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#2633 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 1 Apr 2011 11:13 am
Oggetto: L'Italia della prevaricazione contro i più deboli
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L'Italia della prevaricazione contro i più deboli

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Sul razzismo e la prevaricazione contro i più deboli, atteggiamenti oramai prevalenti nella società italiana,  si veda anche il recentissimo rapporto di Human Rights Watch:

L’intolleranza quotidiana. La violenza razzista e xenofoba in Italia


Comunicato stampa 
Un’Italia sempre più intollerante e razzista 

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La Lega Nord a Ileana Argentin: “stai zitta handicappata del cazzo”


Posted By Gennaro Carotenuto On 1 aprile 2011


La Lega Nord si è costruita nel tempo la fama di dare pane al pane e dire quello che davvero pensa la gente.

Ed ecco quello che pensa davvero la gente quando deve cedere il passo a una signora in carrozzina o quando questa osa dire la sua. La gente pensa: “stai zitta handicappata del cazzo”, come ha sintetizzato ieri il deputato della Lega Nord Massimo Polledri (nella foto) alla deputata del PD Ileana Argentin.

Permettere al teppista dell’odio Massimo Polledri di uscire impune da questa vicenda, è parte di una società senza più freni inibitori dove la brava gente, padana e non, è libera di pensare e dire “immigrati fuori dalle palle”, “buttiamoli a mare”, “affondiamo le navi”, “bruciamo i rom”, “forza Vesuvio”, non voglio te come insegnante dei miei figli perché sei meridionale, i romeni sono tutti ladri, la cultura non fa mangiare, gli impiegati pubblici possono essere liberamente diffamati, non voglio spendere per insegnanti di sostegno perché tanto i miei figli sono sani, non voglio handicappati in giro perché i bambini s’impressionano, non accettiamo bimbi down in questo albergo perché i clienti s’intristiscono e non spendono e tutto il repertorio davanti ai nostri occhi e che abbiamo più o meno supinamente accettato mugugnando privatamente il nostro schifo.

Se lo dicono i ministri, se rivendicano il diritto di affermare cose che non sono intemperanze verbali ma che rispondono ad una precisa cultura che poi ritroviamo puntualmente riflessa nelle leggi dello Stato, dai tagli agli insegnanti di sostegno al reato di immigrazione clandestina, ai tagli alle cure palliative ai malati terminali (per foraggiare gli allevatori disonesti amici di Polledri) come pretendiamo che la cultura dei peggiori bar di Gallarate non diventi ormai la cultura del paese, la cifra del paese, un paese senza umanità.

E’ questo quello che abbiamo seminato in questi decenni nell’accettare l’imposizione di un’agenda politica di pancia più che di idee, di odio più che di solidarietà, dove il rancore sordido per qualunque interazione con l’altro è diventato l’unica regola riconosciuta. Adesso non sembra esserci più scampo in questa rincorsa infinita alla suburra, ad una palude nella quale la nostra società civile sta affondando.

Eppure non possiamo fermarci. Cominciamo dal gridare l’indegnità di Polledri, ad esigere che sia punito. Cominciamo dal circondare la sua villetta a schiera a Piacenza con i nostri colori fino a quando l’indegno non sia obbligato dai suoi a dimettersi dal parlamento. Cos’altro dovranno fare per capire che non c’è altro di più urgente che fermarli?



#2634 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Gio 7 Apr 2011 7:13 am
Oggetto: Fenomenologia dei cortei pacifisti
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Fenomenologia dei cortei pacifisti

di Pietro Ancona,  02.04.2011
 
Sarebbe interessante per un sociologo analizzare i cortei per la pace che si svolgeranno oggi in alcune  città italiane. Oramai è chiaro che il colore prevalente non è più né il rosso né l'arcobaleno. Arcobaleno distrutto da quasi un decennio di polemiche contro i "pacifinti", la diserzione della CGIL, delle organizzazioni cattoliche e del PD. L'ultimo corteo pacifista fu raggiunto a metà percorso da Fassino il quale marciò per un po' di strada e poi si ritirò per non parteciparvi mai più. Era il 2004. Il PD  si porta a casa oggi la condanna di Gheddafi  che costituisce il  suo grande regalo  agli americani. In futuro forse qualcuno del PD  parteciperà  ancora  a cortei di pacifisti, forse alla marcia Assise-Perugia, oramai entrata tra le "feste comandate" della Repubblica, costruita attorno ad un cosiddetto tavolo della pace al quale fanno capo i volontari di Santo Egidio che non  disdegnano tuttavia donazioni, se del caso, anche da fabbricanti di armi.  
Il corteo di oggi sarà disertato da alcuni degli  esponenti più autorevoli del PD che non vogliono destare sospetti all'Ambasciata USA proprio mentre lavorano per  approntare una alternativa di governo al centro-destra italiano. Nel PD si è sollevato un vespaio di polemiche. 
Moltissimi non ci saranno e coloro che andranno al corteo vi daranno una connotazione "gentile", alcune parole non ci saranno più, tra queste: guerrafondai, imperialismo, colonialismo, capitalismo..parole oramai obsolete e veterotutto. 
Per una sorta di follia della politica le parole colonialismo ed imperialismo vengono bandite anche dai comunisti del Manifesto. Dice la Rossanda che la guerra contro Gheddafi non è stata fatta per il petrolio o la posizione geostrategica della Libia, non ha motivazioni imperialiste o neocolonialiste. La guerra è fatta perché Sarkozy non vuole perdere le elezioni in Francia e Cameron vuole stornare l'attenzione dalle sue scelte che suscitano ire sempre più furibonde tra gli studenti, gli statali, i pensionati...  Insomma, la categoria per capire quanto sta accadendo nel quadrante mediterraneo, non è quella dell'analisi "marxiana" dell'economia e della politica!
Ciò non spiega lo straordinario spiegamento di forze statunitensi nel Mediterraneo e l'impiego di centinaia di grandi missili caricati ad uranio impoverito per uccidere subito ed in futuro. Ma pare che questo particolare non interessi. Naturalmente il corteo è pervaso  tutto da profonda antipatia per Gheddafi. Non gli si perdona di essere stato amico di Berlusconi ed a questi di avergli baciato l'anello (o la mano) non ho capito bene! Non gli si perdona di avere tenuto una lezione di islamismo a cinquecento ragazze italiane e di avere portato in Italia un campionario di focosi cavallini arabi. Non gli si perdona ancora l'esibizione degli aerei italiani sul cielo di Tripoli che, tuttavia, patriotticamente tracciarono un tricolore e non il verde della jamahiria come richiesto dal Colonnello. Questo disprezzo per il Colonnello è stato alimentato da settimane di attacchi e di sfottò praticato dalla stampa nazionale e da una casta di oligarchi della politica che si sono divertiti a lungo attorno al Colonnello. Anche la Littizzetto si è lasciata andare a schernire il vestiario di Gheddafi.
Questo sentimento di antipatia è sovrastante su tutto. Non credo che ci sia molta  pietà o alcuna commozione per la piccola nazione di appena sei milioni di persone devastata dal più possente esercito alleato del mondo. Ed è, senza saperlo, un sentimento profondamente autolesionistico e masochista. La guerra contro Gheddafi è guerra contro l'Italia!  Perderemo tutto. La Libia è stata rapinata dei fondi sovrani. Circa cento miliardi di dollari proprietà del popolo che sono stati incassati dalle banche USA ed europee. L'Italia perderà il suo piedistallo economico e sociale che gli dà prosperità da quaranta anni. Si tratta di qualcosa come trenta miliardi di euro di export-import e del pane di migliaia e migliaia di operai, tecnici, ingegneri italiani. Quando gli ultimi fumi delle cannonate saranno svaniti ci troveremo più poveri, più piccoli, senza sapere dove sbattere la testa....
Il corteo vivrà di un sentimento che non promana da se stesso ma dai ricordi della gente che vi partecipa. La gente, ricordando di essere stata pacifista, no global, antinuclearista, per il lavoro, per i diritti crederà di essere sempre dentro la stessa onda emotiva e politica della sua storia. Ma le cose non stanno così. La contraddizione del corteo per la pace ma anche contro Gheddafi che oggi è il punto della lotta antimperialistica da difendere con maggiore forza c'è e resta.  Resta anche odio ed antipatia nei suoi confronti. Odio ed antipatia del tutto immotivati che in parte vengono dal substrato culturale razzista della Italia di Graziani e Magliocco che per trenta anni uccise, squartò, impalò i libici. 
Il corteo dirà no alla guerra ma il risultato sarà eguale a zero perché dirà no anche a Gheddafi cioè alla libertà ed alla indipendenza della Libia. Si sa benissimo che gli insorti sono una specie di UCK di Bengasi e che i tre che si spartiranno le spoglie di uno Stato finora prospero e felice saranno gli USA, la Gran Bretagna e la Francia.
Cortei sempre meno colorati, sempre più educati, gentili, giudiziosi, animati da palloncini e striscioni con colori leggeri in cui vengono scritte paroline gradevoli.



#2635 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Gio 7 Apr 2011 8:07 pm
Oggetto: Disinformazione strategica sul Trattamento degli italiani ...
jugocoord
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<< 11 feb - Foibe: dossier inedito sulla pulizia etnica
venerdì 11 febbraio 2011
di Roberto Fabbri su www.ilgiornale.it
La fondazione Italia protagonista e l'Associazione Nazionale Dalmata presentano la copia del dossier inedito «Trattamento degli italiani da parte Jugoslava dopo l'8 settembre 1943». Per la prima volta in assoluto, informa un comunicato, si potrà prendere visione del documento ufficiale del governo italiano presentato alla conferenza di pace di Parigi del 1947 per denunciare la pulizia etnica perpetrata dalle truppe comuniste del maresciallo Tito nei confronti degli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia dal '43 al '45. Il dossier sarà presentato lunedì 14 febbraio alle 17.30 presso la Sala della Mercede di palazzo Marini-Camera dei deputati, via della Mercede 55.
Attraverso immagini originali ed inedite si ripercorrerà l'orrore delle violenze ai danni di nostri connazionali.
Parteciperanno Maurizio Gasparri, presidente del Gruppo Pdl al Senato; Aldo Giovanni Ricci, sovrintendente emerito dell'Archivio di Stato-Delegato alla Memoria di Roma Capitale; Marino Micich, studioso dell'Archivio del Museo Storico di Fiume; Guido Cace, presidente dell'Associazione Nazionale Dalmata; Aimone Finestra, già Sindaco di Latina e comandante delle truppe cetniche anticomuniste sui monti della Dalmazia
[SIC]; Fabiana Santini, assessore alla Cultura della Regione Lazio.
Seguirà la proiezione di un breve documentario in memoria di Luigi Papo, storico delle Foibe recentemente scomparso. L'iniziativa editoriale è sostenuta dalla Regione Lazio - Assessorato alla Cultura. L'Associazione Nazionale Dalmata provvederà a distribuire la ristampa gratuitamente nelle scuole, dove terrà conferenze sull'argomento. >>

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Riceviamo e volentieri diffondiamo:
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Spettabili Presidente e Vice Presidente ANPI
Raimondo Ricci
Armando Cossutta
e Spettabile Responsabile Nazionale
Ufficio Stampa e Comunicazione
Andrea Liparoto
 
A norma del nostro Statuto, che tra gli altri scopi, per la nostra Associazione individua anche lo scopo di “tutelare l'onore e il nome partigiano contro ogni forma di vilipendio o di speculazione”, invio questa mia richiesta al fine che l’ANPI, nella sua più autorevole rappresentanza a livello nazionale, prenda posizione riguardo ai fatti che di seguito qui elenco.
 
Nell’estate dell’anno 2007 mi capitò di sfogliare una pubblicazione che un mio conoscente aveva trovato nella bancarella di un mercatino. Tale pubblicazione dal titolo “Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943 riporta una documentazione, costituita da testimonianze e fotografie, che, in due capitoli, descrivono il “comportamento delle forze jugoslave di occupazione nei riguardi degli italiani nella Venezia Giulia e in Dalmazia” e “il trattamento dei militari italiani internati nei campi di concentramento Jugoslavi
 
La pubblicazione, priva di committente, autore e data di pubblicazione è redatta in lingua italiana e inglese. Quando ebbi modo di consultarla ipotizzai una data di pubblicazione immediatamente successiva alla fine della guerra. Tale ipotesi è poi stata confermata dalle notizie che riporto più avanti nel testo che indicano nell’anno 1947 la data della sua pubblicazione.
 
Sfogliando il fascicolo, così in maniera casuale, notai che, tra le molte testimonianze, era riportata anche quella del sottocapo meccanico Federico Vincenti. Da questa descrizione non mi fu difficile individuare in quel Federico Vincenti il partigiano Federico Vincenti, attuale Presidente del Comitato Provinciale dell’ANPI di Udine e Vice-Presidente Nazionale dell’Associazione.
 
Circa due settimane dopo questi fatti ebbi modo di acquistare il libreria il volume “Nei campi di Tito. Soldati, deportati e prigionieri di guerra italiani in Jugoslavia (1941-1952)” di Costantino Di Sante pubblicato da Ombre Corte (2007). Questo volume riportava, in appendice, l’intero secondo capitolo della pubblicazione che avevo avuto modo di consultare poco tempo prima e che, lo ripeto, risulta priva di committente, autore, data di pubblicazione.
 
Contattai quindi il compagno Vincenti per avere da lui informazioni su quelle dichiarazioni a lui attribuite che mi stupirono (conoscendo la sua vera biografia) e che qui riporto:
 
Altri particolari in proposito si trovano riferiti nella lettera del sottocapo meccanico Vincenti Federico (cfr. doc. n. 12), già internato a Lissa, lettera dalla quale stralciamo il seguente passo: “…Al 23 dicembre 1943 entrano tra Lissa e l’isolotto di Bisevo 4.500 soldati italiani in gran parte ex prigionieri dei tedeschi. Sono adibiti ad ogni specie di lavori: come costruzione di strade, canalizzazioni, panificazione, sbarco ed imbarco merci al porto. Essi sono permanentemente sorvegliati da sentinelle partigiane.
Il vitto è scarsissimo e si compone solamente di acqua calda, pane ed un cucchiaio di marmellata per pasto. L’alloggio in due grandi camerini (ex stalle) sul nudo pavimento e solo due mezze coperte. Quasi tutti sono malati di stomaco (ulcere), di dissenteria (sirca) e di deperimento organico.
Il trattamento è disumano: qualunque manifestazione di risentimento e di italianità è stroncata con la fucilazione. Dal 10 al 20 dicembre si calcola siano stati fucilati circa 1.800 militari i cui cadaveri vennero buttati in mare. Le esecuzioni di massa avvengono a Bisevo. Soldati, che quasi completamente nudi dimostrano stanchezza, vengono fatti oggetto di rappresaglie da parte delle sentinelle che sparano addosso colpendo alle gambe. Le cure mediche vengono rifiutate. Un medico italiano, per aver operato un soldato di appendicite perforante, fu segregato. All’ammalato furono rifiutati dai commissari politici un giaciglio e le necessarie trasfusioni di plasma, altroché il vitto e l’opportunità di assistenza da parte degli infermieri”.
 
Vincenti mi fece pervenire alcune informazioni riguardo al suo impegno nelle file dell’esercito partigiano e una dichiarazione da lui resa, a fronte di una richiesta del magistrato, ai Carabinieri. Tra le altre cose mi risulta che Vincenti abbia provveduto a inoltrare all’ANPI nazionale copia della sua biografia che, però non trovo presente nel sito web della nostra associazione.
Al Comando Legione Carabinieri di Udine alla presenza del Maresciallo Spinelli a fronte richiesta del Giudice Pititto di Roma in relazione a “Indagini sulle foibe” alla domanda inerente la sua esperienza di internato nei campi di concentramento jugoslavi dopo l’8 settembre 1943, Vincenti dichiarava in data 5 maggio 1997:
 
Non sono un internato nei campi di concentramento e nemmeno un prigioniero di guerra in Jugoslavia. Sono un combattente della guerra 1940-43, imbarcato sulla torpediniera “Sirtori”. Dal 1944 al 1945 sono stato partigiano italiano combattente all’estero (tale la qualifica assegnatami dalla Marina Italiana – Fronte Clandestino della Resistenza -) e combattente nelle file del E.P.L.J. per il periodo che va dal 25 marzo 1944 al 7 maggio 1945.(…) Nell’isola di Lissa (Vis) nella Dalmazia centrale feci parte delle flottiglie di barche addette agli sbarchi, alle incursioni ed agli attacchi sulle isole del Pelago Dalmato; fui anche addetto alla scorta e al trasporto per mare di missioni militari inglesi ed americane. Per un lungo periodo venni incaricato assieme ai partigiani dalmati al salvamento di molti soldati italiani che riuscivano a fuggire dalla prigionia tedesca e che dalla costa del continente occupato dai nazisti venivano di notte portati in salvo nell’isola di Lissa (di ciò ho dato atto in una mia pubblicazione dal titolo “Partigiani friulani e giuliani combattenti all’estero”). Questi chiedevano delle armi per poter combattere contro i tedeschi. Gli ammalati venivano invece inviati nell’Italia del sud già liberata mediante motozattere inglesi. Dal giugno 1944 nell’isola di Lissa si installò il comando supremo del E.P.L.J. con il Maresciallo Tito proveniente dalla Bosnia. Qui presero stanza anche i reparti di commandos inglesi, di piloti inglesi ed americani nel campo di aviazione allestito sulle alture dell’isola, un ospedale partigiano con medici di diverse nazionalità, missioni militari degli alleati, un battaglione partigiani italiano, facente parte della I Brigata dalmata, e(d) molti italiani che facevano parte di diverse formazioni partigiane locali. Da rilevare che chi non era partigiano doveva lavorare alla difesa dell’isola di Lissa, poiché il servizio informativo (degli) alleato prevedeva un attacco da parte dei parà tedeschi. La disciplina era assoluta ed uguale per tutti fino alle estreme conseguenze; il mangiare era limitato ad un piatto di minestra e ad un pezzo di pane al giorno per ogni partigiano o lavoratore che fosse. Anche il dormire era alla partigiana, per terra sulle rocce con una sola coperta, con l’arma al fianco”
 
Le dichiarazioni di Vincenti nonché tutta la sua storia di partigiano (pluridecorato) e il suo impegno speso nell’ambito della nostra Associazione confermano la falsità di quanto riportato nella pubblicazione citata, la ripubblicazione della quale, doveva essere preceduta da un rigoroso studio e confronto delle “Fonti” per evitare la diffusione di notizie distorte su un argomento che resta all’ordine del giorno anche nell’attualità delle vicende politiche del nostro Paese e che certuni, sfruttando magistralmente anche le ambiguità offerte dall’istituzione della “Giornata del Ricordo”, non perdono occasione di cavalcare per attaccare la nostra Resistenza
 
In data 14 febbraio 2011 la “Fondazione Italia protagonista” e “l'Associazione Nazionale Dalmata” presentano la copia del dossier inedito «Trattamento degli italiani da parte Jugoslava dopo l'8 settembre 1943» a palazzo Marini-Camera dei deputati, via della Mercede 55 in Roma. Per la prima volta in assoluto, informa il comunicato stampa, si potrà prendere visione del documento ufficiale del governo italiano presentato alla conferenza di pace di Parigi del 1947 per denunciare la pulizia etnica perpetrata dalle truppe comuniste del maresciallo Tito nei confronti degli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia dal '43 al '45.
A tale presentazione partecipano Maurizio Gasparri, presidente del Gruppo Pdl al Senato; Aldo Giovanni Ricci, sovrintendente emerito dell'Archivio di Stato-Delegato alla Memoria di Roma Capitale; Marino Micich, studioso dell'Archivio del Museo Storico di Fiume; Guido Cace, presidente dell'Associazione Nazionale Dalmata; Aimone Finestra, già Sindaco di Latina e comandante delle truppe cetniche anticomuniste sui monti della Dalmazia; Fabiana Santini, assessore alla Cultura della Regione Lazio.
 
LAssessorato alla Cultura della Regione Lazio e L'Associazione Nazionale Dalmata provvederanno, si evince dal comunicato stampa, a distribuire la ristampa gratuitamente nelle scuole, dove si terranno conferenze sull'argomento.
A parte l’amenità di far presentare questo documento a un “comandante delle truppe cetniche anticomuniste”, che a me risulta essere stato ufficiale del battaglione “Venezia Giulia” della divisione “Etna” della Guardia Nazionale Repubblicana condannato e quindi in seguito amnistiato dal Tribunale di Novara – Senatore nelle file dell’MSI nell’VIII e IX Legislatura, a ulteriore specifica Vi informo che ho provveduto anche a scrivere al prof. Costantino Di Sante (che mi risulta essere socio dell’ANPI di Teramo e studioso del locale ISML) relativamente alla questione ma di non aver ricevuto ad oggi alcun riscontro alla mia segnalazione.
 
Ritengo che la pubblicazione e distribuzione nelle scuole di tale testo sia di pregiudizio alla nostra Associazione, ai valori della Resistenza, oltre ad essere lesivo nei confronti del compagno Vincenti e dei tanti militari italiani che dopo l’8 settembre 1943 combatterono nelle file dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo (circa 40.000 combattenti e 20.000 caduti!).
 
Chiedo quindi che l’ANPI prenda una posizione ufficiale sulla vicenda anche per ottemperare a quanto previsto dal nostro Statuto.
 
Vi ringrazio per la cortese attenzione e confermo, per quanto superfluo, la mia disponibilità per ogni chiarimento si rendesse necessario.
 
Marcolini Provenza Luciano
Segretario ANPI di Cividale del Friuli

Cividale del Friuli li 2 Marzo 2011

[per contatti: Luciano Marcolini Provenza <lucianomarcoliniprovenza@...>]

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Sul "dossier inedito" «Trattamento degli italiani da parte Jugoslava dopo l'8 settembre 1943» si vedano anche le puntuali contestazioni contenute in:

LE FOIBE ISTRIANE
testo di Giacomo Scotti, consegnato ai margini del convegno PARTIGIANI! (Roma 7-8 maggio 2005)
http://www.cnj.it/PARTIGIANI/foibeistriane.htm

IL CASO DI CIRO RANER 
da La Nuova Alabarda (settembre 2005)



#2636 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 8 Apr 2011 1:22 pm
Oggetto: 16 aprile, NAPOLI - PISA: DUE IMPORTANTI INIZIATIVE NOWAR
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NAPOLI - PISA: DUE IMPORTANTI INIZIATIVE NOWAR

Napoli, sabato 16 aprile: manifestazione nazionale contro la guerra (al Comando Operativo USA/NATO di Capodichino)
 
Pisa, sabato 16 aprile: convegno nazionale contro l'hub militare all'aereoporto di Pisa (Auditorium Provincia)

 

SEGUONO I DUE APPELLI:

 

Appello per una manifestazione nazionale il 16 aprile a Napoli
http://www.stopwar.altervista.org/


Alla favola che con le bombe si va a portare la democrazia, la difesa dei diritti, la difesa dei rivoltosi oppure per ragioni umanitarie oramai non ci crede più nessuno. Tutti sanno, anche perché non si fanno nemmeno tanti sforzi per nasconderlo, che in Libia stiamo mandando i nostri aerei per mettere le mani sulle immense ricchezze del sottosuolo di quel paese, per difendere gli affari delle grandi aziende e della grande finanza, che sono anche in feroce concorrenza fra di loro. Eppure non riusciamo ad indignarci sufficientemente, a gridare la nostra rabbia per questi crimini commessi dai governi e dagli eserciti dei nostri paesi, che continuano a definirsi civili e che in nome di tale presunta superiorità si arrogano il diritto di invadere altri paesi, con le scuse più puerili.

Anche chi aveva pensato che le aggressioni alla ex-Jugoslavia, all'Iraq e all'Afghanistan, fossero delle eccezioni dovute alla particolarità di quelle situazioni, deve riconoscere, con la nuova missione militare contro la Libia, che oramai la guerra è entrata nella nostra quotidianità è diventata normale amministrazione.

Ma ciò è possibile solo a condizione che queste guerre siano sempre a senso unico, ovvero delle aggressioni portate dagli eserciti più potenti del mondo e dotati delle più micidiali armi di distruzioni di massa, contro paesi che non hanno la possibilità di difendersi e di ricambiare con la stessa moneta gli invasori. Solo in questo modo la guerra può diventare una fiction, come tanti programmi televisivi che guardiamo distratti mentre comodamente consumiamo i nostri pasti. Perché siamo sicuri che nessun missile intelligente, nessuna bomba "umanitaria" piena di uranio impoverito, che seminerà morte anche per molti anni dopo la sua esplosione, potrà piombarci sulla tavola mentre guardiamo quegli eventi lontani.

Al massimo siamo indotti dalla propaganda razzista di stato ad essere infastiditi e preoccupati dal pensiero del flusso dei tanti migranti che queste invasioni militari e le politiche di rapina che le hanno precedute, provocano verso le nostre coste, come se i due fenomeni non fossero strettamente legati da una relazione di causa ed effetto.

Ma se la campagna mediatica in atto punta a farci vedere questa nuova missione come una difesa dei nostri interessi nazionali, per evitare gli aumenti dei prezzi delle materie prime in primis la benzina, essa ci riguarda per ben altri motivi: alla politica di aggressione verso l'esterno corrisponde puntualmente una ulteriore restrizione dei nostri diritti, della possibilità di difendere le nostre condizioni di vita e di lavoro, in pratica un ulteriore svolta verso l'autoritarismo e la militarizzazione dei territori in nome della competitività italiana e delle missioni militari in corso. Inoltre non si può essere complici di tali crimini, commessi anche in nostro nome, ed essere percepiti da questi popoli come un'unica massa indistinta coalizzata per portare avanti la rapina delle loro risorse, ed imporre un supersfruttamento meritandone il sacrosanto odio contro chi va a seminare morte e distruzione nei loro paesi.

Per tale motivo la denuncia e la lotta contro queste guerre di stampo neocoloniale, deve procedere di pari passo con la mobilitazione per la difesa dei nostri diritti e contro i tentativi di scaricarci addosso i costi di questa interminabile crisi provocata dalla sete di profitti di quegli stessi soggetti che oggi ci invitano a plaudire a questa nuova guerra. Una guerra per cui spendono miliardi di euro che tolgono alla scuola, alla sanità, agli altri servizi sociali, al reddito di tutti noi.

La città di Napoli svolge un ruolo decisivo in questa nuova missione militare, poiché qui si concentrano il comando Nato di Bagnoli che coordina questa aggressione, ed altri importanti insediamenti militari da cui partono le azioni militari, come a Capodichino.

La risposta in questa città deve essere perciò ancora più incisiva, insieme a tutto il movimento contro la guerra, per di affermare che non esistono interessi "nazionali", ma solo gli interessi degli sfruttati e dei dominati di tutto il mondo contro quelli dei dominanti e dei regimi di tutto il mondo.

È giunto il momento di ribadire che i popoli, e lo hanno scritto in questi giorni proprio i tunisini e gli egiziani in rivolta, o si liberano da soli o non si liberano affatto. La nuova missione militare è infatti rivolta anche a bloccare il processo di mobilitazioni che sta attraversando tutto il vicino e medio oriente.

Invitiamo pertanto chi intende opporsi a questa ennesima guerra umanitaria ad unirsi a noi per preparare una grande manifestazione nazionale contro la guerra da tenersi a Napoli il 16 Aprile.
ASSEMBLEA NAPOLETANA CONTRO LA GUERRA
Per info, adesioni e contatti:  assembleanowar.na@...   
 
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Pisa, 16 aprile
NO ALL’HUB MILITARE  - NO ALLA GUERRA 
 
PER LA RICOSTRUZIONE DI UN FRONTE UNITO DELLE LOTTE CONTRO LA GUERRA, 
LE BASI USA/NATO, LA MILITARIZZAZIONE DEI TERRITORI E DELLA CULTURA.

Invito a tutte le realtà che in Italia si battono contro la militarizzazione dei territori e le guerre 
al Convegno nazionale di riflessione e mobilitazione del 16 aprile 2011, 
che si terrà presso l’ Auditorium della Provincia di  Pisa, Via Silvio Pellico, 63


http://nohub.noblogs.org/ 


I territori di Pisa e Livorno sono oggetto di una progressiva militarizzazione. Un’immensa area geografica, che si estende nelle nostre provincie, sta per essere integrata all’interno di un progetto funzionale alle proiezioni belliche della NATO, di cui gli Stati Uniti sono da sempre leader indiscussi. 
La base USA di camp Darby è lo snodo, il “cuore pulsante” di questo progetto, che progressivamente intende integrare - senza soluzione di continuità – attività civili e militari.
Aeroporto civile e militare, nautica da diporto, porto di Livorno, centri di studio militari, distretti industriali e artigianali, vie di trasporto su rotaia e su gomma. Un intero sistema produttivo e di servizi messi in “rete” con una base militare fondamentale per il rifornimento di tutte le guerre svoltesi nell’area euro – asiatica dal dopo guerra a oggi.
Il progetto dell’Hub militare all’aeroporto Dall’Oro di Pisa chiuderà il cerchio di questa militarizzazione, ottimizzando al massimo le “proiezioni di forza” degli eserciti della NATO.
Il coordinamento NO HUB, che raccoglie differenti forze culturali, sociali e civili attive sui temi della Pace, si è costituito per contrastare la creazione di questa mega struttura, al servizio delle future guerre ed aggressioni militari della NATO, ipocritamente chiamate “missioni di pace”.
Tutte le informazioni sull’Hub e sulle attività del nostro Coordinamento le potrete trovare sul nostro blog: http://nohub.noblogs.org/
La peculiarità e l’importanza dell’opera che si intende costruire sui nostri territori (il più grande aeroporto militare italiano) ci spinge oggi a chiedere l’attenzione di tutte le realtà che si sono battute in questi anni contro le guerre e la militarizzazione dei territori.
Tutti noi sappiamo che l’Hub è un tassello, pur importantissimo, di un piano molto più vasto, che vede l’intera penisola (solo per rimanere all’interno dello spazio geografico nazionale), investita da un poderoso processo di militarizzazione.
Assistiamo da anni a un incremento di tutti gli insediamenti e servitù militari. L’elenco è lunghissimo e non necessario ai fini del presente appello rivolto a coloro i quali tutti i giorni si battono contro di essi, da Trieste a Sigonella, da Vicenza a Brindisi, da Cagliari a Novara, Quirra, Napoli, Milano, Aviano e in tante altre città e paesi interessati da progetti di sviluppo militare, basi, industrie militari, poligoni di tiro, centri di comando.
Le poderose lotte degli ultimi anni, contro le aggressioni militari verso l’Iraq, la ex-Jugoslavia, l’Afghanistan e la costruzione della base al Dal Molin di Vicenza, sono progressivamente rifluite per vari motivi, tra i quali annoveriamo il mancato coordinamento tra di esse che avrebbe permesso di dare al movimento contro la guerra una prospettiva ben più ampia delle singole battaglie.
La militarizzazione dei territori e della società, fin anche degli istituti preposti alla trasmissione del sapere, i costanti focolai di conflitto creati ad arte per rapinare territori e risorse, sono oramai una costante del funzionamento degli Stati e delle relazioni tra grandi poli economici internazionali.
La guerra è tornata a essere uno strumento centrale delle politiche “estere”, nel costante tentativo di risolvere le contraddizioni di un modello economico in preda ad una crisi senza precedenti attraverso l’aggressione e la rapina neo–colonialista, come emerge con chiarezza dalla guerra in atto contro la Libia.
Il progressivo spostamento a Sud delle basi militari USA /NATO, al quale abbiamo assistito in questi anni, aveva l’obiettivo, ora in piena fase di realizzazione, di facilitare le manovre militari funzionali a questi scopi.
Di fronte a questo scenario la lotta contro la guerra, le sue basi e i suoi strumenti di propaganda, non può essere esercizio episodico di singoli comitati i quali, meritoriamente, si battono contro specifici epifenomeni locali. 
Il confronto e il coordinamento tra le nostre lotte è indispensabile. Per questo vi chiediamo di partecipare attivamente al Convegno di sabato 16 aprile 2011 a Pisa con vostri interventi, relazioni, proposte e quant’altro riterrete necessario ed utile al rilancio della lotta contro la militarizzazione dei nostri territori e la guerra.

COORDINAMENTO NO HUB MILITARE
 
http://nohub.noblogs.org/ 
oer contatti:  nohub2013@...  3384014989 - 3498494727 3381337573



#2637 Da: "Coordinamento" <jugocoord@...>
Data: Ven 8 Apr 2011 8:08 pm
Oggetto: (AVVISO) 5x1000 - o altro contributo - a CNJ-onlus
jugocoord
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IL 5 PER MILLE A CNJ ONLUS

               Sulla tua Dichiarazione dei Redditi puoi indicare il nostro

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caso bisogna conservare l'estratto conto), oppure
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#2638 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 9 Apr 2011 6:35 pm
Oggetto: Reporters senza Vergogna
jugocoord
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Reporters senza Vergogna

L'ispirazione colonialista e truffaldina di Reporters sans frontières è stata da noi denunciata in tempi "non sospetti":

Numerosi link e articoli in tema sulla nostra pagina dedicata alle tecniche imperialiste di disinformazione strategica ed eversione
http://www.cnj.it/documentazione/eversione.htm

[JUGOINFO] RSF sul libro paga della NED/CIA (rassegna ed ALTRI LINK)
selezione 21 dicembre 2005
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4668

[JUGOINFO] RSF al servizio della CIA 

[JUGOINFO] La guerre de désinformation de RSF
selezione 6 febbraio 2007

[JUGOINFO] RSF è favorevole alla tortura 
selezione 29 agosto 2007

[JUGOINFO] La propagande de RSF contre Cuba
selezione febbraio 2008

Tra i più recenti articoli in tema segnaliamo anche:

Riecco quelli di RSF... con l’ossessione di Cuba e la memoria corta
AsiCubaUmbria - aprile 2008
http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmp8d30-003032.htm

Les mensonges de Reporters sans frontières sur le Venezuela
par Salim Lamrani - Mondialisation.ca, Le 21 juin 2009

Reporters sans frontières contre la démocratie vénézuélienne
par Salim Lamrani | 2 juillet 2009 
http://www.voltairenet.org/article160852.html

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Robert Ménard e Reporter senza Frontiere, la triste parabola dalla libertà di stampa al fascismo di Le Pen


Colpo definitivo alla credibilità di Reporter senza Frontiere: Robert Ménard, fondatore e padre padrone dell’organizzazione fino al 2008, quando ha scelto di passare ad una ricchissima quanto fantomatica fondazione con sede a Doha, che al momento non ha neanche un sito Internet funzionante, si è schierato con la destra fascista appoggiando la campagna elettorale del Front National francese di Jean-Marie Le Pen e quella presidenziale di sua figlia Marine.

di Gennaro Carotenuto


Per Robert Ménard (Orano, 1953), piede nero (francese d’Algeria) e figlio di un fascista commilitone di Jean-Marie Le Pen nell’OAS, è il traguardo di un percorso che lo riporta alle origini, dalle quali probabilmente non si era mai allontanato se non tatticamente. Spacciatosi per buona parte della sua vita come liberale, libertario e persona di sinistra, Ménard aveva via via rotto gli argini, spostando RSF da una presunta origine liberal-progressista verso un suprematismo occidentalista completamente identificato nella politica di George Bush.

Nel corso di questi anni ha fatto parlare di sé per posizioni sempre più estreme, islamofobe, omofobe, per la pena di morte e a favore della tortura. Oggi, dopo aver abbandonato RSF, il libello “Vive le Pen”, a giorni in libreria a Parigi e firmato con la moglie, Emmanuelle Duverger, vuole essere la risposta di estrema destra a “Indignez-vous!” (Indignatevi!) di Stéphane Hessel. Nel pamphlet Ménard prova ancora a vendersi come paladino della libertà d’espressione ma per denunciare stavolta la discriminazione da parte dei media e della politica francese, in particolare di quelli di sinistra, contro l’estrema destra e la censura contro le “idee” razziste e fasciste propagandate dal Front National. Furbo come una volpe Ménard cita continuamente Voltaire (darebbe la vita per permettere al negazionista della Shoah Robert Faurisson di dire la sua, sic) e non ammette ancora di voler entrare in politica nel Front National ma ci gira intorno e sostiene di considerare giuste le motivazioni degli elettori del FN oltre che il programma di quel partito.

Quella sul coming out fascista di Ménard, che di fronte alle crescenti polemiche in Francia si è già dichiarato vittima di un “processo per eresia” da parte dei benpensanti di sinistra e che sta impostando tutta la propaganda sulla denuncia dell’intolleranza contro di sé e contro il FN, è una notizia di quelle imbarazzanti e di conseguenza i grandi giornali italiani finora la stanno ignorando.

Per anni infatti “Reporter senza frontiere”, che si presentava come una ONG liberal-democratica se non apertamente progressista, ha avuto entusiasta stampa sui grandi media italiani che pendevano e pendono dalle labbra di questa organizzazione e dalle sue denunce tralasciando il fatto che da più parti Ménard e RSF erano accusati di amnesie selettive al momento di scegliere di quali casi occuparsi. Non importava quanto squilibrate fossero le denunce contro violazioni della libertà d’espressione vere o presunte (tanta Cuba e ancor di più Venezuela e niente Messico, Colombia o Honduras per semplificare). Tutto quello che proveniva da RSF era preso e pubblicato come oro colato. Quei pochi studiosi che in questi anni si sono permessi di far rilevare le crescenti incongruenze di tale organizzazione e il fatto che questa fosse tutt’altro che neutra nel difendere la libertà di stampa e d’espressione, sono stati puntualmente diffamati e demonizzati come pericolosi estremisti.

La verità era però sotto gli occhi di chiunque volesse vederla. Mentre RSF contribuiva a creare il caso Yoani Sánchez a Cuba (che per fortuna nessuno ha mai incarcerato, né torturato), si disinteressava completamente a tutti i blogger che in decine di paesi sono incarcerati e in qualche caso uccisi, ma hanno la sfortuna di vedere conculcati i loro diritti da un governo autoritario vicino agli interessi degli Stati Uniti. Mentre in Venezuela RSF schierava quotidianamente l’artiglieria contro il governo di Hugo Chávez, difendendo a spada tratta anche media apertamente golpisti, come RCTV, nulla diceva dei giornalisti ammazzati dalla dittatura hondureña di Roberto Micheletti. Mentre denunciava la mancanza di libertà di espressione in Cina o in Iran teneva uno scrupoloso silenzio su casi come quello dell’Iraq o di altri paesi “amici” del golfo persico e sugli attacchi deliberati ai media commessi dalle truppe alleate che portarono per esempio alla morte del cameramen di Tele5 José Couso.

Tutto ciò rispondeva ad una precisa logica economica e politica. E’ stato ripetutamente denunciato e infine ammesso che Reporter senza Frontiere era finanziata, oltre che direttamente dalla CIA, dalle più importanti fondazioni filo-repubblicane statunitensi, come Freedom House o National Endowment for Democracy, in genere organiche al governo di George Bush. Tali fondi non servivano per fomentare la libertà di espressione ma per orchestrare vere e proprie campagne di disinformazione e diffamazione contro sgoverni sgraditi nelle quali RSF è stata più volte presa con le mani nel sacco. Purtroppo, denunciare come RSF non avesse in maniera terza a cuore la libertà di stampa, ma fosse uno strumento per  la politica di “regime change” bushiano, laddove l’eufemismo del cambio di regime voleva dire cambiare un regime (autoritario o democratico poco importa) con uno amico degli Stati Uniti, in genere autoritario, ha portato finora all’ostracismo di chi, documentatamente, tali denunce presentava.

Ancor più difficile è stato far luce sulla sinistra figura dell’uomo simbolo di RSF, Robert Ménard. Per anni tenutosi al coperto sotto la conveniente bandiera del politicamente corretto, questo si era via via liberato di ogni remora. Nell’agosto 2007 la sua aperta difesa dell’uso della tortura fu oggetto dell’ultima denuncia del grande Franco Carlini prima di morire. Quella sulla tortura non era l’ultima ignominia di Ménard, omofobofavorevole alla pena di morte (salvo che in Cina) e islamofobo (vorrebbe privare i musulmani della cittadinanza francese) come un Borghezio qualsiasi e nonostante citi Voltaire a ogni pié sospinto.

A ben guardare non c’è nulla di strano nell’approdo di Ménard al Front National. Ma quelli che l’hanno difeso ed esaltato in questi anni e hanno disdegnato i dubbi di chi avanzava legittime preoccupazioni sul caso RSF, dovrebbero avere l’onestà intellettuale di non negare questa informazione e, possibilmente, fare autocritica.




#2639 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 9 Apr 2011 8:06 pm
Oggetto: Vor 70 Jahren überfiel die Wehrmacht Jugoslawien und Griechenland
jugocoord
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(un articolo nel 70.mo anniversario della aggressione nazifascista contro Jugoslavia e Grecia)

http://www.jungewelt.de/2011/04-06/042.php

Tageszeitung junge Welt
06.04.2011 / Thema / Seite 10

»Mit unerbittlicher Härte zerschlagen«

Geschichte. Vor 70 Jahren überfiel die Wehrmacht Jugoslawien und Griechenland

Martin Seckendorf

Am Palmsonntag, dem 6. April 1941, griff die Wehrmacht mit drei Armeen ohne Kriegserklärung Jugoslawien und Griechenland an. In ihrem Schatten folgten ungarische, italienische und bulgarische Verbände. Den modern ausgerüsteten, Siege gewohnten deutschen Truppen hatten die Armeen der beiden überfallenen Länder nicht viel entgegenzusetzen. In Griechenland dauerte der Kampf drei Wochen: Bereits am 30. April war das ganze Festland erobert. Zwischen dem 20. und 30. Mai gelang der Wehrmacht unter großen Verlusten die Besetzung Kretas. Noch schneller wurde Jugoslawien niedergeworfen. Die königliche jugoslawische Armee mußte nach gut einer Woche die Waffen strecken.

Der Aprilkrieg gegen Jugoslawien war die zweite von drei Aggressionen, die im 20. Jahrhundert von deutschen Soldaten gegen das Balkan land geführt wurden (im Ersten Weltkrieg im Bunde mit Österreich, 1999 als Teil der Nato).

Am Ende der Aggression wurde Jugoslawien wie kein anderer von deutschen Truppen im Zweiten Weltkrieg unterworfener Staat territorial zerstückelt. Die Okkupanten gliederten das Land in zehn Teile mit unterschiedlichem Rechtsstatus. Über 35 Prozent der Gesamtfläche wurden von Deutschland, Italien, Ungarn und Bulgarien annektiert. Das übrige Gebiet teilten die Okkupanten und ihre Helfer als Besatzungs- oder Einflußzonen unter sich auf. Die neuen Herren gingen zügig daran, die erlangten Gebiete national und religiös zu »vereinheitlichen«, was zu einem Genozid, vor allem an Serben und Slowenen, führte. Die Karte Jugoslawiens nach der deutschen Aggression im Jahr 1941 ähnelt frappierend der heutigen, die nach der von den Westmächten unterstützten Zerschlagung des Landes in den 1990er Jahren entstanden ist

Während die Aggression gegen Griechenland seit Anfang November 1940 vorbereitet wurde (siehe jW-Thema, 28.10.2010), war der Überfall auf Jugoslawien von der deutschen Führung eigentlich nicht vorgesehen.

Zielgebiet deutscher Expansion

Das Königreich der Serben, Kroaten und Slowenen, wie das multinationale Balkanland bis 1929 hieß, stand nach dem Ersten Weltkrieg zusammen mit Rumänien im Zentrum der deutschen Südosteuropapolitik. Beide Staaten waren Eckpfeiler des von Frankreich nach dem Krieg zur Eindämmung des deutschen »Drangs nach Südost« geschaffenen Bündnissystems, der Kleinen Entente. Das Herausbrechen eines oder beider Staaten aus dem Bund mit Frankreich sollte das gesamte Versailler Nachkriegssystem durchlöchern, eine erneute deutsche Südostexpansion ermöglichen und dem deutschen Imperialismus Zugang zu einer Region mit wichtigen Rohstoffen und Nahrungsmitteln sowie einem entwicklungsfähigen Absatzmarkt für deutsche Industrieprodukte schaffen.

Rumänien war wegen seines Ölreichtums, seiner landwirtschaftlichen Produktion, aber auch wegen der geographischen Nähe zur Sowjetunion von Bedeutung. Jugoslawien konnte bei rüstungssensiblen Rohstoffen wie Kupfer, Chrom, dem Aluminiumausgangsstoff Bauxit, Blei, Zink, Mangan sowie bei landwirtschaftlichen Produkten den deutschen Bedarf in hohem Maße, in einigen Fällen sogar vollständig decken. Von erheblichem Gewicht für die Herrschenden in Deutschland war, daß die begehrten Produkte in einer Region zu finden waren, die von Deutschland aus auf dem Landweg erreicht werden konnte. Damit lagen diese Gebiete abseits der Seeblockademöglichkeiten Großbritanniens, worauf der Exponent der Deutschen Bank und rechtsradikale Politiker Karl Hellferich sehr früh hingewiesen hatte. Im Ersten Weltkrieg war die deutsche Rohstoff- und Lebensmittelversorgung, die zuvor in erheblichem Maße aus Übersee gedeckt wurde, durch die britische Blockade stark beeinträchtigt worden. Die Blockade war für die deutschen Eliten eine traumatische Erfahrung, auch weil auf ihre Auswirkungen die Revolutionierung der deutschen Bevölkerung zurückgeführt wurde. Hellferich befürwortete deshalb nach 1918 bei der Expansionspolitik die »Balkan- und Nahostlinie«. In Erinnerung an die kaiserliche Nahostexpansion schrieb er, ein entscheidender Vorteil der Nahostlinie habe für Deutschland darin bestanden, daß sowohl die Expansionsräume als auch die Verbindungslinien dorthin »abseits des Machtbereichs des seegewaltigen England« lagen, das im Krieg »alle unsere anderen Ausgänge nach der außereuropäischen Welt beherrschte«.

Die Gewinnung eines blockadesicheren Raumes, aus dem in ausreichender Menge Rohstoffe und Lebensmittel beschafft werden konnten, galt als Voraussetzung zur siegreichen Führung des von den deutschen Eliten seit deren Niederlage 1918 ins Auge gefaßten Revanche- und Eroberungskrieges. Der Generalbevollmächtigte für die Kriegswirtschaft hob in einem Schreiben vom 14. September 1938 die »außerordentliche Bedeutung« der Verkehrswege nach Südost europa im »Mob (ilisierungs)-Fall« hervor, »da sich der größte Teil der Ein- und Ausfuhren Deutschlands« über diese Wege vollziehen werde. Am 12. November 1940 schrieb Günther Bergemann, Abteilungsleiter für die Außenwirtschaft im Reichswirtschaftsministerium, es sei das Bestreben der deutschen Politik gewesen, eine Situation wie vor dem Ersten Weltkrieg zu vermeiden, als »43 Prozent der deutschen Einfuhren aus Übersee« kamen und von der Entente leicht unterbunden werden konnten. Deshalb habe sich Deutschland insbesondere seit 1933 »bewußt und planmäßig bemüht, seine überseeischen Einfuhren zu drosseln und seinen Warenverkehr so zu lenken, daß es in der Lage ist, Waren auch im Kriegsfall erreichbar zu haben«.

»Friedliche Durchdringung«

Zur Durchsetzung der deutschen Südosteuropapläne wurden noch in der Weimarer Republik Konzepte zur Unterwanderung der wichtigsten Staaten dieser Region entwickelt. Hauptwaffe der Offensive war die konsequent auf diesen Zweck ausgerichtete Wirtschafts- und Handelspolitik. Sie galt als wichtigstes Instrument in einem Orchester penetrierender Maßnahmen, zu denen auch die auswärtige Kulturpolitik und der politische Einsatz der zahlenmäßig großen deutschen Minderheiten gerechnet wurden.

Die Länder der Region sollten in volkswirtschaftlich relevanten Größenordnungen an den deutschen Markt gebunden werden, sich zunehmend auch politisch von Frankreich weg und nach Deutschland hin orientieren sowie der deutschen Wirtschaft unbeschränkten Zugang zu den begehrten Rohstoffen sichern. Den von der Weltwirtschaftskrise besonders gebeutelten Ländern an der Donau wurde angeboten, ihre Waren zu festen Preisen abzunehmen. Die Verrechnung sollte nicht in Devisen, sondern mit aus Deutschland zu liefernden Industrieprodukten erfolgen. Damit war die kapitalistisch Konkurrenz aus dem Feld geschlagen und man konnte diese Länder zwingen, ihre gesamte Produktion auf den deutschen Bedarf auszurichten.

Mit Jugoslawien gelang am 1. Mai 1934 der Abschluß eines solchen Knebelvertrages. Der Mitteleuropäische Wirtschaftstag, eine Vereinigung einflußreicher Industrie- und Bankkonzerne sowie der Großlandwirtschaft, war entscheidend an dem Zustandekommen dieses Abkommens beteiligt. Nach wenigen Jahren war die totale ökonomische Bindung an Deutschland erreicht.

Sehr bald traten auch die gewünschten politischen Folgen ein. Nur ein Vierteljahr nach Abschluß des Vertrages nahm Jugoslawien aus Österreich geflohene Teilnehmer des Nazi-Putsches vom 25. Juli 1934 auf und gestattete deren Formierung zu militärischen Einheiten. Am 25. August 1937 resümierte das Auswärtige Amt, durch die »planmäßige deutsche Wirtschaftspolitik« sei die »weitgehende Loslösung Jugoslawiens von Frankreich und der Kleinen Entente« erreicht worden. Jugoslawien stehe zu Nazi-Deutschland »in ausgesprochen freundschaftlichen Beziehungen«, heißt es in einer Einschätzung vom 3. Januar 1938. Die politische Annäherung der Herrschenden in Belgrad an das faschistische Deutschland wurde besonders durch die Annexion Österreichs im März 1938 (siehe jW-Thema vom 12.3.2008) gefördert. Die wirtschaftliche Abhängigkeit Jugoslawiens von Deutschland wuchs enorm. Etwa die Hälfte der jugoslawischen Ausfuhr ging nach Deutschland. Deutsches Kapital erreichte bei den ausländischen Kapitalanlagen in Jugoslawien die erste Stelle. Hermann Göring, der »zweite Mann« nach Hitler, forderte am 5. April 1938, »vom Lande Österreich aus (…) die wirtschaftliche Erfassung des Südostraumes« in Angriff zu nehmen.

Tilo von Wilmowsky, Präsident des Mitteleuropäischen Wirtschaftstages, mit besten Verbindungen zu den Großagrariern und zum Hause Krupp, verlangte, die Südostexpansion zu intensivieren. Mit der Annexion Österreichs, die man »Wiedervereinigung« nannte, sei es gelungen, »das Tor nach Südosteuropa (…) weit zu öffnen«.

Politische Unterwerfung

Das Nazi-Reich trat immer fordernder und drohender auf. Eine Untersuchung des Reichsamtes für wehrwirtschaftliche Planung vom August 1938 verlangte, daß im Kriegsfall die Gesamtproduktion Jugoslawiens an Kupfer, Blei, Zink, Chrom, Weizen und Mais Deutschland zur Verfügung stehen müsse. Unter keinen Umständen »dürften die in ihrem Umfang beachtlichen Rohstoffquellen« den »Feindländern zugute kommen«. Den Grad der jugoslawischen Annäherung an das faschistische Deutschland zeigt eine Einschätzung des Oberkommandos des Heeres zwei Jahre später. Generalstabschef Franz Halder vermerkte am 3. September 1940 in seinem Kriegstagebuch, eine Analyse habe folgendes Ergebnis gebracht: »Jugoslawien steht heute (zu) 100 Prozent für unsere Kriegswirtschaft zur Verfügung.« Zögernden Balkanstaaten wurde offen gedroht. Am 23. Januar 1939 sagte der Reichsstatthalter für Österreich, Arthur Seyß-Inquart, in einer Rede vor hohen Offizieren der Wehrmacht, die Annexion Österreichs bedeute »eine gewaltige Stärkung des Potentials des Reiches« und »die breite Öffnung des Tores nach Südosten«. Man könne den Regierungen dort jetzt sagen: »Ihr wißt, daß wir so stark sind, daß jeder, der gegen uns geht, vernichtet wird.«

Die politische Annäherung Belgrads an Berlin wurde durch permanente italienische Aggressionsdrohungen beschleunigt. Das faschistische Italien wollte die jugoslawische Adriaküste annektieren. Die Herrschenden Jugoslawiens glaubten, der beste Schutz gegen die Kriegspläne Roms sei eine Anlehnung an Nazi-Deutschland. Italien werde es nicht wagen, ein mit Deutschland verbündetes Jugoslawien anzugreifen. Außerdem versprach man sich dadurch eine Förderung der eigenen Expansionspläne, die sich gegen Griechenland, insbesondere gegen die nördliche Ägäisküste mit Thessaloniki richteten.

Als die deutsche Führung am 4. November 1940 die Aggression gegen Griechenland beschloß, ging die Wehrmacht davon aus, daß Jugoslawien den Angriff politisch unterstützen und seine Wirtschaftsressourcen der deutschen Rüstung zur Verfügung stellen werde. Hitler meinte am 5. Dezember 1940 vor dem Oberkommando der Wehrmacht (OKW): »Jugoslawien macht mit uns alles.«

Am 25. März 1941 wurde im Wiener Schloß Belvedere in einer pompösen Zeremonie der Beitritt Jugoslawiens zum Dreimächtepakt vollzogen. Der am 27. September 1940 von Deutschland, Italien und Japan gebildete Pakt sollte als politisches und militärisches Bündnis die USA vom Kriegseintritt abschrecken und für den bevorstehenden Krieg gegen die Sowjetunion eine einheitliche Front der faschistischen Hauptmächte und ihrer Satelliten bilden. Mit dem Beitritt Jugoslawiens waren alle südosteuropäischen Länder wirtschaftlich und politisch an das faschistische Deutschland gebunden. Der deutsche Außenminister Joachim von Ribbentrop erklärte mit unverhohlener Freude, daß nun »der gesamte bisher neutrale Balkan sich im Lager der Ordnung befindet«. Die vorgesehene Aggression gegen das widerspenstige Griechenland schien nur noch eine Formsache zu sein. Berlin stand auf dem Gipfelpunkt seiner Südosteuropaexpansion.

Aggression beschlossen

Wegen der antifaschistischen Grundhaltung breiter Teile der Bevölkerung in Jugoslawien wurde Belgrad zugesichert, daß es vorerst von den militärischen Verpflichtungen des Dreimächtepaktes befreit sei. Trotzdem erhob sich in Jugoslawien ein Sturm der Entrüstung gegen die Unterwerfung des größten Balkanlandes unter das faschistische Deutschland. Eine probritische Offiziersgruppe um den Luftwaffenchef Dusan Simovic nutzte die Situation, stürzte am 27. März die Regierung des nazifreundlichen Premiers Dragisa Cvetkovic und erklärte, zur Neutralitätspolitik zurückkehren zu wollen.

Die Belgrader Ereignisse bedeuteten eine schwere Schlappe für die deutsche Südosteuropapolitik. Der soeben unterworfene, politisch wie rüstungswirtschaftlich wichtige Balkan drohte, den Deutschen wieder zu entgleiten.

Noch am Nachmittag des 27. März hatte Hitler die militärische Führung in die Reichskanzlei bestellt. Das Protokoll dieser Besprechung spiegelt den maßlosen Zorn der Nazi-Führer und Militärs über die erlittene außenpolitische Niederlage wider. Man könne von Glück reden, meinte Hitler, daß der Umschwung in Belgrad noch vor Beginn des Griechenlandfeldzuges und »erst recht« vor dem Überfall auf die Sowjetunion erfolgt sei. Jetzt könne man die Sache noch bereinigen. Der latente, in den deutschen Eliten seit dem Ersten Weltkrieg tief verwurzelte Haß auf die südslawischen Völker brach sich Bahn. Hitler meinte, »Serben und Slowenen sind nie deutschfreundlich gewesen« und müßten bestraft werden. »Führer ist entschlossen«, vermerkt das Protokoll, »Jugoslawien militärisch und als Staatengebilde zu zerschlagen«. Die »Balkanisierung«, d.h. die totale Zersplitterung des Landes sei das Ziel. Der Schlag müsse »mit unerbittlicher Härte (…) und in einem Blitzunternehmen« durchgeführt werden. »In diesem Zusammenhang«, so wurde weiter festgelegt, sei »der Beginn des »Barbarossa-Unternehmens«, d.h. der Überfall auf die Sowjetunion (siehe jW-Thema vom 18.12.2010) »bis zu 4 Wochen« zu verschieben. Man entschloß sich, den Überfall auf Griechenland und auf Jugoslawien gleichzeitig durchzuführen und für den »Doppelschlag« auch Verbände aus dem »Barbarossa«-Aufmarsch einzusetzen. Darunter befand sich der damals modernste Panzergroßverband, die Panzergruppe Kleist, die wesentlichen Anteil am schnellen Sieg der Wehrmacht über Frankreich im Sommer 1940 hatte (siehe jW-Thema v. 6.6.2010).

Noch am 27. März wurden in der »Weisung Nr. 25« die operativen Grundlinien der Kriege gegen Griechenland und Jugoslawien festgelegt. Bemerkenswert dabei ist, daß in dieser grundsätzlichen Weisung für die Kriegsführung ein einzelnes Wirtschaftobjekt, die Kupfermine Bor, besondere Erwähnung fand. Gleich zu Beginn der »Weisung Nr. 25« heißt es: »Die baldige Besitznahme der Kupfergruben von Bor« sei »aus wehrwirtschaftlichen Gründen wichtig.« In der Anschlußweisung Nr. 27 vom 13. April 1941 wurde der Befehl bekräftigt. Zu den weiteren militärischen Operationen in Jugoslawien heißt es, das Gebiet »zwischen Morava und Donau mit den wertvollen Kupfergruben ist schnellstens zu sichern«. Die Gruben nahe der Stadt Bor waren die damals ergiebigsten Kupferminen Europas. Eigentümer war die französische Gesellschaft Compagnie Francaise de Mines de Bor. Deren Anteile wurden nach der Besetzung Frankreichs von einem deutschen Konsortium »erworben«. Dabei übten nach einer Mitteilung des Vizepräsidenten der Reichsbank, Emil Puhl, die deutschen Okkupanten Druck auf die französischen Besitzer aus. Nach einem Entscheid des Reichswirtschaftsministeriums wurde Ende 1940 der Mansfeld AG das Vorrecht für die Minen bei Bor eingeräumt. Hauptaktionär der Mansfeld AG war die Deutsche Bank. Generaldirektor bei Mansfeld war Rudolf Stahl, stellvertretender Leiter der Reichsgruppe Industrie. Er gehörte seit 1932 zu den Förderern der NSDAP. Im Rüstungsbereich war Stahl maßgeblich an der Vorbereitung und Durchführung des Krieges beteiligt. Zusammen mit dem späteren zweiten Bundeskanzler, Ludwig Erhard, schmiedet er Pläne für eine imperialistischen Nachkriegsordnung in Deutschland. Drei Tage vor dem Überfall der Wehrmacht teilte Stahl dem Reichswirtschaftsministerium mit, seine Mitarbeiter stünden bereit, die Leitung der Minen im jugoslawischen Bor sofort zu übernehmen.

Fünfte Kolonne

In der Beratung am 27. März wurde auch festgelegt, die Sezessionskräfte in Jugoslawien zu aktivieren, um den Vormarsch der Wehrmacht zu erleichtern. Dabei ging es vor allem um reaktionäre Kräfte in Kroatien und um die etwa 500000 Menschen umfassende deutsche Minderheit.

Den Kroaten sollte, so Hitler auf der Besprechung, wenn sie sich beim deutschen Angriff gegen die jugoslawische Regierung stellen, eine Selbstverwaltung zugesichert werden. SS-Standartenführer Edmund Veesenmayer, der schon maßgeblichen Anteil an der »Wiedervereinigung« Österreichs mit Deutschland 1938 und beste Verbindungen zur Dresdner Bank hatte, wurde vor dem Angriff nach Zagreb entsandt. Nachdem sich bürgerliche Sezessionisten der Zusammenarbeit mit den Nazis verweigert hatten, konzentrierte sich Veesenmayer auf die klerikal faschistische Ustaschabewegung. Diese hatte bis dahin hauptsächlich aus dem Exil in Italien gegen die jugoslawische Einheit agiert. Bevor die deutschen Truppen Zagreb erreichten, rief ein Funktionär der Ustascha unter dem Schutz deutscher Nazis den »Unabhängigen Staat Kroatien« aus und forderte die kroatischen Soldaten in der königlichen jugoslawischen Armee auf, zu desertieren. Die Bildung dieses Satelliten war ein entscheidender Bestandteil und ein wichtiges Instrument der territorialen Zerschlagung Jugoslawiens und für die erhebliche Dezimierung der Serben und Slowenen.

Eine wichtige Rolle bei der Destabilisierung Jugoslawiens nach dem 27. März 1941 spielte die deutsche Minderheit. Ihre Führung stand spätestens seit 1938 vollständig im Dienste des Nazi-Reiches. Als in Berlin die Aggression beschlossen worden war, machte sie auf reichsdeutschen Befehl hin mobil für den verdeckten Krieg. Die Abteilung II (Sabotage und Sonderaufgaben) des Amtes Ausland/Abwehr im Oberkommando der Wehrmacht lieferte über die Spionage- und Sabotageorganisation »Jupiter« große Mengen Waffen an die Deutschen in Jugoslawien. »Volksdeutsche Selbstschutzkommandos« griffen die jugoslawische Armee an, besetzten strategisch wichtige Punkte wie den Flughafen Semlin, vertrieben oder töteten jugoslawische Beamte und terrorisierten die Zivilbevölkerung. Die deutsche Führung hatte die volksdeutschen Soldaten der jugoslawischen Armee zur Fahnenflucht aufgerufen. Schon am 1. April 1941 vermerkt der Generalstabschef des Heeres, Franz Halder, in seinem Kriegstagebuch: »Auflösungserscheinungen des jugoslawischen Staates mehren sich.«

Die bedingungslose Parteinahme der überwiegenden Mehrzahl der Deutschen in Jugoslawien für die faschistischen Aggressoren und ihre massenhafte Mitwirkung an Okkupationsverbrechen trugen entscheidend dazu bei, daß sie nach dem Krieg ihre Heimat fluchtartig verließen bzw. ausgesiedelt wurden.

Die Aggression der Faschisten und die vierjährige Besetzung fügten dem Land unermeßliches Leid zu. Mehr als zehn Prozent der Vorkriegsbevölkerung verloren durch Krieg und Okkupation ihr Leben. Der von den Deutschen entfachte Gewaltfuror und die von ihnen planmäßig gesäte Zwietracht unter den Völkern des Balkanstaates wirken bis heute nach.


Dr. Martin Seckendorf ist Historiker und Mitglied der Berliner Gesellschaft für Faschismus- und Weltkriegsforschung e.V.


#2640 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 10 Apr 2011 2:27 pm
Oggetto: Desaparecidos e profughi serbi in Croazia
jugocoord
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(francais / srpskohrvatski / italiano)

Desaparecidos e profughi serbi in Croazia

1) Identifikovani posmrtni ostaci 17 Srba ubijenih u Hrvatskoj / Esumati e identificati i resti di altri 17 serbi in Croazia

2) Les réfugiés serbes de Croatie demandent réparation à Zagreb / Réfugiés serbes de Croatie : l’impossible retour ?


=== 1 ===

Zagreb: Identifikovani posmrtni ostaci 17 Srba ubijenih u Hrvatskoj

29. mart 2011. 16:52        ( Izvor: Tanjug )

U Zavodu za sudsku medicinu i kriminalistiku Medicinskog fakulteta u Zagrebu identifikovani su posmrtni ostaci 17-oro Srba ekshumiranih u proteklih 10 godina iz masovnih, zajedniÄkih i pojedinaÄnih grobnica na podruÄju Hrvatske, saopÅ¡tio je Dokumentaciono-informativni centar "Veritas".  ReÄ je o Srbima stradalim za vreme rata 1991/95. na podruÄju Like, Dalmacije, Korduna, Banije, Zapadne i IstoÄne Slavonije. Na spisku "Veritasa" nalazi se joÅ¡ 2.100 Srba, koji su nestali od 1991. do 1995. godine, a meÄ‘u njima je 1.404 civila, meÄ‘u njima 559 žena. Prema podacima te organizacije, na podruÄju Hrvatske postoje joÅ¡ 592 registrovana grobna mesta s posmrtnim ostacima ubijenih Srba koja ni 16 godina posle rata nisu ekshumirana zbog opstrukcije vlasti u Zagrebu. 

fonte: http://www.glassrbije.org/

Trad. sintetica:
Esumati e identificati i resti di altri 17 serbi negli ultimi dieci anni all' Istituto di medicina e criminalistica di Zagabria. Si tratta di vittime serbe delle Krajine, morti durante la guerra del 1991-1995. Sulla lista della associazione "Veritas" [http://www.veritas.org.rs/ - in english: http://www.veritas.org.rs/indexen.htm] si trovano ancora 2100 serbi, scomparsi durante la guerra 1991 - 1995, tra cui 1404 civili di cui 559 donne. Secondo questa organizzazione in Croazia si trovano ancora 592 luoghi di sepoltura registrati con serbi uccisi, che ancora oggi, 16 anni dopo la fine della guerra, non sono stati esumati a causa dell'ostruzionismo del governo croato.


=== 2 ===


Les réfugiés serbes de Croatie demandent réparation à Zagreb

Traduit par Jacqueline Dérens

B92 - 1er avril 2011

Vendredi, les représentants de plus de cent associations de réfugiés serbes de Croatie ont déposé des lettres à l’ambassade de Croatie à Belgrade. Ils demandent au Président Josipović et à la Première ministre Kosor de soutenir leur demande de résolution reconnaissant la responsabilité de Zagreb dans les souffrances subies par les Serbes de Croatie pendant la guerre.

Une centaine d’associations de réfugiés serbes de Croatie sont venus déposer des lettres à l’ambassade de Croatie à Belgrade à la veille de la réunion à Smederevo (Serbie) des Premiers ministres croate et slovène et du Président serbe.

« Nous implorons le Président Josipović et Madame Kosor de soutenir le projet de résolution envoyé aux députés et responsables des groupes parlementaires leur demandant de respecter les droits des réfugiés serbes de Croatie », a déclaré Miodrag Linta, responsable de l’union des associations de réfugiés, après avoir déposé les pétitions.

Les associations de refugiés serbes de Croatie cherchent à obtenir que le Parlement croate adopte une déclaration reconnaissant la responsabilité de Zagreb dans les souffrances et les pertes subies par les Serbes pendant la guerre.

Pour les associations de réfugiés serbes de Croatie, les mécanismes de régulation des droits de propriété et autres droits des personnes déplacées doivent reposer sur cette déclaration. Des groupes de travail doivent être formés afin de garantir la restauration de la propriété et l’attribution de compensations légales pour chaque personne ou famille spoliée de ses droits.


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Blic 11 décembre 2010

Réfugiés serbes de Croatie : l’impossible retour ?


64.000 réfugiés serbes de Croatie vivent toujours en Serbie. Alors que les relations entre les deux États se sont singulièrement réchauffées ces derniers mois, la question du retour est à nouveau posée. La question de la restitution des biens et du logement n’est pas le seul problème : s’ils reviennent en Croatie, ces réfugiés pourront-ils trouver du travail et refaire leur vie ? Reportage dans le centre collectif de KrnjaÄa, près de Belgrade.

Par Irena Radisavljević

Traduit par Stéphane Surprenant

Si l’on en croit les récentes déclarations des présidents de Serbie et de Croatie, Boris Tadić et Ivo Josipović, Radmila et sa famille devraient bientôt avoir l’opportunité de choisir une nouvelle vie : retourner chez eux en Croatie, dans leur appartement d’avant la guerre, ou bien dans un nouveau logement en Serbie. Même si Radmila ne croit plus qu’une telle chose s’offrira à elle un jour, elle est cependant convaincue qu’il vaut mieux pour elle de demeurer en Serbie – tout comme, d’ailleurs, la majorité des personnes qui vivent actuellement dans ce centre d’hébergement.« Où devrions-nous aller ? Ici je suis une réfugiée, et là-bas une étrangère dans mon propre pays ! Nous n’avons même pas réussi à reprendre possession de l’appartement que l’on nous a volé en Croatie, et je ne m’attends pas à ce que l’on nous en donne un en Serbie... Après sept années passées dans un centre d’hébergement collectif, dans cette pièce de quelques mètres carrés où j’ai élevé mes deux enfants, un être humain apprend à ne plus croire en rien et à ne s’attendre à rien de bon. Si l’on me donnait le choix entre rester ici et retourner chez moi, je choisirais de rester ici. Je n’ai plus rien à espérer là-bas... », raconte Radmila Milanko, qui vit aujourd’hui dans un centre d’hébergement situé à KrnjaÄa, un faubourg éloigné de Belgrade.

« Mes enfants étudient maintenant à la faculté de Belgrade. Ils ont grandi ici, qui pourrait les persuader de retourner vivre en Croatie ? C’est ici chez eux ! Et la majorité des réfugiés qui vivent ici ressentent la même chose. Nous avons vécu ici pendant deux décennies. Même si notre appartement nous était restitué, nous n’aurions pas d’emploi, de quoi pourrions-nous bien vivre ? », demande Radmila.

Savo Strbac, qui tente lui aussi d’obtenir la rétrocession de son appartement en Croatie, pense la même chose. « Nous ne croyons plus du tout en ce genre de promesse... Franchement, je ne leur fais pas confiance. Il n’y aura jamais de véritables retours sans que certains prérequis soient assurés. Vous n’avez pas seulement besoin d’une maison dans la vie, il vous faut aussi un emploi ! », explique-t-il. Quant à la procédure de récupération des appartements elle-même, elle est pour le moins compliquée, ce qui rend les choses encore plus difficiles et en décourage plus d’un.

Selon les évaluations établies par diverses associations de réfugiés, les Serbes de Croatie exigeraient la rétrocession d’un nombre variant de 42.000 à 50.000 logements. Les estimations du Haut Commissariat aux réfugiés des Nations unies, elles, se situent plutôt à la moitié de ce chiffre, soit 29.000 logements, surtout des appartements. À ce jour, 4.500 familles serbes ont déposé une demande de retour en Croatie. Depuis 2004, seules 1.035 familles ont retrouvé leur logement, tandis que 1.600 demandes ont été rejetées. Les autres familles sont toujours en attente d’une réponse.

Slobodan Uzelac, vice-Premier ministre de Croatie, espère que l’idée d’une conférence destinée à recueillir des dons en argent en vue d’acheter des logements en Serbie pour les réfugiés permettra à autant de gens que possible d’obtenir un nouveau logis. Cela dit, il ne s’agit encore que d’un projet. Des donateurs de l’UE et des États-Unis devraient y participer. « Si cette idée veut être couronnée de succès, la Serbie et la Croatie devront collaborer étroitement à tous les niveaux de l’appareil politique, y compris les plus élevés. Il me semble qu’en ce moment, en particulier après la visite récente de Boris Tadić en Croatie, cette idée peut prendre corps », explique Slobodan Uzelac.

D’après certaines estimations officieuses, il serait possible d’aller chercher près de 100 millions d’euros lors d’une conférence semblable. Savo Strbac croit qu’avec ce chiffre, on resterait loin du compte.

« Ce montant suffirait à peine pour acheter environ 2.000 appartements de taille moyenne, alors qu’en Serbie on dénombre approximativement 64.000 réfugiés de Croatie. Et puis, à vrai dire, ce n’est pas la première fois que nous entendons parler d’une conférence destinée à recueillir des dons... », lance-t-il, passablement sceptique.



#2641 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Lun 11 Apr 2011 7:52 pm
Oggetto: Trieste/Trst 15/4: conferenza su Almirante l'arcitaliano
jugocoord
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Con il patrocinio del Comune di Trieste, si è tenuto lunedì 28 marzo scorso un convegno sulla figura di Giorgio Almirante con la proiezione del documentario “Almirante l’arcitalianoâ€.
Memori dell’opera di Almirante come redattore de “La Difesa della Razzaâ€, del suo ruolo istituzionale nella RSI che lo portò a firmare un bando per la fucilazione di altri Italiani, del suo operato nel corso degli anni della strategia della tensione in Italia, tra cui il finanziamento al terrorista Cicuttini per un’operazione alle corde vocali che rendesse impossibile la perizia fonica dato che lui era stato il telefonista che aveva attirato i carabinieri nella trappola della strage di Peteano
(3 morti), noi antifascisti abbiamo deciso di parlare de
 
L’ALTRA FACCIA
DELL’ALMIRANTE “ARCITALIANOâ€.
 
VENERDÌ 15 APRILE 2011
ALLE ORE 17
AL CIRCOLO DELLA STAMPA DI TRIESTE.
 
Parleranno:
Alessandra Kersevan, ricercatrice storica
Claudia Cernigoi, giornalista e ricercatrice
 
Organizzano:
casa editrice Kappa Vu Udine
Coordinamento Antifascista di Trieste
 
 
 
Sip via Bertiolo 4 Udine 5/4/11
 
 
 
 
 
Pod pokroviteljstvom ObÄine Trst je bilo v ponedeljek, preteklega 28. marca,
sreÄanje o osebnosti Giorgia Almiranteja s projekcijo dokumentarnega filma
“Almirante naditalijanâ€.
Ob spominu na vlogo Almiranteja kot urednika revije “La Difesa della Razzaâ€, ki je zaradi institucionalnega položaja v RSI podpisal razglas o streljanje drugih Italijanov,
na njegovo delovanje v letih strategie napetosti, kjer gre omeniti financiranje
terorista Cicuttinija za operacijo glasilk, da bi onemogoÄili prepoznanje
njegovega glasu kot telefonista, ki je priklical karabinjerje v past pokola
pri Petovljah (3 mrtvi), smo mi antifašisti sklenili, da spregovorimo
 
O DRUGEM OBRAZU
ALMIRANTEJA
“NADITALIJANAâ€
V PETEK, 15. APRILA 2001
OB 17. URI
V ČASNIKARSKEM KROŽKU
V TRSTU.
 
Govorili bosta:
Alessandra Kersevan, zgodovinska raziskovalka
Claudia Cernigoi, Äasnikarka in raziskovalka
 
Organizirata:
založba Kappa Vu Udine
AntifaÅ¡istiÄna koordinacija iz Trsta
 
Razmnoženo v lastni režiji, via Bertiolo 4, Udine 5/4/11


#2642 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 12 Apr 2011 6:29 pm
Oggetto: Visnjica broj 861
jugocoord
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(Le terribili violazioni dei diritti umani negli USA sono denunciate dal "Quotidiano del Popolo" di Pechino; sulla drammatica situazione dei diritti umani in Italia forse c'è invece ancora troppa indulgenza, anche a Pechino. Italo Slavo)


08:53, April 11, 2011

US has serious human rights abuses: China

The United States, the world's richest state, is beset by rampant gun violence, serious racism, and an increasing portion of its population have become poorer, a report released yesterday by China on U.S. human rights said. 

The U.S., under siege with all its human rights problems, is in no position to criticize other countries' human rights, the report released by the State Council's Information Office said.

Washington has taken human rights as a "political instrument to defame other governments' image and seek its own strategic interests", Beijing said. 

In breakdown, the report lists high incidence of gun-related bloodshed crimes in the U.S. resulting from its outrageous gun ownership policy. It has 12,000 registered gun murder cases a year, and tens of hundreds people are shot to death or get injured in gunfights, the highest in the world. 

In the U.S. the violation of citizens' civil and political rights by the government is severe, the report said. Between October 2008 to June 2010, more than 6,600 travelers were subject to electronic device searches, half of them are American citizens. 

And, abuse of force and violence, and torturing suspects in order to get their confession is serious in the U.S. law enforcement, the report said.

The US regards itself as "the beacon of democracy." However, its democracy is largely based on money, the report writes. According to a report from The Washington Post on October 26, 2010, U.S. House and Senate candidates shattered fundraising records for a midterm election, taking in more than $1.5 billion. The midterm election, held in November, cost $3.98 billion, the most expensive political rally in the US history. Various interest groups have actively spent on the event, the report said.

While advocating Internet freedom, the US in fact imposes strict restriction on cyberspace. On June 24, 2010, the US Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs approved the Protecting Cyberspace as a National Asset Act, which will give the American federal government "absolute power" to shut down the Internet under a declared national emergency rule.

Economically, unemployment rate in the United States has been stubbornly high. Proportion of Americans living in poverty has risen to a new high. The US Census Bureau reported in September that a total of 44 million Americans found themselves in poverty. The share of residents in poverty climbed to 14.3 percent in 2009, the report said.

Also, Americans living in hunger and starvation increased sharply. A report issued by the U.S. Department of Agriculture in November showed that 14.7 percent of US households were food insecure in 2009. And, the number of families in homeless shelters increased 7 percent to more than 170, 000, it said. 

On the global stage, the U.S. has a "notorious record of international human rights violations", said the report. The U.S.-led wars in Iraq and Afghanistan have already caused huge civilian casualties.

Prior to Beijing's releasing the human rights report, a U.S. State Department report on global human rights released on Friday said that Beijing had stepped up restrictions on activists, lawyers and online bloggers, and tightened controls on civil society to maintain stability.

A Chinese Foreign Ministry spokesman dismissed the U.S. report as meddling in China's internal affairs. Two days later, Beijing released its own report on U.S. human rights problems.

"The United States ignores its own severe human rights problems, ardently promoting its so-called ‘human rights diplomacy', treating human rights as a political tool to vilify other countries and to advance its own strategic interests," Beijing report said. 

"The United States is the world's worst country for violent crimes," it said. "Citizens' lives, property and personal safety do not receive the protection they should."

By People's Daily Online


#2643 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 15 Apr 2011 8:04 am
Oggetto: Restiamo umani. L' "omicidio mirato" di Vittorio Arrigoni
jugocoord
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Restiamo umani. L' "omicidio mirato" di Vittorio Arrigoni

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Il blog di Vittorio Arrigoni:

Sullo strano rapimento e l' "omicidio mirato" di Vittorio Arrigoni si vedano anche i link:

http://www.infopal.it/leggi.php?id=18080 
http://www.gennarocarotenuto.it/5396-uccidete-vittorio-arrigoni/
http://www.indika.it/?p=481
http://italy2.copyleft.no/node/12443
http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=193&Itemid=9

A proposito della "Freedom Flottilla II" e delle intimidazioni cui l'iniziativa è sottoposta si veda invece:


VERSO LA MANIFESTAZIONE DEL 14 MAGGIO. Con la Freedom Flotilla per la fine dell'assedio di Gaza

Le minacce di Berlusconi

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Da: Yousef Salman <y_salman@...>

Oggetto: Addio caro Vittorio

Data: 15 aprile 2011 08.53.46 GMT+02.00


CARO  VITTORIO,

Di sicuro i tuoi assassini  conoscevano chi eri e cosa rappresentavi. Non è importante chi erano gli assassini e cosa rappresentano, ma alla fine dei conti, hanno commesso un delitto e un brutale odioso assassinio.
Hanno ucciso un uomo libero, un amante della libertà e della giustizia, un amico della pace e del popolo palestinese, che tu ha difeso, hai amato e che hai fatto della sua causa una ragione di esistenza e di vita.
Non so chi sono e cosa rappresentano, ma so che NON sono palestinesi, che sono un pericolo serio e costante per i palestinesi e che sono degli assassini della Palestina, della sua causa, del suo popolo e dei suoi veri e sinceri amici. Sono nemici dell'umanità che Vittorio ha sempre cercato di difendere  e fare vincere in Palestina.
Vittorio potevi rimanere in Italia a fare la bella vita e so che tu appartiene a una grande famiglia, benestante e ricca di grandi valori, hai  lasciato il tuo benessere per venire a vivere fra i più poveri e sfortunati  della terra, nell'inferno di Gaza e hai voluto sposare la giusta causa del popolo più disgraziato e sfortunato al mondo.
La morte drammatica tua, Vittorio non è diversa ed è simile con quella del grande artista palestinese ebreo, Juliano Mer Khamis, ucciso una settimana prima nel Campo profughi di Jenin.
Lo so che il destino dei liberi sognatori, dei veri rivoluzionari, degli onesti idealisti è in contrasto con ed in scontro continuo contro il mondo dell'ignoranza, dell'estremismo, della prepotenza, della pazzia e della repressione e della brutalità
dell'occupazione israelo-sionista alla Palestina. Lo so e lo sappiamo che l'arma dell'ignoranza e dell'estremismo è  la pallottola, la violenza e l'odio ed in pochi attimi può sterminare una vita buona ed innocente  dedicata
a favore e al  servizio della causa palestinese e del suo popolo.
Di sicuro chi ti ha ucciso, sa chi sei e cosa rappresenti, la carica ideale, i valori che porti e che difendi e di sicuro è riuscito a fare e realizzare ciò che non è riuscito a fare e realizzare da tempo  il nemico comune: l'occupante israeliano.
E' l'occupazione israeliana è l'unica parte vantaggiato dalla tua scomparsa,  grande e caro amico Vittorio.
Vittorio ti sei innamorato della Palestina e di Gaza in particolare ma anche i palestinesi e particolarmente quelli di Gaza, si sono innamorati di te, Vittorio e della tua bella Italia.
Vittorio sarai sempre nei nostri cuori e viverai sempre nella nostre lotte, per una Palestina libera, laica e democratica.
ADDIO CARO FRATELLO E RESTIAMO ANCORA UMANI..

Dr. Yousef Salman
Delegato della Mezza Luna Rossa Palestinese in Italia
http:/www.palestinercs.org


#2644 Da: Coord. Naz. per la Jugoslavia <jugocoord@...>
Data: Ven 15 Apr 2011 12:12 pm
Oggetto: La situazione sociale in Serbia e dintorni
jugocoord
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(english / italiano)

La situazione sociale in Serbia e dintorni

1) Il 10% dei serbi vive sotto la soglia della povertà
2) Disoccupazione e povertà in Serbia
3) Rising social protests in the Balkans


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fonte: Notiziario Vie dell' Est - http://www.viedellest.eu/

06 aprile 2011 - Serbia

Il 10% dei serbi vive sotto la soglia della povertà

In Serbia 700mila persone, pari a circa il 10% dell’intera popolazione, vivono al di sotto della soglia di povertà. Ciò vuol dire, come ha detto alla tivù B92 il ministro del Lavoro, Rasim Ljajic, che tali famiglie più bisognose (in media di tre persone) hanno un reddito mensile inferiore a 18.500 dinari (circa 181 euro), parecchio al di sotto del paniere minimo di consumi stimato in 23mila dinari (225 euro).
“La Serbia non è Belgrado, dove si vive mediamente bene, e a 30 chilometri a nord e a sud della capitale la situazione è ben diversaâ€, ha ammesso Ljajic. Secondo il ministro, la popolazione in queste aree “è in una situazione catastrofica, conseguenza delle privatizzazioni sbagliate e dei mancati progressi nel processo di transizioneâ€. La gente, ha concluso, “in queste aree vive ancora negli anni Novantaâ€.
Sempre in tema di povertà, a Veliki Trnovac, isola interamente albanese nel sud povero della Serbia, la popolazione ha un’unica speranza: quella di ricongiungersi un giorno con il vicino Kosovo. I quasi diecimila abitanti del paesino presso Bujanovac (l’unico della Serbia a non avere un solo abitante di etnia serba), scrive l’agenzia Ansa, vivono in una condizione di arretratezza e miseria estreme che alimentano la voglia di secessione e le critiche al governo centrale di Belgrado.


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Disoccupazione e povertà in Serbia


Mangiano male e sono sovrappeso, fumano e bevono troppo, lo stipendio non basta per coprire i bisogni più essenziali e soprattutto molti non hanno lavoro. Da una serie di indagini rese pubbliche in questi mesi in Serbia emerge una società in forte crisi

Come  dimostra una recente indagine dell’Istituto nazionale per le statistiche, il numero dei disoccupati in Serbia è salito dall’ottobre del 2008 all’ottobre del 2010 da 457.205 a 565.880 unità. L'indagine - commissionata dall’Agenzia internazionale per il lavoro e dall’Agenzia della comunità europea per la statistica, Eurostat - mostra come il tasso di disoccupazione sia aumentato in due anni dal 14% al 20%. Per gli uomini è cresciuto dal 12,1% al 19% mentre per le donne dal 16,5% al 21,2%.


Dati diversi dall’Ufficio nazionale di collocamento

L’Ufficio nazionale di collocamento offre dati che mostrano un’immagine ancora peggiore. Secondo le loro informazioni, in Serbia vi sarebbero circa 730.000 disoccupati. Ma molti media nel Paese affermano che il loro numero si attesterebbe sul milione di persone.
All’Ufficio nazionale di collocamento intanto c’è grande aspettativa per i nuovi programmi statali messi in campo per creare nuovi posti di lavoro, per i quali si è passati da un budget di 36 milioni di euro del 2010 a 54 milioni per il 2011. Dejan Jovanović, direttore dell’Ufficio nazionale di collocamento, si augura che almeno 60.000 persone quest’anno otterranno un nuovo impiego, grazie ai programmi finanziati col budget statale.
È già stato avviato un programma orientato ai giovani, chiamato “La prima occasioneâ€, che dovrebbe garantire loro un primo impiego e molte agevolazioni alle aziende che li assumono. All'inizio del 2011 è stato introdotto anche un nuovo programma chiamato “Pratica professionale†(StruÄna praksa) rivolto a 5.000 giovani di età inferiore ai 30 anni nel quale, oltre alle aziende del settore privato, saranno incluse anche quelle statali.
Jovanović sostiene che ci saranno inoltre risorse speciali messe a disposizione dei giovani imprenditori. â€œNoi vogliamo sostenere la piccola imprenditoria in Serbia e per questo programma spenderemo 300 milioni di dinari (circa 3 milioni di euro) – spiega Jovanović – prevediamo l’apertura di 2.000 negozi da parte di persone iscritte sulla nostra lista di collocamento. Siamo in grado di garantire 160.000 dinari a tutti quelli che avranno voglia di avviare un’impresa ma prima li dobbiamo istruire per farlo. Una delle idee di questa agenzia è anche di aiutare i comuni poco sviluppati dove il datore di lavoro riceverà tra i 300.000 (circa 3.000 euro) e i 400.000 dinari (circa 3800 euro) per ogni nuovo dipendente assuntoâ€.
Al programma ha preso parte un’azienda tedesca a Vranje, Serbia meridionale, presso la quale entro la fine del 2011 400 persone otterranno un nuovo posto di lavoro. “È molto importante che in questa parte del Paese si offrano nuovi posti di lavoro perché è sottosviluppata", ha dichiarato il premier Mirko Cvetković. Ma per il presidente dell’Associazione delle piccole e medie imprese, Milan Knežević, questi programmi sono solo parziali e non rappresentano una vera soluzione ai problemi. La sfida per il Paese a suo avviso è piuttosto quella di creare l’ambiente dove gli investitori esteri ma anche locali possano creare nuovi posti di lavoro. “Le misure a breve termine non potranno mai dare risultati soddisfacenti. Si tratta solo di improvvisazione e spesso questo serve per affermare la forza politica, l’abuso di potere, il guadagno e la promozione personaleâ€, ha aggiunto Knežević.


Un potere d’acquisto quasi inesistente

Dai dati dell'Istituto nazionale di statistica emerge come il potere d’acquisto dei cittadini serbi, nel 2010, è notevolmente diminuito: i prezzi per il cibo sono saliti del 20%, l’abbigliamento aumentato del 6% e il prezzo della benzina del 10%. E le buste paga sono rimaste “magreâ€.
SaÅ¡a Äogović, economista dell’Istituto per le indagini di mercato (IZIT), spiega che i cittadini serbi spendono più della metà del proprio per il cibo e la casa. “Circa il 56% dello stipendio se ne va per i bisogni essenziali, solo per il cibo spendono il 41%. In Bulgaria per esempio la cifra è minore, è circa del 34,7% e questo mostra che la Serbia, rispetto agli altri paesi balcanici, si trova in una pessima posizioneâ€,  afferma Äogović.
I dati dell'Istituto per le indagini di mercato dimostrano che per comprare cibo al supermercato all’inizio del 2010 servivano circa 4.500 dinari a settimana (44 euro circa), mentre adesso la cifra è aumentata a 6.000 dinari (circa 58 euro).
Negli ultimi due anni a Belgrado (che ha un livello di vita più alto delle altre città) sono aumentate le cucine popolari dove mangiano 10.185 belgradesi. Il segretario per la protezione sociale della città di Belgrado, Vladan Ðukić, ammette che le cucine popolari sono ormai 46, raddoppiate rispetto all’anno scorso. “Nelle città europee le persone muoiono di fame per la strada, da noi ancora non è successoâ€, tiene però a precisare.
Non si prevede, tra l'altro, che l'attuale tasso di inflazione, pari al 10,3%, diminuirà nei prossimi 6 mesi. In queste condizioni non sono solo i disoccupati in difficoltà, ma anche chi lavora, per non parlare dei pensionati, non può permettersi che acquistare generi di prima necessità. Il portale B92 ha intervistato alcuni cittadini di Belgrado che hanno detto che non comprano assolutamente nulla. Altri affermano: “Spendo per i figli e basta. Spendo solo per il cibo, se dovessi aver bisogno di qualcos’altro dovrei chiedere il mutuo o un prestitoâ€. Che non rimane davvero niente per il resto lo dimostrano anche i dati statistici forniti dalla stessa emittente: solo lo 0,7% del reddito va per l’educazione e il 4,5% per la salute. E se si pensa che lo stipendio medio in Serbia è di 34.444 (335 euro circa) dinari è fuori di dubbio che resta molto poco per gli extra.


Gli unici non in crisi sono i matrimoni

I cittadini della Serbia, come dimostrano i dati dell’Istituto nazionale di statistica, nel 2010 si sposavano come nel 2009 ma sono calati il numero dei divorzi. Questo non vuol dire che i serbi abbiano imparato ad apprezzare di più la famiglia ma si tratta della sicurezza economica che è più stabile in due. Come afferma il sociologo Ognjen Radonjić della Facoltà di filosofia, è normale che la crisi matrimoniale sia maggiore nei Paesi più ricchi e quindi non è strano che da noi i matrimoni resistano. “La pessima situazione economica influenza le persone che non decidono così facilmente di divorziareâ€, dice Radonjić. “In generale, la mancanza di soldi influenza tutti gli aspetti della vita. C’è troppa differenza tra i ricchi e i poveri e la povertà spesso è seguita dalla criminalità e dalla mancanza di valori. E non c’è neanche la solidarietà tra le generazioni, perché col passare degli anni siamo sempre più tirchi ed egoistiâ€.


La salute peggiora, troppa preoccupazione

L’anno scorso lo stress era la diagnosi più diffusa in Serbia e un quarto dei cittadini abusavano di alcool. “La causa del peggioramento della salute è sicuramente l’alcool e il cibo pesante e unto – sostiene il dottor Petar Božović dell’Istituto per la salute pubblica Dr Milan Jovanović Batut - molte più persone soffrono di malattie al fegato ma almeno, con la legge che proibisce il fumo nei luoghi pubblici si spera che diminuirà il numero delle persone che fumano. Sulla tavola si trovano cibi di poca qualità, non c’è frutta e verdura, tutto è troppo grasso e condito. Quindi non sorprende che le persone siano sovrappeso e che le malattie come il diabete siano in aumento.â€


Debiti fino al collo e aiuti statali

E se non ci sono soldi, ci si indebita. Da dati dell'Istituto nazionale di statistica emerge come i serbi si stanno indebitando, nel 2011, del 29% in più rispetto all’anno precedente ed ora il debito complessivo con le banche ammonta a oltre 5 miliardi di euro.
Lo Stato aiuta quotidianamente circa 800.000 persone con vari mezzi: denaro, pasti caldi, servizi vari. A gennaio di quest’anno il numero delle famiglie che hanno ricevuto aiuto per i propri figli  è cresciuto del 5% rispetto alla media dell’anno scorso. Ed anche se questi 2.034 dinari (circa 20 euro) al mese, stanziati dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, non sembrano una cifra significativa, ad essi non rinunciano i genitori di 395.000 bambini della Serbia.
“Le cifre stanziate in aiuto di famiglie con figli sono davvero una cosa simbolica ma sono comunque rilevanti per il nostro budgetâ€, ha dichiarato Zoran Martinović, segretario di Stato per il ministero del Lavoro e le Politiche sociali. “Vista la situazione non è immaginabile aumentare questa cifra nei prossimi mesiâ€, ha concluso.
Emblematica la chiosa di un recente articolo pubblicato da B92: “Neanche quest’anno è successo il miracolo, siamo ancora la nazione più vecchia, non abbiamo avuto un grande numero di nascite dei bambini e le previsioni di sociologi, medici ed economisti non sono rosee. Dicono che quest’anno sarà ugualmente brutto come quello precedente.â€

=== 3 ===


Rising social protests in the Balkans


By Markus Salzmann 
15 April 2011


Political and social unrest has increased in the Balkan region during the past weeks and months. Young people in particular have protested against the corrupt elite layers in the former Yugoslavian federal republic which, at the behest of the International Monetary Fund and the European Union, have enforced drastic austerity programs with calamitous consequences for the population.

In Croatia, protests continue against the administration of Jadranka Kosor, but currently with significantly less participation. While 10,000 demonstrated last month, the current protests involve just a few hundred.

The main reason for this development is the lack of perspective of the protests, whose only formulated goal is new elections—despite the sobering experiences with all the established political camps since Croatia’s independence.

Particularly those under the age of 30 are affected by unemployment, whose official level is almost 20 per cent. A further ten percent of Croats work but do not receive any wage or receive payment only sporadically. The few remaining social benefits are so low that they do not permit a normal life, with basic prices increasing rapidly. Fuel prices alone have risen by more than 30 percent within two weeks.

Prime Minister Kosor has lost a massive amount of support since last year’s election. In her party, the right-wing conservative HDZ (Croatian Democratic Union), several factions are fighting fiercely. Kosor hardly gives any press conferences and at public appearances she is often seen fighting back tears.

The social democratic opposition is unable to benefit from the government crisis. Its leader, Zoran Milanovic, is visibly cautious in criticizing Kosor and, according to polls, his SDP is hardly winning any support. Like the HDZ, the SDP is torn by political infighting and corruption scandals.

In the absence of a genuine political alternative, right-wing forces have been increasingly able to dominate the protests. Ivan Pernar, a 25-year-old nurse who helped organize the protests in the Croatian capital via Facebook, openly states his right-wing, nationalist views. He has founded the so-called “Alliance for Reforms†and hopes to enter parliament in the event of early new elections.

According to Pernar, the demand for a “new system†especially affects the “monetary sovereignty†of Croatia. In defence of the latter, Pernar not only rails against the European Union bureaucrats sitting in Brussels, but also against all those who strive for a reconciliation with the neighboring state of Serbia. At demonstrations he demands “more capitalism†together with “nationalization of banksâ€.

Pernar was an activist for the Green Party for some time before becoming an admirer of the Dutch racist and Islamophobe Geert Wilders. With such forces leading protests, it is no surprise that ultra-right groups are trying to use the protests to their advantage.

Alongside right-wing peasant associations and violent hooligans from the Dinamo Zagreb soccer club, known as the “Bad Blue Boysâ€, the protest movement is dominated by war veterans. These veteran associations are openly fascist organizations and consider themselves the heirs of Ustasha, the fascist movement of the 1920s and 30s.

These right-wing forces are supported by the ruling powers. The initial protests were announced through Facebook but now that participation has shrunk and is dominated by right-wing groups, all of the country’s major newspapers are printing the dates and places of new planned protests.

In Montenegro several thousand people also protested every week against political corruption and social decline. They followed an appeal on the internet network Facebook, calling for a peaceful demonstration “against the mafia†in front of the parliament building in the capital city of Podgorica.

The state situated on the Adriatic Sea is stuck in a massive economic crisis. Serbia has currently halted all exports of wheat and flour in order to combat growing domestic prices and the growing protests by poorer social layers. This means that Montenegro now has to cover 90 per cent of its demand for wheat from other sources—an impossible task for the destitute country, given current market prices. This will further increase social tensions.

The Serbian government itself is confronted with growing popular unrest. In late March more than 10,000 public servants protested in the capital of Belgrade against low wages and miserable working conditions. Doctors, policemen and other public servants joined with protesting teachers who have been struggling to obtain pay raises since January. The teachers’ protests were supported by many of their students.

The teachers are demanding the payment of unpaid wages and a change in education laws which de facto excludes poorer layers of rural youth from higher education. In 2011, the wage increases for the educational sector were set at three per cent, but the teachers’ union is demanding 20 per cent. Education minister Obradovic has bluntly refused the union’s demands, referring to the government’s austerity policy.

In the wake of the financial crisis, the Serbian government of Premier Mirko Cvetkovic reduced public spending and suspended wage increases. The government and the IMF agreed to lower the budget deficit from 4.8 percent to 4 percent.

The wages of employees in the private sector are even lower than those in the public sector. Average incomes in Serbia are around 35,000 Dinar per month (app. € 350). Officially, the country has between 700,000 and one million unemployed.

Ultra-right forces in Belgrade are also seeking to exploit disillusionment and distrust of the government to their own advantage. On 5 February, the Progress Party (SNS), which is the biggest opposition party in the Serbian parliament, organized a mass demonstration attended by approximately 55,000 people.

The protests in Belgrade were directed against Cvetkovic’s government. Under the slogans “Wake up, Serbia†and “Fight for changeâ€, the SNS demanded early new elections and threatened an “ongoing blockade†of Belgrade if their demands were not met. The organisation has announced another demonstration in Belgrade on 16 April.

According to new surveys, the SNS would emerge as the clear winner in a fresh election, with far more votes than Cvetkovic’s EU-oriented government coalition. The SNS and their smaller partners are estimated to have the support of around 42 per cent of the electorate; the Democratic Party, the mainstay of the government coalition, has just 24 percent.

The SNS is a spin-off party from the ultranationalist Radical Party (SRS) led by Vojslav Seselj, who is charged with war crimes by the International Criminal Tribunal for former Yugoslavia. The SNS was founded by Tomislav Nikolic, former vice president of the SRS. Nikolic voted for the association agreement of Serbia with the European Union, while party chairman Seselj rejected it. In response, Nikolic founded a new faction in September 2008, which combined support for entry into the EU with nationalism and hatred towards Croatia.

It comes as no surprise that all of the major parties of Serbia, including the nationalist SNS, are striving for entry into the EU. They represent a small elite which hopes to gain access to the international financial markets and enrichment through the EU while the working class foots the bill.

The powerful EU member states are observing this process with alarm. Last year, Klaus Mangold, chairman of the Eastern Europe Commission of the German Economy, said that Serbia was a mainstay for German companies in this region. By signing numerous other free-trade agreements, including with Russia and Turkey, the country would open new markets of great interest for German companies.

Germany is Serbia’s most important trade partner, and the fourth largest direct investor. In 2009, Serbia’s imports from Germany amounted to more than €1.3 billion. Its exports amounted to almost €600 million. While German direct investments in 2004 were just €278 million, they already amounted to €1.2 billion in 2010. Thus, they have increased fourfold within a few years.

In Serbia, just a small layer benefits from these trading relations, along with European banks and big companies. For broad masses of the population, entry into the EU will only mean price increases and massive social cuts.

After the worldwide financial crisis, in which the Serbian Dinar lost a quarter of its value, Serbia received a credit worth €3 billion from the IMF in 2009, to allow the country to refinance its debts with foreign private banks. To obtain credit from these banks, the government drastically cut spending in all areas.

For this reason the Serbian population is widely hostile to the EU. According to a survey from the start of 2011, more than 60 per cent are opposed to entry to the EU, with less than 30 percent in favour.

The policies of the European elites, which only mean poverty and social misery for the broad mass of the population, must be rejected by the workers and youth of the region, along with the nationalist positions which have driven former Yugoslavia into years of civil war. The only progressive alternative is the turn towards a socialist and international perspective, by establishing a Socialist Balkan Federation in the context of the United Socialist States of Europe.



#2645 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 15 Apr 2011 8:16 pm
Oggetto: Torino 19/4: OCCUPAZIONE IN 26 QUADRI
jugocoord
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Torino, 19 aprile 2011

presso il Cine Teatro Baretti
Via Baretti 4
Tel./Fax 011 655187 www.cineteatrobaretti.it - info@...

nell'ambito della rassegna PORTOFRANCO - IL CINEMA INVISIBILE AL BARETTI


martedi 19 aprile - ore 21.00

OCCUPAZIONE IN 26 QUADRI

Regia di Lordan Zafranovic
Jugoslavia • 1978 • 112'
E' prevista la presenza in sala del regista Lordan Zafranovic e dello storico Eric Gobetti

Grande successo della cinematografia est-europea, l'occupazione in 26 quadri è il capolavoro di Lordan Zafranovic, uno degli autori più anticonformisti della Jugoslavia di Tito. Un grande affresco, drammatico e grottesco, l'occupazione italiana a Dubrovnik durante la seconda guerra mondiale. Un film per guardare in faccia un pezzo della nostra storia, per confrontarsi con la memoria che l'Italia fascista ha lasciato oltre Adriatico.


LA SCHEDA DEL FILM: 

IL PROFILO DEL REGISTA E LE PASSATE INIZIATIVE CON E SU LORDAN ZAFRANOVIC:



#2646 Da: Coord. Naz. per la Jugoslavia <jugocoord@...>
Data: Dom 17 Apr 2011 8:50 pm
Oggetto: Ah, questi sciocchini nostalgici
jugocoord
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(francais / italiano)

Ah, questi sciocchini nostalgici

1) IL TRAGICO FALLIMENTO DEL POST-COMUNISMO NELL’EUROPA DELL’EST
(R. Vassilev, Global Research 11/4/2011)
2) Ces Allemands nostalgiques du «paradis» perdu de RDA
(P. Saint-Paul, Le Figaro, 30/06/2009)


=== 1 ===

The original text in english:
The Tragic Failure of "Post-Communism" in Eastern Europe
by Dr. Rossen Vassilev - Global Research, March 8, 2011
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IL TRAGICO FALLIMENTO DEL POST-COMUNISMO NELL’EUROPA DELL’EST

Postato il Lunedì, 11 aprile @ 17:10:00 CDT di marcoc

DI ROSSEN VASSILEV
Global Research

Poco prima del giorno di natale dello scorso anno, un disperato ingegnere della TV pubblica che protestava per le controverse misure economiche prese dal governo, si è gettato dal balcone del parlamento rumeno durante un discorso del primo ministro. A quanto pare l’uomo, sopravvissuto al tentato suicidio, prima di buttarsi ha urlato: “Avete strappato il pane dalle bocche dei nostri bambini! Avete ucciso il loro futuro!†L’uomo, in seguito identificato come Adrian Sobaru di 41 anni, indossava una maglietta con la scritta: “Avete ucciso il nostro futuro†e il suo giovane figlio, autistico, ha recentemente perso ogni sussidio pubblico a causa dei recenti tagli al bilancio operati dal governo. Il tentativo di suicidio è stato trasmesso in diretta dalla TV pubblica rumena durante il discorso del primo ministro Emil Boc, in seguito a un fallito voto di sfiducia nei confronti del suo governo conservatore. Le misure di austerità fiscale e salariale per le quali il signor Sobaru protestava includevano tagli salariali del 25% nei confronti dei dipendenti pubblici e pesanti tagli ai sussidi pubblici per genitori con figli disabili, che lui aveva ricevuto fino a poco prima. 

Secondo la locale agenzia stampa Agerpres, le urla disperate dell’uomo nel parlamento ricordavano drammaticamente quelle sentite durante la rivoluzione anticomunista che fece crollare il regime autocratico e pro-occidentale di Nicolae Ceausescu.


Il caos economico 

Il tragico gesto del signor Sobaru, in seguito trasmesso su tutte le TV mondiali, ha mosso a compassione tanti rumeni che in esso hanno individuato il simbolo delle feroci ingiustizie e ineguaglianze dell’era post-comunista. La Romania è caduta in una pesante recessione e la sua disastrata economia dovrebbe perdere almeno il 2% nel 2010, dopo essersi ridotta del 7.1% l’anno precendente. Invece di cercare di sostenere i disoccupati e i più svantaggiati, il governo di Bucarest che secondo vari rapporti risulta essere caratterizzato da corruzione, favoritismi e nepotismo, ha tagliato il salario pubblico di un quarto e bloccato del tutto la spesa pubblica, il contributo per il riscaldamento per i poveri così come ogni benefit per disoccupazione, maternità e per i disabili. Allo stesso tempo, la tassa sul commercio è salita dal 19 al 24 per cento nel tentativo di abbassare il deficit pubblico sotto il 6.8%, per venire incontro alle rigide richieste fiscali della UE, di cui la Romania è entrata a far parte dal gennaio 2007.

Queste dure misure di austerità hanno indignato milioni di rumeni che appena riescono a finire il mese, in un paese nel quale lo stipendio mensile medio è di 400 euro. Manifestazioni rabbiose che hanno portato per le strade decine di migliaia di rumeni sono la prova della profonda indignazione per la povertà di massa e l’infinita crisi economica che ha portato la Romania sull’orlo della bancarotta. “Questo non è capitalismo, nei paesi capitalisti avete una classe mediaâ€, afferma una dirigente di un minimarket di Bucarest a un reporter della Associated Press. Ma la società rumena – si lamenta lei – è divisa tra una piccola minoranza di gente molto ricca e un diffuso sottoproletariato impoverito.[1]

Sebbene la tragedia umana vista nel parlamento rumeno quel giorno pre-natalizio sia abbastanza sintomatica della dilagante miseria e della fine della speranza per una vita migliore, tuttavia essa avrebbe potuto verificarsi facilmente in qualunque altro paese ex-comunista, dove si soffre lo stesso per la mancanza di impiego, povertà di massa, salari in declino, forti tagli alla spesa pubblica e declino dello standard di vita. Proprio mentre il signor Sobaru cercava di suicidarsi, molti dei 20.000 medici degli ospedali della Repubblica Ceca abbandonavano il loro lavoro per protestare in massa contro la decisione del primo ministro Petr Necas di tagliare tutte le spese pubbliche, inclusa la spesa sanitaria, di almeno il 10% per riuscire a tenere a galla la difficile situazione finanziaria del paese. Queste dimissioni di massa fanno parte della campagna “Grazie ma ce ne andiamo†lanciata dal personale paramedico in tutto il paese che intende fare pressione sulle autorità di Praga per un aumento salariale e per ottenere migliori condizioni lavorative di tutto il personale medico. Davanti alla peggior crisi del settore sanità nella storia del paese ex-comunista, che stava mettendo in pericolo la vita di molti pazienti, il governo ceco ha minacciato lo stato di emergenza che ha costretto i medici a tornare al lavoro per non andare incontro a pesanti conseguenze legali e finanziarie.

Sarebbe necessario ricordare anche le largamente ignorate rivolte contro la fame avvenute nel 2009 in Lettonia, il tanto lodato ‘miracolo baltico’ così caro ai maggiori media occidentali, dove il primo ministro in carica Valdis Dombrovskis è stato rieletto ne 2010 nonostante i suoi pesanti tagli nel settore pubblico e i già miseri standard di vita dei lettoni ( la campagna elettorale si era concentrata sullo scontro tra i nazionalisti lettoni e la numerosa e irrequieta minoranza di lingua russa presente nel paese). Secondo il dottor Michael Hudson, professore di Economia presso la University of Missouri, a causa dei profondi tagli governativi al welfare, all’istruzione, salute, trasporto pubblico e ad altre spese di infrastrutture sociali che minacciano di colpire la sicurezza economica, lo sviluppo sul lungo termine e la stabilità politica di tutti i paesi del blocco ex-sovietico, i giovani stanno emigrando in massa per migliorare le loro vite invece di soffrire per un’economia senza opportunità lavorative. Per esempio, più del 12% della popolazione lettone (e una percentuale molto più ampia della sua forza lavoro) ora vive e lavora all’estero.

Quando la ‘bolla neoliberista’ è scoppiata nel 2008, scrive il professor Hudson, il governo conservatore lettone ha ottenuto ingenti prestiti dalla UE e dal FMI a condizioni così svantaggiose che le durissime misure di austerità che ne sono conseguite hanno ridotto l’economia lettone del 25% (le vicine Estonia e Lituania hanno vissuto un declino economico simile) e la disoccupazione, in questo momento al 22%, continua ad aumentare. Con ben oltre il 10% della propria popolazione che lavora fuori dai confini nazionali, i lettoni all’estero inviano a casa loro qualunque cosa per aiutare a sopravvivere le loro disagiate famiglie. I bambini lettoni (pochi, infatti i matrimoni e la natalità in questo paese baltico sono crollati) in questo modo vengono lasciati ‘come orfani’, e gli esperti in materie sociali si chiedono come potrà questo paese di 2.3 milioni di abitanti a sopravvivere in senso demografico.[2] Questi sono i risultati delle misure di austerità del post-comunismo che hanno tagliato le gambe alla popolazione e salvato i creditori internazionali e le banche locali.

La diffusione del populismo di destra 

La profonda crisi economica e la diffusa disoccupazione lungo il mondo ex-comunista ha portato al potere alcuni partiti radicali e politici che hanno abbracciato il nazionalismo populista di destra. Il Fidesz ungherese (Unione Civica Ungherese), uno spregiudicato partito nazionalista di destra, ha vinto le elezioni parlamentari in aprile del 2010 col 52.73% dei voti. Jobbik (Movimento per un’Ungheria Migliore), partito xenofobo di estrema destra, è arrivato terzo col 16.67% dei voti. In mezzo a una disastrosa depressione economica, la destra nazionalista ha vinto la maggior parte del voto popolare riportando in vita il tradizionale capro espiatorio ungherese delle minoranze etniche e accusando in particolar modo ebrei e zingari per la diffusa mancanza di lavoro e povertà del paese. Un membro eletto al parlamento del Fidesz, Oszkár Molnár, ha proclamato: “Amo l’Ungheria, amo gli ungheresi e preferisco gli interessi ungheresi rispetto a quelli del capitale finanziario globale o del capitale ebraico che vuole divorare il nostro mondo e in particolare l’Ungheria. Nessun suo collega di partito lo ha contestato, nemmeno in pubblico.

Nel dicembre 2010, con una maggioranza parlamentare di due terzi, il Fidesz ha permesso l’approvazione di una misura draconiana sui media, che ha dato al governo la libertà di esercitare un rigido controllo sui media privati. Questa controversa nuova legge ha spinto manifestanti a scendere per le strade di Budapest con cartelloni pubblicitari in bianco per protestare contro la censura proposta dal governo. La legge ha anche attirato le critiche della UE (di cui l’Ungheria è membro dal maggio 2004) che vede la proposta come una ‘minaccia alla libertà di stampa’ e ‘una seria minaccia alla democrazia’ dal momento che prevede pesanti multe e altre penalità per chi pubblica o trasmette attraverso media e internet informazione ‘sbilanciata’ o ‘immorale’, in particolar modo se critica del governo, in un paese dove un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. I critici lamentano che la legge più restrittiva d’Europa sui media soffocherà il pluralismo e porterà indietro le lancette della democrazia in questo paese dal passato comunista.

La stampa tedesca in particolare ha accusato il primo ministro ungherese Viktor Orbán per aver non solo messo la museruola ai media locali, ma anche perché vuole far comandare il Fidesz in maniera esclusiva, portando l’Ungheria verso un ‘Führerstaat’ totalitario (in modo simile, gli opinionisti ungheresi lamentano la strisciante ‘Orbánizzazione’ del loro paese). Károly Vörös, editore del quotidiano ungherese Népszabadság, protesta perché la nuova legge sui media vuole ‘istillare un sentimento di paura nei giornalisti’ e perché ‘l’intero stato ungherese si sta dissolvendo in modo sistematico’.[3] Ma il populista di tipo berlusconiano Orbán ha percepito il profondo malessere dell’ungherese medio, intrappolato nel vortice della globalizzazione, nei confronti del capitalismo, della UE e degli Stati Uniti e ora ha assunto un atteggiamento di sfida, così come aveva già fatto in passato, avvertendo la UE di non intromettersi negli affari interni dell’Ungheria: “ È la UE che dovrebbe adattarsi all’Ungheria e non viceversa..†(L’Ungheria è dal 1 gennaio scorso presidente di turno della UE, carica che dura 6 mesi). In verità, molti ungheresi sospettano che la nuova legge sui mezzi di comunicazione sia solo un diversivo per distrarre l’attenzione pubblica dai laceranti problemi economici del paese.

Un’altra figura autocratica, Boyko Borisov, un tempo capo della ex-polizia nazionale dall’oscuro passato comunista e, a quanto si dice, con legami con il sottobosco criminale locale, governa la Bulgaria, diventata membro della UE a gennaio del 2007 nonostante fosse lo stato col più alto indice di corruzione e criminalità del blocco di paesi ex-sovietici, a parte il Kosovo, stato guidato dalla mafia (altro candidato membro della UE, forse già per il 2015). Il successo alle elezioni del luglio 2009 dell’uomo forte di stampo mussoliniano Borisov e del suo partito di destra GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) non deve sosrprendere in un paese la cui difficile situazione è diventata la più emblematica della traiettoria aberrante e dell’ondata di malcontento del post-comunismo. Secondo quasi ogni indicatore macroeconomico, l’attuale condizione della Bulgaria è peggiore rispetto a quella del suo passato comunista.

Le statistiche ufficiali mostrano che sia il PIL che il reddito pro-capite della popolazione sono crollati, la rete di sicurezza sociale è stata disintegrata e anche la sopravvivenza fisica di tanti bulgari impoveriti è a rischio. L’effetto immediato delle ‘riforme’ orientate al mercato è stato la distruzione dell’industria e dell’agricoltura bulgare, disoccupazione, inflazione, drammatica disuguaglianza dei salari, povertà schiacciante e anche malnutrizione. Il crimine organizzato e la corruzione endemica sotto forma di nepotismo e favoritismi, concussione, peculato, corruzione, clientelismo, contrabbando, racket, scommesse illegali, prostituzione e pornografia hanno imposto un severo dazio sugli standard di vita e sui mezzi di sussistenza dell’era post-comunista. Un altro sciagurato effetto consiste nella diffusa trascuratezza dei diritti sociali ed economici dei bulgari medi, per i quali la giornata lavorativa di 8 ore non è altro che un ricordo.

La disastrata condizione economica, in cambio, ha generato un clima politico piuttosto mutevole e imprevedibile. Nessuno dei governi eletti nel tormentato periodo post-comunista è riuscito a sopravvivere per più di un mandato (spesso non sono riusciti a concluderlo). Questa mutevolezza dimostra che la natura instabile della politica in Bulgaria è dovuta alla catastrofe della situazione economica e alla chiara incapacità dei dirigenti dei partiti esistenti di offrire una soluzione credibile. Stanchi del declino economico, del disinteresse del governo, della malversazione estrema, del crimine crescente e della corruzione, i bulgari danno sempre un voto di protesta contro la presa di potere di gruppi di politici incompetenti, autoreferenziali, corrotti e criminali che cercano solo il proprio profitto. Ma la fine di questa miseria sembra essere lontana, specialmente perché il governo di Borisov ha imposto un draconiano bilancio di austerità, tagliando almeno il 20% della spesa pubblica.

Allo stesso tempo, la politica è diventata di gran lunga il business più proficuo e anche meno rischioso di qualunque attività imprenditoriale. Così i partiti politici sono diventati come avide corporazioni e ben organizzate cricche prive di ogni scrupolo in cerca di lucro, che cercano di arrivare al potere per arricchirsi sfruttando la letargia della popolazione addomesticata e saccheggiando le risorse del paese, specialmente ora che il paese conta con notevoli quantità di fondi di aiuto straniero e di investimenti dalle UE. Potenti interessi di origine spesso criminale organizzano e finanziano tutti i maggiori partiti politici, aggiungendo in questo modo elementi fortemente plutocratici a una oligarchia sostanzialmente cleptocratica e di stampo mafioso. Ecco perché la gente comune non vede alcuna differenza tra il loro corrotto governo e i ben organizzati consorzi criminali. Quindi non sorprende sentire i bulgari riferirsi al proprio paese come uno ‘stato mafioso’, ‘repubblica delle banane’, ‘circo’ e ‘Absurd-istan’. Stanno ancora aspettando l’arrivo, a lungo promesso, del capitalismo ‘normale’ e di una democrazia ‘normale’ dove la sicurezza economica personale, stipendi sufficienti e decenti standard di vita sostituiranno la mancanza di lavoro, la povertà estrema, la condizione dei senzatetto e lo scoraggiamento sociale. Circa 1.2 milioni di bulgari (il 16% della popolazione), per lo più giovani, hanno espresso il loro voto andando all’estero in cerca di migliori condizioni (l’emigrazione dei poveri ha contribuito a ridurre la popolazione bulgara dai quasi 9 milioni del 1989 a circa 7 milioni di oggi).

Crollo del sostegno popolare 

Subito dopo il crollo del comunismo, i paesi del passato blocco sovietico e altri stati ex-comunisti della regione sono diventati neoliberisti ( e un discreto numero di essi sono anche stati smembrati a livello territoriale) e, ad eccezione delle piccole élite locali pro-occidentali che si comportano da criminali, le loro popolazioni hanno raggiunto una povertà da terzo mondo. Quasi tutti questi 28 paesi eurasiatici hanno sperimentato un declino economico su lungo termine di dimensioni catastrofiche (solo la Polonia è riuscita a sorpassare il PIL che aveva durante il comunismo). Pesanti ricadute economiche, corruzione radicata, e diffuso senso di frustrazione nella popolazione, insieme alle privazioni e sofferenze dell’apparentemente infinita transizione post-comunista, stanno minando il prestigio delle nuove autorità e anche la fiducia della popolazione nella democrazia occidentale e nel capitalismo basato sul mercato. Una nuova generazione di plutocrati rapaci e insensibili, affamati di ricchezza e potere, ha saccheggiato – attraverso un ingiusto e corrotto processo di privatizzazione – i beni dell’economia di stato dei regimi passati e ha ricreato in casa i peggiori eccessi del capitalismo dickensiano del secolo XIX, come se il progresso del secolo XX non fosse mai esistito. In mezzo alla diffusa mancanza di lavoro, all’indigenza, malnutrizione e anche fame, sono sorte in tutte le città grandi ville private di lusso estremo come sontuosi simboli di guadagni illeciti e di ricchezze impensabili per la gente comune che lotta per trovare un lavoro, pagare le bollette e trovare case a prezzi decenti. Questa ‘nuova classe’ di nouveau riche dagli agganci giusti a livello politico, che vive una lussuosa Dolce Vita, sembra essere pronta a commettere qualunque crimine per ottenere profitti e per arricchirsi facilmente, agisce secondo il principio di Luigi XV ‘Après moi, le déluge’ e distrugge le speranze di chiunque per aumentare il proprio profitto e modernizzare il proprio paese secondo lo stile di una nazione ‘civilizzata’. Gli unici affari fiorenti in molte delle ‘economie emergenti’ sembrano derivare dal crimine organizzato, di solito gestito dai cleptocrati presenti nei circoli di potere.

Mentre questo gruppo parassitario di ‘nuovi ricchi’ si arricchisce – in parte evadendo le tasse grazie al nuovo sistema di leggi retrograde di ‘aliquota unica’ – i cittadini dei paesi ex-comunisti ora devono pagare l’assistenza medica, una volta governativa e gratuita, anche se devono pagare imposte salariali, sui mutui e sulle vendite – cose che non dovevano pagare sotto i regimi comunisti. C'è anche la monetizzazione e/o privatizzazione dell’educazione che prima era gratuita, in particolar modo delle superiori e la novità di collegi, scuole e università privati dove gli studenti devono pagare la formazione, incluse le rette per gli esami di ammissione e altri esami obbligatori richiesti ad ogni livello del percorso educativo. I sussidi del governo per la sanità, l’educazione, il supporto legale per ottenere una casa, l’accesso all’elettricità e il trasporto pubblico stanno scomparendo nella corsa al taglio della spesa sociale e al deficit di bilancio, rendendo molto difficile la lotta per la sopravvivenza a molta gente. La regione è diventata una sorta di banco di prova per verificare fino a che livello si può privare la popolazione dei propri diritti sociali ed economici, come quello al salario minimo, vacanze pagate, accesso libero e gratuito al servizio sanitario, all’educazione e alle spese legali, alla pensione all’età di 60 anni per gli uomini e di 55 per le donne e infine al diritto a unirsi ai sindacati. Ma, nonostante i crescenti livelli di disoccupazione e sottoccupazione, la ferrea disciplina del mercato e la mancanza di social welfare o anche di un benché minimo sostegno sociale, l’antico detto dell’era comunista ‘Loro (i padroni) fanno finta di pagarci, noi (i lavoratori) facciamo finta di lavorare’ sembra essere molto più veritiero oggi di quanto lo sia mai stato durante il comunismo. Perché oggi nessuno vuole lavorare sodo per i nuovi datori di lavoro privati e spesso stranieri che sembrano essere interessati solo a spremere quanto più possibile i lavoratori in cambio del minimo. Allo stesso tempo, l’educazione pubblica e le scienze, così come gli istituti di cultura, vengono colpiti in nome del risparmio dei ‘soldi dei contribuenti’ (per esempio l’Accademia nazionale delle scienze è già stata chiusa o sta per esserlo in un certo numero di questi paesi).

In questi paesi schiacciati dalla crisi dove gli standard di vita si sono deteriorati con l’aumento della disoccupazione, povertà e pauperismo, criminalità, così come l’abuso di alcol e droga, insieme a prezzi inaccessibili di cibo, casa e carburante, il consenso pubblico nei confronti dell’operato dei governi è pressoché minimo ovunque. E i paesi in cui questa discrepanza tra le aspettative della popolazione e l’operato dei governi diventa molto ampia, ovvero in quasi tutti i paesi ex-comunisti, l’adesione ai principi democratici si indebolisce sempre di più. I regimi che non rispettano le promesse fatte, a lungo andare perdono la legittimità, rischiando crisi sistemiche (per esempio il paradigmatico caso della Germania di Weimar). Date le terribili condizioni di vita e lavorative, molti cittadini dei paesi ex-comunisti stanno perdendo la fiducia nel credo del capitalismo e della democrazia liberale. Tanti rigettano l’idea che i loro paesi siano di fatto democratici. La percezione negativa della popolazione non può che colpire l’attitudine democratica (cioè la percezione del valore della democrazia) e quindi il cosiddetto ‘deficit democratico’ è statisticamente piuttosto diffuso lungo l’intera regione. Le élite locali che governano stanno lentamente perdendo la loro legittimità.

Di conseguenza, proteste pubbliche e disordini sociali sono diffusi, inclusa la dozzina di controverse rivoluzioni ‘colorate’, che hanno avuto successo o meno a seconda di quanto l’Occidente ha garantito il proprio appoggio contro governi legittimamente eletti ma diventati estremamente impopolari. Nel gennaio 2011, per esempio, sono stati uccisi molti manifestanti e 150 sono rimasti feriti durante una manifestazione contro il governo a Tirana, capitale dell’Albania. Il primo ministro albanese Sali Berisha ha giurato che non avrebbe permesso l’abbattimento del suo governo, ma l’opposizione ha organizzato altre manifestazioni a Tirana e in altre città albanesi e ha promesso di organizzarne altre in futuro. I sostenitori del partito socialista, all’opposizione, accusano le autorità per la cattiva gestione finanziaria, la criminalità e la corruzione pandemiche, il crollo dell’economia e per la mancanza di servizi di pubblica utilità. Chiedono anche nuove elezioni, sostengono infatti che il governo ha falsato il voto delle elezioni vinte con minimo margine dai democratici di Berisha nel 2009. Le tensioni sono aumentate per l’accusa di Berisha nei confronti dei socialisti di aver tentato ‘una rivolta simile a quella tunisina’, riferendosi alla sanguinosa rivolta in Tunisia dove sono state uccise decine di persone. Simili proteste antigovernative si tengono regolarmente nella Georgia post-sovietica, nonostante i tentativi delle autorità ‘democratiche’di schiacciare il dissenso. L’opposizione contesta a Mikheil Saakashvili, l’uomo forte della Georgia, la disastrosa guerra con la Russia e il collasso del paese. ‘La stragrande maggioranza del paese è sull’orlo della povertà. Niente funziona in Georgia tranne lo stato di polizia’, ha detto Lasha Chkhartishvili del partito conservatore all’opposizione, ai giornalisti stranieri nel mese di febbraio durante le manifestazioni contro Saakashvili tenute intorno al palazzo del parlamento nella capitale georgiana, Tbilisi. “Il regime dittatoriale di Saakashvili presto cadrà perché la pazienza della popolazione ha un limite’[4]

Al momento, l’attenzione di tutti è diretta al mondo musulmano e al tentativo delle nazioni arabe a favore della democrazia di trasformare la politica lungo il Grande Medioriente. Ma il germe di queste sorprendenti rivolte esiste quasi dappertutto, specialmente nelle aree del post-comunismo. Provocare disordini per contestare la povertà, la mancanza di lavoro e il ladrocinio endemico da parte delle autorità dopo oltre 20 anni di dominio post-comunista incompetente, corrotto e disonesto – in combinazione con il disastroso esperimento di laissez faire dell’intero blocco ex sovietico –, ha prodotto una profonda instabilità regionale per cui la sopravvivenza di alcuni regimi sostenuti dall’Occidente sembra essere a rischio. Questo dato è confermato da una speculazione senza precedenti che ricorda fortemente il periodo subito anteriore alla caduta del comunismo – come i commenti di molti lettori sui forum dei media locali – sull’instabilità e reversibilità del nuovo ordine post- comunista e la sua possibile sostituzione con la ‘democrazia rivoluzionaria’ di certi paesi latinoamericani. Questo senso di insicurezza e di fragilità è stato rafforzato dall’ondata di nostalgia per il comunismo che attraversa i paesi ex-comunisti.

La nostalgia del comunismo 

C'è una grande delusione per le mancate promesse dalle rivoluzioni del 1989, che hanno portato a un rapido declino degli standard di vita dei cittadini una volta comunisti. La diffusa esasperazione per l’impoverimento, la corruzione, la piccola criminalità e per il generale caos sociale che hanno caratterizzato la transizione al capitalismo e alla democrazia di stampo occidentale, ha prodotto una crescente nostalgia per il passato comunista tra la gente comune (quella che non fa parte dell’ élite cittadina e pro-occidentale di questi paesi), che guarda con simpatia ai ‘bei vecchi tempi’ del comunismo, una inquietante tendenza diffusa nella regione e conosciuta come ‘Soviet chic’.

Secondo l’Indagine Strategica e di Valutazione della Romania, recentemente pubblicata, il 45% dei rumeni ritiene che sarebbe stato meglio se non ci fosse stata la rivoluzione anti-comunista. Il 61% degli intervistati ha dichiarato di vivere in condizioni molto peggiori rispetto al periodo di Ceausescu, solo il 24% dichiara di vivere meglio ora. Se i risultati di questa inchiesta sono credibili (è stata condotta verso la fine del 2010 su un campione di 1476 adulti e può avere un margine di errore del più o meno 2.7%), allora Ceausescu ha assunto il valore di martire presso i rumeni. Almeno l’84% crede che è stato sbagliato giustiziarlo senza un processo equo e il 60% si dispiace della sua morte.[5] Secondo un’altra indagine recente, il 59% dei rumeni considera il comunismo una buona idea. Circa il 44% degli intervistati pensa che è stata una buona idea ma applicata male, mentre solo il 15% ritiene che sia stato ben realizzato. Appena il 29% dei rumeni vede il comunismo come una cattiva idea. Non ci sono differenze significative tra uomini e donne su questa domanda, ma le opinioni sul comunismo cambiano a seconda di età e luogo di residenza. La maggioranza di chi ha più di 40 anni vede nel comunismo una buona idea ( il 74% di questi ha più di 60 anni e il 64% è di età compresa tra i 40 e i 59 anni). Ma solo una minoranza delle nuove generazioni, che non hanno conosciuto il regime di Ceausescu, la pensa allo stesso modo (il 49% in età compresa tra 20 e 39 anni e solo il 31% di chi ha meno di 20 anni). Gli interpellati che vivono in zone rurali hanno una visione più positiva – solo il 21% di loro considera il comunismo una cattiva idea, rispetto al 34% di chi abita in zone urbane.[6] E molti rumeni ricordano con nostalgia i giorni felici di quando la maggioranza di loro avevano un lavoro stabile, case date dallo stato a prezzi popolari, salute pubblica, e vacanze pagate dal governo sul Mar nero. “Rimpiango la fine del comunismo – non per me, ma lo penso quando vedo i miei figli e nipoti lottare così tanto†racconta un meccanico in pensione di 68 anni. “Avevamo lavori sicuri e salari decenti sotto il comunismo. Avevamo abbastanza da mangiare e andavamo in vacanza con i bambini.â€[7]

Il ‘Soviet chic’ è particolarmente popolare tra gli abitanti della ex Germania dell’est dove si parla di ‘Ostalgia’.[8] Secondo Der Spiegel, una rivista tedesca di orientamento conservatore, “a due decenni dal crollo del muro di Berlino, la glorificazione della Repubblica Democratica Tedesca è in crescita. I giovani e i benestanti sono tra coloro che legittimano la Repubblica Democratica Tedesca (RDT). “La RDT aveva più aspetti positivi che negativi. C’erano problemi ma si viveva beneâ€, sostiene il 49% degli intervistati. L’otto per cento dei tedeschi dell’est non ammette critiche nei confronti della loro ex patria o è d’accordo con l’affermazione secondo cui “la RDT aveva aspetti per lo più positivi. SI viveva più felici e meglio che nella Germania riunificata..†I risultati di questa inchiesta sono stati pubblicati per il ventesimo anniversario dalla caduta del muro di Berlino e rivelano la profonda nostalgia della ex Repubblica Democratica da parte di molti tedeschi dell’est. E non da parte di persone anziane. “È nata una nuova forma di Ostalgia†ha affermato lo storico Stefan Wolle. “Il desiderio di vivere in una dittatura idealizzata va oltre l’idealizzazione dei dirigenti governativi†si lamente Wolle. “Anche i giovani che non hanno vissuto durante la RDT la idealizzanoâ€.

“Meno della metà dei giovani nella Germania est descrive la RDT come una dittatura, e la maggior parte sostiene che la Stasi era un normale servizio di intelligence.†Questa è la conclusione sui giovani della Germania est cui è arrivato il politologo Klaus Schroeder, direttore di un istituto di ricerca alla Libera Università di Berlino che studia il passato stato comunista. Questi giovani non possono - e di fatto non vogliono – riconoscere i lati oscuri della RDTâ€. La ricerca di Schroeder fornisce una prospettiva scioccante sui delusi cittadini della ex RDT. “Oggi molti pensano di aver perso il paradiso quando cadde il muro†dice un abitante della Germania est, un altro uomo di 38 anni ringrazia dio per aver vissuto durante la RDT, perché solo dopo la sua fine ha visto gente senza un tetto, mendicanti e poveri che temono per la propria sopravvivenza. Oggi la Germania, così la descrivono in molti, è uno ‘stato schiavo’ e una ‘dittatura capitalista’, alcuni rifiutano del tutto la riunificazione perché la Germania appare essere troppo dittatioriale e capitalista, certamente non democratica. Queste opinioni, secondo Schroeder, sono allarmanti: “Temo che la maggioranza dei tedeschi dell’est non si riconoscano con l’attuale sistema sociopoliticoâ€. Un altro cittadino dell’est sostiene nell’articolo dello Spiegel che “nel passato la gente si divertiva e godeva della propria libertà anche in un campeggioâ€. Ciò che più gli manca è “quella sensazione di amicizia e solidarietàâ€. Il suo verdetto sulla RDT è chiaro: “Per quanto mi riguarda, in quei tempi non vivevamo in una dittatura come quella di oggiâ€. Non solo vuole vedere di nuovo la parità salariale e pensionistica ma si lamenta del fatto che la gente ricorre all’inganno e alle menzogne dappertutto nella Germania riunificata. Le ingiustizie oggi vengono perpetrate in modo più ambiguo rispetto al passato, quando i salari da fame e la microcriminalità erano fenomeni del tutto sconosciuti.[10]

In risposta allo spirito nostalgico del comunismo, ampiamente diffuso nell’intera regione, e al radicale cambio d’opinione secondo cui l’ultimo leader della Polonia comunista, il generale Wojciech Jaruzelski, è molto più popolare del prima riverito ma ora marginalizzato Lech Walesa, ex leader del sindacato Solidarnosc, Nobel per la pace ed ex presidente della Polonia e icona dell’anticomunismo, i ferventi anti- comunisti polacchi hanno rivisto il codice penale e vi hanno incluso la proibizione di qualunque simbolo del comunismo. Sotto questa nuova legge degna dell’Inquisizione cattolica medievale, i polacchi possono essere multati e messi in prigione se trovati a cantare l’Internazionale, o se portano una bandiera rossa, una stella rossa o l’insegna della falce e il martello e altri simboli dell’era comunista, o se indossano una maglietta del Che Guevara. Allo stesso modo, il governo conservatore della Repubblica Ceca sta cercando di mettere fuorilegge il partito comunista delle regioni della Boemia e Moravia (anche se nell’ultima ha ottenuto l’undici per cento alle ultime elezioni tenute in maggio 2010 ed è rappresentato in entrambe le camere del parlamento) apparentemente perché la dirigenza si rifiuta di eliminare la sacrilega parola “Comunista†dal nome del partito. Molti paesi ex-comunisti membri della UE hanno chiesto a Bruxelles di far pressione affinché fosse proibito in tutta la comunità europea negare i crimini dei vecchi regimi comunisti. “Il principio della giustizia dovrebbe garantire un giusto trattamento per le vittime di tutti i regimi totalitariâ€, hanno scritto in una lettera indirizzata alla Commissione europea di giustizia i ministri degli esteri della Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania e Romania, e hanno insistito sul fatto che “ il perdono pubblico, la negazione e la trivializzazione grossolana dei crimini dei regimi totalitari†dovrebbero essere criminalizzati in tutti i paesi membri della UE. Il parlamento europeo, dietro istigazione di deputati anti-comunisti provenienti da paesi post-comunisti, ha già approvato una controversa risoluzione sul “totalitarismo†che equipara il comunismo con il nazismo e fascismo. Ma queste misure punitive non hanno minimamente intaccato l’epidemia della nostalgia per il comunismo: la maglietta più in voga tra i berlinesi dell’est in questo momento riporta la seguente frase: “Ridatemi il mio muro. E questa volta fatelo due metri più alto!â€

È il turno dei paesi ex-comunisti? 

Con l’attenzione dei governi occidentali rivolta alle tensioni e ai conflitti del mondo arabo, si tende ad ignorare o dimenticare le crisi che attanagliano le nazioni ex-comuniste. Date le dilaganti diseguaglianze, la miseria, la corruzione dei governi e la criminalità organizzata che hanno caratterizzato l’ordine post-comunista, la situazione in queste terre non è meno incendiaria di quella del Nord Africa e del Medioriente e presto potrebbe diventare più agitata di quel che si può immaginare ora. È possibile tracciare uno scenario futuro simile a quello della Tunisia, Egitto e addirittura della Libia?

Per ora, i pazienti cittadini di questi paesi dopo aver sofferto già tanto, stanno stringendo i denti nella speranza che le prossime elezioni portino al potere un messianico salvatore su un cavallo bianco che – assistito dalla generosa assistenza dell’Occidente dalle tasche apparentemente mai vuote – alla fine possa liberare le loro società, colpite dal collasso economico e dalla povertà, dall’abisso in cui sono precipitate. La gente comune che vive in quei paesi crede che le rivoluzioni democratiche e le grandi aspettative siano state tradite, sequestrate o rubate da varie ‘forze oscure’, dall’élite ex-comunista che ha rimpiazzato il passato potere politico con quello economico, alla corrotta alleanza (agli occhi della popolazione di sinistra) tra gli ambiziosi pseudo democratici locali e gli avidi capitalisti occidentali, e infine, a una insidiosa cospirazione che coinvolge l’FMI, la Banca Mondiale, la Soros Foundation e la ‘finanza ebraica internazionale’ (di solito, secondo gli estremisti della destra nazionalista). Si può dire, insieme a Sir Robert Chiltern della commedia di Wilde Un marito Ideale, che “Quando gli dei vogliono punirci esaudiscono le nostre preghiereâ€.

Solo il tempo può dire se le preghiere esaudite dei paesi ex-comunisti saranno state una punizione del cielo. D’altro canto, potrebbero sorgere nuove idee su come resistere al potere schiacciante delle banche internazionali e delle corporazioni con l’adozione di riforme di tipo progressista con l’obiettivo di creare un ordine mondiale democratico libero dai signori della globalizzazione e dall’élite compradora locale ad essi asservita.

Note

[1] George Jahn, “In Romania, Turmoil Fuels Nostalgia for Communism,†Washington Post, 11 gennaio, 2011.
[2] Michael Hudson e Jeffrey Sommers, “Latvia Provides No Magic Solution for Indebted Economies,†Guardian.co.uk, 20 dicembre, 2010.
[3] “There’s More at Stake than Just Freedom of the Press,†Der Spiegel International, 19 gennaio, 2011. 
[4] “Saakashvili Has Turned Georgia into A Police State,†Interfax, 11 febbraio, 2011.
[5] “45% of Romanians Say ‘Ceauşescu, Please Forgive Us for Being Drunk in December (1989)’,†Bucharest Herald, 29 dicembre, 2010.
[6] I risultati di questa indagine condotta tra un campione rappresentativo di rumeni tra il 22 ottobre e il 1 novembre 2010 sono stati pubblicati dall’Istituto per lo Studio dei Crimini del Comunismo e per la Memoria degli Esiliati Rumeni, questo il link: http://www.crimelecomunismului.ro/en/about_iiccr
[7] Jahn, “In Romania, Turmoil Fuels Nostalgia for Communism.â€
[8] ‘Ostalgia’ deriva dalla parola in tedesco Ost (est) e Nostalgie (nostalgia) e si riferisce al diffuso senso di appartenenza a molti aspetti della vita della RDT.
[9] Julia Bonstein, “Majority of East Germans Feel Life Better under Communism,†Der Spiegel International, 3 luglio, 2009. 
[10] Ibid. In un articolo scritto sul Guardian in occasione del ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, un’accademica della ex-Germania dell’est lamenta il crollo della RDT che offriva “eguaglianza sociale e di genere, piena occupazione e la mancanza di paure esistenziali, e sosteneva le renditeâ€. Secondo lei l’unificazione ha “portato divisione sociali, disoccupazione diffusa, ricatti, un crasso materialismo dove si va avanti sgomitandoâ€. Bruni de la Motte, “East Germans Lost Much in 1989: For Many in the GDR the Fall of the Berlin Wall and Unification Meant the Loss of Jobs, Homes, Security and Equality,†Guardian.co.uk, 8 novembre, 2009.
Titolo originale: "The Tragic Failure of "Post-Communism" in Eastern Europe"

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
08.03.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI


=== 2 ===


Ces Allemands nostalgiques du «paradis» perdu de RDA


Patrick Saint-Paul, correspondant à Berlin
30/06/2009 | Mise à jour : 11:05

Oubliés les privations de libertés, les bas salaires, les pénuries, l'interdiction de voyager : la moitié des Ossies regrettent le régime communiste.

Près de vingt ans après la chute du mur de Berlin, de nombreux Allemands de l'Est continuent à cultiver une nostalgie pour leur pays disparu. Au regard de la crise économique, qui frappe durement l'Allemagne, certains d'entre eux n'hésitent plus à comparer la RDA à une sorte de «paradis social», où régnait la sécurité de l'emploi. Selon un sondage publié lundi, près d'un Allemand sur cinq originaire d'ex-RDA est nostalgique du mur de Berlin et du régime communiste est-allemand.

Selon ce sondage réalisé par un institut de Leipzig et publié dans le magazine culte de l'Est Super Illu, 17 % des Allemands de l'Est approuvent la phrase : «Il aurait mieux valu que le Mur ne tombe pas. Avec le recul, la RDA était avec son socialisme un meilleur État.» Parmi les chômeurs, «l'Ostalgie» - la nostalgie envers l'Est - atteint des proportions records : 44 % des chômeurs souhaiteraient le retour du régime communiste, qui fournissait un travail et un logement à tous.

Plus de la moitié des Ossies (Allemands de l'Est) se considèrent comme des «citoyens de seconde zone», alors que 41 % s'estiment au contraire traités sur un pied d'égalité avec les Allemands de l'Ouest. Depuis la réunification en 1990, l'ex-RDA a bénéficié d'investissements publics massifs mais n'a jamais rattrapé le niveau de vie de l'Ouest. Les salaires et les retraites restent inférieurs à l'Est, où le taux de chômage est en moyenne deux fois plus élevé qu'à l'Ouest.

Selon une autre étude, dont les résultats ont été publiés dans le dernier numéro de l'hebdomadaire Der Spiegel, 57 % des Allemands de l'Est n'hésitent pas à défendre en public l'ancien régime du parti unique (SED). Et 49 % approuvent la phrase : «La RDA avait davantage de bons côtés que de mauvais côtés. Il y avait quelques problèmes, mais on pouvait y vivre bien.» Certains ont totalement oublié les privations de libertés, les bas salaires, les pénuries, l'interdiction de voyager à l'étranger et l'étroite surveillance de la Stasi, la police secrète. Ainsi, ils sont 8 % à juger que «l'on vivait mieux et plus heureux en RDA qu'aujourd'hui».


Le danger de la banalisation


Pour l'historien Stefan Wolle, une nouvelle forme d'Ostalgie a vue le jour. «La nostalgie de la dictature dépasse de loin le cadre des anciens fonctionnaires du régime», explique-t-il. Certains jeunes issus de l'Allemagne de l'Est n'hésiteraient pas à idéaliser la RDA, bien qu'ils ne l'aient pas connue. Ceux-là ont fait de la défense du pays de leurs parents une question de fierté. Une inquiétante étude publiée l'année dernière avait souligné le manque d'information de la jeunesse est-allemande concernant la dictature communiste de RDA et pointé les défaillances du système éducatif sur cette page de l'histoire allemande.

Une majorité de jeunes Allemands de l'Est ignorait qui avait construit le mur de Berlin et pensait que le dictateur Erich Honecker, secrétaire général du SED, avait été élu démocratiquement, ou encore que l'environnement était mieux protégé en RDA qu'à l'Ouest.

Klaus Schroeder, le politologue qui avait mené l'étude, met en garde contre la banalisation de l'ancienne dictature communiste par une jeunesse qui n'a pas connu la RDA et qui tient son savoir de discussions familiales et non de l'enseignement dispensé à l'école. «Les jeunes Allemands de l'Est ne sont même pas une moitié à dépeindre la RDA comme une dictature et une majorité d'entre eux considèrent la Stasi comme un service secret normal», déplore Schroeder. Spécialisé dans les recherches sur la RDA à la Freie Universität de Berlin, Schroeder affirme que «beaucoup d'Allemands de l'Est considèrent la moindre critique de l'ancien système comme une agression personnelle». Cependant, selon l'étude publiée par Super Illu, ils sont aussi une écrasante majorité à ne pas souhaiter de retour en arrière. Près des trois quarts des Ossies (72 %) se disent «heureux de vivre dans l'Allemagne réunifiée avec son économie sociale de marché, malgré tous les problèmes de la reconstruction à l'Est».




#2647 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Gio 21 Apr 2011 8:37 pm
Oggetto: Visnjica broj 862
jugocoord
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LE VITTIME INNOCENTI DEL TERRORISMO IN BIELORUSSIA NON MERITANO NEPPURE UN TELEGRAMMA DI CORDOGLIO

su l'Ernesto Online del 21/04/2011

Per i governi occidentali le vittime innocenti del terrorismo in Bielorussia non meritano neppure un telegramma di cordoglio!

“Non capisco come paesi, che si proclamano democratici e civili, non abbiano sentito il dovere di esprimere le loro condoglianze con il popolo della Bielorussia, così gravemente colpito”, ha dichiarato il presidente Aleksander Lukashenko nel commentare la completa assenza di manifestazioni di cordoglio da parte di numerosi paesi occidentali, dopo il terribile attentato alla metropolitana di Minsk, a poca distanza dal palazzo di governo, che ha provocato la morte di 12 civili innocenti.

“Non hanno sentito il dovere di esprimere cordoglio neppure a un popolo, come il bielorusso, che, nella lotta coraggiosa contro il fascismo, ha avuto così tante sofferenze. Un popolo, senza il quale, la bestia del fascismo non sarebbe mai stata sconfitta”.

“Il comportamento di certi governi e ambasciatori di fronte ai tragici avvenimenti di Minsk è la cartina di tornasole dei loro reali sentimenti nei confronti della Bielorussia. Che vergogna!”, ha concluso Lukashenko.

[L'attentato stragista nella capitale bielorussa, a due passi dalla residenza del presidente Lukashenko, si è verificato lo scorso 11 aprile 2011.]


#2648 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 22 Apr 2011 8:58 am
Oggetto: La tardiva condanna di Gotovina e Markac
jugocoord
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(english / italiano / francais)

La tardiva condanna di Gotovina e Markac

Dopo quasi 20 anni dai fatti, quando oramai il "nuovo ordine" nazionalista e imperialista nei Balcani è stato realizzato, al "Tribunale ad hoc" dell'Aia è consentito di emettere una prima condanna per alcuni dei responsabili della pulizia etnica" delle Krajine e della Slavonia... E qualcuno accenna alle complicità degli USA e della Francia nei crimini commessi per imporre lo squartamento della Jugoslavia. Meglio tardi che mai: purché nessuno si illuda che questo ordine, basato stragi e ingiustizie, sia definitivo. (IS)

1) Croatian conviction casts light on US responsibility for war crimes
(Paul Mitchell / WSWS / 22 April 2011)

2) Gotovina Convicted of War Crimes
(Rachel Irwin / IWPR / 15 Apr 11)

3) 24 anni ad Ante Gotovina
(Luka Zanoni / OdB / 15 aprile 2011)


LINKS:

TPI : Ante Gotovina, criminel de guerre et « ami de la France »
Le général croate Ante Gotovina a été condamné le 15 avril 2011 à 24 années de prison par le TPIY pour crimes de guerre et crimes contre l’humanité. Il a commencé sa carrière militaire dans les rangs de Légion étrangère française. Après la quille, il a collé des affiches pour le Front national, joué les gros bras pour des agences de sécurité proche du SAC de Pasqua. Il a aussi dévalisé une bijouterie de la place Vendôme, à Paris... Mais il est toujours resté un « ami de la France », ce qui lui a valu la protection de la DGSE durant sa longue cavale. Au mépris de la collaboration pleine et entière des Balkans avec le TPIY exigée par l’UE...

I numerosi commenti alla notizia sul sito OdB

La scheda del caso Gotovina-ÄŒermak-MarkaÄ sul sito del TPI

I video del processo sulla pagina Youtube del TPI


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Croatian conviction casts light on US responsibility for war crimes


By Paul Mitchell 
22 April 2011


Last week, the International Criminal Tribunal for Yugoslavia in the Hague found two Croatian military leaders, General Ante Gotovina and Assistant Interior Minister Mladen Markac, guilty of war crimes and sentenced them to 24 years and 18 years imprisonment, respectively. A third defendant, Ivan Cermak, was acquitted.

Gotovina and Marcak were accused of taking part in a “joint criminal enterpriseâ€, the purpose of which was “the permanent removal†of the Serb population of the Krajina region of Croatia during the August 1995 Operation Storm military offensive, which broke a United Nations-monitored cease-fire.

Their crimes, involving “deportation and forcible transfer, plunder of public and private property, wanton destruction, murder, inhumane acts and cruel treatmentâ€, led to the deaths of up to 2,200 people, half of them civilians, and the creation of 200,000 Serb refugees.

Tens of thousands have demonstrated in the Croatian capital Zagreb since Gotovina was convicted with banners proclaiming him a hero for his role in the “Homeland Warâ€, which erupted soon after Croatia declared independence from Yugoslavia in June 1991. German imperialism, anxious to flex its political muscles after reunification, had promoted Croat secession and rushed to extend recognition. While both the US and the other Western European powers initially opposed recognition, they ultimately accepted Germany’s position.

Warnings that civil war would result were dismissed. Within months Serbs, who dominated the west of Croatia, declared an independent Serb Republic of Krajina (RSK), splitting the country in two. Operation Storm was designed to bring the region back under Croat control.

The conviction of Gotovina and Markac casts further light on the role of the US government in Operation Storm and its responsibility for what has been described as the biggest act of ethnic cleansing during the Balkan Wars.

During the trial, it became apparent that US officials were in constant contact with the Croatian government, encouraging the military offensive at a time when a UN cease-fire was in operation. They knew that war crimes were likely to be committed. The Clinton administration also approved the training of Croat forces, and provided intelligence and air support. No US official or politician has been placed on trial or is likely to be.

Peter Galbraith, a former senior adviser to the US Senate Foreign Relations Committee and US ambassador to Croatia from 1993 until 1998, was called at the trial as an “expert witnessâ€. Asked to explain his comments at the time that Operation Storm could not be described as ethnic cleansing, he replied, “ethnic cleansing, as I considered it to be, involved actions to expel the population through military attacks, terror, mass rape, killings, to make sure that everybody who survived left, the burning of homes.

“Basically, ethnic cleansing was what the Serbs did. In my view, the Croatians—Croatia did not do this in Operation Storm, because when the Croatian forces arrived, the Serbs were already gone. [They had been warned to leave by the RSK government when it was clear an attack was imminent.] So you couldn’t ethnically cleanse somebody who was not there.â€

He continued, “So that’s what I meant by that statement. I have to say that I, over the years, have regretted that I made it, because it was misunderstood and sort of seemed to be an apology for the Croatian military action, and that was not what was intended.â€

Galbraith told the court that Croatian President Franjo Tudjman was obsessed with creating an ethnically homogeneous “Greater Croatiaâ€. He believed the Serbs in the Krajina were too numerous and constituted a strategic threat to Croatia. Any who left (or were driven out) should not be allowed to return.

Tudjman had become the US’s closest ally in the Balkans. Galbraith said, “In the first two and a half years, I met with him very frequently; I would say several times a week, on some occasions several times a day.â€

Other close contacts were Defence Minister Gojko Susak, “who I simply saw all the timeâ€, and Foreign Minister Mate Granic, whom Galbraith saw “four or five times a week.†“We would speak on the phone all the timeâ€, he explained.

Regular meetings were also held with Tudjman’s chief of staff, Hrvoje Sarinic, and Miro Tudjman, Tudjman’s son, who was head of the Croatian intelligence service.

Following the end of the Croat-Bosnian Muslim war in 1994, the US talked to Croatia “about becoming our partner in the peace process†and promised “the fastest possible integration into western political, economic, and security arrangementsâ€, Galbraith explained.

In early 1995, the US was becoming exasperated with its European allies and the United Nations over their continued failure in Bosnia and perceived lack of resolve in confronting Slobodan Milosevic. Galbraith said, “I had strong disagreements with the United Nations and was very frustrated with how it was conducting itself…. [I]t was my conclusion that the UN troops there were not going to defend the [Bihac] pocket because, after all, the Dutch troops had not defended Srebrenica [leading to the massacre of 7,000 Bosnian Muslims], and the troops in Bihac were less capable.â€

“If NATO wasn’t going to save Bihac, then—and Croatia was willing to undertake military action that we should not object to that military action…that was the position that my government took. As I wrote in messages, I was aware that Croatian military action to save Bihac would produce a humanitarian crisis with regard to the Krajina, but in what I called the hierarchy of evils—that humanitarian crisis clearly would rank lower than a situation in which the Bosnian Serbs took Bihac.â€

The US agreed to Gotovina and the Croatian Army launching an attack along the Livno valley, knowing it was part of planned military takeover of the whole Krajina.

Galbraith said he told Tudjman that the US “was not approving of these operations in the sense of telling the Croatians to do this, but we were clearly not objecting, and in that context the fact that we were not objecting was highly significant because we and other countries had objected to any action that had expanded the war—that arguably would have expanded the war, including objecting to military action, November 10th, 1994, during a previous Bihac crisis.â€

“We certainly didn’t say, don’t do it, and we didn’t say, do it,†Galbraith repeated elsewhere.

Susak told a meeting at the Ministry of Defence that included Gotovina, “The west has given a partial blessing.â€

The US was giving a green light to Operation Storm, however much Galbraith tries to evade it, even though it knew that similar offensives including the Medak pocket in 1993 and in Western Slavonia in May 1995 had led to the expulsion of tens of thousands of Serbs and the indiscriminate killing of hundreds of others.

At the same time, Galbraith was meeting with Milan Babic to convince him to accept terms for peace, which he did on August 2. “I thought that there was some prospect that Babic would be able to get the parliament to agree to accept the deal that I worked out with him,†he related.

Negotiations between the two sides were also taking place in Geneva on August 3, the day before Operation Storm was launched. But it was clear from Galbraith’s testimony that the Croats were going to present an ultimatum the Serbs could not accept.

“As to the meetings in Geneva, they, the Croatians, used them as a vehicle to present their final ultimatum…. [I]t was clear to me, as it was to the other diplomats in Zagreb and I think to the broader international community, that the meeting in Geneva was just that, that it was pro forma, that it was a very dangerous situation, that Tudjman was going to outline demands that he had already stated, and that the Serbs were going to refuse them, and that that would provide the pretext for war.â€

The next day, August 4, 1995, troops from Croatia and Bosnia-Herzegovina launched Operation Storm. Galbraith said he saw evidence of war crimes, the extensive and systematic destruction of Serb property and widespread killings. “I can think that they only happened because the Croatian state authorities, Tudjman and…the gang around him, wanted this to happen,†he said.

By the end of September, as the scale of the destruction and atrocities became apparent, pressure intensified for a cease-fire. However, the US continued to encourage the Croatians to advance.

Richard Holbrooke, Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs and architect of the Dayton Accords that ended the Bosnian war, warned Tudjman, “You may have a cease-fire within one week or less, and I would hope that you could take Sanski Most and Prijedor and Bosanski Nova if possible before a cease-fire…. [I]f you take those three towns before a cease-fire, we can have a successful negotiation on the map. In any case, officially, the United States always says no more military action, but privately, and I cannot be quoted on this, I would urge you to consider the fact that the pressure for a cease-fire within the next week is very, very high.â€

Evidence has also emerged of the role of Military Professional Resources Inc. (MPRI). The private military contractor, licenced by the US, is run by retired US generals. It started work in Croatia in January 1995, in the run-up to Operation Storm. Galbraith only referred to MPRI briefly in his testimony, but their activities have been documented in the WSWS (see “An exchange on the break-up of Yugoslavia“).

Last year, a class action suit was brought in the US by Krajina Serbs claiming MPRI trained and equipped the Croatian military for Operation Storm and designed the battle plan. The action says MPRI sought to “procure through its contacts heavy military equipment including artillery batteries and import it into Croatia; [and] arrange for Croatia to receive real-time coded and pictorial information from US reconnaissance satellites over Krajina in order for the data to be used for accuracy targeting in artillery batteries.â€

“It was evident that MPRI’s acts, especially including equipping and training military forces, would run counter to UN Security Council Resolution 713 [imposing a cease-fire and arms embargo]. But because MPRI is not a state, it is not legally bound by UN resolutions. Thus MPRI could do things that the United States could not do, such as importing weapons into Croatia….â€

There was evident satisfaction in the US with the progress of Operation Storm according to Galbraith, who explained, “Many people in Washington welcomed Croatia’s actions, and it was certainly welcomed…by many in the Clinton Administration for the reason that I stated, which is that it began to change the situation in Bosnia†and led to the Dayton Accords.

“The Croatian army military campaign in Bosnia, along with the military campaign by the army of the government of Bosnia and Herzegovina, along with NATO air-strikes that began at the very end of August were the three elements—decisive elements that led to the end of the Bosnia war, and it would not have been—it would not have happened if it were not for the Croatian army’s military action,†Galbraith concluded.

Now that Gotovina and Markac have been convicted of war crimes, it begs the question as to why leading figures in the Clinton administration have not been similarly indicted for their intimate role in these terrible events.



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Courtside

Gotovina Convicted of War Crimes

Former Croatian army general found guilty of eight out of nine charges against him.

Croatian army general Ante Gotovina was this week convicted at the Hague tribunal of ordering unlawful and indiscriminate attacks on Serb civilians during 1995’s Operation Storm offensive and sentenced to 24 years in prison, with credit for time served.

He was also found to be responsible for the deportation of at least 20,000 Serb civilians from the Krajina region of Croatia, as well as for the murder, persecution and cruel treatment of Serb civilians. In addition, he was convicted on counts of plunder and wanton destruction.

The only count that he was acquitted of, out of a total of nine, was forcible transfer.

As the verdict was read out on April 15, Gotovina, wearing a dark suit, sat back in his chair and appeared to be listening intently but displayed little emotion. When his prison sentence was announced, some of those seated in the public gallery cried out in shock.

One of Gotovina’s co-defendants, special police commander General Mladen Markac was also convicted on eight out of the nine counts in the joint indictment. He was sentenced to 18 years in prison with credit for time served.

The third co-defendant, Knin garrison commander General Ivan Cermak, was acquitted of all charges.

Reading out the verdict to a packed courtroom and public gallery, Presiding Judge Alphons Orie noted that “the events in this case took place in the context of many years of tension between Serbs and Croats in the Krajina.

“In this regard, the parties agreed that a considerable number of crimes had been committed against Croats in the Krajina….However, this case was not about crimes happening before the indictment period.

“Nor was it about the lawfulness of resorting to and conducting war as such. This case was about whether Serb civilians in the Krajina were the targets of crimes, and whether the accused should be held criminally liable for these crimes.â€

The indictment focused solely on the period before and after Operation Storm, an offensive launched by Croatian forces on August 4, 1995 to retake the Serb-controlled Krajina region.

Judge Orie said that during the offensive, Croatian forces fired “artillery projectiles†at the towns of Knin, Benkovac, Gracac and Obrovac.

“…The chamber concluded that the Croatian forces deliberately targeted in these towns not only previously identified military targets, but areas devoid of such military targets,†the judge said. “As such, the chamber found that the Croatian forces treated the towns themselves as targets for artillery fire.â€

Thus, the shelling of these towns constituted an “indiscriminate…and unlawful attack on civilians and civilian objectsâ€, he said.

The judge said that Serb civilians were already leaving these towns in large numbers by the time Serb Krajina president Milan Martic ordered an evacuation on August 4.

“The trial chamber concluded that the evacuation plans and orders of the Krajina Serb authorities had little or no influence on the departure of the Krajina Serbs,†Judge Orie said.

However, in the towns of Benkovac, Gracac, Knin and Obrovac, “the chamber concluded that the fear of violence and duress caused by the [Croatian] shelling created an environment in which those present there had no choice but to leaveâ€.

Croatian military and special police forces also committed murder, plunder and other inhumane acts “which caused duress and fear of violence in their victims and those who witnessed themâ€, the judge said, adding, “These crimes added to the creation of an environment in which these persons had no choice but to leave.â€

Of the Serbs who left the Krajina in August 1995, “the chamber concluded that at least 20,000 were deportedâ€, he continued.

The judge also spoke of specific examples of murder and cruel treatment committed by Croatian forces, including one instance where they put some “textiles†under the feet of a Serb man who they had tied to a tree, and then set the material alight.

“In pain from the fire, the witness kicked the textiles away,†Judge Orie said.

In addition, he said there was evidence of a “large number†of incidents concerning plunder and destruction committed by Croatian military forces and special police.

Witnesses had testified about seeing burnt houses and also “military trucks loaded with electronic equipment and furniture leaving Knin on 6 August 1995 without being stopped at Croatian checkpointsâ€, the judge said.

As for Gotovina himself, judges determined he was part of a joint criminal enterprise, JCE, with other members of the Croatian political and military leadership. The aim of this JCE was the “permanent removal of the Serb civilian population from the Krajina by force or threat or forceâ€.

On July 31, 1995, Gotovina attended a meeting with other high-ranking officials about the upcoming military operation. According to Judge Orie, during this meeting Gotovina said that a “large number of civilians are already evacuating Knin and heading towards Banja Luka and Belgrade. That means that if we continue this pressure, probably for some time to come, there won’t be so many civilians, just those who have to stay, who have no possibility of leavingâ€.

The judge said that the then Croatian president Franjo Tudjman “was a key member of the joint criminal enterprise.

“Tudjman intended to repopulate the Krajina with Croats and ensured that his ideas in this respect were transformed into policy and action though his powerful position as president and supreme commander of the armed forces,†Judge Orie said.

Gotovina contributed to the “planning and preparation†of Operation Storm, ordered unlawful attacks on the four previously mentioned towns, the judge said.

“Mr Gotovina failed to make a serious effort to prevent and follow up on crimes reported to have been committed by his subordinates against Krajina Serbs,†he continued.

Gotovina’s co-defendant Markac, who was in charge of the special police forces, was also found to have participated in the planning of Operation Storm and to have been a member of the JCE.

Judges found that members of the special police took part in the “destruction†of part of Gracac on August 5 and 6, and also in the looting of Krajina Serb property in Donji Lapac on August 7 and 8.

“The chamber found that Mr Markac knew about the involvement of his subordinates in the commission of these crimes, but that he did not take any steps to identify the perpetrators in order to take appropriate action against them, nor did he take any step to prevent the commission of further crimes,†Judge Orie said.

Markac also “advanced false stories†and “participated in the cover up†of crimes committed by his subordinates against Krajina Serb property.

As for Cermak, who was commander of the Knin garrison, judges found that “the evidence did not establish that Mr Cermak knew or intended that his activities contribute to any goal of populating the Krajina with Croat rather than Serbsâ€.

The judges found that the prosecution “did not prove its allegations that Mr Cermak permitted, minimised, denied or concealed crimes against Serbs, nor that he provided false, incomplete, or misleading information or false assurances to the international communityâ€.

Cermak was found not guilt on all counts and will be released from the United Nations detention unit after necessary arrangements are made.

The trial began in March 2008 and heard a total of 145 witnesses. Closing arguments were held in late August 2010.

Rachel Irwin is an IWPR reporter in The Hague.


=== 3 ===


24 anni ad Ante Gotovina


Il Tribunale internazionale dell'Aja ha condannato oggi a 24 anni di reclusione Ante Gotovina, il generale croato sotto processo per crimini perpetrati durante il conflitto in ex-Jugoslavia. 18 anni ad un altro generale croato, Mladen MarkaÄ
L’ex generale dell’esercito croato Ante Gotovina accusato di crimini di guerra compiuti durante e dopo la famosa Operazione Oluja (Tempesta) dell’agosto 1995, in cui furono cacciate decine di migliaia di cittadini di nazionalità serba dalla Croazia, di cui centinaia uccisi brutalmente, è stato condannato questa mattina dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia (TPI) a 24 anni di carcere. L’accusa avevo chiesto una condanna per 27 anni. 
Ante Gotovina è stato riconosciuto parte di una associazione criminale e dichiarato colpevole di 8 capi di imputazione relativi a crimini contro l'umanità e violazione delle leggi e delle usanze di guerra. Tra le accuse accolte dai giudici ci sono quelle di omicidio, persecuzione e deportazione. 
Il processo Gotovina era iniziato l’11 marzo 2008 ed è terminato nel settembre 2010. La sentenza di primo grado è stata letta questa mattina dal giudice Alphons Orie. Ante Gotovina era stato arrestato il 7 dicembre 2005 sull’isola di Tenerife (Canarie) dopo quattro anni di latitanza, l’accusa contro di lui era stata sollevata nel 2001 e rivista con aggiunte nel 2004.
Sul banco degli imputati sono comparsi insieme a Gotovina altri due ex generali croati Mladen MarkaÄ e Ivan ÄŒermak. L’accusa aveva richiesto la condanna a 23 per MarkaÄ e 17 per ÄŒermak. Quest’ultimo è stato assolto da tutti i capi d’accusa, mentre Mladen MarkaÄ è stato condannato a 18 anni di reclusione.
Questa sentenza avrà sicuramente riflessi sulla politica e sulla società croata. Se la maggior parte della popolazione croata sostiene i processi per crimini di guerra, la percentuale scende precipitosamente se in questione ci sono i cosiddetti eroi della “guerra patriottica†come viene definita in Croazia la guerra degli anni ‘90.
È difficile per una parte dell'opinione pubblica croata accettare il concetto di guerra patriottica e il fatto che nella stessa siano stati commessi crimini contro l’umanità. Questa sentenza potrebbe facilmente innescare un sentimento anti europeo, influendo sul referendum cui è chiamata la Croazia il prossimo autunno per decidere l’ingresso nell’Ue. Ma potrebbe avere ripercussioni anche sulla politica interna, penalizzando l’attuale leadership già traballante dopo le ripetute accuse di corruzione che hanno portato all’arresto dell’ex premier Ivo Sanader. Le elezioni sono vicine, al massimo verranno spostate ad inizio 2012, e la condanna di Gotovina potrebbe giocare un ruolo nel rafforzamento di formazioni politiche di estrema destra.



#2649 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 22 Apr 2011 10:17 am
Oggetto: I Maggio a Trieste ed altre iniziative con i delegati Zastava
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I Maggio a Trieste ed altre iniziative con i delegati Zastava

1) Delegati di Kragujevac in Friuli VG (aprile 2011)
2) Rientro da Kragujevac, relazione preliminare e un indirizzo youtube (marzo 2011)


=== 1 ===

Da:  Gilberto Vlaic <gilberto.vlaic @ elettra.trieste.it>
Oggetto: [CNJ] Delegati di Kragujevac in Friuli VG
Data: 20 aprile 2011 19.59.02 GMT+02.00

ONLUS Non bombe ma solo caramelle - Trieste

Care amiche, cari amici
e’ con grande piacere che vi informiamo che una folta delegazione di delegati sindacali dei lavoratori della Zastava di Kragujevac sara’ in Friuli Venezia Giulia la settimana prossima, per informarci sulla situazione REALE della fabbrica, della citta’ di Kragujevac e piu’ in generale sulle REALI condizioni della Serbia. In questo modo intendiamo anche rafforzare ed estendere la nostra piu’ che decennale campagna di solidarieta’ con questi lavoratori, le loro famiglie e con tutta la citta’.

Di seguito gli appuntamenti che abbiamo definito e ai quali siete caldamente invitati:

Giovedi’ 28 aprile, ore 18.00 a Udine, in sala Ajace
Incontro con la CGIL e la FIOM friulana; sara’ presente anche Giorgio Airaudo della FIOM di Torino.
Titolo dell’iniziativa:
Dalla fabbrica alla scuola, il modello Fiat, le alternative per uno sviluppo globale sostenibile.
Maggiori dettagli nel documento in attachment [ http://www.cnj.it/INIZIATIVE/volantini/Zastava_1maggio2011.pdf ].

Venerdi’ 29 aprile, ore 11 e 30 nella sede della Regione in Piazza Oberdan [Trieste]
Conferenza Stampa in modo da illustrare LA REALE SITUAZIONE della citta’ e della fabbrica, dopo le menzogne sparse a piene mani dalla stampa italiana sull’intervento della Fiat in Serbia

Venerdi’ 29 aprile, vari incontri a San Giorgio di Nogaro (UD), 
comunita’ che da molti anni e’  fortemente coinvolta nella nostra campagna di affidi a distanza e nello sviluppo di molti progetti nella citta’ di Kragujevac
Ore 17 Incontro con l’amministrazione comunale in sala consiliare
Ore 17.30 incontro con Daniela Corso Presidente della casa di riposo "Chiabà"
Ore 19.00 incontro con il Presidente Lorenzo Mattiussi e con i volontari della Misericordia della Bassa Friulana nella loro sede.

Domenica PRIMO MAGGIO mattina prenderanno parte con le loro bandiere al corteo sindacale a Trieste

Domenica Primo Maggio pomeriggio alle ore 17 
saranno presenti al tradizionale concerto del Coro Partigiano Triestino Pinko Tomazic a Opicina.

Vi ricordiamo ancora di sottoscrivere il 5 per mille per la nostra ONLUS
Il codice fiscale e’ 90019350488

Sperando di incontrarvi numerosi vi inviamo i piu’ cordiali saluti
Continuate a sostenerci!
Gilberto Vlaic
Non bombe ma solo caramelle ONLUS

Trieste, 20 aprile 2011


=== 2 ===

Da: Gilberto Vlaic <gilberto.vlaic @ elettra.trieste.it>

Oggetto: [CNJ] Rientro da Kragujevac, relazione preliminare e un indirizzo youtube

Data: 28 marzo 2011 13.58.45 GMT+02.00


Care amiche, cari amici,
siamo rientrati domenica 20 marzo 2011 dal periodico viaggio a Kragujevac.
La relazione completa del viaggio sara’ pronta entro entro il prossimo mese di aprile.

Vogliamo pero’ anticipare alcune cose.

Abbiamo trovato una situazione ancor piu’ precaria e degradata di quella incontrata nei viaggi di  precedenti: la cancellazione della Zastava Automobili, di proprieta’ pubblica, ha dato un duro colpo all’economia della citta’ e reso ancor piu’ difficili le condizioni di vita dei circa 1500 lavoratori che hanno perso non solo il salario ma le speranze di trovare un lavoro.

Questa nuova situazione ha colpito anche pesantemente l’ufficio relazioni internazionali ed adozioni a distanza, con il quale abbiamo condiviso queste esperienze degli affidi a distanza e dei tanti progetti che abbiamo portato avanti da piu’ di dieci anni.
La rete delle associazioni italiane che agiscono a Kragujevac ha deciso unanimemente di mantenere in piedi questo ufficio garantendo un sostegno economico a tre persone (Rajka, Dragan e Delko).

Abbiamo consegnato 153 quote di affido, quasi tutte trimestrali per un totale di 13260 euro.
Inoltre abbiamo consegnato 14 affidi annuali per conto della associazione ALJ di Bologna (4340 euro)

Abbiamo verificato con grande soddisfazione la conclusione dei lavori dei due progetti che erano ancora aperti:
- il restauro della sala del Parlamento degli studenti del Liceo di Kragujevac, che e’ stata chiamata SALA DELLA PACE E DELLA SOLIDARIETA’
- il completamento dei lavori edili della grande sala della Scuola primaria 19 ottobre che sara’ usata come palestra e come centro di aggregazione per tutto il quartiere di Marsic.

Per quanto riguarda nuovi progetti ci e’ stato proposto di partecipare al recupero degli edifici di un ex villaggio turistico utilizzato ormai da molti anni come campo profughi.
Si tratta di un insediamento molto degradato di dieci edifici in legno (piu’ tre edifici in muratura dove sono ubicati i servizi igienici e la cucina), ubicato fuori citta’, nel villaggio di Trmbas, dove abitano 280 profughi dal Kosovo. L’impegno necessario e’ assolutamente al di fuori delle nostre diponibilita’ e verificheremo se riusciremo a trovare altri che possano entrare in collaborazione con noi.

Infine abbiamo partecipato ad una affollatissima assemblea del sindacato Samostalni durante la quale sono stati eletti i nuovi dirigenti.

Durante questa assemblea e’ stato presentato un CD sulle attivita’ che le associazioni italiane hanno realizzato dal 1999 in poi. E’ molto interessante e ben fatto; malgrado sia in serbo ve ne consiglio la visione; lo trovate su youtube all’indirizzo:

http://www.youtube.com/watch?v=3Y0kLfFcP8U&feature=player_embedded

Per il momento e’ tutto.
Il prossimo viaggio si svolgera’ tra il 30 giugno e il 3 luglio prossimi.
Consegneremo una rata di affido trimestrale.

Il successivo sara’ intorno al 21 ottobre e consegneremo due trimestri di affido, in quanto non effettueremo viaggi a dicembre.

UN GRANDE GRAZIE A TUTTE/I VOI PER IL SOSTEGNO CHE DATE A QUESTA CAMPAGNA DI SOLIDARIETA’!!!

Vi ricordiamo ancora il 5 per mille...
codice fiscale della ONLUS 90019350488

Gilberto Vlaic
ONLUS Non bombe ma solo caramelle

Trieste 27 marzo 2011



#2650 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Lun 25 Apr 2011 9:01 am
Oggetto: I PARTIGIANI JUGOSLAVI NELLA RESISTENZA ITALIANA
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... Viva il 25 Aprile! ...

I PARTIGIANI JUGOSLAVI NELLA RESISTENZA ITALIANA

1) Storie e memorie di una vicenda ignorata (scheda del libro)

2) Presentazione del libro a Sarnano (MC) l'8 maggio, ed altre in programma



=== 1 ===

I PARTIGIANI JUGOSLAVI NELLA RESISTENZA ITALIANA
Storie e memorie di una vicenda ignorata

di Andrea Martocchia
con contributi di Susanna Angeleri, Gaetano Colantuono, Ivan PaviÄevac
Prefazione di Davide Conti
Introduzione di Giacomo Scotti

Roma : Odradek, 2011

pp.348 - euro 23,00 - ISBN 978-88-96487-13-6



Che ci facevano questi Jugoslavi in Italia? Da tale domanda, apparentemente ingenua e disarmante, prende le mosse una minuziosa ricostruzione delle attività militari accadute sull'Appennino e sul versante del basso-adriatico, grazie a testimonianze e documenti la cui dispersione ha accompagnato la rimozione dell'intera vicenda.
Non erano certo invasori. Questi jugoslavi erano i prigionieri rinchiusi nei quasi duecento campi di detenzione fascisti in Italia (Renicci, Colfiorito, Corropoli...) fino all’8 Settembre del 1943 e che, una volta liberatisi, dettero un contributo efficace e decisivo alla Resistenza antifascista e antinazista italiana, irradiandosi dalla Toscana, all'Umbria, alle Marche, all'Abruzzo fino alla Puglia.
La ricerca inoltre individua il ruolo strategico della Puglia come “duplice retrovia†anche in relazione alle parallele vicende belliche nei Balcani; ruolo finora noto solo a pochi specialisti e in modo frammentario. Infatti, mentre in Puglia si costituivano brigate dell’EPLJ - Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia -, gli evasi jugoslavi dai lager della penisola animavano la lotta di Liberazione proprio nelle sue prime fasi lungo la dorsale appenninica, con episodi rilevanti, soprattutto in Umbria e nelle Marche, lasciando sul campo più di mille tra morti e dispersi. (...)
Nella ricerca sono inoltre discusse le ragioni politico-storiografiche di questa rimozione, così da fornire un importante contributo al dibattito metodologico sulla storia della Resistenza poiché si oltrepassa la chiave di lettura nazionale, solitamente schiacciata sul rapporto CLN-monarchia-Alleati. (dalla quarta di copertina)


Le altre riflessioni che emergono dalla lettura del testo riguardano da un lato la questione della mancata punizione degli esponenti fascisti e dei vertici del regio esercito italiano responsabili di crimini di guerra contro le popolazioni civili occupate e dall’altro la completa assenza nella sfera pubblica nazionale di una lettura critica del passato, capace di fare i conti con le responsabilità dell’Italia rispetto agli eventi della seconda guerra mondiale.
Sul piano internazionale, la collocazione in campi geopolitici contrapposti di Italia e Jugoslavia consentì al governo di Roma, grazie al sostegno degli Alleati anglo-americani, di evitare la consegna dei principali criminali di guerra al governo di Tito, ma parallelamente offrì l’opportunità di non riconoscere il peso e la valenza storico-militare del contributo jugoslavo alla Resistenza antifascista nella Penisola. (dalla Prefazione di Davide Conti)


I dittatori possono seminare odio e guerre, divisioni, distruzioni, morte e dolori (ed altro non sanno fare), ma i popoli alla fine sanno riconoscersi fratelli ed operare insieme, anche combattendo, per abbattere le dittature, costruire la democrazia e la pace. Come fecero i combattenti accorsi in Spagna in difesa della Repubblica combattendo contro Franco, italiani e jugoslavi insieme in alcuni reparti comuni; come fecero circa quarantamila soldati italiani passati nelle file dell’Esercito popolare di Liberazione jugoslavo dopo il settembre del Quarantatre trasformandosi da occupatori in combattenti della libertà col nome di garibaldini; come fecero quasi tutti gli jugoslavi finiti nei campi di internamento creati dal “duce†dando vita ai primi reparti della Resistenza in Italia già nel settembre di quel Quarantatre della svolta. (dalla Introduzione di Giacomo Scotti)


Al sito http://www.partigianijugoslavi.it è possibile consultare ulteriore documentazione sui temi qui trattati: si tratta della documentazione che non è rientrata nella presente edizione, assieme agli aggiornamenti e alle integrazioni che lo sviluppo ulteriore della ricerca e i suggerimenti dei lettori potranno fornire. Per contatti e contributi invitiamo a scrivere all'indirizzo: partigiani7maggio@... .


Odradek edizioni
via san Quintino 35
00185 Roma
tel/fax 06 70451413
odradek@...
www.odradek.it
http://www.odradek.it/blogs/index.php



=== 2 ===

domenica 8 maggio

Piobbico di Sarnano (MC)

PER NON DIMENTICARE

In un periodo storico in cui c'è gente che vuole rifondare il partito fascista;
in cui i revisionisti vogliono correggere i libri di storia;
in cui i mass media vengono utilizzati per far proganda al regime;
in cui la Costituzione viene messa a rischio ogni giorno;

NON POSSIAMO DIMENTICARE CHI HA COMBATTUTO PER LIBERARE IL NOSTRO PAESE DALL' OPPRESSORE

Ti aspettiamo Domenica 8 Maggio a Piobbico di Sarnano (MC)

Ore 09.00
Ritrovo all’Abbadia di Piobbico e partenza per la camminata lungo il sentiero partigiano
Ore 11.30
Arrivo dei camminanti e commemorazione presso l’ex scuola elementare di Piobbico
Ore 12.30
Rientro all’Abbadia e pasta offerta dall’organizzazione
Ore 14.30
Presentazione del libro
I PARTIGIANI JUGOSLAVI NELLA RESISTENZA ITALIANA
"Storie e memorie di una vicenda ignorataâ€
incontro con gli autori Andrea Martocchia e Susanna Angeleri
ore 16.00
Concerto
GANG IN DUO
- i fratelli Severini -
Marino e Sandro - due sedie e due chitarre

organizza: ANPI Sarnano

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SONO IN CORSO DI ORGANIZZAZIONE ANCHE PRESENTAZIONI NELLE LOCALITA' SEGUENTI:

# Perugia, 13 maggio 2011
# Roma, 18 maggio 2011
# Arezzo, 20 maggio 2011
# Terni, 21 maggio 2011
# Bari, 27 maggio 2011
# Orvieto, Firenze, Teleambiente (emittente locale del Lazio), ...



#2651 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 27 Apr 2011 6:38 am
Oggetto: Documenti finali delle assemblee di Pisa e Napoli
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PISA, 16 aprile 2011: Convegno nazionale NO ALL’HUB MILITARE  - NO ALLA GUERRA 

APPELLO FINALE ASSEMBLEA DEL 16 APRILE


A conclusione del Convegno Nazionale “NO all’Hub militare NO alla guerra” svoltosi a Pisa il 16 aprile 2011 i partecipanti concordano sulla necessità e sull’urgenza di rilanciare in Italia il Movimento Contro la Guerra. Ciò anche a seguito del drammatico attacco militare alla Libia (risoluzione ONU n.1973 che istituisce la No fly zone) da parte dell’alleanza USA-NATO che rischia di infuocare il Mediterraneo e in cui l’Italia è già pesantemente coinvolta sia con l’uso delle basi militari che col comando ad essa assegnato per il pattugliamento navale.

A questo proposito richiamano alla memoria la Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza antifascista e in particolare i seguenti articoli:
Art 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali; ……….”
Art. 78 “ Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”.
Art.80 “Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei Trattati Internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio o oneri alle finanze o modificazioni di leggi”.
Questi articoli della Costituzione insieme a quello del diritto di asilo politico sono stati violati più volte dal dopoguerra in poi e oggi continuano palesemente a essere violati. L’Italia si è trovata molte volte a essere in stato di guerra senza che il parlamento avesse né discusso né votato alcuna risoluzione in tal senso e spesso le stesse missioni militari sono state approvate a posteriori.
Attraverso le violazioni dell’art. 80 non sono mai stati resi pubblici, perché coperti da segreto di Stato, gli accordi dei nostri governanti con il governo USA, in riferimento alla concessione di parti del territorio italiano per l’installazione di basi militari.

E’ evidente la difformità con altri paesi europei come per esempio la Germania che nonostante abbia perso la guerra ha già ricontrattato la presenza delle basi militari USA e NATO, anche a proposito dello stoccaggio di armi nucleari.
Tutto ciò è dimostrabile prendendo come modello – riproponibile per tutte le basi USA / NATO sparse per l’Italia – la storia di Camp Darby, la base logistica USA più grande d’Europa che ha svolto e svolge un ruolo strategico a livello planetario e in cui sono stoccate armi proibite come le cluster bomb, proiettili all’uranio impoverito e da dove con alta probabilità sono transitate anche armi nucleari.
Da questa base sono partiti mezzi e munizioni per tutti i teatri delle ultime guerre: Iraq, Afghanistan, ex-Jugoslavia ed oggi anche verso il nuovo teatro di guerra nel cuore del Mediterraneo: la Libia.

In questo quadro diventa ancora più preoccupante la decisione di realizzare nell’aeroporto militare di Pisa l’Hub Nazionale dell’aeronautica da dove partiranno le truppe e i mezzi per le cosiddette “missioni umanitarie”, cioè le guerre, in sinergia con la base militare USA di Camp Darby. La situazione del territorio tra Pisa e Livorno, già critica sul piano ambientale, sanitario, logistico ed economico si aggraverà, poiché l’inizio della guerra contro la Libia a seguito della Risoluzione ONU n. 1973 ci vede direttamente coinvolti come paese.

Non meno grave però sarà la situazione nelle aree in cui si trovano le altre basi o strutture militari di comando degli alleati, pensiamo a Napoli sede del Centro di Comando strategico della Nato, da cui si stanno coordinando le operazioni militari contro la Libia; alla Sicilia Trapani Birgi e Sigonella e il suo centro di ascolto radar e integrazione della rete di comunicazione Nato; alle basi di Aviano e Ghedi con la presenza di bombe nucleari; la base di Vicenza con il Dal Molin, a base di Solbiate Olona con il comando europeo di pronto intervento NATO a Cameri-Novara con gli F35; a Il salto di Quirra in Sardegna per l’addestramento e la formazione militare.
Tutto ciò, insieme a Camp Darby e ora all’Hub nazionale militare dell’aeronautica a Pisa, rappresenta il complesso strategico-operativo per la guerra globale, infinita e permanente a guida Usa-Nato. Anche l’U.E. e altri paesi utilizzano le basi militari presenti in Italia Se a ciò aggiungiamo l’incremento progressivo delle spese militari, l’ulteriore militarizzazione diffusa dei territori e le missioni militari all’estero, ci rendiamo conto di come l’Italia sia l’avamposto della guerra permanente.

Nel nostro paese il Movimento contro la guerra ha avuto in questi ultimi anni una battuta d’arresto, anche a causa delle nefaste scelte di rifinanziamento delle missioni all’estero e dell’aumento astronomico delle spese militari durante il precedente governo Prodi, che ha contribuito alla crescente delusione, con una progressiva smobilitazione delle coscienze dei cittadini e del “popolo della pace”, a una lacerazione nelle forze politiche anche di opposizione, tanto che oggi il PD si fa paladino dell’aggressione contro la Libia, votando in Parlamento con il PDL la guerra e la cosiddetta sinistra “radicale” appare confusa ed incapace di indicare una chiara strategia di contrasto al militarismo e alle guerre coloniali.

Il drammatico paradosso è che assistiamo a un a nuova guerra in pieno Mediterraneo, alle porte di casa, senza che vi sia ancora un movimento di opposizione forte, coordinato e permanente .
In nome dei diritti umani violati in Libia, si scatena una nuova guerra di aggressione da parte del neocolonialismo imperialistico, non perché si hanno a cuore le sorti del popolo libico, ma piuttosto in nome di una “santa alleanza” per l’accaparramento delle riserve di petrolio e gas di cui è ricco quel paese.
Le compagnie transnazionali, soprattutto francesi, ma anche inglesi e americane, non si stanno facendo quindi scrupoli nel sostenere e finanziarie con ogni mezzo i cosiddetti “ribelli” per sbarazzarsi la prima possibile di Gheddafi e avere così mano libera per privatizzare nuovamente i pozzi di petrolio e gas. E magari ripristinare le basi militari straniere che la precedente esperienza della Jamaijria (la repubblica popolare libica nata nel 1969 dopo la cacciata del Re Idris, fantoccio dell’imperialismo inglese) era riuscita a cacciare.

Il disegno del nuovo espansionismo neocoloniale – prevalentemente a guida europea con supervisione statunitense (i comandi NATO sono saldamente in mano al Pentagono) – è così evidente che non dobbiamo esitare nel contrastarlo con ogni mezzo informativo, ma anche di grande mobilitazione nazionale.
Ciò richiede l’urgente rilancio in Italia di un diffuso Movimento Contro la Guerra.

Ripartiamo da Pisa e da Napoli per lanciare il presente Appello per un Coordinamento Nazionale Contro la Guerra che, nel rispetto delle varie sensibilità, riunisca tutte le forze autenticamente pacifiste e contro la guerra, i movimenti contro le basi e le servitù militari, le Associazioni umanitarie e di solidarietà tra i popoli.
In Toscana, come Coordinamento nazionale contro la guerra ci impegniamo a promuovere a Pisa una mobilitazione costante contro l’Hub e la base militare Usa di Camp Darby, ormai evidenti strumenti funzionali alle strategie belliche della Santa Alleanza USA-Nato nell’area Mediterranea- Mediorientale.

Ancora una volta siamo davanti a un bivio storico in cui ciascuno di noi come singolo o movimento si trova di fronte alle proprie responsabilità nel difendere i valori fondanti della nostra Costituzione antifascista nata dalla Resistenza e dire un NO alla GUERRA chiaro e netto o accettare passivamente che si compia in Libia la tragedia già vista in Iraq, Jugoslavia, Afghanistan.
L’Italia rischia di pagare un prezzo altissimo con la partecipazione a questa guerra. Le conseguenze non saranno solo nell’immediato con l’ondata di profughi, ma anche in termini di economia, di approvvigionamento energetico, ambientali e morali. Si è scatenata una guerra contro i migranti, utilizzando mezzi e infrastrutture per impedire sbarchi, realizzare respingimenti o deportare uomini, donne, bambini nei centri – ghetto (spesso ex basi o caserme). Ciò favorisce ulteriori processi di militarizzazione, come le stazioni radar in Su d Italia acquistati dalla GdF con fondi UE.
Non esiste una guerra giusta anche se approvata con una risoluzione dell’ONU.
NO, in nostro nome la guerra non si farà! Non siamo disposti a mantenere in piedi un sistema mondiale consumistico, divoratore di materie prime e risorse energetiche che condanna a morte la maggioranza degli abitanti del pianeta.
Educhiamo alla pace e non educhiamo alla guerra. Chiediamo l’uscita dell’Italia dalla NATO e il ritiro di tutte le truppe italiane dai vari fronti di guerra.
L’unica medicina contro la guerra è: meno caserme, meno armi, più giustizia sociale, più scuole, più cultura, un nuovo modello sociale, basato sulla divisione equa delle ricchezze e non sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

FIRMATARI

Coordinamento NO HUB Pisa-Livorno
Comitato NO Camp Darby
Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella
Rete nazionale Disarmiamoli
Comitato pace, disarmo e smilitarizzazione dei territori, Napoli
Assemblea No F35 Novara
Salento No War
Brigate di Solidarietà Popolare con l’America Latina
Comitato Internazionale di Educazione per la Pace
Gruppo No Hub No Guerra di Lucca


***


Report dell'assemblea nazionale contro la guerra 
Napoli 17 aprile 2011

Scritto da Assemblea napoletana contro la guerra

Si è svolta a Napoli, nella mattinata di domenica 17 aprile, all’Università Orientale occupata, l’assemblea nazionale contro la guerra in Libia, primo momento di confronto all’interno del movimento. Più di 130 persone hanno partecipato all’iniziativa, decine e decine sono stati gli interventi di singoli e strutture, presenti compagni da circa 10 città, da Milano a Palermo. 

L’assemblea si è aperta ricordando il compagno ed attivista dell’ISM, Vittorio Arrigoni, rapito ed ucciso a Gaza nelle prime ore di venerdì. Fuori al Palazzo dell’Università è stato esposto uno striscione commemorativo, e sono state ammainate le bandiere dell’Unione Europea e dell’Italia e messe al loro posto quelle della Palestina. L’impegno di Vittorio, la sua umanità, la sua ironia anche nelle situazioni più tragiche, il calore e la gioia che ha saputo comunicare a chi lo aveva conosciuto rimarranno per sempre nei nostri cuori, e ci spingeranno ad un rinnovato impegno perché non vi siano più nel mondo oppressi ed oppressori.  

Gli organizzatori sono poi passati a fare un rapido bilancio della manifestazione nazionale del giorno prima. Una manifestazione che ha visto sfilare verso il comando NATO di Bagnoli oltre 3.000 persone, provenienti da diverse parti d’Italia, per contestare l’aggressione militare che da un mese sta insanguinando la Libia. La manifestazione, chiamata dall’Assemblea napoletana contro la guerra – un coordinamento di realtà autorganizzate, di collettivi studenteschi e territoriali – è stata giudicata pienamente riuscita. Nonostante il boicottaggio dei media ufficiali e l’indifferenza (se non il sabotaggio) di pezzi consistenti della sinistra “istituzionale” o di “movimento”, migliaia di persone, per lo più giovani, studenti medi e universitari, sono scesi in piazza per contestare la retorica delle “guerre umanitarie” e quella degli “interessi nazionali”. Nonostante tutte le difficoltà che i movimenti incontrano in questa fase, nonostante la confusione che questo intervento ha provocato nella sinistra, nonostante lo sbandamento di gran parte del movimento pacifista che nel 2003 era riuscito a esprimersi con forza, si è riusciti in sole due settimane a creare un appuntamento che superasse le piccole espressioni locali e individuali di contrarietà alla guerra. 
Senza indugiare in trionfalismi assolutamente fuori luogo – perché è innegabile che una contrarietà di massa alla guerra non si ancora espressa e che anzi le modalità di intervento bellico sono state in buona parte metabolizzate dal Paese – la lezione da trarre da questa manifestazione è evidente: se in poco tempo e con pochi mezzi alcuni collettivi di base sono riusciti a portare in piazza migliaia di persone, che cosa sarebbe successo se tutti i compagni, le realtà pacifiste etc avessero deciso di costruire anche loro questa mobilitazione? 
Il valore del corteo di sabato non è stato insomma solo nell’essere l’unica alternativa al silenzio ed alla complicità, o nell’essere coerente con le passate prese di posizione, ma nell’essere dimostrazione concreta che “si poteva fare”, che c’è un sentimento diffuso di contrarietà alla guerra e che se non lo si riesce a interpretare politicamente è anche per malafede, per un senso di sconfitta complessivo, per incapacità soggettive dei movimenti. 

Sono quindi iniziati gli interventi delle diverse realtà politiche presenti, che sono entrati nel merito delle differenti analisi e valutazioni su quello che è successo nell’ultimo mese sia in Libia che in Italia. Rispetto alla specificità della situazione libica, si è ricordata l’importanza del petrolio e delle royalties delle multinazionali, così come il ruolo e gli interessi di lungo corso della Francia nell’espansione dell’UE verso Sud, mentre altri hanno sottolineato come l’intervento sia legato anche ad un’esigenza di controllo delle rivolte della primavera araba. Sul “fronte interno”, si è discusso della questione dei migranti e del loro “uso strumentale”, nonché del restringimento delle libertà democratiche anche in Parlamento, con interventi militari che ormai non sono oggetto né di un dibattito pubblico né di uno istituzionale, e delle ricadute delle spese militari sulle classi popolari. 
Ci si è quindi interrogati sul perché non si sia creato un sentimento di sdegno forte contro questa guerra, e questo è stato imputato innanzitutto alla persistenza dell’idea di un’Unione Europea “buona”, anche quando si lancia in avventure militari, di un antimperialismo che più spesso è rivolto solo contro gli Stati Uniti e – non ultimo – ad una sinistra di base che si è comportata come se stesse al “governo”. Molti interventi hanno insistito sulla necessità in questa fase storica di ragionare su scala internazionale, mettendosi quantomeno allo stesso livello politico in cui vengono prese la maggior parte delle decisioni, quello europeo.

Vista la ricchezza del dibattito, tutti hanno convenuto che bisogna continuare il confronto e l’analisi delle varie situazioni arabe e nord africane, che hanno profonde peculiarità e differenze. Anche perché l’assemblea deve segnare un punto di partenza ed una forma pur embrionale di scambio e di coordinamento, soprattutto dopo l’incoraggiante manifestazione di sabato. Secondo gli intervenuti, bisogna continuare il lavoro di controinformazione e demistificazione nei posti di lavoro, nelle scuole, in ogni ambito sociale. Si è infine letto l’appello scritto dai compagni di Pisa in lotta contro l’Hub militare, scaturito dalla loro assemblea antimilitarista del 16 aprile, e si è presa conoscenza con favore della loro lotta, che è parte integrante del movimento contro la guerra.

L’assemblea ha quindi deciso:

- di creare di una mailing list su cui possano viaggiare informazioni, iniziative, segnalazioni, comunicazioni. 
- di convertire il sito usato per la manifestazione napoletana www.stopwar.altervista.org in sito contro la guerra in Libia, per propagandare analisi, iniziative etc. I compagni che se ne occuperanno sono quelli del CAU, a cui però vanno segnalate eventuali iniziative, rassegna stampa, articoli di approfondimento…
- di rivedersi il 15 maggio a Roma, per un nuovo incontro sulla guerra in Libia, per fare il punto della situazione ed immaginare qualche nuova iniziativa coordinata. 

Nel frattempo, ogni realtà deciderà se e come partecipare alle seguenti date:

- Manifestazione nazionale di sostegno alla Freedom Flottilla, 14 maggio a Roma
- Giornata nazionale di lotta presso il campo di Manduria, intorno al 18-19 giugno

Per il momento l’invito a tutte e tutti è a far girare questo report, coinvolgere altre realtà, organizzare iniziative e tenere aggiornato il sito, per rivedersi ancora più numerosi il 15 a Roma.

per iscriversi alla mailing list dell'assemblea nazionale contro la guerra spedire una mail a assembleanowar.na@...


#2652 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 27 Apr 2011 8:12 am
Oggetto: La guerra è la peggiore offesa ai valori del 25 Aprile
jugocoord
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Dichiarazione di PeaceLink

Bombardamenti italiani in Libia: nuovo strappo alla Costituzione


Grave l'appoggio di Napolitano, Berlusconi e PD a un'operazione che viola sia la risoluzione ONU sia l'articolo 11 della Costituzione Italiana
26 aprile 2011 - Alessandro Marescotti


Il 25 aprile Berlusconi non ha partecipato alle commemorazioni della Resistenza ma ha proclamato che occorreva passare dai sorvoli ai bombardamenti italiani in Libia.

Oggi a questa nuova opzione militare - sollecitata dall'amministrazione USA - si accodano Napolitano e il PD.

E' davvero incredibile come tali scelte, invece di esser condivise in ambito ONU, vengano decise in telefonate fra capi di governo, senza alcuna consultazione democratica.

Vengono esclusi quei popoli in nome dei quali l'ONU dichiarava - alla sua costituzione - di voler scongiurare il flagello della guerra.

E' incredibile leggere dichiarazioni come quella di Marina Sereni (PD): "La scelta annunciata dal Presidente del Consiglio di partecipare ai bombardamenti di obiettivi militari in Libia è la conseguenza obbligata della nostra appartenenza alla Nato ed è coerente con il ruolo geostrategico dell'Italia nell'area".

E' infatti assolutamente falso che l'appartenenza dell'Italia alla Nato preveda tale obbligo, che scatta solo se una nazione della Nato venisse attaccata militarmente.

Ed è grave che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dichiari: “L'ulteriore impegno dell’Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall'Italia a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento”.

PeaceLink fa appello alla società civile: l'opinione pubblica può e deve dissociarsi dalle bombe e dalla guerra. Nessuna risoluzione ONU impone all'Italia di bombardare. La risoluzione ONU prevede solo la no-fly zone.

Ogni altra azione, oltre che provocare nuove possibili vittime, viola la nostra Costituzione che nell'articolo 11 "ripudia la guerra"; l'Italia prevede, nella seconda parte, delle "limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni"; prevede quindi la partecipazione ad organismo sovranazionali per scopi di pace, non certo per fare la guerra.

Scopo dell'ONU è quello di far cessare il fuoco, non far vincere una delle due parti in conflitto in Libia.

Grave è l'appoggio di Napolitano, Berlusconi e PD a un'operazione che viola sia la risoluzione ONU sia l'articolo 11 della Costituzione Italiana.

Spetta al popolo italiano, alla società civile, dissociarsi da questa manomissione dei cardini fondamentali dell'identità nazionale che dopo il 25 aprile 1945 furono fissati perché in Italia non risorgesse alcuna ambizione di ingerenza militare all'estero. Per decenni in Italia le forze politiche sono state concordi a tenere fuori l'Italia da ogni azione di bombardamento in teatri di guerra; oggi è in atto invece un grave strappo a quella tradizione costituzionale che fissò le basi della nostra democrazia e gli ideali della Repubblica.

E' nostro compito testimoniare e rivendicare quei valori di pace e democrazia per i quali è stata scritta la nostra Costituzione, oggi calpestata.


Note:

Risoluzione integrale n.1973 dell'ONU (sulla Libia) 
http://www.forumcivico.it/risoluzione-onu-nazioni-unite1973-2011-sulla-libia-358.html

Articolo 11 della Costituzione Italiana 
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.



#2653 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 29 Apr 2011 10:52 am
Oggetto: Trieste/Trst 3/5: Anton Vratuša - Rabska brigada
jugocoord
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Martedì 3 maggio 2011, alle ore 18, la KappaVu edizioni e la Biblioteca nazionale slovena e degli studi presentano al Circolo della stampa di Trieste (Corso Italia 13) il libro di 
Anton VratuÅ¡a
“Dalle catene alla libertà. La â€žRabska brigada“,una brigata partigiana nata in un campo di concentramento fascistaâ€.
Anton VratuÅ¡a, combattente antifascista, internato nel campo di concentramento fascista di Arbe, diplomatico, politico, studioso, membro dell'Accademia delle scienze  e delle arti di Slovenia ci racconta la storia della Rabska brigada – la Brigata di Arbe, unità partigiana formata dagli internati del campo di concentramento fascista di Rab (Arbe). Nonostante le terribili condizioni di vita – o meglio, di morte – in quello che fu probabilmente il peggior campo di concentramento fascista (con una mortalità più alta di quella di alcuni dei peggiori lager nazisti), il campo per internati sloveni, croati ed ebrei dell'isola i Rab (Arbe), tra gli internati la fiamma della ribellione e della speranza non muore. Non solo mettono in piedi una organizzazione di resistenza, ma riescono ad estenderla e rafforzarla sotto gli occhi dei loro carcerieri e nonostante i loro sforzi per ridurli allo stato di abbrutimento animale. Dopo l'8 settembre riusciranno così, con l'aiuto dell'organizzazione di resistenza degli abitanti croati dell'isola, a liberarsi da soli e a disarmare l'intero presidio italiano dell'isola. Per dar vita a una loro brigata partigiana dalla vita breve, ma dal valore simbolico e morale altissimo. L'autore, che fu il suo vice comandante, ce lo racconta con rigore storiografico, ma al contempo con la partecipazione di chi della vicenda fu protagonista, seguendo le tracce degli internati/combattenti della Rabska brigada fino alla fine della guerra.
 
Alla presentazione parteciperanno l'autore, la storica dell'Università del Litorale e del Centro di ricerche scientifiche di Koper/Capodistria Monica Rebeschini, il curatore del volume Sandi Volk, della Sezione storia della Biblioteca nazionale slovena e degli studi di Trieste, ed il direttore della Biblioteca nazionale slovena e degli studi Milan Pahor.   


 

S PROÅ NJO ZA OBJAVO
 
Založba KappaVu in Narodna in Å¡tudijska knjižnica prirejata v torek, 3. maja 2011, ob 18. uri, v Novinarskem krožku v Trstu (Corso Italia 13), predstavitev knjige Antona VratuÅ¡e â€œDalle catene alla libertà. La â€žRabska brigada“,una brigata partigiana nata in un campo di concentramento fascistaâ€.
 
Anton VratuÅ¡a, protifaÅ¡istiÄni borec, interniranec v taboriÅ¡Äu na Rabu, dilomatik, politik razsikovalec, Älan Slovenke akademije znanosti in umetnosti, nam v knjigi prikazuje zgodbo Rabske brigade, partizanske brigade, ki so jo ustanovili interniranci faÅ¡istiÄnega taboriÅ¡Äa na Rabu. Kljub strahotnim življenskim razmeram v verjetno najhujÅ¡em italijanskem koncentracijskem taboriÅ¡Äu (v katerem je bila smrtnost viÅ¡ja kot v nekaterih nacistiÄnih taboriÅ¡Äih), v taboriÅ¡Äu za slovenske, hrvaÅ¡ke in judovske deportirance na Rabu, med interniranci plamen upora  in upanja ni ugasnil. Ustvarili so si odporniÅ¡ko organizacijo, ki so jo pod nosom svjih preganjalcev in kljub njihovim naporom, da bi jih s stradanjem, krutostjo in pomanjkanjem spravili na živalsko raven, uspeli utrditi in celo razÅ¡iriti.  Po 8. septembru 1943 so se tako interniranc lahko, ob pomoÄi odporniÅ¡ke organizacije prebivalcev Raba, sami osvobodili in razorožili italijansko vojÅ¡ko posadko na otoku. Iz tajne bojen organizacije taboriÅ¡Änikov je nastala prava partizanska brigada, kratkotrajnega življenja, a neizmernega simbolnega in moralnega pomena. Avtor, ki je bil v njej namestnik povelnika, nam  njeno zgodbo predstavi z natanÄnostjo in doslednostjo zgodovinarja, a obnem s Äustvenim nabojem Äloveka, ki je bil v njej soudeležen kot protagonist.  
 
Na predstavitvi bodo sodelovali avtor, zgodovinarka Univerze na Primorskem in Znanstveno raziskovalnega srediÅ¡Äa Republike Slovenije Koper/Capodistria Monica Rebeschini, urednik knjige Sandi Volk, z Odseka za zgodovino Narodne in Å¡tudijske knjižnice, ter ravnatelj Narodne in Å¡tudijske knjižnice, Milan Pahor.



SCHEDA DEL LIBRO

Il racconto della storia della Rabska brigada – la Brigata di Arbe, unità partigiana formata dagli internati del campo di concentramento fascista di Rab (Arbe). Nonostante le terribili condizioni di vita – o meglio, di morte – in quello che fu probabilmente il peggior campo di concentramento italiano, il campo per internati sloveni, croati ed ebrei dell'isola i Rab (Arbe), con una mortalità più alta di quella di alcuni dei lager nazisti, tra gli internati la fiamma della ribellione e della speranza non muore. Non solo mettono in piedi una organizzazione di resistenza, ma riescono ad estenderla e rafforzarla sotto gli occhi dei loro aguzzini e nonostante i loro sforzi per ridurli allo stato di abbrutimento animale. Dopo l'8 settembre riusciranno così, con l'aiuto dell'organizzazione di resistenzadegli abitanti croati dell'isola, a liberarsi da soli e a disarmare l'intero presidio italiano dell'isola, per dar vita a una loro brigata partigiana dalla vita breve, ma dal valore simbolico e morale altissimo. L'autore, che fu il suo vice comandante,ce lo racconta con rigore storiografico, ma al contempo con la partecipazione di chi della vicenda fu protagonista, seguendo le tracce degli internati/combattenti della Rabska brigada fino alla fine della guerra.
Anton VratuÅ¡a (1915), durante la Seconda guerra mondiale è stato attivista del Fronte di liberazione nazionale del popolo sloveno (Osvobodilna fronta slovenskega naroda, OF) (aprile 1941-maggio 1945). Arrestato dalle autorità d’occupazione italiane è stato successivamente internato in vari campi di concentramento italiani (febbraio 1942-settembre 1943), per ultimo in quello dell’isola di Rab (Arbe). Vice comandante della Rabska brigada (Brigata di Arbe, settembre - ottobre 1943), è stato poi rappresentante dell’OF presso il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) a Milano e del Quartier generale dell’Esercito popolare di liberazione e dei distaccamenti partigiani della Slovenia presso il Comando generale delle Brigate Garibaldi ed il Comando generale del Corpo Volontari della Liberta (CVL), svolgendo al contempo anche l’incarico di assicurare il collegamento tra il Comitato centrale del Partito comunista di Slovenia ed il Comitato centrale del Partito comunista italiano per l’Alta Italia (ottobre 1943-febbraio 1945). Nello scorcio finale della guerra ha lavorato presso gli organi federali del ricostituito stato jugoslavo (inizio marzo-maggio 1945). Membro dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti, nel dopoguerra ha ricoperto importanti incarichi istituzionali nella Repubblica socialista federativa di Jugoslavia.

Anton VratuÅ¡a
Dalle catene alla libertà. La â€žRabska brigada“,una brigata partigiana nata in un campo di concentramento fascista
Udine, KappaVu 2011
Pagine 200 - Euro 18,00 - SBN 97888898808627


#2654 Da: Coord. Naz. per la Jugoslavia <jugocoord@...>
Data: Ven 29 Apr 2011 1:30 pm
Oggetto: Wojtyla, Ratzinger, e i devoti criminali ustascia
jugocoord
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(slovenÅ¡Äina / francais / italiano)

Wojtyla, Ratzinger, e i devoti criminali ustascia

0) Links / collegamenti sul pontificato di Karol Wojtyla

1) Santi cristiani (Fulvio Grimaldi)
2) [Tra un mese] Benedetto XVI a Zagabria pregherà per Stepinac [tanto per cambiare] (Stefano Giantin)
3) Sporno svetniÅ¡tvo Karola Wojtile (Iskraonline)
4) MADRE TERESA, GIOVANNI PAOLO II E LA FABBRICA DEI SANTI (Michael Parenti - estratto)
5) La morte del Papa. Note inattuali (Gino Candreva, 2005)


=== 0 ===

LE RESPONSABILITA' VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI.
a cura del Comitato unitario contro la guerra alla Jugoslavia (Roma 1999)

IL DEVOTO CRIMINALE USTASCIA.
Ante Gotovina bacia la mano a San Wojtyla
Vescovi croati e Vaticano offrono protezione ad Ante Gotovina
Ante Gotovina è condannato dal "Tribunale ad hoc" dell'Aia per le stragi commesse in gloria di Santa Romana Chiesa

I CRIMINI DEGLI USTASCIA (1941-1945)

SANTO? DUBITO. Una lettura critica del pontificato di Giovanni Paolo II
Anno per anno, nome per nome, tutti i dati e gli eventi, i fatti e i misfatti, le contraddizioni e le ombre di un pontificato controverso. Dalla repressione della Teologia della liberazione ai controversi rapporti con dittatori, Legionari di Cristo e Opus Dei, fino allo scandalo degli abusi sui minori. Tutto quello che non avete mai letto sui media cattolici (e nemmeno su quelli laici), ma che avreste voluto sapere su Wojtyla...

LE ARMI DELLA SANTITÀ
LE OFFERTE PER IL BEATO GIOVANNI PAOLO II SI FANNO PRESSO LE BANCHE ARMATE 
(ADISTA)

Giovanni Paolo II santo per miracolo
(ADISTA)

IL GIUBILEO DEI REPRESSI 
1978-2003 : i 25 ANNI DEL PONTIFICATO DI PAPA WOJTYLA VISTI DA UN’ALTRA PARTE
L'offensiva contro la Teologia della Liberazione in America Latina
(dossier ADISTA del 25.10. 2003)

LE VATICAN ET LA QUESTION « YOUGOSLAVE » DEPUIS LA FIN DU XIXÈME SIÈCLE : 
HAINE CONTRE LA SERBIE ET RECOURS AU BRAS SÉCULIER
par Annie Lacroix-Riz
http://www.cnj.it/documentazione/alr_vatican.htm

STEPINAC, SYMBOLE DE LA POLITIQUE À L’EST DU VATICAN
Annie Lacroix-Riz

L'altra faccia del Papa: l'eredità di Giovanni Paolo II nei Balcani
Another Side of the Pope: John Paul II's Balkan Legacy
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4366
http://www.balkanalysis.com/modules.php?name=News&file=print&sid=523

Habemus Europam (sull'elezione di Ratzinger - aprile 2005)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4378

KAROL WOJTYLA: Tutte le guerre dell'ultimo papa
di TOMMASO DI FRANCESCO da "IL MANIFESTO" del 9 aprile 2005
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4424

Il Santo Guerriero - di Enzo Bettiza
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4364

Altri link sul Vaticano e la Croazia


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Santi cristiani

Frenesia mediatica di distrazione di massa, parallela a quella di distruzione di massa per la grande rivincita del colonialismo alla Graziani (un terzo dei libici gassati, sparati, impiccati), attorno alla beatificazione del peggiore degli ontologicamente pessimi papi e al matrimonio del gaglioffo anglomassonico William, collaudatosi degno erede al trono della sterminatrice Vittoria con con la partecipazione in ghingheri da guardia scozzese nel mattatoio Nato dell’Afghanistan. Soffermiamoci sulla prima, degna di collera quanto la seconda lo è di nausea. Anche perché a turlupinare, truffare, obnubilare e manipolare la gente sono stati quelli dei santi ad insegnarlo per primi, meglio di tutti e per duemila anni, alle cricche del dominio, dello sfruttamento e della morte. Vediamoli i meriti di Karol Woytila, papa nero e oscurantista peggio di Pio IX: distruzione manu militari della teologia della liberazione che affiancava gli esclusi nella ricerca della vita e della dignità; cospirazione in combutta con Cia, mafia, P2 e reazione mondiale contro la Polonia sovrana e socialista, alla cui sovversione offriva i denari sottrattici “per il sostegno della Chiesa e delle sue opere di caritàâ€; riabilitazione e connubio con la setta fascista-vandeana di Lefevbre; assalto al Nicaragua rivoluzionario in combutta con i briganti â€œcontrasâ€; apparizione sul balcone accanto a Pinochet, a sostegno della più stragista delle dittature latinoamericane; fraterna solidarietà e incarichi di massimo livello (Propaganda Fide) al delinquente cardinale Pio Laghi, sodale dei generali argentini dei desaparecidos; intima collaborazione e status di braccio armato del papa per la mafia cattolica dell’Opus Dei, cane da guardia del potere finanziario e contro le eresie laiciste; lancio degli speculatori e trafficoni di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere alla conquista di mercati, servizi e della spoliazione dei beni pubblici in consorteria con il peggiore malaffare nazionale e internazionale; sostenitore dei nazisti “Legionari di Cristo, in spregio – o per merito – dei suoi sodalizi con la criminalità politica e di un superiore generale pedofilo; occultatore fuorilegge di tutti gli episodi di pedofilia che infestano ranghi bassi e alti dell’edificio ecclesiastico; padrino e patrono del criminale mafioso e piduista, probabile assassino di Papa Luciani, cardinale Marcinkus; beatificatore di serial killer come il vescovo croato Stepinac, stragista ustascia al servizio della Gestapo e due missionari battistrada del genocidio in Messico; cappellano militare dei fascisti croati responsabili del genocidio di serbi in Slavonia e nelle Krajine.
Beatificazione a furor di popolo decerebrato e di successore imperialista, con stile di marketing religioso finalizzato ad accreditarsi come partner politico, culturale e belligerante delle élites occidentali impegnate nella nuove crociate per lo sfoltimento dell’umanità e la dittatura sui sopravvissuti. Mentre il beatificatore non ha trovato, nei suoi perenni excursus nell’ipocrisia e nella farneticante superstizione, mezzo minuto per apostrofare i responsabili della strage degli innocenti in Libia nel giorno di Pasqua, troverà tempi e agi e piaceri da dedicare al presidente dell’Honduras, Porfirio Lobo, installato grazie ai golpisti attivati da Obama e protagonista quotidiano della repressione sanguinosa di un popolo, martire vero, ma dal lato sbagliato. Responsabile diretto di uccisioni, torture, sparizioni forzate, stupri, cacciata di contadini dalle loro terre a vantaggio di una banda di latifondisti e delle multinazionali, Lobo sarà ospite d’onore, insieme ad altri esponenti del crimine politico occidentale, alla beatificazione del passatista facinoroso. Tout se tien.

Fulvio Grimaldi
da Barbarie cristiane (28 aprile 2011 - www.fulviogrimaldicontroblog.info)


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Benedetto XVI a Zagabria pregherà per Stepinac 

Stefano Giantin
su Il Piccolo del 21/4/2011
 
TRIESTE Una preghiera sulla tomba del discusso cardinale Alojzije Stepinac e poi via, in aereo, verso Roma. Si concluderà così la visita di due giorni in terra croata di papa Benedetto XVI, atteso a Zagabria il 4 e 5 giugno prossimi.
Il primo giorno Ratzinger sarà ricevuto dal presidente Josipovic, dal premier Kosor e dal Gotha del mondo economico e culturale di Zagabria. Domenica 5, dopo la messa e il consueto bagno di folla, il Papa si congederà dai croati nella cattedrale di Zagabria, tempio che ospita le spoglie di Stepinac, arcivescovo della città durante il regime ustascia. Su Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1998, si continua a dibattere: salvatore di ebrei sotto Pavelic o collaborazionista? «Stepinac non era un criminale di guerra, aiutò gli ebrei croati a sopravvivere. Non aveva però quella forte personalità necessaria in un periodo così movimentato», spiega l’analista politico Davor Gjenero. «Stepinac si sforzò di salvare gli ebrei dei matrimoni misti e altre persone. A volte ci riuscì. Ma le sue proteste contro le leggi razziali furono deboli e tardive. E realizzò troppo tardi che l’indipendenza croata sotto l’influenza nazista e fascista non poteva portare a una vera autonomia e a uno stato di diritto», ribatte l’editore e scrittore Slavko Goldstein.
Più che al passato, il viaggio del Papa a Zagabria sembra però proiettato verso il futuro. Zagabria deve «proteggere il suo patrimonio cristiano mentre si avvicina all’entrata nell’Ue» e opporsi agli «ostacoli che si presenteranno sotto il pretesto di una libertà religiosa mal compresa, contrari al diritto naturale, alla famiglia e alla morale». Per il Vaticano, è fondamentale che la Croazia non abbia paura a chiedere a Bruxelles «rispetto per la sua storia e per la sua identità culturale e religiosa». Parole di Benedetto XVI affidate al nuovo ambasciatore croato presso la Santa Sede, Filip Vucak. La Croazia, ha aggiunto il Pontefice, va anche lodata «per il ruolo di promozione della pace nella regione e della reciproca comprensione tra popoli che vivono insieme da secoli in Bosnia».
Sul piano politico, la visita potrebbe aiutare a «sedare il nazionalismo, esacerbato dopo la condanna di Gotovina, delle strutture della Chiesa cattolica croata», si augura Gjenero. «Spero che accada quanto avvenne con la visita di Giovanni Paolo II a Zagabria durante la guerra: che il Papa plachi il nazionalismo nella Chiesa e nella società. Di questo – conclude l’analista – c’è ora particolarmente bisogno».

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FLASHBACK (dall'archivio di Radio Vaticana, tradotto dal portoghese. Ringraziamo Alberto Tarozzi per la segnalazione):

Il cardinale Joseph Ratzinger parlando di Stepinac lo considera ''un uomo di coscienza cristiana che si oppose ai totalitarismi. Al tempo della dittatura nazista divenne il difensore degli ebrei, degli ortodossi e di tutti i perseguitati. Più tardi, ai tempi del comunismo, fu il difensore dei fedeli e dei suoi sacerdoti assassinati e perseguitati. Però, soprattutto, divenne il difensore di Dio su questa terra, difendendo il diritto dell'uomo a vivere come Dio''.



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Sporno svetništvo Karola Wojtile

PRISPEVAL REDAKCIJA   
PONEDELJEK, 28 MAREC 2011 19:55

    Prvega maja bo katolièka cerkev v Rimu proglasila blaženost rajnega papeža Karola Wojtile - Janeza Pavla II. 

    To je prvi korak pred proglasitvijo za "svetnika", ki so jo romarji glasno zahtevali že na papeževem pogrebu, njegov naslednik Joseph Ratzinger - Benedikt XVI pa uresniÄil v Äim krajÅ¡em roku. 
         Ni naÅ¡a naloga, da sodimo o t.im. svetniÅ¡kih postopkih. Navsezadnje je to notranja stvar katoliÅ¡ke cerkve, ki je v svoji dvatisoÄletni zgodovini postorila marsikaj, Äeprav naj bi bili "svetniki" nekakÅ¡ni junaÅ¡ki zgledi za vernike. Nekaterih sploh ni bilo, drugi si oÄitno svetniÅ¡ke avreole niso zaslužili. Nekateri so postali svetniki potem ko so tvegali oÄitek krivoverstva, kot FranÄiÅ¡ek AsiÅ¡ki. 
    Tisti, ki je svetniÅ¡tvu v RKC pravzaprav odvzel veÄji del veljave je prav papež Wojtila, saj jih je imenoval za cel bataljon, veÄ kot jih je bilo imenovanih v celotni cerkveni zgodovini. Med njimi so bile tudi skrajno vpraÅ¡ljive osebnosti, kot zagrebÅ¡ki kardinal Alojzije Stepinac.
    Kot zunanji opazovalci in ocenjevalci stvarnosti, v kateri živimo, bomo o svetniÅ¡tvu Karola Wojtile povedali nekaj misli proti toku, ker menimo, da rajni papež vendarle ni zaslužil, da ga vernikom postavljajo za zgled junaÅ¡tva. 
        Res je, da se je javno zavzemal za mir in bil priljubljen med množicami. Prav tako ima zasluge v boju proti komunizmu, Äeprav niso tako velike, kot bi kdo mislil. Pripomogel je k hitrejÅ¡emu zruÅ¡enju socializma na Poljskem, pa Å¡e to z metodami, o katerih tudi cerkev nerada govori. Naprimer s financiranjem Solidarnosti z denarjem, ki ga je Vatikan pridobil pri zloÄinski mafijski tolpi iz rimske Äetrti Magliana. Njenega vodjo Renatina Pedinija so ubili, da ni bilo treba vraÄati posojila, truplo pa zakopali v baziliki sv. Apollinaira kot "dobrotnika krÅ¡Äanstva". 
    Povsem drugaÄe se je Wojtila vedel z naprednimi tokovi v katoliÅ¡kih vrstah. Preganjal je teologijo osvobajanja v Latinski Ameriki, kjer so njene zagovornike v glavnem pobili, razen Leonarda Boffa, ki se je zatekel v Havano na varno. 
    Wojtila je znal biti pri tem zelo krut in neusmiljen, prav niÄ krÅ¡Äanski. Ugajali so mu faÅ¡istiÄni diktatorji, kot Äilski krvnik Pinochet, s katerim se je pojavil na balkonu predsedniÅ¡ke palaÄe, v kateri je izdihnil zakonito izvoljeni socialistiÄni predsednik Allende. Res je sicer, da je na stara leta Å¡el na Kubo in se objemal s Castrom, ki je navsezadnje doÅ¡tudiral v jezuitski Å¡oli. Je pa sovražil nikaragujsko sandinistiÄno revolucijo, v kateri so sodelovali tudi duhovniki. Nikaragujskega podpredsednika, jezuita in znanega pesnika Ernesta Cardenala je javno okrcal in mu odklonil roko v vdanostni poljub. Nahrulil je množico vernikov, ki so ga med maÅ¡o na prostem prosili, naj zmoli nekaj tudi za 24 uÄiteljev, ki so jih tiste dni pobili Reaganovi plaÄanci "contras". 
    ViÅ¡ek licermerja pa je dosegel v Salvadorju. NadÅ¡kof Arnulfo Romero je hotel Vatikan seznaniti z nasiljem "bataljonov smrti", a je par mesecev Äakal na sprejem pri Wojtili, ki ga ni maral. Ko se je vrnil, so ga pred oltarjem ubili agenti desniÄarske "Arene", ki jo je vodil kapetan D'Abuisson. Slednji je pozneje postal "predsednik republike" in se je Wojtila z njim rokoval, nato odÅ¡el na Romerov grob in vzkliknil, da so ga ubili leviÄarski gverilci, kar je bila debela laž. OdveÄ je poudariti, da muÄenik Romero ni nikoli postal ne blažen, ne svetnik. 
    Zgodbe Å¡e ni konec. Pozneje je Wojtila javno ožigosal jezuitske voditelje salvadorske univerze, da so "marksisti". Izjavo so objavili latinsko ameriÅ¡ki Äasopisi, kar je pomenilo zeleno luÄ za bataljone smrti. In res, v salvadorsko univerzo so vdrli oboroženci in pobili skupino jezuitov, profesorjev na univerzi, zraven pa Å¡e nekaj nun in postrežnic. Tudi zanje ni bilo predloga, da bi jih proglasili za muÄenike... 
        S takim poÄetjem si je poljski papež zagotovil spoÅ¡tovanje in vdanost konzervativcev in desniÄarjev po vsem svetu, svetniÅ¡ke avreole pa najbrž ne. Vsaj po naÅ¡em mnenju ne.


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also in english / aussi en francais: 


Revised and documented version, 27 October 2007




DI MICHAEL PARENTI
CommonDreams

Durante i 26 anni del suo papato, Giovanni Paolo II ha elevato a santità 483 persone, più santi di tutti i precedenti papi assieme, come viene riferito. 
Ci fu un personaggio che beatificò ma che non ebbe il tempo di canonizzare perché non visse abbastanza, cioè Madre Teresa, la suora cattolica di origini albanesi che sedeva a tavola con i ricchi e i famosi del mondo mentre veniva considerata una ardente difenditrice dei poveri. (...)

Gli “ospedali†di Madre Teresa per gli indigenti in India e altrove si rivelarono poco più che magazzini umani in cui persone seriamente ammalate giacevano su materassini, a volte cinquanta o sessanta persone in una stanza senza il beneficio di un'adeguata assistenza medica. Generalmente i loro malanni non venivano diagnosticati. Il cibo era nutrizionalmente insufficiente e le condizioni sanitarie deplorevoli. C'era poco personale medico sul posto, più spesso suore e preti impreparati.

Tuttavia, quando si occupava dei propri problemi di salute, Teresa si rivolgeva ad alcuni dei più costosi ospedali e reparti di cura del mondo per trattamenti allo stato dell'arte.

Teresa attraversò il globo per ingaggiare campagne contro il divorzio, l'aborto e il controllo delle nascite. Alla cerimonia per l'assegnazione del Nobel, dichiarò che “il più grande distruttore di pace è l'abortoâ€. Una volta ha anche insinuato che l'AIDS potrebbe essere solo una punizione per una condotta sessuale impropria.

Teresa alimentò un flusso costante di disinformazione promozionale su se stessa. Sosteneva che la sua missione a Calcutta sfamasse più di mille persone ogni giorno. In altre occasioni questo numero arrivava a 4000, 7000 o 9000. In realtà le sue mense per poveri sfamavano non più di 150 persone (sei giorni a settimana), compreso il suo seguito di suore, novizie e preti. Sosteneva che la sua scuola nei bassifondi di Calcutta ospitasse 5000 bambini quando gli effettivi iscritti erano meno di un centinaio.

(...) Durante una conferenza stampa a Washington DC, quando le venne domandato “Insegnate ai poveri a sopportare il proprio destino?†rispose “Penso che sia molto bello per i poveri accettare il loro destino, condividerlo con la passione di Cristo. Penso che il mondo tragga molto giovamento dalla sofferenza della povera genteâ€.

Ma lei stessa visse eccessivamente bene, godendo di lussuose sistemazioni nei suoi viaggi all'estero. Sembra che sia passato inosservato che come celebrità mondiale trascorreva la maggior parte del suo tempo lontano da Calcutta, con soggiorni prolungati presso opulente residenze in Europa e negli Stati Uniti, volando da Roma a Londra a New York su aerei privati.

Madre Teresa è il supremo esempio di quel tipo di icona accettabilmente conservatrice diffusa da una cultura dominata dalle élite, una “santa†che non ha espresso una parola critica contro le ingiustizie sociali, e che ha mantenuto comode relazioni con i ricchi, i corrotti e i potenti.

Ha dichiarato di essere al di sopra della politica quando era di fatto marcatamente ostile verso ogni tipo di riforma progressista. Teresa era amica di Ronald Reagan, e intima del conservatore magnate britannico dei media Malcolm Muggerridge. Era una gradita ospite del dittatore haitiano “Baby Doc†Duvalier, e aveva il supporto e l'ammirazione di una quantità di dittatori centro e sudamericani.
Teresa fu il modello di santo per Papa Giovanni Paolo II. Dopo la sua morte nel 1997, avviò il periodo di attesa quinquennale che si osserva prima di cominciare il processo di beatificazione che porta alla santificazione. Nel 2003, a tempo di record, Madre Teresa fu beatificata, il passo finale prima della canonizzazione. (...)

Un altro esempio di santificazione lampo, spinta da Papa Giovanni Paolo II, avvenne nel 1992 quando egli beatificò rapidamente il reazionario Mons. José María Escrivá de Balaguer, sostenitore dei regimi fascisti in Spagna e altrove, e fondatore dell'Opus Dei, un potente e riservato movimento ultra-conservatore “temuto da molti come una sinistra setta dentro la Chiesa Cattolicaâ€. (...)

Il successore di Giovanni Paolo, Benedetto XVI, ha avviato il periodo di attesa quinquennale allo scopo di collocare istantaneamente lo stesso Giovanni Paolo II su una strada ultra-veloce per la canonizzazione, correndo fianco a fianco con Teresa. Già dal 2005 ci sono stati rapporti di possibili miracoli attribuiti al pontefice polacco recentemente scomparso.
Uno di tali resoconti è stato offerto dal Cardinale Francesco Marchisano. Mentre pranzava con Giovanni Paolo, il cardinale indicò che a causa di una malattia non poteva usare la propria voce. Il papa “accarezzò la mia gola, come un fratello, come il padre che era. Dopo di ciò mi sottoposi ad una terapia di sette mesi, e fui nuovamente capace di parlareâ€. Marchisano pensa che il pontefice potrebbe aver dato una mano nelle cure: “Potrebbe essereâ€, ha detto. Un miracolo! Viva il papa!


[Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di STIMIATO. Fonte: http://www.cnj.it/documentazione/parenti07.htm ]



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Santo Wojtyla

aprile 15th, 2011

In occasione della beatificazione di Wojtyla, pubblico un articolo scritto la notte stessa della scomparsa del coriaceo papa polacco. Naturalmente il punto di vista è quello dello storico e non del teologo.

La morte del Papa

Note inattuali

di Gino Candreva

Anche se non è possibile riassumere in un breve intervento il pontificato di Papa Wojtyla, uno dei papi più longevi della Storia, la cui elezione data dal 16 ottobre 1978, proviamo a trarre un sintetico bilancio.La difficoltà è accresciuta dal fatto che Wojtyla è stato davvero il “papa di tuttiâ€, anche se non nel senso evangelico del termine. E’ stato il papa di Gianfranco Fini e di Walter Veltroni, concordi nel ringraziare il roccioso combattente reazionario polacco per aver dato la “spallata†decisiva a quello che ritengono di comune accordo il “male peggiore del secolo“ XX; è stato il papa di Gorbaciov, grato per avergli dato man forte nello sgretolamento dell’Unione Sovietica, e di Reagan; di Pinochet , di Somoza, della Junta golpista argentina; il Papa dei vescovi reazionari latinoamericani, riconoscenti per la repressione della “Teologia della liberazioneâ€; il Papa della razzista Oriana Fallaci e del pacifista Bertinotti. Tutti chini, non per rispetto della parola di Gesù di Nazareth, ma delle proprie convinzioni e progetti politici. Il cinismo della comune commozione di fronte alla morte del Papa non ne è che l’ulteriore conferma.

Wojtyla è stato il primo papa non italiano dai tempi dell’olandese Adriano VI, morto nel 1523. Succeduto a papa Luciani, la cui morte dopo appena 33 giorni di pontificato è ancora avvolta nel mistero, si è imposto subito per la partecipazione alla guerra fredda contro l’Unione Sovietica. L’elezione del primo papa polacco non è stato un fulmine a ciel sereno, ma ampiamente sostenuta e probabilmente preparata dalla Cia e dall’Opus Dei. Il suo anticomunismo era ampiamente conosciuto, in Polonia e all’estero. Fin dal 1971 il futuro papa era noto per le prese di posizione contro il regime di Varsavia ed era stato molto attivo in Polonia nell’organizzare movimenti e associazioni di protesta. Le sue omelie vennero perfino incriminate in base all’articolo 194 della legislazione polacca dell’epoca. Sembrava dunque il candidato ideale ad aiutare l’imperialismo americano che aveva individuato nella Polonia il tallone d’Achille dell’â€impero del male†sovietico. In cambio del suo sostegno l’Opus Dei venne emancipata dalla subordinazione ai Vescovi e divenne molto più importante nella gerarchia vaticana. Ne ha canonizzato il fondatore, il franchista Escrivà de Balaguer, morto solo nel 1975. Il 30 dicembre 1982 il Wall Street Journal scriveva: “L’alleanza è del tutto naturale perché l’Opus Dei e Giovanni Paolo II condividono tre preoccupazioni: un’opposizione fissata al comunismo; un forte desiderio di aumentare l’autorità del papa e un deciso impegno a preservare la dottrina ortodossa della Chiesa sull’aborto, la contraccezione, il celibato dei preti e su altre preoccupazioni tradizionaliâ€. Il pontificato di Giovanni Paolo II si è svolto esattamente lungo queste tre direttrici. E grazie alla posizione conquistata sotto il pontificato di Wojtyla l’Opus Dei potrebbe giocare oggi un ruolo decisivo nella designazione del successore.

Ad appena tre giorni di distanza dal suo insediamento, in un rapporto del 19 ottobre 1978, la Cia considera l’elezione del nuovo papa polacco una pericolosa minaccia per la stessa Unione Sovietica. E nota che in Polonia, Bielorussia, Lituania e Ucraina, la Chiesa cattolica sta prendendo la testa del rinato nazionalismo anticomunista, mentre in Ungheria, Cecoslovacchia e Germania Est si assiste a un’accelerazione delle riforme e a una rinascita della Chiesa Protestante. L’elezione di Wojtyla, nota ancora il rapporto, contribuirà in maniera decisiva alla rottura del legame tra i Partiti comunisti dell’Europa occidentale e Mosca, già indeboliti dall’avvento dell’Eurocomunismo nel 1976. Si può dire che se dio è stato il primo a benedire l’avvento di Giovanni Paolo II la Cia non è stata meno rapida.

In seguito all’ascesa al soglio pontificio, il neo eletto papa intensificò tutto il suo attivismo ideologico nei confronti non solo della Polonia, ma di tutte le nazioni cattoliche del blocco sovietico, la Lituania, la Lettonia, l’Ucraina e la Bielorussia. Nel giugno del 1979, il viaggio in Polonia diventa l’occasione di una protesta di massa contro il regime stalinista di Varsavia, nella quale la Chiesa assume il ruolo centrale. L’occasione per tramutare l’offensiva ideologia in offensiva politica venne fornita dalla crisi polacca del 1980, con la nascita di Solidarnosc. Il contributo ideologico e politico del Vaticano alla nascita di Solidarnosc fu sostanziale. Quello economico ancora di più. Il finanziamento di Solidarnosc fu il risultato di complesse operazioni che ebbero come protagonisti il banchiere Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano, la Mafia e lo Ior (Istituto opere religiosa, la banca vaticana) diretta da monsignor Marcinkus. Lo stesso papa Wojtyla, vicino all’Opus Dei difenderà Marcinkus accusato di bancarotta fraudolenta per il Caso Ior-Banco Ambrosiano (e solo l’extraterritorialità del Vaticano ne ha impedito l’incarcerazione).

Ecco ciò che scriveva Tony Zermo sul giornale La Sicilia il 7 gennaio 2003:

“Diciamo che la storia comincia all’incirca negli anni ’70 quando Cosa Nostra prende a trafficare droga, a mettere su le raffinerie (molte in via Messina Marine a Palermo) e a far soldi a palate. Questa montagna di denaro dev’essere investita, una parte va nelle banche svizzere, un’altra ancora in Borsa e agli insediamenti turistici fuori dalla Sicilia, un’altra parte viene affidata al banchiere di Patti Michele Sindona. Quando fa bancarotta nonostante il tentativo di salvataggio di Andreotti, Sindona viene arrestato e poi ucciso nel supercarcere di Voghera con un caffè all’arsenico: come anni addietro all’Ucciardone era capitato a Gaspare Pisciotta, l’uccisore di Salvatore Giuliano.
Sparito dalla scena Sindona, Cosa Nostra era alla ricerca di un banchiere importante e più affidabile di Sindona che potesse investire bene il suo denaro, ed ecco spuntare Roberto Calvi che da semplice “ragiunatt†era diventato presidente del potente Banco Ambrosiano.
Calvi, il “banchiere dagli occhi di ghiaccioâ€, sembrava l’uomo giusto e i fiumi di denaro della droga finirono all’Ambrosiano. Del resto “pecunia non olet†e nessuno potrà mai provare con certezza che quel denaro affluito al vecchio Ambrosiano era di Cosa Nostra.
Ma Calvi era un ambizioso irrefrenabile, pensava che legandosi al Vaticano, ed esattamente allo Ior, l’istituto bancario della Santa Sede gestito da mons. Marcinkus, avrebbe avuto porte aperte in tutto il mondo e ottenere protezione dai partiti politici italiani. Fu così che centinaia e centinaia di miliardi passarono dall’Ambrosiano allo Ior: e in mezzo a questo denaro c’era anche quello sporco. Con questo denaro il Vaticano finanziò “Solidarnosc†di Walesa che alla lunga riuscì a porre fine al regime comunista in Polonia. Dopo la democratizzazione di questo Paese seguì a catena la caduta dei regimi degli altri Paesi satelliti dell’Urss.
Naturalmente tutto questo era avvenuto senza che Cosa Nostra ne sapesse niente: aveva affidato i suoi “risparmi†a Calvi perché li facesse fruttare, non perché li desse a Marcinkus e da lì a “Solidarnoscâ€. E fu così che anche Calvi fece la fine di Sindona e venne trovato penzolante da una corda sotto il ponte dei “Frati neri†sul Tamigi. A distanza di venti anni s’è capito che quello non era suicidio, bensì un delitto di mafia, forse affidato da Cosa Nostra siciliana alla camorra, e in particolare a quel Vincenzo Casillo che poi saltò in aria con la sua auto a Roma. Meglio togliere di mezzo testimoni pericolosi.
Al di sopra di questo sordido traffico sotterraneo di miliardi della mafia c’era però il più alto contesto politico, la Storia che cambiava. Che Papa Wojtyla volesse far cadere il regime comunista nella sua cattolicissima Polonia lo sapevano in molti, soprattutto i servizi segreti sovietici.â€

Controllata dal Vaticano e dalla Cia, Solidarnosc divenne il cavallo di Troia dell’imperialismo nell’intero blocco sovietico. Un altro importante polacco, Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora presidente americano Jimmy Carter, dichiarò “Mi sono trovato a mio agio con Casey [direttore della Cia]. E’ stato molto flessibile e poco burocratico. Ha cercato soluzioni inedite. Ha fatto tutto ciò che bisognava fare per appoggiare gli sforzi clandestini in termini di materiale, reti, ecc… ed è per questo che Solidarnosc non è stata schiacciata†(24 febbraio 1992). Ma è il successore di Carter, Ronald Reagan, a comprendere in maniera decisiva le potenzialità dell’alleanza tra il Vaticano e l’imperialismo americano. In un rapporto del 1982 la Cia assume decisamente la direzione politica dell’affare polacco, consigliando al Vaticano una strategia di piccoli passi, mentre Wojtyla rafforza le tendenze anticomuniste all’interno della Chiesa e interviene nella politica polacca tramite il cardinale Glemp. Tra la fine del 1982 e il 1983 avviene la svolta nel blocco sovietico; a Breznev succede Andropov, uno dei responsabili della repressione ungherese del 1956, ma ora “riformistaâ€, Walesa riceve il Nobel per la pace e Reagan inaugura il progetto di “guerre stellariâ€. Il crollo del muro di Berlino nel 1989 e dell’intero blocco sovietico nel 1991 giunsero al culmine di questo processo inaugurato dall’elezione di Wojtyla.

Il Vaticano, i suoi partner finanziari e naturalmente il suo partner politico più importante, l’imperialismo Usa, non mostrarono in America Latina lo stesso zelo per i diritti umani. Anche in America centro-meridionale la politica del Vaticano ebbe come stella polare l’anticomunismo.Tuttavia l’America Latina non era governata da partiti stalinisti bensì da sanguinarie giunte di destra. Il Cardinal Sodano, nunzio apostolico in Cile, fu uno dei più ferventi sostenitori della dittatura del boia cileno Augusto Pinochet, mentre il nunzio apostolico in Argentina, mons. Laghi, benediceva la giunta militare e mons. Tortolo giungeva ad equiparare il golpe argentino del 1976 con la Resurrezione pasquale. I responsabili di queste relazioni sono stati tutti promossi ai posti più alti della gerarchia vaticana, compresa la segreteria di Stato. In particolare uomini dell’Opus Dei sono stati tra i più influenti consiglieri di Pinochet, come il ministro degli esteri Cubillos, o uno degli uomini più ricchi del Cile, Cruzat, il cui impero attorno alla Banca di Santiago consisteva di oltre 250 aziende. Cruzat pagava ogni anno all’Opus Dei milioni di dollari in sovvenzioni. Dopo aver incontrato e benedetto di persona il boia cileno, arriva il 18 febbraio 1993 il Papa invia la sua speciale benedizione su Augusto Pinochet e signora in occasione delle nozze d’oro. I “diritti umani†in America latina sono evidentemente meno importanti che in Europa, dove possono essere usati come parola in codice della guerra fredda.

Se da una parte il Vaticano promuoveva alle più alte cariche gli elementi particolarmente reazionari del clero sudamericano, dall’altra concentrava la repressione all’interno della Chiesa contro la cosiddetta “Teologia della liberazioneâ€.

In occasione del suo viaggio in Nicaragua nel 1983 il Papa condannò energicamente il “falso ecumenismo†dei cattolici impegnati nel processo rivoluzionario sandinista e li invitò all’unità sotto la direzione del vescovo di Managua, il reazionario monsignor Miguel Obando y Bravo, nominato cardinale subito dopo il viaggio.

Nata in America Latina, ma diffusasi in altre parti del mondo, soprattutto in Asia e in Africa, la Teologia della liberazione è una corrente che si propone la riflessione su dio, come tutte le teologie, ma la coniuga con le necessità sociali. Parla di liberazione dei poveri dalla fame, dall’oppressione e dallo sfruttamento, non semplicemente di liberazione dopo la morte. Il punto di partenza è dunque costituito dal tentativo di coniugare cristianesimo ed emancipazione sociale. I teologi della liberazione criticano soprattutto l’intreccio tra la Chiesa cattolica e i poteri forti, che nei paesi del terzo e quarto mondo, spesso sono rappresentati da dittature feroci. Questa tendenza appariva dunque pericolosa sia per le gerarchie ecclesiastiche che per i loro mentori politici locali e regionali. La reazione della Chiesa di Roma e in particolare del Papa è stata durissima. Il cardinal Ratzinger ha accusato questa corrente di marxismo e ateismo, ai teologi venne impedito di continuare il loro insegnamento, ai centri didattici legati alla Chiesa di parlare di questa dottrina. Lo stesso Wojtyla, in occasione di un viaggio in Nicaragua nel 1996, dichiarò che con la morte del comunismo anche questa corrente non aveva ragione di esistere. In questo modo si considerava la teologia della liberazione semplicemente una corrente subordinata al Vaticano, strumentale alla lotta al marxismo, che si proponeva cioè di strappare all’ideologia marxista l’egemonia sulle masse oppresse. Finito il marxismo, la teologia della liberazione aveva perso il suo ruolo di concorrente. La repressione di questa corrente si è inserita in un contesto di profonda restaurazione passatista. Il documento Dominus Jesus ha posto fine al tentativo di dialogo con le altre confessioni religiose, al di là delle esibizioni mediatiche degli incontri di Assisi. Sono stati sospesi e condannati i tentativi delle Chiese locali di adattare la liturgia alle varie culture, diversi teologi hanno subito la proibizione ad insegnare, mentre ad altri, autori di libri ritenuti non ortodossi, sulla verginità della Madonna o sull’origine del Purgatorio, per esempio, sono stati oggetto di scomunica o di pesanti condanne.

Caduto l’â€impero del male†sovietico, la frenetica attività del papa si è rivolta alla nomina di centinaia di santi e beati della Chiesa. Alla fine il totale sforerà quota 1500, un record! L’iperattivismo di Wojtyla ha una ragione: la necessità di imporre la Chiesa di Roma al centro dell’attenzione. La beatificazione o la santificazione hanno costituito un potente segno del messaggio restauratore del Vaticano. Ogni cerimonia è finita col diventare un messaggio politico. Interi gruppi di “martiri†sono stati innalzati all’altare, dai sacerdoti bulgari, che hanno subito la pena capitale in seguito a un processo del 1952, a un gruppo di 31 martiri ucraini, a 25 vittime della guerra civile messicana degli anni Venti. 120 sono stati i martiri cinesi, dal 1600 agli anni Trenta.

E’ naturalmente impossibile ripercorrere tutte le fasi di una così frenetica attività beatificatoria. Particolarmente significative sono stati però tre episodi, indicativi delle preoccupazioni del Papa.

Il primo riguarda la beatificazione, avventa nel marzo del 2001, dei 233 preti e laici franchisti uccisi durante la Guerra civile spagnola dagli “anarco-comunistiâ€. Il clero spagnolo, durante la guerra civile del 1936-39, si spaccò tra leali al governo legittimo del “Fronte popolare†da una parte e ai golpisti di Francisco Franco, sostenuto da Hitler e Mussolini, dall’altra. Molti sacerdoti inoltre parteciparono alle brigate internazionali che accorrevano da più parti d’Europa in difesa della Repubblica. Dopo l’occupazione delle Asturie lo stesso Franco ordinò una feroce repressione e la messa a morte di quanti avevano combattuto tra le file repubblicane, tra cui qualche centinaio di sacerdoti. Queste vittime della repressione franchista-fascista non hanno però trovato ancora un papa che le beatifichi. Così come non l’hanno trovato le migliaia di sacerdoti copti massacrati dal fascismo in Etiopia per il solo sospetto di essere oppositori del colonialismo di Roma. La consacrazione selettiva delle “vittime dell’anarco-comunismoâ€, come si è espresso Giovanni Paolo II durante la celebrazione, costituisce da parte del Vaticano una rivalutazione postuma del Regime di Franco e un programma politico preciso.

Il secondo episodio riguarda la beatificazione di Alojzije Stepinac, avvenuta in Croazia nell’ottobre del 1998. Stepinac, considerato da Wojtyla una delle “prime vittime del comunismoâ€, in realtà è stato un fedele alleato del regime Ustascia di Ante Pavelic, che in quattro anni sterminò centinaia di migliaia di serbi, ebrei, zingari e altre minoranze in nome della “purezza etnica e religiosa della Croaziaâ€, in quanto alleato subordinato di Hitler e Mussolini. Vari prelati sedevano nel governo di Ante Pavelic, alcune centinaia di religiosi parteciparono direttamente al massacro (v Marco Aurelio Rivelli: “L’arcivescovo Stepinac, altro che martireâ€, in il Manifesto, 3 ottobre 1998). Lo stesso Stepinac dispose la celebrazione del Te Deum all’atto dell’insediamento del governo Pavelic e in seguito, perfino quando i massacri e le deportazioni erano ben conosciute, in una lettera del 24 maggio 1943 al Cardinale Maglione, rassicura la gerarchia vaticana, che sollevava dubbi sul regime di Pavelic: “Dal detto segue che il Regime attuale in Croazia pare almeno di essere di buona volontà, la quale non può essere negata dalla Chiesa.†Lo stesso centro Simon Wiesenthal ha considerato la beatificazione di Stepinac “una provocazioneâ€. La beatificazione di Stepinac giunge al culmine di un processo che ha visto il Papa impegnarsi in prima persona a favore della sanguinosa guerra che ha distrutto l’ex Jugoslavia. Il Vaticano (e la Germania) furono i primi a riconoscere la repubblica di Croazia, proclamata su basi etniche e religiose quando ancora esisteva la federazione jugoslava. La benedizione di Wojtyla al nazionalismo croato servì da miccia per l’esplosione della guerra serbo-croata, alimentò il nazionalismo, fece precipitare la crisi bosniaca. Col viaggio del 1994 e infine la canonizzazione di Stepinac, il Vaticano sosteneva apertamente Tudijman, il nuovo poglavnik (duce) della “cattolicissima†Croazia, che si presentava apertamente come l’erede di Pavelic. Come ricompensa al sostegno vaticano il governo di Zagabria restituiva alla Chiesa di Roma i beni confiscati dalla Repubblica federale jugoslava.

Dopo aver attaccato il comunismo, il Papa ha preso di mira la stessa ideologia della Rivoluzione francese, come paradigma di ogni idea di progresso. In un discorso pronunciato il 19 settembre 1996, in Vandea, così si rivolge il Papa ai fedeli di questa regione passata alla storia per essersi opposta alla Rivoluzione francese e aver scatenato il terrore bianco contro i rivoluzionari: “Voi siete gli eredi di uomini e di donne che hanno avuto il coraggio di rimanere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo, quando la sua libertà e la sua indipendenza erano minacciateâ€. Più che a Cristo il clero e i nobili della Vandea, regione a nord della Francia, furono fedeli al Re e a un sistema di privilegi che non volevano abbandonare. Nel 1789 organizzarono la resistenza alla Rivoluzione nel tentativo di restaurare l’Antico Regime. La rivolta vandeana giunse a spalancare i porti all’invasione inglese, che rischiava di travolgere il neonato potere rivoluzionario, già minacciato dalla reazione monarchica e dai suoi alleati austro-prussiani. Anche i “martiri†vandeani hanno avuto naturalmente la loro beatificazione.

Come se Wojtyla avesse voluto far girare all’indietro il film della storia e del progresso: dalle Repubbliche popolari nate nel dopoguerra, alla Rivoluzione russa, fino alla Rivoluzione francese; un filo percorre le scelte del pontificato di Wojtyla, che si sposa col cattolicesimo liberale moderato: l’idea delle masse come oggetto e non soggetto di trasformazione sociale. La stessa enciclica “Laborem exercens†del 1981, riprende il progetto del “cattolicesimo sociale†ponendosi in concorrenza con la teoria marxista sul terreno dell’egemonia sulla classe operaia. Le masse devono subire passivamente i processi sociali, determinati da un potere sul quale non hanno controllo, ma che deve paternalisticamente badare alle loro necessità. Quindi si criticano gli eccessi del liberismo e del capitalismo, ma l’essenza del socialismo. Il pericolo principale da scongiurare è la possibilità che il proletariato si emancipi istituendo un proprio sistema di potere da contrapporre al potere della borghesia. Dieci anni dopo la “Centesimus annus†travolge nella sua critica non solo il socialismo marxista ma lo stesso “razionalismo illuministicoâ€.

Predicando contro “il potereâ€, lo stesso Giovanni Paolo II è stato un uomo di potere. Ha utilizzato l’enorme apparato della Chiesa cattolica romana, le sue quasi sterminate risorse finanziarie, il rapporto privilegiato con l’imperialismo americano e un iperattivismo mediatico per rafforzare la gerarchia ecclesiastica e subordinarla all’autocrazia papale. Lo stesso principio di collegialità episcopale, diffuso dal Concilio Vaticano II, sotto Karol Wojtyla è andato disperso. Lo strumento privilegiato è stato il Servizio diplomatico e la Nunziatura, direttamente controllati dal Papa. Sotto Giovanni Paolo II la Chiesa ha rafforzato il peso dell’apparato, finendo per distruggere altre istanze e forze vive richiamando i fedeli, ma non solo, a una stretta ortodossia cattolica tradizionalista.

Nulla è rimasto inespresso nel pensiero di Giovanni Paolo II, dalle grandi questioni politiche alle questioni sociali quotidiane alle questioni morali. In particolare su queste ultime si è fondata l’edificio di una grande restaurazione dottrinale della Chiesa. Innumerevoli sono i documenti nei quali il Papa ha preso posizione. Perfino i villaggi vacanza, “luoghi di un turismo vuoto e superficialeâ€, sono caduti sotto la scure del pontefice. Ma è stata la famiglia il terreno privilegiato della restaurazione cattolica. Su questo aspetto il Vaticano è rimasto sordo a ogni richiesta di rinnovamento che provenisse dalla società civile. E cuore della famiglia sono i figli. Wojtyla ha ribadito più volte la concezione che scopo della famiglia è la procreazione. Ha quindi condannato senza mezzi termini qualsiasi controllo o pianificazione delle nascite. Perfino di fronte all’esplosione dell’epidemia di Aids in Africa il Papa ha condannato l’uso dei profilattici. Il che ha impedito che centinaia di migliaia di vite venissero salvate. L’omosessualità viene condannata come atto “contro natura†e il possibile riconoscimento legale, di qualsiasi tipo, delle coppie omosessuali ha incontrato sempre una netta chiusura negli ambienti vaticani. Il divorzio è nettamente condannato.

Ma dove il Vaticano ha insistito maggiormente, e in modo più intenso negli ultimi tempi, è nella netta opposizione all’aborto e nella difesa dell’embrione, definito “soggetto umano con una ben definita identitàâ€. Nell’ Evangelium vitae†del 1995, accanto a una condanna senza mezzi termini della contraccezione o di qualsiasi controllo delle nascite, dell’eutanasia, ecc., si teorizza la disobbedienza alle leggi quando queste violino la morale cattolica: “L’aborto e l’eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienzaâ€. Nell’agosto del 2000 la Pontificia accademia pro vita, istituita da Wojtyla nel 1993, ha condannato la ricerca sulle cellule staminali e nel 2001 lo stesso Pontefice, rivolgendosi ai medici cattolici, ha ribadito le convinzioni morali della Chiesa, auspicando anche qui la necessità della cosiddetta “obiezione di coscienzaâ€, ovvero la violazione delle leggi vigenti, per medici, ostetriche ecc.

L’enciclica “Evangelium vitae†tuttavia è importante anche per un altro aspetto. Essa contiene una casistica dettagliata sui doveri del cattolico che occupi posizioni istituzionali, di fronte a un dilemma di coscienza. Mira quindi al condizionamento religioso della vita politica del Paese. Un attacco alla laicità dello Stato che culmina in questi giorni con la pesante intromissione ecclesiastica nel referendum sulla procreazione assistita.

La visione del mondo che Wojtyla ha voluto diffondere è una visione ampiamente antimodernista. A questo scopo ha utilizzato tutti gli strumenti di forte impatto mediatico messi a disposizione dalla modernità. Si tratta di un utopico ritorno al Medioevo, quando l’Europa si chiamava Cristianità. Da qui l’insistenza al riconoscimento delle “radici cristiane†nella Costituzione Europea. Lo scopo è rendere la religione un “affare pubblicoâ€, ovvero fondamento di diritto. In questo modo la legislazione europea si sarebbe dovuta piegare ed adeguare ai principi morali della Chiesa cattolica in tema di famiglia, aborto, omosessualità, ecc. Ma a ben guardare la logica della nominatio Dei nel preambolo costituzionale europeo andava oltre, fondava la “comunità europea†su basi religiose e non su basi politiche, stabilendo la superiorità del Dio dei cattolici sulla volontà popolare. E, implicitamente, la superiorità del suo rappresentante in terra, il Vescovo di Roma sulle istituzioni politiche.

La scena di un povero vecchio che muore, resaci incessantemente dalla pruderie necrofila dei mass media, non può oscurare l’essenza reazionaria del pontificato di Wojtyla e del suo grandioso progetto di restaurazione che cerca di fare piazza pulita di tre due secoli di progresso ed emancipazione. Né può farci dimenticare che l’emancipazione umana è, oltre che emancipazione sociale e politica, consiste nell’emancipazione della ragione dai dogmi ciechi della fede.

Gino Candreva

3 aprile 2005



#2655 Da: Coord. Naz. per la Jugoslavia <jugocoord@...>
Data: Sab 30 Apr 2011 9:37 am
Oggetto: Cospirazione contro la Siria
jugocoord
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(english / italiano)

Cospirazione contro la Siria

1) Western media lie about Syria – eyewitness reports
Interview with Ankhar Kochneva

2) La cospirazione crescente contro la Siria
Osama Maghout (Partito Comunista Siriano)

3) Comunicato sulla riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista Siriano
Damasco 25/03/2011


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Western media lie about Syria – eyewitness reports


Published: 29 April, 2011, 15:50
Edited: 29 April, 2011, 22:13

 

While media reports paint a picture of the situation in Syria as a mass public uprising brutally suppressed by the dictatorial government, the events are viewed in a totally different way by those living there.

RT caught up with Ankhar Kochneva, director of a Moscow-based tourist firm specializing in the Middle East. She often travels to Syria, and stays in touch with hundreds of people in the region. She shared what her contacts say about the unfolding unrest and who they blame for the spreading violence.

RT: What’s happening in Syria? What have you seen? And that are the Syrians saying?

Ankhar Kochneva: Not even once did I come across anyone who would in any way support these riots; and mind you, in the line of my job, I deal with all sorts of people. There are many vehicles with the president’s portraits driving the streets throughout the country – ranging from old, barely moving crankers to brand new Porsches and Hummers. You can't force people into hanging up portraits. It means that people, irrespective of their status and income, support the president rather than the rebellion. I saw quite a number of young people walking or driving around with Syrian flags. How can you force a young person hanging out with friends to wave flags? I think it's difficult too. If you understand the mentality of the Syrians you can tell there is a sincere impulse from a forced obligation.

On March 29, I saw a rally in Hama to support the president – indeed, many thousands of men and women, with their children, and entire families went out. The streets were flooded with people. It was quite a shock to see Al-Jazeera presenting rallies in support of the president as if they were protests against him. It was just as surprising to see the Israeli websites post photos and videos of supporters' rallies with comments saying those were opponents of the regime. There you have people holding portraits of Bashar al-Assad and flags, and we’re told that these people are against him.

RT: The media reports mass anti-government rallies.

AK: There’s a powerful misinformation swell going on. On April 1, the media reported a large anti-governmental rally in Damascus. I was in Damascus on that day. This rally never happened – I didn’t see it, and neither did the locals.

On April 16, Reuters news agency wrote that 50,000 opponents of the regime took to the streets of Damascus, and that they had been dispersed with tear gas and batons. Damascus’ residents realize that such a rally could not take place in the city unnoticed. How many policemen would it take to disperse it? And how come nobody saw it except Reuters? Five hundred people in the streets of Damascus are a large crowd. Reuters broadcast their material around the world, including Russia. One source lies, and then this lie is like a snowball rolling downhill creating a fake reality, and picking up rumor and speculation.

People in Syria watch the footage. What do they see? A picture allegedly from Yemen. A picture allegedly from Egypt. A picture allegedly from Syria. But the pictures all show people dressed in the same fashion. People in Syria can tell their fellow countrymen from their neighbors – both by their faces and their clothes.

There are videos on the internet showing how amateur footage of the so-called riots is made. There's a parked car and nothing’s going on around. And there's a man standing next to it throwing rocks. And people around are taking pictures.

There are a lot of staged videos. A Lebanese can tell the difference between footage taken in Lebanon and that taken in Damascus at a glance. And they show footage from Tripoli, or footage taken several years ago in Iraq, and say it is unrest in Syria.

There are many online forums for women in Arab countries. Women share information following TV reports on ‘mass unrests’. Women write – what’s happening outside your window? And they reply: we looked down from the balcony, and didn’t see anything that the TV was talking about.

Presently, a lot of young unarmed policemen get killed. The media propaganda immediately labels them as victims of the regime. I repeat, policemen are unarmed. The Syrian police are not too good with guns, because nothing like this has happened here for a long time. But the killed rookies are reported as either victims among the protestors, or as policemen who refused to shoot at their fellow countrymen, depending on the editors’ preference. Goebbels’ words seem to be true: the bigger the lie, the more easily they believe it.

RT: But why are policemen dying if there are no mass protests?

AK: Policemen die because they get shot by those who know that they are unarmed. 

RT: Who shoots policemen?

AK: They talk a lot about it in Syria. Rumor has it that trained commandos came across the border from Iraq. People in Syria are well-aware that after the US occupied Iraq, they formed special squads there. They were killing people, stirring up conflicts between the Shiite and Sunni communities, and between Muslims and Christians; they were blowing up streets, markets, mosques and churches. Those terrorist attacks targeted civilians rather than the occupying regime.

Not long ago, they caught three such commandos in the outskirts of Damascus, when they were randomly shooting at people. They turned out to be Iraqis.

Syrian TV showed footage of somebody shooting at policemen and passers-by from bushes and rooftops. They occasionally get caught, and they either turn out to be Iraqis, or they admit that they were paid for it. Such militants were detained in Deraa and Latakia. They had US-made weapons.

The Lebanese security service intercepted several cars carrying weapons as they were coming into Lebanon. One such car was stopped coming from Iraq. There were American weapons in those cars too. Also there are reports about detained people who had large sums of money with them – with US dollars. These people carried expensive satellite phones that cannot be tapped by the Syrian security service.

In Syria, it is no longer a secret to anyone that the Americans have an unhindered opportunity to recruit and train the commandos in Iraq, and then send them wherever they want.

Hilary Clinton has already stated that if Syria cuts its relations with Iran and withdraws its support for Hamas and Hezbollah, the demonstrations would stop the next day. They don't even bother to keep secret the hand instilling riots in Syria.

There’s plenty of evidence of foreign interference. 

Finally, people say protestors are brought in from afar for the rallies. Those people speak and look differently from the locals. Nobody in the neighborhood knows them. Who rents the buses and finances the delivery of these people?  The question stands.

The former Syrian Vice-President Abdel Halim Khaddam had initiated the riots in the coastal regions. He had plundered half of the country. He was involved in corruption schemes and finally fled to the West. It was he who tried to accuse Syrian President Bashar al-Assad of assassinating the former Lebanese Prime Minister Rafic Hariri. The Syrians firmly believe that Sayed Hariri had personally given a villa to Abdel Halim Khaddam for spreading this version of Rafic Hariri’s murder. But when that version fell apart and was not confirmed, the villa was taken away. Today, those who shot at cars in Banias are shouting: “We don’t want Bashar. We want Abdel Halim!” 

There are peaceful and cultured opposition members in Banias who have been against al-Assad’s regime for many years. But they are shocked by what’s going on and do not support Khaddam at all. They say: “He’s a thief. He who stole most calls to fight corruption and thievery.”

RT: What role are Syrian emigrants playing in the Syrian destabilization? 

AK: It’s an open question. There was a leak claiming that Dan Feldman, Hillary Clinton’s special representative for the Middle East, met representatives of the Syrian opposition in Istanbul in mid-April and suggested the tactics for assassinations of civil and military officials. In less than three days, on April 19, several military officials had been brutally killed in Syria.  Not only were they attacked and shot dead, some victims of the attacks, including three teenage children of a Syrian general, who were in a car with him, were cut to pieces with sabres.

Murders committed with a high degree of brutality are aimed at intimidating the population. The news that children had been cut to pieces served that purpose quite well.

RT: Media reports used to say that the riots started after the arrest in the city of Deraa, in southern Syria, of several children writing anti-government slogans?  Is it really so? 

AK: All the children had been released very quickly. Moreover, the government-owned Syrian newspapers published the release orders.

RT: Have the troops been brought into Deraa? 

AK: Yes, troops are there. After an Islamic emirate had been proclaimed in Deraa, the local residents asked the government for help. Troops have been brought in. I’ve just seen the videos. The demonstrators published them on the internet and shortly after erased them. But people made copies. There are soldiers, and people come to them and talk peacefully. Nobody shoots anyone.

RT: Is there a sentiment in Syria that if it gets rid of Hamas support and the Palestinians and strike a peace deal with Israel, all the riots will end immediately? 

AK: No, there’s no such sentiment. There’s consolidation of society. The people are sticking together because they see that the enemy is extremely dangerous. For instance, previously I never heard anything except pop music and the recital of the Koran on the radio when I rode in a taxi. Now, patriotic music is coming from all cars. When Bashar al-Assad was speaking on television, the people who were listening to him at the market applauded him. You cannot force people to applaud a president who speaks on television.

RT: What has the public mood been in recent days? 

AK: People are afraid of going out. In some regions, people risked their lives to record with a secret camera how unidentified persons sneaked into a car, moved off and started shooting in all directions. This is how they are sowing panic in residential areas.  

Bandits blocked a bridge on the road near the coast. Soon, the military pushed them back. One of my Syrian contacts told me: “you don’t need many people to plunge the country into trouble.”

Putting five people on a major road would be enough to paralyze the whole area. People are unable to deliver foodstuffs or reach hospitals. And the whole country is in shock because of a handful of bandits.

Now, Syrian television is making live broadcasts from various parts of Damascus and other cities for people to see how the situation is unfolding and how life is getting back to normal, whatever the Western media show.

It’s noteworthy that bandits intentionally tried to rouse hatred among various communities.  Recently, a sheikh was insulting the Druze, particularly women, in an address to the residents of the south. This video is being broadcast by the foreign media and is advertized on the internet. Nothing like that ever happened in Syria before. Provocations failed in Damascus though attempts were made to set religious communities against each other. Provocateurs lack support in rural areas too – the sowing campaign has started there.

The most massive demonstrations in Dera gathered 500 people. But they say 450 people have been killed.

RT: Has the government launched any reforms? 

AK: The government has lifted martial law and has allowed the staging of authorized rallies if permission for them is obtained five days ahead. Foreigners have been allowed to buy real estate. The Kurds have been granted citizenship. The Kurdish population didn’t have it before for a number of historical reasons. The government is opening business courses for women in northern Syria. Many provincial governors have been dismissed. Unfortunately, in some cases they were honest people. Like those who refused to free criminals from prison for bribes and had been targeted by smear campaigns in public for it.

RT: Have the number of flights to Syria been cut? 

AK: There are no tickets for Syria.  We wanted to dispatch a group of tourists to Syria but there were no air tickets to Damascus for April 30. But Russians are not fleeing from Syria. I have full information about it for my job.

Nadezhda Kevorkova, RT



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Giovedì 28 Aprile 2011 13:30

La cospirazione crescente contro la Siria

di  Osama Maghout*

Un compagno siriano analizza le contraddizioni interne e le ingerenze esterne che spingono la Siria verso uno scontro feroce sia a livello interno che regionale. Il ruolo dei Sauditi e di Hariri. Wikileaks rivela dettagli non certo irrilevanti. Sono informazioni che non assolvono il regime dalle sue responsabilità ma svelano anche che gli interventi esterni ci sono e sono pesantissimi.


Per spiegare la dimensione della congiura ordita contro la Siria e che utilizza i movimenti popolari, bisogna partire dalle condizioni logistiche che si sono venute a determinare in alcune città a fronte  in seguito all’adozione di nuove politiche economiche di stampo liberale. Rispetto a queste misure il nostro partito ha subito messo in guardia per i rischi che queste misure comportavano sulla situazione del paese, ma ci è stato risposto con arroganza che il nostro popolo è flessibile, ignorando che anche scientificamente c’è un limite alla flessibilità.

Questa situazione di difficoltà ha creato i presupposti per il lavoro della destabilizzazione. Questo è quello che è successo attraverso i circoli imperialisti e le stanze segrete dei circoli finanziari si è preparato il terreno per l’attacco alla Siria. I fatti dimostrano che l'Arabia Saudita ha deciso di stringere tempi al fine di alimentare il conflitto confessionale in Siria, così ha deciso di utilizzare gli strumenti dell'opposizione siriana contro il governo (e qui dobbiamo renderci conto che buona parte dell’opposizione  non può muoversi senza un comando dell’Arabia Saudita).

Naturalmente, questo non significa affatto che tutti i movimenti di opposizione e di protesta in Siria si muovono per volere dell’ Arabia Saudita, ma ci sono elementi che lavorano per servire gli interessi del Regno saudita, il quale, non è un segreto, ha clienti e agenti in tutti i paesi arabi. 
Gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e con loro un certo numero di Stati del Golfo hanno spinto per una politica dei bassi salari come è accaduto in Libano, ma hanno affrontato una battuta d'arresto con la perdita dei regimi fantoccio in Egitto e Tunisia, in definitiva volevano riformare il sistema di relazioni e imporre l’umiliazione e la vergogna di un nuovo ordine per raggiungere una serie di obiettivi che sono apparsi in alcuni giornali occidentali, e che riporto  testualmente: 
1) contenere e controllare i regimi arabi attraverso il nuovo accordo con le forze armate e dare avvio ai preparativi per il controllo dei risultati delle elezioni democratiche. 
2) minare quei governi che non siano pienamente coerenti con l'interesse dell’Arabia Saudita, e che abbiano relazioni con l' Iran (dopo il diktat degli Stati Uniti di far cessare la lotta contro Israele). 
3) guerre segrete ai movimenti di resistenza contro Israele nella regione araba. 
4) accelerare il ritmo di incitamento settario. 
5) migliorare il rapporto con Israele a un livello strategico. 
6) aumentare il ritmo del confronto con l'Iran, e questo è ciò che spiega, ad esempio il discorso di Saad Hariri contro l'Iran. L'Arabia Saudita vuole mantenere uno scontro ideologico e servire gli interessi di Israele, rifiutando qualsiasi sostegno alla questione palestinese e ammantando questa prassi come una prassi realista, e non in quanto interesse arabo.

 

In questi giorni, non è strano vedere sionisti, come Elliott Abrams, farsi avanti per sostenere l'immagine dell'Arabia Saudita e difendere i regimi del Golfo, trovare delle ragioni per le tirannie arabe del Golfo,(come ha fatto sul «Washington Post»lo scrittore , David Ignatius).

Essi ignorano la storia di brutalità in questi sistemi contro i propri cittadini. I recenti massacri del Qatar e Bahrain e del Sultanato di Oman, sono un'estensione di una storia piena di criminalità, come la guerra, contro il Fronte Popolare per la Liberazione di Oman, o la brutale repressione di scioperanti e manifestanti in Arabia Saudita negli anni Cinquanta e Sessanta e andando oltre,  la storia della repressione in Bahrain contro i movimenti di sinistra e nazionaliste .

Va notato che Elliott Abrams, è un sionista che si è formato negli Stati Uniti e ha scritto diversi articoli in modo esplicito contro la Siria, ad esempio diversi articoli  in cui  ha chiesto a Israele di sfruttare l'occasione (sul Weekly Standard dal 11 Aprile 2011 ), cercando di sollecitare il suo amico, e leader del Likud Benjamin Netanyahu ad  approfittare delle tensioni in corso in Siria e in Medio Oriente in termini di creazione di Israele di realizzare quanto segue:

a) Pressione sul Quartetto del processo di pace in Medio Oriente al fine di ridurre il suo impegno nel processo di pace in Medio Oriente,  l'accettazione dell’espansione degli insediamenti ebraici come un fatto compiuto, come per esempio hanno  fatto gli USA. 
b) Aumento delle pressioni israeliane, anche sugli Stati Uniti per indebolire la posizione palestinese in occasione della riunione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si svolgerà durante il mese di settembre 2011 dove è previsto mettere ai voti il pieno riconoscimento di uno stato palestinese. 
c) Israele lavora alla realizzazione del "golpe" all'interno dell'Autorità Palestinese, puntando a fare “bruciare” Mahmoud Abbas e Salam Fayyad, e lavorare per sostituirli con un nuovo “equipaggio” palestinese collegato con i circoli sionisti americani,  conseguente indebolimento della posizione di Hamas tra l'opinione pubblica palestinese e il mondo arabo.

d) Riorganizzare le alleanze israeliane nella regione attraverso l'uso dell’asse Amman-Washington  per la costruzione dei rapporti con Cairo e Tunisi. 
In aggiunta a quello richiesto Elliott Abrams bisogna sottolineare che il successo delle operazioni segrete, israelo-americano mira a dare continuità ai disordini in Siria, in modo da indebolire il paese  e mettere Israele nelle condizioni di estorcere le migliori condizioni a Damasco, in qualsiasi futuro negoziato di pace. 
Tutte le ambizioni delle grandi potenze oggi sono rivolte nella cospirazione contro Damasco. Il 23 marzo, il "Jewish Journal" parlando della "primavera araba" diceva  che "un bel po' dipende dalla Siria, dove la posta è più alta, ma i rischi e i benefici potenziali sono molto più elevati . Nella marcia verso la democrazia in tutto il mondo arabo, ora tutte le strade devono portare a Damasco”. 
Ciò è evidenziato da Merwih Haytham Manna, uno degli eroi delle TV satellitari, rabbioso contro Damasco. Portavoce della Commissione Araba per i Diritti Umani,, in un'intervista sul canale televisivo libanese al-Manar ha dichiarato di essere stato nei primi giorni delle rivolte in Siria contattato da un uomo di affari siriano che si sarebbe poi presentato all'appuntamento con altri tre uomini, libanesi e sauditi. L’uomo d'affari siriano con doppia  cittadinanza nel corso della riunione, si è dichiarato in grado di soddisfare le esigenze dei giovani a Daraa, e più in generale della Siria, e più in generale, di armare le forze di opposizione, offrendo tutto quello che potesse interessargli in quantità e qualità. Il Dottor Haytham Manna si è affrettato a dichiarare che lui non solo ha rifiutato, ma che ha informato le autorità sostenendo che si devono  respingere offerte di armi a qualsiasi partito e che nessuno deve utilizzare le armi . Ma il Dottor Manna con la sua dichiarazione ha confermato la presenza di armi e di personaggi stranieri coinvolti .

Al momento ci sono due offerte di armi, l’altra viene dal partito libanese oggi in aperto contrasto con le autorità siriane ". 
Le parti coinvolte nelle forniture e nella  battaglia con il regime siriano sembrano essere : 
A – Gli statunitensi e alcuni paesi della NATO. 
B – I partiti libanesi che di recente hanno ricevuto duri colpi dagli alleati politici del regime siriano. 
C - Alcuni che hanno accumulato fortune in Siria e che hanno relazioni estese con i paesi del Golfo e con la cospirazione reazionaria.


Secondo  Wikileaks il presidente del Movimento del Futuro di Saad Hariri, avrebbe incontrato uno staff di alto livello del Comitato sulle Relazioni Estere del Senato USA e lo staff diplomatico politico dell’ambasciata USA a Beirut. Hariri, in questa riunione  avrebbe  dichiarato : “I regimi siriano e iraniano sono un grave ostacolo alla pace nella regione”.

Hariri, secondo i documenti ha poi continuato “il governo degli Stati Uniti ha bisogno di una politica chiara e di un nuovo isolamento della Siria”. Attraverso la  Siria, il ponte principale dell'Iran, questi può svolgere un  ruolo in Libano e in Palestina ».

E’ stato chiesto ad  Hariri, chi potrebbe colmare il vuoto in caso di caduta del regime di Damasco. Hariri ha risposto parlando di dividere la democrazia in Siria secondo percentuali confessionali (come in Libano, NdR). Stabilire queste quote  prima di proporre un «partenariato tra la Fratellanza Mussulmana siriana, e alcuni dei personaggi che facevano parte del sistema in passato, come ad esempio l’ex vice premier siriano  Khaddam..

 

In attesa del benestare degli Stati Uniti, Hariri sostiene che il movimento dei Fratelli musulmani in Siria “ha caratteristiche simili agli islamisti moderati in Turchia. Accetterebbero  un cristiano o una donna alla presidenza. Essi sono pronti ad accettare un governo civile. Come in Turchia anche  in Siria”. Hariri ha detto che mantiene forti legami con tutti, da  Khaddam alla  Fratellanza musulmana il cui  leader in esilio Ali Bayanouni, sta proponendo  agli americani di avviare relazioni.

Hariri ripete agli statunitensi “parlate con Bayanouni: Guardate che non è come appare. Lo vedrete”

Questo processo di cospirazione vede coinvolti anche personaggi come Mamoun Homsi con un passato nella presunta opposizione siriana o come Abdul Razzaq Eid , che a quanto descrive  Hariri al giornale  "Arabi Mahathir," hanno partecipato ad una riunione in cui erano presenti  agenti iraniani.  Mamoun Homsi  come portavoce della Commissione Araba per i diritti umani si è detto favorevole all'introduzione della divisione confessionale e si è concentrato  sulla necessità di vendetta. 
"Tutte queste informazioni  provengono da Washington ed è stato divulgato  attraverso ciò che è noto come Partito Riformista Siriano guidato da Farid Ghadry - che ha guidato la visita alla  Knesset israeliana nel giugno 2007. Naturalmente, questa cospirazione non si ferma  alle frontiere, soprattutto perché lo hanno dimostrato i fatti sul terreno le armi degli Stati Uniti e anche quelle dei  paesi del Golfo che sono riuscite ad entrare in Siria diverse volte sfruttando la corruzione di alcuni funzionari .La  TV ha riportato che domenica 17 aprile la polizia doganale siriana ha sequestrato una grande quantità di armi, bloccando il tentativo di contrabbando dall'Iraq alla Siria. 
Secondo  Mustafa Biqai direttore generale delle dogane siriane "Le armi includono 140 pistole e un certo numero di fucili da cecchino, mitragliatori vari e una serie di fucili per gas lacrimogeni, una serie di visori notturni e sofisticate pistole " BKC " oltre ad un gran numero di proiettili.

L'inchiesta è in corso per determinare le dimensioni di questo contrabbando. Da quanto si sa le armi provenivano dall’Iraq . Il mese scorso le forze di sicurezza siriane hanno sequestrato una grande partita di armi e di esplosivi, delle attrezzature per la visione notturna su un camion proveniente sempre dall’ Iraq.

Secondo l'agenzia di notizie siriana "SANA", la spedizione intercettata era destinata ad essere utilizzata nei processi che incidono sulla sicurezza interna in Siria e alla diffusione del disordine e del caos. Da quanto riferito dal comandante di polizia, il trafficante di armi ha dichiarato di avere caricato le armi a Baghdad e di aver ricevuto cinquemila dollari per consegnarle  in Siria. 
Infine, va detto che oggi più che mai, a mantenere il paese libero e indipendente è la direzione collettiva,  la patria prima di tutto. Le circostanze del movimento che passa attraverso la Siria sta dimostrando la proliferazione del complotto intorno ad essa.

Sì, la Siria era ed è il bersaglio degli aggressori imperialisti, dei sionisti e degli ambienti reazionari e regressivi, perché ha scelto la sua strada lontano dall' agenda dell'imperialismo. Questo al tempo stesso è il segreto della sua gente, è  il popolo siriano e la caratteristica  nazionale e la prima e l'ultima scommessa è su questo nobile popolo.


* Da “La Voce del popolo” quotidiano del Partito Comunista Siriano


=== 3 ===

Comunicato sulla riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista Siriano
 
15/04/2011
 (fonte: http://www.lernesto.it/)
 
Il Comitato Centrale del Partito Comunista Siriano ha tenuto, il 25 marzo 2011, una riunione ordinaria, presieduta dal Segretario generale compagno Ammar Bagdache. Il compagno Wissal Farha Bagdash capo del partito ha preso parte all’incontro.
 
Durante la discussione sulla situazione politica, nel Comitato Centrale è emersa la considerazione dell’importanza della promozione dei movimenti di massa nei paesi arabi, che si sono manifestati con il rovesciamento dei due regimi mercenari dell'imperialismo in Tunisia ed Egitto, con l’estendersi di proteste di massa in molti paesi arabi contro i regimi legati all'imperialismo. Il movimento di liberazione nazionale arabo sta conoscendo un avanzamento importante e attualmente occupa un posto di rilievo nel quadro del movimento di liberazione antimperialista internazionale, come anticipato dal 11° Congresso del Partito Comunista Siriano.
 
Dopo le sconfitte sul terreno dell'imperialismo statunitense in Iraq e dell'attacco imperialista sionista contro il Libano nel 2006, le masse popolari hanno rovesciato i due simboli dell'imperialismo in Tunisia ed Egitto.
 
La rivoluzione in questi due paesi, nonostante le differenze e le diverse specificità, hanno fatto cadere due regimi del tutto fedeli all’imperialismo e strettamente legati al sionismo, due regimi fondati sulla tirannia, nonostante alcune loro esteriorità istituzionali. Inoltre, questi regimi hanno diligentemente applicato le disposizioni del liberismo economico dettate dai centri imperialisti, che sono il riflesso degli interessi di Washington, spalancando le porte all’azione del capitale monopolistico straniero, privatizzando i principali ambiti dell’economia e riducendo il ruolo sociale dello Stato, colpendo la produzione nazionale attraverso la revoca del sostegno statale, che ha portato a un drammatico peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione, compresa la classe media tradizionale, ad una maggiore polarizzazione sociale e alla esasperazione del fenomeno della disoccupazione, soprattutto tra i giovani. Questi dettami, che sono ostili agli interessi del popolo, sono stati applicati con il contributo importante della borghesia compradora, strettamente legata ai monopoli e all’imperialismo e attraverso i loro rappresentanti al potere e negli apparati dello Stato.
 
A causa di questi fattori, le rivoluzioni in Egitto e Tunisia hanno assunto un carattere nazionale liberale, uno democratico ed un carattere di classe. Il nostro partito fin dall'inizio si è sempre espresso a favore di queste rivoluzioni, in virtù della loro importanza come rivoluzioni liberali nazionali per rafforzare le posizioni del movimento antimperialista internazionale rivoluzionario, con in più il rilievo derivante dall’essere la prima espressione dei movimenti di massa più estesi verificatisi nel ventunesimo secolo.
 
Imperialismo internazionale, sionismo e reazionari locali cercano di contrattaccare per ostacolare l'escalation del movimento di liberazione nazionale arabo. Il pericolo maggiore nella nostra regione è la brutale aggressione imperialista della NATO contro la Libia, aggressione che utilizza la foglia di fico della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, di quelle della Lega Araba, e con il contributo simbolico a questa guerra di rapina imperialista dei regimi arabi reazionari. La condanna del nostro partito e del movimento comunista internazionale per questa incessante aggressione contro la Libia, non intende trascurare quanto commesso dal regime dittatoriale libico, che dall'inizio di questo secolo teneva buoni rapporti con l'imperialismo mondiale e stretti legami con i gruppi monopolistici più sordidi del campo imperialista. È del tutto evidente però che l'imperialismo e il sionismo, dietro giustificazioni inconsistenti come la “protezione dei civili”, sono in Libia per il controllo di questo paese ricco di petrolio e lavorano per dividerlo in osservanza del progetto imperial-sionista di “nuovo Grande Medio Oriente”, progetto che mira al completo asservimento dei popoli della regione. Così il mondo arabo e il mondo intero devono condannare questa brutale aggressione imperialista e combatterla con tutti i mezzi disponibili.
 
Alla campagna multilaterale contro la resistenza nazionale libanese partecipano molte forze di vario genere, del tutto fedeli all'imperialismo, e lavorano nella stessa direzione le forze reazionarie arabe che cercano di infiammare le tendenze settarie, questa arma pericolosa che in definitiva serve solo all'imperialismo globale e a quella forza confessionale, razzista e reazionaria che è Israele sionista.
 
La cospirazione imperialista che con gli stessi fini si scaglia contro la Siria ha molte facce, tanti elementi dei regimi arabi reazionari con i loro mezzi di comunicazione in stretto rapporto con l'imperialismo. La Siria è uno dei maggiori ostacoli all’interno del mondo arabo al progetto di un nuovo Grande Medio Oriente. E' noto il ruolo specifico della Siria nel sostegno dell'antimperialismo e dei movimenti di resistenza anti-sionista nella regione.
 
Il Comitato Centrale ha fermato le manifestazioni e disordini che hanno avuto luogo in alcune città in Siria, in particolare gli sventurati incidenti nella città di Dara. Il 18 marzo, vi è stato uno scontro tra le forze di sicurezza e i cittadini che avanzavano slogan e richieste. In cima a queste richieste vi era il rilascio di alcuni ragazzi arrestati sotto la legge marziale e lo stato d'emergenza. A seguito del ricorso ad una forza eccessiva da parte delle autorità di sicurezza per disperdere la folla, vi sono state molte vittime e alcuni morti, creando un vasto malcontento aggravando così lo stato di grave tensione. I media ufficiali hanno riportate notizie circa la formazione di una commissione d'inchiesta su tali fatti e i giovani detenuti sono stati rilasciati.
 
Le forze reazionarie hanno provato e stanno cercando di usare il malcontento reale presente in questi avvenimenti per innescare disordini in tutto il paese, utilizzando un metodo perverso di accostamento di parole d’ordine corrette che attirano le masse e che riguardano l'ampliamento delle libertà democratiche, con slogan chiaramente reazionari e istanze oscurantiste a carattere settario e provocatorio, contro i principi laici e di tolleranza che storicamente contraddistinguono la società siriana.
 
I media dei centri imperialisti e dei media arabi reazionari stanno attuando una grande guerra mediatica contro la Siria, gonfiando gli eventi, distorcendo i fatti e pubblicando bugie provenienti da fonti equivoche che non hanno alcuna rilevanza per i cittadini siriani. Sfortunatamente, l’operato dei media ufficiali non è stato all’altezza di quanto richiesto da questi momenti critici.
 
In tali circostanze si deve dire la verità e non abbellirla, cosa che farebbe aumentare la fiducia generale e rafforzerebbe la determinazione nel contrastare l’attuazione di questa complotto.
 
Il Comitato Centrale ha espresso il proprio sostegno alle decisioni e indicazioni della dirigenza del Partito Socialista Arabo Baath, che vedono innanzitutto, in campo politico, la revoca della legge marziale e l’invio della proposta di legge sui partiti alla discussione generale per la successiva approvazione, la modifica della legge sulla stampa, ecc...
 
Queste le richieste che il Partito Comunista Siriano ha tenacemente avanzato nei suoi documenti, fra i quali le risoluzioni dell'11° Congresso. Il nostro partito ritiene che un'accelerazione nell'applicazione di queste misure contribuirà a rafforzare la situazione interna in tempi brevi.
 
Il Comitato Centrale ha inoltre espresso la propria soddisfazione per la decisione di rettifica della legge 41 del 2004 inerente alle proprietà nelle zone di confine, nonché le decisioni relative all’aumento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici e dei pensionati varate per decreto.
 
Il Comitato Centrale ritiene indispensabile la revisione di quelle leggi e disposizioni di orientamento economico liberale, che hanno contribuito alla destabilizzazione della produzione nazionale e indebolito le posizioni del settore statale (pubblico) portando un peggioramento dei livelli di vita delle masse, e che in ultima analisi hanno fornito dei vantaggi ai gruppi sfruttatori, in particolare alla borghesia compradora.
 
Il Comitato Centrale considera necessario frenare questi orientamenti economici liberali, perché dannosi alla produzione nazionale e alle condizioni delle masse lavoratrici. Il governo deve quindi prendere decisioni per rinforzare la situazione economica del paese e soddisfare le esigenze di operai e contadini, delle fasce a basso reddito e dei dipendenti pubblici, che costituiscono il sostegno di massa della nazione siriana.
 
A questo proposito, il Comitato Centrale considera importante concentrarsi sulle aree produttive, ad esempio sostenendo l'agricoltura siriana per ristabilire e rafforzare la nostra sicurezza alimentare, sostenendo l'industria e la sua proprietà nazionale con particolare attenzione al mantenimento e allo sviluppo del settore pubblico. A questo proposito, dovrebbero essere modificate la legge sull'energia elettrica, ristabilendo il pieno monopolio statale su questo settore economico vitale, e la legge sulle telecomunicazioni per impedire in particolare l'ingresso del capitale monopolistico in questo settore. Anche le aziende pubbliche con investimenti privati dovrebbero passare a completa proprietà statale. E' inoltre necessario abbandonare l'approccio dannoso nella liberalizzazione dei prezzi e tornare ad un ruolo attivo dello Stato in questo campo, inclusa la riorganizzazione del Ministero delle finanze e del commercio.
 
Il Comitato Centrale ritiene importante altresì che vengano soddisfatte le capacità produttive nazionali attraverso l'aumento degli investimenti statali in quei settori, non affidandosi invece all’importazione di capitali esteri nel paese. In questo senso è importante tornare ad una politica di sfruttamento petrolifero nazionale (estrazione e commercializzazione). E' importante intensificare la campagna di lotta permanente alla corruzione, per tenere a freno la borghesia compradora che insieme alla sua alleata burocratica cercano di realizzare il saccheggio globale dello Stato e del popolo. A questo proposito, l'estensione delle libertà democratiche alle masse popolari svolge un ruolo importante, rendendo il lavoro contro la corruzione più efficace e completo.
 
Il Comitato Centrale è convinto che un tale approccio alle questioni in campo socio-economico garantisca la rimozione di quel risentimento che in esso cresce, andando a migliorare la degna tenacia della nazione e facendo si che il popolo formi il suo principale sostegno e impedimento alle congiure dei paesi nemici.
 
Il Comitato Centrale sottolinea la disponibilità del Partito Comunista Siriano ad esercitare tutti gli sforzi per rafforzare gli elementi di fermezza nazionale, politicamente, socialmente, economicamente, e delle masse. Il nostro slogan era, e rimane: “La Siria non si inginocchierà!”.
 
Riguardo la situazione internazionale, il Comitato Centrale ritiene che gli ultimi sviluppi indichino chiaramente la correttezza dell’analisi del nostro partito che indica come la fase di recessione seguita alla crisi economica ciclica globale sarà il terreno di un’escalation nello scontro di classe tra capitale e lavoro. Prova ne è l’ondata di scioperi e proteste di massa che si svolgono in molti paesi del mondo, inclusi gli stessi centri dell'imperialismo.
 
Le economie di questi paesi, dove continuano ad essere applicate le prescrizioni economiche liberali, continuano ad affondare. Dopo la Grecia e l'Irlanda, è arrivato il momento del Portogallo. Il Comitato Centrale ritiene che in queste circostanze sia necessario aumentare gli sforzi per render più forti le relazioni di solidarietà internazionale dando seguito alla parola d’ordine: “Per un fronte internazionale contro l'imperialismo”.
 
Damasco 25/03/2011
 
Comitato Centrale del Partito Comunista Siriano



#2656 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 30 Apr 2011 6:05 pm
Oggetto: La morale dell’imperialismo
jugocoord
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(english / italiano)

La morale dell’imperialismo

0) Segnalazione: Michael Parenti, The Face of Imperialism

1) La morale dell’imperialismo: “Niente di disumano mi è estraneo” (Michele Basso)
2) Mobilitiamoci contro la partecipazione dell'Italia alla guerra imperialista! (Fosco Giannini)


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The Face of Imperialism

by Michael Parenti

"Michael Parenti's The Face of Imperialism is a powerful, frightening, and honest book. It will be hated by those who run the Empire, and it will be loved by people who are searching for truth amidst the piles of garbage of Western propaganda. Above all, this book will be like a bright spark of hope for billions of men, women, and children who are fighting this very moment for survival, defending themselves against the Empire and against all monstrous faces and masks of imperialism." 

Andre Vltchek, author of Western Terror: From Potosi to Baghdad

In the last half-century we have witnessed a dramatic expansion of American
corporate power into every corner of the world, accompanied by an equally
awesome growth in U.S. military power. These phenomena are often treated as independent developments. Here, Michael Parenti brings them together in a sharp critique aimed as much at errant liberals and former fellow Marxists as at the dominant political actors who have perpetrated the imperial lie.

Parenti adds shocking new evidence to the litany of injustices visited upon victims of U.S. imperialism: expropriation of their communal wealth and natural resources, complete privatization and deregulation of their economies, loss of local markets, deterioration of their living standards, growing debt burdens, and the bloodstained suppression of their democratic movements.

Just as compelling is Parenti’s convincing case that the empire feeds off the republic. He shows how the richly financed corporate-military complex is matched at home by increasing poverty, the defunding of state and local governments, drastic cutbacks in human services, decaying infrastructure, and impending ecological disaster.

In this brilliant new book, Michael Parenti redefines empire and imperialism to connect the current crisis in America to its own bad behavior worldwide.

Michael Parenti (Ph.D., Yale University) is an internationally known, award-winning author, scholar, and lecturer who addresses a wide variety of political and cultural subjects. Among his recent books are God and His Demons (2010), Contrary Notions: The Michael Parenti Reader(2007), The Culture Struggle  (2006), The
Assassination of Julius Caesar 
(2003), and Democracy for the Few, 9th edition (2011).
April • 160 pp • 6 x 9
978-1-59451-918-5 (pb), $19.95 T
978-1-59451-917-8 (hc), $79.00 S
Library E-Book:
978-1-61205-001-0, $79.00 S
World Rights
• Clarifies the political economic context behind the pursuit of imperial power.
• Explains the role of U.S. foreign policy in serving the interests of transnational corporate America.
• Shows that Third World poverty is not a product of “underdevelopment” but of systematic exploitation. 
• Integrates the challenges of global warming into a plan for a sustainable future free of what Parenti calls “the pathology of profit”


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La morale dell’imperialismo: “Niente di disumano mi è estraneo”
 

Se continua così, tra qualche tempo i giornali scriveranno: “La camorra ha portato avanti un’operazione umanitaria contro alcuni noti sovversivi che, in spregio alle consuetudini consolidate, si rifiutavano di pagare il pizzo. Bisogna difendere le basi economiche, democratiche e cristiane del nostro vivere civile. Purtroppo, a causa della reazione violenta dei rivoltosi, si sono verificati effetti collaterali, con la morte di alcuni ribelli e di bambini innocenti”.

Stiamo esagerando? In realtà, il confine tra la malavita organizzata e l’imperialismo è sempre più tenue, e la morale predatoria che li guida è esattamente la stessa.

Comunità internazionale o “liberatori” sono sinonimi di bombardatori imperialisti che castigano il paese malcapitato di turno. La neolingua orwelliana si  afferma sempre più e il suo vocabolario è largamente seguito da governanti e partiti. “La pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” è il passo più noto. Scrive Orwell: “Nessuna parola del vocabolario B era ideologicamente neutra. Gran parte erano eufemismi. Parole, ad esempio, come “svagocampo” (campo per lavori forzati) o “Minipax (Ministero della Pace, e cioè Ministero della Guerra). Talune parole, d’altra parte, manifestavano una schietta e spregiativa comprensione della vera natura della società dell’Oceania. Un esempio era la parola “prolenutro”, che stava ad indicare tutti gli intrattenimenti da pochi soldi e le notizie di varietà che il Partito teneva in serbo per le masse”.(1)

Contrariamente a quanto può apparire a prima vista, Orwell non parla di un mondo creato dalla sua fantasia, ma delle tendenze reali presenti nella nostra società. Con queste differenze: nella realtà, non c’è bisogno di un  partito unico, possono essere moltissimi, purché condividano le stesse posizioni di fondo, anzi la loro pluralità dà l’illusione della presenza di un’opposizione, sempre utile per cambiare i cavalli senza mutare la meta prefissata. E non è utile, come pensavano i dirigenti di Oceania, eliminare dal vocabolario parole come  democrazia, internazionalismo, onore, giustizia, morale, scienza. Basta capovolgerne il significato, e la democrazia sarà un perfetto alibi per giustificare il lancio di missili contro un popolo da “liberare”, l’onore la giustificazione per lanciare un vile attacco con droni, aerei senza pilota. L’attuale società è più orwelliana di Orwell.

L’America è stanca di un guerrafondaio rozzo come G:W. Bush? Ecco pronto un personaggio brillante e rassicurante, capace dei più raffinati discorsi sull’intesa tra i popoli, atteso come il Messia dai popoli dell’Asia e dell’Africa, insignito del premio Nobel da una delle più rinsecchite e inutili istituzioni accademiche del mondo. Risultato: ancor più soldi regalati alle banche, e invece di due guerre, l’America ne  affronterà tre. Il presidente deve fingere di essere entrato nel conflitto tirato per i capelli, e a questo sono  serviti i colpi d’ariete alla Sarkozy. Se l’operazione fallirà, sarà quest’ultimo il capro espiatorio.

L’elettore non può scegliere mai la linea politica del paese, ma soltanto l’involucro, la presentazione, se volete, la coreografia politica. E se la politica effettivamente condotta è proprio l’opposto di quella che ha “scelto”, tanto peggio per lui. Un’altra volta scelga un candidato “sincero e attendibile”. Sembra una farsa, ma è una tragedia. Questa è la democrazia blindata dell’epoca dell’imperialismo. La mano è d’acciaio temprato, il guanto non è neppure più di velluto, ma di plastica dozzinale.

L’inganno è dunque permanente, quotidiano, e la radice della menzogna è da cercare nella realtà, nello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che ha mille forme, e deve essere celato ai più, persino alle vittime dirette, che devono credere che la loro triste situazione è colpa del destino o della propria incapacità, o di un singolo governo, caduto il quale tutto si risolverà, o frutto di volontà divina. L’uomo primitivo non era libero, dipendeva dalla natura, poteva essere violento, persino cannibale. Però, la sua azione era guidata dai suoi bisogni, nel complesso assai limitati, come quelli degli animali. I lupi uccidono i cervi, ma quando non c’è il morso della fame, gli uni e gli altri possono convivere sullo stesso territorio senza ostilità.

L’uomo moderno è assai meno condizionato dalla natura, ma molto di più dal capitale,  la cui fame   di plusvalore è inesauribile. Quando lo sfruttamento nelle fabbriche o nelle fattorie, il normale modo di creazione del plusvalore, non basta più, quando neppure i complicatissimi trucchi  e truffe della finanza sono più sufficienti, allora il capitale torna alle origini, alla guerra corsara, alla rapina. Gli imperialisti, tra i numerosi paesi che reprimono violentemente il dissenso, hanno scelto la Libia per impadronirsi dei suoi ingenti fondi sovrani, come hanno messo in rilievo alcuni giornalisti non embedded.

Il malcapitato paese è tra quelli storicamente avversi a Washington – l’aggiornamento della lista e l’esclusione della Libia dai paesi canaglia si rivela una pura operazione di facciata. Ma diamo tempo al tempo: poiché il disastro finanziario è inevitabile per USA e Inghilterra (la Standard&Poor's ha già declassato il debito pubblico americano), questi paesi dovranno continuare nella loro prassi corsara. Dopo la Libia a chi toccherà? Si può guardare la mappa del petrolio o del gas, e gli stati oggetto di attenzione sono molti. E si può scommettere che, alla fine, toccherà anche all’Arabia Saudita. Luttwak, che è ben informato, più volte l’ha fatta oggetto di pesanti critiche. Si tratta di un’alleata, nei confronti della quale c’è già un forte controllo militare, anche per timore che l’esercito faccia un golpe repubblicano. L’occupazione vera e propria potrebbe avvenire strappando il consenso alla monarchia, e col pretesto di proteggerla dall’aggressione di qualche altro paese o dal terrorismo. Dopo di che, le ingenti riserve finanziarie e petrolifere del paese sarebbero utilizzate per rimandare il crollo degli imperialismi anglosassoni, con la parte del leone per gli USA. E si potrebbe indorare la pillola introducendo una piccola dose di diritti democratici, qualche modesta libertà formale alle donne. Fantapolitica? L’Arabia è amica degli USA? Anche Gheddafi era amico del cuore di Berlusconi, di Tony Blair, di Sarkozy, e non è stato lui a tradirli. Se avesse concesso a Francia, Inghilterra e USA quel che chiedevano, avrebbe avuto licenza di mitragliare gli insorti, esattamente come il Bahrein.

Qualcuno eccepirà che gli Stati Uniti sono in cattive condizioni economiche, e che non possono permettersi nuove guerre. Questo, “secondo ragione”. Ma, ricalcando Pascal, potremmo dire che l’imperialismo ha le sue ragioni che la ragione piccolo borghese non conosce, o che, come un drogato all’ultimo stadio, non può più smettere, pur rendendosi conto delle conseguenze letali. La natura stessa dell’imperialismo non permette di ritirarsi con ordine, e gli USA saranno coinvolti in sempre nuove guerre, fino al crollo. Dana Visalli scrive: “Gli Stati Uniti hanno sganciato 15 milioni di  tonnellate di bombe sulla superficie terrestre negli ultimi 60 anni e 1 milione di tonnellate di napalm su campi e foreste, hanno disperso 20 milioni di galloni di defoliante in alcune delle foreste con più biodiversità del pianeta. In ogni caso, le forze armate USA stanno conducendo una guerra contro la Terra stessa. Uno sforzo così inutile non è avvenuto con poca spesa: il costo totale di tutte le spese militari per il 2012  si stima che ammonti a 1200 miliardi di dollari, un terzo del totale del budget federale. Sono proprio le forze armate che  stanno portando il paese in bancarotta.”  E mette in rilievo anche i costi umani all’interno degli Stati Uniti stessi: ”L’angoscia esistenziale e le disfunzioni dei soldati di ritorno dal fronte è una cosa ordinaria. Un recente studio indica che il 62% dei soldati di rientro dalla guerra in Iraq hanno chiesto una consulenza per la salute mentale, con il 27%  che mostra pericolosi livelli di abuso di alcol. I tassi di suicidio tra i soldati e i veterani sono incrementati drammaticamente negli ultimi anni. Più di 100.000 veterani del Vietnam si sono uccisi, molti più di quelli morti in guerra. Più di 300.000 veterani delle forze armate USA sono al momento senza casa, come rivela un altro studio. (2)

Ripensiamo alle parole di Lenin, per il quale l’imperialismo non è una politica, una scelta spontanea, ma uno sviluppo inevitabile del capitalismo, giunto a un determinato grado di sviluppo. Il paese più potente del mondo non ha scelta, la sua via è quella del capitale finanziario sempre più avventurista e delle guerre predatorie.

Quanto agli imperialismi caudatarii come il nostro, alla tragedia si mescola la farsa. Dopo tante assicurazioni che l’Italia non aveva intenzione di bombardare, Berlusconi ha gettato la maschera. E’ confermato, tuttavia, che a spingerlo a tale passo sono state le pressioni del premio Nobel per la pace Obama (Nobelpax, potremmo chiamarlo, ispirandoci a Orwell).

“Il governo informerà il Parlamento sulle azioni mirate in Libia”, recita uno scarno comunicato. E la Russa ha già detto che non occorre una nuova votazione. Il parlamento “Sovrano”, ridotto a una cassetta delle lettere, è informato dei bombardamenti, prima dai giornali e solo dopo dal presidente del consiglio e dai ministeri degli esteri e della difesa (Il Minipax di La Russa!). Napolitano è d’accordo con i bombardamenti, su questo  non avevamo dubbi.

Il parlamento è ridotto a un talk–show, e ci si aspetta che qualcuno interrompa i dibattiti annunciando: “Pubblicità!”. Dai primi commenti, non pare che sia venuta una vera opposizione alla guerra. Calderoli protesta, non per motivi di principio, ma perché, in cambio dell’impegno militare, non si ottenuto un congruo guiderdone, cioè un valido aiuto alla campagna xenofoba : “Abbiamo già fatto abbastanza mettendo a disposizione le basi e l'appoggio logistico e il pattugliamento anti-radar - prosegue Calderoli -. Personalmente non avrei dato neanche questa disponibilità se non in cambio di un concreto concorso delle forze alleate al respingimento dell'immigrazione clandestina e alla condivisione del peso dei profughi”.

Ancor peggio la Finocchiaro: “Il nostro riferimento continua ad essere la risoluzione 1973 dell'Onu. Se verranno confermati i confini di quella risoluzione il Pd non farà mancare il suo assenso... Quello che troviamo gravi  sono le divisioni irresponsabili che continuano a manifestarsi dentro il governo con la Lega che continua a prendere le distanze dalle decisioni di Berlusconi. Questo è un fatto per noi inaccettabile che testimonia della crisi continua e irreversibile di questo esecutivo”. (Unità.it 25/04/2011)

Trova gravi, non i bombardamenti, ma la presa di distanza della Lega che, sia pure per motivi elettorali, intacca l’Union sacrée.

Geniali le dichiarazioni di Gasbarra, Pd:  “La decisione del governo italiano di partecipare alla missione libica con azioni belliche dirette è grave e in palese contrasto con l'articolo 11 della Costituzione...   Una modifica così rilevante della missione deve essere decisa dal Parlamento che va convocato per votare l'autorizzazione  a bombardare e non può certo bastare una semplice informativa”. Prima parla dell’incostituzionalità dei bombardamenti, poi pensa che il parlamento possa autorizzarli. Questa è alta sapienza giuridica!

Qui si vede che, sui temi essenziali, non c’è differenza tra Pd e Pdl, partiti che hanno sposato in pieno la causa dell’imperialismo. Eppure c’è chi ha ancora il coraggio di parlare di “sinistra” a proposito del Pd.

Non a caso, più lettori dell’Unità  hanno commentato l’articolo con queste parole: “vergognoso il PD, vergognosa la Finocchiaro, questa è la Caporetto di quello che fu la sinistra italiana”. Un altro: “ma la finocchiaro, invece di acquattarsi, pronta a far cadere il governo, che fa? dice che potrebbero anche offrire la solita stampella? ah, dimenticavo, è una questione di ideali interventisti, al cuore non si comanda.”  Un terzo: “Bene, questa è un occasione da non perdere per mandare a casa Berlusconi. Peccato che ci penserà di nuovo il PD a salvarlo. Come per il primo voto sull'intervento contro la Libia, dove senza i voti del PD il governo sarebbe andato sotto. Scommettiamo???” Un quarto grida senza fine: “finocchiara vergognati finocchiara vergognati ...” E un quinto, dalla memoria lunga:  “Gasbarra del PD ha accusato il governo di violare l'art.11 della costituzione. Giusto, come fece D'Alema per il Kossovo.” Ci sono anche commenti interventisti, che vi risparmio.

Le risposte che abbiamo riportato mostrano che esiste nel paese una tendenza antimilitarista, che non trova una rappresentanza in nessun partito del parlamento, e che ha bisogno solo di un centro di riferimento, di un’organizzazione in grado di collegare le proteste e dare all’indignazione e alla collera uno sbocco politico.

Michele Basso

27 aprile 2011
 

Note

1) George Orwell, “1984”, “Appendice, I principi della neolingua”.

2) Dana Visalli, “La guerra globale degli USA contro il pianeta terra. Un’analisi delle forze armate statunitensi”, Globalresearch.ca, in ComeDonChisciotte, 20 aprile 2001.


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Mobilitiamoci contro la partecipazione dell'Italia alla guerra imperialista!

di Fosco Giannini

su l'Ernesto Online del 30/04/2011

In nome della Costituzione, mobilitiamoci contro la partecipazione dell'Italia alla guerra imperialista!

Giovedi 28 aprile 2011: i “ Tornado” italiani decollano dalla base area di Trapani Birgi e si dirigono a Misurata per sganciare bombe e missili su sconosciuti “obiettivi militari”. E’ la missione di guerra con la quale il governo italiano dichiara la resa totale al progetto di aggressione armata degli Usa, della Francia e della NATO contro la Libia. Il premio Nobel per la pace Obama ha piegato e subordinato a sé, alla sua determinata volontà di guerra imperialista, sia Berlusconi che la quasi totalità del Parlamento italiano, passando per lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, peraltro grande amico storico degli USA. La guerra è la tragedia più grande dell’umanità; la guerra imperialista – con la sua dichiarata, ferina volontà di assassinio di un popolo per mano di un altro popolo – ha la forza di evocare tutta la pulsione bestiale che ancora abita nell’essere umano, o per meglio dire che si perpetua all’interno di un sistema, quello capitalistico, che ha come suo valore cardine il profitto e come pulsione maggiore la spoliazione dei popoli. Questa drammatica consapevolezza deve indurci a svelare la verità, anche quand’essa è imbarazzante, difficile. Chi scrive, dunque, non può tacere, non può non ricordare che durante l’ultimo governo Prodi, il fascino “democratico” di Obama colpì anche figure specchiate del movimento pacifista come la senatrice Lidia Menapace che, assieme a diversi altri senatori del PRC e della sinistra, aspettava il futuro Presidente come il liberatore, come colui che avrebbe portato il vento della pace, e in virtù di questa speranza criticava quei senatori e deputati di Rifondazione che si battevano contro la guerra in Afghanistan, definendoli massimalisti e irresponsabili. Obama avrebbe cambiato le cose. Occorreva solo resistere e attendere pazientemente. Oggi, Obama, spinge il nostro intero Paese ad una nuova guerra, all’ennesima, brutale e delinquenziale aggressione imperialista.

Il miserrimo balletto italiano ( “voliamo ma non bombardiamo”) è finito: bombardiamo, distruggiamo, massacriamo, partecipiamo da protagonisti armati al disegno – chiaro a tutti – di smembramento colonialista della Libia e di occupazione militare imperialista della Cirenaica ( dove si trova il 70% del petrolio che appartiene al popolo libico). La nevrotica accelerazione che è stata impressa al disegno di aggressione militare porta in superficie in modo inequivocabile “l’inconscio” imperialista: i padroni del mondo non ne potevano più di accettare passivamente la rivoluzione gheddafiana del ’69, attraverso la quale era stato tolto loro il topo dalla bocca, il petrolio libico. Non ne potevano più di subire tanta mortificazione e hanno ripreso le armi. Il petrolio, il gas e l’acqua della Libia torneranno ai “naturali” padroni del mondo. Per questo grande obiettivo vale la pena praticare ogni orrore, perdere ogni coerenza e moralità: si massacrerà il popolo libico, si costruirà un potere filoamericano, si tenterà di trasformare la Libia in una nuova Arabia Saudita, si tenterà di uccidere l’ex amico Gheddafi ( come dimostrano i ripetuti bombardamenti sul compound di Bal al-Azizya, dove il leader libico risiede) o farlo impiccare successivamente, dopo la scontata condanna di un Tribunale internazionale amico di Obama il pacifista.

Il prossimo ottobre scatterà il centesimo anniversario della prima guerra dell’Italia contro la Libia. Come ricorda Angelo Del Boca quell’attacco imperialista portò alla costituzione di quindici campi di concentramento, ove furono internati 100 mila libici, dei quali 40 mila morirono di stenti e inaudite sofferenze. Si bombardò, si torturò, si utilizzarono contro le popolazioni libiche le armi chimiche, si impiccarono centinaia di oppositori, se ne esiliarono altre migliaia. L’aggressione italiana fu lunga, sanguinaria, maledetta: proseguì dal 1911 sino al 1934, con infinite stragi e bagni di sangue. Ora, a cent’anni di distanza, mentre potevamo illuderci che potesse subentrare nella coscienza delle nostre classi dirigenti il senso delle vergogna, riemerge invece – intatta – la bramosia imperialista del saccheggio e della spoliazione: come se nulla fosse accaduto, come se fossimo immemori dei nostri stessi orrori, ripartiamo con la bava alla bocca per conquistare il nostro pezzo di carne della gazzella libica. E fa davvero male pensare che a capo di questo cruento safari colonialista si sia posto il Presidente della Repubblica, immemore dei nostri orrori colonialisti e primo difensore, stando alle sue stesse parole, della Costituzione italiana contraria alla guerra.

L’Italia bombarda, partecipa alla carneficina, ripete la propria storia sanguinaria e le piazze sono vuote, il movimento pacifista è debole, disperso, non all’altezza del proprio compito. Lo scarto tra la guerra, la qualità predatoria, sfacciatamente imperialista di questa guerra e la debolezza del movimento per la pace è ciò che più di ogni altra cosa colpisce. E’ del tutto evidente che oggi paghiamo il conto finale di una lunga seria di tradimenti, mutazioni, rese, errori, involuzioni politiche e istituzionali che hanno desertificato lo spazio sociale e politico a sinistra e messo in ginocchio anche il movimento contro la guerra. Lo scioglimento del PCI, il fallimento del processo di rifondazione comunista, l’organicità di tanta parte della sinistra al potere e alla concezione del mondo capitalistica ci hanno ridotto in queste condizioni.

La troppo debole risposta del movimento per la pace all’entrata in guerra dell’Italia ci dice come l’ideologia dell’imperialismo umanitario abbia fatto breccia anche in tanta parte del senso comune di sinistra. Le televisioni di Berlusconi e quelle dell' "opposizione", all'unisono, raccontano quotidianamente dei “ massacri di Ghedaffi ” e nessuna controinformazione ha la forza di ripristinare la verità su quella stessa scala di massa o su di una scala anche molto minore, dicendo da chi sono armati gli insorti ( dai francesi, dagli americani, dagli inglesi), da chi sono guidati ( da esponenti ex gheddafiani e filoamericani della classe dirigente libica), da chi sono addestrati ( dai francesi, dagli inglesi, dalla NATO, dalla CIA, ed ora anche dai primi dieci esperti militari italiani, giunti nei giorni scorsi a Bengasi) e qual è il loro progetto strategico ( essere cavallo di Troia per la costruzione di governi quisling filoamericani, filo francesi, filo imperialisti). 

L’egemonia dell’imperialismo umanitario è tanto forte da infiltrarsi anche all’interno di coscienze di grande spessore intellettuale come quelle di Rossana Rossanda, che parteggia così apertamente per gli insorti, al punto di evocare “brigate internazionali” da schierare al loro fianco. E il cedimento di coscienze strutturate come quella della Rossanda ci danno la misura di quanti pacifisti possono essere stati trascinati nel dubbio e nella passività dalla seduzione ideologica dell’imperialismo umanitario.

La guerra è l’evento centrale che, sempre, scopre il quadro politico d’insieme. La risposta insufficiente del movimento contro la guerra mette in luce l’aspetto drammatico dell’assenza di un partito comunista radicato, di quadri, di militanti in grado di uscire immediatamente nelle piazze trascinandovi altre forze della sinistra e pacifiste. E pone all’ordine del giorno la costruzione di un tale partito e di una più grande sinistra di classe. Così come la completa accettazione della guerra da parte del PD mette in luce problemi enormi, non solo legati alla natura intima del partito di Bersani ma anche – naturalmente e in modo drammatico – legati alla politica delle alleanze che i comunisti e la sinistra di classe e di alternativa possono realisticamente condurre in questo Paese.

Ottimismo della volontà e pessimismo della ragione: non possiamo non chiedere ai comunisti, in queste ore, in questi giorni, uno sforzo supremo per svolgere il ruolo d’avanguardia che ad essi compete, chiedendo loro di organizzare celermente, ovunque possibile, evocando tutte le forze disponibili, iniziative e presidi contro la guerra. Rimboccarsi le maniche, essere in piazza, dannarsi l’anima: se non ora quando?

Nel contempo sappiamo che il problema non può essere risolto con un surplus di soggettivismo. Abbiamo tre problemi fondamentali di fronte a noi: la ricostruzione di un partito comunista all’altezza della fase, che sappia riproporsi come motore della lotta, a cominciare dalla lotta antimperialista; la costruzione di una sinistra più vasta in grado di incidere sul quadro sociale e politico complessivo e la delineazione di una progetto politico di respiro che liberi questo Paese dall’egemonia berlusconiana, di destra e subordinata ai disegni di guerra degli USA e della NATO. Un progetto politico che si differenzi nettamente da quello del centro sinistra di Prodi, risultato non all’altezza dei problemi. Un compito estremamente arduo, il delineare un tale progetto, specie di fronte ad un PD incapace di coraggio e svuotato ormai di ogni spinta trasformatrice. 

Ma il compito di delineare un progetto di alternativa credibile non possiamo ( specie noi comunisti) non porcelo, pena la vittoria strategica del berlusconismo e il consolidamento del suo regime di guerra, autoritario, antioperaio e anticostituzionale; pena la consunzione finale delle stesse forze comuniste e di sinistra.

Si tratta, probabilmente, di alzare gli occhi e non pensare più ad una politica di alleanze che si riduca al solo – e molto problematico – rapporto con i partiti e i partitini del centro sinistra, col PD. E’ forse l’ora di allungare lo sguardo, di pensare ad un sistema di alleanze tra le forze sociali più avanzate del Paese, riportando al centro del quadro politico il mondo del lavoro e rompendo il fronte borghese. Questioni qui appena accennate, difficili, problematiche, sulle quali tuttavia vale la pena riflettere.



#2657 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 1 Mag 2011 11:56 am
Oggetto: Visnjica broj 863
jugocoord
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SCIMMIOTTANDO IL DUCE E IL RE


<< Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi! >>
Vittorio Emanuele II, 10 gennaio 1859

<< Si proclama "protettore dell'Islam". (...) Nel cuore di Tripoli, Mussolini alza nuovamente la spada verso il cielo e, dopo avere promesso di «tenerla con sé fra i ricordi più cari come simbolo di forza e di giustizia», dichiara solennemente che l'Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell'Etiopia «pace, giustizia, benessere e rispetto delle leggi del profeta». >>
18 marzo 1937, Mussolini in Libia

<< Se pensiamo a quello che e' stato il nostro Risorgimento non possiamo rimanere indifferenti a una sistematica repressione dei diritti umani in qualsiasi paese (...) Non possiamo lasciare che vengano distrutte e calpestate le speranze accese di un risorgimento nel mondo arabo. >>
Libia: Napolitano, non possiamo rimanere indifferenti a repressione

<< Non potevamo restare indifferenti alla sanguinaria reazione del colonnello Gheddafi in Libia: di qui l'adesione dell'Italia al giudizio e alle indicazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e quindi al piano di interventi della coalizione postasi sotto la guida della NATO. >>
Intervento del Presidente Napolitano all'incontro con gli esponenti delle Associazioni Combattentistiche e Partigiane e le Associazioni d'Arma
Roma, 26/04/2011



#2658 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 1 Mag 2011 5:39 pm
Oggetto: Evviva il partigiano! Franc Rozman – Stane 1911-2011
jugocoord
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(slovenscina / italiano)

Evviva il partigiano!

1) Slovenski »evropartizan« razdvaja politiko (Anže BožiÄ)
2) Slovenia: il partigiano e l'Euro (Stefano Lusa)

LINK: 
€2 commemorative coin Slovenia 2011
http://en.wikipedia.org/wiki/File:€2_commemorative_coin_Slovenia_2011.png
EUROPARTIZAN - Komandant Stane - 2 euro
Il francobollo commemorativo
Franc Rozman – Stane - From Wikipedia, the free encyclopedia
http://en.wikipedia.org/wiki/Franc_Rozman_–_Stane


=== 1 ===

in english: 100th anniversary of the birth of the national hero Franc Rozman – Stane


100-letnica rojstva narodnega heroja Franca Rozmana – Staneta


Franc Rozman - Stane se je rodil 27. marca 1911 v Spodnjih PirniÄah pri Ljubljani. Imel je revno in težko otroÅ¡tvo. Pri petnajstih je bil hlapec v gostilni, nato pa se je izuÄil za pekovskega pomoÄnika. Že kot fant se je navduÅ¡eval za vojsko in bil po izbruhu Å¡panske državljanske vojne med prvimi jugoslovanskimi prostovoljci v Å paniji. V Jarmi je konÄal podÄastniÅ¡ko Å¡olo. Postal je poroÄnik in poveljnik Äete, nato pa stotnik in poveljnik bataljona v mednarodni brigadi. Bil je resen in odloÄen borec. Po vojni v Å paniji je preživel nekaj Äasa v francoskih taboriÅ¡Äih, potem pa pobegnil in se vrnil v domovino.
 
Takoj po okupaciji je organiziral partizanske enote na Å tajerskem in bil vojaÅ¡ki inÅ¡truktor in organizator Å tajerskega bataljona. Spomladi 1942 je postal poveljnik slovenske partizanske brigade, ustanovljene na Kremeniku na Dolenjskem. Å tela je veÄ kot tristo borcev in je bila tedaj najmoÄnejÅ¡a slovenska partizanska enota. Od julija 1943 je bil poveljnik Glavnega Å¡taba NOV in POS s Äinom generala, ki ga je vodil vse do svoje smrti. Umrl je 7. novembra 1944 v BolniÅ¡nici OF Kanižarica pri ÄŒrnomlju za posledicami rane, ki jo je dobil med preskuÅ¡anjem novega orožja. Po smrti je bil proglaÅ¡en za narodnega heroja Jugoslavije in je pokopan v grobnici narodnih herojev v Ljubljani.
 
Komandant Stane, kakor so ga imenovali partizanski borci, je bil izraz idej in upanja slovenskega naroda med narodnoosvobodilnim bojem in velja za enega najsvetlejših likov iz obdobja NOB.
 
Republika Slovenija ob stoletnici rojstva narodnega heroja Franca Rozmana - Staneta izdaja spominski kovanec za dva evra. Na kovancu je upodobljen lik Franca Rozmana - Staneta, v spodnjem delu pa je dodana peterokraka zvezda, ki je simbol gibanja, kateremu je komandant Stane pripadal.
 
Avtor idejnega osnutka: Edi Berk, Ljubljana 
Izdelava in kovanje: Mint of Finland, Vantaa/Finska

Obseg izdaje: 1 milijon kovancev 
V obtoku: od 21. marca 2011

Uradni list EU, Å¡t. 2011/C 57/05 - 23. 2. 2011


=== 2 ===

Dall'articolo che segue omettiamo alcuni passaggi sciocchi ed offensivi nei confronti della Lotta di Liberazione slovena e jugoslava. Per gli interessati, l'articolo integrale si può leggere alla URL: 


Slovenia: il partigiano e l'Euro

Stefano Lusa | Capodistria 8 aprile 2011

La stella a cinque punte torna sulle monete europee a più di vent’anni di distanza dal crollo del muro di Berlino. La Slovenia ha infatti emesso da poco un milione di monete da due euro, dedicate ad un leggendario comandante partigiano, Franc Rozman

Gli stati della zona euro possono battere ogni anno una moneta celebrativa o commemorativa. Loro decidono la faccia e la Banca Centrale Europea la quantità. La prima fu coniata dalla Grecia nel 2004 in occasione dei giochi olimpici. Poi ce ne furono altre che ricordavano le Nazioni Unite, la Costituzione europea, il processo di allargamento, il suffragio universale ed altri importanti avvenimenti.
Nel 2008 la Slovenia volle commemorare Primož Trubar, l’autore del primo libro sloveno, mentre nel 2010 ha ricordato il duecentesimo anniversario dell’apertura del giardino botanico di Lubiana. Quest’anno invece ha scelto di celebrare il centesimo anniversario della nascita di un leggendario comandante partigiano, Franc Rozman - Stane.

Il comandante

Nato in un paesino nei pressi di Lubiana, Rozman fece della resistenza il suo scopo di vita. Il comandante Stane tentò, senza riuscirci , già nel 1935, di unirsi agli etiopi per contrastare l’invasione italiana; poi partecipò, con le Brigate internazionali alla guerra di Spagna e dopo l’invasione della Jugoslavia si unì al Fronte di liberazione sloveno (OF). Ben presto divenne comandante di una brigata partigiana e nel luglio del 1943 fu nominato comandante del Comando superiore dell’esercito resistente in Slovenia. Morì nel novembre del 1944 a causa dell’esplosione di un mortaio che era appena stato fornito ai partigiani dagli inglesi. [...]
La stella
Sulla moneta, a lui dedicata, oltre all’effige, il nome e la data di nascita e di morte compare anche la stella. “Il simbolo – motivano dalla banca di Slovenia - del movimento a cui il comandante Stane appartenevaâ€. La decisione è stata presa da un’apposita commissione che ha potuto scegliere tra 31 proposte. Tra di esse c’era anche quella di dedicare la moneta al ventesimo anniversario della proclamazione dell’indipendenza dalla Jugoslavia.
Per ricordare questa ricorrenza ci si dovrà invece accontentare di alcune monete da collezione. In pratica quasi la stessa attenzione che il conio di Stato dedicherà al campionato mondiale di canottaggio in programma a Bled.
La scelta di privilegiare un partigiano e di usare l’iconografia del regime comunista ha provocato una serie di polemiche sia in patria sia all’estero. A gongolare sono soprattutto i reduci che vedono ancora una volta il Paese celebrare i fasti della Seconda guerra mondiale. D’altra parte c’è chi grida allo scandalo. I giovani di Nuova Slovenia, una formazione extraparlamentare clericale e conservatrice, hanno definito sprezzantemente il comandante partigiano null’altro che un criminale di guerra, mentre altri hanno parlato di una provocazione soprattutto perché il tutto è avvenuto mentre la Slovenia si appresta a celebrare il ventennale dell’indipendenza.

Rossi e bianchi

Il Paese è così per l’ennesima volta ritornato al clima di “guerra culturale†tra “rossi†e “bianchiâ€. Nel centrosinistra ci tengono a sottolineare che l’indipendenza slovena ha radici profonde e parte proprio dalla resistenza, quindi fornendo così una giustificazione alla scelta di celebrare il comandate Stane. Del resto, nei mesi scorsi, lo stesso ministero dell’Istruzione ha pensato bene di accomunare nelle scuole il ricordo del settantesimo anniversario della costituzione del Fronte di liberazione con il ventesimo anniversario dell’indipendenza. L’iniziativa dal titolo “Stringi il pugno†è stata presentata con un manifesto simil-ciclostilato di impronta real-socialista su cui capeggia un pugno chiuso rosso.
Il centrodestra, invece, non manca di presentare il periodo comunista e la vittoria delle truppe di Tito come un'enorme iattura. Il Paese - dicono – sarebbe caduto in mano ai comunisti che misero in atto una feroce e sanguinosa resa dei conti che riempì la Slovenia di fosse comuni. In sintesi, se i primi considerano quello jugoslavo, seppur con i suoi errori, un comunismo dal “volto umanoâ€; i secondi non sono disposti a fare nessuno sconto e lo paragonano in tutto e per tutto a quello del resto dell'est Europa.
In quest’ottica si muovono anche i governi sloveni di differenti colori. Il precedente esecutivo di centrodestra partecipò con entusiasmo alle iniziative che condannavano i crimini del comunismo; mentre l’attuale compagine di centrosinistra (o i suoi uomini) ha fatto una serie di scelte che sembrano andare in tutt’altra direzione: a Lubiana è stata intitolata una via al maresciallo Josip Broz – Tito, un’alta onorificenza è stata concessa all’ultimo ministro degli Interni della Slovenia socialista ed ora è stata emessa anche una moneta con una bella stella a cinque punte. [...]



#2659 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Lun 2 Mag 2011 5:46 pm
Oggetto: Video su RADE KONÄŒAR a Cividale (UD) e Torino
jugocoord
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Presentazioni del video 

RADE KONÄŒAR. UNA STORIA DI OPERAI JUGOSLAVI

a Cividale del Friuli (UD), 15 maggio 2011
e a Torino, 17 maggio 2011

Sabato 21 maggio il video sarà presentato anche a Terni, assieme ad altre recenti opere dedicate alla Resistenza jugoslava: prossimamente i dettagli.


1) Cividale del Friuli (UD) 15 maggio 2011
ore 17, c/o Sala dei Gessi - Società Operaja - Foro Giulio Cesare 15

proiezione del video 
RADE KONÄŒAR. UNA STORIA DI OPERAI JUGOSLAVI

Parteciperanno alla serata Piera Tacchino (co-autrice) e Rajka Veljovic (Zastava Kragujevac- Serbia)
Organizza ANPI - Sezione di Cividale del Friuli
Aderiscono: SPI/CGIL - Circolo Iskra - Associazione Liumang


SCARICA LA LOCANDINA (PDF 3,5MB)http://www.cnj.it/INIZIATIVE/volantini/cividale150511.pdf


2) Torino 17 maggio 2011
ore 19:30 presso Museo diffuso, Corso Valdocco 4/a
 

proiezione del video 
RADE KONÄŒAR. UNA STORIA DI OPERAI JUGOSLAVI

Parteciperanno alla serata Bude KonÄar, Rajka Veljovic (Zastava Kragujevac- Serbia),
Paola Olivetti (ANCR) e le co-autrici
Organizzano ANCR, Museo Diffuso, CNJ-onlus, Ass. Piemonte-Grecia


SCARICA LA LOCANDINA (PDF 2,5MB)http://www.cnj.it/INIZIATIVE/volantini/Torino170511.pdf


*** IL VIDEO ***

RADE KONÄŒAR
UNA STORIA DI OPERAI JUGOSLAVI

Scritto e diretto da:
Tamara Bellone, Gordana Pavlović, Piera Tacchino

mini DV - durata 120’ 
Video autoprodotto e senza fini di lucro
Torino, 23/07/2010


Sinossi
Il film documentario racconta la vita di Rade KonÄar, Segretario del Partito Comunista Croato, giustiziato dagli italiani nella Seconda Guerra Mondiale e di sua moglie Dragica, barbaramente uccisa, nello stesso periodo, dagli ustaÅ¡a.
La ricostruzione storica è integrata dalle testimonianze di Bude KonÄar, fratello e cognato dei protagonisti, Slavko Lukas, processato dagli italiani assieme a Rade KonÄar e di numerosi partigiani e antifascisti.
Il saggista Giacomo Scotti offre ulteriori spunti per riflettere sull’occupazione italiana della Jugoslavia.
La Jugoslavia è vista negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, caratterizzati dalla crisi economica e dalle lotte sindacali, durante la criminale occupazione tedesca e italiana, fino alla liberazione.
I testimoni intervistati vengono raggiunti viaggiando nella ex Jugoslavia, tra i ricordi del passato, spesso deturpati e la nuova organizzazione economica e statale.
   
Dichiarazione degli autori
Gli Italiani non hanno ancora provato ad analizzare seriamente la storia dei crimini nei confronti dei popoli da loro occupati, facendo una dannosa e talvolta ridicola opera di rimozione.

Bio filmografie degli autori

Tamara Bellone (Torino 13 agosto 1952)
da quindici anni realizza video ammessi  a concorsi nazionali e internazionali.
“Bentornato†realizzato con Piera Tacchino ha vinto il premio “Round†(Rimini) per il miglior video e il premio “Anpi†al Valsusa Film Festival
“Tecka Breda†realizzato con Piera Tacchino e Boris Bellone ha vinto il premio per “La storia più bella†al Valsusa Film Festival
“Grecia – Appunti sui danni causati dall’occupazione italianaâ€, un documentario di 90’, realizzato con Nietta Fiorentino, Ghiorgos Korras e Piera Tacchino ha avuto una considerevole diffusione in Italia, in alcune università estere ed è stato proiettato ed apprezzato in Grecia. 
L’autrice ha partecipato al film collettivo “Walls and Bordersâ€. 
Ha scritto alcune sceneggiature con Paolo Docile e Piera Tacchino riscuotendo premi e/o riconoscimenti. 

Gordana Pavlović (RaÄa, Serbia 15 maggio 1965) 
impegnata nella diffusione delle informazioni sulla situazione economica e sociale della ex Jugoslavia  e nella conservazione della memoria storica e delle tradizioni popolari, organizza eventi culturali. Ha fondato un’associazione non governativa che si occupa dei profughi dei territori della ex-Jugoslavia.

Piera Tacchino (Torino, 10 luglio 1952)
da quindici anni realizza video ammessi a concorsi nazionali e internazionali.
“Bentornato†realizzato con Tamara Bellone ha vinto il premio “Round†(Rimini) per il miglior video e il premio “Anpi†al Valsusa film Festival
“Tecka Breda†realizzato con Tamara Bellone e Boris Bellone ha vinto il premio per “La storia più bella†al Valsusa Film Festival.
“Grecia – appunti sui danni causati dall’occupazione italianaâ€, un documentario di 90’, realizzato con Tamara Bellone, Nietta Fiorentino, Ghiorgos Korras, ha avuto una considerevole diffusione Italia e in alcune università estere, è stato proiettato ed apprezzato in Grecia. 
L’autrice ha partecipato al film collettivo “Walls and Bordersâ€.
Ha scritto alcune sceneggiature con Paolo Docile e Tamara Bellone riscuotendo premi e/o riconoscimenti. Ha realizzato alcuni video con Roberto Sardo.

le richieste vanno indirizzate a: p.tacchino @ torinofacile.it


#2660 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Gio 5 Mag 2011 1:15 pm
Oggetto: adesione per Roma 14/5: GAZA, STIAMO ARRIVANDO
jugocoord
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Il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia onlus aderisce ed invita tutti/e a partecipare alla manifestazione nazionale di sostegno alla FREEDOM FLOTTILLA II - contro ogni concezione di statualità fondata sull'esclusione religiosa, etnica o razziale, per i legittimi diritti della popolazione palestinese, per la pace e la fratellanza fra i popoli. Restiamo umani!

Il direttivo di CNJ-onlus

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GAZA, STIAMO ARRIVANDO. CON VITTORIO NEL CUORE

Le adesioni alla manifestazione nazionale del 14 maggio

Con l’approssimarsi della manifestazione nazionale del 14 maggio, vogliamo rivolgere un appello a tutte le associazioni, le forze politiche e le personalità che hanno aderito al progetto della Freedom Flotilla per far cessare l’assedio di cui i Palestinesi della Striscia di Gaza sono vittime da anni.

Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri egiziano sull’ipotesi di un’apertura permanente del valico di Rafah ci incoraggiano ancora di più nel nostro progetto di raggiungere la Striscia via mare, sfidando il blocco israeliano insieme a tutte le organizzazioni della coalizione internazionale della Freedom Flotilla 2 – Stay Human

Il governo israeliano sta decidendo come affrontare la Flotilla, in un quadro regionale segnato da profondi sconvolgimenti, fra i quali la rinnovata unità delle forze politiche palestinesi, dopo anni di divisioni, unità che preoccupa oltre ogni misura l’occupazione israeliana. Non dimentichiamo come l’unità della resistenza sia stato un obiettivo per cui si sono mobilitati tanti giovani palestinesi, e come a questo obiettivo abbia dedicato le sue energie il nostro compagno, fratello ed amico Vittorio Arrigoni. Vittorio sarà sempre con noi, nei nostri cuori, nelle piazze, sulle nostre navi ed in tutte le nostre battaglie per la liberazione della Palestina e per una pace giusta in Medio Oriente.

I dirigenti israeliani si sono rivolti all’ONU ed ai governi, pretendendo che impediscano la partenza delle nostre navi, e il governo italiano ha prontamente risposto all’appello di Tel Aviv.

L’assalto dell’esercito israeliano alla prima Freedom Flotilla, lo scorso anno, è costato la vita a nove attivisti. Anche oggi, il governo israeliano rivendica la legittimità dell’assedio e nega la crisi umanitaria in cui versa Gaza a causa dell’assedio, e attribuisce alla flotilla intenti terroristici, preparando così il terreno per nuove iniziative di forza, immaginando che, come è sempre avvenuto in questi anni, alle blande condanne dei governi non farà seguito alcuna sanzione.

Il solo strumento di difesa che abbiamo è la solidarietà della società civile e delle forze democratiche. Vorremmo che questa solidarietà si manifestasse in tutta la sua ampiezza nella manifestazione del 14 maggio, ed è per questo motivo che chiediamo a tutti di esercitare il massimo sforzo affinché quel giorno vi sia la più ampia e determinata partecipazione. Chiediamo a tutte le organizzazioni di farci pervenire la propria adesione e di impegnarsi per far confluire a Roma il maggior numero di persone. Sono già in molti ad essersi attivati, a dimostrazione di quanto sia forte il bisogno di manifestare la propria solidarietà ai Palestinesi, ma c’è ancora molto da fare.

Il momento critico che sta attraversando la democrazia italiana, segnato prepotentemente dalla guerra e dalla volontà di impedire importanti consultazioni popolari, rende necessario mettere in campo la forza dei movimenti e della società civile.

La manifestazione del 14 maggio è un appuntamento importante per gli amici del popolo palestinese e della pace, per tutti quelli che credono nella democrazia, nella libertà, nella giustizia sociale e nei diritti umani. Un appuntamento da non mancare.

Il Coordinamento Nazionale della Freedom Flotilla Italia – Stay Human

Per adesioni: roma@...

Prime adesioni pervenute:

Forum Palestina
Associazione Palestinesi in Italia
Free Gaza Movement Italia
ISM-Italia
Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese
Associazione Zaatar Onlus
Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese
Comitato Brindisi per Gaza
Associazione Amicizia Sardegna – Palestina
Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus (Firenze)
Comitato Palestina Bologna
Coordinamento Campagna BDS Bologna
Comitato “Con la Palestina nel cuore”
Comitato Pistoiese per la Palestina
Rete di Solidarietà con la Palestina e Pace nel Mediterraneo di Pescara
Campagna Solidarietà Palestina Marche
Comitato Perugia Palestina
Comitato di Solidarietà conn il Popolo Palestinese di Torino
Gruppo musicale Handala
Collettivo Politico Fanon – Napoli
Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
Partito della Rifondazione Comunista
Federazione della Sinistra
Partito Comunista dei Lavoratori 
Sinistra Ecologia Libertà
Partito dei Comunisti Italiani
Rete dei Comunisti
Comunisti – Sinistra Popolare
Confederazione Unione Sindacale Italiana – U.S.I.
Per il Bene Comune
Patria Socialista
Forum Ambientalista
Sinistra Critica, Bari – Organizzazione per la Sinistra anticapitalista
Brigate di Solidarietà Attiva – Lazio
Gruppi di Azione per la Palestina – Parma
Un Ponte per…
Deposito Dei Segni Onlus
Comité de Solidaridad con la Causa Árabe /Spagna
Campo Antimperialista
Materiali Resistenti
Coordinamento Secondo Policlinico di Napoli
Assemblea Permanente NO F35 (Novara)
Forum Palestina Novara
Associazione Joe Strummer Magenta
Movimento per la tutela dei diritti dei Musulmani
Associazione LiberaRete
Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos di Campi Bisenzio
Libera TV
Rete No War – Roma
Circolo ARCI Handala – Imperia
Associazione Italia – Cuba – Circolo di Roma
Associazione YAKAAR Italia – Senegal
Women International League for Peace and Freedom (WILPF)
Coordinamento BDS Italia
Campagna Stop Agrexco Italia

... Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus ...
 

QUI per leggere le adesioni aggiornate vai direttamente sul sito
http://www.forumpalestina.org/news/2011/Maggio11/14-05-11AdesioniManifestazioneNazionale.htm )



#2661 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 6 Mag 2011 8:07 pm
Oggetto: Libyan Odyssey and the Dawn of a New Serbian Public Opinion
jugocoord
Invia email Invia email
 

http://www.nspm.rs/nspm-in-english/libyan-odyssey-and-the-dawn-of-a-new-serbian-public-opinion.html

Libyan Odyssey and the Dawn of a New Serbian Public Opinion

Nikola Tanasić   
недеља, 03. април 2011.

“The Arab awakening from the Serbian Perspectiveâ€

An innate interest for geopolitical affairs (as a consequence of the geographic location and accumulated historical experiences), as well as paying a considerably close attention to events on the global scale (being aware that they shape our lives far more than it might seem at first), resulted in the fact that the public opinion in Serbia very sophisticatedly differentiates amongst the finesses present on the world’s political stage for which the equally-educated citizens of the western countries often don’t know that they even exist. In our country, differences are easily observed between infiltrated Mujahedin groups, financed by Saudi Arabia and American global interests on their daily agenda (although they are mostly unconscious of the fact), which operated in Afghanistan, Bosnia, Chechnya, and Kosovo, and which are these days causing troubles in the Middle East and in the Caucasus, from the self-determining and sovereign regimes whose only sin was mainly disobedience of the American and western political dictates, and which, by default, had the lowest concentration of terrorist groups on their territories, yet, in the international arena they were decried to be â€œterrorist harbors†(Iraq, Iran, Siria, Libya). At last, our public very clearly realizes all the fatal similarities between “classic†and “state terrorismâ€, conscious of the fact that killing innocent civilians in order to spread fear and hatred to force political changes doesn’t get any more “humane,†more “distinguished,†or more â€œcivilizedâ€, just because someone spends billions of dollars on the newest instruments of murder, just because one’s mouth is full of “democracy and human rights,†or because one has no heart or stomach to smear his own hands with blood.

Nevertheless, the domestic public, which mostly knows “who’s who†on the world political scene, was rather confused by the series of protests, clashes and political upheavals across the countries of the Maghreb and the Middle East. To the confusion partially contributed the world media houses, whose reports, because their executives and reporters were taken aback by the development of events, were at first surprisingly objective and refrained, that is, until France, Great Britain, and USA officially proclaimed their official policies towards these happenings. On the other hand, it was impossible to resist the notion that, what transpired in Tunisia, Algeria, Egypt, and other countries, was indeed a “movement of the peopleâ€, having in mind that these countries were notorious for high levels of corruption and the horrifying conditions in which their poorest populations still live. So, there was nothing particularly doubtful about their readiness to overthrow their cocooned and dynastical governments and seek sweeping political changes.
    
Serbian endorsement of these revolutions (if we exclude ideologized individuals who more or less equate â€œdemocratization†with the natural evolution) mainly originates from the long-established sympathies for the oppressed, the poor and the contemptible, “the wretched of the earthâ€. This didn’t come solely from the half-century long socialist indoctrination, but without a doubt from the grassroots folklore as well, the folklore which possesses a strikingly freedom-loving, and one might say so, “anti-imperial†elements. This traditional disinclination towards injustice and the national ideology based on the battle for independence from imperial powers and resistance towards various ways of (semi)colonial exploitation has lead to affinity of the Serbian public to the idea that the Arab nations could build a more just and humane social orders for themselves.

On the Extent of the “Twitter Revolutionsâ€

Things, however, seem to get more complicated after taking into account that the first means, that is, the â€œmediaâ€, for organizing the protestors at the initial phases of the “Awakening†was the Internet, primarily the social networks Twitter and Facbook. This question is of course going to open a lot of discussion in the expert circles of sociologists and political theorists in the coming years – since, for the last two years, the two networks have been basically advertised as a potential political means and a tool of civil revolutions (which is suspicious onto itself). Being a topic worthy of its own space, it is enough to emphasize two things here – firstly, there is nothing more natural than the idea that the most contemporary and the most wide-spread means of communication has served as the single convergent point for crystallization of the popular rebellions in Tunisia, Algeria, Egypt, and other Arab countries. Having in mind the fact, put into the foreground countless times, that the Arab cultural space extends significantly beyond the boundaries imposed on it by the selfish and hoggish elites from specific countries, and that the capabilities of organizing massive actions via social networks are virtually limitless, it seems to be a very logical conclusion that the social networks represented the key asset of the protestors, to which the retrograde authorities paid too little attention, becoming, at the end, the very cause of their downfall. This was enough to officially christen the protests as Twitter and “Facebook Revolutions,†despite the regime of Hosni Mubarak introducing, and all other countries adopting, the practice of crashing the internet as a means of control, which, obviously, did not disrupt further conduct of the protests at all.
On the other hand, as romantic as the idea of people succeeding via “tweeting†and “liking†in bringing down a few osseous, deeply militarized and  political technology-wise extremely self-conscious regimes, the virtual space, as shown in these events, still has kept its status of “shadow reality†and a mere echo of the real world. This was proved by at least a few key facts. First and foremost, no matter how much the Western media tried to portray the demonstrators in the Maghreb as “young and educated middle class demanding democracyâ€, the main protagonist of the revolt were the hungry masses which neither use the social networks, nor would they know how to set a politically self-conscious “status†in perfect English, which was evidently the case with the protest organizers on the internet. This problem is particularly visible when having in mind the fact that the network Twitter is for the most part used and followed by Americans (excluding the fashion of “tweeting†imposed on the Russian politicians by Dmitry Medvedev), and has practically been integrated into their national information (that is, propaganda) systems along the lines of some “21st century CNNâ€. The fabrication of Twitter as a firmly controlled “incubator of revolutionary ideas†we saw two years ago, with the world-wide promotion of this network as a means of fighting against the regime in Iran – another series of protests with posters in English and an extremely “external†political orientation. (The demonstrators were obviously sending their messages to the West and not to their fellow citizens and compatriots.) Finally, Twitter has a whole range of editing, evaluating, and censoring instruments used for sorting out “everyday croaking†from the “relevant tweeting,†favoring the statements made by the officials from the American administration and reports “from the scene of events†sent by the renowned reporters from Western news agencies and media houses. On the other hand, if we are talking about the far more “popular†and “democratic†Facebook, it turned out that the key problem there was dispersion of information and the lack of focus. This has finally lead to a somewhat paradoxical situation in which Muammar Gaddafi reigns this network supremely thanks to the support from citizens of Serbia, who simultaneously – so far – had no success in organizing any serious protest in “the real worldâ€.

Reporting of the “Classical†Media

Illusions dispelled long-ago about the “objectivity†of the Western and the global media and their relevancy as â€œsources of informationâ€, as well as vivid memories of our own suffering under the boot of the same army now being active in Libya, have brought up, despite reserved sympathies towards the whole idea of “Arab Awakeningâ€, a restraint of a large portion of the Serbian community facing the news that the “peaceful protests†against the regime of Muammar Gaddafi in Libya quickly turned into an armed uprising. At a glance, too many things in Libya were different from the developments in Tunisia and Egypt, which were carefully followed by our media, as well as from the later protests, conflicts and counter-measures of repression in Qatar, Bahrain and Saudia Arabia, and to a certain degree in Yemen (which has been for decades in a state of suspended civil war). Besides the obvious armed nature of the uprising, the pre-prepared iconographies and the involvement of the “traveling revolutionary circus†with so many times seen slogans and scenarios of escalating violence, the most indicative thing is precisely the behavior of the global “classical†media.
Since these propaganda systems are able to “report†only prepared-in-advance tirades about prepared-in-advance events, they were visibly perplexed and restrained during the early phases of the “Arab Awakeningâ€, when they quite literally “didn’t know what to thinkâ€. However, when the rebellion in Libya started, and in particular when it was necessary to prepare the terrain for a new international intervention, it was obvious that the world media “consolidated their ranks†and took on the events with ready-to-use information scenarios and strategies for escalation. While the actions of the “rebels,†romantically wearing flags of the “good king Idris†(just as the Iranian emigration protesting in Europe gladly waves the “Shah’s flagâ€) are practically broadcasted live, news from Qatar and Bahrain are limited and censored news, while from Saudia Arabia practically nothing else except for the government statements can be obtained. Yet, the developments in those countries deserve maybe even more attention and they have deeper political roots than the dealings in Libya.

Even then it is easy to see the “crackling†of the global media machinery which has been for quite a while far away from that unstoppable and ever-present “Matrix†from the nineties. The reason for this is not only their rocky creditability, after their scandalous manipulations regarding FR Yugoslavia, Afghanistan, and Iraq, have been made public. It is neither because of their integrity being broken up by successful media counter-actions, for example, by China in Tibet, and by Russia in Ossetia. The reason is,  first and foremost, because they have largely sunken themselves irreversibly into the virtuality of their own lies, illusions, and self-deceptions, losing so even the slightest foundation in reality. Hence, more and more often it happens that the events on the â€œterrain†simply “can’t follow up†on their self-fulfilling prophecies (rebels can get nowhere close to the very cities they “liberated,†newly-formed democratic institutions threaten foreign missions that come to give them support, and the “liberation armyâ€, besides the customary plundering and destruction, kills their reporters), while NATO and the UN Security Council are degraded having to provide military and political logistics to people, who are not only unable to exploit it (which wouldn’t be the first time), but, as it appears, have no political agenda whatsoever.

“Support for a Friend†– Libya in Serbian Hearts

Not counting New Serbian Political Thought, which has been following up on the entire Libyan crisis in detail and systematically from the beginning, Serbian public was getting news from Libya mainly through two sources – the global media distinctly unfriendly to Gaddafi, and the far more balanced (and often openly pro-Gaddafi) reports of eye witnesses evacuated from Libya, amongst whom the celebrated Serbian war reporter, Miroslav Lazanski, holds the last word. This chimericalness of the Serbian media scene was firstly noticed on the internet portals of the media houses, where the readers’ comments (excluding the extremely pro-western media) in a large majority and very emotionally were giving support to Gaddafi (“Play it Gaddafi!â€, “Stomp the gang colonel!â€, “Endure, our friend!â€), although the articles themselves were unanimously portraying Gaddafi as a dictator who turned against his own people. It shouldn’t be forgotten that a large number of those sites are strictly censored in terms of comments, so it is obvious that the editors, apart from their own sympathies for the government in Libya, were this way more the efficiently contributing to the objectivity of the individual news.
The support, which rumbled through the Serbian media, exploded after the first announcement about the beginning of military campaign by France, Britain, the USA, and their allies from NATO against the regular army in Libya, like after the scandalous resolution of the UN Security Council, which gave them, along the tacit support from Russia and China, untied hands to operate in Libya as they please. Although this more than problematic resolution (not only because of the obvious permission of use of “excessive power†in Libya to just about anybody who finds an interest in doing so, but also because of using media reports as evidence of the conditions in the country), formally separates the Libyan intervention (pathetically named “Odyssey’s Dawnâ€) from the illegal wars of the North-Athlantic Alliance in FR Yugoslavia and the American “Coalition of the Willing†in Iraq, for the majority of citizens in Serbia there wasn’t a trace of doubt that it was just one more international military aggression of the powerful and rich against a country which is neither better nor worse than other countries. And the sole reasons for are those very same imperial, colonial and crypto-racist interests which were, not so long ago, keeping entire Africa under the European boot.
On top of that was added a sentimental recollection of a multi-decade tradition of outstanding bilateral relationships, which was started by Tito’s essentially far-sighted and civilizationally progressive “nonalignment policies†and the consistent Yugoslav anti-colonialism, which culminated during the nineties, when Gaddafi personally showed an enviable political and moral integrity by supporting the Serbian side in the Yugoslav wars, and refused up to this day (as did the majority of the “nonaligned†countries) to recognized the self-proclaimed state of the Kosovo Albanians. Even though he could, by supporting the “Muslim brothers†in Bosnia and in Kosovo, earn a lot of “cheap political points†(about which some far more “serious countries†than the Socialist Arab Jamahiriya were not squeamish at all), Gaddafi acted, on one hand as an ally and a friend to a people with whom “he was good, come good timesâ€. On the other hand, he showed commitment to the principles of sovereignty and equality of small and poor nations, as well as to the international relations based on law and justice. In the end, to his popularity in Serbia, whether intentionally or not, contributed the actual Serbian government, which lately not only reactivated ties with nonaligned friends, but in those contacts, the friendship with Libya had a special place. (Don’t let it slip from our minds that two years ago president Boris Tadić chose to attend the 40th anniversary of Gaddafi’s “Glorious Revolution of September the First†because of which he missed the not at all insignificant marking the 70th anniversary of the start of World War II. And lets not forget that the Serbian defense minister, Dragan Å utanovac, more than once emphasized the agreement on military cooperation with Libya, worth more than half a billion dollars, as his greatest achievement at that position).

“Gaddafi’s Hackers†against the “Libyan Youthâ€

As a focal point of the existing support to Gaddafi in Serbia emerged a Facbook group called:Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia (“Подршка пријатељу“, „Support for a Friend“), which in the first two days of existence collected over 40 thousand members, and in the next seven days the number of members grew to 65 thousand (and still growing). By comparison, the president Tadić’s Facebook page, with his entire party nomenclature available for him, in over 3 years of existence has gathered about 44 thousand members, whereas the most famous Serbs in the world, Novak Djoković and Emir Kusturica, as personalities who are loved and recognized world-wide, have support from 133 thousand and 214 thousand members respectively. Gathering 65 thousand members in a group which is not international and whose language is only Serbian, represents a real feat, by how much bigger, by so much is known that political organizing of Serbs on Facebook so far has not produced any serious results. However, the numbers do not end here. The Serbian support group for Gaddafi and Libya is convincingly the most numerous internet community considering the Libyan war overall – not only that there are nowhere close so many people supporting Gaddafi elsewhere in the world, but neither the opponents of his regime on the global level can nearly be pleased about such a support. The English language page of the “Libyan Youth Movement†(LYM), a sort of match to the west-sponsored Serbian anti-MiloÅ¡ević “resistance†movement “Otpor†(though it is obvious that the members of the LYM, like those of the Iranian “oppositionâ€, mostly live abroad), gathered 13 thousand members from all over the world (including the Serbs who are, for the umpteenth time, scandalized by the historical decisions of their own people and use that page as one more proving ground for its disparagement and slander), whereas the Libyan official page has approximately the same number of members – except that even there about 30% of text is in Serbian language.

The LYM quickly denounced the Serbian group on Facebook as a manipulation for, it is “impossible†that in such a small country “so many†people support Gaddafi. (To make it clear, the number of FB users in Serbia is about 2.7 million – 37% of the total population and 66% of the internet population of the country.) And the increasingly frequent invasions by the Serbs on the Facebook pages of NATO, France, USA, and even on the LYM’s page, have caused them to seek help in the fight against “Gaddafi’s hackersâ€, who in some inexplicable way just misuse the good name of the residents of Serbia. Yet, no fraud exists there. The “Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia†represents one of the liveliest sites of the Serbian internet – where there are exchanges of news, clips, posters of support or taunt at the expense of Sarkozy, Obama, and Clinton, and the frequency in shifting of news and information is astronomical. The language of correspondence is Serbian, and after the page became famous internationally, in addition, one can find there English, Russian, French, and even Arabian language (primarily in the form of slogans which Serbian activists convey in who-knows-what-kind of Arabic via Google Translate).

Facebook as the New Serbian Public Community

What undeniably, however, amazes the most with regard to this page is its outstanding politicality in a deep sense, seemingly been completely forgotten in contemporary Serbia which appeared to have been irreversibly and completely drowned in a stagnating sludge of petty-politics. The “Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia†gathered people from all sides of the Serbian political spectrum, and even though the global agencies (like the BBC and the Voice of America) are outdoing each other in qualifying this movement as a “rightwing†and “ultra-nationalistic†one, its members equally represent the active left and right, nationalists and internationalists, conservatives and socialists. If, in that torrent of textual and multimedia contents, there could be noticed a common “tone,†then it would have certainly been articulated very self-consciously as a sort of anti-colonialism, anti-imperialism, and anti-globalism, with a very strong folkloric, national, Yugo-nostalgic, and before all, pacifistic themes. (This very natural attitude for the Serbs, at the very beginning of the intervention in Libya, was firstly championed by Djordje Vukadinović in his article, â€œOdyssey’s Dawn and Civilizational Twilightâ€, where the later development of the events very much proved him right). Administrators and members of the “Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia†Facebook page have shown an outstanding political self-consciousness, and they didn’t’ massively fall for a single attempt of manipulation – regardless whether those provocations were foreign “infiltrators†who were trying to provoke enough “hate speech†and so force Facbook to close down the page, or whether it was a case like the movement “Nashi 1389†which, as did a whole range of other organizations, tried to benefit from the massiveness of support for their own political and other agendas. Members of the group were unanimously responding that the only goal of the group is to support the Libyan people and its legitimate state government, along with requests from the state government of Serbia to condemn openly the operations in Libya and to use all available means in order to help, first of all the suffering Libyan people, but also the “sworn friend Gaddafiâ€, who himself “never hesitated to send us help when we needed it mostâ€.
The group supporting Gaddafi, for a number of reasons, represents a first rate political event in the Serbian public sphere. It has shown that there are political issues on which there exists a clear national consensus (in this case – public request for supporting Libya and condemning the military aggression, to which the Serbian officials, although inarticulately and timidly, partially responded), and the public itself is more than capable of articulating them outside existing party and political infrastructure, exclusively using the new technological potentials provided by the contemporary means of communication. This is the first time that this kind of political protest, clearly focused in entirety on a concrete political goal, is being organized in our community without any support from the “classical†political institutions, such as the parties. On the other hand, results from this protest echoed globally, and so the Serbian internet community, besides having “saved the face of the nation†in a situation in which the global public opinion to an extreme extent lethargically and uninterestingly looked upon the opening of a new battlefield in the Mediterranean basin. It has also shown the reach of the direct “Facebook democracyâ€, which, this time, unlike the “Twitter Revolutions†that just represented echoes of “tweets†of the Washington officials, made known that one small nation in the environment of new communications can draw public attention to positions diametrically opposite from those favored by the world media machinery. Even if this supporting group (so far) hasn’t brought about any organizing of serious antiwar gatherings in Belgrade and other Serbian cities, it certainly has enabled for the principle Serbian position to be heard. It has thus honored the people and citizens of Serbia, and dishonored all those who are closing their eyes in the face of the international arrogance in Libya.

There cannot be any doubt that this is an event which reminds Serbia of those heroic times – when Belgrade shook because of the war in Spain, because of the occupation of Czechoslovakia, or because of assassination of Salvador Allende. During these lethargic times, closely followed by a general disappointment with all the internal political ideals, which are made meaningless by a hypertrophy of pragmatism and toadying of politicians, the citizens of Serbia have recognized in an “old friendship†with Libya that pinch of honesty, integrity and national dignity, so necessary on the international stage. They have insisted on the forgotten principles of law and justice in the name of all of our historical victims, and in accordance with all of our historical choices. Refusing to stay silent in the face of injustice being done to others, Facebook users from Serbia more than clearly articulated their position on an array of national questions, which have not been officially raised so far. Their categoricalness and bravery today represents, for the umpteenth time in our history, a pledge for the future, thanks to which our children won’t have to blush when someone asks them: â€œDo you remember Libya?â€. “Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia,†precisely because it’s unselfishly and exclusively dedicated to nurturing of the genuine Serbian-Libyan friendship and to a rare world politician, who was in his time ready to bring down the network of lies which almost made Serbs into nothing less than “Nazis after Nazis,†is in fact an event far more important than a support for a friendly regime. The group is a proof that in today’s Serbia, with its oppressive media, disconnected from people like never before, there still exists a political consciousness and a moral autonomy which enables its citizens, not only to be the tomorrow’s protagonists of true democratic processes, but also to come onto the world’s historical scene as worthy subjects, making decisions which might earn them powerful enemies, yet which are in a perfect accordance with their centuries long tradition, somewhat forgotten social values, and testimonial justice and truth.


#2662 Da: Coord. Naz. per la Jugoslavia <jugocoord@...>
Data: Ven 6 Mag 2011 8:30 pm
Oggetto: "Cara" guerra...
jugocoord
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"Cara" guerra...

Commenti e comunicati contro la nuova  guerra di aggressione imperialista e coloniale

1) Sulla guerra alla Libia (Aldo Bernardini)
2) Orwell, la Nato e la guerra contro la Libia (Domenico Losurdo)
3) Processare Napolitano per alto tradimento (Vincenzo Zamboni)
4) DIMISSIONI DA CONSIGLIERE COMUNALE (Marina Tiberto)
5) Italia in guerra: moralmente ed economicamente inaccettabile / 'CARA' GUERRA (USB)
6) 25 Aprile, Costituzione e guerra (Tamara Bellone)
7) ANPI prov. Perugia condanna i bombardamenti sulla Libia


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GUERRA ALLA LIBIA

Nella sconvolgente vicenda libica si parla poco di diritto internazionale, probabilmente perché fa comodo l’opinione che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite abbia esaurito il problema. Non è così.
Le NU non sono federazione mondiale, il C.d.s. non è né governo né legislatore del mondo. Come invece si ritiene generalmente a partire dalla prima guerra irachena: si arriva a ritenere sufficiente che il C.d.s. a discrezione invochi il cap. VII della Carta (minacce e rotture della pace, internazionale di per sé, cioè nei rapporti fra Stati, ma qui si innesta il trucco) per decidere ogni sorta d’azione nei confronti di uno Stato, anche al di fuori delle tipologie disegnate dalla Carta: pure per fatti interni, come un’insurrezione (ai quali venga sempre discrezionalmente affibbiata una rilevanza internazionale: questo è il trucco) e al fine, vedremo illegittimo, di “autorizzare” gli Stati che lo vogliano (i “volenterosi”) a intervenire contro lo Stato preso di mira. Magari perché “non protegge” la propria popolazione contro se stesso, e cioè gli insorti contro lo Stato centrale: una recente trovata fantagiuridica per giustificare gli interventi. Questo non è diritto e non è diritto internazionale. Ben pochi Stati avrebbero accettato la Carta se tale ne fosse stata la portata: così il presidente jugoslavo Milosevic nel colloquio che ebbi con lui nel suo carcere nell’agosto 2001.
Siamo davanti a un copione ormai usurato, ma purtroppo abituale per distruggere uno Stato o governo sgradito perché non subalterno. Il despota o tiranno che viene criminalizzato con sfrenate campagne mediatiche, le atrocità, le stragi, le fosse comuni, i diritti umani violati, i fondi all’estero: solo a posteriori a volte si scoprirà la mala informazione. Qualche protesta o rivolta ovviamente contrastata dal potere costituito, eccessi veri o presunti contro “civili innocenti” (spesso rivoltosi incendiari e armati): di qui gli interventi dei “buoni”, sino alla guerra con effetti catastrofici (con le differenze dei casi, Jugoslavia, Iraq, Somalia, Afghanistan...).
Veniamo al diritto internazionale, in larga misura espresso nella Carta delle NU, non però nelle applicazioni “stravaganti” più recenti. L’art. 2, n. 1, della Carta evoca la “sovrana eguaglianza di tutti i membri” e il n. 4 vieta l’uso della forza “contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”: l’Assemblea generale nel 1981 chiarisce “il diritto sovrano di uno Stato di determinare il suo sistema politico, economico, culturale e sociale… senza intervento, ingerenza sovversione… in qualsiasi forma dall’esterno” e il divieto di “abbattere o cambiare il sistema politico di un altro Stato o il suo governo”. Per il diritto internazionale non esistono forme statali vietate, sistemi autoaffermantisi come democratici o viceversa dittatori da respingere: lecite o no sono solo le specifiche azioni nei rapporti interstatali. Il regime statale rientra nelle scelte e nelle lotte delle forze interne di ogni Stato. Di fronte a rivolta interna è legittimo per il governo costituito di contrastarla. Senza interferenze. Il Protocollo II del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949 sul diritto bellico, tuttora vigente, stabilisce per gli Stati parti l’applicazione delle norme umanitarie ai conflitti armati interni (guerre civili, insurrezioni), ma senza che ciò possa invocarsi “per attentare alla sovranità di uno Stato o alla responsabilità del governo di mantenere o ristabilire l’ordine pubblico nello Stato o di difendere l’unità nazionale e l’integrità territoriale dello Stato con tutti i mezzi legittimi”: nulla “potrà essere invocato per giustificare un intervento, quale che ne sia la ragione, in un conflitto armato o negli affari interni o esterni” dello Stato in cui avviene il conflitto. È dunque impensabile quanto si va pretendendo nel senso che il vertice libico debba venire sostituito per volontà esterna, o che si interferisca nella guerra civile, addirittura con il sostegno di ogni genere ai ribelli, con gli attacchi armati contro le forze governative di contrasto all’insurrezione, con i riconoscimenti prematuri degli insorti.
Quanto alle accuse sul piano umanitario, a parte i pulpiti di provenienza e la totale assenza di verifiche fattuali serie, potrebbe al massimo pensarsi a pressioni di carattere politico-economico, in casi assolutamente estremi a corpi armati (ad es. di interposizione) sotto comando NU, perché solo questo è compatibile con il sistema di sicurezza collettiva. Se il C.d.s. potesse a sua discrezione travolgere i principii accennati sarebbe dittatore mondiale e padrone del diritto internazionale: il che non è. Qualora una decisione del C.d.s. consentisse ciò o fosse interpretabile in tal senso sarebbe invalida. Tralasciata la discutibilissima ris. 1970, adottata persino senza verifica dei fatti, la 1973 di fronte all’insurrezione armata si occupa solo della “violenza” esercitata nel (in principio legittimo) contrasto agli insorti e non pure di quella di costoro. Assumendo a base la protezione dei “civili”, dà in realtà copertura agli insorti, che civili non sono, e tende di fatto ad impedire la legittima azione governativa. La clausola per cui gli Stati disposti (i “volenterosi”) vengono autorizzati “a prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili” ripete e aggrava l’infelice precedente iracheno. La ris. è dunque illegittima, a parte l’indebita ingerenza in fatti interni, soprattutto per la (raffigurata) delega a Stati, invece eventualmente, ricorrendone i presupposti, dell’affidamento non eludibile dell’azione a corpi militari sotto comando NU; comunque per l’indeterminatezza delle azioni preventivate (che viene nei fatti intesa sino alla distruzione delle capacità militari dello Stato libico e alla tentata uccisione dei leader!), senza elementi di controllo né cura dei danni reali che possono conseguire ai civili (tutti, non solo quelli riconducibili non si sa poi come agli insorti).
La ris. equivale in realtà ad un “permesso”, per gli Stati che lo vogliano (e quindi secondo i loro interessi!), alla guerra e all’aggressione, permesso che le NU non possono dare perché frontalmente contrario al sistema obbligatorio di sicurezza collettiva della Carta. Ma il vero senso giuridico è un altro: non l’impossibile e insensata “autorizzazione” agli Stati, ma la rinuncia (illecita) delle NU a stigmatizzare e sanzionare l’aggressione contro la Libia.
Tutto ciò, per quanto riguarda l’Italia, nulla ha a che fare con l’art. 11 Cost., che naturalmente vieta le azioni in corso e non le considera fra quelle legittimamente disposte da un’organizzazione internazionale con l’obiettivo della pace e giustizia fra le nazioni.

Prof. Dott. Aldo Bernardini
Ordinario di Diritto Internazionale nell’Università di Teramo

Roma, 2 maggio 2011


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Orwell, la Nato e la guerra contro la Libia

Nel 1949, mentre infuria una guerra fredda che rischia di trasformarsi da un momento all’altro in olocausto nucleare, George Orwell pubblica il suo ultimo e più celebre romanzo: 1984. Se anche il titolo è avveniristico, il bersaglio è chiaramente costituito dall’Unione Sovietica, raffigurata come il «Grande fratello» totalitario, che vanifica la stessa possibilità di comunicazione, stravolgendo il linguaggio e creando una «neo-lingua» (newspeak), nell’ambito della quale ogni concetto si rovescia nel suo contrario. Pubblicando il suo romanzo l’anno stesso della fondazione della Nato (l’organizzazione militare che pretendeva di difendere anche la causa della morale e della verità), Orwell dava così il suo bravo contributo alla campagna dell’Occidente. Egli non poteva certo immaginare che la sua denuncia sarebbe risultata molto più calzante per descrivere la situazione venutasi a creare, pochi anni dopo il «1984», con la fine della guerra fredda e il trionfo degli Usa. Come la strapotenza militare, così la strapotenza multimediale dell’Occidente non sembra più incontrare nessuno ostacolo: lo stravolgimento della verità viene imposto con un bombardamento multimediale incessante e onnipervasivo, di carattere assolutamento totalitario. E’ quello che emerge con chiarezza dalla guerra in corso contro la Libia.

Guerra 

E’ vero, è all’opera il più potente apparato militare mai visto nella storia; certamente non mancano le vittime civili dei bombardamenti della Nato; vengono utilizzate armi (all’uranio impoverito) il cui impatto è destinato a prolungarsi nel tempo; oltre agli Usa, nello scatenamento delle ostilità e nella conduzione delle operazioni militari si distinguono due paesi (Francia e Inghilterra), che hanno alle spalle una lunga storia di espansione e dominio coloniale in Medio Oriente e in Africa; siamo in un’area ricca di petrolio e i più autorevoli esperti e mezzi di informazione sono già impegnati ad analizzare il nuovo assetto geopolitco e geoeconomico. E, tuttavia – ci assicurano Obama, i suoi collaboratori e i suoi alleati e subalterni – non di guerra si tratta, ma di un’operazione umanitaria che mira a proteggere la popolazione civile e che per di più è autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. 
In realtà, come nei confronti delle sue vittime, anche nei confronti della verità la Nato procede in modo assolutamente sovrano. In primo luogo è da notare che le operazioni militari dell’Occidente sono iniziate prima e senza l’autorizzazione dell’Onu. Sul «Sunday Mirror» del 20 marzo Mike Hamilton rivelava che già da «tre settimane» erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS); fra di loro figuravano «due unità speciali, chiamate “Smash” a causa della loro capacità distruttiva». Dunque, l’aggressione era già iniziata, tanto più che a collaborare con le centinaia di soldati britannici erano «piccoli gruppi della Cia», nell’ambito di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra» e dall’«ammnistrazione Obama» incaricata, sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo», di «rifornire i ribelli e dissanguare l’esercito di Gheddafi» (Mark Mazzettti, Eric Schmitt e Ravi Somaiya in «International Herald Tribune» del 31 marzo). Si tratta di operazioni tanto più rilevanti, in quanto condotte in un paese già di per sé fragile a causa della sua struttura tribale e del dualismo di lunga data tra Tripolitania e Cirenaica.
In secondo luogo, anche quando si rivolgono all’Onu, gli Usa e l’Occidente continuano a riservarsi il diritto di scatenare guerre anche senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza: è quello che è avvenuto, ad esempio, nel 1999 in occasione della guerra contro la Jugoslavia e nel 2003 in occasione della seconda guerra contro l’Irak. Ora nessuna persona sensata definirebbe democratico un governo che si rivolgesse al Parlamento con questo discorso: vi invito a votarmi la fiducia, ma anche senza la vostra fiducia io continuerei a governare come meglio ritengo… E’ in questi termini che gli Usa e l’Occidente si rivolgono all’Onu! E cioè, le votazioni che si svolgono nel Consiglio di sicurezza sono regolarmente viziate dal ricatto a cui costantemente fanno ricorso gli Usa e l’Occidente.
In terzo luogo: appena strappata al Consiglio di sicurezza (grazie al ricatto appena visto) la risoluzione desiderata, gli Usa e l’Occidente si affrettano a interpretarla in modo sovrano: l’autorizzazione per imporre la «no fly zone» in Libia diviene di fatto l’autorizzazione a imporre una sorta di protettorato. 
Per potente che sia, l’apparato multimediale degli aggressori non riesce ad occultare la realtà della guerra. E, tuttavia, la neo-lingua si ostina a negare l’evidenza: preferisce parlare di operazione di polizia internazionale. Ma è interessante notare la storia alle spalle di questa categoria. Riallacciandosi alla dottrina Monroe, da lui reinterpretata e radicalizzata, nel 1904 Theodore Roosevelt (presidente degli Usa) teorizza un «potere di polizia internazionale» che la «società civilizzata» deve esercitare sui popoli coloniali e che, per quanto riguarda l'America Latina, spetta agli Usa. Siamo così ricondotti alla realtà del colonialismo e delle guerre colonialismo, alla realtà che invano la neo-lingua cerca di rimuovere. 
In prima fila nel promuovere la neolingua e lo stravolgimento della verità è disgraziatanente il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napoletano, più eloquentemente di ogni altro impegnato a dimostrare che quella in corso contro la Libia…non è una guerra! Se appena rievocasse i ricordi della militanza comunista che è alle sue spalle, egli capirebbe che la tentata rimozione della guerra è in realtà una confessione. Come a suo tempo ha spiegato Lenin, le grandi potenze non considerano guerre le loro spedizioni coloniali, e ciò non soltanto a causa dell’enorme sproporzione di forze tra le due parti in campo, ma anche perché le vittime «non meritano nemmeno l'appellativo di popoli (sono forse popoli gli asiatici e gli africani?)» (Opere complete, vol. 24, pp. 416-7).

Civili. 

La guerra, anzi l’operazione di «polizia internazionale», scatenata contro la Libia mira a proteggere i «civili» dal massacro progettato da Gheddafi. Sennonché, la neo-lingua è immediatamente smentita dagli stessi organi di stampa che sono impegnati a diffonderla. Il «Corriere della Sera» del 20 marzo riporta con evidenza la foto di un aereo che precipita in fiamme dal cielo di Bengasi. Sia la didascalia della foto sia l’articolo relativo (di Lorenzo Cremonesi) spiegano che si tratta di un «caccia» pilotato da uno dei «piloti più esperti» a disposizione dei ribelli e abbattuto dai «missili terra-aria di Gheddafi». Ben lungi dall’essere disarmati, i rivoltosi dispongono di armi sofisticate e di attacco e per di più risultano assistiti sin dall’inizio dalla Cia e da altri servizi segreti, da «un’ampia forza occidentale che agisce nell’ombra» e da corpi speciali britannici famosi o famigerati a causa della loro «capacità distruttiva». Sarebbero questi i «civili»? Ora poi, con l’intervento di una poderosa forza internazionale a fianco dei rivoltosi, è semmai il fronte contrapposto a risultare sostanzialmente disarmato.
Ma può essere opportuna un’ulteriore riflessione sulla categoria qui in discussione. Come osserva un docente (Avishai Margalit) dell’Università ebraica di Gerusalemme, nel conteggio ufficiale degli «attacchi terroristi ostili» il governo israeliano include anche il «lancio di pietre». E – si sa – contro i «terroristi» non ci può fermare a mezza strada. Sulla più autorevole stampa statunitense («International Herald Tribune») possiamo leggere di «scene orripilanti di morte», che si verificano «allorché un carro armato e un elicottero israeliani aprono il fuoco su un gruppo di dimostranti palestinesi, compresi bambini, nel campo di rifugiati di Rafah». Sì, anche un bambino che lancia pietre contro l’esercito di occupazione può essere considerato e trattato quale «terrorista». Un’avvocatessa israeliana (Leah Tsemel) impegnata a difendere i palestinesi riferisce di un «bambino di dieci anni ucciso vicino a un check point all’uscita di Gerusalemme da un soldato a cui aveva semplicemente lanciato una pietra» (su tutto ciò cfr. D. Losurdo, Il linguaggio dell’Impero, Laterza, Roma-Bari, 2007, cap. I, § 13). Qui la neo-lingua celebra i suoi trionfi: un pilota esperto che combatte alla guida di un aereo militare è un «civile», ma un bambino che lancia pietre contro l’esercito di occupazione è chiaramente un «terrorista»!

Giustizia internazionale

Se i campioni della lotta contro i bambini «terroristi» e palestinesi possono dormire sonni tranquilli, coloro che si schierano contro i «civili» all’opera in Libia saranno deferiti alla Corte penale internazionale. A rischiare di essere deferiti (e condannati) non saranno soltanto i militari e i politici che comandano l’apparato militare. No, ad essere preso di mira è uno schieramento molto più ampio. Spiegavano Patrick Wintour e Julian Borger su «The Guardian» già del 26 febbraio: «Ufficiali britannici stanno contattando personale libico di grado elevato per metterlo alle strette: abbandonare Muammar Gheddafi o essere processati assieme a lui per crimini contro l’umanità». In effetti, su questo punto non si stancano di insistere i governanti di Londra e occidentali in genere. Essi considerano la Corte penale internazionale alla stregua di Cosa nostra, ovvero alla stregua di un «tribunale» mafioso. Ma il punto più importante e più rivoltante è un altro: ad essere minacciati di essere rinchiusi in carcere per il resto della loro vita sono funzionari libici, ai quali non viene rimproverato alcun reato. E ciè, dopo essere intervenuti in una guerra civile e averla probabilmente attizzata e comunque alimentata, dopo aver dato inizio all’intervento militare ben prima della risoluzione dell’Onu, Obama, Cameron, Sarkozy ecc. continuano a violare le norme del diritto internazionale, minacciando di colpire con la loro vendetta e la loro violenza, anche dopo la fine delle ostilità, coloro che non si arrendono immediatamente alla volontà di potenza, di dominio e di saccheggio espressa dal più forte. Sennonché, la neo-lingua oggi in vigore trasforma le vittime in responsabili di «crimini contro l’umanità» e i responsabili di crimini contro l’umanità in artefici della «giustizia internazionale».
Non c’è dubbio: assieme a un apparato di distruzione e di morte senza precedenti nella storia oggi infuria la neo-lingua, ovvero il linguaggio dell’Impero.

2 aprile 2011


=== 3 ===

processare napolitano per alto tradimento

nella attuale sciagurata guerra privata fra-gb-usa-ita versus libia compaiono numerose gravissime violazioni.
1) è violato l'articolo 11 della costituzione democratica antifascista italiana.
ciò comporta la destituzione dell'occupante del quirinale per alto tradimento e la sua messa formale in stato di accusa.
2) è violata la risoluzione cs onu 1973, che istituisce una zona di non volo quale cordone di controllo per evitare il rifornimento di armi alle parti belligeranti, onde ostacolare le guerra, conformemente alle finalità costitutive dell'onu.
l'intervento privato della banda dei quattro, invece,  ostacola l'opera internazionale dell'onu, e costruisce ulteriore guerra invece che pace.
governi e parlamenti dei quattro paesi si confermano, pertanto, illegittimi poichè dediti a gravi illegalità.
vi sono state, all'onu, numerose proteste, non ancora esaurite, contro l'operato della banda dei quattro eurostatunitense, in particolar modo le proteste dell'argentina e dell'unione stati nordafricani.
3) è violato il regolamento onu, basato sul diritto internazionale, in base al quale un paese sovrano ha diritto alla legittima difesa quando sia sotto attacco, fintantochè perduri l'attacco, allo scopo di respingere l'attacco. il governo libico, sotto attacco militare interno ed esterno, esercita tale legittima difesa, conformemente al regolamento onu ed al diritto internazionale.
governi e parlamenti della banda dei quattro sono in stato, invece, di grave violazione.
4) sono violate le leggi sul terrorismo stabilite dal diritto internazionale, che definisce "terrorismo" ogni "azione armata contro popolazione civile". tali sono stati i feroci bombardamenti da parte della banda dei quattro su tripoli fin dai primi giorni: il nunzio apostolico francescano a tripoli, don giovanni martinelli, e l'agenzia reuters hanno comunicato ben 40 morti civili assassinati in un giorno solo dalle bombe esplosive degli attentatori terroristici aviazione nato.
5) è violato il regolamento nato, che dispone i termini di una allenaza difensiva, impegnando alla mutua difesa i paesi membri nel caso che uno di essi sia militarmente attaccato dall'esercito di uno stato esterno. cosa che non è avvenuta: nessun paese esterno all'alleanza ha attaccato militarmente alcun paese nato, mentre al contrario la criminale banditesca banda dei quattro ha attaccato unilateralmente la libia e il suo governo.
6) la signora marina sereni, indegna rappresentante eletta in parlamento con il pd, ha mentito in forma grave al parlamento, o in malafede, o in ignorante colpevole buonafede, dichiarando sia obbligo accogliere la criminale decisione annunciata dal primo ministro di bombardare la libia, poichè vincolati dai termini dell'alleanza nato.
la motivazione è falsa, come visto al punto (5), e il regolamento nato non obbliga alcuno ad aderire alla iniziativa delinquenziale dei governi francese, inglese e statunitense, trattandosi di alleanza difensiva, ed essendo stato il proditorio attacco usa-gb-fra-ita criminalmente messo in atto senza alcun precedente attacco libico a nessun paese nato.
dimostrazione, ad uso dei dubbiosi, della ignobile falsità di quanto enunciato da marina sereni: se davvero i membri nato fossero obbligatoriamente vincolati all'intervento (vincolo inspiegabile, trattandosi di una alleanza difensiva, mentre la sventurata guerra è aggressione da parte usa-fra-gb-ita) non si darebbe il caso che solo quattro paesi abbiano aderito: vi sarebbe obbligo di inviare contingenti da parte di tutti i membri.
ma così non è: la germania è assente. la spagna è assente. il portogallo è assente. sono assenti, infatti, tutti gli altri alleati, estranei ad ogni obbligo riguardo l'avventurismo stragista infame fra-usa-gb-ita.
sono i fatti evidenti a smentire la menzogna parlamentare pd.
7) è violato il trattato di amicizia italia-libia, stipulato da tempo dai due governi, e mai annullato.
la gravissima situazione di palese e feroce illegalità in cui versano i quattro paesi governati da bande criminali deviate glpiste infiltrate nelle istituzioni impone ai popoli francese, inglese, statunitense e italiano il completo e assoluto rifiuto e ripudio senza intermedio di tutti i politici traditori della verità e del bene, disponendo fin d'ora la non obbedienza totale ed assoluta, e parimenti la non collaborazione, di tutti i cittadini fedeli alla costituzione, all'onu, al diritto internazionale ed alla verità contro gli infami assassini terroristi che strumentalizzando le armi degli eserciti nazionali stanno distruggendo democrazia, legalità, diritto, nonchè pace e coesistenza tra i popoli.

vincenzo zamboni


=== 4 ===

Marina di Campo, 01 maggio 2011. 

Illustrissimo Sig. Sindaco del Comune di Campo nell'Elba Dott. Vanno Segnini, 
E p.c. On. Giorgio Napolitano; 
Sen. Renato Schifani;
On. Gianf ranco Fini; 
On. Silvio Berlusconi;
Segretario Comune Campo nell'Elba, Dott. Maria Rosa Chiecchi;
Membri del Consiglio Comunale di Campo nell'Elba;

OGGETTO: DIMISSIONI DA CONSIGLIERE COMUNALE

Illustrissimo Signor Sindaco,
pur nella mia modesta qualità di semplice Consigliere di un piccolo Comune, mi sento a tutti gli effetti un rappresentante dello Stato e delle sue Istituzioni. Ho appena appreso la notizia che un raid Nato, e che per quanto ne sappiamo potrebbe benissimo essere stato effettuato anche da un NOSTRO aereo, finalizzato sembra all'eliminazione fisica di un Capo di Stato, indubbiamente dittatoriale e autoritario, ma che fino a poco tempo fa veniva tranquillamente ricevuto ed omaggiato dalla Comunità internazionale in generale e dai nostri massimi rappresentanti in particolare, nel contesto di una guerra non dichiarata e comunque del tutto interna ad un Paese terzo, ha avuto come bersaglio una CIVILE ABITAZIONE, e come vittime un giovane ventinovenne, reo solo di rapporti di stretta parentela con l'obiettivo principale, nonché TRE BAMBINI. La notizia, passata come da prassi in sordina dagli organi di stampa, è, a mio parere, di una gravità inaudita e inaccettabile. Come Lei ben sa, conosco purtroppo da vicino il dolore immenso e insanabile per la perdita di un figlio. E di un bambino in particolare. Ritenendo violato in maniera palese l'articolo 11 della Costituzione con il pieno consenso di chi avrebbe avuto il dovere istituzionale di impedirlo, e ritenendo il nostro Stato, a tutti gli effetti, COMPLICE CONSAPEVOLE DI STRAGE E INFANTICIDIO VOLONTARIO, non posso e non voglio continuare a rappresentarlo in alcun modo. Le preannuncio pertanto le mie Dimissioni da Consigliere Comunale, che verranno debitamente comunicate e confermate nei modi e nei tempi di legge... Tanto era, ritengo, dovuto. 

In fede, 
Marina Tiberto


=== 5 ===


Italia in guerra: moralmente ed economicamente inaccettabile.

Roma – lunedì, 02 maggio 2011

I costi fissi della portaerei da 130 mila euro al giorno e i caccia Eurofighter da 61 mila euro l’ora sono un costo morale ed economico che non possiamo e dobbiamo sopportare. 

Il peso maggiore è quello morale che i politici liquidano come “dovere umanitario”. 

I lavoratori italiani non hanno nulla da guadagnare dalla guerra, che sicuramente consentirà al Governo, dentro una crisi economica che i lavoratori stanno pagando duramente, di dirottare ulteriori risorse sul fronte degli armamenti giustificando così ulteriori tagli al welfare. 

Il decreto per lo sviluppo si fa attendere, ma entro questa settimana dovrebbe essere portato all’esame del Consiglio dei Ministri. Il rafforzato impegno dell’Italia in Libia non è da sottovalutare in chiave di sviluppo poiché parte degli investimenti previsti dal ministro dell’Economia, infatti, dovranno giocoforza essere trasferiti nel budget militare. 

E se i bombardamenti dovessero andare avanti per tutto il 2011, il Governo dovrà mettere in conto un miliardo di euro. Senza considerare gli altri fronti in cui l’Italia è già impegnata (Afghanistan, Libano, Balcani, Iraq, Pakistan, Myanmar oltre ad altre operazioni Ue e Nato) che, solo nei primi sei mesi di quest’anno, sono costati 706 milioni di euro.
Per parlare di costi della guerra contro la Libia, in tre mesi di missione militare in Nord Africa e per i rimpatri sono stati spesi 700 milioni di euro. 

I bombardamenti hanno dei costi variabili che dipendono dal numero delle missioni, dalle armi e dai mezzi impiegati dalle Forze Armate.
L’agenzia Ansa riporta, però, delle tabelle di conversione, non ufficiali, che servono per quantificare i costi fissi di navi e aerei per la missione Nato, che vanno dal carburante al personale, dalla manutenzione alle infrastrutture. Ad esempio, la Marina militare italiana ha impegnato quattro navi e quattro aeroplani imbarcati sulla portaerei Garibaldi. 

Il costo della portaeromobili è di a circa 130 mila euro al giorno, mentre gli 8 caccia Av-8B Plus imbarcati costano 9 mila euro per ogni ora di missione (ognuna ne può durare anche 5). 

A disposizione della Nato anche la un fregata classe Maestrale (la nave Libeccio) che costa giornalmente 60 mila euro; la rifornitrice Etna - 40 mila euro al giorno - e un pattugliatore classe Comandanti, il Comandante Bettica, che costa 15 mila euro al giorno. 

Per quanto riguarda l'Aeronautica militare - che attualmente fornisce all'Alleanza atlantica 4 caccia Eurofighter e 4 caccia anti-radar Tornado ECR - gli assetti che potrebbero essere impiegati per i 'bombardamenti mirati’ sono i Tornado IDS e, forse, gli AMX, le cui missioni dovrebbero essere svolte sotto la protezione dei caccia Eurofighter e dei Tornado ECR.

Anche qui, i costi giornalieri dipenderanno essenzialmente dal numero di sortite e dal tipo di armamento (si pensi che il missile Storm Shadow che potrebbe essere utilizzato dai Tornado Ids arriva a costare quasi 300 mila euro). 

Il più caro, da questo punto di vista, è l'Eurofighter, che costa circa 61 mila euro l'ora, mentre i Tornado e gli AMX costano all'incirca 28 mila euro per ora di volo. 

Relativamente meno costosi gli elicotteri - dai circa 3.500 euro l'ora degli AB 212 agli oltre 8.000 degli EH 101 - ma finora non si parla dell'impiego di questi velivoli, anche se entrambi i tipi di velivoli sono già a bordo delle quattro navi della Marina. 

Bene che vada, il ministero dell’Economia dovrà recuperare oltre un miliardo di euro entro la fine di giugno per rifinanziare le missioni. 

E proprio per questo al Tesoro si sta pensando a un nuovo aumento dell’accisa sulla benzina, già deliberato per finanziare il Fondo unico per lo spettacolo. 

USB PUBBLICO IMPIEGO COMPARTO DIFESA 

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'CARA' GUERRA

questa guerra costa molto, sia in termini di annientamento di vite umane, sia in termini di cancellazione di valori politici e etici, sia in termini di costi sociali.


Crediamo che nessuna persona dotata di un minimo di buon senso abbia creduto all’ipocrita bufala dell’intervento militare in Libia per la difesa dei civili: Francia e Gran Bretagna sono partite all’attacco da una parte per rientrare con ruoli egemonici nell’area mediterranea, dopo che le rivolte in Tunisia e in Egitto avevano deposto governi e presidenti loro alleati e protetti, dall’altra per mettere le mani sul petrolio, di cui la Libia possiede le seconde maggiori riserve al mondo, e sugli affari del post Gheddafi. Ma il petrolio non è stato il solo obiettivo.


Tra le nobili motivazioni della guerra non è stato secondario il fatto di impossessarsi di un’ingente quantità di denaro rappresentato dai fondi statali libici, i cosiddetti fondi sovrani.

Il 28 febbraio gli USA hanno congelato 32 miliardi di dollari, proventi del petrolio libico, che erano stati depositati presso le loro banche, un’immensa boccata d’ossigeno per un’economia sempre più indebitata. Poco dopo anche l’Unione Europea ha congelato 45 miliardi di euro di fondi libici! Serviranno a ripagare le spese di guerra?



Per guardare solo al nostro paese, mentre si prospettano anni di ulteriori pesanti sacrifici, con manovre finanziare che faranno impallidire quelle dei primi anni 90, non si esita neppure un attimo a distruggere con la guerra risorse che potrebbero essere usate per ben più nobili e utili scopi:

  • un’ora di volo dei Tornado costa 32.000 euro, che passano a 60.000 per gli aerei da ricognizione

  • un missile va dai 136.000 ai 170.000

  • una bomba costa dai 30.000 ai 50.000 euro

  • un raid aereo costa dai 200.000 ai 300 mila euro

  • lo stazionamento di 5 mezzi militari navali davanti alla libia costa oltre 10 milioni di euro al mese.


Il totale, finora, fa circa 100 milioni di euro al mese, tanto quanto costano alle finanze pubbliche gli stipendi di 4.000 insegnanti. Ma con il via libera ai bombardamenti i costi lievitano e in poche settimane si brucerà tutto il bilancio di un anno intero della Difesa!! E dopo? Aumenterà la benzina o introdurranno qualche altra tassa, chiuderanno altri ospedali, licenzieranno altre migliaia di precari pubblici?


Non si risparmia sulle spese di guerra, mentre si tagliano tutti i servizi pubblici, dalla scuola alla sanità alla previdenza all’assistenza.

Non ci sono soldi per il reddito ai disoccupati né per le case popolari, non ci sono soldi per gli aumenti di salario, non ci sono soldi per assumere i precari, non ci sono soldi per le spese sociali.


Tagliare la spesa pubblica è l’unico mantra che ci viene ripetuto in continuazione; dalla UE che impone il pareggio di bilancio entro il 2014, da Draghi, governatore di Bankitalia e candidato a governare la Banca Comune Europea, che invita ad un drastico taglio del 7% in termini reali necessario per raggiungere quell’obiettivo, accompagnato da ulteriori liberalizzazioni e privatizzazioni, da Tremonti che ci prepara finanziarie da 40 miliardi di euro.

Ma necessario per chi? necessario per i mercati finanziari, che stanno ridando fiato alla speculazione più sfrenata, non per i settari più deboli e tartassati della società, non per i lavoratori. E allora se così stanno le cose non ci potremmo risparmiare almeno questa guerra!

Finora la reazione dei lavoratori e dei cittadini italiani, che i sondaggi dicono essere ampiamente contrari all’intervento in Libia, non ha trovato strumenti adeguati di opposizione.


Diventa quindi estremamente urgente mettere in campo mobilitazioni che, in nome del no alla guerra, siano in grado di impedire che i tagli ai servizi e ai salari vadano a finanziare operazioni belliche.


Roma 03/05/2011




=== 6 ===

http://www.lsmetropolis.org/2011/04/25-aprile-costituzione-e-guerra/

25 Aprile, Costituzione e guerra

Il Presidente della Repubblica ha oggi dato la sua approvazione all’aggressione allo stato libico.
La senatrice Finocchiaro (PD) ha dichiarato che il suo partito sosterrà il governo in questa azione contro l’esercito libico, naturalmente nel quadro del mandato dell’ONU(!?).
In precedenza, il PD aveva pienamente sostenuto il governo per quanto riguarda le missioni in Afganistan.
Nel 1999 il governo guidato da D’Alema partecipò molto attivamente all’aggressione alla Jugoslavia, bombardando anche obiettivi civili.
Nelle celebrazioni del 25 aprile, l’opposizione ha espressi alcuni concetti, che riporto brevemente:
• La Resistenza si ricollega al Risorgimento, i patrioti hanno costruito lo stato nazionale: attualmente bisogna difendere l’unità nazionale minacciata;
• I partigiani hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupazione straniera contro Tedeschi e collaborazionisti fascisti: bisogna stare attenti di fronte al pericolo del revisionismo, che stravolge i fatti storici;
• Frutto della Resistenza è la Costituzione: bisogna difendere la Costituzione che è in pericolo a causa di Berlusconi e di questo governo che tenta di manometterla.
Si può osservare che:
• In questi ultimi anni la cosiddetta sinistra ha contribuito a distruggere alcuni stati, sia dal punto di vista dell’unità nazionale, sia delle strutture civili, dalla Jugoslavia, all’Afganistan, ora alla Libia;
• Una colossale operazione di revisionismo storico, la farsa delle foibe, è stata organizzata con il massiccio apporto del PD e l’approvazione di Napolitano;
• Che senso ha difendere la Costituzione, dopo essersi fatti beffe dell’articolo che recita “L’Italia ripudia la guerra…”?
L’articolo 11 della Costituzione è uno di quelli che maggiormente rappresenta gli ideali della Resistenza: i partigiani, a differenza dei fascisti con la mistica della morte, desideravano una vita di pace e progresso.
Napolitano in un suo discorso del 1941, quando era ancora fascista, inneggiava alla invasione tedesca dell’Unione Sovietica, perché avrebbe civilizzato i Russi, D’Alema nel 1999 disse che si sarebbe portata un po’ di civiltà al di là dell’Adriatico… ma quando ci libereremo di queste follie?

26 Aprile 2011
Tamara Bellone


=== 7 ===

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
Ente Morale D.L. 5 aprile 1945 n. 224
Via Giovanni Grioli, 40 – 06132 San Sisto Perugia 0755280053
Via Cave, 7 – 06034 Foligno cell. 3391312122
COMITATO PROVINCIALE di PERUGIA

COMUNICATO STAMPA


L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), nel mese di marzo scorso, ha celebrato a Torino, in onore del 150° anniversario dell’unità del Paese, il XV congresso. Nei lavori inerenti all’evento, svoltisi nel nostro territorio il 12 marzo, l’assemblea dei delegati delle 11 sezioni perugine, in rappresentanza di 516 iscritti, ha eletto il nuovo Comitato Provinciale in numero di 60 membri.

Il nuovo Comitato ha successivamente nominato quale presidente provinciale l’avvocato Francesco Innamorati, partigiano del GAP di Perugia e poi Volontario della Libertà, arruolato nel Gruppo di Combattimento Cremona e decorato V.M. e come vicepresidente Simoncelli Giovanni, antifascista.

Il dibattito è stato partecipato: ora ha approfondito le finalità della nostra Associazione, che sono la difesa della Costituzione e la condanna storica e culturale dell’ideologia fascista, ora si è concentrato sulla politica di destra del Governo e sull’aumento dei focolai di guerra fra le nazioni. Al termie, il Comitato Provinciale ha invocato, con un ordine del giorno, il rispetto assoluto dell’articolo 11 della Costituzione e la fine delle missioni di pace effettuate con le armi. Inoltre, nella recente seduta avvenuta il 3 maggio, ha continuato a tenere la linea in difesa della pace e della non violenza, ed ha espresso all’unanimità ferma condanna per i bombardamenti aerei in Libia, auspicando una soluzione immediata e pacifica del conflitto.


Perugia 5 maggio 2011

il presidente

Avv. Francesco Innamorati


Ora e sempre Resistenza! 




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