
di Cristina Carpinelli - Cespi

 


L’allargamento:

 

L’Unione europea comprende attualmente 27 Stati membri. Dall’Europa a sei (con il Belgio, la Francia, la Germania, l’Italia, il Lussemburgo e i Paesi Bassi) sorta nel dopoguerra, 21 nuovi paesi hanno aderito all’Unione, e cioè: Danimarca, Irlanda e Regno Unito (1973); Grecia (1981); Spagna e Portogallo (1986); Austria, Finlandia e Svezia (1995); Cipro, Malta, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia[1], Slovenia, Bulgaria e Romania (2004-2007).

 

La Macedonia, la Croazia e la Turchia hanno lo status di paesi candidati[2]. I paesi dei Balcani occidentali attualmente impegnati nel processo di stabilizzazione e di associazione hanno lo status di candidati potenziali. Oltre alla Macedonia e alla Croazia, che sono già paesi candidati, si tratta di Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia (compreso Kosovo) come definito dalla risoluzione n. 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Le recenti elezioni in Serbia, che hanno visto l’affermazione del presidente uscente moderato ed europeista Boris Tadic sul candidato nazionalista del partito radicale serbo Tomislav Nikolic, confermano la strada scelta dalla Serbia in direzione dell’UE, tenendo comunque in dovuto conto che il successo di Tadic su Nikolic è una “vittoria di misura†(con il 50,6% di preferenze per Tadic contro il 47,7% di preferenze per l’avversario Nikolic)[3], e che la recente dichiarazione d’indipendenza del Kosovo modifica il quadro dei rapporti tra UE e Serbia, dato che il neo-eletto presidente ha affermato che non intende rinunciare all’integrità territoriale della Serbia.

 

I cittadini, che fanno parte dell’Unione europea sono a tutt’oggi 450 milioni, di cui 75 milioni sono costituiti dagli ultimi ingressi (2004-2007). Un’entità maggiore se comparata a quella degli Usa, che contano attualmente circa 303 milioni di abitanti.

 

La fase di pre-adesione:
 
Dalla contrapposizione tra UE e paesi aderenti al COMECON (Urss compresa) si perviene alla Dichiarazione di Lussemburgo (25 giugno 1988), che apre la strada alla prime relazioni diplomatiche formali tra UE e paesi del COMECON, presupposto della nascita dei primi Accordi detti di “prima generazione†di natura solo commerciale.

 

Dopo la caduta del muro di Berlino, questi Accordi sono stati sostituiti dagli Accordi commerciali e di cooperazione detti di “seconda generazioneâ€. Scopo di questi ultimi non è soltanto quello di favorire le relazioni commerciali con i paesi dell’Europa centro-orientale (Peco), ma anche quello di aiutare questi paesi a trasformare le loro economie da pianificate (o di piano) ad economie di libero mercato. Noto è il “Programma di aiuto alla ricostruzione economica†(Phare - Poland and Hungary: Action for the restructuring of the economy), che è stato il principale strumento di aiuto a favore dei Peco. Avviato nel 1989 per sostenere la ricostruzione delle economie della Polonia e dell’Ungheria, è stato progressivamente esteso all’insieme dei paesi dell’Europa centrale e orientale. Nel 1994 questo programma è stato assorbito dentro gli Accordi Europei ed è diventato uno strumento fondamentale di preadesione. Da allora esso ha inteso sostenere principalmente i paesi candidati nel processo di adozione e di applicazione dell’“acquis†comunitario e prepararli alla gestione dei fondi strutturali. In questa prospettiva si era concentrato su tre priorità:

 

§                     consolidamento delle strutture istituzionali e amministrative (“institutional buildingâ€);
§                      
§                     passaggio da un sistema amministrativo di tipo burocratico-accentrato ad uno decentrato tipico della costruzione comunitaria[4];
§                      
§                     finanziamento degli investimenti.
§                      
Dal 1994 le missioni di Phare sono state, quindi, adeguate alle priorità e alle esigenze di ciascun paese candidato. Il Phare è stato completato nel 2000 (con Agenda 2000) dal programma ISPA (Instrument for Structural Policies for pre-Accession) relativo all’ambiente e ai trasporti e dal programma SAPARD (Special Program of Pre-Accession for Agriculture and Rural Development) relativo al settore agricolo.

 

Gli Accordi commerciali e di cooperazione sono stati nel tempo sostituiti dagli Accordi di associazione, che erano composti da una parte commerciale (istituzione di zone di libero scambio tra la Comunità e i paesi associati) e da una parte giuridica (avvicinamento delle legislazioni), e che avevano come obiettivo finale l’ingresso di ognuno degli Stati associati nell’Unione Europa. Successivamente questi Accordi sono stati trasformati in Accordi di associazione rafforzati o Accordi europei, che a differenza dei primi avevano anche come obiettivo la creazione degli organi preposti a seguire l’attuazione dei Trattati di associazione per il raggiungimento dell’obiettivo finale: l’ingresso di ognuno degli Stati associati nell’Unione Europa. Ecco perché gli Accordi europei si possono definire veri e propri strumenti di preadesione. I Peco, che intendevano aderire all’UE, dovevano prima ancora aderire agli Accordi europei. In questi ultimi erano già poste le basi fondamentali per l’ingresso in Europa: a) liberalizzazione degli scambi (attraverso forme di unione doganale che consentissero la libera circolazione di beni, capitali, servizi e persone); b) forme di cooperazione economica e finanziaria finalizzate all’impiego di tutti gli strumenti funzionali alla ristrutturazione dei singoli paesi verso un’economia di mercato; c) sviluppo del dialogo politico mirato a far convergere le posizioni dei vari paesi nel campo della politica estera e della sicurezza comune europea.

 

            Un ulteriore passo verso l’ampliamento si è realizzato con il Consiglio europeo di Copenaghen (21/22 giugno 1993), che ha definito i criteri imprescindibili che ogni Stato candidato all’adesione avrebbe dovuto soddisfare[5]:

 

§                     il criterio politico: la presenza di istituzioni stabili tali da garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela;
§                      
§                     il criterio economico: l’esistenza di un’economia di mercato affidabile e la capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione;
§                      
§                     il criterio dell’“acquis comunitarioâ€[6]: l’attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, segnatamente, gli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria. In sostanza, una piattaforma comune dei diritti e degli obblighi che vincolano l’insieme degli Stati membri nel contesto dell’Unione europea. Ciò ha significato per i Peco l’assunzione di una quantità enorme di atti legislativi da immettere nel proprio ordinamento giuridico per il recepimento dell’“acquisâ€.
§                      
Nello stesso anno (1993) è entrato in vigore il Trattato di Maastrich, che ha definito tempi, criteri e istituzioni per la creazione della moneta unica europea, e che ha introdotto i tre pilastri dell’Unione Europea:

 

§                     la “Comunità Europeaâ€, che riunisce tutti i trattati precedenti (CECA - Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, EURATOM - Comunità Europea dell’Energia Atomica e CEE - Comunità Economica Europea);
§                      
§                     la Politica estera e di sicurezza comune (PESC), che comprende la Politica estera di sicurezza e difesa (PESD);
§                      
§                     la Cooperazione nei settori della Giustizia e Affari interni (GAI)[7].
§                      
Forte impatto psicologico ha rappresentato l’introduzione della Cittadinanza dell’Unione Europea.

 

Tutto quanto detto ha preceduto la fase del vero e proprio negoziato tra l’UE e i Paesi candidati all’adesione avviatosi dal 1998 e conclusosi nel dicembre 2002 in occasione del Consiglio europeo di Copenaghen, durante il quale è stato stabilito che i Peco (compresi Malta e Cipro) sarebbero entrati nell’UE il 1 maggio 2004:

 

“(...) 3. Il Consiglio europeo svoltosi a Copenaghen nel 1993 ha avviato un processo ambizioso per superare l’eredità del conflitto e della divisione in Europa. La giornata odierna rappresenta una pietra miliare storica e senza precedenti del completamento di tale processo con la conclusione dei negoziati di adesione con Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica slovacca e Slovenia. L’Unione si rallegra ora di accogliere questi Stati quali membri a decorrere dal 1º maggio 2004. Questo risultato prova la determinazione comune dei popoli dell’Europa a confluire in un’Unione che è diventata la forza trainante per conseguire la pace, la democrazia, la stabilità e la prosperità nel nostro continente. In qualità di membri a pieno titolo di un’Unione fondata sulla solidarietà, questi Stati svolgeranno pienamente il loro ruolo nel dar forma all’ulteriore sviluppo del progetto europeoâ€[8].

 

Altre tappe importanti precedenti all’ingresso dei Peco e di Cipro e Malta nell’UE sono state: a) la firma nel febbraio 2003 del Trattato di Nizza (2001), con cui sono state individuate le modifiche necessarie per permettere alle istituzioni comunitarie di funzionare anche dopo l’ingresso di 12 nuove Nazioni (Peco, Cipro e Malta, Romania e Bulgaria); b) il referendum popolare d’approvazione del Trattato di adesione all’UE svoltosi nei paesi candidati tra marzo-settembre 2003[9]; c) la Convenzione europea del luglio 2003, che aveva il compito di proporre alla Conferenza intergovernativa (Cig)[10] del 2003-2004 le riforme necessarie per far funzionare l’UE dopo l’allargamento; d) la Conferenza intergovernativa dell’ottobre 2003 - giugno 2004, che ha ratificato i cambiamenti nella struttura istituzionale e giuridica dell’UE necessari per l’integrazione dei nuovi paesi candidati[11].

 

La fase dell’adesione:
 
Benché i dieci paesi (Peco, Cipro e Malta) avessero soddisfatto principalmente i criteri politici e non quelli economici si è arrivati alla scelta dell’accelerazione (del “big-bangâ€), cioè dell’ingresso simultaneo di quasi tutti i paesi candidati (esclusi Macedonia, Croazia e Turchia). Il 1 maggio 2004 i Peco, Malta e Cipro (greca) sono entrati in Europa.

 

Tra il 10 e il 13 giugno 2004, i 25 Paesi dell’UE hanno eletto i propri rappresentanti al Parlamento europeo. Il livello di astensionismo riscontrato nei nuovi Stati membri è stato elevato, sintomo di apatia e disaffezione accumulate negli anni della transizione. Non è poi così difficile individuarne le ragioni: la consapevolezza ormai ampia e vissuta di una situazione di disagio economico e sociale, d’incertezza sul futuro diffusa un po’ in tutti questi paesi; la convinzione che le politiche neoliberiste ovunque prevalenti ne sono responsabili. Infine una generale insofferenza rispetto alla mediocrità e all’arroganza del ceto politico che gestisce il potere alternandosi. Approfittando di questo appuntamento elettorale, gli abitanti dei Peco hanno espresso innanzi tutto un malcontento rispetto alle politiche dei governanti dei loro paesi, ma anche un certo euroscetticismo, dove sotto lo stesso termine si sono collocate forze diverse. Forze che intendevano difendere le prerogative nazionaliste (con forti accenti populisti e sciovinisti), e forze che dichiaravano il loro “no†nei confronti di un’Europa “thatcherianaâ€, considerata come una grande area di libero scambio controllata dalle multinazionali occidentali.

 

Certo, l’esito del referendum popolare d’approvazione del Trattato di adesione all’UE svoltosi in questi paesi tra marzo-settembre 2003 era andato complessivamente meglio. Aveva registrato una partecipazione al voto più alta. In Polonia, per il referendum votava il 58,5% dei cittadini, mentre per il parlamento europeo il 20,4%. In Slovacchia, la partecipazione al voto per il referendum era stata del 52,1% contro il 16,6% per il parlamento europeo. Riguardo all’ultimo esito elettorale, degli otto Peco solo la Lettonia aveva avuto una partecipazione sopra la media europea (48,2%), mentre la Slovacchiaraggiungeva la percentuale più bassa (16,6% degli aventi diritto)[12]. Nell’insieme, la partecipazione al voto dei Peco era stata del 26,4% contro una media europea del 45,5%. Va anche detto che la media europea si era nel corso degli anni abbassata: la partecipazione al voto nel 1979 era stata del 63%, riducendosi al 45,5% nel 2004.

 

Oltre alla bassa partecipazione al voto delle europee, in alcuni di questi paesi si sono rafforzati partiti e movimenti decisamente “euroscetticiâ€. Emblematico è il caso della Polonia, dove il Partito dell’autodifesa polacca e la Lega cattolica delle famiglie polacche hanno raccolto molti consensi. L’anno dopo, nell’ottobre 2005, alle elezioni presidenziali (seguite alle elezioni politiche del settembre 2005) è stato eletto Lech Kaczynski. Iniziava l’era degli euroscettici e germanofobi gemelli Kaczynski (Jaroslaw Kaczynski era eletto primo ministro della Polonia il 14 luglio 2006) durata circa 2 anni[13]. Tuttavia, la vittoria nell’ottobre 2007 di Donald Tusk, leader del principale partito di opposizione, Piattaforma Civica, vicino al Partito popolare europeo di cui fa parte anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha aperto una stagione nuova e più promettente nei rapporti tra la Polonia e l’UE. Per ragioni opposte, significativo è anche il caso della Repubblica Ceca, dove alle elezioni europee del 2004 il partito comunista ha ottenuto il 20,3% dei consensi. La grave situazione interna, determinata anche dalle politiche sollecitate dal FMI e dalla Banca Mondiale e adottate dai governi che si sono susseguiti, hanno favorito il Partito comunista ceco che si era decisamente schierato contro la destra liberista e filo-occidentale. Le elezioni del 2006 hanno visto il ridimensionamento del partito comunista (12,8% - pur rimanendo il terzo partito) e il rafforzamento di un’esasperata campagna interna anti-comunista e sciovinista che già da tempo dilagava in molti Peco. Il governo socialdemocratico di Jiri Paroubek, accusato di malavita e corruzione, lasciava il posto alla destra, cioè a Mirek Topolanek, leader dei Democratici Civici.

 

I Peco si considerano cittadini europei di seconda classe, temono di perdere la loro sovranità nazionale (acquisita dopo anni di subalternità) e di diventare colonie economiche dell’Occidente. Molti di loro si sentono più atlantisti che europeisti. I paesi Baltici a suo tempo avevano aderito alla proposta ventilata da Bush di costruire un “fronte unico in funzione antirussaâ€. La Nato dell’Est si è sviluppata molto rapidamente. Dalla prima espansione del 1999 - Polonia, Cechia, Ungheria - che ha provocato la forte reazione della Russia, a quelle del marzo 2004 - Estonia, Lettonia, Lituania, che hanno sbarrato la frontiera baltica; Slovacchia, che completava la chiusura dell’Europa centrale; Slovenia e soprattutto Bulgaria e Romania, che sigillavano la frontiera occidentale del Mar Nero, estendendone il controllo Nato dalla Georgia al delta del Danubio.

 

Il 29 ottobre 2004 in una solenne cerimonia a Roma è stato firmato il Trattato costituzionale dell’Unione Europea (abbozzato nella Cig 2003-2004). Contestualmente veniva stabilito che entro due anni tutti gli Stati membri avrebbero dovuto pronunciarsi (in forma diretta - referendaria; indiretta - parlamentare). Il Trattato è stato firmato anche dai paesi candidati: Bulgaria, Romania e Turchia. Parte integrante del Trattato era la “Carta dei diritti fondamentali dell’UEâ€, sottoscritta da Parlamento, Consiglio e Commissione e proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, che definiva un gruppo di diritti e di libertà di eccezionale rilevanza da garantire a tutti i cittadini dell’Unione. A questo evento sono seguite alcune ratifiche da parte di vari Stati membri.

 

Il 29 maggio 2005 il referendum francese ha detto “no†alla Costituzione Europea (54,87% di “no†contro il 45,13% di “sìâ€, con un’affluenza alle urne molto alta: 70%). Un colpo decisamente basso per l’Europa, soprattutto se si pensa che la Francia è uno dei paesi fondatori della Comunità europea, aggravato anche dall’esito del referendum olandese (1 giugno 2005) che, con il 61,6% di “noâ€, bocciava la Costituzione Europea. Si demandava, tuttavia, alla Conferenza intergovernativa di elaborare entro due anni il Testo definitivo del Trattato costituzionale.

 

Il 19 ottobre 2007 il Consiglio europeo informale di Lisbona ha adottato il testo definitivo del Trattato costituzionale, rielaborato nell’ambito di una conferenza intergovernativa, e il 13 dicembre 2007 i capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri dell’Unione europea hanno firmato il Trattato di Lisbona, che sostituiva il Trattato costituzionale dell’UE.

 

Il 17 dicembre 2005 è stato approvato il bilancio comunitario 2007-2013 (precedentemente bocciato in giugno), che assegnava l’1,045% del Pil alle spese europee. In quel bilancio, l’impegno di spesa previsto per i fondi strutturali era destinato per il 47% ai Paesi UE-15, mentre per il 53% ai nuovi Stati membri. Questa scelta (la stessa Merkel, il cui ruolo di mediazione aveva consentito l’approvazione del bilancio, rinunciava alle spese previste per i Länder tedeschi) ha sollevato reazioni negative nei paesi dell’Ovest, che non hanno accettato di buon grado la disparità di spesa fra paesi dell’UE prevista dal bilancio comunitario. Per quanto riguarda i tedeschi, il loro ricordo correva ai tempi della riunificazione tedesca, quando i trasferimenti e gli investimenti verso la Germania orientale furono finanziati attraverso l’espansione del debito, facendo salire ad un livello vertiginoso il debito pubblico totale, risanato in parte con l’aumento del prelievo fiscale alle imprese ma soprattutto con i tagli alla spesa sociale.

 

Per quanto riguarda l’adozione dell’euro da parte dei nuovi paesi, i primi che hanno previsto la sua adozione sono stati Slovenia, Estonia e Lituania. Dal 1 gennaio 2007 la Slovenia ha adottato l’euro. Non l’Estonia e la Lituania, a causa dell’eccessiva inflazione, ma che prevedono, insieme con la Lettonia, di adottarlo il 1 gennaio 2010. Dal 1 gennaio 2008 anche Cipro e Malta hanno adottato l’euro. La Slovacchia potrebbe adottare la moneta unica nel 2009, mentre la Polonia nel 2011. Per Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania l’adozione è prevista nel 2012-2014.

 

L’ingresso di Romania e Bulgaria:
 
I due paesi figuravano nell’elenco dei paesi candidati stilato a Lussemburgo nel 1997. Tuttavia, mentre gli altri Stati dell’Europa centro-orientale hanno fatto passi avanti tali da portarli dentro l’UE, la Bulgaria e la Romania presentavano un cammino più lento e difficile, dovuto in particolare alla loro critica situazione interna. Le carenze maggiori si sono avute nei settori dello sviluppo agricolo, delle infrastrutture di trasporto e ambientali e nelle politiche occupazionali, nonché nella coesione economico-sociale e nello sviluppo istituzionale connesso all’applicazione dell’“acquis†europeo. In particolare, per la Romania i problemi maggiori hanno riguardato l’adeguamento giuridico ed economico agli standard europei, soprattutto in materia d’imposizione fiscale, giustizia e affari interni. Per la Bulgaria si era rivelata molto critica la situazione del sistema giudiziario. Per queste ragioni è stata rinforzata l’assistenza finanziaria, con circa un 40% in più di stanziamenti nel 2006, per i programmi Phare[14], Ispa e Sapard[15]. Come previsto dal Trattato di adesione all’UE, firmato il 25 aprile 2005, il 1 gennaio 2007 Bulgaria e Romania sono entrate in Europa.

 

Da qui in avanti, tra i Peco saranno compresi anche questi due paesi, pur appartenendo quest’ultimi all’Europa sud-orientale.

 

Alcuni dilemmi dell’Unione Europea a 27:
 
L’allargamento dell’Unione, tradotto in cifre, ha portato, rispetto all’Unione a 15, solo ad un aumento del 5% del PIL comunitario, a fronte di un incremento del 30% della popolazione. Questo perché i nuovi Paesi Membri (NMs) hanno un reddito pro capite medio corrispondente al 47% di quello dell’Unione a 15, cioè meno della metà. La Slovenia rappresenta un caso a sé stante, avendo un Pil pro-capite pari all’82% della media UE-25[16].

 

Non va dimenticato che nel corso degli anni novanta, questi paesi hanno adottato i c.d. piani di aggiustamento strutturale del FMI e della Banca mondiale, le cui politiche di liberalizzazione dei prezzi (terapie-shock) hanno prodotto tassi iperinflativi, cui si è posto rimedio con ricette di stabilizzazione economica e monetaria (demonetizzazione, aumento del prelievo fiscale alle imprese di Stato e delle tasse, tagli alla spesa sociale ecc.), che hanno pesantemente contratto il mercato interno. Si è, inoltre, proceduto alla chiusura delle imprese statali e alla privatizzazione di ampi settori economici, in un momento in cui anche il welfare state subiva un notevole ridimensionamento. Ancora oggi, in Polonia, a seguito della distruzione dell’industria statale e della privatizzazione dell’agricoltura, la disoccupazione è di circa il 15% (è il paese con il più alto tasso di disoccupazione in Europa). Nei Peco più di dieci milioni di posti di lavoro sono andati persi negli anni novanta.

 

Per quanto riguarda la Politica agricola comune (PAC), l’estensione delle sue provvidenze alle agricolture dei nuovi Stati membri ha provocato un notevolissimo aggravio per il bilancio complessivo dell’UE[17]. Si è affermata, inoltre, la tendenza ad andare verso una modifica degli equilibri quantitativi della spesa agricola. I pagamenti diretti agli agricoltori e alla gestione del mercato agricolo non sono più prioritari rispetto a quelli finalizzati allo sviluppo rurale e all’ammodernamento delle aziende del settore. Tuttavia, quest’inversione di tendenza è avvenuta in un momento in cui gli effetti dello smantellamento o della riconversione delle aziende agricole da statali a private sui livelli di vita degli agricoltori e, più in generale, della popolazione agricola sono ancora evidenti. Occorre, inoltre, che siano effettivamente applicate le restrizioni temporanee all’acquisto da parte di investitori stranieri di terreni agricoli nei Peco (es: sino al 2014 in Polonia), così come stabilito nei negoziati finali di Copenhagen del 13 dicembre 2002[18].

 

Con l’allargamento sono aumentate le disparità all’interno dell’Unione. La constatazione di queste disparità ha obbligato l’Europa a rafforzare il ruolo dei fondi strutturali europei[19] e, più in generale, delle politiche di coesione. L’UE ha, quindi, deciso di destinare quantità sempre più consistenti del proprio bilancio ai fondi strutturali. Il livello del PIL dei nuovi Paesi membri ha drasticamente abbassato il valore medio del PIL europeo eleggibile ai fondi strutturali. In questo modo, molti paesi (o regioni) occidentali, che prima ricevevano i fondi strutturali, con l’ingresso dei Peco ne sono rimasti esclusi. Infine, la quota di Pil da destinare ai fondi strutturali è cresciuta, poiché sono aumentati i paesi o le regioni da sovvenzionare, anche se minori sono le somme disponibili per ogni paese. Questa situazione ha avuto ripercussioni negative sui paesi dell’UE-15, che avevano già espresso delle preoccupazioni prima ancora che l’Unione si allargasse. Secondo le inchieste ufficiali dell’Euro-barometro dell’Unione europea, la metà dei belgi temeva un rialzo della disoccupazione ed un contributo finanziario più elevato del loro paese (dunque del contribuente) determinato dall’ampliamento europeo.

 

Per il momento i maggiori importatori di beni e servizi sono i Peco, bisognosi come sono di beni d’investimento e di servizi finanziari. Le loro industrie sono infatti più deboli e meno concorrenziali di quelle occidentali. Con il risultato che il debito attuale dei Peco verso le banche europee e americane si aggira intorno ai 165 miliardi di dollari e che la loro bilancia commerciale non è in attivo. Al contrario, la bilancia commerciale dei paesi occidentali con i Peco registra anno dopo anno delle eccedenze. In sostanza, non è l’Europa che finanzia i nuovi paesi membri, ma sono questi che finanziano i paesi ricchi europei. Molte imprese italiane, in particolare del nord-est, hanno investito nei nuovi paesi membri, spostando segmenti della propria attività produttiva in quelle aree. Lo scambio commerciale complessivo dell’Italia con questi paesi ha visto un livello d’esportazioni che nel 2001 ha raggiunto la cifra di 14.476,7 milioni di euro a fronte di 8.587,9 milioni di euro d’importazioni dalla stessa area. Dopo la Germania, l’Italia è il principale esportatore verso i Peco. Per le multinazionali occidentali ciò costituisce un segnale positivo poiché - dicono - contribuisce a creare imprese e nuovi posti di lavoro. In realtà, le pratiche di delocalizzazione (le imprese occidentali hanno in questi anni trasferito o tutto il loro impianto produttivo oppure segmenti della loro filiera produttiva nei nuovi paesi, sfruttando l’occasione data da costi del lavoro competitivi) e di “outsourcing†(le imprese occidentali hanno esternalizzato alcune fasi del processo produttivo, ricorrendo ad altre imprese e/o servizi per il loro svolgimento) adottate dalle multinazionali hanno teso a calmierare la pressione salariale nei paesi occidentali, poiché la merce-lavoro è stata posta su un piano di forte concorrenza, inducendo in quest’ultimi paesi un certo appiattimento al ribasso dei salari dei lavoratori dipendenti, che vedono il proprio lavoro sempre più precario e mal retribuito o addirittura trasferito altrove. Un sondaggio d’opinione dell’Istituto tedesco “Forsa†ha rivelato che più della metà della popolazione tedesca (52%) ha giudicato l’allargamento dell’Europa come un danno. Tre quarti hanno, inoltre, temuto di vedere spostate le opportunità di lavoro verso l’Europa dell’Est. L’allargamento dell’UE ha consentito alle multinazionali e alle grandi imprese l’aumento del commercio, maggiori possibilità d’investimento e di accumulazione del capitale, ma i benefici sull’economia interna dei paesi dell’Europa occidentale è stata assai modesta. In più, sono aumentati i costi che i cittadini di questi paesi (in quanto contribuenti) hanno dovuto sostenere per l’UE (es: PAC, fondi strutturali, mercato del lavoro ecc).  

 

Interi settori delle imprese pubbliche industriali dei Peco sono stati acquistati dai concorrenti occidentali che li hanno chiusi o integrati nel loro gruppo. La banca francese Société Générale ha acquistato la più grande banca ceca, la KomerÄni Banka, licenziando metà del personale (senza che gli 8mila dipendenti espulsi scioperassero un solo minuto). La Polonia ha venduto nel 2000, privatizzandola, la Telecom nazionale (Telekomunikacja Polska) alla France Telecom (2000) e nel 2004 la sua banca più grande (PKO BP) ha emesso il 30% delle azioni sul mercato. I maggiori investimenti diretti esteri (occidentali) si sono concentrati laddove è richiesta manodopera a bassa qualifica e a basso costo (per esempio nel settore dell’assemblaggio delle automobili, nell’edilizia, nei trasporti e agricoltura), e dove non ci sono troppi vincoli riguardo al rispetto della clausola sociale (questi sono i settori dove nei paesi dell’Ovest è, a sua volta, concentrata la massima forza-lavoro immigrata clandestina). La Slovacchia è il paese in cui si assembla il più grande numero di automobili per abitante al mondo. La DHL ha investito un progetto per 500 milioni di euro nella Repubblica Ceca. La Philips si è già installata in Ungheria, dove gli stipendi sono cinque volte più bassi che in Europa occidentale, e la Siemens ha previsto la delocalizzazione da cinque a diecimila posti di lavoro.

 

L’“outsourcing†è così distribuito: test e multimedia nella Repubblica Ceca, gestioni di supporto in Ungheria, consulting IT o integrazione di sistemi in Polonia. Per l’“outsourcing†di “processo di mestiereâ€: centri-chiamate (call-centers) nella Repubblica Ceca, in Ungheria e Polonia; gestione di stipendi e querele, e delle risorse umane in Polonia. Nei Peco più sviluppati le imprese occidentali concentrano compiti ed operazioni di alto livello (sviluppo applicativi di alto livello, outsourcing d’infocenters ecc.), potendo contare su una manodopera qualificata e potendo giustificare costi più elevati. In sostanza, si concentra in queste aree quella che nel gergo economico è definita l’“economia della conoscenza†(ricerca, sviluppo tecnologie avanzate ecc.). In quelli meno sviluppati (es: Bulgaria, Slovacchia, Romania), le multinazionali concentrano, invece, compiti compatibili con prestazioni e competenze low-cost. In sostanza, attuano una vera e propria capitalistica divisione naturale del lavoro. Per il momento, per le multinazionali occidentali è più attraente l’“outsourcing†nearshore, tenuto conto anche di una serie di indici: tasso d’Iva, tasse, stabilità economica e/o politica, eventuali sussidi locali, disponibilità di risorse umane, qualità dell’insegnamento, conoscenze linguistiche, affinità culturali ecc. Ma nel caso l’Est europeo dovesse diventare troppo caro per il lavoro non qualificato o di massa, allora l’“outsourcing†prenderà sicuramente una direzione offshore (ad esempio, verso l’Asia).

 

L’abbattimento delle frontiere ha avuto come conseguenza la diminuzione dei costi di commercio: l’omologazione degli standard tecnici e l’eliminazione dei tempi di attesa alle dogane hanno, infatti, avuto delle ricadute in termini di riduzione di costi e d’incentivazione all’aumento dei commerci. Tuttavia, l’asimmetria negli scambi commerciali tra UE-15 e Peco fa sì che le economie orientali siano dipendenti dalle multinazionali occidentali e siano imperniate su un commercio impari Est-Ovest. L’Europa dell’Est si è trasformata in questi ultimi anni in un vero e proprio paradiso fiscale per le multinazionali. La Repubblica Ceca ha ridotto la sua percentuale di tassazione dal 31 al 24%. La Slovacchia e la Polonia hanno introdotto una tariffa unica del 19% (in Belgio è del 34%). Nelle circostanze attuali, l’estensione dell’Europa non può svolgersi che a favore dei gruppi finanziari e delle multinazionali. Beninteso, qui si è posto soprattutto l’accento sulle multinazionali occidentali, ma negli anni della transizione (e in quelli post-transition) sono sorte anche nei Peco nuove multinazionali, che hanno preferito costruire le loro filiali in varie parti del mondo, con preferenza per l’Asia e l’India. Un’Europa socialmente coesa è possibile solamente bloccando la politica predatrice di tutti questi gruppi finanziari e multinazionali. In un avvenire immediato, la popolazione lavoratrice è ancora di fronte ad una sfida: bloccare il dumping sociale[20] con una lotta solidale sia all’Ovest che all’Est e la sottoscrizione di convenzioni collettive europee per il ripristino dei diritti dei lavoratori e affinché, ad esempio, le delocalizzazioni - alle condizioni attuali - non beneficino del sostegno dei vari Stati.

 

Nei Peco, si è registrata nel tempo una crescita tendenziale del Pil. Dopo un periodo di declino (anni 1992-1993), il Pil ha ripreso costantemente a crescere, pur con una fase di stallo dovuta alla crisi russa (1998-1999). Tuttavia, dentro i singoli Stati la forbice sociale ed economica è macroscopica. In Romania, la crescita è del 7% e lo stipendio medio è di 270 euro, mentre in Bulgaria, che ha uno sviluppo economico del 6,6%, lo stipendio medio è di 170 euro e il salario minimo ammonta a circa 160 leva (80 euro). Un insegnante bulgaro di scuola media superiore guadagna 150 euro al mese, ma un esperto informatico di un’azienda privata può arrivare a guadagnare anche dieci volte tanto. C’è chi guadagna migliaia di euro al mese, soprattutto se lavora in una multinazionale, e che può permettersi di vivere nelle “gated communities†(comunità recintate). Quest’ultime sono dei “parchi di massima sicurezzaâ€, dove vanno a risiedere i cittadini facoltosi. In Bulgaria questi insediamenti isolati e ben sorvegliati sono diventati molto popolari. A Veliko Tarnovo (Bulgaria centrale), da alcuni anni mecca degli immobiliaristi britannici, il gruppo israeliano Tidhar ha fondato nella periferia collinosa una “città satellite†di 60mila mq. dotata di centri commerciali, scuole ecc. Tuttavia, quasi il 50% della popolazione bulgara vive ancora con 2 euro al giorno, mentre in Romania si contano 9 milioni di poveri (40% della popolazione) e un milione e mezzo di persone che vivono in estrema povertà.  

 

Con l’ingresso dei nuovi Stati membri, l’UE ha visto un aumento notevole della mobilità di beni e risorse umane. Tra l’altro, tutti i nuovi paesi membri dell’Unione europea, obbligati dai Trattati ad aderire allo spazio Schengen di libera circolazione delle persone, sono ufficialmente entrati a farne parte nel dicembre 2007. Rimane esclusa Cipro, dovendo ancora risolvere qualche problema con la parte turca dell’isola. Ciononostante, la pressione migratoria proviene quasi tutta dai paesi di recente ingresso nell’UE, poiché pochi sono coloro che hanno guadagnato dalla transizione o post-transizione neoliberista. La maggior parte si è trovata in situazioni drammatiche di vita. In questi paesi c’è ancora molta povertà e grandi sperequazioni di reddito, e ciò spinge le persone più misere ad emigrare, comportando per i paesi di accoglienza costi sociali e sanitari, nonché tassi più elevati di criminalità. Questa migrazione non riguarda però solo i paesi più svantaggiati. Ad esempio, anche in Ungheria le persone giovani e più qualificate in cerca di prima occupazione emigrano quasi tutte verso i mercati occidentali attratte dalle maggiori opportunità di lavoro. La Romania, che conta 22 milioni di abitanti, ha circa 2 milioni di cittadini che lavorano in diversi paesi europei. La massiccia emigrazione di questo paese fa sì che il suo tasso di disoccupazione sia molto basso: 6%, a fronte di una media europea del 7,8%. Dalla Bulgaria, che ha una popolazione di 8 milioni di abitanti, negli ultimi sedici anni sono emigrate un milione di persone. Queste ondate migratorie hanno preoccupato il resto d’Europa, al punto tale che alcuni paesi hanno applicato una moratoria di almeno due anni per il libero accesso di bulgari e rumeni sul loro mercato del lavoro (misure che il presidente rumeno Traian Băsescu ha bollato come “inique e discriminatorieâ€). Dal canto loro, i governi di Bulgaria e Romania pongono delle resistenze alla fuoriuscita di manodopera autoctona, dato che la grave penuria di forza-lavoro li sta obbligando ad importare lavoratori dall’Ucraina, Moldavia, Turchia, Pakistan, India e Cina. I settori più colpiti sono quello edilizio, sanitario, delle infrastrutture e dell’industria tessile. Anche altre realtà dell’Est, come la Polonia, condividono gli stessi problemi legati all’emigrazione. La Lituania, per fronteggiare la scarsità di manodopera nel settore edile, ha dovuto assumere operai russi e bielorussi.

 

Conclusioni:
 
L’ingressodei Peco (Bulgaria e Romania comprese) nell’UE ha definitivamente sancito la rottura della cortina di ferro e del bipolarismo che ha governato il mondo sino al 1989. La caduta del muro di Berlino ha permesso l’ingresso nell’UE anche di Austria, Svezia e Finlandia precedentemente fuori perché vincolate da una politica di neutralità rispetto all’asse Est-Ovest. Tuttavia, quest’Europa a 27 fatica a trasformarsi in un’entità coesa e identitaria, poiché l’impianto neoliberista e i valori a cui si richiama non funzionano. In un’Europa, infatti, più unita per interessi commerciali e di profitto, prevale l’attenzione al mercato e al profitto, che non opera certo con fini d’inclusione e coesione. Il processo di allargamento è stato, inoltre, realizzato in un’ottica tutta negoziale e intergovernativa, concentrata a che i paesi candidati all’adesione si conformassero a certi criteri economici, politici e giuridici per sviluppare e omologare le loro strutture e sovrastrutture nazionali al modello democratico liberale dei paesi occidentali. Le voci del dissenso sono state totalmente escluse dal consesso diplomatico, poiché le decisioni importanti (compresa la modifica dei Trattati) non sono state prese in seno al Parlamento europeo, che ha poteri assai limitati, ma nelle Cig. E mentre in questi anni, gli europei hanno assistito inerti (o complici) alle lacerazioni e alle diaspore d’interi Stati (come non ricordare i paesi dell’ex Jugoslavia), dall’altro, le stesse dinamiche dell’economia mondializzata, che nei paesi ricchi dell’Occidente è entrata in una fase di seria recessione, impongono ai paesi dell’area euro di allargare a tutti i costi le proprie dimensioni per poter meglio affrontare la concorrenza sui mercati internazionali.

 

Nella Risoluzione n. 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Kosovo era già considerato come un’enclave indipendente. Il 17 febbraio 2008 questa provincia ha dichiarato “unilateralmente†la propria indipendenza, con uno stravolgimento totale del diritto internazionale, iniziato con la disgregazione della Jugoslavia e continuato con i bombardamenti Nato sulla Serbia. Gli effetti di destabilizzazione su tutta l’area Balcanica sono stati terribilmente devastanti. L’azione unilaterale del Kosovo potrebbe influire negativamente sulla pace e la stabilità della regione, oltre ad avere un effetto domino all’interno di altri paesi europei (e non europei). Per questa ragione, Spagna e Cipro (rispettivamente con la questione basca e la contrapposizione tra etnia turca e greca) hanno anticipato che non riconosceranno il nuovo Stato. A loro si aggiungono Romania, Bulgaria Slovacchia, Ungheria e Grecia decisamente riluttanti ad accettare l'indipendenza del Kosovo. Fuori dall’UE, dopo Belgrado e Mosca, il fronte dei paesi contrari all’indipendenza si è allargato anche alla Cina. L’UE, impossibilitata a trovare una difficile unità sul problema dell’indipendenza di Pristina, ha lasciato che ogni paese membro esprimesse in tutta autonomia una propria posizione, dimostrando la sua incapacità ad assumere un atteggiamento univoco in materia di politica estera e, quindi, dimostrando ancora una volta la sua inesistenza come entità politica.

 

Milano, 21 febbraio 2008

 


[1] La Repubblica Ceca (che comprende Bohemia e Moravia) e la Slovacchia sono nate il 1 gennaio 1993 dalla divisione pacifica (detta anche di velluto) della Cecoslovacchia, che già dal 1990 aveva assunto il nome di Repubblica Federativa Ceca e Slovacca.
[2] I negoziati di adesione con la Croazia e la Turchia sono stati avviati il 3 ottobre 2005.
[3] L’affluenza è stata da record: ha votato il 67,6% dei 6,7 milioni di aventi diritto. Al primo turno, Nikolic ha ottenuto il 39,99% dei voti, mentre Tadic ha raccolto il 35,39% delle preferenze. A Belgrado, gran parte della stampa ha sottolineato che la vittoria di Boris Tadic al secondo turno delle presidenziali equivale a una precisa scelta europeista degli elettori.

 

[4] Uno degli obiettivi dell’UE è anche quello di rispettare e tutelare le istanze regionali e quelle degli enti locali dentro la Comunità. A tale proposito è stato istituito nell’UE un Comitato delle Regioni (CDR).
[5] Criteri successivamente migliorati in occasione del Consiglio europeo tenutosi a Madrid nel 1995.   
[6] L’“acquis†comunitario [dalla locuzione francese  “(droit) acquis communautaire†ovvero “(diritto) acquisito comunitarioâ€] è l’insieme dei diritti e degli obblighi giuridici e degli obiettivi politici che accomunano e vincolano gli Stati membri dell’Unione Europea e che devono essere accolti senza riserve dai paesi che vogliano entrare a farne parte. I paesi candidati devono accettare l’“acquis†per poter aderire all’Unione europea e per una piena integrazione nell’Unione devono accoglierlo nei rispettivi ordinamenti nazionali, adattandoli e riformandoli in funzione di esso; devono poi applicarlo a partire dalla data in cui divengono membri dell’UE a tutti gli effetti.
[7] Il primo pilastro è di tipo comunitario: le decisioni sono prese all’interno della Comunità; il secondo e il terzo pilastro sono intergovernativi: le decisioni sono prese dai rappresentanti dei governi degli Stati membri.
[8] Da: Conclusioni della Presidenza. Consiglio Europeo di Copenaghen - 12 e 13 dicembre 2002.
[9] Percentuale di approvazione del Trattato di adesione all’UE nei vari paesi candidati: Lettonia: 66,9%; Lituania: 69%; Estonia: 66,9%; Ungheria: 84%; Slovacchia: 92,5%; Repubblica Ceca: 77,3%; Slovenia: 90%; Polonia: 77,4%; Malta: 53,6%. A Cipro il referendum popolare non si è svolto. Non era stata, infatti, ancora risolta la questione spinosa della riunificazione dell’isola prima del suo ingresso nell’UE. Nel febbraio 2004 un piano Onu, stilato ufficialmente dal segretario generale Kofi Annan, e forte dell’appoggio anche del premier turco Erdogan e del presidente della Commissione Romano Prodi, è stato sottoposto a referendum tra i cittadini delle due parti dell’isola di Cipro. La consultazione, tenutasi il 26 aprile 2004, a ridosso dell’ingresso nell’UE, ha sancito il rifiuto, da parte dei greco-ciprioti, del piano di riunificazione e del progetto di un’Unione federale dell’isola. Schiacciante e molto polarizzato il voto dei ciprioti: contrari al piano Onu il 75,8% dei ciprioti del Sud; favorevoli, in larga maggioranza, i ciprioti del Nord (69%). Di fronte a questo risultato, l’UE non ha potuto che ufficializzare l’ingresso della sola zona greca dell’isola avvenuto il 1 maggio 2004. 
[10] La Cig è un passaggio importante della vita della comunità europea, poiché in essa i negoziati condotti tra i governi degli Stati membri possono condurre a modifiche dei Trattati. I cambiamenti nella struttura istituzionale e giuridica dell’UE sono quasi sempre il risultato di conferenze intergovernative.
[11] Le tappe principali del processo di ampliamento:
1989: Crolla il muro di Berlino. La Comunità europea fornisce per la prima volta un sostegno finanziario ai paesi dell’Europa centrale e orientale perché riformino e ricostruiscano le loro economie.
1990: Cipro e Malta chiedono di aderire all’UE.
1990-1996: Vengono conclusi gli Accordi di associazione (Accordi europei) con gli Stati dell’Europa centrale e orientale.
1993: Il Consiglio europeo di Copenaghen approva l’allargamento dell’UE ai paesi dell’Europa centrale e orientale e definisce i criteri di adesione.
1993: La Commissione europea pubblica i pareri su Cipro e Malta.
1994: Il Consiglio europeo di Essen approva la strategia di preadesione.
1994-1996: Dieci Stati dell’Europa centrale e orientale chiedono di aderire all’UE.
1997: La Commissione europea pubblica i pareri sui paesi dell’Europa centrale e orientale e propone una strategia per l’ampliamento nella cosiddetta “Agenda 2000â€.
1998: Hanno inizio i negoziati di adesione con Ungheria, Polonia, Estonia, Slovenia, Repubblica Ceca e Cipro. Malta ripresenta la sua domanda di adesione all’UE.
1999: Il Consiglio europeo di Berlino approva l’Agenda 2000 e le prospettive finanziarie per l’ampliamento dell’UE. La Turchia viene inserita nel processo di ampliamento dell’UE sulla base dei criteri di Copenaghen.
2000: Hanno inizio i negoziati con Slovacchia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania e Malta.
2002: Il Consiglio europeo di Copenaghen conclude i negoziati di adesione con Cipro, Malta, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania.
(Febbraio) 2003: firma del Trattato di Nizza del 2001, con cui si individuano le modifiche necessarie per permettere alle istituzioni comunitarie di funzionare anche dopo l’ingresso di 12 nuove Nazioni (Peco, Cipro e Malta, Romania e Bulgaria).
(Luglio) 2003: Convenzione europea, che ha il compito di proporre alla Cig del 2003-2004 le riforme necessarie per far funzionare l’UE dopo l’allargamento.
(Marzo-Settembre) 2003: i Paesi candidati con referendum popolare approvano l’adesione all’UE.
(Ottobre) 2003 - (giugno) 2004: Conferenza intergovernativa (Cig). Ratifica i cambiamenti nella struttura istituzionale e giuridica dell’UE necessari per l’integrazione dei nuovi paesi candidati.

 

[12] Elezioni europee 2004. Affluenza alle urne. Repubblica Ceca: 27,9%; Estonia: 26,8%; Lettonia: 48,2%; Lituania: 41,2%; Polonia: 20,4%; Slovacchia: 16,6%; Slovenia: 28,3%; Ungheria: 38,5% (Fonte: Europarlamento).
[13] I Kaczynski avevano rivendicato un peso maggiore nel voto al Consiglio europeo, adducendo come motivazione il fatto che se la popolazione polacca non avesse avuto milioni di morti nella Seconda Guerra Mondiale sarebbe stata di 66 milioni di persone anziché degli attuali 38 milioni. I Kaczynsky avevano, inoltre, chiesto alla Germania 30 miliardi di risarcimento per i danni subiti con i bombardamenti di Varsavia.
[14] Per il periodo 2000-2006, il programma Phare ha potuto disporre di un bilancio di oltre 10 miliardi di euro (circa 1,560 miliardi di euro all’anno).
[15] Per il periodo 2007-2013, lo strumento di aiuto di preadesione sarà l’IPA: strumento finanziario unico a favore dei paesi candidati all’adesione all’Unione, che sostituisce l’insieme degli aiuti di preadesione preesistenti, compreso il programma Phare.
[16] L’entità del suo Pil l’ha, tra l’altro, esclusa dall’accesso ai fondi strutturali.
[17] C’è poi il problema del cattivo funzionamento nei nuovi paesi membri del Sistema integrato di gestione e di controllo (Iacs), indispensabile per il monitoraggio dei pagamenti diretti della PAC.
[18] I nuovi Stati membri, con l’arrivo dei capitali esteri, temevano l’acquisto in massa da parte dei ricchi cittadini dell’UE-15 di terreni e proprietà nei loro territori, vedendo questo come una sorta di colonizzazione. E, dunque, questi Stati hanno chiesto e ottenuto d’imporre delle restrizioni temporanee all’acquisto di terreni e case da parte di stranieri.
[19] I fondi strutturali sono uno degli strumenti finanziari con cui l’Unione europea persegue la coesione e lo sviluppo economico e sociale in tutte le sue regioni. Gli altri strumenti sono la Banca europea per gli investimenti (BEI), il Fondo di coesione, il Fei (Fondo Europeo per gli investimenti), la Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, nata col compito specifico di promuovere lo sviluppo de

#1539 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 1 Mar 2008 2:51 pm
Oggetto: 10 - 17 MARZO 2008 SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA
jugocoord
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Il Comitato promotore nazionale della
Legge di Iniziativa Popolare sui trattati internazionali, basi e servitù militari propone 

10 - 17 MARZO 2008
SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA
RILANCIAMO IN TUTTO IL PAESE LA RACCOLTA FIRME SULLA
LEGGE CONTRO ACCORDI MILITARI, BASI E SERVITU' MILITARI

 

Il recente decreto "milleproroghe", giustamente definito di guerra, pare abbia messo una pietra tombale sull'argomento. Di missioni militari, delle enormi spese per il sistema militare - industriale italiano, del ruolo centrale giocato dalla diplomazia italiana nel processo di secessione del Kosovo dalla Serbia, della situazione esplosiva in Libano, della guerra in Afghanistan e Iraq non v'è traccia nella campagna elettorale in corso.
"L'ultimo decreto-legge di un governo morto serve a produrre altra morte. Il Parlamento con voto bipartisan ha varato il rinnovo delle truppe in tutte le missioni militari e relativo finanziamento. Solo 50 parlamentari hanno votato contro per rifarsi il look elettorale in vista del 13 aprile, tentando invano di far dimenticare al loro elettorato 20 mesi di scelte belliciste ed aggressive che hanno trasformato la nostra penisola in un avamposto della guerra infinita e la nostra economia in un apparato bellico industriale foraggiato dall'enorme aumento delle spese militari."

 

Il decreto milleproroghe, votato il 20 febbraio alla Camera e nei prossimi giorni al Senato prevede:
l        euro 279.099.588 per l'operazione UNIFIL in Libano
l        euro 18.107.529 per l'operazione EUROMARFOR per le navi da guerra di fronte al Libano
l        euro 337.695.621 per le truppe in Afghanistan
l        euro 94.000.000 per gli aiuti "umanitari portati dalle truppe italiane nei vari fronti di guerra
l        euro 8.157.721 per la proroga della partecipazione di personale militare impiegato in Iraq in attività di consulenza, formazione e addestramento delle Forze armate e di polizia irachene.

 

L'ultima voce di spesa - oltre otto milioni di euro - ci ricorda il coinvolgimento diretto dell'Italia anche nel massacro iracheno, nonostante la strombazzata decisione di "ritiro" ad inizio legislatura. Militari italiani addestrano un esercito, quello iracheno, notoriamente coinvolto in massacri, torture, operazioni di pulizia etnica contro sunniti e palestinesi.

 

L'attuale muro di silenzio bipartisan su guerre di aggressioni ed occupazioni militari è indicativo della cattiva coscienza di tutte le forze politiche sul tema.
In politica estera esiste un tacito accordo tra tutte le forze politiche di centro destra e di centro sinistra. La guerra non è tema di campagna elettorale. Perché parlarne ai potenziali elettori?

 

Per rompere questo muro di complice silenzio promuoveremo dal 10 al 17 marzo (anniversario dell'aggressione all'Iraq) una "SETTIMANA CONTRO LA GUERRA", durante la quale sollecitiamo tutte le realtà coinvolte nella raccolta firme sulla Legge di Iniziativa Popolare sui trattati internazionali, basi e servitù militari a scendere in piazza con banchetti, iniziative, dibattiti, volantinaggi e quant'altro.
L'obiettivo è quello delle 20.000 firme in 7 giorni, che ci permetteranno di fare un balzo in avanti verso il raggiungimento dell'obiettivo di PORTARE NEL NUOVO PARLAMENTO LA LOTTA CONTRO LA GUERRA.

 

Ci auspichiamo che la proposta della "SETTIMANA CONTRO LA GUERRA" venga raccolta da tutto il movimento italiano, da coloro che in questi anni hanno mantenuto salda la barra sulla parola d'ordine del "NO ALLA GUERRA SENZA SE E SENZA MA"

 

Pretendiamo che si affronti in questa campagna elettorale omologata sull'ipotesi bipolarista il tema del NO ALLA GUERRA , ALLE SUE BASI, ALLE SPESE MILITARI ED ALLE MISSIONI MILITARI ALL'ESTERO

 

Il Comitato promotore nazionale della
Legge di Iniziativa Popolare sui trattati internazionali, basi e servitù militari

 

 

#1540 Da: "Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 2 Mar 2008 3:18 pm
Oggetto: S. Flounders: Serbian resistance to U.S. NATO role
jugocoord
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(francais / english)

S. Flounders: Serbian resistance to U.S. NATO role

1) In Serbia: Mass resistance to U.S. NATO role
2) Kosovo : Pourquoi il n'y aura en fait aucune indépendance


Also listen:

Kosovo, Serbia and Washington's imperialist agenda

Sara Flounders, co-director of the International Action Center, at a Workers
World Forum,
NYC, Feb. 22, 2008.
(AUDIO FILE. Running Time 22:09)

http://www.workersdaily.org/podcast/audio/sf22Feb2008.mp3



=== 1 ===

http://www.workers.org/2008/world/serbia_0306/

In Serbia

Mass resistance to U.S. NATO role

By Sara Flounders
Published Feb 28, 2008 10:25 PM


In the final analysis, history is never decided by resolutions, laws or
proclamations.

It is decided by explosive mass movements that churn up from below in response
to
intolerable conditions and outrageous events.

---
On Feb. 24 hundreds gathered in front of the White house to oppose the latest
U.S. attack
on Serbia, organized by the STOP (Stop Terrorizing Orthodox Peoples) Coalition.
Major
protest demonstrations were held in Geneva and Zurich, Switzerland; Vienna,
Austria;
Athens, Greece; Vicenza, Italy; Montreal and Toronto; Cleveland and Chicago.
This week
demonstrations will continue, including a major demonstration in front of the
U.N. on
March 2 from 2 to 4 p.m.
---

An angry and enormous demonstration—estimates range from a half million to well
over a
million people—in Belgrade, the capital of Serbia, on Feb. 21 has changed the
terms of the
debate about Kosovo.

Following this colossal outpouring in opposition to Washington's theft of the
Serbian
province of Kosovo, thousands of people in Belgrade stormed the U.S. Embassy and
set
fires in it. The British, German, Croatian, Belgian and Turkish embassies were
also
attacked. Western franchises, including 10 McDonalds plus Nike stores and 50
other
outlets, along with bank windows, were targeted by angry youths. There were
nights of
running street battles with riot police.

Thousands demonstrated at border crossings between Serbia proper and Kosovo. Two
border crossings were destroyed, one by fire, the other in an explosion. All
these actions
sent a sharp message—that the U.S. decision to establish a direct colony in
Kosovo by
recognizing its "independence" would be challenged by an explosive movement that
has
gone much further than just the official Serbian government statement of
opposition.

An article in the New York Times of Feb. 25 worried that Washington may have
underestimated the Serbian response. It said that policy makers in Washington
and
Brussels fear that the angry opposition may be "destabilizing for the entire
region."
Entitled "Serbian Rage in Kosovo: Last Gasp or First Breath?" the article
reflected many
other news commentaries: "The world is waiting to see whether the riots on
Thursday were
the final spasm of anger in Serbia or the first tremor in a new Balkan
earthquake."

Of course, it is the danger of a new Balkan earthquake that U.S. corporate power
fears.

It certainly appears that the U.S. government has once again underestimated
opposition to
its criminal policies. Washington had considered that its long-announced
decision to
recognize a new mini-state in the Balkans could not be opposed. It was
considered a fait
accompli.

Although Kosovo might for a time lack official U.N. endorsement, it was thought
that
quick recognition by the U.S. and European Union, along with funding and
continued
stationing of international forces, would overwhelm Serbian opposition.

Washington is so used to having its arrogant way and violating international
agreements—
even the terms that the U.S. itself dictated on NATO expansion, borders and
national
sovereignty—that it is shocked to find serious opposition.

Certainly many politicians in Serbia, anxious for Serbia to join the EU, were
not disposed
to make more than a symbolic opposition. But the angry response of the entire
Serbian
population has changed the very ground under this latest imperialist land grab.

Struggle heating up

EU staff and other forces are now withdrawing from the northern part of Kosovo,
around
the town of Mitrovica, which has been divided between areas that are either
majority
ethnic Serbs or majority ethnic Albanians. Other national groupings also live in
Kosovo. All
have been historically oppressed, recently by Western European and U.S.
imperialists,
earlier by feudal empires.

At the bridge over the Ibar River in Mitrovica, there has been a weeklong
standoff between
the Kosovo Police Service, a multi-ethnic force, and U.N. police. The KPS police
have
refused to serve under the new Kosovo-declared state. Dozens of busloads of
protesters
have come to the border of the province to support rallies against Kosovo's
separation.

Meanwhile U.S./NATO forces, called KFOR, have moved to seal the border with
armored
vehicles and tanks to halt an influx of potential protesters.

Once again the challenge in Europe to the crushing backward drag of U.S.
imperialism,
whose threats and pressures have undone numerous socialist states, including
Yugoslavia,
has come from the Serbian mass movement.

Solidarity demonstrations all across Europe, Canada and the U.S. were held on
Feb. 24,
and were to continue through the week.

For many the very hypocrisy of the U.S. position alerted them to its having a
more sinister
motive than wanting to grant independence to Kosovo. After all, the U.S. has
refused to
allow the independence of Puerto Rico despite more than 100 years of struggle,
yet it was
the first country to recognize Kosovo's independence from Serbia—on the very day
that
the unilateral declaration was made.

International opposition

Both Russia and China, which hold veto power on the U.N. Security Council, made
it clear
that they would not allow the U.N. to endorse the forcible theft of Kosovo from
Serbia.
They expressed grave concern about the dangerous precedent it set in further
fracturing
nation states around the world that are targeted by imperialist intervention.

The unilateral declaration was a direct violation of the U.N. Charter, other
international law
and even the terms of U.N. Security Council Resolution 1244, drafted by the U.S.
after 78
days of bombing Serbia in 1999. Despite the lack of U.N. approval, the U.S.,
Germany,
France and Britain recklessly went ahead with the recognition of Kosovo.

Opposed to the recognition are Serbia, Russia, China, Spain, Greece, Venezuela,
Bolivia,
Portugal, Slovakia, Malta, Bulgaria, Romania, Cyprus, Sri Lanka and Armenia. A
number of
other countries have not yet made a decision, despite intense U.S. pressure.

President Hugo Chávez said Venezuela would join other countries in condemning
the
declaration. "This cannot be accepted. It's a very dangerous precedent for the
entire
world," he said.

Bolivia also refused to recognize Kosovo's independence. President Evo Morales
compared
Kosovo separatists to the leaders of four eastern resource-rich Bolivian states
who have
U.S. encouragement in demanding greater autonomy, in an effort to fracture and
halt
progressive changes coming from the federal government.

On Feb. 22, Russian envoy to NATO Dmitry Rogozin said on state-run Vesti-24
television
that Kosovo's split from Serbia was the result of an "imperialistic American
effort to divide
and rule."

Rogozin made an ominous warning that could hardly be ignored. He said that the
Russian
military might get involved if all the EU nations recognize Kosovo as
independent with
U.N. agreement. If that happens, Russia "will proceed from the assumption that
to be
respected, we have to use brute military force."

On Feb. 24 Russian Foreign Minister Sergei Lavrov was in Belgrade with current
Deputy
Prime Minister Dmitri Medvedev, who is Vladimir Putin's likely successor as
president.
They came to make Russia's position clear.

Medvedev said, "It is unacceptable that for the first time in the post-war
history, a
country which is a member of the United Nations has been divided in violation of
all
principles used in resolving territorial conflicts.

"We proceed from the understanding that Serbia is a single state with its
jurisdiction
spanning its entire territory and we will stick to this principled stance in the
future.

"It is absolutely obvious that the crisis that has happened and is the
responsibility of those
who have made the illegal decision will unfortunately have long-term
consequences for
peace on the European continent."

Medvedev signed an agreement to build a section of South Stream gas pipeline
through
Serbia. The line will carry Russian gas through the Balkans to the Mediterranean
Sea. A
business agreement between Serbia's national oil company, NIS, and OAO Gazprom,
the
Russian energy giant, was also consolidated.

Kosovo is not independent

It is essential to explain again and again when discussing this issue of U.S.
recognition of
Kosovo's "independence" that Kosovo has not gained a shred of self-determination
or
even minimal self-rule, even on paper.

Unless this is continually explained and repeated, many political activists who
defend self-
determination for oppressed nations might naively support "independence" for
Kosovo.

The plan under which Kosovo becomes "independent" establishes an old-style
colonial
structure in its rawest form. Kosovo will actually be run by an appointed High
Representative and by administrative bodies appointed by the U.S., the EU and
NATO—the
U.S.-commanded military alliance.

Imperialist administrators will have direct control over all aspects of foreign
and domestic
policy. They have control over the departments of Customs, Taxation, Treasury
and
Banking. They control foreign policy, security, police, judiciary, all courts
and prisons.
These appointed Western officials can overrule any measure, annul any law, and
remove
anyone from office in Kosovo.

Several possible schemes are at the root of this latest flagrant U.S. violation
of
international law. Separating Kosovo from Serbia further fractures the entire
region. This
has been U.S. policy toward the Balkans, Eastern Europe and the former Soviet
Republics
since the 1991 collapse of the Soviet Union. As weak, divided, warring
mini-states, their
opposition to U.S. corporate domination becomes more difficult.

The recognition of Kosovo also divides and frays relations in the EU Washington
is certainly
not opposed to sowing dissension among forces that are both allies and
imperialist
competitors. The U.S. has fractured the EU over this, because one-third of its
27 members
are against this move.

Setting up a government in Kosovo where the U.S. has full authority to write the
laws and
treaties also consolidates the Pentagon's continued hold on a major new military
base in
Kosovo—Camp Bondsteel. It also provides unlimited access and, most important, a
transfer of ownership of the rich resources of the region, including oil and gas
which has
just been discovered.

Camp Bondsteel

A massive new U.S. military base—Halliburton-built Camp Bondsteel—is the
Pentagon
anchor in the region. Near the Macedonian border, it covers more than 1,000
acres and
comprises more than 300 buildings. It overwhelms tiny Kosovo, a province smaller
than
the state of Connecticut.

The location was chosen for its capacity to expand. There are suggestions that
it could
replace the U.S. Air Force base at Aviano in Italy.

Thousands of U.S./NATO troops can be comfortably stationed there. The base can
easily
house its 7,000 U.S. military forces, along with thousands of private
contractors. U.S.
military personnel leave Bondsteel in helicopters or large heavily armed
convoys.

The camp is located close to vital oil pipelines and energy corridors that are
now under
construction, such as the U.S.-sponsored Trans-Balkan oil pipeline and what is
known as
energy Corridor 8.

The U.S. began planning the building of Camp Bondsteel long before its bombing
of
Yugoslavia in 1999, according to Col. Robert L. McClure, writing in Engineer:
The
Professional Bulletin for Army Engineers. Another document, "U.S. Army Engineers
in the
Balkans 1995–2002," is available online and contains photos and descriptions of
the base
plans. (web.mst.edu)

At Camp Bondsteel there is the most advanced hospital in Europe, theaters,
restaurants, a
water purification plant, laundries and shops along with a mass of communication
satellites, antennae and menacing attack helicopters.

The people who live in the area surrounding the camp suffer from 80 percent
unemployment. Halliburton subsidiary Kellogg Brown and Root pays Kosovo workers,
when
it hires them, a meager $1 to $3 per hour. More than 25 percent of the Albanian
Kosovo
population has been forced to emigrate abroad in order to send home remittances
to their
families.

Under the U.S. occupation, more than 250,000 Serbs, Roma, Turks, Goranies and
other
peoples of this rich, multi-ethnic province have been forced out of Kosovo and
are not
permitted to return.

Rich resources in Kosovo

U.S. corporations are well aware of the rich resources of Kosovo. There are
extensive
mines for lead, zinc, cadmium, lignite, gold and silver at Stari Trg, along with
17 billion
tons of coal reserves. The once state-owned Trepca mining complex was described
by the
New York Times of July 8, 1998, as "the most valuable piece of real estate in
the Balkans."
It included warehouses, smelting plants, refineries, metal treatment sites,
freight yards,
railroad lines and power plants. Before the 1999 U.S./NATO bombing, followed by
the
occupation of Kosovo, it was the largest uncontested piece of wealth in Eastern
Europe not
yet in the hands of U.S. or European capitalists.

And they are still fighting over who will get to exploit it. Since NATO forces
occupied
Kosovo, almost this entire mining and refining center has been closed down. It
sits idle
while the many nationalities who once worked there have been dispersed.

Now an even greater source of newly discovered wealth is making Western
corporations
anxious to have an uncontested grip on the province.

On Jan. 10 Reuters reported that Swiss-based Manas Petroleum Corp. had announced
that
Gustavson Associates LLC's Resource Evaluation had identified large prospects of
oil and
gas reserves in Albania, close to Kosovo. The assigned estimates of the find are
up to
2.987 billion barrels of oil and 3.014 trillion cubic feet of natural gas.

Clearly U.S. corporations feel they have a big stake in the region. They have
made many
backroom deals and secret promises to Germany, France and Britain to gain their
acquiescence.

But this is a good time to remember how ripe for the picking Iraq looked to
Halliburton
and Exxon in 2003. It seemed easy to get the compliance of many countries, even
if
Washington couldn't secure a U.N. Security Council vote despite its lies to that
body.

The U.S. is hardly the first empire to underestimate the power of an aroused
mass
movement to overturn its plans. Imperialist arrogance and overreach can lead to
serious
miscalculations.

People in every struggle for full rights and national sovereignty have an
interest in
defending and standing in solidarity with the heroic resistance that the people
of Serbia
have shown in the past week. This struggle could open a new day of resistance to
U.S.
corporate rule across Eastern Europe and the Balkans.

Sara Flounders was in Yugoslavia during the 1999 U.S./NATO bombing to expose
these
devastating attacks on the civilian population. She is a co-author and editor of
"NATO in
the Balkans" and "Hidden Agenda: U.S./NATO Takeover of Yugoslavia," available at
Leftbooks.com.


Articles copyright 1995-2007 Workers World. Verbatim copying and distribution of
this
entire article is permitted in any medium without royalty provided this notice
is preserved.

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=== 2 ===

The original english text:
Washington gets a new colony in the Balkans

By Sara Flounders - Feb 21, 2008

http://www.workers.org/2008/world/kosovo_0228/
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5923

---

http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2008-02-
28%2010:51:04&log=invites

Kosovo : Une nouvelle colonie pour Washington, un contrat juteux pour
Halliburton

Pourquoi il n'y aura en fait aucune indépendance

Sara Flounders

Lorsqu'on examine de près la toute récente « déclaration d'indépendance» de la
province
serbe du Kosovo et la reconnaissance immédiate de cette dernière en tant qu'État
par les
États-Unis, l'Allemagne, la Grande-Bretagne et la France, il importe avant tout
de savoir
trois choses.

Primo, le Kosovo n'obtient aucune indépendance ni la moindre autodétermination.
Il sera
gouverné par un haut représentant et des institutions désignés par les
États-Unis, l'Union
européenne et l'Otan. Une espèce de vice-roi à l'ancienne et des administrateurs
impérialistes détiendront le contrôle sur sa politique étrangère et intérieure.
L'impérialisme américain a tout simplement renforcé son contrôle direct sur une
colonie
intégralement dépendante située au cœur des Balkans.

Secundo, la reconnaissance immédiate du Kosovo par Washington confirme une fois
de
plus que l'impérialisme américain entend enfreindre absolument tous les traités
ou
accords internationaux qu'il a signés jusqu'à ce jour, y compris les accords
qu'il a sortis
lui-même et imposés à d'autres par la force et la violence.

La reconnaissance du Kosovo constitue une violation directe d'une telle loi, en
l'occurrence
la Résolution 1244 du Conseil de sécurité des Nations unies, que les dirigeants
de la
Yougoslavie ont été forcés de signer pour mettre un terme aux 78 jours de
bombardements subis par leur pays en 1999. Même cet accord imposé stipulait « la
garantie par tous les États membres de la souveraineté et de l'intégrité
territoriale » de la
Serbie, une république de la Yougoslavie.

La reconnaissance illégale du Kosovo, cette semaine, a été condamnée par la
Serbie, la
Russie, la Chine et l'Espagne.

Tertio, la domination par l'impérialisme américain ne rapporte rien au peuple
occupé.
Après neuf années d'occupation militaire directe par l'Otan, le Kosovo a un taux
de
chômage atterrant de 60 %. Il est devenu la plaque tournante du trafic
international de
drogue et des réseaux de prostitution en Europe.

Les centres industriels (mines, usines, fonderies, raffineries) et les chemins
de fer jadis
très actifs de cette petite région riche en ressources sont tous à l'arrêt,
aujourd'hui. Sous
l'occupation de l'Otan, les ressources du Kosovo ont été privatisées de force et
vendues à
de grosses multinationales occidentales. Les rares emplois du Kosovo consistent
presque
uniquement à travailler pour l'armée d'occupation des États-Unis et de l'Otan ou
pour les
agences des Nations unies.

La seule construction importante au Kosovo s'appelle Camp Bondsteel. C'est la
plus grosse
base américaine construite en Europe depuis une génération. Évidemment, c'est
Halliburton qui a décroché ce contrat. Camp Bondsteel contrôle les routes
stratégiques du
pétrole et autres voies de transport de toute la région.

Plus de 250.000 Serbes, Rom et personnes d'autres nationalités ont été chassés
de cette
province serbe depuis qu'elle est passée sous le contrôle des États-Unis et de
l'Otan.
Quasiment un quart de la population albanaise a également été forcée de s'en
aller afin
de chercher du travail ailleurs.

La mise en place d'une administration coloniale

Examinons le plan que le Kosovo doit suivre pour accéder à son « indépendance ».
Non
seulement il viole les résolutions de l'ONU, mais il prévoit également une
structure tout à
fait coloniale. Il est similaire au pouvoir absolu détenu par L. Paul Bremer au
cours des
deux premières années de l'occupation de l'Irak par les États-Unis.

Comment ce plan colonial a-t-il vu le jour ? Il a été proposé par les mêmes
forces
responsables de la dislocation de la Yougoslavie, des bombardements de l'Otan et
de
l'occupation du Kosovo.

En juin 2005, le secrétaire général des Nations unies, Kofi Annan, faisait de
l'ancien
président finlandais Marti Ahtisaari son envoyé spécial chargé de diriger les
négociations à
propos du statut final du Kosovo. Ahtisaari n'est pas vraiment un arbitre
impartial, quand
il s'agit de l'intervention américaine au Kosovo. Il est président émérite du
Groupe
international de crise (ICG), une organisation financée par le multimilliardaire
George
Soros et soutenant l'expansion et l'intervention de l'Otan en même temps que
l'ouverture
des marchés aux investissements américains et européens.

Le conseil d'administration de l'ICG comprend deux personnages officiels
américains clés,
responsables des bombardements au Kosovo : le général Wesley Clark et Zbigniew
Brzezinski. En mars 2007, Ahtisaari a transmis sa Proposition complète de
résolution des
statuts du Kosovo au nouveau secrétaire général des Nations unies, Ban Ki-moon.

On peut lire les documents de mise en place d'une nouvelle forme de gouvernement
au
Kosovo sur unosek.org/unosek/en/statusproposal.html.
Un résumé est également disponible sur le site Internet du département d'État (=
ministère des Affaires étrangères) américain : state.gov/p/eur/rls/fs/100058.htm

Un représentant civil international (RCI) sera désigné par les officiels
américains et
européens en vue de superviser le Kosovo. Ce fonctionnaire pourra rejeter ou
annuler
n'importe quelle mesure ou loi et déboulonner n'importe qui de ses fonctions, au
Kosovo.
Le RCI pourra exercer le contrôle entier et final sur les départements des
douanes et des
taxes, ainsi que sur le trésor et la banque.

L'union européenne installera une mission de politique sécuritaire et défensive
(PSDE) et
l'Otan, de son côté, assurera une présence militaire internationale. Ces deux
corps
désignés auront le contrôle de la politique étrangère, de la sécurité, de la
police, de la
justice et de tous les tribunaux et prisons. Ils bénéficient en outre d'une
liberté d'accès
immédiate et totale à toutes activités, opérations ou documents au Kosovo.

Ces corps et le RCI auront le dernier mot à propos des délits et des personnes
pouvant
faire l'objet de poursuites; ils peuvent rejeter ou annuler toute décision qui
aura été prise.
La plus grosse prison du Kosovo se trouve à la base américaine, Camp Bondsteel,
où des
personnes sont détenues sans la moindre accusation, sans surveillance ou
représentation
judiciaire.

La reconnaissance de « l'indépendance » du Kosovo n'est que la dernière étape
d'une
guerre américaine de reconquête poursuivie sans relâche depuis des décennies.

Diviser pour régner

Les Balkans ont toujours été un assemblage hétéroclite de nombreuses
nationalités,
cultures et religions opprimées. La Fédération socialiste de Yougoslavie,
apparue après la
Seconde Guerre mondiale, comprenait six républiques dont aucune n'avait la
majorité. À
sa naissance, la Yougoslavie était nantie d'un héritage issu des antagonismes
inlassablement exploités par les Turcs ottomans et par l'Empire austro-hongrois,
puis des
ingérences de l'impérialisme britannique et français et, enfin, d'une occupation
fasciste
par les Allemands et les Italiens durant la Seconde Guerre mondiale.

Le peuple serbe subit des pertes très importantes, au cours de cette guerre. Un
puissant
mouvement de résistance dirigé par les communistes et composé de toutes les
nationalités ayant souffert de diverses façons, s'était constitué contre
l'occupation nazie
et toute intervention de l'extérieur. Après la libération, toutes les
nationalités coopérèrent
et s'engagèrent dans la mise sur pied de la nouvelle fédération socialiste.

En 45 années et, alors qu'au départ elle ne couvrait qu'une région appauvrie,
sous-
développée et en proie à de fréquents conflits, la Fédération socialiste de
Yougoslavie
allait se développer en un pays stable doté d'une base industrielle, de soins de
santé et
d'un système d'enseignement accessible à toutes la population.

Avec l'effondrement de l'Union soviétique au début des années 1990, le Pentagone
sortit
immédiatement des plans prévoyant l'expansion agressive de l'Otan vers l'Est.
Diviser
pour régner, telle devint la politique américaine dans l'ensemble de la région.
Partout, des
forces procapitalistes de droite furent financées et encouragées. Dans le même
temps que
l'Union soviétique fut émiettée en plusieurs républiques séparées, affaiblies,
instables et
généralement en conflit, la Fédération socialiste de Yougoslavie tenta de
résister à cette
vague réactionnaire.

En 1991, alors que l'attention du monde se concentrait sur les bombardements
dévastateurs de l'Irak par les États-Unis, Washington encouragea, finança et
arma les
mouvements séparatistes de droite dans les républiques de Croatie, de Slovénie
et de
Bosnie de la Fédération yougoslave. En violation des accords internationaux,
l'Allemagne
et les États-Unis reconnurent rapidement ces mouvements sécessionnistes et
approuvaient la création de plusieurs mini états capitalistes.

En même temps, le capital financier américain imposa de sévères sanctions
économiques à
la Yougoslavie, afin de mettre son économie en faillite. Washington décida alors
que
l'Otan était la seule force à même de ramener la stabilité dans la région.

L'armement et le financement de l'UCK, un mouvement d'extrême droite, dans la
province
serbe du Kosovo, débutèrent à la même période. Le Kosovo n'était pas une
république
distincte de la Fédération yougoslave, mais une province de la république de
Serbie.
Historiquement, il avait été l'un des foyers de l'identité nationale serbe, mais
avec une
population albanaise qui n'avait cessé de croître.

Washington lança une véhémente campagne de propagande prétendant que la Serbie
menait elle-même une campagne de génocide massif contre la majorité albanaise du
Kosovo. Les médias occidentaux ressassèrent à l'infini des histoires de fosses
communes,
de viols et de brutalités en tout genre. Des fonctionnaires américains
prétendirent même
qu'entre 100.000 et 500.000 Albanais avaient été massacrés.

Sous l'administration Clinton, des fonctionnaires des États-Unis et de l'Otan
sortirent un
ultimatum outrageant: la Serbie devait accepter immédiatement une occupation
militaire et
renoncer à toute souveraineté sur le Kosovo, sans quoi elle allait devoir
affronter le
bombardement par l'Otan de ses villes, villages et infrastructures. Lors des
négociations
qui eurent lieu à Rambouillet, en France, le Parlement serbe vota le refus des
exigences de
l'Otan et les bombardements commencèrent.

En 78 jours, le Pentagone largua 35.000 bombes à sous munitions, utilisa des
milliers de
projectiles radioactifs contenant de l'uranium appauvri, ainsi que des obus
perceurs de
bunkers et autres missiles de croisière. Les bombardements détruisirent plus de
480
écoles, 33 hôpitaux, de nombreux dispensaires de soins, 60 ponts, en même temps
que
des sites industriels, des usines chimiques, des centrales électriques et la
totalité du
réseau d'électricité. Ce fut le Kosovo, c'est-à-dire la région que Washington
était censé
libérer, qui subit les pures destructions.

Finalement, le 3 juin 1999, la Yougoslavie fut forcée d'accepter un
cessez-le-feu ainsi que
l'occupation du Kosovo.

S'attendant à découvrir des cadavres partout, des équipes médicolégales
originaires de 17
pays de l'Otan et organisées par le tribunal de La Haye pour les crimes de
guerre,
retournèrent en tous sens le Kosovo occupé. L'affaire prit tout l'été 1999 mais
les équipes
ne découvrirent que 2108 corps, et de toutes nationalités. Certains avaient été
tués par les
bombardements de l'Otan, certains au cours de la guerre entre l'UCK et la police
et
l'armée serbes. Par contre, les équipes médicolégales ne découvrirent aucune
fosse
commune et en purent produire la moindre preuve de massacre ou de « génocide ».

Ce démenti surprenant de la propagande impérialiste provient d'un rapport rendu
public
par la principale accusatrice du Tribunal pénal international pour l'ancienne
Yougoslavie,
Carla Del Ponte. Il fut publié, mais sans publicité aucune, dans le New York
Times du 11
novembre 1999.

La propagande rabique de génocide et les histoires de fosses communes étaient
aussi
fausses que les allégations futures prétendant que l'Irak possédait et
fabriquait des «
armes de destruction massive ».

Via des guerres, des assassinats, des coups d'État et des embargos économiques,
Washington est parvenu aujourd'hui à imposer une politique économique
néolibérale à la
totalité des six anciennes républiques yougoslaves et à les briser pour en faire
des mini
états instables et appauvris.

L'extrême instabilité et la pauvreté effarante que l'impérialisme a apportées à
la région
constitueront à longue échéance les semences de son propre effondrement.
L'histoire des
réalisations de la Yougoslavie au moment où elle jouissait d'une véritable
indépendance,
de souveraineté dans l'unité et d'un développement socialiste se réaffirmera
d'elle-même
dans le futur.


Traduit par Jean-Marie Flémal pour Investig'Action
24/02/2008, Workers.org
-----------------

Sara Flounders, codirectrice de l'International Action Center, s'est rendue en
Yougoslavie
durant les bombardements américains de 1999 et elle a rédigé des rapports
dénonçant les
attaques américaines contre des cibles civiles. Elle est coauteur et éditrice
des ouvrages : «
Hidden Agenda-U.S./NATO Takeover of Yugoslavia » (L'agenda caché des États-Unis
et de
l'Otan à propos de la reprise de la Yougoslavie) et « NATO in the Balkans »
(L'Otan dans
les Balkans).

#1541 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 2 Mar 2008 3:33 pm
Oggetto: ITALIJA I BALKAN: DANAS ISTO KAO U VREME FASIZMA
jugocoord
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(il testo originale del Comunicato Stampa del CNJ: 
ITALIA E BALCANI. UNA PERFETTA CONTINUITÀ CON LE POLITICHE DEL FASCISMO
si può leggere alla pagina: http://www.cnj.it/POLITICA/cnj2008.htm )


SAOPSTENJE ZA STAMPU

CNJ ONLUS:

ITALIJA I BALKAN: DANAS ISTO KAO U VREME FASIZMA

Februara 2003. pisali smo 
« glasanje u Saveznoj Skupstini Jugoslavije upriliceno 4. februara 2003. jeste zapravo kruna revansistiickg zlocinackog plana uperenog protiv tog naroda i njegove zemlje, plana koji se na krajnje ocigledan nacin sprovodi pocev od 1990. Taj su plan po nalogu Zapada ostvarili nedostojni politicarai, a takvi su svi danas na vlasti u republikama nekadasnje Jugoslavije. Vremenski plan treba smestiti u raspon izmedju 5. novembra 1990. kada je kongres SAD doneo zakon 101/513 o direktnoj finansijskoj pomoci svim toboze demokratskim a u stvari revansistickim i secesionistickim novokomponovanim strankama zarad rasturanja Jugoslavije; i tog 4. februara kada je formalno stvorena drzavna zajednica Srbija i Crna Gora, a Jugoslavija izbrisana iz politicke karte Evrope.
[...] Tvorevina je bila namenski kratkog veka, iscrpljujuci sopstvenu svrhu komadanjem sopstvene suverene drzave i vestackim stvaranjem raskola medju bratskim narodom. Jasno, zloglasni K. Solana, koga pamtimo po tome sto je dirigovao bombardovanjem Jugoslavije 1999. zdusno ce pljeskati novorodjenoj drzavici. A sta se drugo moze ocekivati od kuma ? Svekoliko otvoreno ili lose prikrivano zadovoljstvo kako takozvane medjunarodne zajednice tako i domacih politicara, nije dovoljno da zamagli istinski cilj zlocinacke politike koju Zapad vodi poslednjih godina, pocev od protivzakonitog priznavanja secesionistickih republika, pa nadalje. Tom politikom su izazvali neizrecive patnje, jeziva razaranja i bolna stradanja neduznog stanovnistva, prekrajajuci granice Balkana i stvarajuci sebi poslusne drzavice kojima ce otimati prirodna bogastva i izrabljivati radnu snagu, bas kao u vreme naci-fasizma. Zavadjali su bratske narode kojima su koreni i kultura zajednicki, da bi vladali njima vojnickom cizmom.
Za nas iz Nacionalne Koordinacije za Jugoslaviju (CNJ) sav taj zlokobni lanac dogadjaja nije nista drugo do ocigledan zlocin protiv covecnosti koji neometeno traje i kome se kraj ne sagledava, ali za koji treba da odgovarajut svi vinovnici »(1)

Ocekivano cepanje drzavne zajednice Srbija i Crna Gora, upriliceno je vec maja 2006. stvaranjem mafijaske drzavice Crne Gore, uz pomoc laziranog referenduma, sto nije sprecilo ni zemlje Nato pakta ni EZ da je netrepnuvsi priznaju. Eto i otimanja Kosova danas, cime je stvorena samo jos jedna mafijaska drzavica.

Necemo se ovde upustati u razmatranje predstojece etape tog zlocinackog lanca, uostalom, redovno objavljujemo analize i vesti sa jugoslovenskog prostora i vezano za taj prostor u pisanoj ili kakvoj drugoj formi (2). A to stoga sto je na ovom mestu daleko celishodnije sagledavanje stanja u Italiji kao i ocena politike koju nasa vlastita zemlja vodi, nezavisno od toga sto je nas glavni cilj blize upoznavanje i negovanje prijateljstva sa drugim narodima. Time sto je nasa Koordinacija prisutna na citavom nacionalnom prostoru Italije, na kome deluje svojim angazmanom za mir, smatramo da u prvom redu treba da obratimo paznju na ono sto se desava pred nasim sopstvenim ocima u neposrednom okruzenju.

Ocigledne su pogubne posledice neodgovorne politike rezima nase zemlje, kako na domacem, tako i na medjunarodnom planu. Uporne izjave Dalemine da ce Italija u svakom slucaju priznati nezavisno Kosovo, cinicne su i nedopustive sa stanovista medjunarodnog prava i Povelje S B OUN, nespojive su sa demokratijom i principima miroljubive koegzistencije medju narodima.

Do srzi podeljena vlada u ostavci priznaje nezavisno Kosovo, jer toboze « Kosovo valja brze-bolje priznati jer ce u protivnom italijanski vojnici u sastavu medjunarodnih snaga ostati bez politickog i diplomatskog pokrica za dejstva na terenu »(3) Gde to uopste pise da nasa vojska mora da dejstvuje na terenu? Jasno je sta se iza brega valja! Finansijski magnat i vodj « saveza za novo Kosovo » B. Pacoli dao je izjavu za stampu u kojoj istice da je « do kasno u noc sa italijanskim ambasadorom radio na samom dokumentu o proglasenju nezavisnosti. »(4)

U toj ujdurmi, dakle, uloga Italije jeste od prvorazrednog znacaja, kao uostalom i 1999. kada smo sluzili kao aerodrom za sletanje i uzletanje bombardera sto su sejuci smrt, razarali mostove, gradske trgove, stambene zgrade i fabrike jugoslovenske federacije. Na stotine je stradalo! Niko, medjutim od vinovnika tog zlocina nije pozvan na odgovornost posto su po starom mafijaskom obicaju uvrezenom u nasoj zemlji, sve uredno podnete tuzbe u samom postupku minirane. Nasa zemlja slovi za demokratsku iako netremice sprovodi u delo politiku ozloglasenog naci-fasistickog rezima s pocetka cetrdesetih.

Danas kao i tada, Kosovo je pod italijanskom i okupacijom preostalih vele-sila. Danas kao i tada, raspirivanje velikoalbanskog iredentizma ima za cilj stvaranje potcinjenih drzavica.
Danas kao i tada u izgledu je velika Albanija, cime ce biti ugrozeni legitimni interesi najmanje tri evropske drzave.

Danas isto kao u vreme fasizma, Italija netremice suruje sa najokorelijim zlikovcima sirom medjunarodne politicke scene. Tridesetih godina obucavala je ustase za atentat na kralja da bi rasturila Kraljevinu Jugoslaviju. Danas cini isto to manipulisuci svojim novim sticenicima, ubicama takozvane OVK, krijumcarima droge i svakojakog naoruzanja, trgovcima belim robljem, sa krvnicima i sopstvenog naroda koga su unazadili najblaze receno barem za sto godina, time sto su ponovo zaveli « kanun » i sto su se uortacili sa najogrezlijim bandama iz Avganistana, kao i sa mafijom i kamorom iz Italije.

Na domacem planu, danas kao nekad, vojna osvajanja i ratove pravdaju toboznjim dusebriznistvom i velikodusnoscu, a u stvari, neosporno je zatajio svaki vid demokratske kontrole.(5) Od 1999. naovamo potpuno smo se navikli na sistematicno i flagrantno krsenje Ustava. Narod se vise ni zasta ne pita zato sto je protiv rata i sto zahteva povlacenje vojske koja nemilice guta ionako mrsav drzavni budzet.

Kako fasisti nekad, tako ovi danas nipodastavaju medjunarodne institucije. Svojevremeno to je bilo Drustvo Naroda, dans je to OUN cija je Rezolucija 1244 netremice pogazena! Cak je i EZ dovedena u pitanje stvaranjem razdora u sopstvenim redovima. Vrli ministar spoljnih poslova Francuske, Kusner, bez dlake na jeziku rece da « sto se priznavanja nezavisnosti Kosova tice, neka svako slobodno postupi kako mu drago » 

Danas kao nekad fasisticki rezim, vlada vodi politiku neprijateljskih odnosa sa susednim narodima: ne samo da uporno i nasumice ponizava Srbe i Srbiju, vec i prema Hrvatima ispoljava iredentisticke teznje. (6)

Na osnovu svega iznetog jasno je da ovih poslednjih 15 godina Italija na Balkanu vodi politiku koja se ni po cemu ne razlikuje оd imperijalisticke i agresorske politike nekadasnjeg fasistickog rezima. Као Кооrdinacija gradjana angazovanih sirom Italije za dobrobit mira i prijateljstva medju narodima, izrazavamo duboku uznemirenost i strepnju u pogledu na buducnost krajne bremenitu neizvesnostima.

(Italijanska) Nacionalna Koordinacija za Jugoslaviju
Februar 2008.

(2) Pogledati celokupnu dokumentaciju sabranu na stranici, kao i arhivsku gradju informativnih dnevnih biltena CNJ: http://www.cnj.it/ http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/ 
(3) Pogledati clanak i video-zapis: 
(4) pogledati dnevne listove Corriere della Sera i La Stampa od 17/02/2008 
(5) Poslanicki dom, sednica n. 252, 29. novembra 2007.: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5793 



#1542 Da: Coord. Naz. per la Jugoslavia <jugocoord@...>
Data: Dom 2 Mar 2008 9:45 pm
Oggetto: Schweiz / Kosovo
jugocoord
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(english / deutsch / srpskohrvatski / italiano)

Schweiz / Kosovo

1) Kosovo: Dick Marty warnt vor Parteinahme gegen Serbien (21.02.2008)
2) Daniel Vischer: SCHWEIZ DARF KOSOVO JETZT NICHT ANERKENNEN (23.2.08)
3) Geneva: Thousands rally against Kosovo independence (24.2.2008)
4) Serbia recalls envoy to Switzerland in reaction to Kosovo recognition (2008-02-28)


Nonostante commenti sfavorevoli e proteste, compreso il richiamo dell'ambasciatore serbo, la Svizzera ha annunciato di riconoscere lo "Stato del Kosovo". Questa mossa criminale, dal punto di vista del diritto internazionale, appare in effetti molto legata a questioni interne: il piccolo paese ospita più di centomila kosovari albanofoni, nella categoria provvisoria di richiedenti asilo, o permesso umanitario. Tutto questo ora cambierà: con il riconoscimento del Kosovo da parte della Svizzera, la comunità kosovara dovrà andarsene... (segnalato da DK)

http://www.tanjug.co.yu:86/RssSlika.aspx?10366

Å vajcarska priznala nezavisnost Kosova 

ŽENEVA, 27. februar (Tanjug) - Švajcarska je danas priznala Kosovo i Metohiju i saopÅ¡tila da će uskoro uspostaviti diplomatske i konzularne veze sa srpskom pokrajinom koja je jednostrano proglasila nezavisnost 17. februara...


=== 1 ===

Kosovo: Marty warnt vor Parteinahme gegen Serbien

Bern. sda/baz. Der Präsident der Aussenpolitischen Kommission des Ständerats Dick Marty (FDP/TI) warnt vor einer raschen Anerkennung des Kosovo. Dass sich Aussenministerin Calmy-Rey frühzeitig für die Unabhängigkeit ausgesprochen hatte, bezeichnete Marty als Fehler.
«Ich habe nie verstanden, weshalb sich Aussenministerin Micheline Calmy-Rey schon vor zwei Jahren für die Unabhängigkeit ausgesprochen hat», sagte Marty in einem Interview mit dem «Tages- Anzeiger» vom Donnerstag.
«Vermutlich hat sie den Bundesrat vorgängig nicht konsultiert, und das Parlament schon gar nicht», sagte Marty. «Jedenfalls haben wir die Serben verärgert, mit denen wir eine besondere Beziehung pflegen».

Gegen Parteinahme

Er verwies darauf, dass Serbien im Internationalen Währungsfonds und der Weltbank zur Stimmrechtsgruppe der Schweiz gehört und sich aus Protest gegen die Anerkennung des Kosovo zusammen mit anderen Staaten aus der Gruppe zurückziehen könnte. «Es wäre angesichts der Bedeutung unseres Finanzplatzes schlimm, wenn die Schweiz ihren Sitz verlöre», sagte Marty.
«Wenn wir Kosovo schnell anerkennen, nehmen wir Partei, ohne dass wir etwas davon haben», warnte der Tessiner Ständerat: «Wenn uns unserer Neutralität noch etwas bedeutet, müssen wir vorsichtig sein». Er übte auch Kritik an der Haltung seiner Partei.
Die FDP habe sich zusammen mit der SP für eine baldige Anerkennung ausgesprochen, «ohne die Problematik genügend zu vertiefen».

«Kosovo ist nicht bereit»

«Kosovo ist überhaupt nicht bereit für die Unabhängigkeit», warnte Marty. Er zeichnete ein düsteres Bild der Lage in der bisherigen serbischen Provinz - die wirtschaftliche Lage sei desaströs, die Arbeitslosigkeit enorm.
Zudem sei Kosovo heute eines der grössten Zentren der organisierten Kriminalität. «Nichts ist besser geworden unter der internationalen Verwaltung. Diese hat versagt», sagte Marty: «Ich frage mich, welche Garantien es wirklich für die Minderheiten der Serben und der Roma gibt».
Der Bundesrat will in einer der nächsten Sitzungen über die völkerrechtliche Anerkennung des Kosovo entscheiden. Vor dem Entscheid will der Bundesrat die Meinung der Aussenpolitischen Kommissionen (APK) der Räte einholen. Die Konsultationen finden am Donnerstag in der ständerätlichen und am Freitag in der nationalrätlichen APK statt.

BaZ, 21.02.2008


=== 2 ===

PERSOENLICHE STELLUNGNAHME ZUM KOSOVO: 

SCHWEIZ DARF KOSOVO JETZT NICHT ANERKENNEN

Ich vertrete in dieser Sache keine Partei. Ich bin mithin auch kein
serbischer Parteigänger, als der man bald einmal hingestellt wird, folgt man
nicht einem verbreiteten auch links-grünen mainstream. Ich bin im Vorstand
der Gesellschaft Schweiz Islam, vertrete mithin in der Schweiz die
Interessen der Kosovo Albaner bezüglich Religionsfreiheit, Schulförderung
etc.. Hingegen war ich nie der Meinung, die Serben trügen an der Zerstörung
Jugoslawiens die massgebliche Schuld, sie beruhte vielmehr auf einer
Verkettung sehr vieler Ursachen. Innerhalb der grünen und linken Szene in
diesem Lande beschlägt dies eher einen Minderheitsstandpunkt, das stimmt.   


Zur Frage der Anerkennung der Unabhängigkeit, stehen folgende Ueberlegungen
im Vordergrund:

-Eine Unabhängkeitserklärung mit völkerrechtlicher Relevanz kann nicht
einseitig erfolgen. Die des Kosovo erfolgte zur Unzeit und gegen die
Beschlusslage der massgeblichen völkerrechtlichen Institutionen. Für die
Unabhängigkeit gerade zum jetzigen Zeitpunkt gibt es nicht eine
völkerrechtlich legitime Voraussetzung. Was völkerrechtlich gilt, kann nur
nach rechtspositivistischer Auffassung geklärt werden - es gelten die in
Kraft stehenden durch die zuständigen Organe des Völkerrechtes erlassenen
Rechtssätze. 

- Die nötigen Voraussetzungen der UNO liegen nicht vor. Das Argument, die
UNO sei nicht handlungsfähig wegen des Vetos Russlands und auch Chinas,
sticht nicht. Die Grundlagen der UNO gelten in allen anderen Fällen auch.
Ein Sonderrecht, wenn andere Staaten in Vetoposition sind, für sich
abzuleiten, gehört seit langem zur Spezialität  der amerikanischen (und
israelischen) Aussenpolitik und ist neu ein besonderes Markenzeichen der
Bush Administration, für welche die UNO gar nicht existiert - siehe
Golfkrieg, Iran- und Israelpolitik. Für Grüne, die sich als Vorreiter des
Völkerrechts verstehen, kann dies nicht Massgabe sein.  

- Die Unabhängigkeitserklärung wäre nie erfolgt, wäre die Regierung Thaci
von den USA nicht auf Grund eigener strategischer Interessen - und später
einem Teil der EU - Sarkozy war anfänglich zurückhaltend, nun hat er
endgültig mit der gaullistischen Tradition Frankreichs gebrochen - geradezu
zu diesem Schritt gedrängt worden. Dass die Schweiz in diesem unrühmlichen
Spiel mit mischelte, ist ein Kapitel für sich.

- Von einer europäischen Dimension zu sprechen, ist unpräzis und evoziert
falsche historische Voraussetzungen. Im Kosovo kumulieren gegen Russland
gerichtete handfeste amerikanische Militär- und Oelinteressen: Gas- und
Oel-Pipeline vom kaspischen Meer in das Mittelmeer, neuer Militärstützpunkt
mit 6'000 GI's. 

- Das Selbstbestimmungsrecht war für die USA bislang ohnehin noch nie
massgeblicher Faktor ihrer Aussenpolitik, rekurrieren sie darauf, dient dies
einzig der Kaschierung eigener Hegemonialpolitik. Europa seinerseits
bekundet heute aus eigenen Sicherheits- und Rohstofinteressen keinerlei
Interesse an alter und vor allem an neuer Militärpräsenz der Amerikaner in
Europa. Diese richtet sich gegen die neuen Realitäten der Gewichte der
Weltpolitik bezüglich der Aufteilung der Ressourcen und zielt auf die
weitestmögliche Ausschaltung Russlands und indirekt auch Chinas in der
Rohstoffpolitik. Die amerikanische Kosovo Politik ist diesbezüglich mit
ihrer Iranpolitik identisch. 

- Es war nota bene auch nicht die EU, die die USA zum Sonderstatus im Kosovo
eingeladen hätte. Von einer europäischen Zukunftsperspektive in
Ex-Jugoslawien zu sprechen, tönt zwar gut, verkennt aber die Entwicklung
seit 1990. Das postjugoslawische Staatengebilde kann bei bestem Willen nicht
als positiver Ausfluss einer Friedenspolitik der EU charakterisiert werden.
Die Zerschlagung Jugoslawiens zielte auf die Zerschlagung eines
multiethnischen Staates, wofür endogene, hauptsächlich aber eben auch
exogene Konstellationen massgeblich waren.

- Deutschland und alsbald die damalige EU, waren an der Zerstückelung
Jugoslawiens, für die es keinen Grund gab, schon gar nicht einen
europäischen, von allem Anfang an beteiligt. Vorerst schien es, als ginge es
um eine neue Grenzziehung Europas entlang der Grenze der Drina, mithin eine
Ausgrenzung des christlich orthodoxen Teiles entlang der ehemaligen Grenzen
Oesterreich- Ungarns - die Brücke von Ivo Andric lesen. Die von Deutschland
erzwungene vorschnelle Anerkennung Kroatiens und Sloweniens setzten ein
falsches Fanal, eigne wirtschaftliche Interessen waren fraglos mit im Spiel.
Fast machte es zudem den Anschein, als sei Deutschland wieder in die
Position weiland Bismarck's zurückgefallen. Die neuen antiserbischen Töne
glichen sich fast wörtlich an jene der Bismarck Zeit an. 

- Damit verband sich das Interesse der USA, die Einflusssphäre Russlands zu
schwächen. Der Kosovo war an der Seite Kroatiens, des Hauptfeindes der
Serben, was sich auf Grund der eigenen Unterdrückungssituation, die niemand
leugnet, wiederum von selbst verstand. Die amerikanischen Sonderinteressen
eines neuen möglichen Stützpunktes in geopolitisch zentraler Lage kamen
zusätzlich hinzu.   

- Natürlich entwickelte sich eine Eigendynamik, bei der die serbische
Politik zum Debakel wesentlich mit beitrug, sie kann indes nicht als haupt-
oder gar alleinschuldig angesehen werden. Nachdem die Schranken gefallen
waren, war jede "Volksgruppe" auf ethnische Säuberung des von ihr
reklamierten Territoriums aus, die christlich orthodoxen Serben, die
katholischen Kroaten und die muslimischen Bosnier, nun auch die muslimischen
Kosovo Albaner (s.u.). 

- Dass das damals nicht gesehen wurde, erscheint auf Grund des Jubels nach
dem Fall der Mauer als noch einigermassen verständlich, es heute einfach
auszublenden, macht eine Analyse im mindesten unvollständig. Richtig ist:
die Geschichte darüber ist noch nicht geschrieben - was umso mehr zur
Vorsicht gegenüber Einseitigkeiten mahnt. Aber es mehren sich gewichtige
Stimmen der Kritik am blinden Vorgehen Deutschlands und der EU - zum
Beispiel jene Helmuth Schmidts.

- Deshalb ist es aus zwei Gründen falsch, die europäische
Zukunftsperspektive, die durch die Unabhängigkeit des Kosovo's forciert
würde, in den Vordergrund zu stellen. Zum einen, weil der Kosovo vornehmlich
eine nicht auf europäische Interessen ausgerichtetes "US-Protektorat" ist
und weiterhin sein wird. Zum anderen, weil die EU bislang keine glaubwürdige
Perspektive für alle Länder Ex Jugoslawiens entwickelt hat.  


- Zudem: die Spanier wissen, warum sie gegen die sofortige Anerkennung sind,
obgleich die EU nie die Unabhängigkeit Katalaniens oder des Baskenlandes
gegen Spanien anerkennen würde. Das gleiche gilt für Nordirland. Die EU
verfügt bezüglich einseitiger Unabhängigkeitswünschen mithin über überhaupt
keine einheitliche Strategie. 

- Die Anerkennung des Kosovo's erfolgt heute nur, weil die EU gegenüber den
USA einmal mehr ins Hintertreffen geraten ist, und zu eigenständigen
Lösungen nicht fähig war. Nicht die EU hat den Gang der Entwicklung
diktiert, sondern die USA! Insofern ist es gerade nicht so, dass die
Europäer hier ihre eigene Situation klären, sie werden vielmehr zu
"Geklärten". 

- Als Randnotiz:  Wer würde in der Schweiz eine einseitige
Unabhängkeitserklärung des Jura ohne Einbettung in ein Abkommen mit der
Eidgenossenschaft hinnehmen, obgleich objektiv die drei Voraussetzungen für
die Unabhängigkeit objektiv ebenfalls erfüllt wären. 

- Mit der Anerkennung des Kosovo als unabhängiger Staat werden früher oder
später alle nicht albanischen Minderheiten de facto vertrieben. Die
Staatsgründung basiert mithin de facto auf ethnischer Säuberung, um die zu
verhindern anfänglich der Westen in den Krieg zog - in der Essenz sind sie
nun fast durchgängig verwirklicht, pikanterweise ist heute Serbien (ohne
Kosovo) der Staat mit den meisten ethnischen Minderheiten.  

- Den gegenteiligen Beweis hätten die jetzige kosovarische Regierung und die
Schutzmächte erbringen können und müssen. Ihr diesbezügliches Versagen ist
eklatant. Nun zu bekennen, sich für die Rechte der Minderheiten vehement
einzusetzen, ist bestenfalls gut gemeint, vorgebracht, weil natürlich dieser
Schwachpunkt von niemandem negiert werden kann. Die Realpolitik der
Beteiligten hat ihn aber negiert. Wer den Kosovo in seiner forcierten
Unabhängigkeit bestärkt, nimmt die Vertreibung in Kauf.

- Der Kosovo kann nicht einfach als originärer Sonderfall bezeichnet werden.
Wer dies vertritt, übernimmt einfach den historischen Standpunkt der Albaner
(des Kosovo), der sich - mindestens in dieser Einseitigkeit - kaum
historisch belegen lässt. Völkerrechtlich jedoch war und ist der Kosovo ein
Teil von Serbien. Jede Ethnie, die für sich die staatliche Unabhängigkeit
reklamiert, wird sich zur Legitimation als originären Sonderfall bezeichnen.


- Man kann mithin für oder gegen die Unabhängigkeit des Kosovo sein, aber
man kann nicht im Ernst sagen, die Situation präsentiere sich
völkerrechtlich anders als in Kurdistan, im Baskenland, im Jura oder in
Nordirland. Eine andere Qualität beschlägt das Recht auf einen eigenen Staat
Palästinas. Da geht es nicht um Sezession, sondern um die Beendigung der
Besatzung und die Rückkehrmachung der Massenvertreibung. Immerhin liegt seit
1967 die UNO Resolution 242 vor, weder die USA noch die EU haben sich
indessen bislang ernsthaft zum Handeln gemüssigt gesehen, was nur zeigt, wie
wenig berechtigt diese Staaten sind, sich auf universale Prinzipien zu
berufen.        

- Die Unabhängigkeit des Kosovo's wird früher oder später zur Realität
werden. Es besteht indessen kein Grund, deren einseitigen Forcierung gegen
das Völkerrecht zum Durchbruch zu verhelfen. Das gereichte Europa nicht zur
Stärkung, sondern brächte es in den unrühmlichen völkerrechtswidrigen Sog
der Amerikaner gegenüber dem Rest der Welt. Im jetzigen Jubel geht das
vielleicht unter. Alsbald werden aber die Töne kritischer. 

- Für die Schweiz, die bislang unter Bundesrätin Calmy-Rey in den letzten
zwei Jahren bezüglich Anerkennung eine unrühmliche Rolle gespielt hat, was
von Teilen unserer Fraktion auch öffentlich zum Ausdruck gebracht wurde,
besteht kein Grund zur Anerkennung in den nächsten Tagen. Die Lage der
Minderheiten hat sich nicht geändert, es gibt keinen völkerrechtlichen
Status. Schliesslich stellt sich aber auch die Frage: wie kann ein de facto
Protektorat unabhängig sein? Es ist an der zeit, dass die Schweiz ihre
diesbezügliche Politik überdenkt.

- Es müsste auch ausführlicher dargelegt werden, was die innenpolitischen
Gründe für eine sofortige Anerkennung wären. Ohnehin muss geklärt werden, ob
und wie die bisherigen Sonderbeziehungen der Schweiz im Kosovo
weiterbestehen sollen. Ich verweise auf die Ablehnung der Grünen einer
Weiterführung von Swisscoy - für die SP ist deren Fortsetzung gerade Teil
ihrer Anerkennungsstrategie, was unterschiedliche Ausgangspositionen
markiert!

- Natürlich gäbe es auch zum heutigen Gesicht des Kosovo, eine Mischung
zwischen amerikanischem Protektorat und hypermafiösen Strukturen,
zusätzliches zu sagen. Paradoxerweise ist es die DEA, die amerikanische
Drogenbehörde, welche den Kosovo als einer der weltweit grössten
Drogenumschlagplätze bezeichnet. Niemand soll mithin sagen, mit der
Unabhängigkeit des Kosovo entstehe in Ex Jugoslawien ein zukunftsträchtiger
Staat auf eigenwirtschaftlicher und rechtsstaatlicher Grundlage. 

ALS FAZIT BLEIBT: WER JETZT ANERKENNT, WIDERSETZT SICH DEM VOELKERRECHT, BEGEUNSTIGT DIE VERTREIBUNG VON MINDERHEITEN UND PROTEGIERT EIN PROTEKTORAT DER USA UND VON TEILEN DER EU. 

Seltsamerweise ist für einige die Moral auf der Seite des Kosovo. Was zeigt,
dass eben endlich das Völkerrecht und nicht die Moral vorrangig sein sollte.
Da sind wir wieder beim Streit Luhmann - Habermas.

Daniel Vischer, 23.2.08

(Quelle: Kaspar Truempy)


=== 3 ===


SwissInfo
February 24, 2008

Thousands rally against Kosovo independence

Several thousand Serbs rallied outside the Geneva
headquarters of the United Nations on Sunday to
protest against independence for Kosovo.

Police put the number of demonstrators at between
3,500 and 4,000, while organisers spoke of 8,000.

The demonstrators waved Serbian flags and placards,
and listened to speeches and music.

A smaller demonstration took place in Zurich on
Saturday.

Serbia's ambassador to Switzerland has warned
Switzerland of the consequences of recognising Kosovo.

"Switzerland would put its traditional good relations
with Serbia at risk," if it decided to recognise the
independence of Kosovo, ambassador Dragan Marsicanin
told the newspaper Sonntag. 

He said such recognition would undermine the "basic
principles of Swiss foreign policy, namely neutrality
and respect for international law".

The Swiss government is expected to take a decision on
the matter in the coming weeks.


=== 4 ===


XINHUA (CHINA)

Serbia recalls envoy to Switzerland in reaction to Kosovo recognition

2008-02-28 05:55:06

GENEVA, Feb. 27 (Xinhua) -- Serbia on Wednesday
recalled its ambassador to Switzerland in an immediate
reaction to the country's recognition of Kosovo
independence.

Belgrade's move was taken shortly after the Swiss
government announced its decision to recognize the
breakaway Serbian province as an independent country
and to establish diplomatic relations with it, the
official Swissinfo news website reported.

The Serbian embassy in Bern said the ambassador
recall was only a "first measure."

"Others will follow. The government of Serbia
still has to decide on this issue," embassy counselor
Bozidar Jovanovic was quoted by Swissinfo as saying.

The diplomat noted that Belgrade had recalled its
envoys from all those countries that had recognized
the independence of Kosovo.

In a statement, the embassy said the "unilateral
recognition" of Kosovo's independence was "an attack"
against the sovereignty and integrity of Serbia.

It added that the consequences could be
far-reaching for the stability of the region and for
Europe.



#1543 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 2 Mar 2008 9:50 pm
Oggetto: Pierre Hillard: Le Kosovo et la géopolitique des Balkans
jugocoord
Invia email Invia email
 

en français, à lire et voire aussi:

---

Michel Chossudovsky - USA et UE collaborent avec la maffia
"Un terroriste", disait Washington à propos du nouveau "premier ministre". Oui, mais c'est "notre" terroriste...


---

Les rebelles de l'ALK s'entraînent dans des camps terroristes 
Par Jerry Seper - THE WASHINGTON TIMES - Le 4 mai 1999 



---


L'important n'est pas ce que les médias disent, mais ce qu'ils ne disent pas
Quelques instruments pour comprendre le Kosovo :

Jeu "Vrai ou Faux ?"
Un test-média sur le Kosovo :
Vérifiez par vous-même l'état de vos connaissances et comment l'info a été manipulée.
En ligne sur notre site.

Film Les Damnés du Kosovo
Par Vanessa Stojilkovic et Michel Collon
Témoignages inédits sur le nettoyage ethnique actuel et l'occupation de l'Otan. Comment la guerre contre la Yougoslavie et ses médiamensonges ont préparé l'Irak et l'Afghanistan. 
9 euros. 77 minutes. Existe en français, anglais, espagnol, néerlandais, serbo-croate...

Vidéo Débat Otan, Kosovo et médias
Avec Jamie Shea (Otan), Michel Collon et Olivier Corten (Université Libre de Bruxelles)
La seule fois que le porte-parole officiel de l'Otan a accepté un débat public, il a fini par le regretter... 
7 euros.

Vidéo Uranium appauvri - Les victimes parlent
Venus de neuf pays, victimes, experts et journalistes d'investigation témoignent des effets de ces armes terribles employées en Irak, Bosnie, Kosovo, Afghanistan...
80 minutes, 7 euros.

Livre Monopoly - L'Otan à la conquête du monde
Par Michel Collon
Pourquoi l'Europe a marché avec les Etats-Unis dans la guerre contre la Yougoslavie. Les enjeux économiques et stratégiques cachés. La plus réussie des campagnes de propagande de guerre. Faiblesses de la gauche face aux guerres dites 'humanitaires'.
Epuisé en français, 14 documents présentés gratuitement sur le site.
Disponible en anglais, espagnol, néerlandais, russe, serbo-croate.

Livre Poker menteur
Par Michel Collon
Les Etats-Unis à la conquête du monde. Alliances et rivalités.
Epuisé en français. 21 documents présentés gratuitement sur le site.
Disponible en anglais, espagnol, néerlandais.

Infos et commandes : lila.investigation @ gmail.com


=== * ===



Le Kosovo et la géopolitique des Balkans

par Pierre Hillard*

La proclamation unilatérale de l’indépendance du Kosovo a été mise en scène par les médias atlantistes comme une victoire des peuples à disposer d’eux-mêmes. Rien de plus fallacieux, rappelle Pierre Hillard : cette décision n’a pas été prises par les intéressés, mais par l’Allemagne et les Etats-Unis. Au demeurant, le Kosovo « indépendant » n’est pas souverain et son activité économique légale se limite à héberger la plus moderne des bases militaires US implantée sur le continent européen, camp Bondsteel.


28 FÉVRIER 2008

Depuis
Paris (France)



L’indépendance du Kosovo, le 17 février 2008, marque un tournant dans les Balkans. Une forêt de drapeaux albanais, états-uniens et anglais claquait dans les rues de la nouvelle capitale, Pristina. Ça et là, un « Danke Deutschland » (« merci l’Allemagne ») décorait les frontons de plusieurs bâtiments rappelant le rôle incontournable de Berlin dans la naissance du nouvel État. La reconnaissance de la dernière province de la fédération yougoslave semble clore le démantèlement de ce pays commencé au début de la décennie 1990. En fait, la destruction de cette fédération entre dans un vaste plan de recomposition territoriale et économique des Balkans en liaison avec la Mer noire et le Proche-Orient.

La Yougoslavie doit être détruite

La destruction de ce pays est due à l’Allemagne. En effet, dès les années 1970, les autorités politiques bavaroises sous la direction du ministre-président Franz-Josef Strauss ont organisé de multiples contacts avec les dirigeants slovènes et croates. Il s’agissait de détacher économiquement les États du Nord de la Yougoslavie afin de les intégrer à l’économie occidentale, en premier lieu l’Autriche et l’Allemagne. L’instrument qui a permis à Berlin d’entamer la désintégration de ce pays est passé par une « Communauté de travail » (Arbeitsgemeinschaft), Alpen-Adria [1]. Créée le 20 novembre 1978, cette Communauté regroupe différentes régions issues de différents pays. Outre la Bavière, on y retrouve des régions suisses, autrichiennes et italiennes. À cela, il faut y ajouter depuis la chute du Mur de Berlin les régions hongroises, mais aussi les provinces du Nord de l’ancienne Yougoslavie. Forte d’une superficie de 306 000 km2, cette entité territoriale se dégageant progressivement de l’autorité des différents États prend en charge des domaines comme l’aménagement du territoire, les transports ou encore l’agriculture. Cette dynamique se renforce d’autant plus en raison de l’action de l’Association des Régions Frontalières Européennes (l’ARFE), institut germano-européen, dont l’objectif déclaré est de transformer les frontières nationales en simples tracés administratifs [2].

Le prélude à la sécession de la Slovénie et de la Croatie commença en 1987 quand l’État yougoslave se trouva au bord de la faillite dans l’incapacité d’honorer ses dettes. Cette situation obligea le gouvernement du pays à se placer sous les fourches caudines du Fonds monétaire international (le FMI). Ce fut le commencement de la fin. En effet, le gouvernement allemand en profita pour arguer du fait que la Slovénie et la Croatie, régions plus riches par rapport à celles du Sud, avaient plus de chance d’entrer dans l’Union européenne (à l’époque la CEE). Ce chant de sirène eut l’effet escompté. En juin 1991, les deux républiques du Nord yougoslaves déclarèrent leur indépendance. Cette dernière fut reconnue expressément par le ministre des Affaires étrangères allemand, Hans-Dietrich Genscher en décembre de la même année. Sa détermination entraîna celle des autres pays européens allumant ainsi le brasier yougoslave. En fait, l’action déterminante de l’Allemagne en faveur du démembrement de l’État yougoslave fut précédée en juillet 1991 par Alpen-Adria qui, lors d’une session plénière le 3 juillet 1991, déclara : « Les membres de la communauté de travail d’Alpen-Adria suivent avec une grande inquiétude l’escalade de la violence en Yougoslavie menaçant la paix en Europe (…). Ils considèrent comme de leur devoir d’agir, dans le cadre de leurs possibilités, au fait que le droit à l’autodétermination des peuples de Yougoslavie soit reconnu et que les décisions émanant d’organes démocratiquement élus soient respectées. Ils soutiennent avant tout les efforts démocratiques et non-violents des États membres de Slovénie et de Croatie à réaliser leurs droits à l’autodétermination. Ils sont convaincus que ces républiques ont le droit de revendiquer l’indépendance, la liberté et la solidarité au sein de la Communauté de travail Alpen-Adria » [3]

L’éclatement de la Fédération yougoslave aboutit à l’émergence de multiples unités indépendantes. Les accords de Dayton, signés en 1995, ont fixés temporairement les frontières de ces nouvelles entités nées dans le sang. Cependant, l’affaire n’était pas close avec le cas kosovare. Cette province autonome serbe, véritable foyer de la civilisation de ce pays, s’est vue peuplée progressivement de musulmans en provenance d’Albanie. Réclamant une indépendance face à Belgrade, les représentants albanais du Kosovo ont reçu un soutien complet de la part de l’Union fédéraliste des communautés ethniques européennes (l’UFCE), institut européen mais en fait allemand promouvant une organisation ethnique de l’Europe. Bénéficiant de l’appui d’un haut fonctionnaire du ministère de l’Intérieur allemand [4], l’UFCE a soutenu totalement les revendications kosovares [5]. Réunie sous l’appellation « Union des Kosovars », cette dernière a reçu un appui de Berlin tout en ayant son siège aux … États-Unis dans l’État de l’Illinois [6]. L’intervention militaire de l’OTAN, en mars 1999, fit plier la République yougoslave qui désormais se vit imposer une réorganisation de son espace géographique.


Les Balkans, zone de transit

La grande « faute » du président serbe Milosevic aux yeux des mondialistes est d’avoir refusée de rentrer dans l’organisation politique et financière prônée par la communauté euro-atlantique. En fait, la destruction de la Yougoslavie a permis une complète réorganisation de l’espace politique, économique et militaire. Sitôt la guerre de 1999 terminée, les États-Unis se sont lancés dans la construction d’une base militaire au Kosovo, la plus moderne et la plus importante d’Europe : Bondsteel. Pouvant abriter jusqu’à 7 000 soldats, cette base ultra-moderne est en mesure de surveiller l’ensemble du territoire balkanique, mais aussi la Mer noire et la Turquie. Premier employeur de Kosovars, cette présence états-unienne fidélise le tout nouveau gouvernement indépendant à Pristina. En termes plus clairs, le Kosovo est une annexe du territoire américain en Europe. Cette volonté états-unienne de s’impliquer dans cette zone s’explique en raison de l’importance cruciale de l’acheminement des hydrocarbures en provenance de la Mer Caspienne, plus exactement de Bakou. Parmi les nombreux oléoducs et gazoducs, nous pouvons relever le transbalkanique Burgas-Vlore, le BTC (Bakou, Tbilissi-Ceyhan), Blue Stream, Nabucco, … en concurrence avec le gazoduc russe, Southstream.

La politique états-unienne consiste à contrôler les Balkans, en passant par l’Asie centrale jusqu’au Proche-Orient. Cela passe obligatoirement par une balkanisation de toute cette zone selon la bonne vieille tradition « divisez pour mieux régner ». La parcellisation de l’Europe en raison de l’application des textes germano-européens se double de la volonté d’éclater les États du Proche-Orient en une multitude d’entités ethniques et religieuses. Cette ambition a été présentée officiellement par la revue militaire AFJ (Armed Forces Journal) en juin 2006 sous la plume de Ralph Peters, ancien officier du renseignement. En fait, ces travaux s’appuient largement sur ceux de l’islamologue britannique Bernard Lewis très proche des néo-conservateurs [7]. L’importance de sécuriser l’acheminement du pétrole et du gaz entre le Proche-Orient et les Balkans explique aussi la volonté de mettre sur pied une eurorégion de la Mer noire. Ce concept a été particulièrement développé lors de multiples réunions entre le très influent Bruce Jackson, proche des milieux néo-conservateurs, et les instances européistes. Comme le rappelle avec clarté le représentant états-unien : « La Mer noire est la nouvelle interface entre la communauté euro-atlantique et le grand Moyen-Orient » [8]. Par conséquent, on comprend plus aisément toute l’importance d’une indépendance du Kosovo qui, par l’intermédiaire de sa base US, sera pour Washington un véritable porte-avion quadrillant l’ensemble de cette zone.

Les événements précipitant le Kosovo vers l’indépendance avaient été annoncés lors des colloques réunissant les députés du Parlement européen et ceux du Congrès des États-Unis. En effet, dans le cadre du Transatlantic Legislators Dialogue (TLD), une réunion du 18 au 21 avril 2006 à Vienne annonçait déjà la couleur. Comme le présente le rapport final du TLD : « La délégation américaine se concentre sur la question du Kosovo et indique que la semi-indépendance du Kosovo n’est pas le bon choix. C’est l’autodétermination qui devrait être appliquée, et que la Serbie doit devenir un pays normal, pleinement intégré dans la communauté internationale ». Cette même délégation états-unienne précise « qu’il y a, bien entendu, un problème plus vaste : chaque langue, chaque dialecte doit-il disposer d’un drapeau et d’un pays indépendant ? » [9]. En tout cas, c’est un peu tard pour y penser.

La reconnaissance de la souveraineté du Kosovo par les principales puissances occidentales est un véritable tournant dans les relations internationales. En effet, suite à la guerre de 1999, la résolution 1244 du Conseil de sécurité affirmait reconnaître l’intégrité du territoire serbe, Kosovo inclus, ce dernier bénéficiant d’une forte autonomie. La violation flagrante de cette résolution laisse le droit international en miettes. A quoi bon rédiger des résolutions qui seront piétinées ? Qui plus est, la reconnaissance de ce nouvel État ouvre largement la boîte de Pandore. Que répondre aux autres régions en Europe et partout dans le monde souhaitant obtenir leur indépendance ? Dans l’esprit du mondialisme, ennemi des États-nations, l’émergence de cet État préfigure une chute de dominos en série destructeurs de l’intégrité territoriale de nombreux pays. On aurait voulu faire exprès que l’on ne s’y serait pas mieux pris. Mais justement, il faut croire que les Al Capone du mondialisme l’on fait en toute connaissance de cause. En ce début de XXIè siècle, aucun pouvoir humain n’est en mesure d’arrêter la construction de la Tour de Babel.



Docteur en science politique. Dernier ouvrage publié : La marche irrésistible du nouvel ordre mondial


[1] Pierre Hillard, Minorités et régionalismes, Paris, éditions François-Xavier de Guibert, 4è édition, p. 242 et suivantes.

[2] Ibid., p. 235.

[3] Ibid.,

[4] Ibid., pp. 184, 336 et 373.

[5] Ibid., p. 152.

[6] Ibid., p. 374 (la liste totale de ces mouvements indépendantistes est présentée à partir de la 2è édition).

[7] Sur l’origine de ce document, lire L’Effroyable imposture 2, par Thierry Meyssan, éditions Alphée, 2007, pp. 217-224.

[8] Pierre Hillard, La marche irrésistible du nouvel ordre mondial, Paris, Editions François-Xavier de Guibert, novembre 2007, p. 61.

[9] Ibid., p. 65.




#1544 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Lun 3 Mar 2008 7:32 pm
Oggetto: Visnjica broj 724
jugocoord
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GLI ORFANELLI DELL'IMPERO OTTOMANO


Chi altri poteva riconoscere la "Kosova" subito, entusiasticamente, se non i terroristi wahabiti della Cecenia, anche loro sul libro paga di Washington? (I. Slavo)



Radio Free Europe/Radio Liberty
February 19, 2008

EXILED CHECHEN LEADERSHIP HAILS KOSOVA INDEPENDENCE DECLARATION

[The same US government propaganda outlet - Radio Free
Europe/Radio Liberty - that for a decade now has
obligingly and unvaryingly spelled Kosovo as Kosova
(see example below) has over the same period of time
and longer referred to alleged Chechen
government-in-exile figures by the titles they've
bestowed upon themselves: President, foreign minister,
prime minister, etc., while just as regularly
referring to the the official president of Chechnya as
a strongman, so-called president, etc.
Note at the bottom of this transparent plug piece that
the "foreign minister of Chechen Republic Ichkeria" is
interviewed by Radio Free Europe as though he is what
he claims to be.
The above for anyone who still believes that Kosovo is
a unique case, in any context.

In a statement released on February 17 and posted on
chechenews.com, Usman Ferzauli, who is foreign
minister of the unrecognized Chechen Republic Ichkeria
(ChRI), hailed the declaration of state independence
by Kosova, adding that the ChRI "does not question the
right of the people of Kosova to distance themselves
from a state that engaged in terror against them." 

The statement went on to make the point that the
people of Chechnya have waged an analogous struggle
for 14 years against "the most aggressive and
militarized state in the world"....
....
The statement reaffirms the aspiration of the ChRI
leadership to freedom and independence, but also its
commitment to abiding by the laws of war and its
readiness for peaceful dialogue. 
....
The statement concludes by arguing that the
confrontation between Russia and the Chechen people
has become irreversible, and that it is "immoral and
criminal" even to entertain the thought that Chechnya
could be reintegrated into the Russian Federation,
given that "it is impermissible to sacrifice universal
human rights to political expediency." 

In a February 18 interview with RFE/RL's North
Caucasus Service, Ferzauli differentiated clearly
between Chechnya, on the one hand, and the
unrecognized republics of Abkhazia and South Ossetia
on the other. 

He claimed those two territories "do not want to be
free. They want to annex territory from Georgia and
join Russia. We know that 80 or 90 percent of those
people have Russian passports, so this would be
nothing other than the classic annexation of Georgian
territory, and of course we are against that." LF


Source: Posted by: "Rick Rozoff"

Tue Feb 19, 2008 4:04 pm (PST) - http://groups.yahoo.com/group/yugoslaviainfo/message/8463




#1545 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 4 Mar 2008 7:30 am
Oggetto: Trieste 6/3: Pres. del nuovo libro LA FOIBA DEI MIRACOLI di Pol Vice
jugocoord
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È appena uscito il nuovo libro:
 
La foiba dei miracoli - indagine sul mito dei "sopravvissuti"


di Pol Vice

ed. KappaVu - Udine 2008

PRIMAVERA 2005: Graziano Udovisi, maestro in pensione ex tenente della Milizia Difesa Territoriale e rastrellatore di partigiani in Istria, sua terra natale, viene premiato nella manifestazione degli Oscar della Rai come "uomo dell'anno" per un'intervista da lui rilasciata a Minoli e più volte trasmessa nel corso degli anni. Racconta che nel 1945 è riuscito a salvarsi dalla foiba in cui è stato gettato, salvando nel contempo un suo commilitone... ESTATE 1945: Giovanni Radeticchio, milite della M.D.T., racconta alle autorità di Trieste di essersi salvato dalla foiba in cui è stato gettato, di essersi salvato da solo, e che in questa foiba è morto... Graziano Udovisi. ESTATE 1945: Graziano Udovisi, ricercato come criminale di guerra, per evitare l'arresto fugge a Padova con una carta d'identità falsa... Queste contraddizioni sono solo le punte emergenti di uno strano intrigo che in questo dopoguerra ha visto coinvolti: ex repubblichini rastrellatori di partigiani, agenti della X Mas, democristiani neoirredentisti, la Curia di Trieste, giornalisti e comunicatori massmediatici, storici compiacenti e istituzioni dello Stato italiano. Il tutto nel nome delle "terre perdute" dell'Istria e della Dalmazia e con l’uso spudorato degli strumenti di comunicazione di massa. Il come, il perchè e il chi di queste trame sono l'oggetto de "La foiba dei miracoli", la minuziosa indagine storica di Pol Vice. Questo libro è il risultato di una ricerca esemplare che il gruppo di Resistenza storica offre a tutti coloro che non si accontentano delle “verità ufficiali” diffuse sistematicamente da alcuni anni, in occasione della cosiddetta Giornata del Ricordo, sulle drammatiche vicende del confine orientale. Come abbiamo già dimostrato con precedenti studi, quali "Operazione foibe tra storia e mito" di Claudia Cernigoi, e "Revisionismo storico e terre di confine", a cura di Daniela Antoni, intorno a quei fatti sta funzionando una propaganda forsennata, che prescinde da qualsiasi seria analisi storica e documentale e che ha come scopo preciso quello della riabilitazione del fascismo. Con le nostre ricerche ci proponiamo di offrire materiali per contrastare questa deriva revisionistica. “La foiba dei miracoli”, infatti, è in realtà un trattato di “foibologia”: una dimostrazione puntuale di come un vero e proprio progetto mediatico di falsificazione della storia sia stato costruito ed imposto all’opinione pubblica (pur con alterne fortune, ma in sostanziale continuità dall'immediato dopoguerra ad oggi), da forze politiche sociali ed economiche tuttora dominanti nel nostro Paese.
La lettura di questo libro è necessariamente complessa, perchè complessa è la vicenda studiata, ma chi avrà la pazienza di fare il percorso di lettura, analisi e confronto di documenti suggerito dall'autore, avrà alla fine la soddisfazione di scoprire i meccanismi profondi con cui il potere può manipolare, a proprio uso e consumo, l'immaginario collettivo.
 
Argomento: Ricerca come Resistenza
Formato libro: 17*24 cm - 256 pp
Prezzo libro:
18.00 €

Le ordinazioni si possono fare contattando direttamente l'editrice Kappa Vu s.r.l. (via Bertolo, 4 - 33100 Udine), tel. 0432 530540, fax 0432 530140, o via e-mail: info@...

Trovate maggiori informazioni sulla collana "Resistenza Storica" e sulle edizioni KappaVu nel sito www.kappavu.it


La prossima presentazione pubblica del libro sarà a Trieste giovedì 6 marzo, alle ore 17.30 presso il Circolo della Stampa


CHI FOSSE INTERESSATO AD ORGANIZZARE INCONTRI DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO ALLA PRESENZA DELL'AUTORE E' PREGATO DI SCRIVERE A pol.vice@... INDICANDO UN RECAPITO TELEFONICO.




#1546 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 4 Mar 2008 8:40 pm
Oggetto: Roma 7/3: L'occupazione italiana dei Balcani
jugocoord
Invia email Invia email
 

Roma, venerdì 7 marzo ore 17.30

presso la Casa della Memoria e della Storia

via Francesco di Sales 5 (Trastevere)

 presentazione di


L'occupazione italiana dei Balcani. 

Tra crimini di guerra e mito della "brava gente" (1940-1943) 

di Davide Conti

Odradek, Roma 2008 - ISBN 88-86973-92-6
278 pagine, 18 euro
con documentazione inedita proveniente dall'Archivio di Stato e dal Ministero degli Esteri


intervengono:

Massimo Rendina, Presidente dell'Anpi di Roma e Lazio

Pierluigi Pallante, storico, autore de La tragedia delle Foibe

Maro Clementi
, storico dell'Europa orientale

Davide Conti, dottorando di ricerca Università La Sapienza



#1547 Da: Coord. Naz. per la Jugoslavia <jugocoord@...>
Data: Mar 4 Mar 2008 8:57 pm
Oggetto: Il nuovo vaso di Pandora
jugocoord
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Il nuovo vaso di Pandora

1) Si è scoperchiato un nuovo vaso di Pandora :
il Kosovo “Indipendente” e il Progetto per un “Nuovo Medio Oriente”
di Mahdi Darius Nazemroaya

2) “Indipendenza” del Kosovo: Washington insedia una nuova colonia nei Balcani
di Sara Flounders

File audio:
Sara Flounders, co-direttrice dell’International Action Center, ad un Workers World Forum, NYC, 22 febbraio 2008
(AUDIO FILE. Running Time 22:09)


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COMUNICATO DELL'IAC
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(in english: JUGOINFO February 25, 2008)

Giù le mani dalla Serbia!
Fuori gli USA/Nato dai Balcani!
No ad un sistema coloniale degli USA in Kosovo!
 
La realtà consiste in una gigantesca base militare USA e in una totale dominazione –
No all’“indipendenza” del Kosovo!
Manifestanti Serbi dimostrano opposizione resistente alla presa di possesso della loro Terra, in puro stile coloniale, da parte degli USA 
 
La manifestazione di più di 500.000 persone a Belgrado e l’attacco contro l’Ambasciata Statunitense evidenziano quanto profondi siano lo sdegno e la collera per la rapina della provincia Serba del Kosovo. Negli ultimi tre giorni, due posti di confine con il Kosovo sono stati distrutti, uno incendiato, l’altro fatto saltare in aria, e dieci punti vendita della McDonald presi di mira con diversi istituti bancari Occidentali ed altri bersagli detestati. 
I media Occidentali avevano applaudito in modo schiacciante le distruzioni causate dagli USA nel 1999, ed ora hanno la responsabilità di spiegare le ragioni della collera di massa di milioni di persone. Lo sdegno è procurato dal fatto che alla provincia del Kosovo non viene garantita in effetti l’“indipendenza”. Milioni di persone si rendono conto che il riconoscimento dell’“indipendenza” del Kosovo di questa settimana è un tentativo di legittimare la diretta colonizzazione del Kosovo da parte degli USA e di assicurare la permanenza in sicurezza della gigantesca base militare Statunitense nella regione.   
Rispetto alla ipocrita condanna da parte di Washington che manifestanti inferociti hanno preso di mira l’Ambasciata USA, gli Statunitensi dovrebbero ricordarsi che, nel 1999, durante i 78 giorni di bombardamenti USA/NATO sulla Serbia, le bombe USA hanno distrutto l’Ambasciata Cinese. Altre diciannove missioni diplomatiche e consolari sono state danneggiate dai bombardamenti, oltre a 480 scuole e 33 ospedali, strutture sanitarie, impianti di depurazione fognaria, ponti, vie di comunicazione, reti di distribuzione dell’elettricità ed altri obiettivi civili. 
Quindi, il riconoscimento dell’“indipendenza” del Kosovo costituisce l’ultimo passaggio di una guerra USA di riconquista di questa strategica regione.                   
Ma la manifestazione di massa di ieri dimostra che questa manovra sprezzante ed illegale può scatenare un vortice di opposizione e resistenza!
 
Nel corso dei bombardamenti USA/NATO del 1999, l’ International Action Center aveva inviato in Serbia una delegazione, e sulla crisi Balcanica ha pubblicato diversi libri, fra cui  Hidden Agenda: U.S./NATO Takeover of Yugoslavia -  L’agenda segreta: l’assunzione del controllo della Jugoslavia da parte degli USA/NATO;  NATO in the Balkans: Voices of Opposition – la NATO nei Balcani: le voci di chi si oppone; The Defense Speaks for History and the Future – La difesa parla a nome della storia e del futuro – tutti disponibili presso Leftbooks.com.
 
About the IAC - Informazioni sull’International Action Center
 

=== 1 ===

Si è scoperchiato un nuovo vaso di Pandora :
il Kosovo “Indipendente” e il Progetto per un “Nuovo Medio Oriente”
 
di Mahdi Darius Nazemroaya
Mahdi Darius Nazemroaya è uno scrittore indipendente, residente ad Ottawa, specializzato in problemi del medio Oriente, ed è un ricercatore associato al Centre Studi sulla Globalizzazione (CRG).
20 febbraio 2008
 
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

L’opinione pubblica Occidentale è stata indotta in errore. Gli avvenimenti e i fatti realmente successi sul campo nella ex Jugoslavia sono stati accuratamente manipolati. 
Nel dividere la Jugoslavia, la Germania e gli USA hanno profondamente radicato i loro interessi geo-strategici in quell’area. Ecco che Washington, D.C. e Berlino sono stati i primi governi a riconoscere gli Stati secessionisti, risultato della disgregazione della Federazione Jugoslava.

Le generali implicazioni della “Indipendenza” del Kosovo

La dichiarazione di indipendenza del Kosovo del febbraio 2008 è la chiave verso la legittimazione su scala mondiale della dissoluzione e della disgregazione di Stati sovrani. L’Eurasia è il bersaglio principale. L’“indipendenza” del Kosovo è parte di un programma neo-colonialista con alla base interessi economici e geo-politici. L’obiettivo è di instaurare un Nuovo Ordine Mondiale e di stabilire il controllo egemonico sopra l’economia globale. In questo senso, il Kosovo fornisce lo spartito e la “prova generale” che ora possono essere applicati per la ristrutturazione dell’economia e dei confini del Medio Oriente, secondo il Progetto per un “Nuovo Medio Oriente”.  
Il paradigma ristrutturante che è già stato applicato alla ex Jugoslavia è lo stesso che si intende precisamente per il Medio Oriente, un processo di balcanizzazione e di controllo economico.


La Pseudo-Dichiarazione di Indipendenza del Kosovo

Il 17 febbraio 2008, la Provincia secessionista del Kosovo ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza dalla Repubblica di Serbia. L’indipendenza è stata dichiarata, durante una sessione straordinaria, dal Parlamento Kosovaro e dai suoi organi esecutivi.
Belgrado non aveva avuto più il controllo sul Kosovo dal 1999, quando la NATO aveva scatenato la guerra contro la Serbia per imporre il suo controllo sul Kosovo con il pretesto di ragioni “umanitarie”. 
Il Presidente Fatmir Sejdiu, il Primo Ministro Hashim Thaci, e il Presidente del Parlamento Jakup Krasniqi hanno esaltato l’avvenimento con discorsi dentro e fuori l’aula parlamentare Kosovara. 
Molti della maggioranza di etnia Albanese del Kosovo hanno festeggiato quello che hanno sempre pensato essere uno spostamento in avanti verso la loro auto-determinazione. Invece, la verità della questione è che la dichiarazione dell’indipendenza Kosovara è stata una dichiarazione di “dipendenza” e una camicia di forza imposta al Kosovo da parte di forze colonialiste.  Senza alcun rimorso, i dirigenti Kosovari hanno trasformato il loro territorio in un avamposto degli interessi Franco-Germanici ed Anglo-Americani.
Quindi, il 17 febbraio 2008 ha segnato il giorno in cui il Kosovo è sempre più venuto a configurarsi come un protettorato della NATO-Unione Europea. Seconda l’agenda della cosiddetta “indipendenza”, il Kosovo verrà formalmente amministrato e tenuto sotto tutela da funzionari e da personale di polizia e di truppa della NATO e dell’Unione Europea. 
In realtà, il Kosovo avrebbe potuto ottenere una ben più accentuata indipendenza, come Provincia autonoma, in un accordo di autonomia con la Serbia, come era stato previsto attraverso colloqui bilaterali tra Belgrado e Pristina. La maggioranza dei Kosovari sarebbero stati soddisfatti da tali accordi.
Comunque, le trattative erano destinate all’insuccesso per due ragioni evidenti: 1) i dirigenti del Kosovo sono agenti di interessi stranieri e non rappresentano gli interessi della popolazione Kosovara; 2) gli Stati Uniti e l’Unione Europea erano determinati a istituire e consolidare un altro protettorato nella ex Jugoslavia. 

Kosovo: un’altra fase nella colonizzazione economica della ex Jugoslavia

Una delle figure accademiche di riferimento nel mondo, che ha documentato in tutti gli aspetti la disintegrazione della Jugoslavia per azione straniera e la situazione in Kosovo, è il prof. Michel Chossudovsky.  Egli ha documentato le motivazioni economiche e geo-strategiche, che, come mani che stringono il cappio, hanno procurato il collasso della Jugoslavia e portato il Kosovo ad essere indipendente dalla Serbia. Il suo lavoro ha disvelato le verità nascoste nel retroscena della caduta della Jugoslavia e le tattiche che sono state usate per dividere le nazioni e i popoli che hanno vissuto insieme in pace per centinaia di anni. 
Prima di una discussione ulteriore sul problema del Kosovo, è opportuno lanciare uno sguardo sulla ristrutturazione della Bosnia-Erzegovina. 
La Costituzione della Bosnia è stata scritta da “esperti” Statunitensi ed Europei nella base della Air Force USA a Dayton, Ohio. Chossoduvsky , in modo appropriato, etichetta la Bosnia-Erzegovina come una entità neo-coloniale. Sono le truppe NATO ad avere il controllo sulla Bosnia-Erzegovina, per assicurare in modo stretto l’imposizione di un nuovo modello di struttura di società, politico ed economico. 
Inoltre, la ricerca di Chossudovsky mette in luce il fatto che chi presiede effettivamente il governo Bosniaco, l’Alto Rappresentante, e il Presidente della Banca Centrale della Bosnia sono entrambi stranieri, scelti con attenzione dall’Unione Europea, dagli USA e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).[1] Questa è chiaramente una ri-emanazione di una amministrazione coloniale. Questo modello è stato replicato con qualche variazione anche nelle ex Repubbliche della Federazione Jugoslava. Il maggiore ostacolo alla completa applicazione di questa agenda è la volontà popolare dei cittadini della ex Jugoslavia, in particolar modo dei Serbi.
La Serbia, come un’isola di resistenza, costituisce l’ultimo bastione di indipendenza rimasto della ex Jugoslavia e nei Balcani, ma perfino in Serbia esiste un modus vivendi, per cui la gente ha fatto un contratto parziale di adesione con l’agenda economica straniera, che le consenta di continuare nel suo stile di vita ancora per un po’ di tempo. Comunque, questo accordo non è destinato a durare a lungo.  

Lo stesso modello politico e socio-economico sta per essere applicato nei Balcani e nel Medio Oriente

Il processo applicato all’Iraq non differisce di molto dal modello messo in opera nella ex Jugoslavia. Sono state accentuate le divisioni da catalizzatori esterni, l’economia è stata destabilizzata, è stata innescata la disgregazione nazionale e viene imposto un nuovo ordine  politico-socio-economico. 
Per di più, l’interferenza straniera e l’intervento militare sono stati giustificati sulla base di un falso umanitarismo. Non è una coincidenza che sia stato imposto dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti  un “Alto Rappresentante” a governare l’Iraq sotto occupazione, quindi riproducendo il modello applicato alla Bosnia-Erzegovina, che è caratterizzato da un “Alto Rappresentante” imposto dall’Europa. Lo schema dovrebbe cominciare a diventarci familiare in modo impressionante!
I parallelismi tra Iraq ed ex Jugoslavia sono innumerevoli.
Sull’onda dell’invasione Anglo-Americana dell’Iraq, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno istituito l’Ufficio per la Ricostruzione e l’Assistenza Umanitaria (ORHA), che si è trasformato in seguito nell’Autorità Provvisoria della Coalizione.
Chi si è trovato alla testa di questa Autorità è stato denominato come “Rappresentante Speciale”, “Governatore”, “Inviato Speciale”, perfino “Console”. 
Le giustificazioni per imporre una amministrazione di occupazione in Iraq, come pure in Bosnia-Erzegovina, all’inizio sono state umanitarie e di stabilizzazione nazionale. In realtà, i principali obiettivi dell’Autorità Provvisoria della Coalizione erano di decentralizzare lo stato e di mettere in atto un programma di massicce privatizzazioni delle risorse e delle ricchezze dell’Iraq.  
In Bosnia-Erzegovina, le fratture in questa regione avvenivano su linee etniche e religiose: Serbi, Croati, e Bosniaci; Cristiani e Musulmani. A queste divisioni di varia natura etnico-religiosa bisogna aggiungere le divisioni fra i Cristiani:gli Ortodossi d’Oriente contro i Cattolici Romani. 
Una simile strategia del “divide et impera” è stata applicata anche in Iraq, dove è stato replicato lo stesso modello, sfruttando fratture etniche e settarie: Arabi, Curdi, Turcomanni, Assiri, ed altri; Sciiti contro Sunniti. Proprio come nella ex Jugoslavia, anche il sistema economico Iracheno centralizzato veniva demolito dall’amministrazione di occupazione. Sotto l’occupazione Anglo-Americana e la sua Autorità Provvisoria della Coalizione sono entrate in Iraq compagnie straniere in una seconda ondata di invasione straniera, con presa del potere economico.                                                                     Questo progetto neo-coloniale si basa su due costrutti interdipendenti: uno scenario militare realizzato dalla NATO e un processo di ristrutturazione politica, economica e sociale messo in atto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea nei paesi occupati, con l’aiuto di leader locali corrotti.
Il “colpisci e terrorizza” della guerra apre la porta alla destabilizzazione, seguita dalla “ricostruzione nazionale” o da un processo di ristrutturazione, che aggredisce sempre le radici culturali e sociali dello stato-nazione preso come bersaglio. Quindi, vengono sistematicamente aggrediti e cancellati i fondamentali aspetti culturali e storici che costituiscono il collante degli stati-nazione occupati.

La Colonizzazione economica del Kosovo 

Gli affari economici del Kosovo sono di esclusiva competenza dell’Unione Europea, in partenariato con gli Stati Uniti. Malgrado le proteste di Belgrado, l’euro è divenuto la moneta ufficiale corrente in Kosovo, già da molti anni prima del 2008. L’utilizzazione dell’euro faceva parte del processo di scorporo della economia Kosovara dall’economia della Serbia e aveva il significato di assunzione del controllo sulla sovranità del Kosovo attraverso strumenti monetari e finanziari. 
La bandiera Kosovara è stata ideata per armonizzarsi con le bandiere della Bosnia-Erzegovina e dell’Unione Europea. Anche lo stendardo della Bosnia è stato disegnato per armonizzarsi con quello dell’Unione Europea. Per molti nei Balcani questi stendardi sono simboli di vassallaggio e di una condizione di protettorato di questi territori. 
Questo processo di dissoluzione, che ha implicato l’utilizzazione della forza militare, è stato il modus operandi in tutta la ex Jugoslavia. Gli attori chiave che stavano dietro a questo processo sono i soliti attori, gli USA, la Germania, la Gran Bretagna e la Francia, che si sono spartiti il bottino della guerra e della colonizzazione economica nella ex Jugoslavia. La NATO e l’Unione Europea sono stati gli agenti di questo processo per conto di queste quattro potenze Occidentali. 

Un precedente illegale, che prepara il terreno allo smantellamento di altri Stati-Nazione 

Nell’ambito del diritto internazionale, è stato scoperchiato un Vaso di Pandora. Ne è fuoriuscita una nuova forma di interferenza che minaccia gli Stati-Nazione. Rispetto alla questione del Kosovo, le Nazioni del mondo si sono divise in due campi: quelle che riconoscono il Kosovo, calpestando il diritto internazionale, e quelle che non ne riconoscono l’indipendenza.   
Rispetto agli avvenimenti in Jugoslavia, si sono innescate profonde implicazioni. Si è reso evidente che la legge della giungla e il principio che “il diritto sta nel potere” sono i veri ideali della politica estera dell’Unione Europea e dell’America. Dalla Somalia, Sudan, ed Iraq, fino alla Federazione Russa e all’Asia Centrale, è stato creato un pericoloso precedente. L’obiettivo è quello di frantumare e dividere. 
Inoltre, l’Unione Europea e la NATO hanno minacciato Belgrado e il popolo Serbo di azioni militari se si fosse tentato di conservare il Kosovo. Alla fine del 2007, in vista dell’indipendenza Kosovara, la NATO si era preparata organizzando manovre belliche. Come ha ammesso la Germania, fin dall’inizio non erano mai stati presi sul serio dalle potenze Occidentali i negoziati per trovare una soluzione. Le manovre militari della NATO per la secessione del Kosovo fanno intendere che i negoziati venivano concepiti solo come un gioco diplomatico, che non avrebbe mai prodotto risultati conclusivi di successo.  Sono significative le globali conseguenze delle interferenze dell’Unione Europea e degli Stati Uniti e il palese disprezzo per le fondamentali norme del diritto internazionale. Nazioni che in tutto il mondo contrastano movimenti secessionisti hanno disapprovato ad alta voce la dichiarazione di indipendenza del Kosovo, mentre hanno espresso le loro preoccupazioni e la loro apprensione a causa dell’appoggio al Kosovo dichiarato entusiasticamente da funzionari  Americani, Tedeschi, Britannici e Francesi. 
La Cina ha protestato per il timore che Taiwan (la cinese Taipei) possa dichiarare l’indipendenza sulla base del precedente del Kosovo. L’Indonesia, Sri Lanka, Sudan, Spagna, la Georgia, la Repubblica dell’Azerbaijan, e la Russia hanno manifestato la loro opposizione, dati i loro movimenti separatisti, come le Tigri Tamil e il gruppo separatista Basco dell’ETA. 

Conseguenze del precedente Kosovaro nella zona Caucasica e nell’ex Unione Sovietica

Sebbene sia evidente in modo assoluto il fatto che il precedente del Kosovo sia internazionalmente privo di legalità, tuttavia Mosca ha utilizzato questo precedente contro la Georgia. L’obiettivo di Mosca è di rafforzare il suo controllo sul Caucaso, area geo-strategicamente importante. La Georgia si era opposta alla pressione degli Albanesi Kosovari per l’indipendenza, a causa dei movimenti secessionisti nelle sue regioni Abkhazia, Ossezia Meridionale e nell’Adjara. Mentre si sono esaurite le istanze separatiste in quest’ultima regione, l’Abkhazia e l’Ossezia Meridionale possiedono eserciti permanenti con stretti legami con Mosca, e in pratica sono indipendenti.   
La Russia argomenta che, se gli USA e l’Unione Europea riconoscono l’indipendenza del Kosovo, allora, sulla base del medesimo principio, deve essere riconosciuta anche l’indipendenza  dell’Abkhazia e dell’Ossezia Meridionale. 
La dichiarazione di indipendenza Kosovara potrebbe presentare implicazioni anche per il Trans-Dniester (regione nota come Transnistria o Transdniestria), una piccola provincia della Moldavia, confinante con l’Ucraina, a maggioranza Russa, che tende al separatismo. 
Gli effetti dell’indipendenza del Kosovo sono stati presi in accurata considerazione anche dai leader dell’Armenia e della Repubblica dell’Azerbaijan, in relazione al conflitto per il Nagorno-Karabakh. Nei casi della Transnistria, del Nagorno-Karabakh, dell’Abkhazia e dell’Ossezia Meridionale, le quattro regioni separatiste ritengono di avere ben più robusti motivi per un riconoscimento ufficiale da parte della Comunità di Stati Indipendenti (C.I.S.), Russia, e Nazioni Unite. 
 
Si prepara un precedente pericoloso per il Medio Oriente ed oltre

I fantasmi di Versailles e gli antichi schemi che il modello applicato in Jugoslavia e nel Medio Oriente ha reiterato ancora perseguitano il genere umano. La dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, apparentemente piena di buone intenzioni, di creare un arco di “autodeterminazioni nazionali” che si allungasse dal Mar Baltico e i Balcani al Medio Oriente, dopo la Prima Guerra Mondiale, sta arrivando a realizzazione. 
Dalla Prima Guerra Mondiale, gli Stati dell’Europa dell’Est e del Medio Oriente di maggior estensione territoriale e più potenti sono stati progressivamente suddivisi in Stati più piccoli e più deboli. Questo processo era parte di un progetto coloniale, che ancora sussiste, per il controllo della zona centrale dell’Eurasia, di vitale importanza.[2]
L’asse portante del processo è il riconoscimento dei nuovi Stati in un ridisegno del Medio Oriente, in totale dispregio del diritto internazionale. La dichiarazione Kosovara di indipendenza dalla Serbia fa parte di una più estesa balcanizzazione post-Guerra Fredda e della disgregazione definitiva della Jugoslavia. La legittimazione dell’indipendenza Kosovara tramite i riconoscimenti internazionali serve ad estendere l’influenza Anglo-Americana e Franco-Germanica su tutta l’Eurasia e il mondo intero. Questo modello è direttamente e strettamente collegato con i prossimi piani per il Medio Oriente predisposti per disgregare paesi come l’Iraq, la Siria, e l’Iran in protettorati frammentati e facilmente controllabili, sotto la direzione dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di Israele.
La Russia e la Cina temono il reale pericolo di piani per dividere i loro territori, come è stato patrocinato da anni dai costruttori Anglo-Americani delle politiche di  Washington, D.C. e di Londra, che tendono a ritornare prima della Prima Guerra Mondiale.
Lo stesso vale per l’Iran, che è preoccupato per uno scenario simile a quello del Kosovo che potrebbe essere predisposto per le sue regioni a predominanza Araba nel Khuzestan.
La dichiarazione di indipendenza è stata presa in considerazione in modo stretto dal Governo della Regione del Kurdistan, nel Nord Iraq.   

La sincronizzazione di altri eventi mondiali con l’indipendenza del Kosovo: coincidenza?

Ancora una volta, l’“Arco di Instabilità” viene esasperato e turbato. In Pakistan si profilano all’orizzonte minacce di guerra civile e pericoli di balcanizzazione. Nel Levante, uno dei dirigenti massimi degli Hezbollah, Imad Mughniyeh, è stato assassinato in Siria con un’autobomba, come quelle che hanno ammazzato uomini politici Libanesi.  Molto probabilmente, Imad Mughniyeh è stato assassinato dal Mossad, il servizio di spionaggio di Israele. Verosimilmente sono stati coinvolti anche i servizi  degli USA, Giordania, Arabia Saudita, Francia e Germania. Non è un segreto che questi servizi di intelligence hanno collaborato tutti assieme in Libano contro  Hezbollah e sono nel retroscena degli attentati per far fuori i dirigenti di Hezbollah. Il tempismo dell’assassinio genera pesanti sospetti. Infatti, l’assassinio di Mughniyeh è arrivato proprio prima dell’anniversario dell’uccisione di Hariri e avrebbe potuto favorire le intenzioni di chi voleva ulteriormente galvanizzare le tensioni politiche in Libano e creare una divisione settaria fra i Musulmani Libanesi. Israele ha negato qualsiasi coinvolgimento con l’assassinio, ma ora manifesta il proposito di un nuovo conflitto con il Libano, in corso di pianificazione opportuna per accusare Hezbollah di averlo scatenato con l’aiuto della Siria e dell’Iran.
Il far esplodere molteplici contrasti e crisi può essere il mezzo per accerchiare e avviluppare la periferia più occidentale della Russia all’interno di un arco di conflitti, o in altre parole può esistere un deliberato tentativo di saturare di tensioni l’“Arco di Instabilità” per paralizzare la Russia e gli altri attori sul campo visti come oppositori dei progetti strategici..   

Una soluzione preconfezionata: il sovranazionalismo?

I dirigenti della Serbia stanno puntando su una azione di equilibrio fra gli interessi del loro popolo e gli interessi stranieri. Il popolo Serbo è contrario ai progetti stranieri nella sua terra, ma la attuale classe al potere è la progenie della Rivoluzione di Velluto, scattata nel 2000, appoggiata e finanziata dall’Occidente, per spodestare Slobodan Milosevic. Una larga parte della dirigenza di Belgrado sostiene i programmi stranieri ed è stata cooptata nel progetto neo-liberista di ristrutturazione dei Balcani. Il fatto che gli Stati Uniti e l’Unione Europea siano divenuti i più importanti partner finanziari della Serbia dopo la Guerra del Kosovo è una evidente prova testimoniale di tutto ciò.                                                                                                                              Molto probabilmente stanno per essere presentati, come soluzione all’indipendenza del Kosovo, il sovranazionalismo o l’ingresso nell’Unione Europea o una più larga struttura sovranazionale, sia per la Serbia che per il Kosovo.
Una soluzione del tutto identica può essere presentata anche per un Medio Oriente balcanizzato mediante progetti tipo Unione Mediterranea. Come risposta all’unificazione di Cipro, può essere imposto ancora il sovranazionalismo nell’ambito dell’Unione Mediterranea.
Ritornando alla Serbia e al Kosovo, molti dei leader della Serbia si stanno opponendo alla secessione del Kosovo, ma questo è solo di facciata, per raccogliere le simpatie dell’opinione pubblica Serba. Questi stessi leader hanno assunto caute posizioni sulla questione e sono orientati verso un’integrazione con l’Unione Europea. Per loro, il sovranazionalismo è una soluzione!  

Alla vigilia del Nuovo Ordine Mondiale: benvenuta la legge della giungla! 

Mentre l’Unione Europea preme per superare le divisioni etniche e nazionaliste all’interno dei suoi membri, nel caso del Kosovo e di altre regioni si comporta nella maniera opposta.
La Guerra Civile Americana non è stata contrassegnata dalla gloria, visto che gli Stati dell’Unione hanno combattuto una guerra per costringere con la forza gli Stati Confederati all’interno dell’“Unione Americana”?
Qualsiasi sia il caso, l’ipocrisia dell’Unione Europea e degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali è messa in risalto dal riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.
Soprattutto, si straccia il diritto internazionale mediante un cumulo di falsità e a motivo del proprio interesse, e non secondo principi sinceri o sollecitudini nei confronti del popolo Kosovaro.
Rispetto al Kosovo, la Repubblica Turca di Cipro Nord è di gran lunga più legittimata ad essere riconosciuta in base al funzionamento e alla completezza delle sue istituzioni.
Benché vi siano strumenti sicuri e stabili per indirizzare pacificamente le aspirazioni dei Baschi e dei Catalani nei Pirenei e dei Fiamminghi nella regione del Belgio delle Fiandre, ciò nonostante questi movimenti separatisti vengono ignorati.  
La maggioranza Armena nel Nagorno-Karabakh ha dichiarato l’indipendenza il 10 dicembre 1991. Eppure, questa Repubblica secessionista e auto-determinatasi non gode dell’appoggio ne’ degli Stati Uniti ne’ dell’Unione Europea, a differenza del Kosovo.
 Cosa hanno di diverso Cipro Nord, l’Ossezia Meridionale, l’Abkhazia, la Repubblica del Nagorno-Karabakh, e la Transnistria dal  Kosovo? Questa è la risposta: gli interessi Anglo-Americani e Franco-Germanici, rappresentati dall’Unione Europea e dalla NATO, sono le forze che stanno dietro all’“eccezionalità” dell’auto- determinazione, le stesse forze che hanno consentito ai Nazisti di ritenere di poter colonizzare l’Europa dell’Est e il Centro Eurasiatico impunemente.
 I dirigenti Americani e dell’Unione Europea avevano considerato che i Serbi moralmente non erano più a lungo idonei a gestire i problemi in Kosovo. Forse lo sono i governi degli Stati Uniti,     Germania, Francia e della Gran Bretagna, dopo anni di bagni di sangue e di cumuli di menzogne? Forse che sono più credibili?  Se le loro considerazioni si fondano su qualche principio morale, allora qual’è la loro posizione nei confronti dei Palestinesi? Forse Israele ha qualche idoneità morale per tenere soggetti i Palestinesi? Eppure, siamo in presenza di una occupazione che continua da tanto tempo! Per ironia, non sono proprio le truppe Serbe ad occupare il Kosovo, ma le truppe e i carro-armati della NATO!
 

Mahdi Darius Nazemroaya è un collaboratore abituale di  Global Research.
 
NOTE
[1] Michel Chossudovsky, The Globalization of Poverty and the New World Order, (Montreal, Global Research, 2003), pp.257-277.
[2] Mahdi Darius Nazemroaya, The “Great Game:” Eurasia and History of War, Global Research, December 3, 2007.
 
 
 
=== 2 ===

“Indipendenza” del Kosovo: Washington insedia una nuova colonia nei Balcani

di Sara Flounders 

articolo pubblicato il 21 febbraio 2008  in http://www.workers.org/

The original english text:
Washington gets a new colony in the Balkans
By Sara Flounders - Feb 21, 2008

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Nel valutare la recente “dichiarazione di indipendenza” del Kosovo, una Provincia della Serbia, e il suo immediato riconoscimento come Stato da parte degli Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e Francia, è importante conoscere tre assunti.
 Primo, il Kosovo non ha conquistato l’indipendenza o anche solo un minimo di autonomia amministrativa. Il Kosovo verrà governato da un Alto Rappresentante e da istituzioni designate dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla NATO.  Un viceré, secondo il vecchio stile coloniale, e degli amministratori imperialisti controlleranno la politica estera ed interna. L’imperialismo Statunitense ha semplicemente consolidato nel cuore dei Balcani il suo diretto controllo su una colonia totalmente soggetta e dipendente. 
Secondo, l’immediato riconoscimento del Kosovo da parte di  Washington conferma ancora una volta che l’imperialismo USA straccerà ogni trattato od accordo internazionale, anche se sottoscritto dagli stessi Stati Uniti, compresi accordi redatti ed imposti con la forza e con la violenza ad altri. Il riconoscimento del Kosovo è in diretta violazione di una norma internazionale, nello specifico della Risoluzione 12444 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che i dirigenti della Jugoslavia furono costretti a firmare alla fine di 78 giorni di bombardamenti della NATO sul loro paese, nel 1999.   Comunque, questo accordo imposto ribadisce l’“impegno di tutti gli Stati Membri alla sovranità e alla integrità territoriale” della Serbia, una Repubblica di Jugoslavia. 
Il riconoscimento illegale del Kosovo di questa settimana è stato condannato da Serbia, Russia, Cina e Spagna.  
Terzo, la dominazione imperialista USA non porterà benefici al popolo sotto occupazione. Il Kosovo, dopo nove anni di occupazione militare diretta della NATO, ha una sconcertante percentuale di disoccupazione del 60%, ed è divenuto un centro del traffico internazionale di droga e delle organizzazioni della prostituzione in Europa. Le miniere, una volta attivissime, gli stabilimenti, le fonderie, i centri di raffinazione, e i movimenti per ferrovia di questa piccola area industriale ricca di risorse sono completamente inattivi. Le risorse del Kosovo, sotto l’occupazione della NATO, sono state privatizzate a forza e svendute alle grandi imprese multinazionali dell’Occidente. Ora, quasi l’unica possibilità di impiego consiste nel lavorare per l’esercito di occupazione USA/NATO o per qualche agenzia dell’ONU. L’unica grande struttura creata in Kosovo è quella di Camp Bondsteel, la più grande base Statunitense costruita in Europa nel corso di una generazione. Naturalmente, è l’Halliburton che ha ottenuto il contratto per i dispositivi di sicurezza del campo, per le condutture strategiche per il petrolio e per le linee di trasporto dell’intera regione. 
Dal momento che gli USA e la NATO hanno assunto il controllo del Kosovo, più di 250.000 Serbi, Rom e appartenenti ad altre nazionalità sono stati espulsi dalla Provincia Serba. Quasi un quarto della popolazione Albanese è stato costretto ad abbandonare il paese alla ricerca di un lavoro.

Come insediare una amministrazione coloniale

Consideriamo il piano mediante il quale è avvenuta l’“indipendenza” del Kosovo. Non solo si sono violate le Risoluzioni dell’ONU, ma è stata imposta anche una struttura decisamente colonialista, del tutto simile al potere assoluto tenuto da L. Paul Bremer nei primi due anni di occupazione Statunitense dell’Iraq. Chi ha imposto questo progetto colonialista? Responsabili sono state le stesse forze che hanno operato per il disgregamento della Jugoslavia, per i bombardamenti della NATO e per l’occupazione del Kosovo. 
Nel giugno 2005, il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan nominava l’ex Presidente Finlandese Marti Ahtisaari come suo Inviato Speciale per condurre le trattative sullo status finale del Kosovo. Difficilmente si può affermare che Ahtisaari poteva comportarsi da arbitro neutrale di fronte all’intervento USA in Kosovo. Ahtisaari è Presidente emerito del Gruppo di Crisi Internazionale  (ICG), un’organizzazione fondata dal multimiliardario George Soros, che sponsorizza gli interventi di espansione della NATO ad aprire nuovi mercati in favore degli investimenti degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.  Il Consiglio dell’ICG comprende due funzionari chiave Statunitensi, responsabili dei bombardamenti sul Kosovo, il Gen. Wesley Clark e Zbigniew Brzezinski.
Nel marzo 2007, Ahtisaari presentava al nuovo Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon la Proposta Comprensiva per la Risoluzione dello Status del Kosovo.
I documenti che stabiliscono la nuova forma di governo per il Kosovo sono disponibili a  unosek.org/unosek/en/statusproposal.html. Una sintesi è disponibile sul sito Web del Dipartimento di Stato degli USA a state.gov/p/eur/rls/fs/100058.htm 
Ad amministrare il Kosovo verrà incaricata una Rappresentativa Civile Internazionale (ICR) costituita da funzionari USA e dell’Unione Europea. In Kosovo, questa istituzione incaricata può revocare qualsiasi provvedimento, revocare le leggi e rimuovere dall’incarico chiunque. La ICR eserciterà un totale e decisivo controllo sui Dipartimenti delle Dogane, delle Imposte, del Tesoro e sul Sistema Bancario.
 L’Unione Europea insedierà una Missione Europea per le Politiche sulla Sicurezza e Difesa  (ESDP), mentre la NATO costituirà una Presenza Militare Internazionale. Entrambe queste Istituzioni assumeranno in Kosovo il controllo sulla politica estera, sulla sicurezza, sulla polizia, sul sistema della giustizia, su tutti i tribunali e le carceri, e avalleranno l’immediato e completo diritto di accesso a qualsiasi attività, procedura o documentazione.
Queste Istituzioni e la ICR  avranno la voce determinante in capitolo su quali crimini dovranno essere perseguiti e contro chi; le decisioni potranno da loro essere rovesciate o annullate.
La più grande prigione in Kosovo viene insediata nella base USA Camp Bondsteel, dove i prigionieri possono essere incarcerati senza imputazioni, senza supervisione o patrocinio legale.   Allora, il riconoscimento dell’“indipendenza” del Kosovo costituisce l’ultimo passaggio di una guerra USA di riconquista, che è stata inesorabilmente perseguita per decenni.  

Divide et impera

I Balcani sono stati una vivace mescolanza di culture, religioni e di molte nazionalità oppresse. La Federazione Socialista di Jugoslavia, istituita dopo la Seconda Guerra Mondiale, comprendeva sei Repubbliche, nessuna delle quali aveva il predominio sulle altre. dThe Balkans has been a vibrant patchwork of many oppressed nationalities, cultures and religions. La Jugoslavia era nata ereditando antagonismi che erano stati sfruttati continuamente dai Turchi Ottomani, dall’Impero Austro-Ungarico, dagli imperialismi Britannico e Francese con le loro interferenze, seguiti dall’occupazione Nazista Tedesca e Fascista Italiana durante la Seconda Guerra Mondiale.
 In questa guerra, le popolazioni Serbe e gli Ebrei hanno dovuto subire le più gravi perdite. Contro l’occupazione Nazista e tutte le ingerenze straniere veniva forgiato un potente movimento di resistenza guidato dai comunisti, costituito da tutte le nazionalità che avevano dovuto subire nei modi più diversi. Dopo la liberazione, tutte le nazionalità veniva coinvolte e cooperavano nella costruzione della nuova Federazione Socialista.
In 45 anni, la Federazione Socialista di Jugoslavia, da una regione impoverita, sottosviluppata, di tipo feudale, ricca di antagonismi, si trasformava in una nazione stabile con una struttura industriale, alfabetizzata completamente, e con un servizio sanitario per tutta la popolazione.
Con il collasso dell’Unione Sovietica, agli inizi degli anni Novanta il Pentagono immediatamente pianificava l’espansione aggressiva della NATO attraversa l’intera regione. Dappertutto venivano incoraggiate e finanziate le forze di destra, conservatrici, filo-capitaliste. Quando l’Unione Sovietica veniva disgregata in Repubbliche separatiste, indebolite, instabili, antagoniste, la Federazione Socialista di Jugoslavia cercava di resistere a questa ondata reazionaria.
Nel 1991, mentre l’attenzione del mondo si focalizzava sui bombardamenti USA che devastavano l’Iraq, Washington appoggiava, finanziava ed armava movimenti separatisti di destra nelle Repubbliche di Croazia, Slovenia e Bosnia della Federazione Jugoslava. In violazione di accordi internazionali, la Germania e gli USA fornivano un immediato riconoscimento a questi movimenti secessionisti e approvavano la creazione di diversi mini-stati di natura capitalista. Allo stesso tempo il capitale finanziario Statunitense imponeva pesanti sanzioni economiche alla Jugoslavia per indurre alla bancarotta la sua economia. 
In questo stesso periodo, nella provincia Serba del Kosovo iniziava il rifornimento di armi e di denaro al movimento secessionista di destra UCK. Il Kosovo non era una repubblica distinta all’interno della Federazione Socialista di Jugoslavia, ma una provincia della Repubblica Serba. Storicamente, la provincia era stata il centro dell’identità nazionale dei serbi, ma con una popolazione Albanese sempre più crescente.
Washington dava inizio ad una feroce campagna propagandistica accusando la Serbia di mettere in atto operazioni di genocidio di massa contro la maggioranza Albanese del Kosovo. I media Occidentali erano pieni di storie di fosse comuni e di stupri brutali. Funzionari Statunitensi sostenevano che erano stati massacrati dai 100.000 ai 500.000 Albanesi. Durante l’amministrazione Clinton, i dirigenti USA/NATO proponevano un oltraggioso ultimatum, che la Serbia accettasse immediatamente l’occupazione militare e consegnasse tutta la sovranità sul Kosovo o affrontasse il bombardamento NATO dei suoi paesi, città e infrastrutture. Quando, dopo un tavolo di trattative a  Rambouillet, Francia, il Parlamento Serbo respingeva le richieste della NATO, iniziavano i bombardamenti.
In 78 giorni, il Pentagono sgangiava 35.000 bombe a frammentazione (cluster bombs), effettuava migliaia di scariche di proiettili radioattivi all’uranio depleto, insieme a missili distruggi bunker e missili Cruise.  I bombardamenti hanno distrutto più di 480 scuole, 33 ospedali, numerose cliniche sanitarie, 60 ponti, assieme ad impianti  industriali, chimici, e farmaceutici e la rete di distribuzione elettrica. Il Kosovo, la regione che presumibilmente Washington era determinata a liberare, subiva la maggiore distruzione. Alla fine, il 3 giugno 1999, la Jugoslavia veniva costretta a firmare un cessate il fuoco e ad accettare l’occupazione del Kosovo.
Ci si aspettava di trovare cadaveri sepolti in fosse comuni in ogni dove, ma le squadre di medici legali di 17 paesi della NATO, organizzate dal Tribunale dell’Aja per i Crimini di Guerra, dopo avere sondato per tutta l’estate 1999  il Kosovo occupato, hanno trovato un totale di soli 2.108 corpi di tutte le nazionalità. Molti erano stati uccisi dai bombardamenti della NATO ed altri nel conflitto fra l’UCK e l’esercito e la polizia Serba. Non venne rinvenuta alcuna fossa comune e non è stato possibile evidenziare massacri o un “genocidio”. Questa assordante smentita della propaganda imperialista proviene da un rapporto rilasciato dal Procuratore Generale del Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia, Carla Del Ponte. La sua pubblicazione avveniva nel New York Times dell’11 novembre 1999, però senza alcuna risonanza. 
La propaganda selvaggia del genocidio e le dicerie sulle fosse comuni si basano su menzogne, tanto quanto le accuse che l’Iraq era in possesso e stava preparandosi ad usare “armi di distruzione di massa”. Mediante la guerra, assassini, colpi di mano e strangolamento economico, fino ad ora  Washington ha avuto successo nell’imporre politiche economiche neo-liberiste su tutte le sei repubbliche della ex Jugoslavia e ha smembrato la Federazione Socialista in mini-stati instabili e impoveriti. 
La vera instabilità e la povertà dolorosa che l’imperialismo ha procurato alla regione, a lungo andare, saranno i germi della sua rovina. La storia delle conquiste realizzate quando la Jugoslavia godeva di una effettiva indipendenza e sovranità attraverso l’unità e lo sviluppo socialista in futuro verrà rivendicata.    


#1548 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 5 Mar 2008 9:49 pm
Oggetto: Mira AleÄković: Nezvani gost / Ospite non invitato
jugocoord
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(italiano / srpskohrvatski)

Mira AleÄković: Nezvani gost / Ospite non invitato


La nota poetessa Mira AleÄković è stata sepolta ieri, 3 marzo 2008, a Belgrado. 
A nome dell'Associazione degli Scrittori letterari, l'ultimo saluto le è stato rivolto dal  poeta Pero Zubac (autore delle Mostarske kiÅ¡e - Le Pioggie di Mostar) con le parole:


"se  ne  va  uno degli  ultimi  monumenti  viventi  dell'epoca  in  cui

crescemmo,  apprendendo la mansuetudine e la comprensione, il patriottismo

e l'internazionalismo, l'amicizia, la tenerezza, il perdono e la tolleranza".


Mira AleÄković: Nezvani gost  


ZaÅ¡to si doÅ¡ao, 

a ja te nisam zvala. 

Ja nikada ne zovem ljubav, 

ona mi dodje sama. 

Nezvani gost donese 

ponekad viÅ¡e radosti. 

ZaÅ¡to si doÅ¡ao, 

a ja te nisam zvala. 

I kad te ne zovem, 

na tebe ipak cekam. 

Udji, meni su uvek 

snovi dragi gosti. 

Žena je uvek nekog 

željna, i sama. 

I žena uvek sanja. 

Udji; reci ce sanjari. 

Udji; reci ce lude. 

A ima ih koji ce reci 

da smo starinska deca 

Å¡to namerniku s puta 

iznose hleb i so... 

A sve je novo u meni... 

u ove dane snova 

ja niÅ¡ta nemam 

sem želje da život bude 

dolinom topline ljudske 

put njihov respleteni 

kojim dolaziÅ¡ i ti, 

nezvani gost.



Mira AleÄković: Ospite non invitato



Perché sei venuto, quando

non ti ho invitato.

Non imploro mai amore,

viene a me da solo.

Un ospite non invitato

talvolta porta più gioia.

Perché sei venuto, quando

non ti ho invitato.

E sebbene non ti invochi,

sempre ti attendo.

Entra, per me i sogni sono

sempre ospiti cari.

Sempre una donna desidera

qualcuno, ed è sola.

Sempre una donna sogna.

Entra, direbbero i sognatori.

Entra, direbbero i folli.

E ci sono quelli che direbbero

che siamo i bambini di una volta

che portano al visitatore

pane e sale...

Mentre in questi giorni di sogni

tutto in me si rinnova...

non ho niente

tranne il desiderio che la vita sia

una valle, popolata di calore umano,

intrecciata di sentieri

da cui arrivi anche tu,

ospite non invitato.



KNU:BEOGRAD-ALECKOVIC-SAHRANA  

Na Novom groblju sahranjena pesnikinja Mira AleÄković 

BEOGRAD, 3. marta (Tanjug) - NaÅ¡a istaknuta književnica Mira  AleÄković sahranjena je danas uz vojne pocasti u Aleji zaslužnih gradana  na  Novom  groblju.  U  ime  Udruženja  književnika Srbije od Aleckoviceve  se  oprostio  pesnik  Pero Zubac recima da od nas odlazi 'jedan  od  poslednjih  živih  spomenika  vremena  u  kome smo rasli i stasali,  ucili  se  dobroti  i  razumevanju,  patriotizmu i internacionalizmu,  prijateljstvu,  blagosti,  opraÅ¡tanju i trpeljivosti'. 

http://www.tanjug.co.yu:86/RssSlika.aspx?10630


(a cura di D. KovaÄević )



#1549 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 7 Mar 2008 7:14 am
Oggetto: Kosovo: Unter deutscher Aufsicht
jugocoord
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Kosovo: Unter deutscher Aufsicht

1) Klare Fronten in Südamerika (B. Schett)
Ablehnung der Kosovo-Sezession bei den fortschrittlichen Bewegungen in Mittel - und Südamerika / L'America Latina progressista rifiuta la secessione kosovara
2) Unter deutscher Aufsicht (GFP)
Handel mit Mädchen und Frauen im Kosovo stark augestiegen /  Il Kosovo è da 9 anni paradiso degli sfruttatori della prostituzione
3) Der Kosovo-Effekt (GFP)
Parzellierung Serbiens lässt weitere Sezessions- konflikte auflodern. Die ersten Toten werden gemeldet: in Nagornyi Karabach / L'effetto-Kosovo, voluto in primis dalla Germania, sta già causando morti altrove: è il caso del Nagorno-Karabach


===  1 ===

Kosovo: klare Fronten in Südamerika

Benjamin Schett

CH-Vorwärts online, 26.02.2008

Während der Protest gegen die durch die Achse Washington-Brüssel herbeigeführte Abspaltung der serbischen Provinz Kosovo in Westeuropa vor allem von der serbischen Diaspora organisiert wird und die meisten Linken sich bedeckt geben (mit potentiellen "Nationalisten" will man nichts zu tun haben), scheint die Ablehnung dieses völkerrechtswidrigen Aktes bei den fortschrittlichen Bewegungen in Mittel - und Südamerika selbstverständlich zu sein.

So lies der venezolanische Präsident Hugo Chavez verlauten, Venezuela werde Kosovo nicht als unabhängigen Staat anerkennen und stellte sich gegen die "Auflösung eines souveränen Staates in der Balkanregion". Ausserdem provoziere eine solche Aktion weitere bewaffnete Auseinandersetzungen im Balkan. Hierzu passt auch, dass bereits Kontakte zwischen venezolanischen, studentischen Anti-Chavez-Bewegungen und früheren Otpor-Kämpfern bestehen. Letztere spielten eine herausragende Rolle beim CIA-gesteuerten Putsch gegen Präsident Slobodan Milosevic im Jahr 2000. Auch Boliviens Präsident Evo Morales steht der westlichen Balkanpolitik kritisch gegenüber und verweist auf die wohlhabende bolivianische Region Santa Cruz, wo ebenfalls separatistische Kräfte am Werk sind. Dort streben rechte Kreise eine möglichst weitreichende Autonomie (zum Teil auch eine Abspaltung) des öl-und erdgasreichen Gebietes an. Reaktionen aus Kuba sind bisher keine erfolgt, Fidel Castros Stellungnahmen der letzten Jahre sind allerdings eindeutig: In einem Artikel über Kosovo vom Oktober 2007 schrieb der, kürzlich von allen Ämtern zurückgetrene Comandante en Jefe, ein unabhängiges Kosovo diene ausschließlich den amerikanischen Interessen und Serbien verliere "Fabriken, Gebiete und Besitztum." Dem Land verbleibe somit "nur die Verpflichtung, die vor 1998 für die Investitionen in Kosovo gemachte Auslandsschuld zu zahlen." Auch aus lateinamerikanischen Staaten, wie Brasilien, Chile oder Argentinien sind kritische Stellungnahmen erfolgt. Einzig die Regierung des US-Satellitenstaates Costa Rica zeigt sich erfreut. Die Unabhängigkeitserklärung der kosovoalbanischen Behörden sei verständlich aufgrund der (angeblichen) serbischen Gräueltaten aus der Milosevic-Zeit. Auf dem amerikanischen Kontinent scheinen die Fronten noch geklärt zu sein. Nicht so im deutschsprachigen Raum, wo das Thema leider durch rechte Rattenfänger instrumentalisiert wird, während sich die Linke in Apathie übt. Ausgerechnet der österreichische FPÖ-Chef, Hans Christian Strache stellte sich klar gegen den albanischen Separatismus. In der Schweiz wird die geplante Anerkennung am meisten von Seiten der rechten "Schweizerischen Volkspartei", SVP, kritisiert, während die Sozialdemokraten die stärksten Befürworter eines "Kosova-Staates" sind. Wo bleibt eine Anti-Kriegsbewegung, die klarstellt, dass es bei der Solidarität mit Serbien nicht um Stimmungsmache gegen den Islam geht (dies dürfte wohl den Hauptgrund rechter Sympathien für die Serben darstellen), sondern schlicht und einfach um Widerstand gegen einen amerikanischen (und leider auch europäischen) Imperialismus, dessen Opfer sowohl Serben als auch Muslime sind?


=== 2 ===
 

Unter deutscher Aufsicht 

07.03.2008

PRISTINA/BERLIN (Eigener Bericht) - Anlässlich des Internationalen Frauentags (8. März) protestieren Menschenrechtsorganisationen gegen den unter deutsch-europäischer Aufsicht erstarkten Handel mit Mädchen und Frauen im Kosovo. Wie aus einem Bericht von amnesty international hervorgeht, reicht die Macht der Menschenhändler in der Sezessionsprovinz nach über acht Jahren westlicher Besatzung so weit, dass Eltern ihren Töchtern den Schulbesuch verbieten - weil immer wieder Mädchen verschleppt werden. Zahlreiche Frauen aus dem Kosovo werden zur Prostitution gezwungen und dazu entweder in der Region festgehalten oder in die reicheren Staaten der EU verbracht, vorzugsweise nach Deutschland. Analysen zufolge begann der Aufschwung von Frauenhandel und Zwangsprostitution im Kosovo gleichzeitig mit dem von der Bundesrepublik forcierten Einmarsch der westlichen Besatzer im Sommer 1999 und machte die Provinz innerhalb weniger Jahre zu einem "Zentrum des internationalen Frauenhandels". Dem Bundesnachrichtendienst zufolge steht ein Mitglied des Pristinaer Parlamentspräsidiums mit "Frauenhandel und dem Prostitutionsgeschäft" in Verbindung. Der deutsche UNMIK-Chef schreitet nicht ein, Berlin belohnt die kosovarischen Clanstrukturen mit der raschen Anerkennung ihrer Eigenstaatlichkeit.

Anlässlich des diesjährigen Internationalen Frauentags weist amnesty international auf die weltweite Gewalt gegen Mädchen in ihrem Schulalltag hin. Dies betrifft auch das Kosovo. Dort verbieten amnesty zufolge immer wieder Eltern ihren Töchtern, zur Schule zu gehen, weil ihnen die Verschleppung durch Menschenhändler droht. So berichtet etwa ein Mädchen, das von Kriminellen in ein Fahrzeug gelockt worden war: "Das Auto fuhr in eine mir unbekannte Gegend".[1] "Als ich wissen wollte, wohin wir führen, sagten sie mir, dass wir eine alte Stadt besuchen würden, in der ich noch nie gewesen sei. Dort wurde ich drei Wochen lang in einem Motel festgehalten. Ich wurde von vielen Männern vergewaltigt." Das Verbrechen ist im Kosovo kein Einzelfall.

Binnen Monaten

Der Aufschwung von Frauenhandel und Zwangsprostitution im Kosovo begann gleichzeitig mit dem Einmarsch der westlichen Besatzer im Sommer 1999. Zuvor gab es in der südserbischen Provinz nur einen "örtlichen Prostitutionsmarkt in kleinem Maßstab", heißt es in einem Bericht, den amnesty international bereits im Jahr 2004 veröffentlichte.[2] Ohne UNMIK und KFOR wäre das Kosovo demnach vermutlich "ein unbedeutender Nebenarm im Menschenhandelsgeschäft auf dem Balkan" geblieben. Mit dem Eintreffen der KFOR wurde das Gebiet jedoch "binnen Monaten" zu einem "Hauptzielland" für Frauenhandel zum Zwecke der Zwangsprostitution. Zwar sank der Anteil der "Internationalen" unter den Kunden der Zwangsprostituierten von rund 80 Prozent in den Jahren 1999 und 2000 bis auf angeblich 20 Prozent im Jahr 2004; amnesty weist jedoch darauf hin, dass das KFOR- und UNMIK-Personal nur rund zwei Prozent der kosovarischen Bevölkerung ausmacht. Berichten zufolge nutzten damals auch deutsche Soldaten die erzwungenen Dienste von Frauen, die Opfer von Menschenhandel waren.[3]

Kriegsfolgen

Wie die jüngsten Hinweise von amnesty belegen, existiert die geschäftsmäßig betriebene Gewalt gegen Frauen im Kosovo ungebrochen fort. Sie hat denselben Entstehungsgrund wie der Sextourismus in Thailand - ausländische Militärs. In Thailand waren es US-Soldaten, die im Urlaub von der vietnamesischen Front die Prostitution in riesige Dimensionen schnellen ließen; die boomende Sexindustrie bezog Kinderprostitution sowie andere Formen sexueller Gewalt ein und besteht seit dem Abzug der amerikanischen Truppen bis heute auf der Basis des anhaltenden Sextourismus' fort.[4] Im Kosovo hingegen war es der von Berlin forcierte Krieg, der die Besatzer aus dem reichen Westen in Scharen ins Land brachte und Bordelle sowie andere Einrichtungen aus dem Rotlicht-Milieu wie Pilze aus dem Boden schießen ließ.

Alleinige Autorität

Dabei setzte die Bundesrepublik im Kosovo noch eine zweite dramatische Entwicklung mit in Gang, die mit dem Boom von Frauenhandel und Zwangsprostitution einherging: der rasche Aufstieg der Organisierten Kriminalität. Bereits Anfang der 1990er Jahre hatte in der südserbischen Provinz ein gesellschaftlicher Prozess eingesetzt, den eine in Berlin erstellte Studie als "schleichende Renaissance informeller, seit Jahrhunderten in der albanischen Kultur verwurzelter archaischer Traditionen" beschreibt.[5] In diesem Zusammenhang verfestigte sich "der heute virulente Einfluss der Großfamilien" - der kosovarischen Clans und ihres "auf den Grundprinzipien patriarchaler Altersautorität fußenden Herrschaftssystems". Zu diesen Clans, von denen die gewalttätigeren unter der Bezeichnung UCK die Sezession von Serbien betrieben, nahm in der zweiten Hälfte der 1990er Jahre die deutsche Auslandsspionage Kontakte auf - ein Bündnis, das nur wenig später in den gemeinsamen Krieg gegen Belgrad mündete. Das Clansystem erfuhr mit dem Krieg "einen exponentiellen Machtzuwachs" und avancierte dann "nach dem Zusammenbruch der jugoslawischen Ordnung zur alleinigen gesellschaftlichen Autorität", die mit UNMIK und KFOR zu einem modus vivendi fand. Die Clans bilden dabei - dies bestätigt die Studie - "in der Mehrzahl Keimzellen des Organisierten Verbrechens".

Blutrache

Dabei ist der Anstieg des kosovarischen Menschenhandels nicht nur vor Ort, sondern auch in Deutschland erkennbar. Wie Mitarbeiterinnen von Frauenberatungsstellen berichten, ist die Zahl nach Hilfe suchender Kosovarinnen, die von Frauenhandel und Zwangsprostitution betroffen sind, seit Jahren unverändert hoch. Dies gilt, sagt die Gründerin der Beratungsstelle SOLWODI, Schwester Dr. Lea Ackermann, im Gespräch mit dieser Redaktion, auch für die Zahl der Kosovarinnen, die von Zwangsverheiratung betroffen sind.[6] Ursache ist auch hier die Renaissance archaischer Traditionen, gestützt durch das Clansystem, das seine Macht im Kampf gegen Belgrad konsolidieren konnte - mit Berliner Hilfe. Das tradierte Gewohnheitsrecht der Clans ist der sogenannte "Kanun". Er schreibt "nicht nur die Vorherrschaft des Mannes fest, sondern baut darüber hinaus auf einem gewaltlegitimierenden Ehrkonzept auf, welches die Begriffe Besa (Ehre) und Gjakmaria (Blutrache) in den Mittelpunkt eines pseudojuristischen Ordnungssystems stellt", schreiben die Autoren der Berliner Studie.[7] "Vor allem im ländlichen Raum" des Kosovo werden demnach "die Regeln des Kanun als maßgebliche gesellschaftliche Handlungsgrundlage aufgefasst".

Kriminell

Dass die Clans tatsächlich die Führungspositionen im Kosovo okkupiert haben - unter westlicher Aufsicht -, das belegen Analysen verschiedener Geheimdienste über die Organisierte Kriminalität. Sie offenbaren den sozialen Charakter der herrschenden Cliquen in Pristina, die mit deutscher Unterstützung im Krieg gegen Belgrad an die Macht gelangten, ihre Stellung unter der Herrschaft der UNMIK-Chefs (sämtlich aus EU-Staaten, zwei aus Deutschland) festigen konnten und sich heute staatliche Hoheitsrechte anmaßen - wieder mit maßgeblicher Unterstützung aus Berlin. Über Lageanalysen deutscher und anderer Geheimdienste, denen zufolge der aktuelle "Staatspräsident" Hashim Thaci und der ehemalige "Ministerpräsident" Ramush Haradinaj in schwerwiegende kriminelle Machenschaften verwickelt waren oder sogar noch sind, berichtete german-foreign-policy.com bereits.[8]

Kooperationspartner

Ausführliche Hinweise, die trotz der achtjährigen westlichen Oberaufsicht über das Kosovo immer noch keinerlei gerichtlicher Prüfung unterzogen wurden, liegen auch über einen gewissen Xhavit Haliti vor. Haliti, der lange Zeit in der Schweiz lebte, soll laut einem Dossier der KFOR Spenden und Waffen für die UCK organisiert und sich nach dem Krieg "in großem Stil der organisierten Kriminalität" zugewandt haben. Ebenfalls laut KFOR sei er eine "bekannte kriminelle Figur, involviert in den Waffen- und Drogenhandel". Der Bundesnachrichtendienst (BND) bringt ihn nicht nur mit dem Schmuggel dinglicher Waren in Verbindung, sondern auch mit einem Bereich, den Menschenrechtsorganisationen zum morgigen Internationalen Frauentag besonders anprangern: mit "Frauenhandel und dem Prostitutionsgeschäft".[9] Haliti gehört der Partei des kosovarischen "Staatspräsidenten" Thaci an. Er ist Präsidiumsmitglied des kosovarischen Parlaments. Als stellvertretender Vorsitzender des Auswärtigen Parlamentsausschusses ist der vom BND unwidersprochen schwer Beschuldigte mit den internationalen Aktivitäten der vom Westen zum "Staat" erklärten Provinz befasst und ein potenzieller Kooperationspartner auch deutscher Politiker und Verwaltungsbeamter.


Bitte lesen Sie auch unser Interview mit Schwester Dr. Lea Ackermann sowie weitere Texte zum Verhältnis von Frauenhandel, Zwangsprostitution und Außenpolitik: Soldatenleben, Profiteure und Paten, Kein Bedarf, Frauenhandel in Sachsen und Wirtschaftssystem.

[1] Kosovo. Frauenhandel und Zwangsprostitution; amnesty international 2004
[2] Kosovo (Serbia and Montenegro): "So does it mean that we have the rights?" Protecting the human rights of women and girls trafficked for forced prostitution in Kosovo; amnesty international 2004
[3] ARD-Weltspiegel 17.12.2000. S. auch Soldatenleben
[4] s. dazu Wirtschaftssystem
[5] Operationalisierung von Security Sector Reform (SSR) auf dem Westlichen Balkan; Institut für Europäische Politik 09.01.2007
[6] s. dazu Enorme Gewalt
[7] Operationalisierung von Security Sector Reform (SSR) auf dem Westlichen Balkan; Institut für Europäische Politik 09.01.2007
[9] Jürgen Roth: Rechtsstaat? Lieber nicht!; Weltwoche 43/2005


=== 3 ===


Der Kosovo-Effekt 

07.03.2008

Die von Berlin forcierte Parzellierung Serbiens lässt weitere Sezessions- konflikte auflodern. Die ersten Toten werden gemeldet.

Ort der jüngsten Gefechte ist die Waffenstillstandslinie um das aserbaidschanische Sezessionsgebiet Nagornyi Karabach.

Dort kamen Berichten zufolge bei Kämpfen in den vergangenen Tagen 16 Menschen zu Tode, zahlreiche weitere wurden verletzt. Die Spannungen eskalieren nicht zuletzt wegen der Sezession des Kosovo. Erst am Dienstag hatte das Parlament in Baku beschlossen, die aserbaidschanischen Truppen aus der südserbischen Provinz abzuziehen. Als Grund wurde die unilaterale Unabhängigkeitserklärung in Pristina angegeben; sie sei illegal, sagte ein Sprecher des Außenministeriums. Aserbaidschan sieht sich selbst mit Separatisten im von Armenien besetzten Nagornyi Karabach konfrontiert. Ebenfalls am Dienstag verlautete in Baku, Aserbaidschan habe "Militärtechnik, Flugzeuge und Munition gekauft" und sei bereit, "die besetzten Gebiete zu befreien." (Die Karte http://www.german-foreign-policy.com/pics/kaukasusklein.jpg zeigt den Kaukasus mit ausgewählten nach Unabhängigkeit und Autonomie strebenden Regionen. Eine Fassung in Vollgröße finden Sie hier.)

Hintergrund der Eskalation sind wechselseitige Befürchtungen bzw. Hoffnungen, die Entwicklung im Kosovo dürfe als Präzedenzfall für die Sezession Nagornyi Karabachs verstanden werden. Die Berliner Politik hat damit zum ersten Mal in einem anderen Sezessionskonflikt den Anlass für Kampfhandlungen geliefert.


Quellen:
Azerbaijani Parliament Makes Decision to Withdraw Peacekeepers from Kosovo; Trend News Agency 04.03.2008
Aserbaidschan zieht Truppen aus dem Kosovo ab; Der Standard 04.03.2008
Azerbaijan may use force in Karabakh after Kosovo; Reuters 04.03.2008
Fatal Armenian-Azeri border clash; BBC News 05.03.2008
Ewig verfeindet; Der Tagesspiegel 07.03.2008



#1550 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 8 Mar 2008 10:25 am
Oggetto: SKOJ o 160 godina Manifesta Komunisticke Partije
jugocoord
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PROLETERI SVIH ZEMALJA UJEDINITE SE! - MANIFEST ZA XXI VEK 

160 GODINA MANIFESTA KOMUNISTICKE PARTIJE

Manifest komunistiÄke partije, prvi put objavljen 21. februara 1848., predstavlja jedan od najuticajnijih svetskih politiÄkih traktata. Iniciran od strane KomunistiÄkog saveza i napisan od strane osnivaÄa teorije komunizma Karla Marksa i Fridriha Engelsa, postavio je ciljeve i program Saveza. Bio je to poÄetak svetskog komunistiÄkog pokreta koji vodi stalnu i nepokolebljivu borbu za izgradnju besklasnog socijalistiÄkog druÅ¡tva. 

VeliÄina Manifesta KP i drugih genijalnih dela klasika marksizma-lenjinizma leži u tome Å¡to oni nikada ne gube svoju savremenost i aktuelnost, Å¡to oni daju borbeno oružje koje nikada ne otupljuje, nikada ne rÄ‘a i ne gubi snagu svog udarca. Manifest KP, poput drugih genijalnih dela klasika marksizma-lenjinizma, je velika zbirka humanistiÄkih ideja i stalni poziv svim ljudima za aktivno uÄešće u projektovanju i graÄ‘enju druÅ¡tva bez klasa i ekspoatacije, ovde i sada! KlasiÄna dela Marksa, Englesa, Lenjina, Staljina, dopunjena i nadograÄ‘ena delima Mao Ce Tunga, Kim Il Sunga, Ho Å i Mina i Fidela Kastra predstvaljau ne samo veliko nasleÄ‘e već daju i mnoge praktiÄne i teorijske lekcije svim komunistima. 

Komunizam izaziva gnev antikomunistiÄkog zapada nemilosrdnim razgolićavanjem suÅ¡tine kapitalistiÄkog poretka-eksploatacije Äoveka od stane Äoveka i otktivanjem jednostavne istine: da Äovek koji radi za drugoga i zavisi od drugoga ne može biti slobodan i ravnopravan, pa ma Å¡ta o slobodi i ljudskim pravima pisalo u ustavima i zakonima kapitalistièkih zemalja. To Å¡to se u kapitalizmu vremenom uz more prolivene krvi mnogo toga izmenilo, Å¡to je manje zloupotrebe deÄije radne snege, Å¡to je nekadaÅ¡nje ropsko 18-Äasovno radno vreme skraćeno i Å¡to su uslovi života poboljÅ¡ani ne znaèi da je kapitalizam izmenio svoju eksloatatorsku prirodu. Antikomunistima, braniocima kapitalizma, bilo bi znatno lakÅ¡e da je Marks i njegovi nastavljaÄi oklevetali kapitalizam. Njima probleme zadaje to Å¡to su oni osvetlili anatomiju anatomiju i fizionomiju kapitalistiÄke eksploatacije.

Uprkos svim naporima njegovih protivnika, marksizam je danas oÄuvao svoju punu validnost, i kao precizna analiza danaÅ¡njeg druÅ¡tva i kao borbeni program za njegovu promenu. Može biti samo da se ovaj ili onaj detalj promenio, ali fundamentalne ideje Manifesta KomunistiÄke Partije su i danas relevantne kao Å¡to su bile kada su prvi put napisane. Veliki talas revolucija koji je proizaÅ¡ao iz Oktobarske Revolucije 1917. uticao je na Äitavu planetu. Danas socijalizam izgraÄ‘uje milijarda i po ljudi a progresivna rukovodstva preuzimaju vlast u Latiinskoj Americi. Talasi nove revolucije uskoro će zahvatiti planetu. Pobeda radniÄke klase u bilo kojoj znaÄajnoj zemlji brzo vodi zbacivanju kapitalizma u jednoj za drugom zemljom, postavljajući temelje uspostavljanju novog sveta. 

"Komunisti odbijaju s prezirom da kriju svoje poglede i namere. Oni izjavljuju otvoreno da se njihovi ciljevi mogu postići samo nasilnim ruÅ¡enjem Äitavog dosadaÅ¡njeg druÅ¡tvenog poretka. Neka vladajuće klase drhte pred komunistiÄkom revolucijom. U njoj proleteri nemaju Å¡ta da izgube sem svojih okova, a dobice Äitav svet." (Manifest KP) 

Sekretarijat SKOJ-a 
21. februar 2008.godine

____________________________________________________________________________ 
Savez komunisticke omladine Jugoslavije SKOJ - The League of Yugoslav Communist Youth SKOJ 
Nemanjina 34/III , 11000 Beograd - Nemanjina 34/III, 11000 Belgrade, Serbia 



#1551 Da: Coord. Naz. per la Jugoslavia <jugocoord@...>
Data: Sab 8 Mar 2008 8:16 am
Oggetto: TENC: In 1993, the Pope Openly Embraced Kosovo Secession
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TENC: In 1993, the Pope Openly Embraced Kosovo Secession

I. Comment by Jared Israel

II. Transcript of Ibrahim Rugova's News Conference in Albania after Meeting with Italian Leaders and Pope (BBC Summary of World Broadcasts, March 15, 1993)

III. News Service Report: Rugova Discusses Kosovo Issues with Italian Leaders and Pope (BBC Summary of World Broadcasts, March 15, 1993)

IV. Phony Kosovo 'Independence' (by Jared Israel - Feb. 29, 2008)


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In 1993, the Pope Openly Embraced Kosovo Secession

I. Comment by Jared Israel

II. Transcript of Ibrahim Rugova's News Conference in Albania after Meeting with Italian Leaders and Pope

III. News Service Report: Rugova Discusses Kosovo Issues with Italian Leaders and Pope

[Feb. 26, 2008]

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I. Comment by Jared Israel

The two media reports below refer to Ibrahim Rugova as  "President of the Republic of Kosovo," when in fact: a) no such republic existed; b) Kosovo was a province of the Republic of Serbia and c) Rugova was not any kind of government official, let alone a president. Rather, he was the leader of a faction, supported and sponsored by outside powers, which faction had already played a key role in launching the attack on Yugoslavia, and which was now boycotting all official Kosovo institutions as part of a strategy of creating a crisis to justify outside intervention against the Republic of Serbia.

For the pope to give this man a medal and what is described below as an "official" reception, as if Rugova were a head of state, supports my charge that the vatican was one of the 'outside powers' promoting the destruction of Yugoslavia. In promoting Rugova, the vatican compounded the felony of its previous open leadership of and public support for the Croatian secessionists. This was nation wrecking on a grand scale, in grand violation of the Helsinki Final Act.

In a parallel development, even as the pope was awarding Rugova a medal for his contribution to the ongoing destruction of Yugoslavia, the vatican was applying maximum pressure on Israel to accept the Palestine Liberation Organization as a 'peace partner.'  And a year after the pope embraced Mr. Rugova, the PLO was invited to open a special office in the vatican. So much for the vatican's much vaunted disinterest in earthly affairs.
(Regarding vatican manipulation of the Arab-Israel dispute, see
"How the Vatican Legitimized the PLO and Coerced Israel to Recognize it," The Emperor's New Clothes, July 17, 2006, at
http://emperors-clothes.com/vatican/pressure.htm )

- Jared Israel 
Emperor's Clothes

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 II. Transcript of Ibrahim Rugova's News Conference in Albania after Meeting with Italian Leaders and the Pope

BBC Summary of World Broadcasts, March 15, 1993, Monday, Part 2 Eastern Europe; C.1 SPECIAL SUPPLEMENT; OTHER REPORTS ON FEDERAL AFFAIRS; EE/1637/C1; , 1532 words, (c) Albanian Radio, Tirana 1830 gmt 12 Mar 93 

Text of recording of news conference by Rugova in Tirana on 12th March

[Announcer] President of the Republic of Kosovo Dr Ibrahim Rugova ended his visit in Italy. On his way back to Pristina, he made a short stopover in Tirana. On this occasion, Dr Rugova held a news conference at Rinas Airport with reporters of radio television, ATA and other press organisations, which you will hear now:

[Reporter] Mr President, will you give us a short summary of your recent activity concerning the main problems occurring in Kosovo?

[Rugova] We all know that the situation in Kosovo is very difficult, serious and dangerous. I recently paid a visit to Italy. It was a very successful visit. These are the first contacts at the highest level established between Kosovo and Italy. What was most important during my whole visit was the meeting with the Holy Father Pope John Paul II. The environment was official and special. Of course, I held other meetings with Italian Prime Minister Amato, Foreign Minister Emilio Colombo and the chairman of the foreign policy commission of the Italian Parliament Antonio Carrillo. In all the talks with the Italian officials, we discussed the question of establishing co-operation between Kosovo and Italy. We presented our demands that UN troops be stationed in Kosovo and investigate the possibility of establishing a protectorate over Kosovo. Another topic was the question of humanitarian aid at these moments. It is important that humanitarian aid enter Kosovo legally, because so far nothing is allowed to enter Kosovo legally. I can say that the Italian side supports Kosovo on many topics. It is particularly interested in preventing a conflict in Kosovo and will do its utmost to see that the Kosovo question is presented at an international level, that is, in the European and international institutions. I can say that Italy is among the first EC countries that has given an opportunity to Kosovo and to me to meet the prime minister of an EC country, Mr Amato. I am saying once again and I want to particularly stress the reception provided to me by the Holy Father. We talked about many topics involving Kosovo and the Albanian question. He showed understanding about the Kosovo issue and the Albanian question. We also talked about the visit that the Holy Father will soon make to Albania. Many Kosovars and Kosovo representatives will participate in this. Thank you.

[Reporter] Mr President, we are talking about your visit and the talks you held with the Holy Father. As we have been informed, the Holy Father is particularly interested in the harmony among religions in Albania. Especially in this situation of the democratic processes, is the motto of the Renaissance leaders that the religion of an Albanian is Albanian nationalism still necessary, and is it guidance for the Albanians?

[Rugova] Of course, this is true. We talked about the religious question of Albanians. It is clear that the Albanians have religious tendencies and have a great harmony and tolerance that is historically inherited. We should further cultivate this at these moments when religion is again free in Albania after a very long time. In Kosovo, this is being developed in a more gradual way. On this occasion, the contribution by the justice and peace French association of Catholics called (?Friday) that visited Kosovo some time ago should also be stressed. They assessed the relations between two Albanian religions, the Muslims and the Catholics, as being at the highest level, stressing, as you mentioned our Renaissance leaders, that we are brothers of the same flesh and blood and should allow a great tolerance and not induce tensions that have never separated but only united the Albanians.

[Reporter] Excuse me, as we are speaking about your talks with the Pope, can you tell us what was the Pope's message concerning the question of the Kosovo people and the Albanians living in their ethnic territories in former Yugoslavia, and especially on the conflict that is possible to spread there?

[Rugova] The Holy Father himself is interested in preventing something bad from happening in Kosovo. His message was that the question of Kosovo and other Albanian territories will be supported. Of course, the Holy Father has a great deal of knowledge about Albanians.

[Reporter] What is your opinion about the new initiative by Mitterrand?

[Rugova] It seems that it is a question that all efforts should be made to achieve something, perhaps through talks or something else. The last diplomatic talks that are being held will perhaps give hope to this. [Reporter] Do you have any hope? [Rugova] All means should be attempted for a solution.

[Reporter] Your visit to Italy immediately followed your meetings in France and the United States. In the United States you revealed for the first time a 10-point plan for a perfect solution to the Kosovo question. Do you think that this official tour of yours as head of state has given new dimensions to the question of Kosovo at an international level?

[Rugova] Of course, the question of Kosovo has been raised to a higher level, and with this visit and other contacts I hope that many of our demands will be examined and specific steps will be taken in Kosovo.

[Reporter] You participated in the conference held at the Carter Centre in Atlanta, Georgia. Was the Kosovo issue treated as a national question or as a human rights issue?

[Rugova] Considering the many crises in the world today, [words indistinct] of the crisis were discussed in Atlanta, including here in Kosovo and Macedonia. In a special session, the Kosovo question was examined as a national, official and human rights question, all of these together. It is important that this question was discussed at the level of the Carter Centre, which is among the most internationally well-known institutions of this kind.

[Reporter] Can you tell us what the present stance of Italy on Kosovo is after the talks you held with Italian Prime Minister Amato?

[Rugova] If you want me to say it concisely, it is positive. It is true that in Italy we had some contacts at other levels. Of course, the further integration of Albania into the international scene and the good relations that have been established between Albania and Italy have helped create a better understanding for the question of Kosovo.

[Reporter] I have another question. Will the Arbereshi [Albanians living in Calabria, Italy] element living there, making up a relative majority of the people, help the question of Kosovo to be well and fairly understood by the Italian political circles themselves?

[Rugova] This element can help even more. The Arbereshi people have contributed for many years, since 1981, on the question of Kosovo through their channels, people and rallies. Kosovo and Albania should better consider this aspect, to organise the Arbereshi people and further involve the well-known Arbereshi people who are living in Rome and elsewhere in Italy.

[Reporter] Did you talk in Italy about the problem of the deployment of UN and NATO peace-keeping forces in Kosovo to prevent the conflict, and what is the Italian position on this?

[Rugova] We talked about this question, and I hope that it will soon be examined.

[Reporter] How do you consider the pledge of the Albanian diplomacy on this?

[Rugova] Fortunately, I have repeated this several times, and I am saying it again now that the Albanian diplomacy is the new Albanian diplomacy that is closely involved in this. Of course, it is studying all opportunities it has at its disposal on the Kosovo question even through its own representatives. They are giving us Kosovars chances to have contacts in the world. It is important that among the first to be involved, Albania, as a state, has the right to establish and present this question as it is at the highest levels of the European institutions. We are never satisfied or rather self-satisfied with what we are doing. We will do more [words indistinct].

[Reporter] At the moment you came here, a part of the Albanian opposition represented in the parliament requested by a motion that the government present its resignation. How do you assess this?

[Rugova] Honestly, I think that we should give a government created some time ago a chance to function. So far it has proved itself as a government that has made good steps. The assessments by the competent international institutions are positive. If we want to become accustomed to a non-realistic life, with many parties and parliament, the people may ask the government to resign, but this should be done with strong reason. It is necessary that a pure opposition should understand the important moments for the nation and state at a certain time. That is why I appeal that every opposition should operate through reasonable arguments. Of course, at these important moments we often talk without arguments on the national question and other issues, but we should always work specifically, as the national question is very specific, and in certain situations we should maintain reasonable attitudes, that is, reasonable solutions.

(C) 1993 BBC * Posted for Fair Use Only

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III. Rugova Discusses Kosovo Issues With Italian Leaders And Pope

BBC Summary of World Broadcasts, March 15, 1993, Monday, Part 2 Eastern Europe; C.1 SPECIAL SUPPLEMENT; OTHER REPORTS ON FEDERAL AFFAIRS; EE/1637/C1; , 282 words, (a) Albanian Telegraph Agency in English 0923 gmt 13 Mar 93

Text of report datelined Tirana, 13th March

President [sic! - should be: racist, secessionist leader - J.I.] Rugova met with Pope John Paul II, who concerned himself in [sic] Kosovo and the Albanians. His Holiness also spoke of his coming visit to Albania. He gave Dr Rugova a medal, whereas the latter presented His Holiness with a memorial on the Albanian question.

After the meeting, Dr Rugova stated that Pope John Paul II was well informed of the situation in Kosovo and the Albanian question.

In the context of his visit to Italy, Mr Rugova met in Rome with the Premier of Italy Amato. In their cordial conversation they expressed understanding on Kosovo's question and devoted special attention to preventing the conflict extend to Kosovo [sic! should be ‘expanding in Kosovo’ – J.I.]. Dr Rugova demanded from the Italian Premier the international community's intervention and Italy's support to install peace-keeping forces in Kosovo as the first step to stabilise the situation and begin solving the question of Kosovo. Dr Rugova pointed to the grave social problems in Kosovo and demanded humanitarian aid from the Italian Government. Premier Amato said that his government will make greater efforts to internationalise Kosovo's question and send humanitarian aid to Kosovo. 

In the Italian Parliament, President Rugova met with Antonio Carrillo, chairman of the Italian Parliament's foreign policy commission. In this meeting they discussed the situation in the Balkan region and the situation in Kosovo due to the Serbia's policy of aggression. Dr Rugova presented his 10-point peaceful plan for solving the question of Kosovo and demanded understanding and aid from the Italian Parliament. Mr Carrillo expressed readiness to better engage in solving the problem of Kosovo.

(C) 1993 BBC * Posted for Fair Use Only



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IV.



Phony Kosovo 'Independence'

by Jared Israel

(A shorter version of this article was posted on Feb. 26, 2008 on Arutz Sheva)

[Feb. 29, 2008]

[Note: For mailing purposes we have not used diacritics (accents) for Serbian and Albanian names. For a list of affected words, with explanations, see footnote [12]. This article is posted with diacritics at http://tenc.net/phony.htm ]
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We are inundated with misinformation about Kosovo 'independence.' Case in point: "Kosovo Declares its Independence from Serbia," in the February 18th New York Times.
[1]  It should have a warning label: 'This article is harmful to the truth.'

The Times says Kosovo Albanians had "a long and bloody struggle for national self-determination," suggesting a people distinct from Albanians in Albania, acting independently. But the Times also describes Kosovo Albanians celebrating by waving not 'Kosovar,' but U.S. and Albanian flags: 

"The distinctive two-headed eagle of the red and black Albanian flag, reviled by Serbs, was everywhere Sunday, held by revelers, draped on horses, flapping out of car windows and hanging outside homes and storefronts across the territory."
-- See footnote
[1]

This supports the charge that 'independence' is part of a U.S. (and German and Vatican) strategy of absorbing Serbia's province of Kosovo into a Greater Albania that previously existed only under WWII Axis patronage. [2]

The Times says the Kosovo declaration of so-called independence is a response to a history of abuse of Kosovo Albanians, for example suppression of the Albanian language, by the Serbs. According to the Times:

"In the 1980s, Mr. Milosevic used Serbs' enormous sense of grievance that their ancestral heartland was now dominated by Muslim Albanians to come to power in Serbia."
-- See footnote
[1]

So, according to the Times, Serbs were stirred by nationalism compounded by religious jealousy.

This is wrong on two counts. First, Kosovo's constitutional status was changed in 1989 as part of an effort to curb long-ignored anti-Serb violence and fascist-led political separatism, not cultural autonomy. There was no repression of the Albanian language.
[3]

Second, regarding Islam, I have posted thirteen articles on Kosovo that the New York Times published between 1981 and 1987, describing problems leading up to the 1989 constitutional change. [4]

Searching these articles one finds no mention of Serbs being upset because their "ancestral heartland was now dominated by Muslim Albanians." Indeed, one can find no mention at all of the words 'Muslim' or 'Islam.' [5]  But one does find the relevant use of words such as 'rape' five times; 'murder' thrice; 'vandalize' once; 'mutilate' once, 'kill' twice; 'attack' on people or property five times; 'knifed' once; 'burn' twice; 'damage' five times; 'poison' twice; "splashed gasoline in the face" once; and 'harass' once, concerning Serbs who "have been harassed by Albanians and have packed up and left the region." In every case the Times was reporting terror by secessionist-organized Albanians against Serbs.

'Drive' appears three times, concerning not cars but Serbian fears that Albanian fascists were trying to drive them out of Kosovo. Now what could have made the Serbs think that?

The ugly term "ethnically clean" first appears in a 1982 New York Times article describing not some Serbian repression of Albanians, but the Albanian secessionist program of eliminating Serbs from Kosovo in order:

"to establish what they call an ethnically clean Albanian republic and then the merger with Albania to form a greater Albania." [6]

In modifying Kosovo autonomy in 1989, the Republic of Serbia was not repressing Islam; it was belatedly resisting a) racist violence against Serbs and b) an attempt to destroy Yugoslavia.

As for the secessionist apparatus, if, since the 1980s, it has been indoctrinating Albanians in hatred of Christianity and inciting violence on that basis, why has it left Catholic churches alone while destroying scores of Serbian Orthodox churches? Why has it never harassed Catholics as Catholics, while attacking anti-racist Albanians, whether Muslim, Catholic or atheist, just as it attacks Serbs?

[Excerpt from interview with Agim K. starts here]

[Note from Jared Israel: 'UCK' stands for Ushtria Clirimtare e Kosoves. In English: Kosovo Liberation Army or KLA - J.I.]

"The threats started again in July, I think. First only by telephone; later they began to come to our house, at night - four or five people usually, sometimes more, in UCK uniforms. They had guns, knives. First they wanted me to work for them; I am an engineer and they needed qualified people. They wanted me to make diversions on power stations and phone lines. I refused. Then they started to break in our house several times a week, to beat us up: me, my father. My mother and younger sisters had to watch them do it, at gun point.  We had no more sleep at night. This was a thousand times worse than anything Serbs did, or didn't do, or could have done: our own people were torturing us because we wouldn't be cut-throats."

-- Agim K., an Albanian whose family fled Kosovo after refusing to assist in anti-Serb violence. [7]

[Excerpt from interview with Agim K. ends here]

If Kosovo is a battleground of Christianity vs. Islam, why in 1993 did Pope John Paul II - was he a Muslim? - give Kosovo Albanian secessionist leader Ibrahim Rugova an audience and a medal? [8]  The pope's message was clear: the Vatican backed secession. This had a big effect on Catholic Europe, just like the pope's endorsement of Yasser Arafat. (The PLO got its own office in the Vatican in 1994!) [9]  But it also politically strengthened the secessionists among Albanians, since everyone knows the pope spells power.

A related myth, generally pushed in the Western media, although not in this particular Times article, is that, motivated by mythical anti-Muslim hate, Serbs drove Albanians from Kosovo in 1999, thus provoking NATO bombing.

But a) Albanian flight began a week after the onset of NATO bombing, so how could it have caused it? And b) Albanian flight was staged by the NATO-controlled Kosovo Liberation Army (KLA) to mislead Western audiences; staged, as we shall see, through calculated terror. The Yugoslav army tried to organize Albanians to stay in Kosovo and fight the KLA, but the KLA strategy of terror prevailed, and so the pro-NATO media was able to broadcast TV images, falsely presented as Albanians fleeing Serbian violence.

In 1999 and 2000 my website interviewed Cedomir Prlincevic, president of the Jewish community and chief archivist in Pristina, capital of Kosovo province.

In the first interview,
[10] Mr. Prlincevic described how, after the victory of NATO's 1999 bombing war against Yugoslavia, the KLA marched into Kosovo alongside KFOR. (KFOR stands for 'Kosovo Force,' NATO's name for its troops in Kosovo.)

KFOR watched and refused to intervene as the KLA attacked Yugoslav loyalists (Serb, Albanian, Roma, Jewish and Slavic Muslim) in Pristina. Mr. Prlincevic described how terrorists invaded the section of Pristina where he lived, killing some people and driving 30,000 from their homes, including Albanians loyal to Yugoslavia. Here is an excerpt:

[Excerpt from first Prlincevic interview starts here]

Jared Israel: Did you try to go to KFOR?

Cedomir Prlincevic: KFOR was in my house when they came there.

Israel: What?

Prlincevic: When the Albanians started to destroy apartments, someone called KFOR and a KFOR officer came inside the house; he was there with his squad. There was a whole bunch [of terrorists - J.I.] going up and down the stairs, a 24 hours pressure of people going up and down the stairs, banging, entering, demolishing. They break down the door and pour in tear gas in some places; and they were robbing -

Israel: Excuse me?

Prlincevic: Robbing, robbing.

Israel: Now, you said the KFOR men were there? Did they actually witness it?

Prlincevic: Yes.

Israel: What did they say?

Prlincevic: They didn't react at all. They didn't protect anybody.

Israel: For God's sake, what did they say?

Prlincevic: They said it is for the civil authorities to regulate the problem. They were only concerned with killings.

Israel: Who were the civil authorities?

Prlincevic: They were not formed yet. There were none.

Israel: How did you know whether you were going to get murdered when someone banged down the door? I guess after you were murdered, you would know?

Prlincevic: Yes. They were just there to draw up documents if you were murdered.

-- See footnote [10]

[Excerpt from first Prlincevic interview ends here]

Obviously, the KLA was a NATO proxy force whose job was to do the dirty work, following which Western officials could lament the understandable excesses of Albanian 'revenge.'

In the second interview,
[11] Mr. Prlincevic explained that before NATO bombed Serbia in 1999, it reorganized the KLA - one of whose top leaders, Hashim Thaci, now heads the so-called 'Kosovo government' - under NATO command.

I asked Mr. Prlincevic whether ethnic Albanians in Pristina, an intellectual center, were pro-KLA when NATO bombed.

Here is his reply, shortened:

[Excerpt from second Prlincevic interview starts here]

Cedomir Prlincevic: Not at first, but later even in Pristina the Albanians were sucked into the secessionist camp. This could happen because of certain cultural traits, deeply rooted in their history. An example: my Albanian neighbor was a professor, very much integrated into Yugoslav life. Without warning he packed up and started to leave Kosovo. I said, "Why are you leaving, neighbor?" He said, "I have to." I said, "Why? We're safe here. Nobody's bothering you." And he said, "I was ordered to leave."

Jared Israel: Who ordered him to leave?

Prlincevic: The leader of his clan. [Note: Earlier in the interview, Mr. Prlincevic explained that Kosovo Albanian culture has clans with powerful leaders.]

Israel: Why?

Prlincevic: To prove obedience to the KLA. This was the KLA's national plan. All loyal Albanians were to leave during the bombing and go to Albania or Macedonia to show the world how terrible the Serbs were; this exodus was staged; it was a performance, Hollywood in Kosovo. What is Hollywood without actors? A large number of Albanians had to perform, had to actually leave Kosovo. This was not so different from what they had been doing for ten years, you see, pretending they had been locked out of the schools when actually it was an organized boycott, and so on.

Moreover, once they were in the refugee camps, the Albanians would be under the direct leadership of the KLA, which could intensively indoctrinate them.

Israel: But why would his clan leader agree to this crazy plan?

Prlincevic: You think it was crazy? This gets us to the heart of the matter. Between the attacks from the KLA on Albanians who cooperated with the Yugoslav government and the continuous bombing by NATO, especially of Albanians who disobeyed the KLA, the KLA had gotten their message across to the clan leaders. So now the clan leaders ordered their people to pack up and leave.

Israel: During the bombing, NATO said the Albanians were fleeing atrocities. Western opponents of NATO said they were fleeing the bombing. But you're saying we were wrong.

Prlincevic: The bombing isn't a sufficient explanation. If they were just fleeing bombs, why did they have to go to Albania and Macedonia? Why not inner Serbia?

But the bombing did play an important role. The KLA served as [plane] spotters; they could direct NATO [bombing raid] attacks against hostile Albanians [that is, who were resisting the KLA orders to leave or who were going to inner Serbia or returning home - JI] and this confirmed for the clan leaders that the KLA had serious power. It was psychological warfare, intended to reinforce the psychological crisis among Albanians, a crisis rooted in fear.

The KLA and NATO were telling Albanians: NATO supports the KLA. After NATO takes over, the KLA will be in charge and if you don't leave now you will be in big trouble later. There will be no safe refuge.

That's what I meant when I said you need to know something about Albanian culture in order to understand why Albanians left. You have to know about blood feud. One book has a great hold over Albanians. It's called the Canon of Leke Dukagjinii. It's a 15th-century text. It goes into great detail on how to carry out blood feuds, when and whom it is proper to kill. Rules and regulations.

This is an intensely tradition-oriented culture. Blood feud is a constant threat for Albanians. Thousands in Albania and Kosovo cannot leave their houses because they are being hunted. It is for this reason that Kosovo Albanian
houses are often built surrounded by high walls and with gun slits instead of windows.

By methodically killing those who refused to support them, the KLA was striking a deep fear among Albanians: the refusal of one clan member to obey could lead to revenge against his entire clan. And now the KLA had NATO bombers to enforce blood feud.

-- See footnote [11]

[Excerpt from second Prlincevic interview ends here]

My conclusion? The first target of Western-fostered Kosovo "independence" has been Albanians independent of racism.

-- Jared Israel
Editor, Emperor's Clothes


Footnotes

[1] "Kosovo Declares Its Independence From Serbia,"
by Dan Bilefsky, Warren Hoge, C. J. Chivers and Nicholas Kulish, The New York Times, February 18, 2008

[2] See, "The roots of Kosovo fascism," by George Thompson, The Emperor's New Clothes, February 19, 2000, at http://tenc.net/articles/thompson/rootsof.htm

[3] Regarding the change in Kosovo's constitutional status in 1989, see "The Other Side of the Story,"
by Dusan Vilic and Bosko Todorovic, The Emperor's New Clothes, February 16, 2002, at
http://emperors-clothes.com/book/other.htm#3  and http://emperors-clothes.com/book/other.htm#11

[4] See "Thirteen NY Times Articles on Kosovo, from 1981 to 1987," The Emperor's New Clothes, February 26, 2008, at http://emperors-clothes.com/a/13.htm

[5] As I stated, if one does a word search on the page where the New York Times articles are posted
http://emperors-clothes.com/a/13.htm
one will not find the words 'Muslim' or 'Islam.' The word 'Moslem' (spelled with an 'o' rather than a 'u') does appear once, but that is regarding a Muslim clan which was entrusted with protecting the Serbian Orthodox Patriarchate of Pec. See "Sacred Serbian Site Damaged By Blaze," by Marvine Howe, The New York Times, April 21, 1981, at
http://emperors-clothes.com/a/13.htm#2 

If the Times has discovered that its reporting from 1981 to 1987 on Kosovo was wrong, let it say so and say why. By failing to refute its earlier reporting - indeed, by failing even to mention that at the time it attributed Kosovo's problems to systematic anti-Serb violence - the Times lends credibility to my charge that the 'Serbian religious jealousy' explanation was invented to provide a plausible reason for Serbs to have supposedly abused Albanians.

[6] See "Exodus of Serbians Stirs Province in Yugoslavia," by Marvine Howe, The New York Times, July 12, 1982, at
http://emperors-clothes.com/a/13.htm#7

The phrase "ethnically clean" appears in the article at
http://emperors-clothes.com/a/13.htm#clean

[7] "An Albanian Tragedy: A stranger in Belgrade. Interview with Agim K."
Interviewed by Tanya Djurovic, The Emperor's New Clothes, March 6, 2000, at
http://www.tenc.net/interviews/albanian.htm

[8] See "In 1993, the Pope Openly Embraced Kosovo  Secession ," The Emperor's New Clothes, February 26, 2008, at http://emperors-clothes.com/medal.htm

[9] See "How the Vatican Legitimized the PLO and Coerced Israel to Recognize it," The Emperor's New Clothes, July 17, 2006, at
http://emperors-clothes.com/vatican/pressure.htm#VII

[10] "Driven from Kosovo!" Interview with Cedomir Prlincevic, Chief Archivist and leader of the Jewish Community in Pristina, capital of Kosovo province (Serbia).
Interviewed by Jared Israel and Nancy Gust, The Emperor's New Clothes, September 9, 1999, at
http://emperors-clothes.com/interviews/prlincevic.htm

[11] "Why Albanians Fled Kosovo During the 1999 NATO Bombing - Interview with Cedomir Prlincevic," interviewed by Jared Israel, The Emperor's New Clothes, December 3, 2000, at http://emperors-clothes.com/interviews/keys.htm

[12] Serbo-Croatian and Albanian have diacritics (accent marks), which are not present in English, and which some email services cannot decipher.
In emailing this article we have therefore decided to remove all diacritics. The affected words are listed below, with explanations. (The present article is posted with diacritics at http://tenc.net/phony.htm )

- 'Cedomir' has a caron (an inverted circumflex accent mark, i.e., a wedge) on 'C'

- 'Clirimtare' has a cedilla (a hook sign) under 'C'

- 'Kosoves' is written with a diaeresis (a pair of dots) on 'e'

- 'Leke' has a diaeresis on the second 'e'

- 'Pec' has an acute accent on 'c'

- 'Pristina' has a caron on 's'

- 'Prlincevic' is written with a caron on the first 'c' and an acute accent on the second 'c'

- 'Thaci,' and 'UCK' have a cedilla under 'c'

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Further Reading

A partial collection of Emperor's Clothes articles on Kosovo is posted at http://emperors-clothes.com/yugo.htm

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Please send this link to a friend. You may post any TENC article on the internet as long as you credit TENC and the author(s).
http://emperors-clothes.com/phony.htm




#1552 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 8 Mar 2008 2:19 pm
Oggetto: D. Johnstone : Kosovo, Colonie de l’Otan dans le N.O.M.
jugocoord
Invia email Invia email
 
(the original text, in english:
Independence in the Brave New World Order. NATO's Kosovo Colony
By DIANA JOHNSTONE - February 18, 2008



Quand les médias oublient complètement ce qu'ils avaient dit du Kosovo

Diana Johnstone

 
Titre original : Le Kosovo : une Colonie de l’Otan dans le Nouvel Ordre Mondial 


On se croirait dans le Meilleur des mondes. La machine de propagande occidentale a tourné à plein rendement pour célébrer le dernier miracle de l'Otan : la transformation du Kosovo serbe en Kosova albanais.
 
Par le pouvoir des médias, le fait que les États-Unis se sont emparés sans vergogne d’un territoire d'importance stratégique qui ne leur appartient pas, pour y installer une base militaire gigantesque (Camp Bondsteel), a été transformé en une édifiante légende de « libération nationale ». 

Pour les rares infortunés qui connaissent la vérité – compliquée – sur le Kosovo, ce sont les mots d'Aldous Huxley qui semblent convenir le mieux : « Tu connaîtras la vérité et la vérité te rendra fou. » 

À propos du Kosovo, la vérité ressemble à des lettres écrites dans le sable au fur et à mesure que le tusnami de la propagande arrive en rugissant. La vérité est disponible – par exemple, dans l'article instructif de George Szamuely publié récemment ici, dans CounterPunch. Des fragments de la vérité apparaissent parfois dans les grands médias, surtout dans des lettres de lecteurs. Mais aussi dénuée d'espoir que soit toute tentative de s'y opposer, permettez-moi néanmoins d'examiner une seule goutte de cette irrésistible marée de propagande : une chronique signée Roger Cohen, intitulée « Un nouvel État en Europe » et publiée le jour de la Saint-Valentin dans l'International Herald Tribune. 

L'édito de Cohen est assez typique de la façon cavalière dont on traite Milosevic, la Russie et les Serbes. Cohen écrit : « Slobodan Milosevic, le dictateur disparu, a mis en mouvement la marée nationaliste et meurtrière de la Serbie le 24 avril 1987, lorsqu'il s'est rendu au Kosovo pour déclarer que 'les ancêtres des Serbes seraient humiliés' si les Albanais ethniques obtenaient gain de cause. » 

Je ne sais pas où Roger Cohen est allé pêcher cette citation, mais on ne peut la retrouver dans le discours que Milosevic prononça ce jour-là au Kosovo. Et il est certain que Milosevic ne se rendit pas au Kosovo pour y tenir de tels propos, mais bien pour consulter les officiels de la Ligue communiste locale de la ville de Kosovo Polje au sujet des graves problèmes économiques et sociaux qui touchaient la province. Outre la pauvreté chronique de la province, le chômage et la gestion déplorable des fonds de développement fournis par le reste de la Yougoslavie, le principal problème social consistait en l'exode permanent d'habitants serbes et monténégrins sous la pression des Albanais ethniques. À l'époque, il fut fait état de ce problème dans les principaux médias occidentaux. 

Par exemple, aussi loin que le 12 juillet 1982, Marvine Howe écrivait dans le New York Times que des Serbes quittaient le Kosovo par dizaines de milliers en raison de discriminations et d'intimidations de la part des Albanais ethniques, qui étaient majoritaires : 

« Les nationalistes [albanais] ont une plate-forme en deux points », affirme Beci Hoti, un secrétaire exécutif du parti communiste du Kosovo, « d'abord, établir ce qu'ils appellent une république albanaise ethniquement pure et, ensuite, fusionner avec l'Albanie afin de constituer une Albanie plus grande. » 

Monsieur Hoti, un Albanais, exprimait des inquiétudes à propos des pressions politiques forçant des Serbes à quitter le Kosovo. « Ce qui importe aujourd'hui », disait-il, « c'est d'établir un climat de sécurité et de créer la confiance. » 

Et, sept mois après la visite de Milosevic au Kosovo, David Binder rapportait à son tour dans le New York Times (1er novembre 1987) : 

« Les Albanais ethniques au sein du gouvernement [du Kosovo] ont manipulé les fonds publics et les réglementations pour reprendre des terres appartenant à des Serbes. Des églises orthodoxes slaves ont été attaquées et des drapeaux ont été jetés par terre et déchirés. Des puits ont été empoisonnés, des récoltes incendiées. Des adolescents slaves ont été poignardés et certains jeunes Albanais ethniques ont été encouragés par leurs aînés à violer des jeunes filles serbes. 

« Le but des nationalistes radicaux parmi ces Albanais ethniques, déclara l'un deux lors d'une interview, est 'une Albanie ethnique comprenant la Macédoine occidentale, le Monténégro méridional, une partie de la Serbie méridionale, le Kosovo et l'Albanie même'. 

« Au fur et à mesure que les Slaves fuient les violences prolongées, le Kosovo se mue en ce que les nationalistes albanais ethniques réclament depuis des années et, avec une insistance particulière, depuis 1981 et l'émeute sanglante déclenchée par les Albanais ethniques à Pristina – une région albanaise 'ethniquement pure'. » 

Ce fut en fait le premier exemple de « purification ethnique » dans la Yougoslavie d'après la Seconde Guerre mondiale. C'est en tant que telle que la chose fut présentée dans le New York Times et d'autres médias occidentaux et les victimes en furent les Serbes. Le culte du « souvenir » est devenu une religion contemporaine mais certains souvenirs sont plus égaux que d'autres. Dans les années 1990, il est évident que le New York Times oublia complètement ce qu'il avait dit du Kosovo dans les années 1980. Pourquoi ? Peut-être parce que, dans l'intervalle, le bloc soviétique s'était effondré et que l'unité de la Yougoslavie indépendante et non alignée ne correspondait plus aux intérêts stratégiques des États-Unis. 

Revenons à la présence de Milosevic à Kosovo Polje, le 24 avril 1987. Un incident se produisit lorsque la police locale (sous le gouvernement de la Ligue communiste, dominée par les Albanais) attaqua des Serbes qui s'étaient rassemblés afin de protester contre l'absence de protection légale. La phrase spontanée de Milosevic devint célèbre : « Personne ne devrait plus vous battre ! » S'il s'agit là de « nationalisme extrême », il devrait peut-être y en avoir davantage. 

Mais nulle part je ne retrouve la trace des propos prêtés à Milosevic par Cohen. Dans son discours aux délégués locaux du parti qui suivit – et qui est disponible au public – Milosevic fit allusion à cet « incident regrettable » et promit une enquête. Il poursuivit en insistant sur le fait que « nous ne devrions pas permettre que les malheurs des gens soient exploités par des nationalistes que toute personne honnête est censée combattre. Nous ne devons pas diviser les gens en Serbes et en Albanais mais nous devrions plutôt séparer, d'une part, les personnes décentes qui luttent pour la fraternité, l'unité et l'égalité ethnique et, d'autre part, les contre-révolutionnaires et les nationalistes ». 

Je me tourne une fois de plus vers Aldous Huxley : « Les faits ne cessent d'exister parce qu'on les ignore. » 

Mais Huxley dit également : « Grande est la vérité mais, d'un point de vue pratique, plus grand encore est le silence à propos de la vérité. Simplement par le fait de ne pas mentionner certains sujets (…), les propagandistes totalitaires ont influencé l'opinion bien plus efficacement qu'ils n'auraient pu le faire en recourant aux dénonciations les plus éloquentes. » 

Le 12 février, à Genève, le ministre russe des Affaires étrangères, Sergueï Lavrov, a tenté de transmettre aux journalistes ses graves inquiétudes à propos de la façon dont les États-Unis traitaient le problème du Kosovo. 

« Nous parlons ici de la subversion à l'encontre de tous les fondements et principes des lois internationales qui, en tant que piliers de l'existence de l'Europe, ont été obtenues et instaurées au prix d'énormes efforts et dans la douleur, le sacrifice et le sang », a dit le ministre russe. 

« Personne ne peut proposer de plan précis ou d'action dans le cas d'une réaction en chaîne [celles des futures déclarations d'indépendance unilatérale]. Il s'avère qu'ils [les États-Unis et leurs alliés de l'Otan] ont l'intention d'agir d’une façon désinvolte dans une question d'une importance primordiale. C'est tout simplement inadmissible et irresponsable », a déclaré le diplomate russe. « Sincèrement, je ne parviens pas à comprendre les principes qui guident nos collègues américains, ni ces Européens qui ont adopté cette position », a-t-il encore ajouté. 

Roger Cohen évacue de telles considérations en quelques mots : « L'ours russe va gronder. » 

La Russie, ajoute-t-il, « va pousser les hauts cris. Mais elle a misé sur le mauvais cheval. » Il n'y a pas de questions graves, ici, pas de principes. Rien que des grondements et le jeu. « Milosevic a jeté les dés du nationalisme génocidaire et il a perdu », écrit Cohen. 

Cette affirmation n'est pas seulement fausse, c’est une métaphore grotesque. Milosevic a tenté de supprimer un mouvement sécessionniste armé, soutenu en secret mais de façon efficace par l'Albanie voisine, les États-Unis et l'Allemagne, qui a délibérément provoqué la répression en assassinant et des Serbes et des Albanais fidèles au gouvernement. À l'instar des Américains dans pareilles circonstances, Milosevic s’est trop fié à la supériorité militaire en négligeant la finesse politique. Mais même le Tribunal pénal international de la Haye pour l'ancienne Yougoslavie, sponsorisé par l'Otan, a dû abandonner toutes les accusations de « génocide » contre Milosevic au Kosovo, pour la simple raison qu'il n'y a jamais eu l'ombre d'une preuve pour étayer ce genre d'accusations. 

Milosevic n'est plus de ce monde et la Russie est très éloignée. Mais que dire des Serbes qui vivent toujours dans la partie historique de la Serbie appelée Kosovo ? Cohen se charge de ce problème en quelques mots : « Bon nombre des 120.000 Serbes au Kosovo peuvent plier bagages. » 

Comme le faisait remarquer Aldous Huxley, « le but du propagandiste est de faire oublier à un groupe de personnes que certains autres groupes de personnes sont des êtres humains ». 

Et, après cela, vous pouvez leur dire de plier bagages. 

Un cas « unique » 

La Russie a mis en garde contre le fait que l'indépendance du Kosovo allait créer un précédent dangereux en encourageant d'autres minorités ethniques à suivre l'exemple des Albanais et à réclamer la sécession et un État indépendant. Les États-Unis ont fait fi de ces inquiétudes en affirmant tout net que le Kosovo était un cas « unique ». Eh bien, oui, le Kosovo est un cas unique et c'est même le seul reconnu par les États-Unis, jusqu'au moment où le prochain « cas unique » se présentera. Lorsqu'on a mis au rebut les critères du droit international, on n'est plus confronté qu'à des « cas uniques », les uns après les autres. 

Cette « unicité » mise en exergue par les États-Unis n'est rien d'autre qu'un montage de propagande. Elle repose sur la prétendue « unicité » de la répression par Milosevic du mouvement sécessionniste armé qui, en fait, n'avait absolument rien d'unique. Il s'agissait de la procédure à suivre habituelle tout au long de l'histoire et partout dans le monde, dans de telles circonstances. Déplorable, certes, mais pas unique. Elle fut même mineure si on la compare aux opérations de contre-insurrection interminables et bien plus sanglantes poursuivies en Colombie, au Sri Lanka et en Tchétchénie, sans parler de l'Irlande du Nord, de la Thaïlande ou des Philippines. Et, au contraire des opérations anti-insurrectionnelles en Iraq et en Afghanistan, qui tuent incomparablement plus de civils, elle a été menée par le gouvernement légal, démocratiquement élu du pays, et non par une puissance étrangère. 

Ce caractère « unique » est une abstraction de propagande. Comme tout endroit du monde, le Kosovo est en effet unique. Mais pour des raisons qui n'ont rien à voir avec le prétexte avancé par les Américains pour s'en emparer et le transformer en un poste avancé de l'Empire. 

Pour savoir ce qui rend un endroit unique, il faut s'y intéresser. 

Je ne me suis plus rendue au Kosovo depuis la guerre de l'Otan, en 1999. En une occasion, en août 1997, j'ai parcouru la province à mes propres frais, dans une Skoda défaillante, juste pour voir. Parcourir le Kosovo en voiture était quelque peu risqué, en partie à cause du nombre de chiens morts qui encombraient les routes et, surtout, à cause de la sale habitude des conducteurs locaux qui consistait à dépasser les véhicules plus lents dans les côtes et dans les virages. Dans le nord du Kosovo, juste à la sortie de la ville de Zubin Potok, cette manie se solda par l'une de ses inévitables conséquences : une collision frontale – avec des blessés graves – qui bloqua l'autoroute à deux bandes durant des heures pendant que les ambulances et la police tentaient de remédier à la situation. 

Dans l'impossibilité de poursuivre ma route vers Pristina, je retournai à Zubin Potok pour tuer le temps à la terrasse ombragée d'un restaurant du bord de route. J'étais la seule cliente et l'unique garçon, un grand et élégant jeune homme appelé Milomir, accepta avec plaisir mon invitation à s'asseoir et à bavarder pendant que je sirotais un verre après l'autre d'un délicieux jus de fraise. 
Milomir était heureux de bavarder avec quelqu'un qui connaissait bien la ville française de Metz, qu'il avait visitée lorsqu'il était étudiant et dont il se souvenait non sans tendresse. Il aimait lire et voyager mais, en 1991, il s'était marié et avait désormais deux petites filles à élever. Les perspectives d'emploi étaient restreintes, même s'il était allé à l'université, de sorte qu'il n'avait d'autre choix que de rester à Zubin Potok. Quant à l'Europe, même s'il parvenait à obtenir un visa (ce qui était de toute façon impossible pour les Serbes), il ne parlait pas de langue plus occidentale que sa langue maternelle, le serbo-croate. Il avait étudié le russe (il aimait la littérature russe) et l'albanais comme seules langues étrangères. Il avait étudié l'albanais afin d'être en mesure de communiquer avec la majorité des habitants du Kosovo. 

Mais cette communication était malaisée. Milomir était très partisan d'une société bilingue et estimait que tout le monde au Kosovo devait apprendre et le serbe et l'albanais, ce qui n'était pas le cas, malheureusement. La toute jeune génération des Albanais refusait d'apprendre le serbe, lui préférant l'anglais. 

La ville de Zubin Potok était située à proximité du barrage construit sur la rivière Ibar, à la fin des années 1970, afin de créer de l'énergie hydraulique. Je venais de Novi Pazar et j'avais longé le lac artificiel créé par le barrage et long de 35 km, en cherchant en vain un endroit agréable pour m'arrêter. Il me semblait qu’il aurait dû y avoir des villages le long de l'Ibar, avant la construction du barrage, et je demandai à Milomir des informations à ce sujet. Oui, me dit-il, le lac artificiel avait inondé une vingtaine d'anciens villages dont la population était ethniquement mélangée, mais à majorité serbe. Les autorités communistes albanaises de Pristina avaient réinstallé les Serbes en dehors du Kosovo, autour de la ville de Kraljevo. Ils étaient environ dix mille. 

Il s'agissait d'un petit exemple des mesures administratives prises pour réduire la population serbe durant la période d'avant Milosevic, lorsque les Albanais dirigeaient la province par le biais de la Ligue communiste locale. 

Milomir ne se plaignait pas mais répondait tout simplement à mes questions. Il ne se rendait pas trop souvent (en prenant le bus, puisqu'il n'avait pas de voiture) dans la ville importante la plus proche, Mitrovica, par crainte de se faire tabasser par des Albanais. Cela faisait tout simplement partie de l'existence, à une époque où, selon les médias occidentaux, les Albanais du Kosovo étaient terrorisés par la répression serbe. 

Alors que nous bavardions, un ami à lui se pointa et la conversation dévia sur la politique. Une campagne présidentielle était en cours. Les deux jeunes hommes voulurent savoir quel candidat j'estimais comme le meilleur pour la Serbie, aux yeux du monde. Milomir penchait pour Vuk Draskovic et son ami pour Vojislav Kostunica. Aucun n'aurait imaginé de voter pour Milosevic ou Seselj, le dirigeant nationaliste du Parti radical. 

Zubin Potok aujourd'hui 

Je n'ai aucune idée de ce que sont devenus Milomir, sa femme, ses deux filles ou encore son ami. Zubin Potok est la municipalité la plus à l'ouest du nord du Kosovo, à forte population serbe. Sur Internet, j'ai appris que la population de la municipalité de Zubin Potok (y compris les villages avoisinants) avait presque doublé depuis mon passage. Elle avoisine actuellement les 14.900 habitants, y compris les 3.000 Serbes déplacés internes (originaires d'autres régions du Kosovo, d'où la majorité albanaise les a chassés depuis l’arrivée de l’Otan), 220 réfugiés serbes provenant de Croatie et 800 Albanais. L'assemblée locale est dominée à une majorité écrasante par le Parti démocratique de Serbie, de Kostunica, mais elle comprend également deux représentants des Albanais du Kosovo. 

Jusqu'à présent, les écoles, les hôpitaux et les autres services publics, de même que l'économie locale, ont continué à fonctionner grâce en grande partie aux subsides de Belgrade. La déclaration albanaise de l'indépendance du Kosovo va créer une crise en exigeant qu'il soit mis un terme à l'octroi vital de ces subsides, bien qu'un « Kosovo indépendant » soit incapable de les remplacer. De plus, des groupes de nationalistes albanais déclarent que Zubin Potok « est albanais » et qu'il doit être « libéré des Serbes ». On peut les voir sur You Tube, utilisant la statue de la Liberté comme symbole et menaçant les Serbes dans des musiques de rap en albanais. 

L'Union européenne va intervenir pour apporter la loi et l'ordre. Mais l'« ordre » qu'elle prétend protéger est celui-là même que définissent les nationalistes albanais. Qu'est-ce que cela peut vouloir dire pour des gens comme Milomir et sa petite famille ? 

Pour Roger Cohen, la réponse est facile : « Pliez bagages ! » 

La Serbie, quoi qu'il en soit, héberge déjà le nombre le plus important de réfugiés en Europe, les victimes des « épurations ethniques » en Croatie et au Kosovo. Et les Serbes ne peuvent obtenir de visas ni de statuts de réfugiés en Europe occidentale. On les a étiquetés comme « mauvais sujets ». Seuls leurs ennemis peuvent être des « victimes ». 

Avant et après 

Avant la guerre et l'occupation par l'Otan, le Kosovo était pourtant une société multiethnique. L'accusation d'« apartheid » était tout simplement un élément de la propagande albanaise, puisque les dirigeants nationalistes albanais avaient choisi d'utiliser ce terme lourd de sens pour décrire leur propre boycott des Serbes et des institutions serbes. Toute action de la police contre un Albanais et pour quelque raison que ce fût, qu'il se fût agi d'une rébellion armée et d'un délit ordinaire, était décrite comme une « violation des droits de l'homme » par le réseau albanais des droits de l'homme, financé par le gouvernement des États-Unis. 

C'était une situation extraordinaire : les gouvernements serbe et yougoslave permettaient à un « gouvernement du Kosovo », séparatiste et illégal, dirigé par Ibrahim Rugova, de tenir boutique dans le centre de Pristina et de recevoir régulièrement des journalistes étrangers pour les régaler de racontars sur la façon dont le Kosovo était opprimé par ces horribles Serbes. 

Mais les lois étaient les mêmes pour tous les citoyens, il y avait des Albanais au sein du gouvernement local et dans la police et, s'il y avait des cas de brutalités policières (et dans quel pays n'y en a-t-il pas ?), les Albanais au moins n'avaient rien à craindre de leurs voisins serbes. 

Même à cette époque, c'étaient les Serbes qui avaient peur des Albanais. Il fallait être hors du Kosovo pour croire sérieusement que c'étaient les Albanais qui vivaient sous la menace d'une « épuration ethnique » (encore moins d'un « génocide »). Un tel projet était tout simplement et manifestement hors de propos. C'étaient les Serbes qui avaient peur, qui parlaient d'envoyer leurs gosses dans des endroits sûrs, en admettant qu'ils en eussent les moyens, ou qui envisageaient courageusement de rester, « quoi qu'il advînt ». 

Plus tard, en mars 1999, lorsque l'Otan se mit à bombarder le Kosovo, les Albanais fuirent par centaines de milliers et leur fuite temporaire du théâtre de la guerre fut présentée comme la justification des bombardements qui l'avaient provoquée. La presse ne se soucia pas le moins du monde de parler des Serbes et des autres qui avaient également fui les bombardements, à cette époque. 

Au Kosovo, en 1987, et en particulier à Pristina et Pec, j'observai un comportement de groupe curieux que je ne me souviens d'avoir vu que dans les cours de récréation des écoles du Maryland de mon enfance. Une bande de gosses se rassemblent et, à l'aide de signes divers et d'un minimum de mots, font savoir à d'autres, de l'extérieur, qu'ils sont exclus et méprisés. J'ai vu des Albanais agir de la sorte avec des Serbes isolés, et spécialement avec des femmes âgées. Cette variété de brimade se pratiquait sans violence, en 1987, mais ce ne fut plus le cas dès l'occupation du territoire par l'Otan. Elle fut encouragée lorsque l'Otan scella officiellement son approbation de la haine des Albanais à l'égard des Serbes, et cette officialisation, ce furent précisément les bombes de l'Otan qui la fournirent au printemps 1999. 

Bien sûr, il a dû y avoir des Serbes qui haïssaient les Albanais. Mais, dans mon expérience limitée et due au hasard, ce qui me frappa, ce fut l'absence de haine des Albanais chez les Serbes que je rencontrai. De la crainte, oui, mais pas de la haine. Et une bonne part de perplexité. Sœur Fotina, au monastère de Gracanica, avait une explication très chrétienne de la chose. Nous tentions d'aider les Albanais à s'occuper de leurs nombreux enfants, dit-elle, et pourtant ils se retournent contre nous. Ce doit être la manière dont Dieu nous punit pour nous être détournés du christianisme à l'époque du communisme, conclut-elle. Elle blâmait ses concitoyens serbes plutôt que les Albanais. 

Le châtiment divin ne s'est pas limité aux chrétiens, toutefois. Dans le coin le plus méridional du Kosovo vit une ancienne population appelée les Gorani (« les montagnards »), qui se sont convertis à l'islam sous l'Empire ottoman, comme la plupart des Albanais, d'ailleurs. Mais leur langue est serbe et, pour les Albanais, c'est inacceptable. Les estimations varient mais on est d'accord pour dire qu'au moins deux tiers des Gorani ont fui depuis la « libération » du Kosovo par l'Otan. Les pressions et les intimidations ont revêtu des formes diverses. Des Albanais se sont installés dans les maisons temporairement vacantes de Gorani qui se sont rendus en Autriche et en Allemagne afin de gagner l'argent qui assurerait leur retraite. Les autorités albanaises, protégées par l'Otan, ont inventé des moyens de priver les enfants gorani d'un enseignement en langue serbe. Dans la principale ville gorani de Dragash, une bande d'Albanais a attaqué le centre de soins de santé et a obligé les travailleurs médicaux à s'enfuir. Puis, le 5 janvier dernier, une puissante explosion a détruit la banque de Dragash. C'était la dernière banque serbe encore autorisée à opérer dans le sud du Kosovo et elle servait surtout à transférer les pensions permettant aux Gorani de l'endroit de survivre. 

Comme d'habitude, le crime est demeuré impuni. 

En novembre dernier, David Binder, qui écrivait sur la Yougoslavie pour le New York Times, avant de se faire éjecter parce qu'il en savait trop, a fait un article (*) sur une longue enquête commanditée par la Bundeswehr (armée) allemande sur les conditions au Kosovo. L'existence de ce rapport prouve que, tout en prétendant publiquement que le Kosovo est « prêt pour l'indépendance », les gouvernements occidentaux savent très bien que ce n'est pas le cas. Entre autres choses, Binder écrit: 

« Les auteurs officiels, Mathias Jopp et Sammi Sandawi, ont passé six mois à interviewer 70 experts et à piocher la littérature actuellement disponible sur le Kosovo pour préparer leur étude. Selon leur analyse, les troubles politiques et les combats de guérilla des années 1990 ont débouché sur des changements fondamentaux qu'ils appellent un 'revirement dans les structures sociales des Albanais du Kosovo'. Il en est sorti une 'société de guerre civile dans lequelle les gens enclins à la violence, sans grande éducation et aisément influençables, ont pu faire d'énormes bonds sociaux au sein d'une soldatesque rapidement mise sur pied. » 

« C'est une société mafieuse » reposant sur « la mainmise sur l'État » par des éléments criminels. 

Selon la définition des auteurs, le crime organisé au Kosovo « consiste en des organisations bâties à coups de paquets de millions d'euros et dotées d'une expérience de la guérilla et d'un savoir-faire sur le plan de l'espionnage ». Ils citent un rapport des services de renseignements allemands faisant état des « liens très étroits entre les décideurs politiques de pointe et la classe criminelle dirigeante » et ils citent Ramush Haradinaj, Hashim Thaci et Xhavit Haliti en tant que dirigeants compromis « protégés sur le plan interne par l'immunité parlementaire et à l'étranger par les législations internationales ». 

Ils citent non sans mépris le chef de l'UNMIK de 2004 à 2006, Søren Jessen-Petersen, parlant de Haradinaj comme d'un « ami proche et personnel ». L'étude critique sévèrement les États-Unis parce qu'ils « encouragent l'évasion de criminels » au Kosovo et qu'ils « empêchent les enquêteurs européens de travailler ». 

Elle fait également état des « centres de détention secrets de la CIA » à Camp Bondsteel et dénonce l'entraînement militaire à l'américaine que Dyncorp fait subir à la police (albanaise) du Kosovo, avec l'autorisation du Pentagone. 

Dans une note annexe, elle cite un officiel non identifié qui aurait dit du chef adjoint (américain) de l'UNMIK : « La tâche principale de Steve Schook consiste à se soûler une fois par semaine avec Ramusj Haradinaj. » 

Qui s'en va et qui reste 

Schook a été viré par l'UNMIK, la mission des Nations unies, dont les tâches vont toutefois être reprises arbitrairement par l'Union européenne. La « mission » de l'UE consiste en une sorte de gouvernement colonial qui, en compagnie de l'Otan, prévoit de gouverner un territoire albanais en fait ingouvernable. Toutefois, des mouvements de patriotes albanais armés préparent déjà leur prochaine « guerre de libération » contre les Européens. 

Ainsi, après les Serbes, les Rom, les Gorani, les Européens vont-ils être obligés, eux aussi, de « plier bagages » ? Seuls les Américains semblent sûrs de rester. Confortement installés dans leur gigantesque « Camp Bondsteel », ils contrôlent les routes stratégiques de la Serbie à la Grèce et, incidemment, proposent à la masse des Albanais sans travail du Kosovo des opportunités d'emploi, notamment, des tâches subalternes et dangereuses au service des forces américaines en Irak ou en Afghanistan. 

La réalité de cette mainmise éhontée sur un territoire est à la portée de tout le monde. J'ai écrit sur le sujet, Binder l'a fait, Szamuely l'a fait et bien des Allemands l'ont fait également. Les Russes, les Grecs, les Roumains, les Slovaques et bien d'autres savent aussi de quoi il retourne. Mais, dans ce meilleur des mondes tel qu'il est proposé par le nouvel ordre mondial, cette réalité n'existe pas. Les gens ne savent pas. 

Je laisse le dernier mot à Aldous Huxley : 
« Très souvent, il est possible de venir à bout de l'ignorance. Nous ne savons pas, parce que nous ne voulons pas savoir. » 


Counterpunch, 18/02/2008 
Traduction et adaptation par Jean-Marie Flémal pour Investig'Action 


(* On peut lire le compte rendu de Binder sur http://www.balkanalysis.com/) 
Diana Johnstone est l'auteur de La croisade des fous : la Yougoslavie, première guerre de la mondialisation, Le Temps des Cerises.


#1553 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 8 Mar 2008 5:33 pm
Oggetto: S. Flounders: In Serbia resistenza di massa
jugocoord
Invia email Invia email
 
(The original english text:
Washington gets a new colony in the Balkans
By Sara Flounders - Feb 21, 2008 
http://www.workers.org/2008/world/kosovo_0228/
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5923)


In Serbia: resistenza di massa contro il ruolo sostenuto dagli USA/NATO

di Sara Flounders

articolo pubblicato il 28 febbraio 2008 in
http://www.workers.org/2008/world/serbia_0306/ dal titolo “Washington gets a new colony in the Balkans”
Washington impone una nuova colonia nei Balcani

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

In ultima analisi, la storia non è mai decisa da risoluzioni, leggi o proclami. 
Viene decisa da esplosivi movimenti di massa che creano sconvolgimenti dal basso in risposta a intollerabili condizioni e ad eventi che suscitano sdegno. 
Il 24 febbraio, centinaia di persone si sono radunate davanti alla Casa Bianca per manifestare la loro opposizione all’ultima aggressione degli USA contro la Serbia. La manifestazione era stata organizzata da STOP alla Coalizione (STOP, Stop Terrorizing Orthodox Peoples, acronimo per Stop a Terrorizzare i Popoli Ortodossi
). Importanti manifestazioni di protesta si sono tenute a Ginevra e a Zurigo, in Svizzera; a Vienna, Austria; ad Atene, Grecia; a Vicenza, Italia; a Montreal e a Toronto; a Cleveland e a Chicago. Altre dimostrazioni avverranno questa settimana, come la importantissima manifestazione del 2 marzo, dalle ore 2 alle ore 4 del pomeriggio, davanti alle Nazioni Unite.

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Il 21 febbraio, una enorme ed infiammata dimostrazione, con una partecipazione stimata dal mezzo milione a ben oltre un milione di persone, a Belgrado, capitale della Serbia, ha cambiato i termini del dibattito sul Kosovo.  
A seguito di questa colossale manifestazione in opposizione al furto da parte di Washington della provincia Serba del Kosovo, migliaia di persone hanno assediato l’Ambasciata USA di Belgrado e l’hanno incendiata. Sono state attaccate anche le Ambasciate di Gran Bretagna, Germania, Croazia, Belgio e Turchia. Sono state prese come bersaglio da giovani infuriati concessionarie e punti vendita Occidentali, 10 McDonalds, negozi della Nike, e sportelli bancari. Sono avvenuti scontri nella notte con le forze di polizia antisommossa. 
In migliaia hanno manifestato contro i posti di confine fra la Serbia e il Kosovo. Due postazioni doganali sono state distrutte, una incendiata, l’altra fatta saltare in aria.  Tutte queste azioni hanno mandato un inequivocabile messaggio, che la decisione USA di insediare direttamente una colonia in Kosovo riconoscendone l “indipendenza” sarebbe stata sfidata da un movimento esplosivo che sarebbe andato ben oltre la sola dichiarazione di opposizione ufficiale da parte del governo Serbo.
In un articolo del New York Times del 25 febbraio veniva rivelata la preoccupazione che Washington potesse avere sottovalutato la risposta Serba. Veniva considerato che gli artefici della politica a  Washington e a Brussels stanno temendo che una opposizione rabbiosa possa “destabilizzare l’intera regione”. L’articolo, dal titolo “Il furore Serbo per il Kosovo: ultimo sussulto o primo soffio di vita?”, rifletteva molti altri nuovi commenti: “Il mondo è in attesa di vedere se i tumulti di giovedì sono stati in Serbia un accesso di collera o la prima scossa di un nuovo terremoto nei Balcani.” 
Naturalmente, è il pericolo di un nuovo terremoto Balcanico che il potere delle grandi imprese USA temono. È evidente con certezza che il governo USA, ancora una volta, ha sottovalutato l’opposizione alla sua politica criminale. Washington aveva considerato che la sua decisione da tanto tempo annunciata di riconoscere un nuovo mini-stato nei Balcani non avrebbe ricevuto contrasti. L’“indipendenza” era da considerarsi un fatto compiuto. Anche se per un certo periodo di tempo il Kosovo non poteva ricevere l’approvazione ufficiale da parte delle Nazioni Unite, comunque si era ritenuto che l’immediato riconoscimento da parte degli USA e dell’Unione Europea, accompagnato da finanziamenti e dalla continua presenza di forze internazionali, avrebbe schiacciato l’opposizione dei Serbi. 
Gli USA sono così abituati ad avere un atteggiamento arrogante e a violare gli accordi internazionali, perfino le clausole dettate da loro stessi a Washington relative all’espansione della NATO, ai confini e alla sovranità nazionale, da rimanere sconvolti di trovarsi di fronte ad una seria opposizione.
Sicuramente, molti uomini politici in Serbia, smaniosi di un ingresso della Serbia nell’Unione Europea, erano disposti a manifestare non più che una simbolica opposizione! Ma la risposta densa di collera dell’intera popolazione Serba ha veramente buttato all’aria le fondamenta di quest’ultimo tentativo imperialista di impadronirsi di territori. 

Si anima la lotta

Attualmente, il personale dell’Unione Europea e le altre forze si stanno ritirando dalle zone settentrionali del Kosovo, attorno alla città di Mitrovica, che è stata divisa in due aree, una occupata prevalentemente dall’etnia Serba, l’altra dall’etnia Albanese. Comunque, in Kosovo vivono altri raggruppamenti nazionali. Storicamente, tutti sono stati oppressi, di recente dagli imperialisti dell’Europa Occidentale e degli USA, in precedenza da imperi feudali. 
Sul ponte di Mitrovica che scavalca il fiume Ibar, per tutta la settimana, tra il Servizio di Polizia del Kosovo (KPS), una forza multi-etnica, e la polizia delle Nazioni Unite si è venuta a creare una situazione di stallo. La polizia KPS si era rifiutata di entrare al servizio di un nuovo Kosovo, dichiarato stato. Moltissimi mezzi che trasportavano manifestanti si sono diretti al confine della Provincia per partecipare a dimostrazioni contro la separazione del Kosovo. Nel frattempo le forze USA/NATO, cioè la KFOR, si sono mosse per sbarrare il confine con veicoli corazzati e carri armati per arrestare l’affluenza di potenziali contestatori.  
Una volta ancora, in Europa, la sfida al peso schiacciante dell’imperialismo arretrato USA, le cui minacce e pressioni hanno disfatto tanti stati socialisti, compresa la Jugoslavia, è venuta dal movimento di massa dei Serbi. 
Il 24 febbraio, si sono tenute manifestazioni di solidarietà in tutta Europa, in Canada e negli Stati Uniti, che sono continuate per tutta la settimana.
Per molti, è la situazione veramente ipocrita in cui si trovano gli USA che li ha messi in stato di allarme, dato che sono spinti da motivazioni ben più rovinose che desiderare di garantire l’indipendenza del Kosovo. Dopo tutto, gli Stati Uniti hanno rifiutato di concedere l’indipendenza a Porto Rico, malgrado 100 anni e più di tentativi, ed ora sono stati i primi a riconoscere l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, nello stesso giorno in cui è avvenuta la dichiarazione unilaterale. 

Opposizione internazionale

Sia la Russia che la Cina, che detengono il potere di veto presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, hanno pubblicamente dichiarato che non avrebbero permesso che l’ONU confermi il furto illegale e violento del Kosovo arrecato alla Serbia.
Russia e Cina hanno espresso gravi preoccupazioni che questo pericoloso precedente apra la strada nel mondo ad ulteriori spaccature di stati nazione, fatti bersaglio dall’intervento imperialista. 
La dichiarazione unilaterale è stata una diretta violazione della Carta delle Nazioni Unite, del diritto internazionale ed anche dei termini della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, disegnata dagli Stati Uniti dopo i 78 giorni di bombardamenti sulla Serbia nel 1999.                             
Malgrado la mancata approvazione dell’ONU, gli USA, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna  sprezzantemente hanno continuato sulla strada del riconoscimento del Kosovo.
Si sono opposte al riconoscimento la Serbia, Russia, Cina, Spagna, Grecia, Venezuela, Bolivia,
Portogallo, Slovacchia, Malta, Bulgaria, Romania, Cipro, Sri Lanka e Armenia. Inoltre, tante altre nazioni non hanno ancora preso la decisione, anche se sottoposte ad un’intensa pressione da parte Statunitense. 
Il Presidente Hugo Chávez ha affermato che il Venezuela si propone di coagulare altri paesi nella condanna della dichiarazione. “Questa non può essere accettata. Costituisce un pericoloso precedente per il mondo intero”. 
Anche la Bolivia si è rifiutata di riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Il Presidente Evo Morales  ha paragonato i separatisti Kosovari ai dirigenti delle quattro Province Boliviane orientali ricche di materie prime, che ricevono l’appoggio incoraggiante degli USA nell’esigere una più larga autonomia, in un tentativo di rottura e per arrestare riforme di progresso emanate dal governo federale.  
Il 22 febbraio, l’ambasciatore Russo presso la NATO Dmitry Rogozin ha dichiarato alla rete televisiva Vesti-24 che la separazione del Kosovo dalla Serbia era il risultato di un “tentativo imperialista Americano di divide et impera.”  Rogozin lanciava un avvertimento di cattivo augurio, che difficilmente poteva essere ignorato. Egli affermava che l’esercito Russo poteva venire coinvolto, se tutti i paesi Europei riconoscevano l’indipendenza del Kosovo all’interno di un accordo ONU. Se succedesse questo, la Russia “ne deriverà il presupposto che per essere rispettati bisogna fare uso brutale della forza militare”. 
Il 24 febbraio, il Ministro degli Esteri Russo Sergei Lavrov si trovava a Belgrado con l’attuale Primo Ministro Dmitri Medvedev, che è diventato il successore del Presidente Vladimir Putin, per rendere chiara la posizione della Russia.
Medvedev dichiarava che, “è inaccettabile che, per la prima volta nella storia del dopo-guerra, un paese membro delle Nazioni Unite sia stato diviso in violazione di tutti i principi da osservare per risolvere i conflitti territoriali. Noi continuiamo a considerare la Serbia come uno stato unitario con la sua giurisdizione estesa sull’intero territorio, ancora integro come in precedenza, e terremo ferma questa posizione di principio anche per il futuro. Risulta assolutamente evidente che la situazione di crisi che si è ingenerata ricade sulla responsabilità di coloro che hanno preso la decisione illegittima, e che avrà sfortunatamente per lungo tempo conseguenze per la pace sul continente Europeo.”  
Medvedev firmava un accordo per la costruzione di un tratto del gasdotto “Corrente del Sud” attraverso la Serbia. Il gasdotto trasporterà il gas Russo attraverso i Balcani al Mar Mediterraneo. Inoltre si è consolidato un accordo commerciale tra la compagnia statale Serba per il petrolio, la NIS, e OAO Gazprom, il gigante Russo per l’energia. 

Il Kosovo non è indipendente 

È essenziale spiegare ogni volta che si discute del problema del riconoscimento della “indipendenza” del Kosovo che il Kosovo non ha conseguito uno straccio di auto-determinazione e tanto meno di auto-governo, nemmeno sulla carta. 
Se questo non viene di continuo chiarito e ripetuto, molti attivisti politici, che difendono il principio di auto-determinazione per le nazioni oppresse, possono ingenuamente appoggiare l’“indipendenza” del Kosovo. 
Il piano secondo cui il Kosovo è divenuto “indipendente” insedia una struttura coloniale vecchio-stile nella sua forma più cruda. In effetti, il Kosovo verrà gestito da un Alto Rappresentante e da istituzioni amministrative imposti dagli USA, dall’Unione Europea e dalla NATO, l’alleanza militare sotto Comando statunitense.    
Gli amministratori imperialisti avranno il diretto controllo su ciascun aspetto della politica interna ed estera. Eserciteranno il controllo sui dipartimenti delle Dogane, delle Imposte, del Tesoro e del Sistema Bancario; controlleranno la politica estera, la sicurezza, la polizia, il sistema giudiziario, i tribunali e le prigioni. Questi funzionari imposti dall’Occidente in Kosovo potranno revocare ogni provvedimento, annullare le leggi e rimuovere qualsiasi persona dal suo incarico.
Diversi possibili progetti stanno alla radice di quest’ultima flagrante violazione del diritto internazionale da parte degli USA. L’aver separato il Kosovo dalla Serbia induce a successive scomposizioni dell’intera regione Balcanica. Questa è stata la politica degli USA nei riguardi dei Balcani, dell’Europa dell’Est e delle ex Repubbliche Sovietiche, dal momento del collasso dell’Unione Sovietica, nel 1991. I mini-stati deboli, divisi, in preda a forti contrasti potranno opporsi con maggiore difficoltà al dominio delle imprese e del mercato Statunitensi.
Quindi, il riconoscimento del Kosovo divide e logora relazioni nell’Unione Europea; certamente Washington non fa nulla per placare il dissenso seminato fra le forze che al contempo sono alleati, ma anche concorrenti imperialiste. Gli USA sono riusciti a spaccare l’Europa su questa “indipendenza”, visto che un terzo dei suoi 27 membri sono contro questo proclama.
L’aver imposto un governo in Kosovo, dove gli USA hanno la piena autorità di scrivere le leggi e gli accordi, rafforza la continuità della presa di potere da parte del Pentagono attraverso la nuova e formidabile base militare presente in Kosovo, Camp Bondsteel.                                                                      
Inoltre, cosa più importante, fornisce l’accesso senza limiti e il trasferimento delle ricche materie prime della regione, come il petrolio e il gas naturale che sono stati proprio adesso scoperti. 

Camp Bondsteel

Una nuova ed immensa base militare Statunitense, Camp Bondsteel, costruita dalla Halliburton, costituisce il punto di ancoraggio del pentagono nella regione. Situata nelle vicinanze del confine con la Macedonia, occupa più di 1.000 acri di terreno, (un acro equivale a 4.047 m2
), e comprende più di 300 edifici. La base schiaccia il piccolo Kosovo, una provincia più piccola dello stato del Connecticut.
L’insediamento è stato scelto per le sue potenzialità di espansione. Esistono proposte che la base potrebbe sostituire la base dell’Air Force USA ad Aviano, in Italia. 
Nella base possono essere accasermati in modo confortevole migliaia di soldati delle truppe USA/NATO. La base può dare facilmente alloggio a 7.000 militari dell’esercito USA, insieme a migliaia di contractors, mercenari privati. Il personale militare USA esce da Bondsteel in elicottero o in grossi convogli dotati di armi pesanti. 
Il campo è situato nei pressi di oleodotti e corridoi di energia di capitale importanza, attualmente in costruzione, come l’oleodotto Trans-Balcanico finanziato dagli Stati Uniti e quello che è noto come Corridoio di Energia 8. 
Gli Stati Uniti avevano cominciato a pianificare la costruzione di Camp Bondsteel molto prima dei loro bombardamenti sulla Jugoslavia nel 1999, come riferisce il Col. Robert L. McClure in un documento su “Engineer”, il Bollettino Professionale per i reparti del Genio dell’Esercito. Un altro documento, “U.S. Army Engineers in the Balkans 1995–2000 – Le Unità del Genio dell’Esercito USA nei Balcani, 1995-2000
,” è disponibile on-line, e contiene foto e descrizioni dei progetti per la base. (web.mst.edu)
Presso Camp Bondsteel si trova l’ospedale più all’avanguardia in Europa, ci sono teatri, ristoranti, un impianto per la depurazione dell’acqua, lavanderie e negozi per fare acquisti, e sono possibili collegamenti via satellite ed antenne per le comunicazioni, e ...minacciosi elicotteri d’assalto.  
La gente che vive nelle zone circostanti il campo soffre di una disoccupazione all’80%. La Halliburton, consociata alla Kellogg Brown and Root, paga ai lavoratori Kosovari, quando li assume, un misero salario da 1 dollaro ($1) fino a 3 dollari ($3) all’ora. Più del 25% della popolazione Albanese del Kosovo è stata costretta ad emigrare all’estero in modo da mandare a casa delle rimesse alle loro famiglie. 
Sotto l’occupazione degli Stati Uniti, più di 250.000 Serbi, Rom, Turchi, Gorani e altre popolazioni di questa ricca Provincia multi-etnica sono stati costretti ad andarsene dal Kosovo, e a questi è stato negato il ritorno.

La ricchezza di risorse in Kosovo

Le grandi imprese Statunitensi sono ben informate sulla ricchezza di risorse del Kosovo. Vi sono miniere ancora ampiamente da sfruttare di piombo, zinco, cadmio, lignite, oro ed argento a Stari Trg, per non parlare di circa 17 miliardi di tonnellate di riserve di carbone. L’unico complesso minerario di proprietà statale di Trepca è stato descritto dal New York Times dell’8 luglio 1998 come “il pezzo di terra nei Balcani più autenticamente prezioso”. Il complesso comprende depositi, impianti per fonderie, impianti di raffinazione, aree per il trattamento dei metalli, linee ferroviarie e scali merci, centrali elettriche. Prima dei bombardamenti della NATO/USA del 1999, seguiti dall’occupazione del Kosovo, era in modo incontestabile la più produttiva fonte di ricchezza nell’Europa dell’Est, non ancora nelle mani dei capitalisti USA o Europei. E attualmente, costoro si stanno battendo per vedere chi di loro riuscirà a sfruttare queste ricchezze.
Dal momento che le forze della NATO hanno occupato il Kosovo, quasi tutto il complesso minerario e i centri di raffinazione sono stati chiusi. Tutto questo sta inutilizzato, mentre le maestranze di tante nazionalità che vi hanno operato sono state disperse.
Ora, le grandi imprese Occidentali hanno scoperto il Kosovo come una ancora più grande fonte di ricchezza e sono bramose di ottenere un incontrastato dominio sulla Provincia.
Infatti, il 10 gennaio 2008, la agenzia di notizie Reuters riportava che la compagnia Svizzera Manas Petroleum Corp. aveva annunciato che la Gustavson Associates LLC's Resource Evaluation aveva identificato estesi giacimenti di petrolio e riserve di gas naturale in Albania, nelle vicinanze del Kosovo. Le stime assegnate si aggirano intorno ai 2.987 miliardi di barili di petrolio e ai 3.014 bilioni di piedi cubici di gas naturale (un piede cubico corrisponde a 28,318 m3).
Chiaramente, le corporations USA sentono che devono giocarsi una bella scommessa nella regione, e quindi, dietro alle quinte, hanno messo in piedi operazioni commerciali segrete e hanno assicurato alla Germania, Francia e Gran Bretagna di ottenere il loro consenso su tutti questi affari.    
Ma questo è proprio il tempo giusto per ricordare quanto maturo per la raccolta era stato visto l’Iraq dall’Halliburton e dalla Exxon nel 2003. Sembrava facile ricevere la condiscendenza di tanti paesi, anche se Washington non poteva dirsi sicura dell’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, malgrado le sue menzogne rivolte a quell’Assemblea.  
Gli Stati Uniti sono forse il primo impero a sottovalutare la potenza di un movimento di massa che si eccita a rovesciare i suoi piani. L’arroganza imperialista e la menzogna possono portare a giudizi severamente sbagliati.
I popoli in lotta per la pienezza dei diritti e per la sovranità nazionale considerano di grande importanza dimostrare solidarietà e difendere la resistenza eroica che il popolo Serbo ha evidenziato nella settimana scorsa. Queste lotte potranno aprire un giorno nuovo di resistenza al dominio che le grandi imprese degli Stati Uniti vogliono imporre all’Europa dell’Est e ai Balcani. 


Sara Flounders
si trovava in Jugoslavia nel 1999 durante i bombardamenti USA/NATO per testimoniare sugli attacchi devastanti contro le popolazioni civili. La Flounders è co-autrice ed editrice di "NATO in the Balkans" e "Hidden Agenda: U.S./NATO Takeover of Yugoslavia – Un programma segreto: la presa di possesso della Jugoslavia da parte di USA/NATO" disponibili a Leftbooks.com.

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#1554 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Lun 10 Mar 2008 5:48 pm
Oggetto: Visnjica broj 725
jugocoord
Invia email Invia email
 

(Telegramma inviato all'indirizzo del Ministero degli Esteri)


ON. D’ALEMA
MINISTERO ESTERI
PIAZZALE FARNESINA 1
00194 ROMA

 

 

COME GIA’ 1999 PER AGGRESSIONE CONTRO JUGOSLAVIA PREGO MIN. D’ALEMA DINANZI RIPROVEVOLI ASSOLUTAMENTE ILLECITI COMPORTAMENTI STATI TRA CUI ITALIA CHE SOSTENGONO TUTELANO PROMUOVONO SECESSIONE KOSOVO CONTRO PRINCIPI DIRITTO INTERNAZIONALE CARTA NU ET ACCORDO DA ACCETTAZIONE JUGOSLAVA-SERBA RIS. 1244 CDS VOLER CORTESEMENTE SUGGERIRE AT SOTTOSCRITTO QUALE DIRITTO INTERNAZIONALE DEBBA INSEGNARE CORSO UNIVERSITARIO 2008

 

 

ALDO BERNARDINI
ORDINARIO DIRITTO INTERNAZIONALE
ET DECANO UNIVERSITA’ TERAMO
GIA’ RETTORE UNIVERSITA’ CHIETI

 

 

MITT.
ALDO BERNARDINI
(segue indirizzo)



#1555 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 11 Mar 2008 7:59 am
Oggetto: Due anni fa: l'assassinio di Slobodan Milosevic
jugocoord
Invia email Invia email
 

(français / italiano)


Veniva assassinato due anni fa nella galera dell'Aia Slobodan Milosevic, socialista serbo, ultimo leader jugoslavo.

Con la sua eliminazione, gli "sponsor" del "Tribunale ad hoc" impedivano tra l'altro che, nel contro-interrogatorio della fase della Difesa, importanti leader politici occidentali potessero chiarire davanti al mondo le proprie responsabilità per il bagno di sangue pianificato e realizzato sui territori della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia.

Sulla figura di Milosevic, sulla sua detenzione e sulla sua eliminazione si veda ad esempio:

ARCHIVIO DOCUMENTAZIONE ICDSM-ITALIA

ARCHIVIO MILOSEVIC (in costruzione)


---


L'ULTIMA LETTERA DI MILOSEVIC 

Gentili signore e signori, 

Vi invio i miei ringraziamenti per la solidarietà che avete manifestato dichiarandovi pronti ad accettarmi per una cura medica. Vorrei informarvi della cosa seguente: credo che l'ostinazione con cui mi hanno rifiutato un trattamento in Russia sia motivata, in primo luogo, dal timore che in occasione di esami approfonditi, si scoprirebbe che sono stati effettuati interventi attivi e maliziosi allo scopo di nuocere alla mia salute. Questi interventi non possono restare nascosti a specialisti russi. 

Per giustificare le mie accuse, vi presento un semplice esempio che troverete in allegato. Questo documento, che ho ricevuto il 7 marzo, mostra che il 12 gennaio una medicina particolarmente forte fu individuata nel mio sangue e che, come dichiarano loro stessi, essa è utilizzata per trattare la tubercolosi e la lebbra, benché io non abbia preso, durante questi cinque anni nella loro prigione, alcun antibiotico. 

Durante tutto questo tempo, non ho mai avuto, a parte l'influenza, alcuna malattia contagiosa. Anche il fatto che i medici hanno impiegato due mesi (per informare sui risultati dell'esame, N.d.Red) può essere spiegato soltanto da una manipolazione. I responsabili di questi atti non possono realmente curare la mia malattia, e neppure quelli contro i quali ho difeso il mio paese in tempo di guerra e che hanno un interesse a farmi tacere. 

Cari signori, voi sapete che medici russi sono giunti alla conclusione che l'esame ed il trattamento dei problemi dei vasi sanguigni nella mia testa sono necessari ed urgenti. Ecco perché mi rivolgo a voi, nella speranza che mi aiutiate a difendere la mia salute contro le attività criminali in questa istituzione che lavora sotto l'egida dell'ONU, e che io riceva prima possibile un trattamento adeguato nel vostro ospedale dai medici in cui nutro fiducia totale, come nella Russia. 

Vi prego di accettare, signore e signori, l'espressione del mio rispetto profondo. 

Slobodan Milosevic 

(lettera inviata da Milošević l'8 marzo 2006, e ricevuta l'11 marzo all'Ambasciata russa in Olanda; traduzione originale: AP; fonte: quotidiano junge Welt (Germania) del 15 marzo 2006; versione italiana a cura di ICDSM-Italia)


--- francais (selezione di testi a cura di OJ) ---

SLOBODAN MILOSEVIC EST MORT

par Klaus Hartmann

/Vice-président et président du bureau directeur de l'ICDSM,
porte-parole de la section allemande/

Ce samedi 11 mars 2006, se répandait la nouvelle : Slobodan Milosevic a
été retrouvé mort dans sa cellule de prison à La Haye.

Dans les grands médias, la nouvelle a déclenché les réflexes
automatiques de défense : toute mise en doute à une cause naturelle du
décès devient pour eux une hypothèse farfelue. Cela, ils le savent déjà
avant que les résultats de l'autopsie n'aient été présentés et le
maintiennent dur comme fer, de la même manière que, pour eux, la
culpabilité de Slobodan Milosevic était déjà claire et nette, avant que
le show judiciaire ne s'ouvre à La Haye.

Cependant, c'est un fait que, la veille, lors de la séance de
préparation avec le prochain témoin, Momir Bulatovic, ex-président du
Monténégro, Milosevic faisait part de ses craintes à son conseiller
juridique, Zdenko Tomanovic, d'être empoisonné en prison et d'être
traité avec de mauvais médicaments. Milosevic appelait instamment à
l'aide le gouvernement russe dans une lettre que Tomanovic remettait le
même jour, 10 mars 2006, à l'ambassade russe aux Pays-Bas.

C'est aussi un fait avéré que, lors d'un examen sanguin, des traces
inexplicables de médicaments contre la lèpre et la tuberculose
neutralisant l'action des médicaments contre l'hypertension furent
détectées. Un fait supplémentaire est que Milosevic, il y a deux ans,
avait rapporté au tribunal que sa ration alimentaire en prison qui ne se
distinguait pas en apparence de celles des autres détenus avait été
brusquement échangée par un garde, ce qui fut ignoré par les juges et
qui n'intéressa pas les médias.

Indépendamment des résultats des examens, si ceux-ci sont conduits de
manière indépendante et objective, on peut constater la réalisation
tragique des craintes exprimées quant au calcul d'une solution
biologique à l'affaire Milosevic. Dans les conditions données, même une
cause naturelle au décès serait le résultat de sa liquidation
programmée. Les mots inhumains de Carla Del Ponte, procureur en chef,
dans le /Neue Zürcher Zeitung/ du 18 juillet 2003 parlent d'eux-mêmes :
« Il se porte très, très bien. Beaucoup de personnes de 60 ans et plus
souffrent d'hypertension. Nous ne le ménageons pas. J'espère que vous
n'avez pas cette impression ».

Ces mots montrent que derrière la fausse façade juridique, c'est un
tribunal d'exception aux ordres de l'OTAN qui agit et dans lequel
l'accusation joue le rôle de l'ange de la mort et des juges soudoyés
celui de bourreaux. Ils sont responsables non seulement de violation des
normes de l'ONU concernant le traitement des prisonniers, mais ils sont
aussi de lâches criminels sans scrupule. Eux et ceux qui se cachent
derrière doivent être jugés et leur institution doit être dissoute comme
Abou ghraïb et Guantanamo.

L'OTAN et leurs scribouilleurs se plaignent d'avoir été empêchés, par la
mort de Milosevic, de prononcer un jugement dans leur semblant de
tribunal. Ils cherchent à nier que l'accusation n'est pas parvenue,
jusqu'au dernier jour de procès, à présenter une seule preuve, alors que
l'accusé a réfuté jusqu'à présent toutes les accusations et que sa mort
est donc, pour ce faux tribunal, une issue salvatrice d'un dilemme
insoluble. Tous ceux à qui les médias ont caché pendant des années toute
information sur le déroulement des débats au procès, doivent continuer à
croire que bombardement signifie humanité et que la victime d'une guerre
d'agression est le responsable.

Les membres de la section allemande du Comité International pour la
Défense de Slobodan Milosevic (ICDSM) pleurent avec sa famille, avec les
Serbes, avec les progressistes du monde entier, la victime d'une
machinerie criminelle, le grand homme d'état et politicien,
l'internationaliste et anti-impérialiste. Nous ne permettrons pas que la
vérité sur la destruction de la Yougoslavie soit réduite au silence.

/Traduit de l'allemand/

source : journal /junge Welt/ (Allemagne) du 13 mars 2006

_http://www.jungewelt.de/2006/03-13/020.php_

*»LES JUGES SONT UNE BANDE DE LÂCHES CRIMINELS«*

/Milosevic craignait d'être empoisonné. Il pria le gouvernement russe de
le protéger. Entretien avec Klaus Hartmann*./

Q: Samedi, l'ancien président yougoslave Slobodan Milosevic a été
retrouvé mort dans sa cellule de prison à Scheveningen, près de La Haye
aux Pays-Bas. Ses supporters craignaient le pire pour lui depuis
longtemps. Vous-même évoquiez déjà, il y a des années, le danger d'une
« solution biologique » avec laquelle le prétendu tribunal des criminels
de guerre de La Haye pourrait, au besoin, faire taire Milosevic pour
toujours.

KH: Déjà en 2002, il y avait de nombreux indices allant dans le sens
d'une « solution biologique ». Le point principal était la façon de
traiter les recommandations médicales face à l'état de santé critique de
Milosevic. Déjà à cette époque, un groupe de médecins allemands s'était
adressé au tribunal « soucieux de la vie et la santé de Slobodan
Milosevic », car les propositions médicales concernant le déroulement du
procès n'avaient pas été appliquées, car aucun contrôle médical ni
aucune thérapie n'était effectuée. À la réponse du tribunal qu'un « bon
suivi médical de haute qualité était effectué par le centre médical de
la prison », l'initiative des médecins répondait que ce centre ne
consiste que d'un médecin non-spécialiste et d'une infirmière et que la
« qualité réside en cela qu'à la place de médicaments contre
l'hypertension, des médicaments augmentant la tension furent
administrés ». Déjà à cette époque, il était question de recourir à un
avocat commis d'office contre la volonté de Milosevic, ce qui augmentait
le stress et les risques.

Q: Comment a réagit le tribunal aux appels des médecins ?

Un médecin néerlandais appelé par le tribunal lui-même constatait une
« hypertension primaire, des dommages secondaires d'organes et des
poussées d'hypertension ainsi qu'un risque d'apoplexie, d'infarctus et
de décès ». Ceci fut commenté par Carla Del Ponte, procureur en chef du
tribunal, dans le /Neue Zürcher Zeitung/ du 18 juillet 2003 en ces
termes : « Il se porte très, très bien. Beaucoup de personnes de 60 ans
et plus souffrent d'hypertension. Nous ne le ménageons pas. J'espère que
vous n'avez pas cette impression ». Des appels renouvelés des médecins
allemands restèrent inentendus. Un jour avant que la mort de Milosevic
ne soit découverte, des membres dirigeants de l'ICDSM s'adressèrent au
Conseil de sécurité de l'ONU pour protester contre le refus d'un
traitement cardiologique dans une clinique spécialisée de Moscou. Bien
que le gouvernement russe ait présenté la garantie requise pour son
retour, les bourreaux du tribunal se permirent l'affront diplomatique
inouï d'un refus, stigmatisant ainsi implicitement la Russie comme un
état voyou.

Q: Dans l'entourage de Milosevic, on parle de la possibilité d'un
empoisonnement.

Et pas sans raison. Ce même vendredi se déroula dans la prison de
Scheveningen une séance de préparation avec le prochain témoin, l'ancien
président du Monténégro, Momir Bulatovic. À cette occasion, Milosevic
exprimait à son conseiller juridique la crainte d'être empoisonné en
prison. Milosevic rédigea une lettre personnelle dans laquelle il
appelait instamment à l'aide le gouvernement russe. Tomanovic transmit
la lettre le jour même à l'ambassade russe aux Pays-Bas.

Il y a déjà deux ans, Milosevic avait fait remarquer que sa ration
alimentaire en prison, qui ne se distinguait pas en apparence de celle
des autres détenus, fut brusquement échangée par l'un des gardes. Cette
information sur l'événement alarmant ne fut pas entendu par les juges.
Tout cela montre que, derrière la fausse façade de justice, un tribunal
d'exception aux ordres de l'OTAN est à l'oeuvre et où l'accusation joue
le rôle d'ange de la mort et les juges soudoyés celui de bourreaux. Ils
sont responsables non seulement de la violation des normes de l'ONU
concernant le traitement des prisonniers, mais ils sont aussi de lâches
criminels sans scrupule. Leur institution avec un nombre surprenant de
morts doit être dissoute comme Abou ghraïb et Guantanamo.

Entretien: Anna Gutenberg

*Klaus Hartmann est vice-président du Comité International pour la
Défense de l'ancien président yougoslave Slobodan Milosevic (ICDSM).

source : journal /junge Welt/ (Allemagne) du 13 mars 2006

_http://www.jungewelt.de/2006/03-13/003.php_

*»DES CADAVRES JONCHENT LA ROUTE DU TRIBUNAL«*

Slobodan Milosevic n'est pas la première victime à mettre sur le compte
des enquêteurs de La Haye.

/par Jürgen Elsässer/

Le tribunal pénal pour l'ex-Yougoslavie (TPI) est couramment appelé
tribunal des Nations unies, ce qui est destiné à le doter d'un aspect
d'impartialité. Cependant, cela ne correspond pas à la réalité. La
décision de le mettre en place ne fut pas prise par l'assemblée générale
des Nations unies en 1993, mais par le Conseil de sécurité, comme si la
justice internationale faisait partie des tâches de maintien et
d'application de la paix, qui seules, d'après la charte de l'ONU,
entrent dans la compétence de cet organe suprême.

Contre l'impartialité du tribunal, on peut noter que, parmi les accusés,
il y a plus de Serbes que de représentants d'autres nationalités. Ainsi,
après la mort de Milosevic, ce sont encore deux autres chefs d'état
serbes qui sont en cellule : l'ex-présidente de la république serbe de
Bosnie (Republika Srpska), Biljana Plavsic, ainsi que le président serbe
Milan Milutinovic. Un autre ex-président des Serbes de Bosnie, Radovan
Karadzic, est également recherché comme son commandant en chef, Ratko
Mladic. De même le commandant en chef yougoslave du corps du Kosovo,
Nebojsa Pavkovic a, lui aussi, été livré. Parmi les présidents et
commandants en chef des adversaires des Serbes, seulement un seul est en
prison à Scheveningen : le commandant en chef croate Ante Gotovina. Les
têtes de l'armée clandestine albanaise UÇK, Hashim Thaçi et Agim Çeku,
exercent encore aujourd'hui les plus hautes fonctions politiques au
Kosovo. Ce dernier a été élu, vendredi dernier, premier ministre de la
province.

La pression des recherches et l'antipathie anti-Serbes manifeste de la
procureur en chef actuelle à La Haye, Carla Del Ponte (Suisse) et de
celle qui la précédait Louise Arbour (Canada) ont conduit à un grand
nombre de morts parmi les accusés et recherchés, évidemment seulement
chez ceux de nationalité serbe.

Un aperçu non-exhaustif :

Le 30 janvier 1996, Djordje Djukic était kidnappé par une troupe
musulmane lors d'un voyage conduit en accord avec la troupe d'occupation
IFOR en Bosnie centrale et transféré à La Haye en passant par Sarajevo,
bien qu'aucun mandat d'arrêt n'exista à l'époque. Djukic, atteint d'un
cancer, ne reçut pas de traitement médical approprié et décéda le 18 mai
1996.

Le 10 juillet 1997, des unités spéciales britanniques des SAS
appartenant aux troupes d'occupation en Bosnie SFOR tuèrent Simo
Drljaca. Le cadavre présentait trois traces de tirs à distance dans le
dos et celle d'un tir mortel final à courte distance.

Le 29 juin 1998, on prétend que Slavko Dokmanovic se serait pendu dans
sa cellule de La Haye, bien que le prétendu suicidé fut soumis à un
contrôle accru et que le jugement devait être prononcé une semaine plus
tard.

Le 3 août 1998, décéda Milan Kovacevic dans sa cellule de La Haye d'une
crise cardiaque. Ses avocats se plaignirent que ses problèmes de santé
étaient connus et qu'il aurait pu être sauvé si on s'était occupé de lui
à temps.

Le 9 janvier 1999, des unités de la SFOR abattirent Dragan Gagovic en
présence de cinq adolescents qui se trouvaient dans la voiture du
professeur de karaté.

Le 13 octobre 2000, Janko Janjic empêcha son arrestation, à laquelle
participaient entre autres des soldats allemands de la SFOR, en se
faisant sauter à l'aide d'une grenade.

Le 11 avril 2002, le parlement serbe, en violation de la constitution,
vota une loi permettant le transfert de suspects à La Haye. En marque de
protestation, le député socialiste Vlajko Stojiljkovic, qui figurait sur
la liste des recherchés de La Haye, se tira une balle dans la tête sur
les escaliers de la Chambre haute.

Le 5 janvier 2006, des soldats italiens des troupes d'occupation en
Bosnie EUFOR assassinèrent, lors de l'arrestation de Dragomir Abazovic,
sa femme Rada, qui aurait prétendument défendu son mari avec une
Kalachnikov. Du côté de l'EUFOR, il n'y avait bizarrement aucun blessé
tandis que la femme serbe fut tuée d'une seule balle.

Le 5 mars 2006, on prétend que Milan Babic, président de l'éphémère
république serbe de Krajina (1991-1995) ait mis fin à ses jours dans sa
cellule de La Haye. Babic s'était livré lui-même au tribunal en 2003.
Vuk Draskovic, ministre des Affaires étrangères de Serbie-Monténégro,
critiqua les responsables de la prison qui auraient pu, selon lui,
empêcher sa mort.

source : journal /junge Welt/ (Allemagne) du 13 mars 2006

_http://www.jungewelt.de/2006/03-13/004.php_

*COMMUNIQUÉ DE «SLOBODA» CONCERNANT LA MORT DE SLOBODAN MILOSEVIC*

Belgrade, le 11 mars 2006

Le président Slobodan Milosevic, le grand combattant pour la liberté et
la dignité du peuple serbe et dont le nom représente la lutte pour le
droit international dans le monde, a été tué ce matin dans la prison de
Scheveningen.

Le tribunal de La Haye est directement responsable de ce crime, car il
refusa au président Slobodan Milosevic un traitement à Moscou, malgré
son état de santé critique.

Nous appelons le secrétaire général des Nations unies à suspendre
immédiatement les travaux de cette institution criminelle et demandons
au Conseil de sécurité de l'ONU de l'abolir.

Nous exigeons du gouvernement serbe de cesser immédiatement toute
coopération avec le tribunal et le mettons en garde, d'empêcher le
peuple de témoigner son respect au président Milosevic. Dans le cas
contraire, le peuple en tirera les conséquences qui s'imposent.

Qui était Milosevic et ce pour quoi il a lutté, le peuple serbe le sait
mieux que quiconque, comme tous les hommes épris de liberté du monde
entier. Sa mort doit mettre fin à la politique renégate et de division,
qui entraîne le pays et ses habitants à la ruine.

Nous appelons le peuple à l'unité pour défendre, suivant l'exemple de
Milosevic, sa liberté et sa dignité.

Le livre de condoléances sera disposé à partir de dimanche 12 mars à 9
heures dans les locaux de l'organisation SLOBODA, 16 rue Rajiceva, à
Belgrade.

/SLOBODA - Comité national pour la libération de Slobodan Milosevic/

/Traduit de l'allemand/

source : journal /junge Welt/ (Allemagne) du 15 mars 2006

_http://www.jungewelt.de/2006/03-15/003.php_

*LA DERNIÈRE LETTRE DE MILOSEVIC*

Chers mesdames et messieurs,

Je vous transmets mes remerciements pour la solidarité que vous avez
manifesté en vous déclarant prêts à m'accepter pour un traitement médical.

Je voudrais vous informer de la chose suivante : je crois que la
persistance avec laquelle on m'a refusé un traitement en Russie est
motivée, en premier lieu, par la crainte que lors d'examens approfondis,
on découvrirait que des démarches actives et malicieuses ont été
entreprises dans le but de nuire à ma santé. Ces démarches ne sauraient
rester cachées à des spécialistes russes.

Afin de justifier mes accusations, je vous présente un simple exemple
que vous trouverez en annexe. Ce document, qui j'ai reçu le 7 mars,
montre que le 12 janvier un médicament particulièrement fort fut décelé
dans mon sang et qui, comme ils le déclarent eux-mêmes, est utilisé pour
traiter la tuberculose et la lèpre, bien que je n'ai pris, durant ces
cinq années dans leur prison, aucun antibiotique.

Pendant tout ce temps, je n'ai jamais eu, sinon une grippe, aucun
maladie contagieuse. Également le fait que les médecins aient pris deux
mois [pour informer des résultats de l'examen, N.d.Red] ne peut être
expliqué que par une manipulation. Les responsables de ces actes ne
peuvent vraiment pas traiter ma maladie, ni non plus ceux contre
lesquels j'ai défendu mon pays en temps de guerre et qui ont un intérêt
à me faire taire.

Cher messieurs, vous savez que des médecins russes sont parvenus à la
conclusion que l'examen et le traitement des problèmes des vaisseaux
sanguins dans ma tête sont nécessaires et urgents. C'est pourquoi, je
m'adresse à vous dans l'espoir que vous m'aidiez à défendre ma santé
contre les activités criminelles dans cette institution travaillant sous
l'égide de l'ONU et que je reçoive aussitôt que possible un traitement
adapté dans votre hôpital par les médecins en qui j'ai totale confiance
comme en la Russie.

Je vous prie d'agréer mesdames, messieurs, l'expression de mon respect
profond.

Slobodan Milosevic


(lettre envoyée le 8 mars; reçue le 11 mars à l'ambassade russe;

Traduction originale: AP)

/Traduit de l'allemand/



#1556 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 11 Mar 2008 8:40 pm
Oggetto: SLOVENIA: E' SCONTRO CHIESA-STATO SU ISOLOTTO BLED
jugocoord
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SLOVENIA: E' SCONTRO CHIESA-STATO SU ISOLOTTO BLED 


LUBIANA - La Chiesa cattolica slovena si e' rivolta alla Corte europea dei diritti dell'Uomo per ottenere la proprieta' dell'isolotto del famoso lago di Bled, uno dei piu' incantevoli parchi naturali della Slovenia. La decisione di ricorrere alla Corte europea e' stata presa dopo il rifiuto del governo di restituirla nell'ambito della procedura di privatizzazione dell'isolotto. Lo scrive oggi la stampa di Lubiana. ''Dopo che la Corte suprema ci ha negato il diritto di proprieta' sull'isolotto, abbiamo deciso di fare ricorso a Strasburgo poiche' riteniamo profondamente ingiusta la decisione del governo di non restituirci la nostra proprieta''', ha detto il parroco di Bled, Janez Ambrovich, spiegando la posizione della Chiesa cattolica. Il governo di centro destra dell'attuale premier Janez Jansa ha accelerato quattro anni fa il processo di restituzione dei beni della Chiesa cattolica confiscati e nazionalizzati dal regime comunista del maresciallo Tito dopo la sua salita al potere nel 1945. In tal senso la chiesetta sull'isolotto del famoso lago e' stata ridata dalla Chiesa alcuni anni fa. L'isolotto di Bled invece e' considerato patrimonio culturale e naturale di valore nazionale, che lo Stato in nessun caso puo' vendere o privarsi del diritto di proprieta'. Il problema e' nato dalla circostanza che la legge alla quale si e' appellato il governo risale al periodo socialista, mentre nel 1991, con la caduta del regime comunista, il nuovo governo sloveno aveva deciso la privatizzazione di tutti i beni confiscati. La chiesa ha pertanto chiesto alla Corte europea di sciogliere questo nodo legale. Dall'altra parte il sindaco di Bled Janez Fajfar si dice ''molto sorpreso da questa ostinazione legale della Chiesa'' perche' ritiene che la soluzione secondo la quale l'edificio sacro viene restituito alla Chiesa, mentre l'isolotto resta di proprieta' pubblica ''un buon compromesso''. 

10/03/2008 18:40



#1557 Da: "Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 11 Mar 2008 8:28 pm
Oggetto: AVVISO: Bologna 5 aprile - KOSOVO
jugocoord
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http://www.cnj.it/INIZIATIVE/bologna050408.htm
-------------------------

KOSOVO: AUTODETERMINAZIONE
O ETERODETERMINAZIONE?

Dalle campagne mediatiche alla secessione, attraverso bombe e "desaparecidos".
Come nell'Europa contemporanea si disfano e si reinventano gli Stati.

SABATO 5 APRILE ORE 15-18
Sala Zodiaco di Palazzo Malvezzi
via Zamboni 13, Bologna

Proiezione di materiali audiovisivi da:

KOSOVO. IL LUOGO DEL DELITTO (2001)
immagini della pulizia etnica scatenata sotto l'egida della KFOR

SEDÌCI PERSONE (C. Veneziano, 2005)
sul bombardamento della RTS, Belgrado 1999

interviene uno degli attivisti fiorentini del movimento contro la guerra
condannati a 7 anni di reclusione per avere contestato la partecipazione
dell'Italia alla
aggressione contro la RF di Jugoslavia

Interventi di:

ROSA D'AMICO
Direttrice Storica dell'Arte presso la Soprintendenza per i Beni Storici e
Artistici di Bologna:
L'arte serba tra '200 e '300: un patrimonio europeo in pericolo

UGO VILLANI
docente di Diritto Internazionale presso la LUISS di Roma
Il nuovo « Stato del Kosovo » : implicazioni di diritto internazionale


Presentazione del film:

PANCEVO CITTÀ MORTA (A. Martino, 2007)

sulla crisi ambientale nella zona del petrolchimico bombardato dalla NATO nel
1999
intervengono
ANTONIO MARTINO autore del film, regista indipendente
ALBERTO TAROZZI docente di Sociologia all'Università del Molise

PROMUOVONO:

DISARMIAMOLI - Nodo di Bologna - disarmiamoli.bologna @ tin.it
COORD. NAZ. PER LA JUGOSLAVIA - jugocoord @ tiscali.it

#1558 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 12 Mar 2008 6:13 pm
Oggetto: S. Giuliano Terme (PI) 20/3: LA GUERRA SUI NOSTRI TERRITORI
jugocoord
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(il volantino di questa iniziativa in formato PDF:
http://www.cnj.it/INIZIATIVE/sgiuliano200308.pdf )


From:   info @ viacampdarby.org
Subject: INIZIATIVA A S. GIULIANO TERME (PI) CONTRO LA BASE U.S.A. DI CAMP DARBY 



Settimana nazionale contro la guerra

 

BASE U.S.A. DI CAMP DARBY:
LA GUERRA SUI NOSTRI TERRITORI
 
GIOVEDÌ 20 MARZO ORE 21,15
Quinto anniversario dell’invasione dell’Iraq
PRESSO LA SALA DEL CONSIGLIO COMUNALE DI SAN GIULIANO TERME (PI)

 

Saranno presenti:

 

MANLIO DINUCCI, saggista, esponente del Comitato per la riconversione e lo smantellamento della base USA di camp Darby

 

GIANGIACOMO CLAUDIO, avvocato, estensore della legge di iniziativa popolare sui trattati internazionali, le basi e le servitù militari

 

TAMARA BELLONE, Docente presso il Politecnico di Torino, rappresentante del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia

 

Introduce e coordina l’incontro ANDREA VENTURI, Consigliere comunale della Rete dei Comunisti

 

Iniziativa promossa dalla Rete dei Comunisti

 

Aderisce il Comitato per la riconversione e lo smantellamento della base USA di camp Darby
 

 

Il Pentagono sta preparando le basi militari U.S.A. sparse nel mondo a nuove guerre.

 

Per mascherare questo obiettivo si tenta di “conquistare i cuori e le menti” delle popolazioni che abitano vicino a queste basi di morte.

 

I militari statunitensi di camp Darby stanno adottando questa politica a Pisa e Livorno, ospitando gli allenamenti del Pisa calcio, scolaresche, tornei sportivi con Sindaci ed Assessori.

 

ANCHE IL SINDACO DI SAN GIULIANO TERME HA PARTECIPATO AD UNA PARTITA DI “BENEFICIENZA” ALL’INTERNO DELLA BASE.

 

DOBBIAMO IMPEDIRE QUESTA CINICA OPERAZIONE DEI MILITARI U.S.A.
ATTA A COPRIRE LA QUOTIDIANA ATTIVITÀ DI GUERRA DELLA PIÙ GRANDE BASE LOGISTICA DELL’ESERCITO STATUNITENSE IN EUROPA.

 

Le basi militari U.S.A. sono una costante minaccia per i paesi occupati e bombardati (Iraq, Libano, Afghanistan, Somalia, ex Jugoslavia) ma anche per i paesi che le ospitano.

 

Le basi militari U.S.A rappresentano un costo enorme per i contribuenti italiani, costretti a pagare per mantenere la loro presenza sui nostri territori.

 

Invitiamo la cittadinanza di San Giuliano Terme ad un INCONTRO PUBBLICO di informazione sulla base USA di camp Darby, sui suoi costi umani ed economici.



#1559 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Gio 13 Mar 2008 7:45 am
Oggetto: Kosovo: dichiarazioni di comunisti e democratici
jugocoord
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Kosovo: dichiarazioni di comunisti e democratici  di tutto il mondo

(in ordine cronologico inverso)

1) Comunicato ufficiale dell’Incontro dei Movimenti per la Pace nei Balcani
2) Ieri il Katanga, oggi il Kosovo! Il denaro sempre! (J. Luis Herrera del Campo)
3) Dichiarazione del Consiglio Mondiale della Pace (WPC) riguardo la provincia serba del Kosovo
4) I comunisti russi e la situazione nel Kosovo
5) "Belgrado muova l'esercito e non ceda al ricatto della Ue". Parla Borislav Milosevic
6) I comunisti greci contro il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo


=== 1 ===


www.resistenze.org - osservatorio - lotta per la pace - 09-03-08 - n. 218

da World Peace Council - www.wpc-in.org/Events/Balcanmeeting/

 

Riceviamo da Iraklis Tsavdaridis, Segretario esecutivo del Consiglio Mondiale della Pace (WPC), il comunicato rilasciato al termine dell'importante riunione di Salonicco

 

Comunicato ufficiale dell’Incontro dei Movimenti per la Pace nei Balcani

 

Salonicco 1-2 marzo 2008

 

L’Incontro dei Movimenti per la Pace nei Balcani, tenutosi a Salonicco nei giorni 1-2 marzo 2008, su iniziativa del Comitato Greco per la Distensione Internazionale e la Pace (EEDYE) con l'appoggio del Consiglio Mondiale della Pace (WPC) - e che ha visto la presenza dei rappresentanti di dieci organizzazioni da otto paesi della regione (Grecia, Serbia, Croazia, Turchia, Cipro, Bulgaria, Romania, e Ucraina) e di una delegazione del Consiglio Mondiale della Pace (WPC) - si è concluso con la pubblicazione di un Comunicato ufficiale di cui elenchiamo i punti:

 

a. Stiamo attraversando un periodo difficile e pericoloso per i popoli in generale e per quelli dei Balcani in particolare. Preoccupa la situazione nei Balcani, a Cipro e più in generale nei paesi nostri vicini. La nostra regione è nell’occhio del ciclone. I Balcani costituiscono un punto d’accumulo dei contrasti tra i diversi imperialismi, perché la regione ha particolare importanza sia per la presenza di oleodotti che garantiscono l’approvvigionamento di petrolio e gas naturali che soddisfano la domanda di energia dell'Unione europea, sia per il suo valore geostrategico come punto di transito verso il Medio Oriente ed il nord Africa. Così la sua importanza è considerevole per tutte le grandi potenze. Un esempio di questa battaglia tra interessi diversi è il gasdotto di Burgas-Alexandroupolis, sostenuto dalla Russia e il gasdotto di AMBO, da Burgas al porto albanese di Valona, sostenuta dagli Stati Uniti. L'UE sta promovendo i suoi interessi spedendo le proprie truppe in Kosovo, mentre ha già una presenza militare nel resto del Balcani.

 

b. La dichiarazione unilaterale di "indipendenza"della provincia serba del Kosovo, con il premuroso appoggio di Stati Uniti, Nato e Unione Europea, minaccia di dare il via ad una serie di nuove tensioni, cambi di confine, nuovi focolai di destabilizzazione ed una nuova serie di guerre e di interventi imperialistici. Viola i principi di base della Carta fondativa delle Nazioni Unite, il documento finale dell’OCSE e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, particolarmente la 1244/99. La secessione non rappresenta una soluzione ai bisogni e alla povertà delle persone che vivono in Kosovo. A prescindere dalla loro origine etnica, ai lavoratori della regione continueranno a mancare i diritti fondamentali, poiché il loro stato è un protettorato della Nato. Il nazionalismo che è stato fomentato diverrà un'arma mortale puntata contro tutto i popoli balcanici, e costituisce un precedente negativo per le altre regioni.

 

c. Esprimiamo la nostra solidarietà al popolo cipriota che affronta vis a vis la pressione esercitata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei perché venga imposta una soluzione inaccettabile, sopra ed oltre i principi del diritto internazionale e dell'ONU. Così, devono essere intensificate la lotta e la solidarietà con il popolo cipriota per dare vita a una Federazione unificata e indipendente delle due zone in accordo con le decisioni dell’ONU e con i colloqui ad alto livello, senza basi e truppe straniere, una patria comune per turco-ciprioti e greco-ciprioti, senza “garanti” né “protettori”.

 

d. Riguardo al problema nelle relazioni tra Grecia e FYROM (ex Repubblica Jugoslava di Macedonia), noi sosteniamo la comprensione tra i popoli e i paesi, indipendenti e contro gli arbitrari interventi imperialisti, senza nazionalismo ed irredentismo e nel rispetto dei confini esistenti e della sovranità di ciascuno stato. All'interno di questa configurazione, una soluzione congiunta potrebbe essere trovata per il problema del nome del paese.

 

e. È ovvio che per noi non sia sufficiente preoccuparsi, ma occorre piuttosto opporsi attivamente agli interventi imperialisti nei Balcani e alla secessione del Kosovo. Noi dobbiamo insistere maggiormente affinché le basi e le truppe NATO si ritirino dalla regione balcanica. Solo così la sovranità e l’indipendenza di ciascun paese sarà assicurata, attraverso lo sviluppo dell'amicizia e della solidarietà fra i popoli. Le minoranze possono essere dei ponti di amicizia piuttosto che essere manipolate come strumento dei piani imperialisti. Dobbiamo manifestare la nostra risolutezza nel non permettere un’ulteriore variazione nei confini balcanici. Dobbiamo unire i popoli, le nazioni ed i gruppi etnici dei Balcani in una grande lotta comune, per rifiutare la dipendenza e lo sfruttamento capitalista.

 

I popoli dei Balcani potranno aspirare ad un brillante futuro soltanto se metteranno da parte il nazionalismo per sostituirlo con un fronte antimperialista unito e per la pace. In questo contesto condanniamo le recenti operazioni militari turche in Iraq settentrionale, che servono solamente gli interessi delle forze imperialiste. Esigiamo la loro fine immediata.

 

Noi chiediamo che:

 

-        la "indipendenza" del protettorato del Kosovo non sia riconosciuta dai governi dei nostri paesi

 

-        le truppe Nato ed UE lascino il Kosovo ed il Balcani

 

-        tutte le basi militari straniere delle potenze imperialiste siano rimosse dalla regione.

 

Incontro dei Movimenti per la Pace nei Balcani, Salonicco 1-2 marzo 2008

 

Lista dei partecipanti
 
Grecia
“Comitato Greco per la Distensione Internazionale e la Pace (EEDYE)”
Vera Nikolaidou, Segretario Generale del EEDYE, MP
Grigoris Petropoulos, Segretario Organizzativo
Nikos Zokas, membro della Segreteria
 
Serbia
“Forum Belgrado per un Mondo di Eguali”
Zivadin Jovanovic, Presidente Forum Belgrado, ex Ministro degli Esteri
“Comitato Anti-NATO di Serbia”
Ljubislav Krunic, membro del comitato
Miroslav Lazovic, membro del comitato
 
Croazia
“Forum Antifascista di Croazia”
Vladimir Kapuralin, membro del comitato
 
Cipro
“Consiglio della Pace di Cipro”
Aris Georgiou, Presidente
 
Grecia
“Movimento per la Difesa Nazionale” KETHA
Ioannis Ntouniadakis, Ammiraglio in pensione
 
Bulgaria
“Consiglio Nazionale per la Pace bulgaro”
Ivan Dimitrov, Segretario organizzativo
Philip Philipov, Segretario generale
 
Romania
“Consiglio della Pace romeno”
Constantin Cretu, Presidente
 
Ucraina
“Unione antifascista di Ucraina”
Goergii Buiko, Segretario
 
Turchia
“Associazione per la Pace di Turchia”
Murat Akad, membro del comitato
 
Consiglio Mondiale della Pace
Thanassis Pafilis, Segretario generale
Iraklis Tsavdaridis, Segretario esecutivo
 
Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Forum Belgrado Italia


=== 2 ===

www.resistenze.org - associazione e dintorni - forum di belgrado - italia - 03-03-08 - n. 217

 

Ieri il Katanga, oggi il Kosovo! Il denaro sempre!

 

Jorge Luis Herrera del Campo 

01/03/2008

 

Il mondo balcanico è complicato. Per capire bene le cause delle sue attuali circostanze si deve conoscere la sua storia millenaria e la matrice delle forze che hanno influenzato questa parte del mondo, questa penisola che costituisce una frontiera religiosa, etnica, geografica e culturale. Principio e fine di due mondi. Ricchezze naturali. Popoli buoni e laboriosi e dalla presenza millenaria, che risale fino a 40.000 anni di storia. Spazio in cui, quelli che volevano costruirsi una egemonia in Europa, sono arrivati da conquistatori.

 

Winston Churchill disse che i Balcani producono più storia di quella che possono digerire. Altri gli hanno imposto l’etichetta terribile di “polveriera d’Europa”, senza però mai dire chi era che metteva la polpevere, la miccia e il fiammifero, e che alla fine producono sangue e lacrime.

 

Viviamo in un mondo molto complesso, che si allontana, un colpo dopo l’altro, da quel mondo bipolare nato dopo la seconda guerra mondiale, quello che volle evitare altri 50 milioni morti.

 

Ma l’attuale mondo unipolare mina, giorno per giorno e con premeditazionem i principi che sono base e garanzia delle istituzioni internazionali e della convivenza pacifica tra i popoli. Principi stabiliti come espressione di una volontà internazionale di evitare quegli orrori.

 

Quel mondo è iniziato con Reagan, ma alcuni dicono che è iniziato con Rooswelt, un esempio tipico di come si smontano le società di diritti civili e politici keynesiani all’interno dei paesi sviluppati. Ed era così anche con l’era neoliberale del democratico Clinton.

 

L’anestetico è la guerra al terrorismo.

 

La sovranità e l’autodeterminazione degli Stati sul territorio nazionale, il diritto alle risorse all’interno di quel territorio, la non ingerenza nelle questioni interne e l’autodeterminazione, sono come pietre che ostacolano il percorso su cui vogliono portare l’umanità

 

L’autodichiarata indipendenza del Kosovo, spinta dagli USA con l’appoggio delle principali potenze dell’Unione Europea, tra l’altro, è un’evidente azione di questo smantellamento del diritto che patiscono le istituzioni internazionali.

 

Stabilire il precedente di imporre alla comunità internazionale un nuovo Stato sulla base dello squartamento del territorio di uno Stato riconosciuto, membro dell’ONU e di altri organismi multilaterlai, usando come giustificazione un criterio etnico e la qualifica di un governo (quello di Slobodan Milosevic), che non era già più al potere, colpisce pericolosamente le basi su cui poggia la configurazione di Stati nazionali sorti come risultato della seconda guerra mondiale, e pone molti paesi alla mercè di interpretazioni casuali, fuori dalla legalità internazionale riconosciuta.

 

L’indipendenza del Kosovo è un atto di forza, nel senso che si basa sulla reinterpretazione di un accordo del Consiglio di Sicurezza, che avviene a margine dello stesso Consiglio di Sicurezza e che genera azioni contrarie a quanto stabilito senza aver modificato lo stesso Consiglio.

 

Per maggiore burla, quelli che lo attuano dichiarano che si fa sulla base di quanto accordato precedentemente dall’ONU. Qunidi, si stabilisce che un gruppo di Stati, oppure uno solo, con la forza dell’apparato bellico sufficiente allo scopo, può reinterpretare una risoluzione di un organismo internazionale ed agire contro quanto stabilito in precedenza.

 

Questo modo di comportarsi dei potenti non è nuovo. Ricordiamo quando l’Europa “civilizzata” si è lanciata con i suoi mercenari e il suo potere economico contro il Congo di Patricio Lumumba, quel promettente leader africano, che si fidava dell’ONU. Lo assassinarono, e crearono, grazie alle manipolazioni dele potenze occidentali, lo stato fantoccio del Katanga, un modo per mettere le mani sule ricchezze minerarie della zona.

 

Le forze che hanno imposto l’indipendenza del Kosovo sono gli stessi interesi globali che hanno distrutto la Yugoslavia. Sono quelli che vogliono un clima di inimicizia tra l’Europa e la Russia, Quelli che con questo passo corteggiano il mondo islamico, per poter attaccare quei musulmani (avendoli indeboliti) che non accettino i loro diktat.

 

Evidentemente, le multinazionali non hanno patria, e l’esistenza delle patrie dà loro fastidio, soprattutto se sono difese. Vogliono mano libera.

 

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR


=== 3 ===


www.resistenze.org - popoli resistenti - serbia - 26-02-08 - n. 216


da World Peace Council (WPC) - www.wpc-in.org/newsstatements/


Dichiarazione del Consiglio Mondiale della Pace (WPC) riguardo la provincia serba del Kosovo

 

Il Consiglio Mondiale della Pace denuncia la nuova scalata nello sviluppo della “scacchiera imperialistica” dei Balcani, con l’unilaterale dichiarazione “d’indipendenza” del Kosovo.

 

Sin dai bombardamenti della NATO nel 1999, sotto i quali - durante 78 giorni di brutale aggressione contro i popoli della Yugoslavia - migliaia di civili innocenti persero la vita, l’obiettivo delle forze imperialiste e dei loro apparati di guerra nella regione fu chiaro.

 

Separare e controllare l’intera area, negando e violando sistematicamente le leggi internazionali ed i diritti dei popoli. Un risultato dell’imposizione della forza fu la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sulla cui base l’ONU diede mandato alla NATO per garantire e controllare attraverso la KFOR la pace nel Kosovo. Ma proprio questa “Risoluzione 1244”, in virtù della quale la NATO ha “de facto” governato un protettorato, dichiara in modo preciso che il Kosovo rimane una provincia della Yugoslavia, di cui la Serbia oggi è il successore legale.

 

Oggi, mentre la NATO è pronta a consegnare i poteri all’Unione Europea, siamo testimoni di un nuovo atto di flagrante violazione della sovranità di uno stato indipendente, del diritto internazionale e delle relative risoluzioni ONU.

 

Il Kosovo, sia come “terra della NATO” che come “terra dell’Unione Europea”, è una tra le più sfacciate prove della cinica ed inumana politica di Stati Uniti, Unione Europea e NATO nei Balcani.

 

Il Consiglio Mondiale della Pace esprime solidarietà ai popoli della ex Yugoslavia e fa appello alle forze amanti della pace nell’area affinché si uniscano e si coordino in azioni comuni contro i piani imperialistici.

 

In questo senso, il Consiglio Mondiale della Pace sostiene e promuove l’Incontro dei Movimenti per la Pace dei Balcani e delle aree vicine, che si terrà in Grecia nella città di Salonicco l’1-2 marzo 2008.

 

Il Segretariato del Consiglio Mondiale della Pace

 

Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare 


=== 4 ===


www.resistenze.org - popoli resistenti - serbia - 25-02-08 - n. 216

 
I comunisti russi e la situazione nel Kosovo

 

Dichiarazione di Ivan Melnikov, primo vicepresidente del PCFR

 

In relazione alla proclamazione unilaterale dell’indipendenza della provincia serba del Kosovo, avvenuta il 17 febbraio, su richiesta dei media il primo vicepresidente del PCFR Ivan Melnikov ha commentato gli sviluppi della situazione:

 

“Il Comitato cittadino di Mosca del PCFR e i deputati comunisti della Duma di Stato hanno organizzato un presidio davanti all’ambasciata USA per protestare contro il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. Stiamo seguendo con la massima attenzione gli attuali sviluppi nei Balcani.

 

Il PCFR è convinto che il tentativo di riconoscimento unilaterale del Kosovo, a cui stiamo assistendo in questo momento, è un episodio che ci allontana dai confini di quanto è consentito dalla pratica accettata internazionalmente, e che assume un autentico carattere di provocazione.

 

Le forze, che vogliono avallare questa avventuristica indipendenza, sono interessate a che tale operazione avvenga rapidamente, senza che l’opinione pubblica abbia la possibilità di rispondere: il carattere della cosiddetta “indipendenza” è filo-americano, e tutto il territorio è costellato di bandiere degli USA.

 

Le conseguenze sono sostanzialmente tre. La prima: un altro tentativo di disgregare il territorio dell’ex Jugoslavia, privando la Serbia di una sua parte storica e, allo stesso tempo, di spingere i serbi ad uscire dal proprio territorio. La seconda conseguenza: la creazione di un precedente, in grado di provocare una serie di situazioni analoghe in tutto il mondo, anche nelle forme più pericolose. La terza, e più importante: è stata lanciata una sfida all’ordine mondiale, emerso dopo la Seconda guerra mondiale, dal momento che non è stata presa nella benché minima considerazione la posizione dello stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Inoltre occorre anche prestare attenzione a un altro fatto: tra i paesi, che sostengono l’indipendenza del Kosovo ci sono quelli che hanno scatenato la guerra all’Iraq e che, fino a questo momento, hanno sparso il sangue dei popoli del Medio Oriente.

 

La Russia, a nostro parere, deve continuare sulla linea del non riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e condurre di conseguenza un lavoro comune con coloro che condividono il nostro punto di vista, e con coloro, il cui punto di vista potrebbe modificarsi (…)

 

Per quanto riguarda l’atteggiamento della nostra politica nei confronti delle repubbliche non riconosciute, è certo che, in questa nuova situazione, non possiamo rimanere immobili, anche se non dobbiamo assumere lo stesso comportamento di coloro che violano le regole internazionali. Il PCFR propone le seguenti azioni concrete. Il primo passo: riconoscere i risultati dei referendum sull’autonomia e l’indipendenza delle repubbliche non riconosciute sul territorio dell’ex URSS. Secondo passo: concludere con esse trattati di sostegno reciproco e la stipula di accordi di collaborazione militare, da cui derivi che, in caso di aggressione da parte di terzi, queste repubbliche potranno essere difese. E solo qualora dovessimo verificare che la questione del Kosovo non presenta sbocchi, il passo successivo potrebbe essere rappresentato dalla nostra apertura nei confronti della questione relativa al desiderio di unirsi alla Russia che queste repubbliche hanno manifestato.

 

In ogni caso ciò che il mondo attende dal nostro paese sono azioni concrete. Meditate, ma decise, esse rappresentano l’unico modo per bloccare la revisione dell’ordine mondiale esistente che sta avvenendo in nome degli interessi degli USA e dei suoi alleati.

 

L’Assemblea Federale della Federazione Russa ha già predisposto un documento: la dichiarazione congiunta della Duma di Stato e della Camera del Consiglio della Federazione dal titolo “Le conseguenze della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del territorio del Kosovo (Serbia)”. Contiene valutazioni chiare e comprensibili, e in ragione dell’urgenza non abbiamo ritenuto necessario dilungarci in discussioni su questioni secondarie. Anch’io, in qualità di vicepresidente della Duma di Stato, ho firmato questo documento. La dichiarazione è sufficientemente dura, vi si mette in rilievo in modo inequivocabile il ruolo degli USA nella sollecitazione del separatismo kosovaro e pone le premesse per un nuovo tipo di relazioni con gli stati che si sono dichiarati indipendenti nello spazio post-sovietico”.

 

Traduzione dal russo di Mauro Gemma per www.resistenze.org

 


=== 5 ===


"Belgrado muova l'esercito e non ceda al ricatto della Ue"

di LEONARDO COEN

su la Repubblica del 18/02/2008

Parla Borislav Milosevic, fratello dell'ex presidente serbo ed ex ambasciatore a Mosca


MOSCA — «Oggi Belgrado dice che non riconosce né riconoscerà mai l'indipendenza del Kosovo, che si opporrà con tutti i mezzi a questa proclamazione, salvo il ricorso alla forza. Personalmente ritengo che sia legittima l'utilizzazione dell'esercito, della polizia e degli strumenti di controllo per difendere il nostro popolo, la sua storia e l'integrità territoriale dello Stato. Riconoscendo il Kosovo, l'Europa non solo ha sbagliato, ha stimolato le attività potenziali dei separatismi e dei secessionismi nel mondo. Gli americani hanno scaricato ogni responsabilità sugli europei, controllano la crisi, tenendosi per sé il comando, le basi militari, l'intelligence». 
Questo il polemico giudizio di Borislav Milosevic. Un parere particolare ed autorevole, perchè non solo è stato l'ultimo ambasciatore jugoslavo in Russia ma è il fratello dell'ex defunto presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, di cui ha raccolto l'eredità ideologica. Ha 70 anni, fa il consulente d'affari, vive a Mosca. Le sue analisi politiche sulla questione balcanica sono tuttora molto ascoltate: sia dal Cremlino, sia in patria, negli ambienti nazionalisti.

Ambasciatore Milosevic, il presidente Boris Tadic è filo-europeo. Ma l'Europa ha appoggiato la proclamazione di sovranità del Kosovo. Una situazione difficile da sostenere?
«Non sono molto favorevole a questo governo. Ma sul Kosovo il potere serbo è unito, perché si tratta di una questione nazionale e vitale. Devo dire che ultimamente la posizione delle autorità serba è diventata più patriottica e responsabile. Come Tadic, anch'io sono favorevole all'ingresso della Serbia nell'Europa unita. Ma quale Serbia? Con le sue frontiere riconosciute a livello internazionale o una Serbia saccheggiata?».

Molti politici serbi dicono che la via all'integrazione europea è l'unica strada possibile.
«Non sono d'accordo. Si può aderire all'Ue, senza ricatti, senza le minacce legate al Kosovo o al tribunale delll'Aja. Oppure, si può pensare ad una partnership alternativa con la Russia, la Cina e l'India, o altri paesi. La Serbia è in Europa, c'è sempre stata e ci sarà sempre. Ma entrare nell'Ue ad ogni costo, non è possibile, esiste pur sempre urna cosa che si chiama orgoglio nazionale. Lo stesso penso per l'ingresso nella Nato. Sono contro, come lo è la maggior parte della gente del nostro Paese. Che bisogno c'è d'entrarci, soprattutto dopo i bombardamenti sulle nostre città? Che bisogno c'è di mandare i mostri ragazzi in Iraq, in Afghanistan o di costruire basi Nato sul nostro territorio? Può diventare un boomerang. Meglio il "partneriato per la pace", è più che sufficiente come collaborazione tra la Serbia e la Nato».

Mosca, il vostro alleato storico, si è duramente opposta all'indipendenza del Kosovo. Che farà adesso?
«Penso che l'indipendenza non sia valida sotto il profilo legale e simbolico. Ci tolgono una parte della nostra terra ignorando la
posizione ufficiale dello stato serbo, gli interessi vitali del popolo serbo. 

L'Occidente opera in complicità con il vertice separatista kosovaro. Penso che sia un atto d'aggressione contro la Serbia. E che si sia voluto umiliare il suo popolo. Tutto ciò è molto triste. E pericoloso. Perché gli albanesi del Kosovo sono una minoranza nazionale, non un popolo costitutivo, come i serbi in Bosnia. Quindi non possono aver diritto all'autodeterminazione. Che è legittima se la costituzione non lo impedisce. Gli americani sostengono che il Kosovo è un caso speciale, che non deve costituire un precedente. Strano. L'avevano detto anche della Serbia, prima. Loro decidono chi sostenere e chi no nelle rivendicazioni d'indipendenza. Ma non tutti i paesi europei sono felici di questa scelta. Non la Spagna, che pensa ai catalani e ai baschi. Non gli inglesi, con l'Irlanda del nord. O i francesi, con la Corsica. E nello spazio post-sovietico, ci sono repubbliche filo-russe non riconosciute come l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud: grazie al Kosovo, è facile prevedere quel che succederà. Non sarà facile controllare gli effetti collaterali della secessione».

E' sicuro che la Russia si impegnerà a fondo per difendere la Serbia?
«Se non ci fossero stati la Russia e Putin al fianco della Serbia, il Kosovo da tempo si sarebbe distaccato. Grazie alla politica russa sul Kosovo il nostro popolo ha ritrovato animo e si è risvegliato dall'indifferenza. Ora la gente chiede al governo di reagire. Ma lo sa che Putin è talmente popolare da noi che c'è il suo ritratto ovunque, nelle vetrine? Che è stato nominato cittadino onorario di molte località? Che il suo nome è scandito nelle manifestazioni, compare sui manifesti, sugli striscioni? E lo sa, invece, che l'Europa è troppo piccola per questi esperimenti?
"Questa mossa scatenerà un'ondata di secessioni difficile da controllare"
Chi ci dice che non nascerà a breve una Grande Albania? La creazione di un altro stato musulmano, dopo la Bosnia, sortirà pesanti effetti sull'Europa. Per gli americani il Kosovo e la Bosnia sono come una sorta di poligoni dove loro possono fare concessioni al mondo islamico e riverire i regimi musulmani più integralisti, pur sostenendo in tutto il resto la politica d'Israele».


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www.resistenze.org - popoli resistenti - serbia - 09-02-08 - n. 214

 
I comunisti greci contro il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo

 

Dichiarazione del Partito Comunista di Grecia (KKE)

 

02/02/2008

 

Il Partito Comunista di Grecia chiede al governo greco di non riconoscere l’indipendenza del Kosovo, per le modalità con cui verrà imposta.

 

Il KKE mette in guardia sulle pericolose conseguenze della pressione esercitata sia dall’Amministrazione USA che dall’UE per l’immediata proclamazione dell’indipendenza e per il dispiegamento di una forza di polizia dell’UE nella provincia del Kosovo.

 

Portano la responsabilità per questa situazione anche i governi Greci di Nuova Democrazia, quelli precedenti guidati dal PASOK e altre forze in Grecia, per il loro comportamento e le loro azioni in merito alla questione.

 

A parere del KKE la proclamazione dell’indipendenza significa un cambiamento delle frontiere nei Balcani. Ciò creerà un pericoloso precedente che minaccia la destabilizzazione dell’intera regione e non solo.

 

La mossa è contro gli interessi degli Albanesi e degli altri popoli.

 

La decisione riguardante il Kosovo intensificherà le pressioni per soluzioni contrarie agli interessi del popolo Cipriota, di quello Palestinese e di altri popoli che lottano per la libertà.

 

Il KKE fa appello al popolo Greco perché rafforzi la lotta per la richiesta di un immediato ritiro delle forze armate Greche dai territori occupati all’estero.

 

Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare



#1560 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 12 Mar 2008 9:48 pm
Oggetto: L’indépendance du Kosovo n’a pas été décidée à Pristina
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La boîte de Pandore balkanique

Dick Marty : « L’indépendance du Kosovo n’a pas été décidée à Pristina »

par Silvia Cattori*


Le Kosovo, a proclamé son indépendance de manière unilatérale le 17 février 2008. Que sera le Kosovo de demain ? En reconnaissant l’indépendance du Kosovo -qui héberge actuellement la plus grande base militaire US du monde- les États-Unis, l’Allemagne, la France, la Suisse n’ont-ils pas enfreint le droit international, créé une nouvelle injustice à l’égard du peuple serbe, rallumé des feux mal éteints, préparant ainsi le terrain à de nouvelles confrontations violentes dans les Balkans ? Nous avons interrogé à ce sujet le sénateur (radical-démocratique) Dick Marty, en sa qualité de président de la Commission de politique extérieure du Conseil des États de la Confédération helvétique.

12 MARS 2008

Depuis
Berne (Suisse)


Silvia Cattori : La Suisse a tout de suite reconnu l’indépendance du Kosovo. Dans le cadre de la Commission de politique extérieure du Conseil des États de la Confédération helvétique dont vous assumez la présidence, vous n’étiez pas favorable à ce que la Suisse se précipite dans une reconnaissance rapide du Kosovo alors que, de son côté, la ministre suisse des Affaires étrangères, Madame Calmy-Rey, avait, dès 2006, clairement affirmé que le Kosovo avait droit à l’indépendance. Cette reconnaissance n’est-elle pas un précédent dangereux ?

Dick Marty : Je n’ai jamais compris la position de Madame Calmy-Rey ! Il eut été compréhensible qu’elle se réfère à une autonomie, à une solution confédérale s’apparentant au modèle suisse. Dans le cadre de la Commission de politique extérieure, où nous avions à donner notre avis, nous avons reçu une information incomplète. Le Département des Affaires étrangères nous a présenté un dossier pratiquement vide : la version du droit international, selon le point de vue du Département, tenait sur une page et demie. C’est tout. Beaucoup de commissaires n’étaient pas bien informés. Tous les socialistes ont voté l’indépendance du Kosovo, par simple réflexe, en défense de leur Conseillère fédérale.

Silvia Cattori : La précipitation de la Suisse dans ce dossier vous a donc surpris ?

Dick Marty : Je ne comprends pas que le Conseil fédéral n’ait pas attendu davantage. Il y a quelque chose qui m’échappe. L’indépendance du Kosovo n’a pas été décidée à Pristina. La majorité des pays n’ont pas reconnu le Kosovo et ne le reconnaîtront pas.

Silvia Cattori : En reconnaissant le Kosovo, pensez-vous que la Suisse, petit pays neutre, met le doigt dans un engrenage d’intérêts correspondant aux visées stratégiques de grandes puissances au sein de l’OTAN ?

Dick Marty : Je constate que le droit international et la neutralité, c’est un peu comme le parmesan. On le met sur les pâtes selon la sauce avec laquelle les pâtes sont cuites. On sait que, avec certaines sauces, on ne met pas de parmesan. Si c’est des pâtes avec des scampis, la cuisine italienne préconise de ne pas mettre de parmesan. S’il s’agit de pâtes avec de la bolognaise, le parmesan est bienvenu. Par cette image, je veux dire que, de plus en plus, on invoque la neutralité et le droit international quand ils nous rendent service et on les oublie quand ils nous dérangent.

Le droit international me paraît tout à fait clair dans la question du Kosovo, et la neutralité aussi. La résolution 1244 du Conseil de sécurité parle, à trois endroits, de l’intégrité du territoire serbe et dit que le Kosovo est une province serbe qui sera provisoirement administrée par la communauté internationale. La Russie n’aurait jamais accepté cette résolution si elle ne parlait pas de l’intégrité du territoire de la Serbie. Cette résolution est aujourd’hui encore en vigueur parce que seul le Conseil de sécurité peut la modifier ou l’annuler.

Quand, en 1999, les armées sous commandement de l’OTAN ont bombardé la Serbie, sans avoir obtenu l’autorisation de l’ONU, la Suisse avait interdit le survol de son territoire par les avions de l’OTAN. C’étaient là des actions d’agression illégales. Mais, lors de cette guerre, même en Suisse, les médias et nombre de politiciens ont justifié ces bombardements en disant qu’il fallait liquider Milosevic.

J’ai toujours été d’avis, qu’il y avait d’autres moyens de régler cette question. Car, en bombardant la Serbie, on a bombardé des civils et fait usage de munitions qui contenaient de l’uranium appauvri. Aujourd’hui, nous en connaissons les conséquences pour la santé. J’ai parlé à des cancérologues. Tous m’ont dit qu’il y a un développement anormal de tumeurs dans cette région depuis les bombardements de l’OTAN. Peu de gens osent parler de cette catastrophe. Les autorités serbes elles-mêmes n’ont pas intérêt à en parler. Cela mettrait la Serbie dans une position intenable, car cela reviendrait à devoir admettre que l’on ne peut plus consommer les produits agricoles contaminés.

Je constate que les gouvernements ne disent pas la vérité aux citoyens, que cela n’est pas digne d’une démocratie. Peut-être bien que, dans certains cas, l’OTAN peut avoir des raisons d’intervenir. Mais ce que je déplore, ce sont les mensonges, cette absence de transparence.

Silvia Cattori : Dans le cas de la reconnaissance du Kosovo, il y a donc bien eu violation du droit international et de la Résolution 1244 du Conseil de sécurité ?

Dick Marty : Oui. En droit international, l’autodétermination des peuples est soumise à toute une série de conditions. Il faut notamment qu’il y ait un peuple reconnu en tant que tel. Ce qui n’est manifestement pas le cas du Kosovo. Les Nations Unies n’ont jamais reconnu auparavant un pays qui s’est détaché d’un autre contre le gré du pays dont il faisait partie.

D’ailleurs, en Suisse, lorsque le Jura a voulu créer un nouveau canton en se détachant du canton de Berne, il y a eu toute une série de votations. Il a fallu que les gens soient d’accord, et le Canton de Berne a dû aussi voter. Toute la Suisse a dû voter.

Les autorités serbes ont accepté de renoncer au Monténégro en 2007. Elles ont voté, au Conseil de l’Europe, pour que le Monténégro soit admis comme nouveau membre. Ce n’est donc pas vrai que les Serbes ne veulent rien lâcher ; je les ai vus, à Strasbourg, voter sans gaité de cœur, mais ils ne se sont pas opposés. Les rapports entre la Serbie et le Kosovo sont d’un autre ordre qu’avec le Monténégro qui était déjà une république auparavant.

Mais on nous dit : « Le Kosovo, c’est différent, il a été victime d’exactions de la part de la Serbie ». Je constate que le Kosovo est administré depuis dix ans par la communauté internationale et que, après ces dix années, le Kosovo a une économie inexistante, qu’il est devenu un centre de criminalité organisée, de trafic de drogue, de trafic d’armes, de trafic d’êtres humains. Je constate qu’il n’y a pas une véritable société civile qui soit à même de faire fonctionner une véritable institution démocratique, et qu’il y a diverses minorités qui vivent protégées par des soldats internationaux.

Pendant ces années où le Kosovo était sous protectorat international, des monastères et des églises orthodoxes ont été brulés dans l’indifférence totale des médias internationaux. Depuis 1999, 250 000 Serbes ont dû quitter le Kosovo.

Je n’ai pas dit non à la reconnaissance de l’indépendance. J’ai dit : attendons de voir s’il s’agit vraiment d’un État indépendant qui est à même de protéger ses minorités. Pourquoi n’a-t-on pas attendu ? Je ne l’ai pas compris.

Quelqu’un m’a dit : « La Suisse, avec tous les problèmes qu’elle a déjà avec Bruxelles, et de fiscalité avec l’Allemagne, il ne fallait pas qu’elle contredise Bruxelles, et l’Allemagne qui a été le pays qui a poussé à l’indépendance du Kosovo ». C’est l’une des explications que l’on m’a données officieusement.

Il est clair qu’il y a, dans cette zone, une fracture entre les pays de l’OTAN et la Russie. On va créer un bastion, contre l’Iran qui n’est pas loin, mais surtout contre la Russie. Ces considérations auraient dû nous induire à plus de prudence. D’autres disent : « Il y a 10 % d’Albanais du Kosovo qui vivent en Suisse. Donc on a des intérêts particuliers ». Mais ce n’est pas un argument !

Ce qui me choque est que l’on ait cette attitude alors que la Serbie d’aujourd’hui n’a rien à voir avec la Serbie de Milosevic. En janvier 2008, il y eu, en Serbie, des élections que tous les observateurs internationaux ont reconnu comme libres et démocratiques. Les Serbes ont démontré une maturité et un courage remarquables : ils ont choisi d’élire le candidat qui était pro-européen, cela malgré le fait que ce n’était pas un choix facile pour eux, après 10 ans de blocus de la part de l’Europe. Et que fait l’Europe, que fait le monde occidental ? Ils incitent le Kosovo à l’indépendance juste après ce vote, en poussant la Serbie dans le camp russe et en l’humiliant. Je trouve cela absurde.

L’Union européenne, surtout, aurait pu faire une déclaration adressée à tous les pays de la région et leur dire : on vous propose à tous un contrat d’association à l’Union européenne et le Kosovo jouira d’une ample autonomie. Le président serbe, Tadic, est venu au Conseil de l’Europe et, bien que cela était difficile pour lui, il a déclaré devant les représentants de 47 pays : « Nous sommes d’accord de reconnaitre la plus ample autonomie possible au Kosovo ». On n’a pas voulu saisir cette occasion. Je ne le comprends pas.

Ce qui est inquiétant, aujourd’hui, c’est de voir que, en dépit des possibilités énormes que l’on a de s’informer - à travers Internet par exemple - jamais nous n’avons autant risqué d’être victimes d’intoxication. Sur ce qui s’est passé dans les Balkans, il y a eu une intoxication assez remarquable. On a présenté l’Armée de libération du Kosovo (UCK) comme si c’était une organisation de vierges de bienfaisance.


Journaliste suisse.


#1561 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Gio 13 Mar 2008 9:28 pm
Oggetto: 10-17 marzo SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA
jugocoord
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Dalla Rete nazionale Disarmiamoli! www.disarmiamoli.org  3381028120  3384014989 - riceviamo e volentieri giriamo:

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Legge di Iniziativa Popolare sui trattati internazionali, basi e servitu' militari propone

10 - 17 MARZO 2008

SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA

RILANCIAMO IN TUTTO IL PAESE LA RACCOLTA FIRME SULLA

LEGGE CONTRO ACCORDI MILITARI, BASI E SERVITU' MILITARI

Il recente decreto "milleproroghe", giustamente definito di guerra, pare abbia messo una pietra tombale sull'argomento. Di missioni militari, delle enormi spese per il sistema militare - industriale italiano, del ruolo centrale giocato dalla diplomazia italiana nel processo di secessione del Kosovo dalla Serbia, della situazione esplosiva in Libano, della guerra in Afghanistan e Iraq non v'è traccia nella campagna elettorale in corso.

L'ultimo decreto-legge di un governo morto servirà  a produrre altra morte. Il Parlamento con voto bipartisan ha varato il rinnovo delle truppe in tutte le missioni militari e relativo finanziamento. Solo 50 parlamentari hanno votato contro, ma non sarà  facile far dimenticare al loro elettorato 20 mesi di scelte belliciste ed aggressive che hanno trasformato la nostra penisola in un avamposto della guerra infinita e la nostra economia in un apparato bellico industriale foraggiato dall'enorme aumento delle spese militari.

Il decreto milleproroghe, votato recentemente da Camera e Senato prevede:

l        euro 279.099.588 per l'operazione UNIFIL in Libano

l        euro 18.107.529 per l'operazione EUROMARFOR per le navi da guerra di fronte al Libano

l        euro 337.695.621 per le truppe in Afghanistan

l        euro 94.000.000 per gli aiuti "umanitari portati dalle truppe italiane nei vari fronti di guerra

l     euro 8.157.721 per la proroga della partecipazione di personale militare impiegato in Iraq in attività  di consulenza, formazione e addestramento delle Forze armate e di polizia irachene.

L'ultima voce di spesa - oltre otto milioni di euro - ci ricorda il coinvolgimento diretto dell'Italia anche nel massacro iracheno, nonostante la strombazzata decisione di "ritiro" ad inizio legislatura. Militari italiani addestrano un esercito, quello iracheno, notoriamente coinvolto in massacri, torture, operazioni di pulizia etnica contro sunniti e palestinesi.

L'attuale muro di silenzio bipartisan su guerre di aggressioni ed occupazioni militari è indicativo della cattiva coscienza di tutte le forze politiche sul tema.

In politica estera esiste un tacito accordo tra tutte le forze politiche di centro destra e di centro sinistra. La guerra non è tema di campagna elettorale. Perchè parlarne ai potenziali elettori?

Per rompere questo muro di complice silenzio promuoveremo dal 10 al 17 marzo (anniversario dell'aggressione all'Iraq) una "SETTIMANA CONTRO LA GUERRA", durante la quale sollecitiamo tutte le realta' coinvolte nella raccolta firme sulla Legge di Iniziativa Popolare sui trattati internazionali, basi e servitu' militari a scendere in piazza con banchetti, iniziative, dibattiti, volantinaggi e quant'altro.

L'obiettivo e' quello delle 20.000 firme in 7 giorni, che ci permetteranno di fare un balzo in avanti verso il raggiungimento dell'obiettivo di PORTARE NEL NUOVO PARLAMENTO LA LOTTA CONTRO LA GUERRA.

Ci auspichiamo che la proposta della "SETTIMANA CONTRO LA GUERRA" venga raccolta da tutto il movimento italiano, da coloro che in questi anni hanno mantenuto salda la barra sulla parola d'ordine del "NO ALLA GUERRA SENZA SE E SENZA MA"

Pretendiamo che si affronti in questa campagna elettorale omologata sull'ipotesi bipolarista il tema del NO ALLA GUERRA , ALLE SUE BASI, ALLE SPESE MILITARI ED ALLE MISSIONI MILITARI ALL'ESTERO

Il Comitato promotore nazionale della

Legge di Iniziativa Popolare sui trattati internazionali, basi e servitù militari

legge-basi@googlegroups.com


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Di seguito le prime iniziative segnalateci per la settimana nazionale contro la guerra.

Segnalateci eventuali altre iniziative inviandoci una mail a info@...
Visitate il sito www.disarmiamoli.org

 

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SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI A CALTAGIRONE:

 

Carissimi,
il comitato locale Attac di Caltagirone vi invita a partecipare, Sabato 8 Marzo alle 19.00 in via Gabelle, alla presentazione della Legge di Iniziativa Popolare sui Trattati internazionali, basi e servitù militari lanciata a Novembre da associazioni pacifiste impegnate fattivamente nella lotta alla guerra. Si proietterà il video-inchiesta "Sigonella, Il pericolo annunciato", realizzato dai giornalisti di Rainews24. Vi invitiamo a darne massima risonanza in città.

Mimmo Scollo per Attac Caltagirone

 

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SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI A PORDENONE

 

A Pordenone, nei giorni della settimana nazionale contro la guerra,  le ragioni della Legge di Iniziativa popolare su una TV locale.

 

cari compagni, cari amici di DISARMIAMOLI,
VI comunico che martedì 11 marzo, alle ore 19.30 nell'ambito dello spazio concessoci per illustrare i motivi dell'astensione alle prossime elezioni esporremo le ragioni della petizione popolare "disarmiamoli", sul canale tv locale  tpn-Pordenone.

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SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI A PISA  

Sabato 15 marzo Borgo stretto ore 17 – 20 Banchetto per la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare sui trattati internazionali, le basi e le servitù militari 

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SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI A LANCIANO

BANCHETTO il 15-16 marzo 

Sabato 15 marzo alle ore 17.00 e Domenica 16 marzo dalle (11.00 alle 13.00) e dalle
17.00 in poi,si svolgera' in Corso Trento e Trieste a Lanciano un banchetto
informativo contro il decreto "mille proroghe" approvato a fine febbraio
dal parlamento.
Rilanciamo in questa campagna elettorale cristallizzata sul bipartitismo (P.D.e
P.D.L.),il tema del no alla guerra,alle sue basi,alle spese militari e alle missioni
all'estero,a favore delle spese sociali,delle fonti energetiche rinnovabili,dei
salari e delle pensioni.
Durante il banchetto si raccoglieranno le firme per la
"Legge di Iniziativa Popolare sui Trattati Internazionali,Basi e Servitu' Militari".

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SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI A MILANO

Il 15 marzo a Milano il Partito Umanista, Mondo senza guerre e molte altre associazioni umaniste organizzano un presidio per il quinto anniversario della guerra in Iraq, componendo la scritta NO WAR
Appuntamento in via Dante alle 15,30.

 

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SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI A ROMA

 

L’Ass. Umanista Mondo Senza Guerre organizza un
FORUM PER IL DISARMO e la NONVIOLENZA

Diamo una possibilità alla Pace!

Il 15 Marzo dalle 11.00 alle 19.00 al centro multiculturale "Baobab" in via Cupa, 5
(tiburtuna-viale province)

Presentazioni, tavoli di discussione e dibattiti su:

-    L’Italia in guerra, ruolo dell’Italia nella guerra globale al “terrorismo”

-   Emergenza Nucleare, uso delle armi nucleari come arme “preventive”

-   Binomio Economia-Guerra, cosa nascondono le “missioni di pace”

-   La Forza della Nonviolenza, il fallimento di questo sistema violento e la costruzione di una nuova società che metta l’essere umano come valore centrale.
 
Per partecipare e proporre temi ed interventi :
roma@... – 3355734803


Prime adesioni:
Gruppo giovanile Amnesty Roma, Nella Ginatempo - Rete Semprecontrolaguerra, Stephanie Westbrook, U.S. Citizens for Peace & Justice – Rome, Mario Cocco – Tavola della Pace, Marco Inglessis – Energia per i Diritti Umani, Anita Fisicaro (WILPF), Fabrizio Cianci - Radicali di Sinistra, Nando Simeone – Sinistra Critica

 

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Il COORDINAMENTO CONTRO LA GUERRA VALLE DEL SACCO – Colleferro (RM)

 

nella SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI (10-17 Marzo 2008)

 

invita a firmare la
 
PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE SUI  TRATTATI INTERNAZIONALI E SULLE BASI  E SERVITÙ MILITARI

 

a Colleferro nei giorni:

 

15 Marzo – ore 9,00:18,00 – piazzale antistante IPERCOOP
16 Marzo – ore 9,00:13,00 – C.so Filippo Turati (nei pressi piazza dell’ospedale)

 

per info:          mail     nosimmel@...
                        tel.       3356545313

 

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SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI A BOLOGNA

 

Domenica 16 marzo
presidio contro la guerra
Dalle 16.00
Via Indipendenza (davanti teatro arena del sole)
Per la proposta di legge di iniziativa popolare

 

Ferma la guerra - Firma la legge

 

Per liberare l’Italia da accordi segreti, basi e servitù militari

 

DISARMIAMOLI!Bologna

 

                       

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SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI A ROMA

 

il 18 Marzo dalle 16,00 alle 20,00, nell'Aula 1 della Facoltà di Lettere dell'Università "La Sapienza" di Roma

 

-   Introduzioni e proposte degli studenti contro la guerra

 

-         Presentazione
delle Leggi d'Iniziativa Popolare: "Un futuro senza Atomiche" e
"Basi, Trattati e Servitù Militari" ,
della Campagna "Europe for Peace",
  -   Proiezione del film "Zero- Inchiesta sull'11 settembre" e a seguire dibattito con Giulietto Chiesa

 

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SETTIMANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E LE SUE BASI A S. GIULIANO TERME (PI)

 

GIOVEDÌ 20 MARZO ORE 21,15 Nel quinto anniversario dell’invasione dell’Iraq
 
PRESSO LA SALA DEL CONSIGLIO COMUNALE DI SAN GIULIANO TERME (PI)
 
Incontro – dibattito sul tema:
BASE U.S.A. DI CAMP DARBY: LA GUERRA SUI NOSTRI TERRITORI

 

Saranno presenti:

 

MANLIO DINUCCI, saggista, esponente del Comitato per la riconversione e lo smantellamento della base USA di camp Darby

 

GIANGIACOMO CLAUDIO, avvocato, estensore della legge di iniziativa popolare sui trattati internazionali, le basi e le servitù militari

 

TAMARA BELLONE, Docente presso il Politecnico di Torino, rappresentante del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia

 

Introduce e coordina l’incontro ANDREA VENTURI, Consigliere comunale della Rete dei Comunisti

 

Iniziativa promossa dalla Rete dei Comunisti

 

Aderisce il Comitato per la riconversione e lo smantellamento della base USA di camp Darby
 

#1562 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Dom 23 Mar 2008 8:45 pm
Oggetto: VICENZA 26/3: LA FOIBA DEI MIRACOLI
jugocoord
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----- Original Message -----

From: Paolo C.
Sent: Wednesday, March 19, 2008 2:34 PM
Subject: Fw: PRESENTAZIONE LIBRO A VICENZA

 
Salve. Sperando di fare cosa gradita, invio l'invito alla presentazione del mio libro a Vicenza mercoledì 26 marzo (in allegato il volantino completo).

PolVice 

N.B.: CHI FOSSE INTERESSATO AD ORGANIZZARE ALTRI INCONTRI CON LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO E LA MIA PRESENZA E' PREGATO DI RISPONDERE A QUESTO MESSAGGIO INDICANDO UN RECAPITO TELEFONICO.

La foiba dei miracoli - indagine sul mito dei "sopravvissuti"

 

mercoledì 26 marzo ore 20.15

Pol Vice presenterà il suo libro a VICENZA

nell’aula magna dell’I.T.I.S. "A. ROSSI" via leg. Gallieno 52

con l’intervento di ALESSANDRA KERSEVAN

coordinatrice di RESISTENZASTORICA – seguirà dibattito

 

PRIMAVERA 2005: Graziano Udovisi, maestro in pensione ex tenente della Milizia Difesa Territoriale e rastrellatore di partigiani in Istria, sua terra natale, viene premiato nella manifestazione degli Oscar della Rai come "uomo dell'anno" per un'intervista da lui rilasciata a Minoli e più volte trasmessa nel corso degli anni. Racconta che nel 1945 è riuscito a salvarsi dalla foiba in cui è stato gettato, salvando nel contempo un suo commilitone... ESTATE 1945: Giovanni Radeticchio, milite della M.D.T., racconta alle autorità di Trieste di essersi salvato dalla foiba in cui è stato gettato, di essersi salvato da solo, e che in questa foiba è morto... Graziano Udovisi. ESTATE 1945: Graziano Udovisi, ricercato come criminale di guerra, per evitare l'arresto fugge a Padova con una carta d'identità falsa... Queste contraddizioni sono solo le punte emergenti di uno strano intrigo che in questo dopoguerra ha visto coinvolti: ex repubblichini rastrellatori di partigiani, agenti della X Mas, democristiani neoirredentisti, la Curia di Trieste, giornalisti e comunicatori massmediatici, storici compiacenti e istituzioni dello Stato italiano. Il tutto nel nome delle "terre perdute" dell'Istria e della Dalmazia e con l’uso spudorato degli strumenti di comunicazione di massa. Il come, il perchè e il chi di queste trame sono l'oggetto de "La foiba dei miracoli", la minuziosa indagine storica di Pol Vice. Questo libro è il risultato di una ricerca esemplare che il gruppo di Resistenza storica offre a tutti coloro che non si accontentano delle "verità ufficiali" diffuse sistematicamente da alcuni anni, in occasione della cosiddetta Giornata del Ricordo, sulle drammatiche vicende del confine orientale. "La foiba dei miracoli", infatti, è in realtà un trattato di "foibologia": una dimostrazione puntuale di come un vero e proprio progetto mediatico di falsificazione della storia sia stato costruito ed imposto all’opinione pubblica (pur con alterne fortune, ma in sostanziale continuità dall'immediato dopoguerra ad oggi), da forze politiche sociali ed economiche tuttora dominanti nel nostro Paese.

 

 

 

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a 12 cent per pagina senza scatto alla risposta

 


#1563 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 27 Mar 2008 2:07 am
Oggetto: Bologna 28-29/3: L’ESCLUSIONE DEL POPOLO ROM
jugocoord
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http://liste.bologna.social-forum.org/wws/arc/forum/2008-03/msg00365.
html

L’ESCLUSIONE DEL POPOLO ROM a Vag 61 il 28 e 29 marzo 2008 Vag61

From: Vag61 <info@...>
To: forum@..., info@...
Subject: L’ESCLUSIONE DEL POPOLO ROM a Vag 61 il 28 e 29 marzo 2008
Date: Wed, 26 Mar 2008 13:04:33 +0100


*AI MARGINI DELLE PERIFERIE DEL MONDO*

*L'ESCLUSIONE DEL POPOLO ROM*

Una due giorni di storia e cultura "romanì" a VAG 61

*VENERDÌ 28 MARZO*

*ore 21,30 - ROM CABARET*

*con DIJANA PAVLOVIC*

Dijana Pavlovic è una rom serba nata a Vrnjacka Banja nel 1976. Dopo
aver
studiato all'Accademia di Arte Drammatica di Belgrado, nel 1999 si è
trasferita a Milano dove lavora come attrice e mediatrice culturale.
Dopo
essere stata candidata nella lista di Dario Fo alle elezioni comunali
di
Milano, attualmente è l'unica candidata rom in Italia per le elezioni
della
Camera.

In Italia, dalla stagione 1999/2000 ad oggi, dopo aver ottenuto la
"Segnalazione di merito" al "Premio Teatrale Hystrio", ha recitato in
diversi spettacoli in lingua italiana tra cui:"Le lacrime amare di
Petra Von
Kant" di Fassbinder, al Teatro Elfo di Milano, regia di F. Bruni e E.

De Capitani ; "Le serve" Genet , al Teatro Out Off di Milano, regia di
L.Loris; " La felicità coniugale" di Anton Cechov, al Teatro Parenti
di
Milano, regia di R. Trifirò .

Ha partecipato a diversi serial televisivi e ad alcuni film tra cui:
"Provincia meccanica" di Stefano Mordini; "Una ragazza d'oro" di
Tatiana
Olear (a Milano Spazio Zazie in Aprile).

Dijana Petrovic in questi giorni è stata vicino ai rom sgomerati dal
campo
della Bovisa a Milano (400 persone tra cui 150 bambini), ma i giornali
hanno
parlato di lei per la sua candidatura. Il manifesto, in un'intervista
ha
fatto emergere le ragioni della sua scelta. Già dal titolo "Destra e
sinistra giocano sulla pelle dei rom", risulta chiaro quale sia il
pensiero
di Dijana: "Dopo lo sgombero di Opera di un anno e mezzo fa e la
vicenda che
ne è seguita è difficile tornare indietro, e la responsabilità è
innanzitutto della politica. Quell'episodio è stato l'apice di una
folle
campagna di disinformazione sui media e di giochi politici sulle
spalle dei
rom, e dei deboli in generale, per alimentare campagne elettorali che
cavalcano le peggiori paure della gente. A destra come a sinistra.

La paura del diverso cresce anche tra le persone di sinistra. Ma sono
i
dirigenti che la sfruttano per fare propaganda . A Roma Veltroni ha
combinato un disastro, ha fatto continui sgomberi, se ne è vantato e
ha
proposto la ghettizzazione dei rom in quattro megacampi recintati
fuori dal
raccordo anulare. Peggio della Lega. E poi ha ispirato il decreto per
le
espulsioni dei rumeni dopo il tremendo omicidio della signora
Reggiani. Un
provvedimento folle perché è stata una risposta inadeguata sull'onda
dell'emozione per un assassinio che ha dei responsabili precisi, non
un
popolo intero".

Chi però ha trattato la sua candidatura come un fenomeno da baraccone
è
stato il sito del Corriere della Sera che con un incipit che pare
rubato a
un'invettiva di Libero ha scritto: "Dopo la pornostar Cicciolina e il
transgender Luxuria, arriva una nuova candidatura provocatoria per il
parlamento italiano: la zingara Dijana Pavlovic ".

*ore 22.30 - proiezione del film*

*PRETTY DYANA (45')*

*Regia: BORIS MITIC*

Nel bel mezzo di un quartiere dormitorio c'è un'enorme, dimenticata
chiesa
ortodossa in costruzione. La chiesa si affaccia, dall'autostrada, su
di un
campo di zingari fuggiti dalla guerra in Kosovo. Degli strani veicoli
entrano ed escono dall'accampamento… Niente a che vedere con la mano
di Dio,
si tratta di pura magia gitana che mostra un eclatante esempio di
attivismo
sostenibile. Considerate solitamente come un prestigioso oggetto da
collezionisti, le classiche automobili Citroën vengono qui trasformate
in
futuristiche macchine ecologiche alla Mad Max. Tutto tranne il motore
viene
rimosso dallo chassis, un improvvisato cassone sul retro, e il resto
dipinto
con colori splendenti e decorato con buffi gadgets. Così bello, che
anche i
bambini piccoli vogliono guidare. Uno sguardo intimo osserva quattro
famiglie rom da una "favela" di Belgrado che si guadagnano da vivere
vendendo cartoni e bottiglie che raccolgono con le loro "risorte"
Dyane.
Questi moderni cavalli sono più efficaci dei carrelli, ma cosa più
importante – sono sinonimo di libertà, speranza e stile per I loro
proprietari artigiani … Perfino le batterie della macchina sono usate
come
generatori di energia per avere luce, guardare la TV e ricaricare i
cellulari! Praticamente il sogno di un alchimista. Ma la polizia non
sempre
trova divertenti questi strani veicoli.

Biografia: Boris Mitic nasce nel 1977 nel sud della Serbia. Crede di
essere
un filmmaker autodidatta dal momento in cui riesce a trovare i soldi
per
comprarsi una videocamera decente. Studente per propaganda,
giornalista per
professione, documentarista per convinzione. Sceneggiatore nel tempo
libero.
Figlio di un onesto diplomatico, unico artista nell'intero albero
genealogico. Dopo alcune guerre e qualche melodramma
transcontinentale, si è
stabilito a Belgrado. Gioca a calcio e a basket (playmaker se
possibile),
anche a scacchi, ma non ha progetti per il futuro. Filmografia: "The
size of
the bottle" (doc,2003); "Santa's not dead" (doc, 2004); "Pretty Diana"
(doc,
2004); "Unmik Titanik" (2004)

*SABATO 29 MARZO*

*Ore 16.30 -Presentazione del libro*

*"ALLA PERIFERIA DEL MONDO - IL POPOLO DEI ROM E DEI SINTI ESCLUSO*
*DALLA
STORIA"*

di D'isola - Sullam - Baldoni -Baldini - Frassanito

a cura della Fondazione Roberto Franceschi Onlus

UN LIBRO NATO A SCUOLA

Giorno della memoria, 27 gennaio 2002: gli studenti affollano l'aula
Magna
del Liceo Classico C. Beccaria di Milano e ascoltano le relazioni
degli
oratori. Alcuni liceali vengono a sapere, per la prima volta, che
mezzo
milione di zingari è morto nelle camere a gas: uno sterminio
dimenticato,

insieme a quello degli omosessuali e dei Testimoni di Geova. Viene
organizzata una serie di incontri e dal materiale raccolto nei
seminari
nasce l'idea del libro, i cui autori "orali" e materiali (ma non
unici) sono
quattro studenti del suddetto liceo. Supportato dalla curiosità, dalle
conoscenze progressivamente acquisite e dalla conseguente indignazione
morale degli studenti, il libro vuole assolvere nel contempo al dovere
dell'informazione e della denuncia.

Le popolazioni dei rom e dei sinti da sempre perseguitate, emarginate,
prive
di diritti sono il soggetto di questo libro.
Dalla conoscenza all'etica della responsabilità alla pratica dei
diritti per
il popolo maltrattato: con ciò i percorsi della Fondazione Roberto
Franceschi e dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di
Liberazione in Italia si sono incrociati, stringendo un sodalizio il
cui
centro riguarda la cittadinanza, il riconoscimento dei diritti
universali e
la denuncia delle pesanti responsabilità storiche che l'Europa, e non
solo,
ha verso il popolo Rom.

GLI AUTORI

Isabella D'Isola - Professoressa di Filosofia e Storia presso il Liceo
Classico C. Beccaria di Milano; dal 2001 comandata presso l'Istituto
Nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia. Si
occupa di
didattica della storia in archivio e di bioetica.

Mauro Sullam - Studente del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, III
liceo,
a.s. 2002/2003

Giulia Baldini - Studentessa del Liceo Classico C. Beccaria di Milano,
III
liceo, a.s. 2002/2003

Guido Baldoni - Ex studente del Liceo Classico C. Beccaria di Milano,
diplomato nell'a.s 2001/2002. Attualmente iscritto al I anno della
Facoltà
di Lettere Moderne dell'Università degli Studi di Milano.

Gabriele Frassanito - Studente del Liceo Classico C. Beccaria

*Ore 20.00 - CENA TRADIZIONALE RUMENA, con cibi preparati da uomini e
donne
della comunità rom di Bologna.*

*Ore 21.30 -La scrittrice MILENA MAGNANI, autrice del romanzo "Il
circo
Capovolto" e NAJO ADZOVIC, presidente della associazione "Nuova Vita"
(operante nel campo rom Casilino '900 a Roma) e autore del libro "Rom,
il
popolo invisibile",*

presentano il documentario

"LACRIME DI MEMORIA" (18')

regia Giulia Zanfino

fotografia Andrea Foschi

montaggio Valentina Zaggia

Traduzioni Najo Adzovic

E' il viaggio di una giovane ragazza, che sui libri di storia legge
dell'olocausto degli ebrei. Il padre (Najo) le ha parlato anche del
porrajmos, l'olocausto dei rom in cui persero la vita circa 500 mila
zingari
europei. Così la giovane ragazza parte alla ricerca di testimonianze
nel
Campo di Casilino '900.

Il racconto prende le sembianze di un viaggio nel passato, come
metafora
alla ricerca della memoria che per i rom è molto preziosa, dato che
gran
parte della loro cultura si tramanda per via orale. La giovane ragazza
costruisce la sua ricerca storica raccogliendo testimonianze dagli
anziani,
custodi di un mondo che sta scomparendo.

Il film si chiude con uno spaccato sul genocidio di Srebrenica (una
pagina
dolorosa, caratterizzata da una pulizia etnica spietata, sotto gli
occhi di
un mondo indifferente).

*Ore 22 - Presentazione del documentario*

*di CATHERINE BOYLE e GIANLUCA DI SANTO*

*"VOCI DAL GHETTO" (25')*

Nel film prendono la parola alcuni abitanti della mahala" (ghetto) Rom
della
città di Samokov in Bulgaria, spiegando le loro difficoltà davanti
alla
mancanza di infrastrutture e di possibilità di lavoro.

Oltre agli autori, sarà presente anche VESKA ILIEVA, una signora Rom
della
città di Samokov che ci ha partecipato alla realizzazione del
documentario.

Nell'ambito della serata verrà allestita anche una MOSTRA FOTOGRAFICA,
a
cura dei fotografi di WTP, sul ghetto Rom di SAMOKOV. --



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#1564 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 27 Mar 2008 2:42 am
Oggetto: Cividale (UD), 4/4: Grecia, danni dell'occupazione italiana
jugocoord
Invia email Invia email
 


Cividale del Friuli 4 aprile 2008

ore 20.00 c/o sala Società Operaja g.c.

proiezione del documentario:

 

Grecia, appunti sui danni causati dall'occupazione italiana.

 

 

Saranno presenti alla proiezione:

Amalia Kolonia – Università Statale di Milano

Piera Tacchino – Regista



DVD (96'), Italia 2005
Realizzato da: Tamara Bellone, Nietta Fiorentino, Ghiorgos Korras, Piera Tacchino
Montaggio: Monica Affatato
Disegni: Paolo Golinelli

Con testimonianze di:
Tàkis Benàs, Pànos Gheorgòpoulos, Demétrio Livieràtos, Chrìstos Kostòpoulos,
Evànghelos Manghiòsis, Gheòrgos Papadìskos, Stèfanos Ritsàkis, Adéla Tsoukià, Pànos Tsoukià
Contributo di:
Costanzo Preve

 

 

Il videodocumentario, costruito sulla base delle testimonianze dei diretti protagonisti della stagione della occupazione e della Resistenza greca, è un esempio di autoproduzione di altissimo livello. Il risultato è straordinario sia dal punto di vista della ricostruzione storica, sia da quello del montaggio e della sintassi filmica, sia per le tecniche usate: l'alternare prese dirette con filmati d'epoca, disegni, musiche e fotografie insieme a sguardi, presi in tempi diversi (allora ed oggi) nei luoghi dove i fatti si sono svolti.
Oltre ad illustrare i crimini commessi dall'occupante italiano in Grecia, il video ripercorre la storia della Grecia dal 1940 al 1952, illustrando in particolare l'epopea drammatica del movimento partigiano locale, che dovette combattere, di volta in volta, contro gli italiani, contro i tedeschi, contro le altre truppe di occupazione ed i collaborazionisti locali, poi contro la destra nazionalista appoggiata dagli angloamericani. Un documento che spicca per qualità e spessore tra i migliori realizzati in Italia sulla Resistenza all'estero.

 

  

 

Organizzano:

ANPI
ISKRA
LIUMANG

 

Aderisce all’iniziativa

SOMSI

 
 

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