<< Si proclama "protettore dell'Islam". (...) Nel cuore di Tripoli, Mussolini alza nuovamente la spada verso il cielo e, dopo avere promesso di «tenerla con sé fra i ricordi più cari come simbolo di forza e di giustizia», dichiara solennemente che l'Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell'Etiopia «pace, giustizia, benessere e rispetto delle leggi del profeta». >>
<< Se pensiamo a quello che e' stato il nostro Risorgimento non possiamo rimanere indifferenti a una sistematica repressione dei diritti umani in qualsiasi paese (...) Non possiamo lasciare che vengano distrutte e calpestate le speranze accese di un risorgimento nel mondo arabo. >>
Libia: Napolitano, non possiamo rimanere indifferenti a repressione
<< Non potevamo restare indifferenti alla sanguinaria reazione del colonnello Gheddafi in Libia: di qui l'adesione dell'Italia al giudizio e alle indicazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e quindi al piano di interventi della coalizione postasi sotto la guida della NATO. >>
Intervento del Presidente Napolitano all'incontro con gli esponenti delle Associazioni Combattentistiche e Partigiane e le Associazioni d'Arma Roma, 26/04/2011
100-letnica rojstva narodnega heroja Franca Rozmana – Staneta
Franc Rozman - Stane se je rodil 27. marca 1911 v Spodnjih PirniÄah pri Ljubljani. Imel je revno in težko otroÅ¡tvo. Pri petnajstih je bil hlapec v gostilni, nato pa se je izuÄil za pekovskega pomoÄnika. Že kot fant se je navduÅ¡eval za vojsko in bil po izbruhu Å¡panske državljanske vojne med prvimi jugoslovanskimi prostovoljci v Å paniji. V Jarmi je konÄal podÄastniÅ¡ko Å¡olo. Postal je poroÄnik in poveljnik Äete, nato pa stotnik in poveljnik bataljona v mednarodni brigadi. Bil je resen in odloÄen borec. Po vojni v Å paniji je preživel nekaj Äasa v francoskih taboriÅ¡Äih, potem pa pobegnil in se vrnil v domovino.
Takoj po okupaciji je organiziral partizanske enote na Å tajerskem in bil vojaÅ¡ki inÅ¡truktor in organizator Å tajerskega bataljona. Spomladi 1942 je postal poveljnik slovenske partizanske brigade, ustanovljene na Kremeniku na Dolenjskem. Å tela je veÄ kot tristo borcev in je bila tedaj najmoÄnejÅ¡a slovenska partizanska enota. Od julija 1943 je bil poveljnik Glavnega Å¡taba NOV in POS s Äinom generala, ki ga je vodil vse do svoje smrti. Umrl je 7. novembra 1944 v BolniÅ¡nici OF Kanižarica pri ÄŒrnomlju za posledicami rane, ki jo je dobil med preskuÅ¡anjem novega orožja. Po smrti je bil proglaÅ¡en za narodnega heroja Jugoslavije in je pokopan v grobnici narodnih herojev v Ljubljani.
Komandant Stane, kakor so ga imenovali partizanski borci, je bil izraz idej in upanja slovenskega naroda med narodnoosvobodilnim bojem in velja za enega najsvetlejših likov iz obdobja NOB.
Republika Slovenija ob stoletnici rojstva narodnega heroja Franca Rozmana - Staneta izdaja spominski kovanec za dva evra. Na kovancu je upodobljen lik Franca Rozmana - Staneta, v spodnjem delu pa je dodana peterokraka zvezda, ki je simbol gibanja, kateremu je komandant Stane pripadal.
Avtor idejnega osnutka: Edi Berk, Ljubljana Izdelava in kovanje: Mint of Finland, Vantaa/Finska
Obseg izdaje: 1 milijon kovancev V obtoku: od 21. marca 2011
Dall'articolo che segue omettiamo alcuni passaggi sciocchi ed offensivi nei confronti della Lotta di Liberazione slovena e jugoslava. Per gli interessati, l'articolo integrale si può leggere alla URL:
La stella a cinque punte torna sulle monete europee a più di vent’anni di distanza dal crollo del muro di Berlino. La Slovenia ha infatti emesso da poco un milione di monete da due euro, dedicate ad un leggendario comandante partigiano, Franc Rozman
Gli stati della zona euro possono battere ogni anno una moneta celebrativa o commemorativa. Loro decidono la faccia e la Banca Centrale Europea la quantità. La prima fu coniata dalla Grecia nel 2004 in occasione dei giochi olimpici. Poi ce ne furono altre che ricordavano le Nazioni Unite, la Costituzione europea, il processo di allargamento, il suffragio universale ed altri importanti avvenimenti.
Nel 2008 la Slovenia volle commemorare Primož Trubar, l’autore del primo libro sloveno, mentre nel 2010 ha ricordato il duecentesimo anniversario dell’apertura del giardino botanico di Lubiana. Quest’anno invece ha scelto di celebrare il centesimo anniversario della nascita di un leggendario comandante partigiano, Franc Rozman - Stane.
Il comandante
Nato in un paesino nei pressi di Lubiana, Rozman fece della resistenza il suo scopo di vita. Il comandante Stane tentò, senza riuscirci , già nel 1935, di unirsi agli etiopi per contrastare l’invasione italiana; poi partecipò, con le Brigate internazionali alla guerra di Spagna e dopo l’invasione della Jugoslavia si unì al Fronte di liberazione sloveno (OF). Ben presto divenne comandante di una brigata partigiana e nel luglio del 1943 fu nominato comandante del Comando superiore dell’esercito resistente in Slovenia. Morì nel novembre del 1944 a causa dell’esplosione di un mortaio che era appena stato fornito ai partigiani dagli inglesi. [...]
La stella
Sulla moneta, a lui dedicata, oltre all’effige, il nome e la data di nascita e di morte compare anche la stella. “Il simbolo – motivano dalla banca di Slovenia - del movimento a cui il comandante Stane appartenevaâ€. La decisione è stata presa da un’apposita commissione che ha potuto scegliere tra 31 proposte. Tra di esse c’era anche quella di dedicare la moneta al ventesimo anniversario della proclamazione dell’indipendenza dalla Jugoslavia.
Per ricordare questa ricorrenza ci si dovrà invece accontentare di alcune monete da collezione. In pratica quasi la stessa attenzione che il conio di Stato dedicherà al campionato mondiale di canottaggio in programma a Bled.
La scelta di privilegiare un partigiano e di usare l’iconografia del regime comunista ha provocato una serie di polemiche sia in patria sia all’estero. A gongolare sono soprattutto i reduci che vedono ancora una volta il Paese celebrare i fasti della Seconda guerra mondiale. D’altra parte c’è chi grida allo scandalo. I giovani di Nuova Slovenia, una formazione extraparlamentare clericale e conservatrice, hanno definito sprezzantemente il comandante partigiano null’altro che un criminale di guerra, mentre altri hanno parlato di una provocazione soprattutto perché il tutto è avvenuto mentre la Slovenia si appresta a celebrare il ventennale dell’indipendenza.
Rossi e bianchi
Il Paese è così per l’ennesima volta ritornato al clima di “guerra culturale†tra “rossi†e “bianchiâ€. Nel centrosinistra ci tengono a sottolineare che l’indipendenza slovena ha radici profonde e parte proprio dalla resistenza, quindi fornendo così una giustificazione alla scelta di celebrare il comandate Stane. Del resto, nei mesi scorsi, lo stesso ministero dell’Istruzione ha pensato bene di accomunare nelle scuole il ricordo del settantesimo anniversario della costituzione del Fronte di liberazione con il ventesimo anniversario dell’indipendenza. L’iniziativa dal titolo “Stringi il pugno†è stata presentata con un manifesto simil-ciclostilato di impronta real-socialista su cui capeggia un pugno chiuso rosso.
Il centrodestra, invece, non manca di presentare il periodo comunista e la vittoria delle truppe di Tito come un'enorme iattura. Il Paese - dicono – sarebbe caduto in mano ai comunisti che misero in atto una feroce e sanguinosa resa dei conti che riempì la Slovenia di fosse comuni. In sintesi, se i primi considerano quello jugoslavo, seppur con i suoi errori, un comunismo dal “volto umanoâ€; i secondi non sono disposti a fare nessuno sconto e lo paragonano in tutto e per tutto a quello del resto dell'est Europa.
In quest’ottica si muovono anche i governi sloveni di differenti colori. Il precedente esecutivo di centrodestra partecipò con entusiasmo alle iniziative che condannavano i crimini del comunismo; mentre l’attuale compagine di centrosinistra (o i suoi uomini) ha fatto una serie di scelte che sembrano andare in tutt’altra direzione: a Lubiana è stata intitolata una via al maresciallo Josip Broz – Tito, un’alta onorificenza è stata concessa all’ultimo ministro degli Interni della Slovenia socialista ed ora è stata emessa anche una moneta con una bella stella a cinque punte. [...]
Sabato 21 maggio il video sarà presentato anche a Terni, assieme ad altre recenti opere dedicate alla Resistenza jugoslava: prossimamente i dettagli.
1) Cividale del Friuli (UD) 15 maggio 2011
ore 17, c/o Sala dei Gessi - Società Operaja - Foro Giulio Cesare 15
proiezione del video RADE KONÄŒAR. UNA STORIA DI OPERAI JUGOSLAVI Parteciperanno alla serata Piera Tacchino (co-autrice) e Rajka Veljovic (Zastava Kragujevac- Serbia) Organizza ANPI - Sezione di Cividale del Friuli Aderiscono: SPI/CGIL - Circolo Iskra - Associazione Liumang
ore 19:30 presso Museo diffuso, Corso Valdocco 4/a proiezione del video RADE KONÄŒAR. UNA STORIA DI OPERAI JUGOSLAVI Parteciperanno alla serata Bude KonÄar, Rajka Veljovic (Zastava Kragujevac- Serbia), Paola Olivetti (ANCR) e le co-autrici Organizzano ANCR, Museo Diffuso, CNJ-onlus, Ass. Piemonte-Grecia
Scritto e diretto da: Tamara Bellone, Gordana Pavlović, Piera Tacchino
mini DV - durata 120’ Video autoprodotto e senza fini di lucro
Torino, 23/07/2010
Sinossi Il film documentario racconta la vita di Rade KonÄar, Segretario del Partito Comunista Croato, giustiziato dagli italiani nella Seconda Guerra Mondiale e di sua moglie Dragica, barbaramente uccisa, nello stesso periodo, dagli ustaÅ¡a. La ricostruzione storica è integrata dalle testimonianze di Bude KonÄar, fratello e cognato dei protagonisti, Slavko Lukas, processato dagli italiani assieme a Rade KonÄar e di numerosi partigiani e antifascisti. Il saggista Giacomo Scotti offre ulteriori spunti per riflettere sull’occupazione italiana della Jugoslavia. La Jugoslavia è vista negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, caratterizzati dalla crisi economica e dalle lotte sindacali, durante la criminale occupazione tedesca e italiana, fino alla liberazione. I testimoni intervistati vengono raggiunti viaggiando nella ex Jugoslavia, tra i ricordi del passato, spesso deturpati e la nuova organizzazione economica e statale. Dichiarazione degli autori Gli Italiani non hanno ancora provato ad analizzare seriamente la storia dei crimini nei confronti dei popoli da loro occupati, facendo una dannosa e talvolta ridicola opera di rimozione. Bio filmografie degli autori Tamara Bellone(Torino 13 agosto 1952) da quindici anni realizza video ammessi a concorsi nazionali e internazionali. “Bentornato†realizzato con Piera Tacchino ha vinto il premio “Round†(Rimini) per il miglior video e il premio “Anpi†al Valsusa Film Festival “Tecka Breda†realizzato con Piera Tacchino e Boris Bellone ha vinto il premio per “La storia più bella†al Valsusa Film Festival “Grecia – Appunti sui danni causati dall’occupazione italianaâ€, un documentario di 90’, realizzato con Nietta Fiorentino, Ghiorgos Korras e Piera Tacchino ha avuto una considerevole diffusione in Italia, in alcune università estere ed è stato proiettato ed apprezzato in Grecia. L’autrice ha partecipato al film collettivo “Walls and Bordersâ€. Ha scritto alcune sceneggiature con Paolo Docile e Piera Tacchino riscuotendo premi e/o riconoscimenti. Gordana Pavlović(RaÄa, Serbia 15 maggio 1965) impegnata nella diffusione delle informazioni sulla situazione economica e sociale della ex Jugoslavia e nella conservazione della memoria storica e delle tradizioni popolari, organizza eventi culturali. Ha fondato un’associazione non governativa che si occupa dei profughi dei territori della ex-Jugoslavia. Piera Tacchino(Torino, 10 luglio 1952) da quindici anni realizza video ammessi a concorsi nazionali e internazionali. “Bentornato†realizzato con Tamara Bellone ha vinto il premio “Round†(Rimini) per il miglior video e il premio “Anpi†al Valsusa film Festival “Tecka Breda†realizzato con Tamara Bellone e Boris Bellone ha vinto il premio per “La storia più bella†al Valsusa Film Festival. “Grecia – appunti sui danni causati dall’occupazione italianaâ€, un documentario di 90’, realizzato con Tamara Bellone, Nietta Fiorentino, Ghiorgos Korras, ha avuto una considerevole diffusione Italia e in alcune università estere, è stato proiettato ed apprezzato in Grecia. L’autrice ha partecipato al film collettivo “Walls and Bordersâ€. Ha scritto alcune sceneggiature con Paolo Docile e Tamara Bellone riscuotendo premi e/o riconoscimenti. Ha realizzato alcuni video con Roberto Sardo.
le richieste vanno indirizzate a: p.tacchino @ torinofacile.it
Il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia onlus aderisce ed invita tutti/e a partecipare alla manifestazione nazionale di sostegno alla FREEDOM FLOTTILLA II - contro ogni concezione di statualità fondata sull'esclusione religiosa, etnica o razziale, per i legittimi diritti della popolazione palestinese, per la pace e la fratellanza fra i popoli. Restiamo umani!
Il direttivo di CNJ-onlus
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GAZA, STIAMO ARRIVANDO. CON VITTORIO NEL CUORE
Le adesioni alla manifestazione nazionale del 14 maggio
Con l’approssimarsi della manifestazione nazionale del 14 maggio, vogliamo rivolgere un appello a tutte le associazioni, le forze politiche e le personalità che hanno aderito al progetto della Freedom Flotilla per far cessare l’assedio di cui i Palestinesi della Striscia di Gaza sono vittime da anni.
Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri egiziano sull’ipotesi di un’apertura permanente del valico di Rafah ci incoraggiano ancora di più nel nostro progetto di raggiungere la Striscia via mare, sfidando il blocco israeliano insieme a tutte le organizzazioni della coalizione internazionale della Freedom Flotilla 2 – Stay Human
Il governo israeliano sta decidendo come affrontare la Flotilla, in un quadro regionale segnato da profondi sconvolgimenti, fra i quali la rinnovata unità delle forze politiche palestinesi, dopo anni di divisioni, unità che preoccupa oltre ogni misura l’occupazione israeliana. Non dimentichiamo come l’unità della resistenza sia stato un obiettivo per cui si sono mobilitati tanti giovani palestinesi, e come a questo obiettivo abbia dedicato le sue energie il nostro compagno, fratello ed amico Vittorio Arrigoni. Vittorio sarà sempre con noi, nei nostri cuori, nelle piazze, sulle nostre navi ed in tutte le nostre battaglie per la liberazione della Palestina e per una pace giusta in Medio Oriente.
I dirigenti israeliani si sono rivolti all’ONU ed ai governi, pretendendo che impediscano la partenza delle nostre navi, e il governo italiano ha prontamente risposto all’appello di Tel Aviv.
L’assalto dell’esercito israeliano alla prima Freedom Flotilla, lo scorso anno, è costato la vita a nove attivisti. Anche oggi, il governo israeliano rivendica la legittimità dell’assedio e nega la crisi umanitaria in cui versa Gaza a causa dell’assedio, e attribuisce alla flotilla intenti terroristici, preparando così il terreno per nuove iniziative di forza, immaginando che, come è sempre avvenuto in questi anni, alle blande condanne dei governi non farà seguito alcuna sanzione.
Il solo strumento di difesa che abbiamo è la solidarietà della società civile e delle forze democratiche. Vorremmo che questa solidarietà si manifestasse in tutta la sua ampiezza nella manifestazione del 14 maggio, ed è per questo motivo che chiediamo a tutti di esercitare il massimo sforzo affinché quel giorno vi sia la più ampia e determinata partecipazione. Chiediamo a tutte le organizzazioni di farci pervenire la propria adesione e di impegnarsi per far confluire a Roma il maggior numero di persone. Sono già in molti ad essersi attivati, a dimostrazione di quanto sia forte il bisogno di manifestare la propria solidarietà ai Palestinesi, ma c’è ancora molto da fare.
Il momento critico che sta attraversando la democrazia italiana, segnato prepotentemente dalla guerra e dalla volontà di impedire importanti consultazioni popolari, rende necessario mettere in campo la forza dei movimenti e della società civile.
La manifestazione del 14 maggio è un appuntamento importante per gli amici del popolo palestinese e della pace, per tutti quelli che credono nella democrazia, nella libertà, nella giustizia sociale e nei diritti umani. Un appuntamento da non mancare.
Il Coordinamento Nazionale della Freedom Flotilla Italia – Stay Human
Forum Palestina Associazione Palestinesi in Italia Free Gaza Movement Italia ISM-Italia Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese Associazione Zaatar Onlus Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese Comitato Brindisi per Gaza Associazione Amicizia Sardegna – Palestina Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus (Firenze) Comitato Palestina Bologna Coordinamento Campagna BDS Bologna Comitato “Con la Palestina nel cuore” Comitato Pistoiese per la Palestina Rete di Solidarietà con la Palestina e Pace nel Mediterraneo di Pescara Campagna Solidarietà Palestina Marche Comitato Perugia Palestina Comitato di Solidarietà conn il Popolo Palestinese di Torino Gruppo musicale Handala Collettivo Politico Fanon – Napoli Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli Partito della Rifondazione Comunista Federazione della Sinistra Partito Comunista dei Lavoratori Sinistra Ecologia Libertà Partito dei Comunisti Italiani Rete dei Comunisti Comunisti – Sinistra Popolare Confederazione Unione Sindacale Italiana – U.S.I. Per il Bene Comune Patria Socialista Forum Ambientalista Sinistra Critica, Bari – Organizzazione per la Sinistra anticapitalista Brigate di Solidarietà Attiva – Lazio Gruppi di Azione per la Palestina – Parma Un Ponte per… Deposito Dei Segni Onlus Comité de Solidaridad con la Causa Árabe /Spagna Campo Antimperialista Materiali Resistenti Coordinamento Secondo Policlinico di Napoli Assemblea Permanente NO F35 (Novara) Forum Palestina Novara Associazione Joe Strummer Magenta Movimento per la tutela dei diritti dei Musulmani Associazione LiberaRete Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos di Campi Bisenzio Libera TV Rete No War – Roma Circolo ARCI Handala – Imperia Associazione Italia – Cuba – Circolo di Roma Associazione YAKAAR Italia – Senegal Women International League for Peace and Freedom (WILPF) Coordinamento BDS Italia Campagna Stop Agrexco Italia
... Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus ...
Libyan Odyssey and the Dawn of a New Serbian Public Opinion
Nikola Tanasić недеља, 03. април 2011.
“The Arab awakening from the Serbian Perspectiveâ€
An innate interest for geopolitical affairs (as a consequence of the geographic location and accumulated historical experiences), as well as paying a considerably close attention to events on the global scale (being aware that they shape our lives far more than it might seem at first), resulted in the fact that the public opinion in Serbia very sophisticatedly differentiates amongst the finesses present on the world’s political stage for which the equally-educated citizens of the western countries often don’t know that they even exist. In our country, differences are easily observed between infiltrated Mujahedin groups, financed by Saudi Arabia and American global interests on their daily agenda (although they are mostly unconscious of the fact), which operated in Afghanistan, Bosnia, Chechnya, and Kosovo, and which are these days causing troubles in the Middle East and in the Caucasus, from the self-determining and sovereign regimes whose only sin was mainly disobedience of the American and western political dictates, and which, by default, had the lowest concentration of terrorist groups on their territories, yet, in the international arena they were decried to be “terrorist harbors†(Iraq, Iran, Siria, Libya). At last, our public very clearly realizes all the fatal similarities between “classic†and “state terrorismâ€, conscious of the fact that killing innocent civilians in order to spread fear and hatred to force political changes doesn’t get any more “humane,†more “distinguished,†or more “civilizedâ€, just because someone spends billions of dollars on the newest instruments of murder, just because one’s mouth is full of “democracy and human rights,†or because one has no heart or stomach to smear his own hands with blood.
Nevertheless, the domestic public, which mostly knows “who’s who†on the world political scene, was rather confused by the series of protests, clashes and political upheavals across the countries of the Maghreb and the Middle East. To the confusion partially contributed the world media houses, whose reports, because their executives and reporters were taken aback by the development of events, were at first surprisingly objective and refrained, that is, until France, Great Britain, and USA officially proclaimed their official policies towards these happenings. On the other hand, it was impossible to resist the notion that, what transpired in Tunisia, Algeria, Egypt, and other countries, was indeed a “movement of the peopleâ€, having in mind that these countries were notorious for high levels of corruption and the horrifying conditions in which their poorest populations still live. So, there was nothing particularly doubtful about their readiness to overthrow their cocooned and dynastical governments and seek sweeping political changes.
Serbian endorsement of these revolutions (if we exclude ideologized individuals who more or less equate “democratization†with the natural evolution) mainly originates from the long-established sympathies for the oppressed, the poor and the contemptible, “the wretched of the earthâ€. This didn’t come solely from the half-century long socialist indoctrination, but without a doubt from the grassroots folklore as well, the folklore which possesses a strikingly freedom-loving, and one might say so, “anti-imperial†elements. This traditional disinclination towards injustice and the national ideology based on the battle for independence from imperial powers and resistance towards various ways of (semi)colonial exploitation has lead to affinity of the Serbian public to the idea that the Arab nations could build a more just and humane social orders for themselves.
On the Extent of the “Twitter Revolutionsâ€
Things, however, seem to get more complicated after taking into account that the first means, that is, the “mediaâ€, for organizing the protestors at the initial phases of the “Awakening†was the Internet, primarily the social networks Twitter and Facbook. This question is of course going to open a lot of discussion in the expert circles of sociologists and political theorists in the coming years – since, for the last two years, the two networks have been basically advertised as a potential political means and a tool of civil revolutions (which is suspicious onto itself). Being a topic worthy of its own space, it is enough to emphasize two things here – firstly, there is nothing more natural than the idea that the most contemporary and the most wide-spread means of communication has served as the single convergent point for crystallization of the popular rebellions in Tunisia, Algeria, Egypt, and other Arab countries. Having in mind the fact, put into the foreground countless times, that the Arab cultural space extends significantly beyond the boundaries imposed on it by the selfish and hoggish elites from specific countries, and that the capabilities of organizing massive actions via social networks are virtually limitless, it seems to be a very logical conclusion that the social networks represented the key asset of the protestors, to which the retrograde authorities paid too little attention, becoming, at the end, the very cause of their downfall. This was enough to officially christen the protests as Twitter and “Facebook Revolutions,†despite the regime of Hosni Mubarak introducing, and all other countries adopting, the practice of crashing the internet as a means of control, which, obviously, did not disrupt further conduct of the protests at all. On the other hand, as romantic as the idea of people succeeding via “tweeting†and “liking†in bringing down a few osseous, deeply militarized and political technology-wise extremely self-conscious regimes, the virtual space, as shown in these events, still has kept its status of “shadow reality†and a mere echo of the real world. This was proved by at least a few key facts. First and foremost, no matter how much the Western media tried to portray the demonstrators in the Maghreb as “young and educated middle class demanding democracyâ€, the main protagonist of the revolt were the hungry masses which neither use the social networks, nor would they know how to set a politically self-conscious “status†in perfect English, which was evidently the case with the protest organizers on the internet. This problem is particularly visible when having in mind the fact that the network Twitter is for the most part used and followed by Americans (excluding the fashion of “tweeting†imposed on the Russian politicians by Dmitry Medvedev), and has practically been integrated into their national information (that is, propaganda) systems along the lines of some “21st century CNNâ€. The fabrication of Twitter as a firmly controlled “incubator of revolutionary ideas†we saw two years ago, with the world-wide promotion of this network as a means of fighting against the regime in Iran – another series of protests with posters in English and an extremely “external†political orientation. (The demonstrators were obviously sending their messages to the West and not to their fellow citizens and compatriots.) Finally, Twitter has a whole range of editing, evaluating, and censoring instruments used for sorting out “everyday croaking†from the “relevant tweeting,†favoring the statements made by the officials from the American administration and reports “from the scene of events†sent by the renowned reporters from Western news agencies and media houses. On the other hand, if we are talking about the far more “popular†and “democratic†Facebook, it turned out that the key problem there was dispersion of information and the lack of focus. This has finally lead to a somewhat paradoxical situation in which Muammar Gaddafi reigns this network supremely thanks to the support from citizens of Serbia, who simultaneously – so far – had no success in organizing any serious protest in “the real worldâ€.
Reporting of the “Classical†Media
Illusions dispelled long-ago about the “objectivity†of the Western and the global media and their relevancy as “sources of informationâ€, as well as vivid memories of our own suffering under the boot of the same army now being active in Libya, have brought up, despite reserved sympathies towards the whole idea of “Arab Awakeningâ€, a restraint of a large portion of the Serbian community facing the news that the “peaceful protests†against the regime of Muammar Gaddafi in Libya quickly turned into an armed uprising. At a glance, too many things in Libya were different from the developments in Tunisia and Egypt, which were carefully followed by our media, as well as from the later protests, conflicts and counter-measures of repression in Qatar, Bahrain and Saudia Arabia, and to a certain degree in Yemen (which has been for decades in a state of suspended civil war). Besides the obvious armed nature of the uprising, the pre-prepared iconographies and the involvement of the “traveling revolutionary circus†with so many times seen slogans and scenarios of escalating violence, the most indicative thing is precisely the behavior of the global “classical†media. Since these propaganda systems are able to “report†only prepared-in-advance tirades about prepared-in-advance events, they were visibly perplexed and restrained during the early phases of the “Arab Awakeningâ€, when they quite literally “didn’t know what to thinkâ€. However, when the rebellion in Libya started, and in particular when it was necessary to prepare the terrain for a new international intervention, it was obvious that the world media “consolidated their ranks†and took on the events with ready-to-use information scenarios and strategies for escalation. While the actions of the “rebels,†romantically wearing flags of the “good king Idris†(just as the Iranian emigration protesting in Europe gladly waves the “Shah’s flagâ€) are practically broadcasted live, news from Qatar and Bahrain are limited and censored news, while from Saudia Arabia practically nothing else except for the government statements can be obtained. Yet, the developments in those countries deserve maybe even more attention and they have deeper political roots than the dealings in Libya.
Even then it is easy to see the “crackling†of the global media machinery which has been for quite a while far away from that unstoppable and ever-present “Matrix†from the nineties. The reason for this is not only their rocky creditability, after their scandalous manipulations regarding FR Yugoslavia, Afghanistan, and Iraq, have been made public. It is neither because of their integrity being broken up by successful media counter-actions, for example, by China in Tibet, and by Russia in Ossetia. The reason is, first and foremost, because they have largely sunken themselves irreversibly into the virtuality of their own lies, illusions, and self-deceptions, losing so even the slightest foundation in reality. Hence, more and more often it happens that the events on the “terrain†simply “can’t follow up†on their self-fulfilling prophecies (rebels can get nowhere close to the very cities they “liberated,†newly-formed democratic institutions threaten foreign missions that come to give them support, and the “liberation armyâ€, besides the customary plundering and destruction, kills their reporters), while NATO and the UN Security Council are degraded having to provide military and political logistics to people, who are not only unable to exploit it (which wouldn’t be the first time), but, as it appears, have no political agenda whatsoever.
“Support for a Friend†– Libya in Serbian Hearts
Not counting New Serbian Political Thought, which has been following up on the entire Libyan crisis in detail and systematically from the beginning, Serbian public was getting news from Libya mainly through two sources – the global media distinctly unfriendly to Gaddafi, and the far more balanced (and often openly pro-Gaddafi) reports of eye witnesses evacuated from Libya, amongst whom the celebrated Serbian war reporter, Miroslav Lazanski, holds the last word. This chimericalness of the Serbian media scene was firstly noticed on the internet portals of the media houses, where the readers’ comments (excluding the extremely pro-western media) in a large majority and very emotionally were giving support to Gaddafi (“Play it Gaddafi!â€, “Stomp the gang colonel!â€, “Endure, our friend!â€), although the articles themselves were unanimously portraying Gaddafi as a dictator who turned against his own people. It shouldn’t be forgotten that a large number of those sites are strictly censored in terms of comments, so it is obvious that the editors, apart from their own sympathies for the government in Libya, were this way more the efficiently contributing to the objectivity of the individual news. The support, which rumbled through the Serbian media, exploded after the first announcement about the beginning of military campaign by France, Britain, the USA, and their allies from NATO against the regular army in Libya, like after the scandalous resolution of the UN Security Council, which gave them, along the tacit support from Russia and China, untied hands to operate in Libya as they please. Although this more than problematic resolution (not only because of the obvious permission of use of “excessive power†in Libya to just about anybody who finds an interest in doing so, but also because of using media reports as evidence of the conditions in the country), formally separates the Libyan intervention (pathetically named “Odyssey’s Dawnâ€) from the illegal wars of the North-Athlantic Alliance in FR Yugoslavia and the American “Coalition of the Willing†in Iraq, for the majority of citizens in Serbia there wasn’t a trace of doubt that it was just one more international military aggression of the powerful and rich against a country which is neither better nor worse than other countries. And the sole reasons for are those very same imperial, colonial and crypto-racist interests which were, not so long ago, keeping entire Africa under the European boot. On top of that was added a sentimental recollection of a multi-decade tradition of outstanding bilateral relationships, which was started by Tito’s essentially far-sighted and civilizationally progressive “nonalignment policies†and the consistent Yugoslav anti-colonialism, which culminated during the nineties, when Gaddafi personally showed an enviable political and moral integrity by supporting the Serbian side in the Yugoslav wars, and refused up to this day (as did the majority of the “nonaligned†countries) to recognized the self-proclaimed state of the Kosovo Albanians. Even though he could, by supporting the “Muslim brothers†in Bosnia and in Kosovo, earn a lot of “cheap political points†(about which some far more “serious countries†than the Socialist Arab Jamahiriya were not squeamish at all), Gaddafi acted, on one hand as an ally and a friend to a people with whom “he was good, come good timesâ€. On the other hand, he showed commitment to the principles of sovereignty and equality of small and poor nations, as well as to the international relations based on law and justice. In the end, to his popularity in Serbia, whether intentionally or not, contributed the actual Serbian government, which lately not only reactivated ties with nonaligned friends, but in those contacts, the friendship with Libya had a special place. (Don’t let it slip from our minds that two years ago president Boris Tadić chose to attend the 40th anniversary of Gaddafi’s “Glorious Revolution of September the First†because of which he missed the not at all insignificant marking the 70th anniversary of the start of World War II. And lets not forget that the Serbian defense minister, Dragan Å utanovac, more than once emphasized the agreement on military cooperation with Libya, worth more than half a billion dollars, as his greatest achievement at that position).
“Gaddafi’s Hackers†against the “Libyan Youthâ€
As a focal point of the existing support to Gaddafi in Serbia emerged a Facbook group called:Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia (“Подршка пријатељу“, „Support for a Friend“), which in the first two days of existence collected over 40 thousand members, and in the next seven days the number of members grew to 65 thousand (and still growing). By comparison, the president Tadić’s Facebook page, with his entire party nomenclature available for him, in over 3 years of existence has gathered about 44 thousand members, whereas the most famous Serbs in the world, Novak Djoković and Emir Kusturica, as personalities who are loved and recognized world-wide, have support from 133 thousand and 214 thousand members respectively. Gathering 65 thousand members in a group which is not international and whose language is only Serbian, represents a real feat, by how much bigger, by so much is known that political organizing of Serbs on Facebook so far has not produced any serious results. However, the numbers do not end here. The Serbian support group for Gaddafi and Libya is convincingly the most numerous internet community considering the Libyan war overall – not only that there are nowhere close so many people supporting Gaddafi elsewhere in the world, but neither the opponents of his regime on the global level can nearly be pleased about such a support. The English language page of the “Libyan Youth Movement†(LYM), a sort of match to the west-sponsored Serbian anti-MiloÅ¡ević “resistance†movement “Otpor†(though it is obvious that the members of the LYM, like those of the Iranian “oppositionâ€, mostly live abroad), gathered 13 thousand members from all over the world (including the Serbs who are, for the umpteenth time, scandalized by the historical decisions of their own people and use that page as one more proving ground for its disparagement and slander), whereas the Libyan official page has approximately the same number of members – except that even there about 30% of text is in Serbian language.
The LYM quickly denounced the Serbian group on Facebook as a manipulation for, it is “impossible†that in such a small country “so many†people support Gaddafi. (To make it clear, the number of FB users in Serbia is about 2.7 million – 37% of the total population and 66% of the internet population of the country.) And the increasingly frequent invasions by the Serbs on the Facebook pages of NATO, France, USA, and even on the LYM’s page, have caused them to seek help in the fight against “Gaddafi’s hackersâ€, who in some inexplicable way just misuse the good name of the residents of Serbia. Yet, no fraud exists there. The “Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia†represents one of the liveliest sites of the Serbian internet – where there are exchanges of news, clips, posters of support or taunt at the expense of Sarkozy, Obama, and Clinton, and the frequency in shifting of news and information is astronomical. The language of correspondence is Serbian, and after the page became famous internationally, in addition, one can find there English, Russian, French, and even Arabian language (primarily in the form of slogans which Serbian activists convey in who-knows-what-kind of Arabic via Google Translate).
Facebook as the New Serbian Public Community
What undeniably, however, amazes the most with regard to this page is its outstanding politicality in a deep sense, seemingly been completely forgotten in contemporary Serbia which appeared to have been irreversibly and completely drowned in a stagnating sludge of petty-politics. The “Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia†gathered people from all sides of the Serbian political spectrum, and even though the global agencies (like the BBC and the Voice of America) are outdoing each other in qualifying this movement as a “rightwing†and “ultra-nationalistic†one, its members equally represent the active left and right, nationalists and internationalists, conservatives and socialists. If, in that torrent of textual and multimedia contents, there could be noticed a common “tone,†then it would have certainly been articulated very self-consciously as a sort of anti-colonialism, anti-imperialism, and anti-globalism, with a very strong folkloric, national, Yugo-nostalgic, and before all, pacifistic themes. (This very natural attitude for the Serbs, at the very beginning of the intervention in Libya, was firstly championed by Djordje Vukadinović in his article, “Odyssey’s Dawn and Civilizational Twilightâ€, where the later development of the events very much proved him right). Administrators and members of the “Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia†Facebook page have shown an outstanding political self-consciousness, and they didn’t’ massively fall for a single attempt of manipulation – regardless whether those provocations were foreign “infiltrators†who were trying to provoke enough “hate speech†and so force Facbook to close down the page, or whether it was a case like the movement “Nashi 1389†which, as did a whole range of other organizations, tried to benefit from the massiveness of support for their own political and other agendas. Members of the group were unanimously responding that the only goal of the group is to support the Libyan people and its legitimate state government, along with requests from the state government of Serbia to condemn openly the operations in Libya and to use all available means in order to help, first of all the suffering Libyan people, but also the “sworn friend Gaddafiâ€, who himself “never hesitated to send us help when we needed it mostâ€. The group supporting Gaddafi, for a number of reasons, represents a first rate political event in the Serbian public sphere. It has shown that there are political issues on which there exists a clear national consensus (in this case – public request for supporting Libya and condemning the military aggression, to which the Serbian officials, although inarticulately and timidly, partially responded), and the public itself is more than capable of articulating them outside existing party and political infrastructure, exclusively using the new technological potentials provided by the contemporary means of communication. This is the first time that this kind of political protest, clearly focused in entirety on a concrete political goal, is being organized in our community without any support from the “classical†political institutions, such as the parties. On the other hand, results from this protest echoed globally, and so the Serbian internet community, besides having “saved the face of the nation†in a situation in which the global public opinion to an extreme extent lethargically and uninterestingly looked upon the opening of a new battlefield in the Mediterranean basin. It has also shown the reach of the direct “Facebook democracyâ€, which, this time, unlike the “Twitter Revolutions†that just represented echoes of “tweets†of the Washington officials, made known that one small nation in the environment of new communications can draw public attention to positions diametrically opposite from those favored by the world media machinery. Even if this supporting group (so far) hasn’t brought about any organizing of serious antiwar gatherings in Belgrade and other Serbian cities, it certainly has enabled for the principle Serbian position to be heard. It has thus honored the people and citizens of Serbia, and dishonored all those who are closing their eyes in the face of the international arrogance in Libya.
There cannot be any doubt that this is an event which reminds Serbia of those heroic times – when Belgrade shook because of the war in Spain, because of the occupation of Czechoslovakia, or because of assassination of Salvador Allende. During these lethargic times, closely followed by a general disappointment with all the internal political ideals, which are made meaningless by a hypertrophy of pragmatism and toadying of politicians, the citizens of Serbia have recognized in an “old friendship†with Libya that pinch of honesty, integrity and national dignity, so necessary on the international stage. They have insisted on the forgotten principles of law and justice in the name of all of our historical victims, and in accordance with all of our historical choices. Refusing to stay silent in the face of injustice being done to others, Facebook users from Serbia more than clearly articulated their position on an array of national questions, which have not been officially raised so far. Their categoricalness and bravery today represents, for the umpteenth time in our history, a pledge for the future, thanks to which our children won’t have to blush when someone asks them: “Do you remember Libya?â€. “Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia,†precisely because it’s unselfishly and exclusively dedicated to nurturing of the genuine Serbian-Libyan friendship and to a rare world politician, who was in his time ready to bring down the network of lies which almost made Serbs into nothing less than “Nazis after Nazis,†is in fact an event far more important than a support for a friendly regime. The group is a proof that in today’s Serbia, with its oppressive media, disconnected from people like never before, there still exists a political consciousness and a moral autonomy which enables its citizens, not only to be the tomorrow’s protagonists of true democratic processes, but also to come onto the world’s historical scene as worthy subjects, making decisions which might earn them powerful enemies, yet which are in a perfect accordance with their centuries long tradition, somewhat forgotten social values, and testimonial justice and truth.
Commenti e comunicati contro la nuova guerra di aggressione imperialista e coloniale
1) Sulla guerra alla Libia (Aldo Bernardini)
2) Orwell, la Nato e la guerra contro la Libia (Domenico Losurdo)
3) Processare Napolitano per alto tradimento (Vincenzo Zamboni)
4) DIMISSIONI DA CONSIGLIERE COMUNALE (Marina Tiberto)
5) Italia in guerra: moralmente ed economicamente inaccettabile / 'CARA' GUERRA (USB)
6) 25 Aprile, Costituzione e guerra (Tamara Bellone)
7) ANPI prov. Perugia condanna i bombardamenti sulla Libia
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GUERRA ALLA LIBIA
Nella sconvolgente vicenda libica si parla poco di diritto internazionale, probabilmente perché fa comodo l’opinione che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite abbia esaurito il problema. Non è così. Le NU non sono federazione mondiale, il C.d.s. non è né governo né legislatore del mondo. Come invece si ritiene generalmente a partire dalla prima guerra irachena: si arriva a ritenere sufficiente che il C.d.s. a discrezione invochi il cap. VII della Carta (minacce e rotture della pace, internazionale di per sé, cioè nei rapporti fra Stati, ma qui si innesta il trucco) per decidere ogni sorta d’azione nei confronti di uno Stato, anche al di fuori delle tipologie disegnate dalla Carta: pure per fatti interni, come un’insurrezione (ai quali venga sempre discrezionalmente affibbiata una rilevanza internazionale: questo è il trucco) e al fine, vedremo illegittimo, di “autorizzare” gli Stati che lo vogliano (i “volenterosi”) a intervenire contro lo Stato preso di mira. Magari perché “non protegge” la propria popolazione contro se stesso, e cioè gli insorti contro lo Stato centrale: una recente trovata fantagiuridica per giustificare gli interventi. Questo non è diritto e non è diritto internazionale. Ben pochi Stati avrebbero accettato la Carta se tale ne fosse stata la portata: così il presidente jugoslavo Milosevic nel colloquio che ebbi con lui nel suo carcere nell’agosto 2001. Siamo davanti a un copione ormai usurato, ma purtroppo abituale per distruggere uno Stato o governo sgradito perché non subalterno. Il despota o tiranno che viene criminalizzato con sfrenate campagne mediatiche, le atrocità, le stragi, le fosse comuni, i diritti umani violati, i fondi all’estero: solo a posteriori a volte si scoprirà la mala informazione. Qualche protesta o rivolta ovviamente contrastata dal potere costituito, eccessi veri o presunti contro “civili innocenti” (spesso rivoltosi incendiari e armati): di qui gli interventi dei “buoni”, sino alla guerra con effetti catastrofici (con le differenze dei casi, Jugoslavia, Iraq, Somalia, Afghanistan...). Veniamo al diritto internazionale, in larga misura espresso nella Carta delle NU, non però nelle applicazioni “stravaganti” più recenti. L’art. 2, n. 1, della Carta evoca la “sovrana eguaglianza di tutti i membri” e il n. 4 vieta l’uso della forza “contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”: l’Assemblea generale nel 1981 chiarisce “il diritto sovrano di uno Stato di determinare il suo sistema politico, economico, culturale e sociale… senza intervento, ingerenza sovversione… in qualsiasi forma dall’esterno” e il divieto di “abbattere o cambiare il sistema politico di un altro Stato o il suo governo”. Per il diritto internazionale non esistono forme statali vietate, sistemi autoaffermantisi come democratici o viceversa dittatori da respingere: lecite o no sono solo le specifiche azioni nei rapporti interstatali. Il regime statale rientra nelle scelte e nelle lotte delle forze interne di ogni Stato. Di fronte a rivolta interna è legittimo per il governo costituito di contrastarla. Senza interferenze. Il Protocollo II del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949 sul diritto bellico, tuttora vigente, stabilisce per gli Stati parti l’applicazione delle norme umanitarie ai conflitti armati interni (guerre civili, insurrezioni), ma senza che ciò possa invocarsi “per attentare alla sovranità di uno Stato o alla responsabilità del governo di mantenere o ristabilire l’ordine pubblico nello Stato o di difendere l’unità nazionale e l’integrità territoriale dello Stato con tutti i mezzi legittimi”: nulla “potrà essere invocato per giustificare un intervento, quale che ne sia la ragione, in un conflitto armato o negli affari interni o esterni” dello Stato in cui avviene il conflitto. È dunque impensabile quanto si va pretendendo nel senso che il vertice libico debba venire sostituito per volontà esterna, o che si interferisca nella guerra civile, addirittura con il sostegno di ogni genere ai ribelli, con gli attacchi armati contro le forze governative di contrasto all’insurrezione, con i riconoscimenti prematuri degli insorti. Quanto alle accuse sul piano umanitario, a parte i pulpiti di provenienza e la totale assenza di verifiche fattuali serie, potrebbe al massimo pensarsi a pressioni di carattere politico-economico, in casi assolutamente estremi a corpi armati (ad es. di interposizione) sotto comando NU, perché solo questo è compatibile con il sistema di sicurezza collettiva. Se il C.d.s. potesse a sua discrezione travolgere i principii accennati sarebbe dittatore mondiale e padrone del diritto internazionale: il che non è. Qualora una decisione del C.d.s. consentisse ciò o fosse interpretabile in tal senso sarebbe invalida. Tralasciata la discutibilissima ris. 1970, adottata persino senza verifica dei fatti, la 1973 di fronte all’insurrezione armata si occupa solo della “violenza” esercitata nel (in principio legittimo) contrasto agli insorti e non pure di quella di costoro. Assumendo a base la protezione dei “civili”, dà in realtà copertura agli insorti, che civili non sono, e tende di fatto ad impedire la legittima azione governativa. La clausola per cui gli Stati disposti (i “volenterosi”) vengono autorizzati “a prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili” ripete e aggrava l’infelice precedente iracheno. La ris. è dunque illegittima, a parte l’indebita ingerenza in fatti interni, soprattutto per la (raffigurata) delega a Stati, invece eventualmente, ricorrendone i presupposti, dell’affidamento non eludibile dell’azione a corpi militari sotto comando NU; comunque per l’indeterminatezza delle azioni preventivate (che viene nei fatti intesa sino alla distruzione delle capacità militari dello Stato libico e alla tentata uccisione dei leader!), senza elementi di controllo né cura dei danni reali che possono conseguire ai civili (tutti, non solo quelli riconducibili non si sa poi come agli insorti). La ris. equivale in realtà ad un “permesso”, per gli Stati che lo vogliano (e quindi secondo i loro interessi!), alla guerra e all’aggressione, permesso che le NU non possono dare perché frontalmente contrario al sistema obbligatorio di sicurezza collettiva della Carta. Ma il vero senso giuridico è un altro: non l’impossibile e insensata “autorizzazione” agli Stati, ma la rinuncia (illecita) delle NU a stigmatizzare e sanzionare l’aggressione contro la Libia. Tutto ciò, per quanto riguarda l’Italia, nulla ha a che fare con l’art. 11 Cost., che naturalmente vieta le azioni in corso e non le considera fra quelle legittimamente disposte da un’organizzazione internazionale con l’obiettivo della pace e giustizia fra le nazioni.
Prof. Dott. Aldo Bernardini Ordinario di Diritto Internazionale nell’Università di Teramo
Nel 1949, mentre infuria una guerra fredda che rischia di trasformarsi da un momento all’altro in olocausto nucleare, George Orwell pubblica il suo ultimo e più celebre romanzo: 1984. Se anche il titolo è avveniristico, il bersaglio è chiaramente costituito dall’Unione Sovietica, raffigurata come il «Grande fratello» totalitario, che vanifica la stessa possibilità di comunicazione, stravolgendo il linguaggio e creando una «neo-lingua» (newspeak), nell’ambito della quale ogni concetto si rovescia nel suo contrario. Pubblicando il suo romanzo l’anno stesso della fondazione della Nato (l’organizzazione militare che pretendeva di difendere anche la causa della morale e della verità), Orwell dava così il suo bravo contributo alla campagna dell’Occidente. Egli non poteva certo immaginare che la sua denuncia sarebbe risultata molto più calzante per descrivere la situazione venutasi a creare, pochi anni dopo il «1984», con la fine della guerra fredda e il trionfo degli Usa. Come la strapotenza militare, così la strapotenza multimediale dell’Occidente non sembra più incontrare nessuno ostacolo: lo stravolgimento della verità viene imposto con un bombardamento multimediale incessante e onnipervasivo, di carattere assolutamento totalitario. E’ quello che emerge con chiarezza dalla guerra in corso contro la Libia.
Guerra
E’ vero, è all’opera il più potente apparato militare mai visto nella storia; certamente non mancano le vittime civili dei bombardamenti della Nato; vengono utilizzate armi (all’uranio impoverito) il cui impatto è destinato a prolungarsi nel tempo; oltre agli Usa, nello scatenamento delle ostilità e nella conduzione delle operazioni militari si distinguono due paesi (Francia e Inghilterra), che hanno alle spalle una lunga storia di espansione e dominio coloniale in Medio Oriente e in Africa; siamo in un’area ricca di petrolio e i più autorevoli esperti e mezzi di informazione sono già impegnati ad analizzare il nuovo assetto geopolitco e geoeconomico. E, tuttavia – ci assicurano Obama, i suoi collaboratori e i suoi alleati e subalterni – non di guerra si tratta, ma di un’operazione umanitaria che mira a proteggere la popolazione civile e che per di più è autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. In realtà, come nei confronti delle sue vittime, anche nei confronti della verità la Nato procede in modo assolutamente sovrano. In primo luogo è da notare che le operazioni militari dell’Occidente sono iniziate prima e senza l’autorizzazione dell’Onu. Sul «Sunday Mirror» del 20 marzo Mike Hamilton rivelava che già da «tre settimane» erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS); fra di loro figuravano «due unità speciali, chiamate “Smash” a causa della loro capacità distruttiva». Dunque, l’aggressione era già iniziata, tanto più che a collaborare con le centinaia di soldati britannici erano «piccoli gruppi della Cia», nell’ambito di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra» e dall’«ammnistrazione Obama» incaricata, sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo», di «rifornire i ribelli e dissanguare l’esercito di Gheddafi» (Mark Mazzettti, Eric Schmitt e Ravi Somaiya in «International Herald Tribune» del 31 marzo). Si tratta di operazioni tanto più rilevanti, in quanto condotte in un paese già di per sé fragile a causa della sua struttura tribale e del dualismo di lunga data tra Tripolitania e Cirenaica. In secondo luogo, anche quando si rivolgono all’Onu, gli Usa e l’Occidente continuano a riservarsi il diritto di scatenare guerre anche senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza: è quello che è avvenuto, ad esempio, nel 1999 in occasione della guerra contro la Jugoslavia e nel 2003 in occasione della seconda guerra contro l’Irak. Ora nessuna persona sensata definirebbe democratico un governo che si rivolgesse al Parlamento con questo discorso: vi invito a votarmi la fiducia, ma anche senza la vostra fiducia io continuerei a governare come meglio ritengo… E’ in questi termini che gli Usa e l’Occidente si rivolgono all’Onu! E cioè, le votazioni che si svolgono nel Consiglio di sicurezza sono regolarmente viziate dal ricatto a cui costantemente fanno ricorso gli Usa e l’Occidente. In terzo luogo: appena strappata al Consiglio di sicurezza (grazie al ricatto appena visto) la risoluzione desiderata, gli Usa e l’Occidente si affrettano a interpretarla in modo sovrano: l’autorizzazione per imporre la «no fly zone» in Libia diviene di fatto l’autorizzazione a imporre una sorta di protettorato. Per potente che sia, l’apparato multimediale degli aggressori non riesce ad occultare la realtà della guerra. E, tuttavia, la neo-lingua si ostina a negare l’evidenza: preferisce parlare di operazione di polizia internazionale. Ma è interessante notare la storia alle spalle di questa categoria. Riallacciandosi alla dottrina Monroe, da lui reinterpretata e radicalizzata, nel 1904 Theodore Roosevelt (presidente degli Usa) teorizza un «potere di polizia internazionale» che la «società civilizzata» deve esercitare sui popoli coloniali e che, per quanto riguarda l'America Latina, spetta agli Usa. Siamo così ricondotti alla realtà del colonialismo e delle guerre colonialismo, alla realtà che invano la neo-lingua cerca di rimuovere. In prima fila nel promuovere la neolingua e lo stravolgimento della verità è disgraziatanente il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napoletano, più eloquentemente di ogni altro impegnato a dimostrare che quella in corso contro la Libia…non è una guerra! Se appena rievocasse i ricordi della militanza comunista che è alle sue spalle, egli capirebbe che la tentata rimozione della guerra è in realtà una confessione. Come a suo tempo ha spiegato Lenin, le grandi potenze non considerano guerre le loro spedizioni coloniali, e ciò non soltanto a causa dell’enorme sproporzione di forze tra le due parti in campo, ma anche perché le vittime «non meritano nemmeno l'appellativo di popoli (sono forse popoli gli asiatici e gli africani?)» (Opere complete, vol. 24, pp. 416-7).
Civili.
La guerra, anzi l’operazione di «polizia internazionale», scatenata contro la Libia mira a proteggere i «civili» dal massacro progettato da Gheddafi. Sennonché, la neo-lingua è immediatamente smentita dagli stessi organi di stampa che sono impegnati a diffonderla. Il «Corriere della Sera» del 20 marzo riporta con evidenza la foto di un aereo che precipita in fiamme dal cielo di Bengasi. Sia la didascalia della foto sia l’articolo relativo (di Lorenzo Cremonesi) spiegano che si tratta di un «caccia» pilotato da uno dei «piloti più esperti» a disposizione dei ribelli e abbattuto dai «missili terra-aria di Gheddafi». Ben lungi dall’essere disarmati, i rivoltosi dispongono di armi sofisticate e di attacco e per di più risultano assistiti sin dall’inizio dalla Cia e da altri servizi segreti, da «un’ampia forza occidentale che agisce nell’ombra» e da corpi speciali britannici famosi o famigerati a causa della loro «capacità distruttiva». Sarebbero questi i «civili»? Ora poi, con l’intervento di una poderosa forza internazionale a fianco dei rivoltosi, è semmai il fronte contrapposto a risultare sostanzialmente disarmato. Ma può essere opportuna un’ulteriore riflessione sulla categoria qui in discussione. Come osserva un docente (Avishai Margalit) dell’Università ebraica di Gerusalemme, nel conteggio ufficiale degli «attacchi terroristi ostili» il governo israeliano include anche il «lancio di pietre». E – si sa – contro i «terroristi» non ci può fermare a mezza strada. Sulla più autorevole stampa statunitense («International Herald Tribune») possiamo leggere di «scene orripilanti di morte», che si verificano «allorché un carro armato e un elicottero israeliani aprono il fuoco su un gruppo di dimostranti palestinesi, compresi bambini, nel campo di rifugiati di Rafah». Sì, anche un bambino che lancia pietre contro l’esercito di occupazione può essere considerato e trattato quale «terrorista». Un’avvocatessa israeliana (Leah Tsemel) impegnata a difendere i palestinesi riferisce di un «bambino di dieci anni ucciso vicino a un check point all’uscita di Gerusalemme da un soldato a cui aveva semplicemente lanciato una pietra» (su tutto ciò cfr. D. Losurdo, Il linguaggio dell’Impero, Laterza, Roma-Bari, 2007, cap. I, § 13). Qui la neo-lingua celebra i suoi trionfi: un pilota esperto che combatte alla guida di un aereo militare è un «civile», ma un bambino che lancia pietre contro l’esercito di occupazione è chiaramente un «terrorista»!
Giustizia internazionale
Se i campioni della lotta contro i bambini «terroristi» e palestinesi possono dormire sonni tranquilli, coloro che si schierano contro i «civili» all’opera in Libia saranno deferiti alla Corte penale internazionale. A rischiare di essere deferiti (e condannati) non saranno soltanto i militari e i politici che comandano l’apparato militare. No, ad essere preso di mira è uno schieramento molto più ampio. Spiegavano Patrick Wintour e Julian Borger su «The Guardian» già del 26 febbraio: «Ufficiali britannici stanno contattando personale libico di grado elevato per metterlo alle strette: abbandonare Muammar Gheddafi o essere processati assieme a lui per crimini contro l’umanità». In effetti, su questo punto non si stancano di insistere i governanti di Londra e occidentali in genere. Essi considerano la Corte penale internazionale alla stregua di Cosa nostra, ovvero alla stregua di un «tribunale» mafioso. Ma il punto più importante e più rivoltante è un altro: ad essere minacciati di essere rinchiusi in carcere per il resto della loro vita sono funzionari libici, ai quali non viene rimproverato alcun reato. E ciè, dopo essere intervenuti in una guerra civile e averla probabilmente attizzata e comunque alimentata, dopo aver dato inizio all’intervento militare ben prima della risoluzione dell’Onu, Obama, Cameron, Sarkozy ecc. continuano a violare le norme del diritto internazionale, minacciando di colpire con la loro vendetta e la loro violenza, anche dopo la fine delle ostilità, coloro che non si arrendono immediatamente alla volontà di potenza, di dominio e di saccheggio espressa dal più forte. Sennonché, la neo-lingua oggi in vigore trasforma le vittime in responsabili di «crimini contro l’umanità» e i responsabili di crimini contro l’umanità in artefici della «giustizia internazionale». Non c’è dubbio: assieme a un apparato di distruzione e di morte senza precedenti nella storia oggi infuria la neo-lingua, ovvero il linguaggio dell’Impero.
2 aprile 2011
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processare napolitano per alto tradimento
nella attuale sciagurata guerra privata fra-gb-usa-ita versus libia compaiono numerose gravissime violazioni. 1) è violato l'articolo 11 della costituzione democratica antifascista italiana. ciò comporta la destituzione dell'occupante del quirinale per alto tradimento e la sua messa formale in stato di accusa. 2) è violata la risoluzione cs onu 1973, che istituisce una zona di non volo quale cordone di controllo per evitare il rifornimento di armi alle parti belligeranti, onde ostacolare le guerra, conformemente alle finalità costitutive dell'onu. l'intervento privato della banda dei quattro, invece, ostacola l'opera internazionale dell'onu, e costruisce ulteriore guerra invece che pace. governi e parlamenti dei quattro paesi si confermano, pertanto, illegittimi poichè dediti a gravi illegalità. vi sono state, all'onu, numerose proteste, non ancora esaurite, contro l'operato della banda dei quattro eurostatunitense, in particolar modo le proteste dell'argentina e dell'unione stati nordafricani. 3) è violato il regolamento onu, basato sul diritto internazionale, in base al quale un paese sovrano ha diritto alla legittima difesa quando sia sotto attacco, fintantochè perduri l'attacco, allo scopo di respingere l'attacco. il governo libico, sotto attacco militare interno ed esterno, esercita tale legittima difesa, conformemente al regolamento onu ed al diritto internazionale. governi e parlamenti della banda dei quattro sono in stato, invece, di grave violazione. 4) sono violate le leggi sul terrorismo stabilite dal diritto internazionale, che definisce "terrorismo" ogni "azione armata contro popolazione civile". tali sono stati i feroci bombardamenti da parte della banda dei quattro su tripoli fin dai primi giorni: il nunzio apostolico francescano a tripoli, don giovanni martinelli, e l'agenzia reuters hanno comunicato ben 40 morti civili assassinati in un giorno solo dalle bombe esplosive degli attentatori terroristici aviazione nato. 5) è violato il regolamento nato, che dispone i termini di una allenaza difensiva, impegnando alla mutua difesa i paesi membri nel caso che uno di essi sia militarmente attaccato dall'esercito di uno stato esterno. cosa che non è avvenuta: nessun paese esterno all'alleanza ha attaccato militarmente alcun paese nato, mentre al contrario la criminale banditesca banda dei quattro ha attaccato unilateralmente la libia e il suo governo. 6) la signora marina sereni, indegna rappresentante eletta in parlamento con il pd, ha mentito in forma grave al parlamento, o in malafede, o in ignorante colpevole buonafede, dichiarando sia obbligo accogliere la criminale decisione annunciata dal primo ministro di bombardare la libia, poichè vincolati dai termini dell'alleanza nato. la motivazione è falsa, come visto al punto (5), e il regolamento nato non obbliga alcuno ad aderire alla iniziativa delinquenziale dei governi francese, inglese e statunitense, trattandosi di alleanza difensiva, ed essendo stato il proditorio attacco usa-gb-fra-ita criminalmente messo in atto senza alcun precedente attacco libico a nessun paese nato. dimostrazione, ad uso dei dubbiosi, della ignobile falsità di quanto enunciato da marina sereni: se davvero i membri nato fossero obbligatoriamente vincolati all'intervento (vincolo inspiegabile, trattandosi di una alleanza difensiva, mentre la sventurata guerra è aggressione da parte usa-fra-gb-ita) non si darebbe il caso che solo quattro paesi abbiano aderito: vi sarebbe obbligo di inviare contingenti da parte di tutti i membri. ma così non è: la germania è assente. la spagna è assente. il portogallo è assente. sono assenti, infatti, tutti gli altri alleati, estranei ad ogni obbligo riguardo l'avventurismo stragista infame fra-usa-gb-ita. sono i fatti evidenti a smentire la menzogna parlamentare pd. 7) è violato il trattato di amicizia italia-libia, stipulato da tempo dai due governi, e mai annullato. la gravissima situazione di palese e feroce illegalità in cui versano i quattro paesi governati da bande criminali deviate glpiste infiltrate nelle istituzioni impone ai popoli francese, inglese, statunitense e italiano il completo e assoluto rifiuto e ripudio senza intermedio di tutti i politici traditori della verità e del bene, disponendo fin d'ora la non obbedienza totale ed assoluta, e parimenti la non collaborazione, di tutti i cittadini fedeli alla costituzione, all'onu, al diritto internazionale ed alla verità contro gli infami assassini terroristi che strumentalizzando le armi degli eserciti nazionali stanno distruggendo democrazia, legalità, diritto, nonchè pace e coesistenza tra i popoli.
vincenzo zamboni
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Marina di Campo, 01 maggio 2011.
Illustrissimo Sig. Sindaco del Comune di Campo nell'Elba Dott. Vanno Segnini, E p.c. On. Giorgio Napolitano; Sen. Renato Schifani; On. Gianf ranco Fini; On. Silvio Berlusconi; Segretario Comune Campo nell'Elba, Dott. Maria Rosa Chiecchi; Membri del Consiglio Comunale di Campo nell'Elba;
OGGETTO: DIMISSIONI DA CONSIGLIERE COMUNALE
Illustrissimo Signor Sindaco, pur nella mia modesta qualità di semplice Consigliere di un piccolo Comune, mi sento a tutti gli effetti un rappresentante dello Stato e delle sue Istituzioni. Ho appena appreso la notizia che un raid Nato, e che per quanto ne sappiamo potrebbe benissimo essere stato effettuato anche da un NOSTRO aereo, finalizzato sembra all'eliminazione fisica di un Capo di Stato, indubbiamente dittatoriale e autoritario, ma che fino a poco tempo fa veniva tranquillamente ricevuto ed omaggiato dalla Comunità internazionale in generale e dai nostri massimi rappresentanti in particolare, nel contesto di una guerra non dichiarata e comunque del tutto interna ad un Paese terzo, ha avuto come bersaglio una CIVILE ABITAZIONE, e come vittime un giovane ventinovenne, reo solo di rapporti di stretta parentela con l'obiettivo principale, nonché TRE BAMBINI. La notizia, passata come da prassi in sordina dagli organi di stampa, è, a mio parere, di una gravità inaudita e inaccettabile. Come Lei ben sa, conosco purtroppo da vicino il dolore immenso e insanabile per la perdita di un figlio. E di un bambino in particolare. Ritenendo violato in maniera palese l'articolo 11 della Costituzione con il pieno consenso di chi avrebbe avuto il dovere istituzionale di impedirlo, e ritenendo il nostro Stato, a tutti gli effetti, COMPLICE CONSAPEVOLE DI STRAGE E INFANTICIDIO VOLONTARIO, non posso e non voglio continuare a rappresentarlo in alcun modo. Le preannuncio pertanto le mie Dimissioni da Consigliere Comunale, che verranno debitamente comunicate e confermate nei modi e nei tempi di legge... Tanto era, ritengo, dovuto.
Italia in guerra: moralmente ed economicamente inaccettabile.
Roma – lunedì, 02 maggio 2011
I costi fissi della portaerei da 130 mila euro al giorno e i caccia Eurofighter da 61 mila euro l’ora sono un costo morale ed economico che non possiamo e dobbiamo sopportare.
Il peso maggiore è quello morale che i politici liquidano come “dovere umanitario”.
I lavoratori italiani non hanno nulla da guadagnare dalla guerra, che sicuramente consentirà al Governo, dentro una crisi economica che i lavoratori stanno pagando duramente, di dirottare ulteriori risorse sul fronte degli armamenti giustificando così ulteriori tagli al welfare.
Il decreto per lo sviluppo si fa attendere, ma entro questa settimana dovrebbe essere portato all’esame del Consiglio dei Ministri. Il rafforzato impegno dell’Italia in Libia non è da sottovalutare in chiave di sviluppo poiché parte degli investimenti previsti dal ministro dell’Economia, infatti, dovranno giocoforza essere trasferiti nel budget militare.
E se i bombardamenti dovessero andare avanti per tutto il 2011, il Governo dovrà mettere in conto un miliardo di euro. Senza considerare gli altri fronti in cui l’Italia è già impegnata (Afghanistan, Libano, Balcani, Iraq, Pakistan, Myanmar oltre ad altre operazioni Ue e Nato) che, solo nei primi sei mesi di quest’anno, sono costati 706 milioni di euro. Per parlare di costi della guerra contro la Libia, in tre mesi di missione militare in Nord Africa e per i rimpatri sono stati spesi 700 milioni di euro.
I bombardamenti hanno dei costi variabili che dipendono dal numero delle missioni, dalle armi e dai mezzi impiegati dalle Forze Armate. L’agenzia Ansa riporta, però, delle tabelle di conversione, non ufficiali, che servono per quantificare i costi fissi di navi e aerei per la missione Nato, che vanno dal carburante al personale, dalla manutenzione alle infrastrutture. Ad esempio, la Marina militare italiana ha impegnato quattro navi e quattro aeroplani imbarcati sulla portaerei Garibaldi.
Il costo della portaeromobili è di a circa 130 mila euro al giorno, mentre gli 8 caccia Av-8B Plus imbarcati costano 9 mila euro per ogni ora di missione (ognuna ne può durare anche 5).
A disposizione della Nato anche la un fregata classe Maestrale (la nave Libeccio) che costa giornalmente 60 mila euro; la rifornitrice Etna - 40 mila euro al giorno - e un pattugliatore classe Comandanti, il Comandante Bettica, che costa 15 mila euro al giorno.
Per quanto riguarda l'Aeronautica militare - che attualmente fornisce all'Alleanza atlantica 4 caccia Eurofighter e 4 caccia anti-radar Tornado ECR - gli assetti che potrebbero essere impiegati per i 'bombardamenti mirati’ sono i Tornado IDS e, forse, gli AMX, le cui missioni dovrebbero essere svolte sotto la protezione dei caccia Eurofighter e dei Tornado ECR.
Anche qui, i costi giornalieri dipenderanno essenzialmente dal numero di sortite e dal tipo di armamento (si pensi che il missile Storm Shadow che potrebbe essere utilizzato dai Tornado Ids arriva a costare quasi 300 mila euro).
Il più caro, da questo punto di vista, è l'Eurofighter, che costa circa 61 mila euro l'ora, mentre i Tornado e gli AMX costano all'incirca 28 mila euro per ora di volo.
Relativamente meno costosi gli elicotteri - dai circa 3.500 euro l'ora degli AB 212 agli oltre 8.000 degli EH 101 - ma finora non si parla dell'impiego di questi velivoli, anche se entrambi i tipi di velivoli sono già a bordo delle quattro navi della Marina.
Bene che vada, il ministero dell’Economia dovrà recuperare oltre un miliardo di euro entro la fine di giugno per rifinanziare le missioni.
E proprio per questo al Tesoro si sta pensando a un nuovo aumento dell’accisa sulla benzina, già deliberato per finanziare il Fondo unico per lo spettacolo.
questa guerra costa molto, sia in termini di annientamento di vite umane, sia in termini di cancellazione di valori politici e etici, sia in termini di costi sociali.
Crediamo che nessuna persona dotata di un minimo di buon senso abbia creduto all’ipocrita bufala dell’intervento militare in Libia per la difesa dei civili: Francia e Gran Bretagna sono partite all’attacco da una parte per rientrare con ruoli egemonici nell’area mediterranea, dopo che le rivolte in Tunisia e in Egitto avevano deposto governi e presidenti loro alleati e protetti, dall’altra per mettere le mani sul petrolio, di cui la Libia possiede le seconde maggiori riserve al mondo, e sugli affari del post Gheddafi. Ma il petrolio non è stato il solo obiettivo.
Tra le nobili motivazioni della guerra non è stato secondario il fatto di impossessarsi di un’ingente quantità di denaro rappresentato dai fondi statali libici, i cosiddetti fondi sovrani.
Il 28 febbraio gli USA hanno congelato 32 miliardi di dollari, proventi del petrolio libico, che erano stati depositati presso le loro banche, un’immensa boccata d’ossigeno per un’economia sempre più indebitata. Poco dopo anche l’Unione Europea ha congelato 45 miliardi di euro di fondi libici! Serviranno a ripagare le spese di guerra?
Per guardare solo al nostro paese, mentre si prospettano anni di ulteriori pesanti sacrifici, con manovre finanziare che faranno impallidire quelle dei primi anni 90, non si esita neppure un attimo a distruggere con la guerra risorse che potrebbero essere usate per ben più nobili e utili scopi:
un’ora di volo dei Tornado costa 32.000 euro, che passano a 60.000 per gli aerei da ricognizione
un missile va dai 136.000 ai 170.000
una bomba costa dai 30.000 ai 50.000 euro
un raid aereo costa dai 200.000 ai 300 mila euro
lo stazionamento di 5 mezzi militari navali davanti alla libia costa oltre 10 milioni di euro al mese.
Il totale, finora, fa circa 100 milioni di euro al mese, tanto quanto costano alle finanze pubbliche gli stipendi di 4.000 insegnanti. Ma con il via libera ai bombardamenti i costi lievitano e in poche settimane si brucerà tutto il bilancio di un anno intero della Difesa!! E dopo? Aumenterà la benzina o introdurranno qualche altra tassa, chiuderanno altri ospedali, licenzieranno altre migliaia di precari pubblici?
Non si risparmia sulle spese di guerra, mentre si tagliano tutti i servizi pubblici, dalla scuola alla sanità alla previdenza all’assistenza.
Non ci sono soldi per il reddito ai disoccupati né per le case popolari, non ci sono soldi per gli aumenti di salario, non ci sono soldi per assumere i precari, non ci sono soldi per le spese sociali.
Tagliare la spesa pubblica è l’unico mantra che ci viene ripetuto in continuazione; dalla UE che impone il pareggio di bilancio entro il 2014, da Draghi, governatore di Bankitalia e candidato a governare la Banca Comune Europea, che invita ad un drastico taglio del 7% in termini reali necessario per raggiungere quell’obiettivo, accompagnato da ulteriori liberalizzazioni e privatizzazioni, da Tremonti che ci prepara finanziarie da 40 miliardi di euro.
Ma necessario per chi? necessario per i mercati finanziari, che stanno ridando fiato alla speculazione più sfrenata, non per i settari più deboli e tartassati della società, non per i lavoratori. E allora se così stanno le cose non ci potremmo risparmiare almeno questa guerra!
Finora la reazione dei lavoratori e dei cittadini italiani, che i sondaggi dicono essere ampiamente contrari all’intervento in Libia, non ha trovato strumenti adeguati di opposizione.
Diventa quindi estremamente urgente mettere in campo mobilitazioni che, in nome del no alla guerra, siano in grado di impedire che i tagli ai servizi e ai salari vadano a finanziare operazioni belliche.
Il Presidente della Repubblica ha oggi dato la sua approvazione all’aggressione allo stato libico. La senatrice Finocchiaro (PD) ha dichiarato che il suo partito sosterrà il governo in questa azione contro l’esercito libico, naturalmente nel quadro del mandato dell’ONU(!?). In precedenza, il PD aveva pienamente sostenuto il governo per quanto riguarda le missioni in Afganistan. Nel 1999 il governo guidato da D’Alema partecipò molto attivamente all’aggressione alla Jugoslavia, bombardando anche obiettivi civili. Nelle celebrazioni del 25 aprile, l’opposizione ha espressi alcuni concetti, che riporto brevemente:
• La Resistenza si ricollega al Risorgimento, i patrioti hanno costruito lo stato nazionale: attualmente bisogna difendere l’unità nazionale minacciata;
• I partigiani hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupazione straniera contro Tedeschi e collaborazionisti fascisti: bisogna stare attenti di fronte al pericolo del revisionismo, che stravolge i fatti storici;
• Frutto della Resistenza è la Costituzione: bisogna difendere la Costituzione che è in pericolo a causa di Berlusconi e di questo governo che tenta di manometterla.
Si può osservare che:
• In questi ultimi anni la cosiddetta sinistra ha contribuito a distruggere alcuni stati, sia dal punto di vista dell’unità nazionale, sia delle strutture civili, dalla Jugoslavia, all’Afganistan, ora alla Libia;
• Una colossale operazione di revisionismo storico, la farsa delle foibe, è stata organizzata con il massiccio apporto del PD e l’approvazione di Napolitano;
• Che senso ha difendere la Costituzione, dopo essersi fatti beffe dell’articolo che recita “L’Italia ripudia la guerra…”?
L’articolo 11 della Costituzione è uno di quelli che maggiormente rappresenta gli ideali della Resistenza: i partigiani, a differenza dei fascisti con la mistica della morte, desideravano una vita di pace e progresso. Napolitano in un suo discorso del 1941, quando era ancora fascista, inneggiava alla invasione tedesca dell’Unione Sovietica, perché avrebbe civilizzato i Russi, D’Alema nel 1999 disse che si sarebbe portata un po’ di civiltà al di là dell’Adriatico… ma quando ci libereremo di queste follie?
26 Aprile 2011 Tamara Bellone
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Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Ente Morale D.L. 5 aprile 1945 n. 224 Via Giovanni Grioli, 40 – 06132 San Sisto Perugia 0755280053 Via Cave, 7 – 06034 Foligno cell. 3391312122 COMITATO PROVINCIALE di PERUGIA
COMUNICATO STAMPA
L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), nel mese di marzo scorso, ha celebrato a Torino, in onore del 150° anniversario dell’unità del Paese, il XV congresso. Nei lavori inerenti all’evento, svoltisi nel nostro territorio il 12 marzo, l’assemblea dei delegati delle 11 sezioni perugine, in rappresentanza di 516 iscritti, ha eletto il nuovo Comitato Provinciale in numero di 60 membri.
Il nuovo Comitato ha successivamente nominato quale presidente provinciale l’avvocato Francesco Innamorati, partigiano del GAP di Perugia e poi Volontario della Libertà, arruolato nel Gruppo di Combattimento Cremona e decorato V.M. e come vicepresidente Simoncelli Giovanni, antifascista.
Il dibattito è stato partecipato: ora ha approfondito le finalità della nostra Associazione, che sono la difesa della Costituzione e la condanna storica e culturale dell’ideologia fascista, ora si è concentrato sulla politica di destra del Governo e sull’aumento dei focolai di guerra fra le nazioni. Al termie, il Comitato Provinciale ha invocato, con un ordine del giorno, il rispetto assoluto dell’articolo 11 della Costituzione e la fine delle missioni di pace effettuate con le armi. Inoltre, nella recente seduta avvenuta il 3 maggio, ha continuato a tenere la linea in difesa della pace e della non violenza, ed ha espresso all’unanimità ferma condanna per i bombardamenti aerei in Libia, auspicando una soluzione immediata e pacifica del conflitto.
("Arbitrio al posto del diritto internazionale": questo il titolo della analisi dell'IMI - Centro di informazioni sulla militarizzazione, con sede a Tubinga - dedicata allo scandalo dei riconoscimenti internazionali alla secessione "etnica" del Kosovo. Il PDF è scaricabile dal link
IMI-Studie 2011/09 - Texte zum IMI-Kongress 2010 Willkür statt Völkerrecht Das IGH-Gutachten zum Kosovo droht eine neue Ära der Sezessionskriege einzuleiten Vollständiger Text hier:http://imi-online.de/download/JW_IGH_Kongress2010.pdf Wie „kreativ“ man mit der Wahrheit umzugehen versteht, führt die westliche Balkan-Politik, insbesondere der Umgang mit dem im Juli 2010 veröffentlichten Gutachten des Internationalen Gerichtshofs (IGH) zur Unabhängigkeit des Kosovo mehr als deutlich vor Augen. Schon um den NATO-Angriffskrieg gegen Jugoslawien im Jahr 1999 zu rechtfertigen, war man sich keiner noch so perfiden Lüge zu schade – erinnert sei hier nur an das angebliche Massaker von Racak, den Hufeisenplan oder die zahlreichen Völkermord und Ausschwitz-Vergleiche, die sich allesamt als nichtig herausgestellt haben.[1] Dass der Krieg zudem und unter offenem Bruch des Völkerrechts, ohne Mandat der Vereinten Nationen durchgeführt worden ist, passt ins Bild. Inzwischen räumen selbst manche der damaligen Drahtzieher offen ein, dass nicht die Menschenrechtssituation, sondern geostrategische Erwägungen ausschlaggebend für die Kriegsentscheidung waren. So schreibt Strobe Talbott, seinerzeit stellvertretender US-Außenminister unter Bill Clinton: „Während die Länder überall in der Region ihre Volkswirtschaften zu reformieren, ethnische Spannungen abzubauen und die Zivilgesellschaft zu stärken versuchten, schien Belgrad Freude daran zu haben, beständig in die entgegengesetzte Richtung zu gehen. Kein Wunder, dass die NATO und Jugoslawien schließlich auf Kollisionskurs gingen. Der Widerstand Jugoslawiens gegen den umfassenden Trend zu politischen und wirtschaftlichen Reformen – und nicht die Bitte der Kosovo-Albaner – bietet die beste Erklärung für den Krieg der NATO.“[2] http://imi-online.de/download/JW_IGH_Kongress2010.pdf [1] Seinerzeit war die westliche Intervention ganz wesentlich mit einem angeblich von jugoslawischer Seite gegenüber der kosovarischen Bevölkerung verübten Völkermord begründet worden, obwohl lediglich fünf Tage vor deren Beginn in einer Lageanalyse des Auswärtigen Amtes festgehalten wurde, die Zivilbevölkerung werde in der Regel "vor einem drohenden Angriff durch die VJ gewarnt". Allerdings werde "die Evakuierung der Zivilbevölkerung vereinzelt durch lokale UCK-Kommandeure unterbunden". Weiter hieß es: "Von Flucht, Vertreibung und Zerstörung im Kosovo sind alle dort lebenden Bevölkerungsgruppen gleichermaßen betroffen.“ (Lutz, Dieter S.: "Krieg nach Gefühl" - Manipulation: Neue Zweifel am Nato-Einsatz im Kosovo, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 15.12.2000). Vgl. zu den Kriegslügen u.a. Hofbauer, Hannes (Hg.): Balkankrieg, Wien 2001. [2] Klein Naomi: Die Schockstrategie. Der Aufstieg des Katastrophen-Kapitalismus, Frankfurt 2009, S. 457f. Hervorhebung JW. Jürgen Wagner
INTITOLAZIONE SEZIONE ANPI PERUGIA CITTÁ A MARIO BONFIGLI E MILAN TOMOVIĆ
La notte del 22 settembre 1943 più di mille prigionieri, nella stragrande maggioranza montenegrini, fuggirono dal campo di concentramento PG n. 64 di Colfiorito. Tra di loro c'era uno studente poco più che ventenne, Milan Tomovic. Uno dei tanti che, invece di nascondersi o cercare di tornare in Patria, decise di fermarsi in Umbria e proseguire qui la lotta contro il nazifascismo. Inizialmente impegnato nella zona montana sopra Spello, Milan dimostrò subito coraggio e valore, tanto da meritare l'affidamento del comando di un distaccamento della IV brigata Garibaldi di Foligno, attivo ai confini fra Umbria e Marche, nella zona di monte Cavallo. Morì all'ospedale civile di Perugia, dove era stato segretamente portato e ricoverato, il 22 marzo 1944. Mario Bonfigli, nome di battaglia "Mefisto", medaglia d'argento al Valor Militare della Resistenza, è stato primo comandante della brigata "S. Faustino Proletaria d'Urto", che operava nell'Alta valle del Tevere. Tenente pilota della Regia Aeronautica, Mario era fuggito dall'aeroporto militare di Fano nei giorni successivi all'8 settembre 1943, con l'obiettivo di passare le linee e dare il suo contributo alla liberazione. L'Umbria fu per lui una scelta casuale e obbligata: il suo aereo, dopo un atterraggio di emergenza a Castiglion del Lago, fu scoperto dai tedeschi e reso inutilizzabile. È a Preggio che Bonfigli prende i primi contatti con la Resistenza, per trasferirsi poi verso Pietralunga. Non abbandonerà più l'Umbria, e resterà a Perugia anche dopo la Liberazione, diventando uno dei principali animatori dell'Anpi provinciale e regionale. Ci ha lasciato lo scorso 29 marzo.
Venerdì 13 maggio, alle ore 19, presso il circolo culturale Macadam, sito in Piazza Giordano Bruno 9, la sezione di Perugia dell'Anpi (Associazione nazionale Partigiani d'Italia) verrà ufficialmente intitolata a Mario Bonfigli e Milan Tomovic, figure diverse ma ugualmente significative nella lotta per la libertà. Il primo per l'integrità morale, l'umanità, la voglia mai sopita di combattere che ha saputo trasmettere anche e soprattutto a quei giovani, nipoti di quella generazione, che si sono avvicinati all'Anpi o con cui ha parlato nei suoi frequenti incontri con le scuole. Il secondo per ricordarci che la lotta e il sacrificio per la libertà non ha avuto confini, né esclusività di genere o nazionalità. La serata sarà anche l'occasione di promuovere, in collaborazione con l'Isuc-Istituto per la storia dell'Umbria contemporanea e con il Cnj-Coordinamento nazionale per la Jugoslavia, una riflessione storica sulla presenza di combattenti jugoslavi (e stranieri in genere) nella Resistenza umbra. A tale proposito interverranno Dino Renato Nardelli, responsabile della Sezione didattica dell'Isuc, curatore del volume "Montenegrini internati a Campello e Colfiorito 1942-1943. Note biograficheâ€, Tommaso Rossi, ricercatore dell'Isuc, curatore del volume "Toso. Memorie di un comandante partigiano montenegrino" e Andrea Martocchia, segretario del Cnj, curatore del volume "I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata". L'incontro, coordinato da Mirella Alloisio, partigiana e presidente della sezione Anpi di Perugia, vedrà la partecipazione anche di Jacopo Mordenti, nipote di Mario Bonfigli.
This was announced as the real objective the moment French president Nicolas Sarkozy took the extraordinary step of recognizing the rebels in Benghazi as "the only legitimate representative of the Libyan people". This recognition was an extraordinary violation of all diplomatic practice and principles. It meant non-recognition of the existing Libyan government and its institutions, which, contrary to the magical notions surrounding the word "dictator", cannot be reduced to the personality of one strongman. A major European nation, France, swept aside all those institutions to proclaim that an obscure group of rebels in a traditionally rebellious part of Libya constituted the North African nation’s legitimate government.
Since factually this was clearly not true, it could only be the proclamation of an objective to be reached by war. The French announcement was equivalent to a declaration of war against Libya, a war to defeat Qaddafi and put the mysterious rebels in power in his place.
False Pretext Number One: "to protect civilians".
The falsity of this pretext is obvious, first of all, because the UN Resolution authorizing military action "to protect civilians" was drawn up by France – whose objective was clearly regime change – and its Western allies. Had the real concern of the UN Security Council been to "protect innocent lives", it would have, could have, should have sent a strong neutral observer mission to find out what was really happening in Libya. There was no proof of rebel claims that the Qaddafi regime was slaughtering civilians. Had there been visible proof of such atrocities, we can be sure that they would have been shown regularly on prime time television. We have seen no such proof. A UN fact-finding mission could have very rapidly set the record straight, and the Security Council could then have acted on the basis of factual information rather than of claims by rebels seeking international aid for their cause.
Instead, the Security Council, now little more than an instrument of Western powers, rushed ahead with sanctions, referral of alleged present or expected "crimes against humanity" to the International Criminal Court, and finally an authorization of a "no-fly zone" which Western powers were certain to interpret as a license to wage all-out war against Libya.
Once the United States and its leading NATO allies are authorized to "protect civilians", they do so with the instruments they have: air strikes; bombing and cruise missiles. Air strikes, bombing and cruise missiles are not designed to "protect civilians" but rather to destroy military targets, which inevitably leads to killing civilians. Aside from such "collateral damage", what right do we have to kill Libyan military personnel manning airports and other Libyan defense facilities? What have they done to us?
Reason Number Two: Because it’s easy.
With NATO forces bogged down in Afghanistan, certain alliance leaders (but not all of them) could think it would be a neat idea to grab a quick and easy victory in a nice little "humanitarian war". This, they can hope, could revive enthusiasm for military operations and increase the flagging popularity of politicians able to strut around as champions of "democracy" and destroyers of "dictators". Libya looks like an easy target. There you have a huge country, mostly desert, with only about six million inhabitants. The country’s defense installations are all located along the Mediterranean coast, within easy reach of NATO country fighter jets and US cruise missiles. Libyan armed forces are small, weak and untested. It looks like a pushover, not quite as easy as Grenada but no harder than Serbia. Sarkozy and company can hope to strut their victory strut in short order.
False Pretext Number Two: Arabs asked for this war.
On March 12, the Arab League meeting in Cairo announced that it backed a no-fly zone in Libya. This provided cover for the French-led semi-NATO operation. "We are responding to the demands of the Arab world", they could claim. But which Arab world? On the one hand, Sarkozy brazenly presented his crusade against Qaddafi as a continuation of the democratic uprisings in the Arab world against their autocratic leaders, while at the same time pretending to respond to the demand of… the most autocratic of those leaders, namely the Gulf State princes, themselves busily suppressing their own democratic uprisings. (It is not known exactly how the Arab League reached that decision, but Syria and Algeria voiced strong objections.)
The Western public was expected not to realize that those Arab leaders have their own reasons for hating Qaddafi, which have nothing to do with the reasons for hating him voiced in the West. Qaddafi has openly told them off to their faces, pointing to their betrayal of Palestine, their treachery, their hypocrisy. Last year, incidentally, former British MP George Galloway recounted how, in contrast to the Egyptian government’s obstruction of aid to Gaza, his aid caravan had had its humanitarian cargo doubled during a stopover in Libya. Qaddafi long ago turned his back on the Arab world, considering its leaders hopeless, and turned to Africa.
While the Arab League’s self-serving stance against Qaddafi was hailed in the West, little attention was paid to the African Union’s unanimous opposition to war against the Libyan leader. Qaddafi has invested huge amounts of oil revenues in sub-Saharan Africa, building infrastructure and investing in development. The Western powers that overthrow him will continue to buy Libyan oil as before. The major difference could be that the new rulers, put in place by Europe, will follow the example of the Arab League sheikhs and shift their oil revenues from Africa to the London stock exchange and Western arms merchants.
Real Reason Number Three: Because Sarkozy followed BHL’s advice.
On March 4, the French literary dandy Bernard-Henri Lévy held a private meeting in Benghazi with Moustapha Abdeljalil, a former justice minister who has turned coats to become leader of the rebel "National Transition Council". That very evening, BHL called Sarkozy on his cellphone and got his agreement to receive the NTC leaders. The meeting took place on March 10 in the Elysée palace in Paris. As reported in Le Figaro by veteran international reporter Renaud Girard, Sarkozy thereupon announced to the delighted Libyans the plan that he had concocted with BHL: recognition of the NTC as sole legitimate representative of Libya, the naming of a French ambassador to Benghazi, precision strikes on Libyan military airports, with the blessings of the Arab League (which he had already obtained). The French foreign minister, Alain Juppé, was startled to learn of this dramatic turn in French diplomacy after the media.
Qaddafi explained at length after the uprising began that he could not be called upon to resign, because he held no official office. He was, he insisted, only a "guide", to whom the Libyan people could turn for advice on controversial questions.
It turns out the French also have an unofficial spiritual guide: Bernard-Henri Lévy. While Qaddafi wears colorful costumes and dwells in a tent, BHL wears impeccable white shirts open down his manly chest and hangs out in the Saint Germain des Près section of Paris. Neither was elected. Both exercise their power in mysterious ways.
In the Anglo-American world, Bernard-Henri Lévy is regarded as a comic figure, much like Qaddafi. His "philosophy" has about as many followers as the Little Green Book of the Libyan guide. But BHL also has money, lots of it, and is the friend of lots more. He exercises enormous influence in the world of French media, inviting journalists, writers, show business figures to his vacation paradise in Marrakech, serving on the board of directors of the two major "center-left" daily newspaper, Libération and Le Monde. He writes regularly in whatever mainstream publication he wants, appears on whatever television channel he chooses. By ordinary people in France, he is widely detested. But they cannot hope for a UN Security Council resolution to get rid of him.
Do We Really Need an International Criminal Court?
By DIANA JOHNSTONE
A little over four years ago, CounterPunch ran an article I wrote based on my presentation at an international conference held in Tripoli on the International Criminal Court. At a moment when the ICC is being used, predictably, to justify the NATO aggression against Libya, including the targeted assassination of Moammer Qaddafi, or a ground invasion ostensibly to capture him, I think it would be appropriate to rerun this article.--DJ
We agree. AC/JSC.
Year after year, people in the Arab countries are helpless spectators to the ongoing destruction of Iraq and Palestine by the United States and Israel. They see families wiped out by bombs in Afghanistan, Iraq and Lebanon. They see Arabs tortured and humiliated in Abu Ghraib and in Guantanamo. They see Israel regularly carrying out "targeted" assassinations in the Occupied Territories (splashing death around the target) while extending its illegal settlement of land belonging to Palestinians. Probably no people have greater cause to yearn for an equitable system of international justice. But where are they to look for it?
Well, what about the International Criminal Court (ICC)? The ICC is supposed to punish perpetrators of war crimes and crimes against humanity. It has been in operation since July 2002, but seldom gets as much attention as it received during a symposium in mid-January at the Academy of Graduate Studies in the Libyan capital, Tripoli. Underlying the two-day discussion on the "ambition, reality and future prospects" of the ICC was the question: is the ICC a first baby step toward international justice? Or is it just another element of Western "soft power", imposed on small countries?
Although Libyan leader Moammer Gadhafi has expressed the second view, on balance most of the legal experts and academics -- from Libya and other Arab countries, but also from Europe, China and South America -- tended to lean toward the first view. Although nobody denied the evident shortcomings of the ICC, lawyers and jurists generally see it as "better than nothing" and point out that democratic legal systems have evolved from institutionalized power relations toward greater justice.
Selectivity
Meanwhile, a new war front was opening up. Urged on by the United States, Ethiopia invaded Somalia to restore disorder. U.S. war planes bombed fleeing members of the Islamic Courts Council that only recently managed to end the clan fighting that had ravaged Mogadishu for some fifteen years. The newly installed, U.S.-backed president, Abdulli Yusuf Ahmed, 73, announced that there would be "no talks" with the defeated Islamists, who were to be wiped out as they fled.
Now it so happens that among the war crimes listed in the Statute of Rome that governs the ICC is this one (Article 8.2.b.xii): "Declaring that no quarter will be given". This is exactly what the Ethiopian-U.S.-backed conquerors were doing. But there was no chance that the ICC would deal with this latest outburst of international criminal behavior.
Indeed, after four and a half years of existence, the ICC has taken just one suspect into its custody: Thomas Lubanga Dyilo, head of a rebel militia in the impenetrable Ituri forest in the eastern part of the Democratic Republic of Congo (ex-Zaïre). He is held under Article 8 (war crimes), section 2.e.vii on charges of recruiting children under the age of 15 to fight in his militia.
This is certainly bad behavior, but considering all that is going on in the world today, it hardly seems to rank among "the most serious crimes of concern to the international community as a whole" (Article 5, defining the crimes within jurisdiction of the court). A French judge working as an investigator in the ICC Prosecutor's office, Bernard Lavigne, acknowledged that since it is clearly unable to deal with all the crimes in the world, the Court is necessarily selective. He defended the selection of this lone suspect by the need to start off with an air-tight case that the Prosecution was sure to win.
Therein, however, lies one of the ICC's more subtle and insidious vices. Although the Statute formally upholds the "presumption of innocence", all the details point to a Court whose job is not meant to sort out the innocent from the guilty, but to punish the (presumed) guilty. Politically, the creation of the ICC responds to demands of various NGOs, given great resonance by Bosnia and especially Rwanda, to "end impunity" and to comfort victims. The underlying political assumption is that both the criminals and the victims can be easily identified prior to trial -- the trial being more a demonstration of the concern of the international community for justice than the search for a justice, and a truth, that may be elusive or seriously contested.
Like the ad hoc tribunals for Yugoslavia and Rwanda, the ICC, despite its title, is not essentially set up to deal with international conflicts, but rather to administer "international" justice to internal conflicts, in countries too weak to resist its authority.
The total impotence of the ICC to deal with the most dangerous crimes truly "of concern to the international community as a whole", those that outrage public opinion not only in the West but in all parts of the world, those that seriously threaten world peace, is most strikingly due to:
-- the fact that the crime of aggression is not covered;
-- the fact that the United States and its citizens are immune to prosecution, first of all because the United States has not ratified the ICC Statute, and secondly, because the United States has used its unprecedented economic and political clout to pressure countries into signing Bilateral Immunity Agreements (BIAs) that exempt Americans from prosecution. One hundred and two countries have signed BIAs with the United States.
Aggression exempted
Article 5 of the Rome Statute limits the jurisdiction of the Court to:
(a) The crime of genocide;
(b) Crimes against humanity;
(c) War crimes;
(d) The crime of aggression.
However, it goes on to specify that the Court "shall exercise jurisdiction over the crime of aggression once a provision is adopted [...] defining the crime and setting out the conditions under which the Court shall exercise jurisdiction with respect to this crime." In short, the crime of aggression is for the time being exempted from the Court's jurisdiction.
The formal reason is that aggression is "not defined". This is a specious argument since aggression has been quite clearly defined by U.N. General Assembly Resolution 3314 in 1974,
which declared that: "Aggression is the use of armed force by a State against the sovereignty, territorial integrity or political independence of another State", and listed seven specific examples including:
-- The invasion or attack by the armed forces of a State of the territory of another State, or any military occupation, however temporary, resulting from such invasion or attack, or any annexation by the use of force of the territory of another State or part thereof;
-- Bombardment by the armed forces of a State against the territory of another State or the use of any weapons by a State against the :territory of another State;
-- The blockade of the ports or coasts of a State by the armed forces of another State...
The resolution also stated that: "No consideration of whatever nature, whether political, economic, military or otherwise, may serve as a justification for aggression."
The real reason that aggression remains outside the jurisdiction of the ICC is that the United States, which played a strong role in elaborating the Statute, before refusing to ratify it, was adamantly opposed to its inclusion. It is not hard to see why..
This went against the nearly unanimous opinion of most of the world, which recalls that the Nuremberg Tribunal condemned Nazi leaders above all for the crime of aggression, as the "supreme international crime" which "contains within itself the accumulated evil of the whole".
It may be noted that instances of "aggression", which are clearly factual, are much easier to identify than instances of "genocide", whose definition relies on assumptions of intention.
Defenders of the ICC stress that "aggression" may be defined, and thus come under the active jurisdiction of the Court, at the Review Conference which should be held in 2009 to consider amendments. Even so, an amendment comes into force only one year after ratification by seven eighths of State Parties to the Statute, and applies only to State Parties (which so far notoriously do not include the United States). And should the United States turn around and choose to ratify the Statute, it may still declare that for a period of seven years it does not accept the jurisdiction of the Court for its nationals (Article 124). All this means that the earliest conceivable (but highly improbable) date when U.S. crimes, including aggression, might be brought under ICC jurisdiction would be 2017. Even then, there is scarcely any possibility that an American citizen, or any person acting on behalf of the United States, would end up in the dock at the ICC.
For one thing, the ICC must turn over jurisdiction to any State which proves "willing and able" to try the case in its own courts.
Moreover, Article 16 allows the Security Council to suspend any ICC investigation or prosecution for a period of 12 months. The suspension can be renewed indefinitely. These days, the Security Council is generally viewed throughout the world as an instrument of U.S. policy.
The BIAs would still apply.
And incidentally, employing poison gases counts as a war crime, but not the use of nuclear weapons.
In short, the ICC is established according to double standards to deal with small fry.
A court for "failed states"
Indeed, it is hard to see how the ICC can deal with any but extremely weak or "failed" States. According to Article 17, a case is not admissible unless the State concerned is genuinely "unwilling or unable" to investigate and prosecute it. The Court itself can determine whether the State concerned is "unwilling or unable".
At this point, the scene grows very murky. The Democratic Republic of Congo cooperated in turning over the case of Thomas Lubanga Dyilo to the ICC because he was a rebel against the State, and that troubled State has reason to want to be in the good graces of the ICC. But what if a State refuses, or shows itself "unwilling or unable" to pursue a case? What then? The ICC has no police force of its own. Will it then call on the Security Council to authorize arrest -- meaning military action on the territory of the "unwilling" State?
The preamble to the Rome Statute emphasizes that "nothing in this Statute shall be taken as authorizing any State Party to intervene in an armed conflict or in the internal affairs of any State". But this seems to be contradicted by the provisions of the Statute itself in regard to "unwilling" States.
Rather than a Court to keep the peace, the ICC could turn out to be -- contrary to the wishes of its sincere supporters -- an instrument to provide pretexts for war.
"If you can't beat them, join them."
It appeared from the Tripoli symposium that Arab intellectuals have an ambivalent attitude toward the ICC. On the one hand, many fear that the ICC can be instrumentalized to serve what they see as the long term U.S.-Israeli policy of breakig up Arab States and fragmenting the Middle East along ethnic or religious lines, as a way of "divide and rule". In such a strategy, ethnic conflicts over territory and resources can be depicted by Western media and NGOs as one-sided cases of "genocide" requiring urgent international intervention. The trial run was Yugoslavia, and Iraq is the prime example.
Jurists themselves, professionally attached to the construction of a new legal institution, may be oblivious to strategic aspects. But the very emphasis on applying criminal law to political conflicts tends to reinforce the Manichean view (typical of the Bush administration and of Israel) that the world's troubles are due to "bad guys", "terrorists", criminals that must be rooted out and punished. This precludes analysis of underlying causes of conflicts.
Like other Arab States, except for Jordan (and two formerly French territories, Djibouti and the Comoro Islands), Sudan is not a Party to the Rome Statute and thus does not fall under ICC jurisdiction. This fact has not prevented the mounting campaign for international intervention to stop what is described as "genocide" in Darfur. Some observers on the ground contend that this campaign is characterized by a limitless inflation of the number of casualties, to upgrade massacres to the status of "genocide". Whatever the reality, the call for "intervention", implying military intervention, is not accompanied by any clear explanation of how this would solve the underlying problems of religious identity and claim to scarce resources that have caused the crisis in Darfur. The well-financed and (largely) well-intentioned campaign to "save Darfur" actually tends to eclipse any effort to find genuine political and economic solutions by way of negotiation carried out by parties familiar with the history and culture of the region.
As can be seen in Afghanistan and elsewhere, the armed "rescue" of a country or region tends to be followed by a sharp drop in interest, and above all of the economic and practical aid promised at the outset.
In Tripoli, some argued that Sudan would be better placed to defend itself from impending military intervention if it were Party to the ICC. As a Belgian lawyer put it, for small countries the problem is to "avoid being entrapped", and for this purpose it is better to join the ICC than to stay out of it.
Many Arab and Third World intellectuals are tired of standing on the sidelines and "complaining". Joining the ICC might be a way to "join the world" and improve their own countries. This viewpoint seems particularly frequent among women lawyers and human rights NGOs.
But as one participant put it, "Inside or outside; the small countries are on the sidelines".
The view from Tripoli
To conclude with a subjective note, from the peaceful atmosphere of Tripoli the rabid Bushist-Blairist fantasies about the deadly threat from "Islamo-fascism" seem particularly grotesque. The semi-socialist regime installed 37 years ago by Colonel Moammer Kadhafi has widely redistributed oil revenues, educating the population and creating a large middle class thanks to a service sector (largely bureaucratic) that employs some 80 per cent of the population. This makes it a singularly tranquil society -- some bureaucrats may be superfluous, but they are not homeless, begging or thieving. Colonel Kadhafi is eccentric, sleeping in tents instead of palaces, but it is hard to avoid the feeling that he has been demonized not for his faults but for his support to Arab unity (which failed), to the Palestinians and to other liberation causes -- which was natural for a country like Libya that had been the victim not so very long ago of a ruthless colonization by Mussolini's forces, which subjected the local population to summary executions, mass deportations and concentration camps. Looking around, one may conclude that Kadhafi's "soft" dictatorship could well be the best transitional modernizing regime that exists in the Arab world.
In any case, the ICC symposium followed its own ambivalent course without interference from the government. The overall impression was of a great thirst for peace, development and justice -- all under threat from the fanatic Western "war on terror". Islamic extremism is a problem to be dealt with in a growing number of Arab countries (not Libya, apparently, where the devout but moderate Muslim practice seems to preempt the extremists), but which is clearly aggravated by U.S. aggression and Israeli persecution of the Palestinians.
Justice and globalization
I give the last word to excerpts from the contribution of a retired Libyan gentleman who has held high positions in the past, but now prefers to remain anonymous:
"The dominant system is oriented towards an international business law considered as the supreme reference overhanging all national law and of course international public and private law. The WTO has defined in this context an arsenal of principles and procedures all the way to and including a juridical system based on the negation of the elementary principles of separation of powers that characterize democracy.
"This is totally unacceptable. We need exactly the opposite. We need a business law that is respectful of the rights of nations, people and labor, and respectful of the environment, rights of communities, women, while ensuring the conditions for further progress of democratization of societies.
"We have to advocate an International Law of the Peoples, which should combine:
"-- The respect of national sovereignty, allowing people to choose their future according to their wishes.
"-- The respect of Human Rights, not only political rights but also social rights and the right to development and peace.
"No solution is reached through abolishing one of the two terms of the equation. We can neither abolish sovereignty nor can we abolish human rights.
"The principle of respect for the sovereignty of nations must be the cornerstone of international law. The fact that this principle is violated today with so much brutality by the democracies themselves constitutes an aggravating, rather than mitigating circumstance. [...] The solemn adoption of the principle of national sovereignty in 1945 was logically accompanied by the prohibition of recourse to war. [...] With the militarization of the globalization process, which is closely associated with the neo-liberal option and with its predilection for the supremacy of international business law, it has become more imperative than ever that priority be given to this reflection on people's rights."
cari tutti, oltre a ricordarvi i prossimi appuntamenti: - sabato 14 maggio, ore 20,30, a Milano, presso il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, viale Monza 255, presentazione dell'Urlo del Kosovo; - mercoledì 1 giugno, ore 20,30, presso l'auditorium Ennio Morricone, facoltà Lettere e Filosofia, università Roma "Tor Vergata", spettacolo a sottoscrizione per il progetto di risistemazione della scuola di Trmbas, Kragujevac (Serbia),
Tanja continua a ridere della mia pronuncia. “Radnacciàsuâ€, che in serbo vuol dire compito in classe, non le piace e quella doppia C proprio non riesco a pronunciarla come lei vorrebbe.
Ha sette anni, Tanja, e ride insieme alla sua amichetta, Anastasija, anche lei di sette anni. Siamo nella scuola Vuk Stefanović Karadžić di Trmbas, villaggio di Kragujevac, in Serbia. La scuola è situata in un campo abitato da famiglie profughe dal Kosovo, vittime dei bombardamenti Nato del ‘99. Prima delle bombe “umanitarieâ€, quel villaggio era la sede estiva di tanti alunni delle scuole elementari. Ora, è un piccolo vulcano dove tanta rabbia si accumula, giorno dopo giorno, nell’indifferenza di chi ha causato tutto questo. Quando arriviamo, qualcuno ci guarda diffidente, qualcuno ci chiede soldi, altri ci vogliono solo mostrare le loro povere cose.
Stanno così da 12 anni, il loro presente è fatto di lotte quotidiane per la sopravvivenza. Stanno così da 12 anni e non sembrano avere un futuro. Ma il futuro lo leggi negli occhi di giovani madri, come Velika, poco più che ventenne e già madre di due bambini. Stanno così da 12 anni, e non sembrano avere passato. Ma il passato lo leggi negli occhi di anziane madri, come Dobrìla, che ci mostra la foto del suo giovane figlio mai dimenticato, ammazzato in Kosovo. I suoi assassini sono stati premiati dalle bombe della Nato e, quindi, da quelle dell’Italia, complice e rea confessa, per nulla pentita.
Oggi, a Kragujevac, c’è la visita del presidente della Serbia, Boris Tadić. Difficilmente passerà da queste parti. Così come difficilmente, da queste parti, conosceranno mai il maglioncino casual di Marchionne e le sue ricette di risanamento. Non avevano tanto bisogno di risanarsi, ai tempi della Jugoslavia, Kragujevac la chiamavano la “Torino dei Balcaniâ€, con la sua fabbrica di automobili Zastava, oggi preda dei classici e consolidati ricatti del capitalismo occidentale: investimenti pubblici, profitti privati. La nostra amica Rajka Veljović, dell’ufficio adozioni della Zastava, sindacato Samostalni, oggi licenziata da tutto ed espulsa, di fatto, dalla fabbrica, ci accompagna facendo da garante per noi nei confronti degli abitanti del villaggio. Il suo volto è triste, stanco, rassegnato. Sono anni che viene qui ma in tanti anni la situazione del villaggio è solo peggiorata.
E la tristezza diventa rabbia, per tutti questi anni di sfacelo e di drammi, per un paese che viveva la sua storia con assoluta dignità e fierezza. Dignità e fierezza che ritroviamo in quel suo raccontarci della tomba di Tito, a Belgrado, che dal 2002 ha visto aumentare in modo esponenziale le visite. C’è chi la chiama “nostalgiaâ€. Ma, forse, è solo ricordo indelebile di tempi migliori, ormai andati. Rabbia e ricordo, tristezza e disperazione.
Qui a Trmbas, alla gente di questo villaggio, anche MiloÅ¡ević e il suo “regime†garantiva un salario, un’istruzione, cure, cibo, casa e dignità. Ma dalle nostre parti tutti lo consideravano un “regimeâ€, una “dittatura†e si sa, di questi tempi si fanno guerre contro le “dittatureâ€, nel nome di “libertà e diritti umani†e anche fra i "pacifisti", ormai, spesso si applaude agli interventi “umanitariâ€. Dalla Jugoslavia alla Libia, dall’Iraq alla Palestina, passando per l’Afghanistan o per l’Africa. Salvo sorvolare sui risultati finali di queste guerre, che producono tragedie enormi e incontrollate, ma nel silenzio più totale, dove concetti come “libertà e diritti umani†scompaiono dalle agende politiche e dai mass-media. Anche le persone di questo villaggio, senza saperlo, sono oggi libere e padrone di sé stesse. Non si rendono conto di quanto sia bello essere padroni di sé stessi. E’ la democrazia. Nessuno più che ti impone cose, ma le scegli tu. Anche se sei ridotto allo sbando e non sai dove sbattere la testa, sarà uno sbando… libero!
Tanja ci consegna il compito in classe svolto.
“Radnacciàsuâ€, adesso ho imparato, anche se a me sembra di pronunciarlo come prima. Lo consegnano anche gli altri bambini che abbiamo coinvolto in questo nostro gioco. Hanno scritto nome e cognome, luogo e data di nascita. Sono nati a Kragujevac, in Serbia. Hanno dai sette ai dieci anni. Si chiamano Tanja, Anastasija, Sladjana, Stefan, Marina, Filip. Le loro famiglie sono state cacciate dal Kosovo e Metohija, la loro terra. Dodici anni fa. E questo villaggio, nel cuore dell’Europa, aspetta che l’Europa si accorga della sua esistenza. Ma, forse, sarà meglio di no. Già una volta, l’Europa, si è ricordata di loro. Crediamo possa bastare.
p.s. Per il loro compito, abbiamo dato a questi bambini voto 5, il massimo nella scuola serba. Hanno bisogno di credere fortemente in loro stessi.
2) Roma. Pacifisti contestano davanti alla direzione del Partito Democratico
3) Primo Maggio di guerra (P. Tacchino)
4) La "fabbrica del falso" sulla guerra in Libia (V. Giacché)
5) Del Boca: le condoglianze a Gheddafi
=== 1 ===
Mani sporche sulla guerra in Libia
di Sergio Cararo*
Nella guerra di Libia, stanno emergendo una dietro l'altra tutte le assai poco nobili motivazioni che hanno portato le maggiori potenze europee della Nato a scatenare una operazione militare vera e propria contro quello che fino a tre mesi era ritenuto “un membro decisivo del partenariato euro-mediterraneoâ€.
Ormai sono sempre meno coloro disposti ad accettare la motivazione ufficiale che ministri e bollettini della Nato ripetono come un mantra ossia “la protezione dei civiliâ€. Gli ultimi bombardamenti della Nato poi hanno colpito gli edifici della televisione e dell'agenzia di stampa libica. Cosa hanno a che fare con la “protezione dei civili†a Bengasi o a Misurata? E' tempo di cominciare a chiamare le cose con il loro nome.
In questo caso sono i fatti – più che le opinioni – a inchiodare le "mani sporche" dei governi della Nato che hanno riempito il Mediterraneo di navi militari e riempito di missili e bombe le città libiche, siano esse vicine o lontane dal fronte della guerra civile che oppone le milizie di Gheddafi a quelle del Cnt di Bengasi.
La missione militare di “protezione civile†è diventata una caccia all'uomo con bombardamenti che si configurano come tentativi di omicidio mirato contro Gheddafi e i suoi familiari. In pratica siamo di fronte ad un terrorismo di Stato, in qualche modo eccitato dalla vicenda dell'uccisione di Osama Bin Laden, che punta all'eliminazione fisica del “nemico di turno†come presupposto alla soluzione politica o negoziata del conflitto;
La missione di “protezione dei civili†si dissolve qualora i civili assumono le fattezze dei profughi che dall'Africa o dal Maghreb fuggono verso le coste italiane su carrette e mezzi di fortuna. Le navi militari della Nato o li ignorano – e li lasciano morire nella tomba d'acqua del Mediterraneo – o si limitano a lanciare qualche bottiglietta d'acqua o qualche scatola di biscotti. Dopodichè le regole di ingaggio finiscono lì.
L'eliminazione del regime di Gheddafi sta assumendo i contorni di un “grosso affare†in molti sensi. Da un lato il sequestro dei beni finanziari libici all'estero, ha portato nelle casse delle banche dove erano depositate un bottino di quasi 120 miliardi di dollari. Si tratta dei beni della Lia (Lybian Investment Authority), della Central Bank of Lybia e della National Oil Corporation, congelati dalle sanzioni. Per aggirare il divieto di utilizzarli a proprio piacimento, le banche e i governi della Nato hanno escogitato un trucchetto con enormi conseguenze politiche e diplomatiche: hanno dovuto creare un soggetto. E' questa la spiegazione della fretta con cui alcuni paesi hanno riconosciuto il Cnt di Bengasi. Occorre tener conto che già il 19 marzo (con il conflitto appena iniziato) a Bengasi erano già state costituite la Central Bank of Bengasi e Libyan Oil Company, due soggetti giuridici in grado di dare un quadro legale al sequestro dei beni libici dovuto alle sanzioni.
Nei mesi scorsi, qualcuno deve aver pensato che il presidente francese Sarkozy fosse stato “mozzicato dalla tarantolaâ€. Il suo oltranzismo e la sua fregola, hanno trascinato nei bombardamenti sulla Libia i governi di Usa, Gran Bretagna e poi l'Italia. Qual'era la ragione di questa escalation da parte dell'establishment francese? Alcuni hanno detto che erano ragioni elettorali e di calo di consensi. Come abbiamo visto alcune delle motivazioni erano altre e molto più concrete. Ma ce ne sono altre che attengono al ruolo colonialista della Francia in Africa e che solo in queste settimane sono state portate alla luce e all'attenzione di chi troppo facilmente dimentica il passato e il presente coloniale delle potenze europee (Italia inclusa) nelle relazioni con la sponda sud del Mediterraneo e il continente africano.
Per la Francia, il fronte libico era del tutto speculare a quello in Costa d'Avorio, il quale nello stesso periodo in cui si è iniziato a bombardare la Libia, ha visto l'intervento militare francese per deporre con la forza l'ex presidente ivoriano Gbagbo. Motivo? Gbagbo, come Gheddafi, per quanto fossero discutibili sul piano democratico, avevano però cercato di sganciare i paesi africani – aderenti all'Unione Africana – da quello che era il Cfe, cioè l'unità di conto monetaria che vincola le economie e addirittura gli accordi commerciali con altri paesi da parte dei paesi africani francofoni .... alle decisioni della Francia. Il cambio di regime in Libia come in Costa d'Avorio sono stati perseguiti sistematicamente e pesantemente dal governo francese sin dall'inizio di tutta la vicenda.
Qualcun'altro si domanderà: ma le rivolte del mondo arabo come si connettono a tutto questo? Una parte della risposta viene dalla filosofia dell'amministrazione Obama su quanto sta accadendo in Medio Oriente: “evolution but not revolutionâ€. La modernizzazione possibile e i cambiamenti che stanno intervenendo in questa regione strategica, possono vedere al massimo una “evoluzione†nel senso della struttura politica con riforme che introducano meccanismi simili (ma non identici) a quelli dei paesi occidentali. Ma guai se dovessero mettere in discussione anche la struttura economico-sociale: rapporti di proprietà, nazionalizzazione delle risorse, distribuzione delle royalties sul petrolio etc. In quel caso altro che rivoluzione democratica, se non dovessero bastare i militari dei vari governi, regimi, monarchie arabe, le cannoniere della Nato sono già posizionate nel Mediterraneo e nel Mar Arabico. Chiaro il segnale?
Se queste osservazioni sono vere – e abbiamo la netta sensazione che lo siano – è evidente come a questo punto la Francia e le altre potenze della Nato perseguano l'omicidio di Gheddafi come un passaggio necessario per far quadrare l'operazione. Ne hanno creato i presupposti legali (la risoluzione dell'Onu, il riconoscimento di un nuovo soggetto di governo attraverso il Cnt di Bengasi) e ne stanno perseguendo la realizzazione con i “bombardamenti miratiâ€.
A fronte di tale presupposto e di tale evoluzione della guerra, chi accetta ancora di nascondersi dietro il dito della “protezione dei civili†è un complice di una operazione di stampo nitidamente coloniale che – esattamente un secolo dopo l'invasione italiana della Libia – si sta realizzando sotto i nostri occhi tra l'inerzia e la complicità delle “forze democratiche†e le grandi difficoltà che incontra il movimento contro la guerra in un contesto in cui “l'imperialismo cattivo†stavolta non è quello statunitense ma quello dal “volto umano†della nostra cara, vecchia e maledetta Europa.
Domenica prossima, a Roma, le reti del movimento No War che non hanno rinunciato a mobilitarsi contro questa guerra dal carattere sempre più palesemente coloniale, terranno una nuova assemblea nazionale per discutere come gettare sabbia e indignazione dentro questo ingranaggio. Ci si vede alle ore 10.00 in via Galilei 53. E' un appuntamento che pochi possono permettersi il lusso di perdere.
* editoriale di Contropiano, giornale comunista online, dell'11 maggio
Oggi pomeriggio, un folto gruppo di attivisti della Rete romana contro la guerra, hanno inscenato una manifestazione di protesta davanti alla sede nazionale del Partito Democratico a Roma nella centralissima via Sant'Andrea delle Fratte.
Nei cartelli e negli slogan i motivi della contestazione. “Il PD ha votato a favore della guerraâ€; “Non esistono guerre umanitarieâ€, “l'art.11 va rispettatoâ€.
Gli attivisti contestano al PD di aver votato in Parlamento a favore della guerra e dei bombardamenti sulla Libia invece di incalzare il governo sulle sua contraddizioni.
Critiche anche verso il Presidente della Repubblica Napolitano che – secondo gli attivisti della Rete contro la guerra – ha il dovere di difendere anche l'art.11 della Costituzione e non di fare la sponda a chi ha voluto portare l'Italia a fare la guerra in Libia. Già alla fine di marzo la rete contro la guerra aveva infatti manifestato sotto il Quirinale.
Gli attivisti fanno riferimento ai sondaggi secondo i quali la maggioranza dell'opinione è contraria all'intervento militare italiano in Libia ma anche in Afghanistan, eppure la maggioranza parlamentare continua a sostenere le missioni militari all'estero. Per questo hanno chiesto un incontro con la direzione del PD ritenendo che di fronte agli sviluppi della guerra nel Mediterraneo ognuno deve assumersi le proprie responsabilità anche di fronte ai propri elettori.
Nei volantini distribuiti ai passanti gli attivisti annunciano una assemblea nazionale del movimento contro la guerra per domenica prossima a Roma e la partecipazione alla manifestazione nazionale di sabato a sostegno della Freedom Flotilla che intende raggiungere Gaza rompendo il blocco navale israeliano.
L'iniziativa ha provocato parecchio sconquasso nel quadrante della città politica. Polizia e carabinieri si sono precipitati in forze identificando gli attivisti, ma il sit in è proseguito tra battibecchi e discussioni. Mentre davanti alla sede del PD si procedeva all'identificazione, altri attivisti ne hanno approfittato per volantinare nelle strade circostanti. Il responsabile dell'Area Mediterranea del PD è uscito dalla sede dicendosi disponibile a discutere... ma solo dopo le elezioni...ballottaggi inclusi. Ovvero non prima di giugno! La guerra in Libia non è decisamente tra le priorità del Partito Democratico.
[...]
Qui di seguito il volantino distribuito durante la contestazione alla direzione nazionale del Partito Democratico
VERGOGNA! L'ITALIA BOMBARDA LA LIBIA CON VOTO BIPARTISAN
Perché oggi protestiamo davanti alla sede del Partito Democratico
Le bombe sono un crimine e bombardare significa uccidere i civili e non solo i soldati.
I bombardamenti mirati non esistono.
La cosa la cosa più paradossale e vergognosa, è che i sostenitori dei bombardamenti, dei bombardieri e dell’impegno militare italiano, giustificano la loro guerra “per proteggere i civili†mentre le loro navi li ignorano se stanno morendo in mezzo al Mar Mediterraneo, mentre con le loro bombe li uccidono nelle città libiche, mentre negano il cessate il fuoco e i corridoi umanitari, li costringono a fuggire come profughi e rimangono come inetti quando arrivano sulle nostre coste La “protezione dei civili†è in realtà diventata un cavallo di Troia che consente alle potenze della NATO di entrare in Libia per conquistarla con un cambio di regime, è diventato il pretesto mediatico per giustificare la guerra e acquisire consenso.
La risoluzione dell’ONU che prevedeva la No Fly Zone “a protezione dei civili†è stata in realtà usata come via libera alla guerra ed oggi viene completamente violata dalle bombe delle NATO e dunque anche dai bombardamenti italiani
L’anomalia italiana vede un Presidente della Repubblica sostenere una guerra in violazione dell’art.11 della Costituzione.
L’anomalia italiana è anche un Partito Democratico – principale partito dell’opposizione – che dice si alla guerra, si alle bombe e dunque si alla politica del governo
Siamo indignate e indignati e facciamo appello alla coscienza civile e pacifica del movimento di lotta nel nostro paese per ridare forza e voce al ripudio della guerra
Per il cessate il fuoco in Libia
Per l’immediata cessazione dei bombardamenti
Per l’apertura di un vero negoziato che ponga fine alla guerra civile in Libia
Per il ritiro dell’Italia da questa guerra che sta diventando un crimine
Oggi protestiamo ad alta voce davanti alla direzione del Partito Democratico
Sabato 14 maggio saremo in piazza nella manifestazione per la Palestina e a sostegno della Freedom Flotilla diretta a Gaza per rompere l’assedio dei palestinesi (ore 14.30 piazza della Repubblica)
Domenica 15 maggio alle 10.00 terremo una Assemblea Nazionale contro la guerra a Roma, (Sala di Via Galilei 53).
Chi non conoscesse quanto sta accadendo e si limitasse a comprenderlo dalle immagini fornite dai cortei di questo Primo Maggio e dal concerto romano, offerto dai sindacati Cgil, Cisl e Uil, penserebbe innanzi tutto che si celebrano con orgoglio i 150 anni dell’Unità d’Italia mentre nel nostro Paese esistono gravi problemi riguardanti la disoccupazione, il mondo del lavoro, la legalità, l’ecologia; ma senz’altro che l’Italia non sta facendo la guerra alla Libia.
Come dalle case sventolano i tricolori e non le bandiere della pace, così i palloncini, simbolo di questa giornata, sono decorati con la bandiera italiana.
La crisi politica ed economica italiana non possono giustificare un miope pensare esclusivamente al proprio orticello.
La scrittrice tedesca Christa Wolf, parlando dell’avvento del nazismo, ricorda come le nefandezze accadessero sotto gli occhi di tutti, ma si andasse avanti fingendo che tutto fosse normale. Sparivano gli handicappati: erano morti d’influenza in ospedale.
Da noi la Costituzione diventa sempre più evanescente: ora la maggiore forza parlamentare di opposizione dichiara di credere che essa sia esclusivamente improntata a difendere il diritto al lavoro e la divisione dei poteri, senza alcun riferimento al ripudio della guerra (così il Segretario del PD in una intervista televisiva durante le celebrazioni del 25 aprile).
D’altro canto, perché dobbiamo mettere in crisi le nostre coscienze civili.
L’Italia non sta facendo la guerra: lo dice un esperto di diritto quale è il nostro Presidente della Repubblica; lo conferma, dal maggiore partito di opposizione, un ex magistrato, con una preparazione giuridica ineccepibile, il quale sostiene che “per senso di responsabilità internazionale si devono avallare i bombardamentiâ€; i giuristi non prendono posizioni forti ed esplicite; anche i cortei del primo maggio ci infondono lo stesso messaggio. Come non crederci?
La mancanza di consapevolezza delle nostre mire e dei nostri crimini coloniali, passati e presenti, confonde innanzi tutto le nostre menti, ci abitua a respirare nei minuscoli e sempre più angusti spazi che il mercato ci concede: via via si dimenticano la sovranità degli altri Stati, la dignità degli stranieri che arrivano, dei nostri concittadini e anche di noi stessi.
2 Maggio 2011
Piera Tacchino
=== 4 ===
Martedì 10 Maggio 2011 12:47
La "fabbrica del falso" sulla guerra in Libia
di Vladimiro Giacché
Il collasso dell'informazione occidentale sulla guerra i Libia sotto l'egemonia della "fabbrica del falso". Un saggio di Vladimiro Giacché.
La fabbrica del falso e la guerra in Libia
“Attraverso la ripetizione, ciò che inizialmente appariva solo come accidentale e possibile, diventa qualcosa di reale e consolidatoâ€
G.W.F. Hegel, Vorlesungen über die Philosophie del Geschichte, in Sämtliche Werke, Frommann, Stuttgart-Bad Cannstatt, 1971, Bd. 11, p. 403.
L’attacco della Nato contro la Libia iniziato il 19 marzo 2011 rappresenta un caso emblematico a più riguardi. In primo luogo, conferma in modo eclatante una verità più generale: nel mondo contemporaneo la propaganda, la guerra delle parole e delle immagini è ormai parte della guerra stessa. In secondo luogo, evidenzia la confusione che regna in una sinistra che – anche quando si pretende “radicale†e conseguente – in Italia come in tutti i paesi occidentali, ha dimostrato una sorprendente arrendevolezza e subalternità rispetto alla propaganda e all’informazione ufficiale. Si tratta di un fenomeno tanto più significativo in quanto anche in questo caso – come già era accaduto per l’Iraq – gli stessi Paesi aderenti alla Nato si sono presentati all’appuntamento divisi: l’astensione della Germania già in sede Onu si è trasformata in decisa presa di distanza dalle operazioni, e la stessa Turchia ha manifestato il proprio dissenso rispetto alla conduzione della guerra. Ma mentre ai tempi della guerra di Bush le divisioni nel campo imperialista avevano grandemente giovato al movimento per la pace, in questo caso nulla di questo è avvenuto. Lo stesso gruppo parlamentare della GUE al Parlamento Europeo si è spaccato, e nel nostro Paese si è assistito al grottesco spettacolo di un PD assai più guerrafondaio degli stessi partiti di governo, mentre SEL ha tenuto un atteggiamento inizialmente ondivago (con una parte della base favorevole all’intervento) e soltanto la Federazione della Sinistra ha avuto da subito posizioni intransigenti sull’argomento.
In questo articolo esaminerò i principali dispositivi che la fabbrica del falso ha posto in essere nel caso della guerra di Libia, e proverò ad individuare i motivi di fondo che hanno indotto molti, anche a sinistra, a cedere alla propaganda di guerra. Nel mio argomentare metterò in gioco lo schema interpretativo che ho esposto più diffusamente nel mio libro La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea(DeriveApprodi, 20112). In questo testo proponevo un insieme di strategie di attacco alla verità non assimilabili alla menzogna pura e semplice. Vediamo come queste strategie sono entrate in gioco nel caso libico.
La verità mutilata
La verità viene mutilata quando nel trattare di un evento non si fa menzione del contesto in cui si colloca, delle circostanze, di ciò che gli sta attorno. O, semplicemente, la si racconta a metà.
Nella famosa sequenza dell’abbattimento della statua di Saddam Hussein a Bagdad, divenuta una delle icone della guerra in Iraq, le inquadrature mandate in onda sulle tv internazionali e pubblicate sui giornali erano così ravvicinate da non mostrare che la piazza era praticamente deserta e che la “folla festante†si riduceva a poche decine di iracheni.1 In questo caso la verità viene mutilata dal taglio delle foto, che impedisce di vedere lo spazio in cui ha luogo l’evento, e ne induce una falsa rappresentazione.
Nel caso libico esiste un episodio del tutto parallelo. Si tratta della famosa foto che il 22 febbraio i media di tutto il mondo hanno rilanciato con grande evidenza sotto il nome di “fosse comuni in Libiaâ€. Quello che la foto riprende è in realtà un normale cimitero in cui si stanno preparando alcune tombe singole, ma gli scatti che hanno fatto il giro del mondo non consentono di capirlo. Ma c’è di più: come ha rivelato il giornalista Rai Amedeo Ricucci, lestesse foto erano già state messe in rete mesi fa. Lo stesso Ricucci a questo proposito ha raccontato un episodio interessante. Il caporedattore di un’importante agenzia di stampa italiana, accortosi della bufala, fatto presente al suo direttore che si trattava di foto vecchie. La risposta del direttore è stata: “[questa notizia] gli altri la danno, non possiamo bucareâ€.2
Questo meccanismo è tutt’altro che nuovo. Il 26 e 30 maggio 2004, il New York Times fece autocritica sull’atteggiamento tenuto nei confronti della guerra in Iraq, ammettendo – in un editoriale firmato dalla direzione del quotidiano e poi in un articolo del garante dei lettori – che alcuni articoli “non erano stati rigorosi a sufficienzaâ€, e si erano giovati di fonti “discutibiliâ€. Di più: il quotidiano ammise che la copertura offerta era stata un fallimento “non individuale ma istituzionaleâ€: un “fallimento†fatto anche di titoli strillati in prima con notizie false. In quel contesto ilNew York Times fece riferimento anche all’“ansia di scoopâ€, quale movente che avrebbe indotto a pubblicare notizie senza verificarne in misura adeguata l’attendibilità. Anche Franck de Veck (ex direttore del settimanale tedesco Die Zeit) ha attribuito una parte della colpa delle notizie false pubblicate nel caso iracheno alla necessità per i giornali di decidere rapidamente cosa mettere in pagina: “meglio un’opinione, anche non suffragata da prove, che nessunaâ€.3
Lo stesso è avvenuto nei primi giorni dei disordini in Libia. Se tutti i giornali aprono sui 10.000 morti in Libia, notizia lanciata dalla televisione saudita Al-Arabiya il 24 febbraio e assolutamente inverificabile, io – giornalista della redazione x – che faccio? “Prendo un buco†o la metto anch’io? Da un punto di vista di etica dell’informazione, la scelta dovrebbe essere ovvia: non la metto. In pratica succede quasi sempre il contrario: perché il fatto che tutti mettano una notizia non verificata mi copre se risulterà non vera. E in effetti, la notizia in questione si è rivelata falsa, come false erano le generalità dei presunti funzionari della Corte Penale Internazionale che ne sarebbero stati la fonte. Ma ha contribuito a creare il clima psicologico per predisporre l’opinione pubblica occidentale alla decisione di effettuare un intervento militare in Libia. Lo stesso vale per l’episodio raccontato da Ricucci, con l’aggravante – in quel caso – che la verifica era stata fatta e aveva dato esito negativo.
La verità messa in scena
Il mosaico delle verità dimezzate (le presunte atrocità commesse dai soldati di Gheddafi, mentre ovviamente i soldati lealisti ammazzati o umiliati dai rivoltosi della Cirenaica non vengono mostrati, o – quando lo sono – vengono etichettati come “mercenariâ€) e delle pure e semplici falsità finisce per comporre una più generale verità messa in scena. Una rivolta tribale è trasformata in rivoluzione democratica, gli scontri armati tra ribelli e truppe regolari sono trasformati in “genocidio†ad opera di queste ultime (memorabili alcuni titoli in prima del Fatto Quotidiano), e un personaggio come Gheddafi si trasforma, da un giorno all’altro, da affidabile partner d’affari a una via di mezzo tra Adolf Hitler e Idi Amin Dada; ovviamente, in parallelo alla demonizzazione del dittatore, c’è l’idealizzazione degli insorti, che attinge vette di notevole lirismo. Lo prova tra gli altri un titolo di Repubblica del 23 marzo: “Al fronte in sella a una Kawasaki i sorridenti guerrieri della rivoluzioneâ€; con tanto di sottotitolo rock: “Un inno ispirato a Jim Morrison per l’esercito della nuova Libiaâ€. Il messaggio sottinteso di questa ridicola propaganda di guerra: loro sono come noi, Gheddafi e i suoi sono dei barbari o – come pure è stato detto – “beduiniâ€.
La principale verità messa in scena riguarda però le motivazioni dell’intervento militare occidentale, ossia il presunto diritto all’“ingerenza umanitariaâ€. Un memorabile testo di Danilo Zolo riferito all’aggressione alla Jugoslavia, come noto giustificata nello stesso modo, reca come titolo le prime parole di una frase di Proudhon: “Chi dice umanità cerca di ingannartiâ€.4 Sono parole di profonda verità. E non da oggi. Chiunque conosca la storia del colonialismo non avrà difficoltà a rinvenire i precedenti di questa giustificazione. A metà Ottocento, a sentire re Leopoldo del Belgio, la sua Associazione Internazionale per il Congo – uno dei principali strumenti del colonialismo belga – intendeva “rendere dei servigi duraturi e disinteressati alla causa del progressoâ€. Il raffinato storico dell’arte Ruskin nel 1870 vedeva nell’Inghilterra “un’isola che impugna lo scettro, fonte di luce e centro di pace per il mondo interoâ€; un’Inghilterra il cui dovere, per adempiere a tale missione, era quello di “fondare nuove colonie il più lontano e il più rapidamente possibile, insediandovi i più energici e valorosi tra i suoi uominiâ€, per poi “radunare in sé la divina conoscenza di nazioni lontane, passate dalla barbarie all’umanità e redente dalla disperazione alla paceâ€.5 Oggi la stessa litania la sentiamo nella forma del cosiddetto “imperialismo dei diritti umani†(Ignatieff), o – addirittura – dell’“imperialismo benevolo†(Kaldor). È una litania che negli ultimi anni è stata intonata più volte: a proposito del Kosovo, dell’Afghanistan, dell’Iraq, e ora della Libia.6 Ora, è logico che chi si rende colpevole di una guerra di aggressione preferisca ammantare le proprie azioni con motivazioni altruistiche. Un po’ meno logico è che si dia credito a queste giustificazioni autoapologetiche.
Ma c’è qualcos’altro da dire a questo riguardo: l’“ingerenza umanitariaâ€, dagli anni Novanta in poi, venuto meno il contrappeso di potere rappresentato dall’Unione Sovietica, è stata il grimaldello con cui gli Stati Uniti e i loro alleati hanno scardinato i principi di non ingerenza e di autodeterminazione dei popoli stabiliti nella Carta dell’Onu del 1948 (art. 1, par. 2 e art. 2, par. 7).7 Purtroppo, quello che oggi sembra difettare a sinistra è la capacità di capire il funzionamento di questo grimaldello e le sue conseguenze devastanti non soltanto per la pace nel mondo, ma per la stessa autodeterminazione delle nazioni.
La verità rimossa
Speculare alla verità messa in scena è la verità rimossa. La verità messa in scena ha infatti tra le sue principali finalità proprio quella di nascondere verità scomode. Che in questo caso sono più d’una.
La prima riguarda ovviamente i veri motivi dell’intervento in Libia. Che sono essenzialmente due, tra loro legati: l’opportunità di controllare – dividendolo – un Paese come la Libia e di mettere direttamente le mani su importanti giacimenti petroliferi. “Direttamente†significa: senza le onerose (per le compagnie petrolifere occidentali)royalties che Gheddafi aveva imposto per il petrolio estratto dal territorio libico. Questo risultato sarebbe raggiunto qualora si avverasse la previsione formulata il 28 marzo dal quotidiano arabo (ma stampato a Londra) al-Quds al-Arabi: il risultato dell’intervento militare occidentale potrebbe essere la divisione della Libia in “due stati, un Est ricco di petrolio in mano dei ribelli e un Ovest povero, diretto da Gheddafi… Una volta garantita la sicurezza dei pozzi petroliferi, potremmo trovarci di fronte ad un nuovo emirato petrolifero in Libia, a bassa densità di popolazione, protetto dall’Occidente e molto simile agli Emirati del Golfo Persicoâ€.
Che l’obiettivo sia questo, e non la “protezione dei civiliâ€, ce lo dice meglio di mille parole quello che sta succedendo sul campo. La Risoluzione 1973 dell’Onu, che prevedeva lo stabilimento di una “no-fly zone†per “proteggere la popolazione civileâ€, è stata da subito violata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Che hanno immediatamente compinciato a colpire obiettivi a terra, anche quando si trattava di scontri tra l’esercito libico e i ribelli armati, e anche quando gli obiettivi colpiti erano lontani dal luogo delle operazioni. I più obiettivi, tra gli osservatori, ne hanno dato atto. Qualcuno pacatamente e senza troppo scandalizzarsi. Il generale Fabio Mini, ad esempio, ha scritto il 30 marzo perRepubblica un articolo a suo modo esemplare, che recava questo titolo: “Attacchi a terra e forze speciali. La vera guerra degli alleati per liberare la Libia da Gheddafiâ€. Ancora più chiaro il sottotitolo: “Non solo no-fly zone: così combatte l’Occidenteâ€. Anche Sergio Romano si è limitato a descrivere quanto accaduto e a prevedere quanto presumibilmente accadrà: “abbiamo constatato che la no-fly zone è divenuta di fatto una guerra combattuta dal cielo (almeno per ora) contro lo stato di Gheddafi per garantire agli insorti una vittoria che sarebbe altrimenti improbabile… Dominati dal timore di fallire, gli alleati si vedranno costretti ad alzare progressivamente la soglia del loro intervento sino a trasformare la protezione dei civili in una vera e propria alleanza con i ribelliâ€.8
Altri, per deformazione professionale più attenti alle forme giuridiche, qualche preoccupazione l’hanno invece manifestata. È il caso di Antonio Cassese, già procuratore della Corte dell’Aja, il quale ha fatto presente che è giusto colpire un carroarmato che spara sui civili, ma siamo fuori dalla Risoluzione 1973 se è colpito un carro armato che “attacca i ribelli armatiâ€.9 Ciò che appunto sta avvenendo in modo massiccio. Persino il New York Times, quotidiano che pure sostiene a spada tratta l’intervento in Libia, si interroga su “come possano gli alleati giustificare gli attacchi aerei contro le forze del colonnello Gheddafi intorno a Sirte se – come sembra accertato – esse godono di un diffuso sostegno in quella città e quindi non costituiscono alcuna minaccia per i civiliâ€.10 Del resto, poche cose dimostrano il carattere tutto particolare dell’“umanitarismo†che ispirerebbe questa ennesima guerra quanto l’utilizzo massiccio di missili Tomahawk, contenenti uranio impoverito. Massimo Zucchetti, docente di impianti nucleari al Politecnico di Torino, ha calcolato l’uranio che i 112 missili sparati nei primi giorni di guerra avrebbero depositato nel Paese oggetto delle loro attenzioni “umanitarieâ€: si va dai 3.000 ai 400.000 chili di uranio impoverito.11
La seconda verità scomoda che questa guerra aiuta a rimuovere riguarda la posizione, decisamente imbarazzante, dei Paesi occidentali nei confronti delle rivolte nel mondo arabo. Tutti i buoni sentimenti manifestati nel caso libico – che, come abbiamo visto, si sono per la verità tradotti in cattive azioni – aiutano a far dimenticare una verità fondamentale: ossia l’appoggio che l’Occidente ha prestato in tutti questi anni alle peggiori dittature dell’area. A cominciare da quelle investite dalla prima ondata delle proteste: Tunisia ed Egitto. Se il dittatore Ben Alì era una creatura dei servizi francesi e italiani, nel caso di Mubarak è stato l’appoggio degli Usa il puntello determinante nei suoi 30 anni di dominio incontrastato della scena politica egiziana. Per quanto riguarda gli Usa, c’è un indicatore molto concreto dell’appoggio fornito ai regimi dell’area oggi interessati da rivolte: la quantità di armi vendute a questi Paesi nel 2009. Che rappresenta la metà delle armi vendute a tutto il mondo dagli Usa. In ordine decrescente di importanza, troviamo: 7,91 miliardi di dollari il valore delle armi vendute agli Emirati Arabi Uniti, 2,89 miliardi di dollari all’Arabia Saudita, 1,9 miliardi di dollari all’Egitto, 431 milioni alla Giordania, 295 milioni al Kuwait, 197 milioni al Qatar, 60 milioni all’Oman, 15 milioni alla Tunisia e 3 milioni allo Yemen (pochi ma decisamente singolari, considerato che gli Usa formalmente considerano questo Paese uno “stato terroristaâ€).12 Infine, per misurare appieno l’onestà intellettuale e la coerenza di certi interventisti socialdemocratici, varrà la pena di ricordare alcuni fatti poco noti, ma non per questo meno significativi. Tanto il partito al potere in Tunisia, quanto quello al potere in Egitto, facevano parte dell’Internazionale Socialista. Ben Alì e il suo partito (l’Assemblea Democratica Costituzionale) ne sono stati estromessi il 17 gennaio 2011, quando il regime era già crollato da 2 giorni; Mubarak e il suo partito (Partito Democratico Nazionale) il 31 gennaio, appena 11 giorni prima che Mubarak fosse estromesso dal potere. Curiosamente, nessun cenno di autocritica su questi imbarazzanti compagni di viaggio è venuto dall’Internazionale Socialista. Che, come niente fosse, il 19 marzo, al termine della riunione tenutasi ad Atene del suo Presidium, ha emesso una dichiarazione in cui si legge tra l’altro: “il successo della transizione alla democrazia in Egitto e Tunisia è di importanza vitale per l’intera regione e in particolare per coloro che hanno subito violenza e repressione in risposta alle loro rivendicazioni. In Libia vediamo che la voce del popolo non è stata ascoltata dal regime, e la situazione sta evolvendo in modo pericoloso. Condanniamo tutti gli attacchi contro civili innocenti e sosteniamo l’implementazione delle misure necessarie che possano salvare vite umane e promuovere una via d’uscita democratica dalla crisiâ€.13 Un via libera alla guerra: dall’appoggio ai dittatori al sostegno ai bombardamenti umanitari il passo è breve…
La terza verità rimossa da questa guerra è quanto sta accadendo negli altri Paesi arabi. Questa è la tesi sostenuta da Immanuel Wallerstein, che in un suo recente intervento vede il principale scopo di questa guerra precisamente nella “grande e deliberata distrazione dalla principale battaglia politica nel mondo araboâ€.14 La ricostruzione offerta da Wallerstein è molto interessante, anche perché egli fa giustamente notare che gli orientamenti a favore dell’intervento in sede Onu sono stati spostati in maniera decisiva dalla risoluzione assunta dalla Lega Araba il 12 marzo, in cui si richiedeva una “no-fly zoneâ€. Risoluzione per la quale l’Arabia Saudita si è battuta ferocemente, conquistando anche gli incerti attraverso due concessioni formali (che si sono già in parte rivelate fittizie): solo una “no-fly zone†e nessun intervento di forze di terra occidentali. Va notato che in Bahrein il 14 marzo (ossia appena due giorni dopo la risoluzione della Lega Araba, ma prima della Risoluzione Onu contro la Libia) le proteste della maggioranza sciita della popolazione sono state soffocate nel sangue grazie all’intervento dell’esercito e dei mezzi corazzati di un altro Paese, guarda caso proprio l’Arabia Saudita. Qui sarebbe bastato molto meno di una “no-fly zone†per evitare questi eventi sanguinosi: infatti il Bahrein ospita la 5a flotta americana.
Ma questo è precisamente uno dei motivi per cui nessuna moral suasion è stata esercitata dagli Stati Uniti sul sovrano del Bahrein e sui suoi alleati sauditi. Già il 23 febbraio, poche settimane prima della violenta repressione delle proteste in Bahrein, su un sito di intelligence statunitense si poteva leggere un articolo dal significativo titolo:“Perché il Bahrein è importante (più della Libia)â€. Ancora più interessanti i contenuti dell’articolo: “la situazione in Libia sta andando fuori controllo e domina i media. Ci sono disordini che hanno luogo in posti meno noti, ma strategicamente più importanti. Il Bahrein è un punto di snodo cruciale sia per la competizione tra Iran e Arabia Saudita che per la possibilità per gli Usa di ritirarsi dall’Iraq. Se la situazione in Bahrein andrà fuori controllo, gli Usa potrebbero perdere una base per la loro 5a flotta; la minoranza sciita dell’Arabia Saudita potrebbe far seguito a questi avvenimenti con le proprie proteste; e la bilancia tra Iran e Arabia Saudita nella regione finirebbe per pendere fortemente a favore dell’Iranâ€.15Più chiaro di così…
Come si vede la verità rimossa, se portata alla luce, smaschera alla perfezione i meccanismi della menzogna e i loro moventi. Da una parte abbiamo i regimi feudali del mondo arabo, terrorizzati dall’ipotesi che anche a casa loro vengano avanzate pretese di minimale democrazia. Questi regimi però sono “affidabili†e di centrale importanza per l’Occidente, e quindi nessuna violazione dei diritti umani che colà abbia luogo sarà mai sanzionata. A meno che i popoli interessati non riescano a far valere i propri diritti, nel qual caso l’Occidente affannosamente si accoderà agli avvenimenti cercando di avvalorare l’idea di averli determinati, come in Tunisia e in Egitto - quando ovviamente le cose stanno in maniera esattamente opposta. Nel caso del Bahrein questo purtroppo non è avvenuto. E lo scoppio della guerra contro la Libia, il 19 marzo (appena 5 giorni dopo la repressione violenta delle proteste in Bahrein), ha contributo a distogliere l’opinione pubblica internazionale da quanto accadeva e accade nel piccolo – ma fondamentale – Paese arabo.
Ci sono altri avvenimenti cui la guerra di Libia ha sottratto il proscenio del teatro dell’informazione? Secondo Luca Telese sì. A suo avviso “dobbiamo combattere con più forza l’ennesimo nefasto effetto collaterale della guerra. Che è quello di modificare l’agenda del mondo, di distrarre i giornali e le tv, di nascondere con rombare mortale dei Tomahawk nel deserto africano la pestilenza della contaminazione del mondoâ€. Il riferimento è al disastro atomico di Fukushima, assai peggiore di quello di Chernobyl e comunicato assai peggio di questo (a proposito della trasparenza dei regimi democratici…): sia per la disinformazione posta in opera dal governo nipponico e dalla società responsabile dell’impianto, sia – appunto – a causa dei tamburi di guerra che rullano in Africa. La conclusione di Telese è del tutto condivisibile: “L’Onu dovrebbe intervenire contro un delitto che prolunga i suoi effetti per una era geologica. Invece nel frastuono si cela il silenzio. E il rumore delle bombe ci distrae dall’essenzialeâ€.16
La verità imbellettata
L'eufemismo è espressione di una delle fondamentali malattie politico-morali della nostra società: l'ipocrisia. Se La Rochefoucauld definiva l’ipocrisia come “l'onore che il vizio rende alla virtùâ€, possiamo ben definire l’eufemismo come “l’onore che la menzogna rende alla verità â€.17 Il campionario di eufemismi che il nostro tempo ci pone dinanzi agli occhi è impressionante. Tanto da farci ritenere che la loro individuazione ed il loro smascheramento rappresentino oggi uno dei compiti principali del pensiero critico.
La maggior parte degli eufemismi comporta una semplice riformulazione tranquillizzante e rassicurante,attraverso la quale il fenomeno descritto viene per così dire addomesticato e reso innocuo, ossia non più in grado di suscitare reazioni ostili (indignazione, protesta, ecc.). Ovviamente la guerra è per sua natura (ossia per il suo intrinseco orrore) l’à mbito privilegiato per l’impiego degli eufemismi. Il caso libico non fa eccezione. “Missione umanitariaâ€, “ingerenza umanitariaâ€, “raid umanitariâ€, “uso della forzaâ€, “regime change†(che sta per “invasione militareâ€).
Ma nel caso della guerra, in fondo, lo stesso tabù rappresentato dall’uso di questa parola è ormai caduto. E l’eufemismo si può esprimere quindi sotto forma di qualificazione ed aggettivazione della parola “guerraâ€: abbiamo così la “guerra per la democraziaâ€, ed è stata rispolverata per l’occasione anche l’espressione di “guerra umanitaria†(uno degli ossimori più macabri – ma più fortunati – escogitati nei nostri anni).
Ovviamente, per quanto la guerra venga ammantata di scopi elevati, resta sempre il problema di definire in modo consono le vittime civili della guerra stessa. Si tratta di un problema particolarmente imbarazzante in questo caso, in quanto secondo la versione ufficiale la guerra di Libia sarebbe stata intrapresa precisamente per proteggere i civili. In questo caso anche parlare di “effetti collaterali†(la definizione che si adopera usualmente, come se fossero contingenti e trascurabili, anziché una componente essenziale della guerra stessa) non funziona. Al contrario, fa saltare anche gli altri eufemismi. Non stupisce quindi che il 31 marzo il rappresentante del Vaticano a Tripoli, monsignor Giuseppe Martinelli, nel dare la notizia di 40 civili morti in un palazzo crollato nella capitale libica, ne abbia parlato in questi termini: “I raid cosiddetti umanitari hanno fatto decine di vittime tra i civili in alcuni quartieri di Tripoli.†Il giorno successivo tocca al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, insistere sul punto: “La missione militare internazionale anti-Gheddafi è, come abbiamo avvertito sin dal primo giorno, una missione di guerra. Produce comunque dolore e distruzione e se non difende il 'bene' per cui e' stata autorizzata e avviata - l'incolumità della popolazione inerme e la sua libertà dalla paura e dalla costrizione - si dimostra insensata e ingiusta.

Perché si rivela incontestabilmente condotta secondo finalità diverse da quelle del mandato Onu (un edificio civile di Tripoli non è un aereo del rais e non ''minaccia'' i cittadini di Bengasi o di Sirte) e si converte nel suo contrario. Diventa, cioè, aggressioneâ€.18
Le due parole chiave: democrazia e imperialismo
Questa breve rassegna di meccanismi di costruzione/propagazione della menzogna dovrebbe essere sufficiente ad intendere l’enorme abbaglio preso da tutti coloro i quali, a sinistra, hanno plaudito all’attacco contro la Libia. Non è sufficiente, però, a spiegare come questo abbaglio sia stato possibile. La chiave di volta è tutta racchiusa in due parole, l’una abusata, l’altra indicibile: democrazia e imperialismo.
Il punto essenziale da intendere è che nella costruzione del consenso, molto più delle mistificazioni su singoli fatti, contano i cliché, i frames interpretativi. Un cliché molto forte, e radicato anche a sinistra, è quello che vede l’Occidente come portatore di un sistema politico superiore: la democrazia.Si tratta di un cliché fondamentale nel discorso ideologico contemporaneo. L’Occidente è portatore della “democrazia†e nemico delle “dittature†e dei “totalitarismiâ€. “Le nostre armi non sono venute nelle vostre città e nelle vostre contrade come conquistatori o nemici, ma piuttosto come liberatoriâ€. Sembra di sentire Obama o Sarkozy: invece è il generale britannico Frederick Stanley Maude, che pronunciò queste parole nel 1920, durante l’occupazione coloniale britannica dell’Iraq.19
Per intendere la portata di questo cliché, basterà rammentare che esso anni fa ha consentito a Tony Blair addirittura di fare un uso apologetico della scoperta delle torture praticate in Iraq dai soldati inglesi: “La differenza tra democrazia e tirannia non è che in una democrazia non accadono cose brutte, ma che quando accadono se ne chiede conto ai responsabiliâ€.20 In sintesi: se le porcherie che facciamo non vengono scoperte, il nostro è un sistema politico superiore perché non c’è nulla che dimostri il contrario; se vengono scoperte, il fatto stesso che vengano scoperte dimostra che il nostro è un sistema politico superiore. Lo schema può essere variato all’infinito: così, si può argomentare che la scoperta delle menzogne di guerra di Bush o di Obama dimostra la buona fede degli Usa e la trasparenza del sistema. Gli esempi di questa confutazione che conferma si potrebbero moltiplicare. Ma non mancano neppure più ardite teorizzazioni. Come l’idea, decisamente singolare, che il fatto di essere una “democrazia†renda un Paese magicamente immune da ogni macchia, qualunque cosa combini: è quello che da noi ha detto Giulio Tremonti, per il quale, “se dietro una bandiera c’è una democrazia non c’è mai fangoâ€.21 Prima guerra mondiale, colonialismi, sostegno a regimi sanguinari e interventi armati statunitensi in mezzo mondo? Tutto cancellato da questa paroletta magica.
La funzione più importante del cliché della “superiorità democratica†è però ancora un’altra. Da questo luogo comune discende infatti che è legittimo (e qualcuno dice addirittura: necessario) esportare la democrazia. È noto che sul presupposto della “legittimità di esportare la democrazia†è stata costruita – una volta venute meno quelle originarie – una giustificazione posticcia dell’invasione dell’Iraq: che sarebbe avvenuta, appunto, allo scopo di “esportare la democraziaâ€.22Chiunque conosca la storia del colonialismo non avrà difficoltà a rinvenire i precedenti di questa giustificazione (alcuni li ho riportati più sopra). Ma la cosa più importante da tenere presente riguarda l’uso recente di questo cliché: perché è precisamente su questo punto che il movimento contro la guerra in Iraq ha infine finito per dividersi. In molti, anche a sinistra, hanno a un certo punto finito per pensare – come Michael Ignatieff – che “la promozione della democrazia da parte degli Stati Uniti abbia dimostrato di essere una buona ideaâ€.23 Idea tanto più assurda in quanto l’esportazione della democrazia altro non era che una giustificazione “di riserva†dell’aggressione dell’Iraq.
Ma questo non conta: è infatti tipico dei luoghi comuni mainfestare una capacità di resistere e “tenere†nonostante ogni evidenza contraria. È quella che altrove ho definito la “filosofia dell’anche seâ€.24 In effetti, il discorso dominante, anche nella sua variante liberal e “criticaâ€, ci ripete continuamente, dalle pagine dei giornali come dagli schermi televisivi, che gli eserciti dell’Occidente portano la civiltà, anche se ammazzano, torturano, usano armi di distruzione di massa proibite dai trattati internazionali e disgregano Stati sovrani; che l’Occidente porta la democrazia anche se, come nell’Iraq del 2005, le elezioni sono truccate, anche se oltre metà della popolazione non si reca a votare, anche se il sistema di elezione adoperato è per etnia (principio democratico non proprio modernissimo) e tale da condurre alla disgregazione del Paese stesso, anche se la Costituzione torna alla religione di Stato, anche sela sharia è reintrodotta in un Paese che prima era laico. Tutti questi fatti, ciascuno dei quali sarebbe sufficiente aconfutare l’assunto, vengono interpretati quali errori, limiti e difficoltà contingenti che incidentalmente accompagnano intenti lodevoli e generosi: al massimo, come una conseguenza inattesa delle proprie generose iniziative o come la classica eccezione che conferma la regola.
È troppo facile spiegare questa tenuta dei luoghi comuni semplicemente con la loro diffusione attraverso i media (e si tratterebbe, comunque, di una spiegazione pericolosamente prossima ad un ragionamento circolare). Un motivo importante della forza del luogo comune citato è senz’altro il fatto che esso adopera una parola chiave del lessico politico-mediatico contemporaneo quale“democraziaâ€. E la usa precisamente nel senso scarnificato - e assai lontano dal significato originario di “potere del popolo†- ormai invalso: quello di democrazia elettorale, ossia di un sistema politico che prevede che si vada a votare di quando in quando per eleggere i propri rappresentanti. Che poi – come accade in Italia - anche questo ormai avvenga con sistemi elettorali eminentemente antidemocratici, per i quali cioè il voto di ciascuno non pesa allo stesso modo; che il sistema politico sia ormai del tutto sbilanciato sull’esecutivo anziché essere un sistema parlamentare; che la stessa divisione dei poteri sia sempre più minacciata dall’arroganza dell’esecutivo; che, last but not least, l’ambito delle decisioni politiche sia sempre più ristretto a fronte delle decisioni dei poteri economici: tutto questo non sembra scalfire minimamente la fede nella “democraziaâ€. Ma è precisamente per questo che una sinistra degna di questo nome oggi deve affrontare con coraggio la battaglia delle idee su questo terreno, dimostrando il carattere regressivo assunto dai sistemi politici “democratici†occidentali negli ultimi decenni. E argomentando che soltanto le lotte delle classi subalterne hanno potuto strappare in passato dei risultati sul terreno della democrazia reale, oggi in gran parte perduti per il mutare dei rapporti di forza in senso sfavorevole.
L’altro termine, da tempo desueto e ormai indicibile, è quello di imperialismo. La connotazione negativa di questo termine era stata, sul principio del XX secolo, una delle più significative vittorie del pensiero progressista dal punto di vista del lessico politico. La tradizione comunista si alimentò, negli anni della prima guerra mondiale e in quelli immediatamente successivi, di un dibattito che fece largo uso di questa categoria (Lenin, Bucharin, Luxemburg), che legava fortemente l’analisi dell’aggressività militare alle sue basi economiche. Nel secondo dopoguerra il termine è stato spesso adoperato schiacciandolo sulla dimensione militare (l’espressione “imperialismo Usa†era spesso usata con esclusivo riferimento al soverchiante potere militare degli Stati Uniti). Negli ultimi due decenni, infine, questa categoria è stata abbandonata dai più, talvolta a favore di categorie più confuse – ma più à la page – come quella di “impero†(in verità una riproposizione dell’errata teoria kautskiana del “superimperialismoâ€), più spesso a favore di un’adesione pura e semplice al pensiero unico neoliberale. Oggi Alberto Burgio sospetta che dietro l’interventismo democratico di sinistra nel caso libico ci sia anche il rifiuto “della strumentazione concettuale della critica all’imperialismoâ€, considerata “arcaica e per di più contaminata dall’esperienza del movimento comunista novecentescoâ€.25 Burgio ha pienamente ragione, ed è quindi opportuno sgombrare il campo da qualche equivoco.
Il primo punto da mettere in chiaro è il seguente: il concetto di imperialismo, se lo prendiamo nell’accezione leniniana, ha ancora molto da dirci sulla situazione attuale. Per intendersi su questo è sufficiente partire dai "cinque principali contrassegni" che secondo Lenin dovevano essere contenuti nella definizione di "imperialismo", ossia:
"1. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2. la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo 'capitale finanziario', di un'oligarchia finanziaria;
3. la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;
4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5. la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche."26
Rispetto a queste cinque componenti della definizione di imperialismo, è francamente difficile trovare alcunché di "superato". Il grado di concentrazione delle imprese ha toccato livelli mai raggiunti in passato; quanto al ruolo ed all'importanza del capitale finanziario è sufficiente sfogliare qualche quotidiano; i flussi finanziari internazionali sono ormai un multiplo (e per giunta elevato) dei flussi commerciali; i monopoli sono un tale problema che le principali economie capitalistiche si sono dotate di apposite autorità Antitrust (generalmente di dubbia efficacia); infine, la ripartizione del globo terrestre tra le più grandi potenze imperialistiche non sarà "compiuta" (nel senso di definitivamente stabilita), ma è inequivocabile.27 Va semmai notato che negli ultimi anni questa “ripartizione†ha assunto per lo più la forma di egemonia valutaria e di lotta per l’egemonia valutaria. Si può concludere che i conflitti interimperialistici oggi hanno luogo, più ancora che tra nazioni, tra aree valutarie. Queste ultime hanno carattere sovranazionale, e il loro riferimento geografico è solo grosso modo coincidente con un insieme di stati confinanti tra loro.28 L'equivalente odierno delle vecchie politiche di "contenimento" esercitate da un paese imperialista contro l'espansione territoriale di un altro paese imperialista è quindi rappresentato dalle iniziative volte ad impedire l'espansione di un'area valutaria. La stessa guerra irachena è stata anche questo. Ovviamente, gli interessi possono essere di natura diversa e intrecciati tra loro: ad es., la guerra del 1999 contro la Jugoslavia vede da un lato gli interessi degli Usa, che assestano un formidabile colpo all’euro con una guerra nel cuore dell’Europa, dall’altro quelli del capitale tedesco, che cerca (e otterrà) un’espansione nei Balcani.
La crisi iniziata nel 2007, e ancora ben lontana dall’essere superata, ha introdotto alcune importanti novità in questo quadro. 1) Da una parte, in presenza di un’evidente crisi di valorizzazione del capitale nei Paesi a capitalismo maturo, ha acutizzato la necessità di contenere o ridurre il costo delle materie prime energetiche per far ripartire i profitti (la situazione è ora ulteriormente complicata dal disastro di Fukushima, che di fatto ha sbarrato la strada alla soluzione del problema fondata sull’energia nucleare). 2) Dall’altra, ha evidenziato che gli Stati imperialisti sono potenze declinanti. Guarda caso, questo declino è particolarmente evidente nel caso dei promotori dell’avventura libica: gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia. Mentre la potenza europea che sta uscendo meglio dalla crisi, la Germania, si è astenuta sulla Risoluzione 1973 e poi ha criticato fortemente l’andamento delle operazioni militari. 3) Inoltre, la stessa crisi ha ormai aperto gli occhi a chiunque sul fatto che le potenze emergenti giocheranno un ruolo sempre maggiore nella ripartizione della ricchezza mondiale, a scapito delle potenze imperialistiche declinanti. E non è un caso che nessuno dei Paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) abbia votato a favore della Risoluzione Onu che ha aperto la strada all’intervento militare. Il portavoce del ministro degli esteri cinese ha poi criticato l’aggressione come “un uso abusivo della forza e un uso innecessario della violenzaâ€.29 Analoghe critiche sono venute dal presidente e dal premier russi. 4) Infine, la crisi ha spazzato via l’illusione (coltivata da molti soprattutto in Europa) che l’ordine valutario mondiale possa reggersi su una diarchia dollaro-euro: è al contrario sempre più probabile (e coerente con le dinamiche dello sviluppo economico in essere) che si affermi un terzo polo valutario asiatico. Questo potrebbe rendere meno esacerbato lo scontro tra Europa e Stati Uniti e forse nel medio periodo anche condurre a un’entente cordiale in funzione anticinese; nel breve periodo, rende più probabili azioni militari condotte di comune accordo sotto la copertura della Nato.
Che lezione possiamo trarre da tutto questo? In primo luogo, per parafrasare von Clausewitz, che lo strumento militare è, oggi come ieri, la continuazione della politica economica con altri mezzi, e che esso viene adoperato di preferenza in situazioni di difficoltà economica: l’imperialismo aumenta la propria aggressività militare quanto più si verifica una crisi di valorizzazione del capitale e quanto più le tradizionali forme economiche di dominio mostrano la corda.30 Questo non dovrebbe rassicurarci. In secondo luogo, che lo stesso campo imperialista è diviso al suo interno: la non belligeranza della Germania non è davvero cosa di poco conto, ed è un dato positivo da tenere presente, perché evidenzia contraddizioni reali nel campo imperialista e all’interno della stessa Unione Europea.
Ma la lezione più importante è un’altra. Il fatto di accettare la centralità della categoria di democrazia elettorale e il rifiuto di quella di imperialismo induce a far proprio il presupposto ideologico di fondo della propaganda di guerra: ossia a condividere l’assunto che le azioni degli Stati capitalistici siano mosse da elevati motivi ideali anziché da motivazioni di carattere economico. Si tratta di un grave errore politico, che impedisce di scorgere le dinamiche reali che muovono gli Stati e che finisce per collocare chi lo compie ben al di sotto degli stessi analisti borghesi di geopolitica (non a caso spesso accusati di “cinismo†dai benpensanti). È un errore che è stato compiuto a più riprese in questi anni, finendo per accettare come naturale - o addirittura per auspicare - il succedersi di guerre “umanitarie†che altro non sono se non avventure militari imperialistiche. Lo stesso ripetersi degli “interventi umanitari†ha rafforzato il cliché e ne ha aumentato la forza di penetrazione nell’opinione pubblica.Come sapeva lo Hegel delle Lezioni sulla filosofia della storia citato in apertura di questo articolo, “attraverso la ripetizione, ciò che inizialmente appariva solo come accidentale e possibile, diventa qualcosa di reale e consolidatoâ€. Precisamente per questo motivo, si tratta di un terreno su cui non possiamo concedere nulla all’avversario.
1 Una eloquente foto aerea della piazza si può vedere in S. Rampton, J. Stauber, Vendere la guerra, tr. it. Ozzano dell’Emilia, Nuovi Mondi Media, 2003, p. 11. In argomento vedi anche: http://www.sourcewatch.org/index.php?title=Toppling_the_statue_of_Saddam_Hussein e A. Negri, “Quella notte di fuoco a Baghdadâ€, Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2008.
3 F. de Veck, “Furcht und Schreckenâ€, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18 marzo 2003. In argomento vedi V. Giacché,La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, Roma, DeriveApprodi, 2011, pp. 49-50.
4 D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Torino, Einaudi, 2000.
5 Le citazioni di re Leopoldo del Belgio e John Ruskin sono tratte da E.W. Said, Cultura e imperialismo, Roma, Gamberetti, 1998, p. 192 e 129 (tutto il brano di Ruskin riportato da Said, tratto dalle Slade Lectures, è di estremo interesse).
6 Per Mary Kaldor vedi D. Bensaïd, Gli Irriducibili. Teoremi della resistenza allo spirito del tempo, 2001; tr. it. Trieste, Asterios, 2004, p. 76.
7 Sul punto vedi B. Steri, “Chi non si arruola è un disertoreâ€, in Liberazione, 25 marzo 2011.
8 S. Romano, rubrica “L’europeoâ€, Panorama, 7 aprile 2011.
9 Cit. in T. Di Francesco, “In un vicolo ciecoâ€, il manifesto, 31 marzo 2011.
10 K. Fahim, D.D. Kirkpatrick, “Rebel Advance Halted Outside Qaddafi’s Hometownâ€, the New York Times, 28 marzo 2011.
11 T. De Berlanga, “La pace impoverita dall’uranio nei Tomahawkâ€, il manifesto, 2 aprile 2011.
16 L. Telese, “Rompiamo il silenzio atomicoâ€, il Fatto Quotidiano, 1° aprile 2011.
17 F. de La Rochefoucauld, Massime, § 218; tr. it. Milano, Rizzoli, 1978, 19946, p. 157, qui riprodotta con lievi modifiche.
18 A. Bonanni, “‘A Tripoli 40 civili uccisi dai raid’. L’Alleanza apre un’inchiestaâ€, la Repubblica, 1° aprile 2011. M. Tarquinio, “Il senso dell’intervento: urgenza di sapereâ€, Avvenire, 1° aprile 2011.
19 Cit. in S. Chiarini, “Le lezioni ignorate della storiaâ€, il manifesto, 14 agosto 2004. Allora questa allocuzione non portò molta fortuna agli invasori: già nell’estate dello stesso anno il Paese era in piena rivolta, che solo una brutale repressione militare potè battere (al prezzo di alienarsi definitivamente le già scarse simpatie della popolazione irachena).
20 O. Casagrande, “Blair sulle torture: ‘Foto scioccanti’â€, il manifesto, 20 gennaio 2005.
21 Dichiarazione riportata dall’Agenzia Ansa il 13 maggio 2004.
22 Emblematico T. Blair, “Perché combattiamo questa guerraâ€, la Repubblica, 13 aprile 2004. E già un fondo del“Foglio†dal titolo surreale: “L’arma di distruzione è la dittaturaâ€, 4 ottobre 2003. Oggi la natura posticcia e strumentale di questa spiegazione della guerra è condivisa perfino da F. Fukuyama, “La fine della storia non esporta la democraziaâ€, la Repubblica, 3 aprile 2007.
23 M. Ignatieff, “L’impero dei diritti dell’uomoâ€, Corriere della Sera, 24 gennaio 2005.
25 A. Burgio, “2 aprile, democratici contro geopoliticiâ€, il manifesto, 30 marzo 2011.
26 V.I. Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916; tr.it. in Scritti economici, a cura di U. Cerroni, Roma, 1977, p. 571.
27 Del resto lo stesso Lenin precisa che la "compiutezza" della spartizione imperialistica del mondo significa che "il mondo per la prima volta appare completamente ripartito sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione" (ivi, p. 560).
28 Ad esempio, molti dei cosiddetti Territori d'Oltremare, che fanno parte a tutti gli effetti dell'area dell'euro, si trovano a migliaia di chilometri dall'Europa.
29 Yizhen Zheng, “Why China has abstained from UN’s Resolution on Libyaâ€, China Elections and Governance, 30 marzo 2011. Link: http://chinaelectionsblog.net/?p=14845 .
30 Sul nesso tra il venir meno della valorizzazione del capitale e il manifestarsi del “carattere aggressivo dell’imperialismo†insiste a più riprese H. Grossmann, Il crollo del capitalismo. La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, 1929; tr. it Milano, Mimesis, 2010, pp. 255, 281, 284-5; vedi anche, sugli effetti positivi (in termini capitalistici) della guerra in quanto provoca la svalutazione del capitale esistente, le pp. 346-347.
* Pubblicato su “Essere Comunistiâ€, aprile 2011, pp. 19-29
Nessuno ha dato risalto a questa lettera di condoglianze di Angelo Del Boca a Muhammar Gheddafi, per la morte del figlio e dei tre nipoti, uccisi da un bombardamento. Essa ha il tono ed esprime i sentimenti che sono normali in tali circostanze. Abbiamo scelto di pubblicarla perché sentiamo di condividere il giudizio finale in essa espresso: questa guerra "disonora l'Italia repubblicana e democratica". Del Boca, storico, ha curato in passato molte amnesie collettive sulle crudeltà e le stragi dell’Italia colonialista, restituendo onore al nostro sguardo. Nel momento in cui si odono solo voci di propaganda, dobbiamo ascoltare sommessamente una voce diversa.
MESSAGGIO inviato al Colonnello Muammar Gheddafi
guida della Jamahiriya libica.
Grazie alla generosità del Vescovo cattolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, che ha accettato di fare da tramite fra me e Lei, le invio le più sentite condoglianze per la morte di suo figlio, Saif el- Arab, e dei suoi tre nipoti, in età tenerissima.
Si tratta di un crimine che si aggiunge a quelli ordinati da Giolitti e da Mussolini nel periodo coloniale, e che disonora l'Italia repubblicana e democratica che condivide le responsabilità di una guerra ingiusta e di dubbia legalità.
ANGELO DEL BOCA
Del Boca è anche autore del libro: "Gheddafi, una sfida dal desertoâ€.
TELEAMBIENTE/TELEDONNA (emittenti locali del Lazio) giovedi 19 maggio 2011
alle 21 su Teleambiente/Teledonna, alle 23 su Teledonna/Teleambiente
Presentazione del libro "I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana"
con Claudio Del Bello, Giacomo Scotti, Andrea Martocchia
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AREZZO venerdi 20 maggio 2011
dalle ore 20:00 presso il Circolo Aurora, Piazza S. Agostino
Festa popolare per il primo anniversario del CAAT Aretino
presentazione del libro "Partigiani Jugoslavi nella Resistenza Italiana" con: Andrea Martocchia (autore), R. Veljović (sindacalista Zastava Auto - Kragujevac), Giacomo Scotti (saggista)
La NATO prevede di tenere la sua prossima conferenza in giugno a Belgrado.
Provocatoriamente, la conferenza quasi coincide con il 12.mo anniversario del termine della aggressione della NATO contro Serbia e Montenegro, aggressione che comportò tra l'altro ripetuti bombardamenti nel cuore della capitale serba.)
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Da: Cathrin Schütz Data: 16 maggio 2011 11.01.04 GMT+02.00 Oggetto: NATO in Beograd
English/Srpski
Dear friends, dear colleagues,
our friends Vladimir Krsljanin and Goran Petronijevic of Pokret za Srbiju are leading a campaign in Serbia against the upcoming NATO summit in Belgrade. You can support the action by signing the online petition and spread the link:
The title "FOR-SERBIA-FREE-OF-NATO" is the title of their campaign. They have the petition and also will organize an anti-NATO-action (concert) in downtown Belgrade. Here is the Belgrade NATO conference web site:
http://www.act.nato.int/smpc
Best, Cathrin Schütz
ZA SRBIJU BEZ NATO-a!
NATO je izvrsio agresiju na nasu zemlju. U savezu sa teroristima i narkomafijom, NATO pokusava da otcepi Kosovo i Metohiju od Srbije. NATO cini zlocine sirom sveta. Zahtevamo:
1. Da se otkaze odrzavanje NATO konferencije 13-15. juna u Beogradu; 2. Da sluzbenici NATO zemalja napuste sva ministarstva i institucije u Srbiji.
FOR SERBIA FREE OF NATO! To: The President of the Republic of Serbia, The Government of the Republic of Serbia and The Parliament of the Republic of Serbia
NATO waged a war of aggression against our country. In alliance with terrorists and narco-mafia, NATO attempts to cut Kosovo and Metohija from Serbia. NATO commits crimes all over the World. We demand:
1. The NATO Conference scheduled for 13-15 June in Belgrade to be canceled; 2. That "advisers" from NATO countries leave all ministries and institutions in Serbia.
Over the course of the last 20 years NATO has been revealed as the top criminal conspiracy of the world. It’s the mob boss of all mobsters. NATO, an imperialist military alliance led by the U.S., terrorizes whole continents. From Kabul to Tripoli, NATO is raining death from the skies.
The actual bombings, deaths and destruction are, of course, more of a problem for humanity than the hypocrisy and lies NATO tells. The hypocrisy simply adds insult to injury. Thus NATO not only bombed and killed 11 imams in Libya, but it murdered these religious leaders — who were trying to negotiate an end to the civil war — in the name of “protecting civilians.”
Now that there is no Soviet counterforce to hold their arrogance in check, the leaders of the imperialist powers — and NATO is their weapon of choice — have no shame. They no longer need to even think about a serious military opposition, although that doesn’t stop them from squeezing taxes out of the workers here, so the military-industrial complex can charge cost overruns for more doomsday weapons.
Yet despite their overwhelming military might, NATO has won no wars nor stabilized any conquests lately. Their arrogance leads them to underestimate their enemy: the world’s people, who resist being recolonized. The imperialist armies have spent 10 years in Afghanistan and sent 150,000 troops there, but they still can’t get control of that country. The U.S. invaded Iraq and still has less control there than the ruling class bargained for. And although Libya has only 6 million people, the NATO big shots project it will take months of bombing to achieve their objectives.
On top of all this, the swelled NATO heads may be underestimating another people. After decades as an anti-Soviet alliance, NATO’s first actual war was against Yugoslavia. In 1999, NATO celebrated 50 years of its existence with a 78-day bombing run against Serbia, doing much damage to Belgrade, Novi Sad and some industrial areas of the former Yugoslavia and killing thousands of people. The Pentagon still has an enormous military base, Camp Bondsteel, in the Kosovo province the imperialists want to wrench from Serbia.
Do the NATO tops think the people of Serbia have forgotten all this? They have chosen Belgrade, the capital of Serbia — and once of all Yugoslavia — as the site of NATO’s June 13-15 Strategic Military Partner Conference. This is the part of NATO aimed at integrating countries that used to be socialist into the military alliance. Now the unemployed youth of what have become capitalist countries can be cannon fodder for imperialist adventures in Africa and Asia or be used to surround Russia.
There are already plans for a protest — in the form of a concert — during the NATO meeting. Opponents of NATO’s war against Yugoslavia and the overturn in Serbia are leading a campaign against the conference. It was at open-air concerts in 1999 that Belgrade’s people defied the NATO bombers. Now the organizers are promoting a petition that demands canceling the conference and expelling all the “advisers” from NATO countries now running ministries and institutions in Serbia. See http://goo.gl/WK6bW.
Workers World offers our solidarity to the people of the former Yugoslavia who are resisting NATO. We hope this is another example where the imperialists have underestimated the people. We want NATO and U.S. troops and bombs out of Eastern Europe and the Balkans, just as we want them out of Afghanistan, Pakistan, Iraq and Libya. We must stop the superrich from plundering our budget here just so they can better plunder the rest of the world.
Besides our solidarity, we should remember that the next NATO summit will be held in 2012 in the United States. They haven’t announced a date or venue yet, so let’s keep an eye on it.
Articles copyright 1995-2011 Workers World. Verbatim copying and distribution of this entire article is permitted in any medium without royalty provided this notice is preserved.
Il libro "I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana" è stato presentato anche sulle emittenti locali del Centro Italia legate al circuito di Teleambiente, con una trasmissione a cura di G. Vecchio alla presenza di G. Scotti e A. Martocchia. In replica la trasmissione è visibile anche STASERA 24 maggio 2011 su Teledonna, ch 98, alle ore 21:00.
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Bari 27 maggio 2011 ore 18.30 c/o associazione Marx XXI - II str. priv. Borrelli 32 (di fronte al “Piccolo teatro”, a pochi minuti a piedi dalla stazione FS, lato estramurale Capruzzi e dal parcheggio dell’ex Rossani in C.so Sicilia) Presentazione del libro I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana Storie e memorie di una vicenda ignorata Intervengono Andrea Martocchia, autore del libro, Coordinamento nazionale per la Jugoslavia Gaetano Colantuono, coautore col capitolo dedicato alle Puglie Antonio Leuzzi, ANPI-Bari, Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea Coordina Andrea Catone, Associazione Marx XXI; associazione Most za Beograd – un ponte per Belgrado in terra di Bari
Incontro con l'autore Andrea Martocchia Interventi e testimonianze: Andrea Ferrante, pres. ANPI Sen. Onofrio Petrara Luciana Gramegna, CGIL Luigi Ljubimir Vjekoslav Maletic Michele Loglisci, insegnante Milena Fiore, ANPI
sabato 28 maggio · 10.30 - 14.00 Luogo Camera del Lavoro - p.zza della Repubblica, Gravina in Puglia Creato da ARCI MURETTI A SECCO GRAVINA, Luciana Gramegna, Milena Fiore, Arci Muretti A Secco Maggiori informazioni:
Nelle settimane scorse l’ANPI di Gravina ha avuto modo di attuare una positiva collaborazione con alcune scuole della città ed associazioni, finalizzata alla costruzione di iniziative di formazione sul tema della lotta di Liberazione e della sua continuità rispetto al Risorgimento, nell’ambito del 150° dell’Unità d’Italia. Nello specifico si è trattato di un ciclo di incontri nei quali la proiezioni di film a soggetto è stata seguita da alcuni interventi esplicativi e di contestualizzazione. In queste occasioni si è riscontrato un forte interesse degli studenti e la fattiva collaborazione di molti docenti. In continuità con tale positiva esperienza l’ANPI invita a partecipare i cittadini alla presentazione del libro “I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana”, di Andrea Martocchia. Questo libro si aggiunge come importante contributo agli studi dell’Istituto pugliese per gli studi dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (IPSAIC). Il libro è frutto di una lunga ricerca relativa alla partecipazione di partigiani jugoslavi alla Resistenza italiana; partecipazione che proprio nel nostro territorio ha avuto una delle basi di partenza principali. Si tratta tuttavia di una pagina di storia quasi del tutto sconosciuta, che sarebbe invece di grande interesse e utilità per la costruzione della memoria collettiva locale portare a conoscenza dei giovani. L’iniziativa si svolgerà sabato 28 maggio ore 10,30 presso la Camera del lavoro di Gravina, sita in piazza della Repubblica.
Distinti saluti
Il presidente dell’ANPI di Gravina in Puglia
*** LETTERA ALLE SCUOLE:
L’Associazione Nazionale Partigiani Italiani
Viale Orsini, Gravina in Puglia
AL DIRIGENTE SCOLASTICO …
Della Scuola Secondaria di I grado …
OGGETTO: Iniziativa di presentazione del libro “I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana”
Egregio Sig. Preside, nelle settimane scorse l’ANPI di Gravina ha avuto modo di attuare una positiva collaborazione con alcune scuole della città, finalizzata alla costruzione di iniziative di formazione sul tema della lotta di Liberazione e della sua continuità rispetto al Risorgimento, nell’ambito del 150° dell’Unità d’Italia. Nello specifico si è trattato di un ciclo di incontri nei quali la proiezioni di film a soggetto è stata seguita da alcuni interventi esplicativi e di contestualizzazione. In queste occasioni si è riscontrato un forte interesse degli studenti e la fattiva collaborazione di molti docenti. In continuità con tale positiva esperienza l’ANPI propone alle scuole di Gravina di invitare gli studenti a partecipare alla presentazione del libro “I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana”, che si aggiunge agli studi dell’Istituto per gli studi dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (IPSAIC). Il libro è frutto di una lunga ricerca relativa alla partecipazione di partigiani jugoslavi alla Resistenza italiana; partecipazione che proprio nel nostro territorio ha avuto una delle basi di partenza principali. Si tratta tuttavia di una pagina di storia quasi del tutto sconosciuta, che sarebbe invece di grande interesse e utilità per la costruzione della memoria collettiva locale portare a conoscenza dei giovani. L’iniziativa per la quale chiediamo la Vostra cortese collaborazione si svolgerà sabato 28 maggio ore 11, presso la Camera del lavoro di Gravina, sita in piazza della Repubblica.
Gens Italica: l'inesorabile rappresaglia dei Palikuća
a cura della Unione Sindacale Italiana -AIT e del Progetto Biblioteca Popolare "Romano il Mancino",
il 27 maggio 2011 si terrà in Sala Ajace a Udine (Piazza Libertà) una conferenza dal Titolo "Gens Italica: l'inesorabile rappresaglia dei Palikuc'a" nella quale verranno presentati documenti inediti, italiani e jugoslavi, in merito ai crimini di guerra perpetrati dagli italiani nella ex jugoslavia nel periodo tra il 1941 ed il 1945.
La ricerca evidenzierà inoltre alcune "verità nascoste" come l'uso di gas vescicante "iprite" da parte del Regio Esercito contro le formazioni partigiane jugoslave. Inoltre, dalla documentazione che verrà presentata, non potranno che risultare evidenti le pesanti responsabilità di personaggi che, mescolandosi tra le "vittime delle foibe", sono entrati nella contemporanea agiografia revisionista, permettendo ai carnefici e ai loro sostenitori di recitare il ruolo delle vittime, operando una vera e propria falsificazione storica.
Interverranno in qualità di relatori Alessandra Kersevan, coordinatrice di Resistenzastorica, già nota per i suoi studi sulle vicende del confine orientale e Milovan Pisarri, storico italiano residente a Belgrado.
la conferenza avrà luogo alle ore 17.30 e la popolazione tutta è invitata a partecipare.
La Federazione Intercategoriale FVG USI-AIT ed il Progetto Biblioteca Popolare "Romano il Mancino"
Il 1° giugno, alle ore 21, presso l'Auditorium "Ennio Morricone" (Università Tor Vergata) Un Ponte per... e “Non bombe ma solo caramelle” presentano “Un fiocco viola a scuola”, una serata dedicata alla raccolta fondi per la risistemazione della scuola materna ed elementare in Serbia.
Il villaggio di Trmbas sorge a circa 5 km dal centro di Kragujevac, città di 180 mila abitanti. Dagli anni ’50 importante polo industriale, legato principalmente alla fabbrica automobilistica Zastava, la città fu ripetutamente bersaglio dei bombardamenti NATO del 1999, che misero del tutto fuori uso la Zastava. Furono 36 mila gli operai licenziati, ma la crisi coinvolse oltre 100 mila persone. Furono distrutte almeno 800 abitazioni e danneggiate fabbriche, istituzioni culturali, scuole e presidi sanitari. Il campo di Trmbas sorge su un’area di circa 40.000 mq, costituito da strutture di legno “baraka”, oggi abitazioni delle famiglie profughe, e da altri edifici e spazi comuni. Il villaggio originariamente era adibito a centro estivo per gli studenti della vicina città. Le condizioni generali del campo sono oggi molto disagiate. Nel campo vivono 65 famiglie. Di queste strutture, alcune risalgono agli anni ’90, tempi dai quali non c’e stato più alcun intervento di manutenzione, altre sono state costruite dopo l’arrivo dei profughi. Le famiglie che abitano il campo sono arrivate a Kragujevac da varie città del Kosovo dove hanno lasciato tutto. Il Commissariato per i profughi consegna loro un pasto al giorno. Molti non hanno un lavoro. La comunità soffre molto la mancanza di spazi sociali dove ritrovarsi e, di conseguenza, i disagi abitativi sono molteplici, specialmente nei periodi invernali. La condizione di sicurezza di molte strutture e assai precaria, quando inesistente. La scuola è luogo tenuto in gran considerazione dalla comunità ed è frequentata da bambini delle famiglie profughe ma anche da bambini della comunità locale. L’edificio ha bisogno di alcuni importanti interventi strutturali ma anche di attrezzature a supporto delle attività didattiche e ricreative. Sono presenti 4 classi elementari, per un totale di 35 bambini nati tra il 2000 e il 2004, e anche una classe materna, tutte frequentate anche da bambini locali.
COSTO STIMATO dell’INTERVENTO SCUOLA: 6.000 Euro
Per la serata, si esibiranno i Bitles con una loro performance teatrale e musicale, incentrata sulla storia dei Beatles. I BITLES nascono e sono parte integrante di un progetto di musica e teatro dedicato ai Fab Four: I BEATLES A ROMA. Parallelamente all'attività teatrale si esibiscono in un show prettamente musicale tributo ai beatles con riferimenti anche ai gruppi che li hanno influenzati: ne viene fuori una performance scatenata ed elettrizzante da non riuscire a star fermi...d'altro canto parliamo di rock'n roll!
L'UNITA' D'ITALIA, MENTRE SI SQUARTANO I PAESI VICINI
Il presidente serbo Tadic non parteciperà alla parata del 2 giugno a Roma, che cade nel 150.mo dell'Unità d'Italia, perchè alla cerimonia è stato invitato anche il cosiddetto presidente della cosiddetta Repubblica del Kosovo, Atifet Jahjaga.
Tadić ne putuje na godišnjicu ujedinjenja Italije 30.maj 2011 22:13 (izvor : Tanjug / http://www.glassrbije.org/)
Predsednik Srbije Boris Tadić je izjavio da 2. juna u Rimu neće uÄestvovati na proslavi 150. godiÅ¡njice ujedinjenja Italije, zbog toga Å¡to su domaćini na tu sveÄanost pozvali Atifetu Jahjagu kao predsednika samozvane države Kosmet. Ukazujući da je njegova obaveza i namera da brani legitimne interese Srbije, Tadić je u intervjuu agenciji ANSA izrazio duboko razoÄaranje potezom italijanskih vlasti i dodao da je oÄigledno da je zvaniÄni Rim prednost dao prisustvu predstavnika Kosmeta. Takvi potezi ne idu u prilog razvoju odnosa Srbije i Italije, naznaÄio je Tadić. On je, meÄ‘utim, napomenuo da odluka o nedolasku na proslavu u Rim neće uticati na održavanje bilateralnog samita u Beogradu krajem juna. Imamo mnogo važnih i konkretnih stvari o kojima bi trebalo da razgovaramo, naveo je Tadić i u tom kontekstu posebno pomenuo izgradnju saobraćajnog "Koridora 11" i potencijalno italijansko partnerstvo u izgradnji beogradskog metroa.
(Di seguito la Dichiarazione finale della V Conferenza internazionale di studi storici sul lager ustascia di Jasenovac, che si è svolta a Banja Luka il 24-25 maggio 2011, e l'intervento di Jean Toschi Marazzani Visconti che in quella sede ha rappresentato il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus)
The Fifth International Conference on Jasenovac (Banja Luka, 24-25 May, 2011)
1) Final Declaration
2) Proceedings contribution: In memory of Marco Aurelio Rivelli, historian and author
by Jean Toschi Marazzani Visconti
---
On the Fifth International Conference on Jasenovac see also:
DRAGANA ANA MIJATOVIC from London, the former student of Gimnazija Banjaluka, about Hans Ivan Merc at THE FIFTH INTERNATIONAL CONFERENCE ON JASENOVAC IN BANJA LUKA. The Main Hall of Banski Dvor, May 24th 2011, at about 5 pm.
OF
THE FIFTHINTERNATIONALCONFERENCEONJASENOVAC, DEDICATED
TO THE GENOCIDECOMMITTED
AGAINST SERBS,
JEWS AND
ROMA INTHE
INDEPENDENTSTATEOF
CROATIA
DURING
THE SECONDWORLD
WAR
The
Fifth International Conference on Jasenovac,
-Startingfrom
thefact
thatin
the present-day Republic of Croatiathe
memory ofthegenocide
committed duringWorldWar
IIagainstSerbs,
Jews,
andRoma
by the quisling government
of the Independent
State of Croatia,
which at that time also included the
areaof
today’sBosniaand
Herzegovina,
especiallythe
Muslim people,
whom they called
“the flowers
of
the Croatian
nationâ€, has been deliberately and systematically blotted out;
- Bearinginmindthatthe
casualty
rate of
this genocide,
especially
the number of victims in
Jasenovac,
has not only been suppressed in the Croatianpublic
mediaandquasi-historiographic
works,but
alsoradically
diminished
to
a mere40,000killedSerbs,
Jews andRoma,
just asFranjoTudjman,
the firstpresident
ofthe
Republic ofCroatia,
did in
his capacity as a historian;
-
Havinginmind
that nowadays
some
very influential and very partial parties
in
Croatia present theUstasha,asperpetratorsof
genocidein
theIndependentState
of Croatia,
along with AntePavelic,
asfightersfor
Croatia’s nationalliberationandindependence,
based
on
alleged historicalandnationalrightsof
the Croatian people;
-
Given the fact that the historicallyprovengenocide
against Serbian,
JewishandRoma
people has
neverbeen
properly condemned by politicians, either inTito’s
communistYugoslavia
or
the present-day Croatia;
that unlike the
Germanpeople,
who
have accepted responsibility forthe
Holocaust
committed in
their name
by ​the
Nazis,
the
Croatian
people have nevertaken
responsibilityfor
the genocidecommittedin
their name;
andthat
theRoman
CatholicChurch
has failed to condemn
thecrimesof
genocideinthe
NDH,the
wayit
has condemned
crimes committed
at otherWorldWar
II execution
sites across Europe and apologizedfor
the involvement of someof
itsmembers
inthem;
Given
thatthe
authorities of the People’s i.e. SocialistRepublicof
Croatia,
as afederalunit
within the Federal People’s Republic of Yugoslavia (FPRY), and
later the SFRY,
as well as the authorities of thepresent-dayRepublic
of Croatia, as
an independentstate,
have never offeredto
pay any reparations to the victimsof
genocide and theirdescendants;
-Given
the fact that the
execution sites at whichthe
victimsof
thisgenocideweretortured,
massacredandkilled,
and the massgravesinto
which
they were
thrownand
buried without
duerespector
a respectable funeral, have never been marked and protected in
a properway;
- Since
AntePavelicandmanyof
his
associates fledthe
IndependentState
of Croatia after the warusingthe
so-called
rat lines, along with the support of
someVaticanprelatesandclerics,
andthatmany
ofthemhave
not been triedinthe
country,
which would have led the
Croatianpeopleto
acknowledgethe
unfathomablecrimescommittedon
their behalf, and
to their moralenlightenmentandpurification;
Keeping
allthis
inmind,
the
FifthInternationalConferenceonJasenovac
hereby concludes
that:
-TheUstashacrimesagainstSerbs,
Jews and Roma during
theSecondWorldWarin
theIndependentState
ofCroatia
were a premeditated andplannedgenocide,
as
defined by
the Convention
onthe
PreventionandPunishment
of
the Crime of Genocide,
adoptedbytheUnited
Nations General Assembly
on the 9th
of December,1948;
-
In the
perpetrationof
this genocide,700,000
Serbs,
23,000Jewsand80,000Romawere
tortured,
robbed, rapedandeventuallykilledbytheCroatUstasha
in the Croatian
system of concentrationcampsJasenovac
alone, used
for the
exterminationof
Serbs,
Jews
and Roma
and the regime’s ideological opponents,
onlybecausetheybelonged
toanothernation,
religionor
race;
- TheIndependentStateof
Croatiawas
the onlycountryduringWorldWar
IIwhich
had concentrationcampsfor
the exterminationof
children, locatedinStaraGradiska,
Jasenovac,
Ustica,
Jablanac,
Jastrebarsko,
Rijeka
near Jastrebarsko,
Gornja Rijeka
near Krizevci,
andLobograd,in
which 42,791Serbian,
5,737Romaand3,710
Jewishchildren
were killed, according
to still incompleteinvestigation;
- The
crimeof
genocidein
theIndependentState
ofCroatia
is, by its proportions, closest
tothe
Holocaust
committed inNaziGermanyagainst
theJews;
- During
the
perpetration of
thisgenocide,manySerbswere
forced
to change
their
nationalandspiritual-historicalidentity,for
the sakeof
salvationof
barelife,
andgive
uptheirOrthodox
ChristianfaithandacceptCatholicism
under duressandthreat
ofdeath;
Based
on theseconclusions,
the
Conferencerequests
that:
- The
Republic ofCroatia,
as
astateof
the Croatian people,
accept,
following
a decree by
itshighestauthorities,
the historicaland
every other responsibilityfor
the genocide
committed againstSerbs,
Jews and
Romaduring
theSecondWorldWarin
theIndependentState
of Croatia,
includingtheterritory
of BosniaandHerzegovina;
- Allofthe
Crime of Genocide
sites
be
marked and
protected in
an appropriate manner,
and
that the memory of
its manyvictims
be kept;
- the
entire complex of the Jasenovacconcentrationcampsused
for theexterminationof
Serbs,
Jews
and Roma be
preserved andmaintained
asa
the victims’ memorial;
-
Aprogramme
of construction
and preservation of
the MemorialArea
DonjaGradina,
which
would be
a continuation ofthe
projectof
construction of Donja Gradina
set up in the
1980’s, be
drawn up and
implemented;
-A
single date besetin
the Republic ofCroatia,
BosniaandHerzegovina,
Republic
ofSrpskaand
Republic of Serbia
to commemorate
thevictims
of the genocide committedin
theIndependentState
ofCroatia
– Serbs,
Jewsand
Roma; -TheRepublicof
Croatia determinewithin
a reasonable period of timeandpayfairreparation
to the genocide victimsandtheirdescendants.
The
Conferenceexpectsthe
internationalpublic,
especiallythe
states of
the Second World War anti-fascist
coalition,
to support this Declaration
onthe
genocide
in
the IndependentState
of Croatia,
so as to
help
it come to lightafterseventyyears
ofwaiting.
Banja
Luka, 25.05.2011.
=== 2 ===
Proceedings of the V Jasenovac Conference, held in Banja Luka, 24 – 25 May 2011
Contribution by Jean Toschi Marazzani Visconti, journalist (Italy)
In
memory of Marco Aurelio Rivelli, historian and author
Since
the year 2000, the 27th
of January has been proclaimed the Memorial Day in my country, as a
result of this the general public has been acquainted to the tragic
rosary of the extermination camps in Europe:
Among
the 65 concentration, labor and extermination camps, Jacenovac was
the largest with Auschwitz and it was divided in 8 sub camps –
Auschwitz had six sub camps - the Croatian ustashas used to call it
the
death camp, the
cruelty of Jacenovac camp even stunned their German Allies, who had
conceived the final
solution
for entire populations.
Jacenovac
camp extended on a 240 kilometers surface and was divided in eight
installations:
Camps
number one and two were situated east of Jacenovac and operated only
for a few months in 1941, then a river Sava flood wiped off all their
structures..
Camp
three covered over 124 hectares near Jacenovac and the crematoria was
in an abandoned brick factory called Ciglana.
Prison
number four was in Jacenovac in a leather tannery, for this reason
its name was Kozara.
Camp
five was located in the village of Ustice, it was exclusively for
the Roma prisoners.
Camp
six had been built around the Serbian villages of Mlaka and Jablanac,
the detainees were only women and children younger than fourteen.
Prison
number seven was located in the old Austrian fortress of Stara
Gradiska.
Camp
number eight was placed on the river Sava at Donja Gradina, it was an
enclosure of 125 hectares and was mainly used for mass elimination.
From
1941 through 1945 these installations around Jacenovac produced a
million victims among Serbs, Jews and Roma, and, it is to note, at
least forty five thousand of them were women and children.
It
was an enormous, impressive, horrific structure, yet the existence of
Jacenovac camp and all the logors
is never mentioned to the public as well as the ethnic religious
cleansing operated by the Independent State of Croatia ( Nezavisna
Drzava Hrvaska). A strange silence abides on the Croatian
extermination structures and the Ustasha massacres during Second
World War.
I
heard of the Jacenovac camp for the first time in 1993 during an
interview with Simon Wiesenthal in Vienna. How is it possible that a
murdering system as vast and cruel as Auschwitz is totally unknown
to the public. Why this silence?
The
explanation can be found in the political interests of the Croatian
Catholic Church and of the Vatican to cover up this tragic period
when many exponents of the Croatian Catholic church were strictly
involved in the persecution and massacre of Jews and Serbs. The
American Government also kept its eyes closed after the war, it was
difficult to publicly admit to have hired a good number of German
Nazis, Croatian and Italian fascist criminals to fight against the
danger of Soviet Communism. In these concealed reasons we can also
find the roots of the Yugoslav disintegration that initiated in 1990
and the tragic wars that took place then after.
A
clear view of these tragic events comes from the writings of Marco
Aurelio Rivelli, historian and author of two milestones in historical
literature The
Genocide Archbishop
and In
the name of God
(L’Age d’Homme, Lausanne, Edizioni Kaos, Milan).
Marco
Aurelio Rivelli passed away on the 18th November 2010.
He
used passionately participating in the past conventions on Jacenovac,
I think he is entitled to be present this time also with some
fragments from his book The
Archbishop of Genocide,.
(...)
In
November of 1945, a few months after the end of the conflict, the
Anglo-American Allies institute the Tribunals for the trials against
the war criminals. But the Roman Church becomes active to save the
Nazi-fascist criminals from earthly justice, and the Vatican becomes
the
biggest organization involved in the illegal smuggling of criminal
emigrants.1
Various
Catholic bodies become involved in preparing an escape route that
starts in Austria and leads to the Vatican City: this route is
parallel and linked to the structure organized by the US Army
intelligence called The
Rat Channel2.
Thanks to this compassionate channel,
several thousand war criminals, reach Rome in waves: accommodated in
buildings protected by extraterritoriality, they are given passports
with false identity (often documents of the International Committee
of the Red Cross), and finally sent to safe havens in South America,
especially in Argentina, Chile and Uruguay, countries ruled by
authoritarian regimes where the Catholic Church is very influential
and powerful. The Catholic organization that uses the rat
channel
is headed by the Ustasha prelate monsignor Krunoslav Draganovic, and
it can count on the active collaboration (or even on sheer
complaisance) of a large number of Catholic priests and prelates.
Thanks to this Divine
providence,
in the first post-war years more than 4.000 war criminals, including
200 high-ranking Ustasha officials, manage to escape and evade both
the trials and justice. The rat
channel
is used to help escape - just to mention a few - Adolf Eichmann3
the organizer of the anti-Semitic final
solution,
Walter Rauff the designer of the mobile gas chambers, Josef Mengele
the Auschwitz camp doctor, Franz Stangl the commandant of the lager
in Sobibor and Treblinka, Gerhard Bohne the theoretician of
euthanasia for lesser
beings,
Klaus Barbie the Lyon
Butcher,
and many other Nazi criminals.
The
control room of the Catholic sector in the rat
channel
is located in Rome in via
Tomacelli 132,
near the seat of the Collegio
ecclesiastico di San Girolamo degli Illirici,
the historical center of the Croatian Catho-nationalism; when the
Independent State of Croatia was proclaimed in April of 1941, the
seminarians attending the Collegio
immediately
took down the Yugoslav flag and replaced it with the Croatian State
banner. During the war, the Ecclesiastical College hosted Ustasha
delegations, and served for meetings they had with the
representatives of the Roman Curia, with the Argentine ambassador
Llobet, with padre Agostino Gemelli (founder of the Sacro Cuore
Catholic University in Milan, very powerful in the Vatican and
president of the Papal Academy of Sciences). In October of 1943, in
the Collegio
di San Girolamo,
the presentation of the book CroatiaSacra
was staged. Written by monsignor Draganovic and by Ivo Guberina, it
was an ode to the practice of forced conversions
to Catholicism of the Orthodox schismatics4.
The
most famous Ustasha saved by the Catholic sector of the rat
channel
is Ante Pavelic5.
But the ex Poglavnik was only the first in a long series.
In
1945 the first commandant of the Jasenovac lager,
Ljubo Milos, is held prisoner, together with the ex commandant of the
Ustasha extermination camps Vieroslav Luburic, in the Allied prison
camp of Alleato di Fermo, in Italy. After the arrival in the prison
camp of monsignor Draganovic, the two Ustasha criminals, dressed in
cassocks manage to escape and reach the hospitable Collegio
di San Girolamo degli Illirici,
in Rome. All traces are lost of the first, and the second shall join
monsignor Ivan Saric in Madrid to establish, together with the former
archbishop of Sarajevo, the Ustasha periodical Drina
and the group called Croatian
National Resistance.
The list goes on.
(...)
A close
collaborator of monsignor Draganovic in the Rat
Channel operations is
the German bishop Alois Hudal, in charge of the basilica of Santa
Maria dell'Anima
in Rome; under the cover of Papal humanitarian assistance, he is
involved in saving war criminals. As a member of the German National
Socialist Party, and author in 1937 of the book Die
Grundlagen des Nationalsozialismus (The foundations of National
Socialism,
dedicated to Adolf Hitler, whom he calls Siegfried
of German Grandeur),
then founder in 1947 of the Nazi magazine Der
Weg
published in Argentina, Hudal shall reveal in his Roman
Diary6the
active role he played in the rat
channel
boasting that he has personally helped save more than 1.000
persecuted
ones,
and insisting that this whole work was a
task carried out for the Vatican7.
On
the other hand, the fact that the activities of monsignor Hudal in
the Catholic Rat Channel
had the blessing of the high Papal circles is corroborated by a
letter sent to him on 4 April 1949 by the Vatican vice-Secretary of
State - Giovanni Battista Montini (he
shall be elected Pope the 21 June 1963 with the name of Paul VI):
a letter that conveys to the pro-Nazi German bishop the benediction
of the Holy Father, together with a contribution of 30.000
Italian lire8.
(...)
The
top secret report sent on 15 May 1947 by the US military attaché in
Rome Vincent La Vista to the Secretary of State George Marshall,
lists in detail all the responsibilities of the Vatican and the
participation of numerous members of the clergy in illegal and covert
activities related to the Rat
Channel.
All the criminals that benefited from the organization are
fanatically fervent anti-Communists and hence favorite
children
of the Catholic Church9.
The
presence of all these war criminals in the Americas has originated a
strong Croatian lobby abroad, able to reach and involve the highest
bodies in their new country, which also explains the mysterious
silence on the evidence of a genocide operated in Croatia. In the
nineties their successful political and Medias actions succeeded in
transforming their victims, the Serbs, in the new Nazis of the end
of the 20th
century. In all possible ways the truth about that 1941 - 1945 war
period has been clouded, but the responsibility of the Poglavnik,
Ante Pavelic, and the complicity of the Archbishop, Alois Stepinac,
is out of question.
(...)
The Ustasha doctrine shaped by the Defender
of the Catholic Christianity, Ante
Pavelic, relies on a charismatic, obscure and medieval vision of
Christianity. A fanatic and bloodthirsty racial-religious ideology
which was implemented with the complete support from Hitler, the
discrete complicity of Mussolini, and the silent imprimatur
of the Vatican.
As
of April 1941 it becomes obvious that the absolute priority for the
Independent State of Croatia is the ethnic-religious cleansing
of the country. Whilst the Poglavnik, addressing his militia explains
that a
good Ustasha is one that knows how to use his dagger to rip out the
baby from his mother's womb10
(...) From
a Serbian mother of course.
(...)
For the Ustashas, the Jewish issue was not the prime racial
problem:
both because of the modest number of the Jews in Croatia, and because
the wife of the Poglavnik - Mara - is of Jewish origin (her mother
Ivana Herzfeld was Jewish) and many of the Ustasha officials were of
Judaic descent11;
for the Poglavnik the anti-Semitic persecution was needed to appeal
to the mighty Nazi ally. The true final
solution,
for the Ustasha regime entailed the extermination of the Serbs: the
only community capable of polluting
the pure
Croatian race,
i.e. the Orthodox schismatics
opposing the Roman Church, the ancient oppressors from the Kingdom of
Yugoslavia.
(...)The
ethnic-religious cleansing
pursued by Pavelic does not leave out the marginal community of
nomadic Gypsies. At the end of the dictatorship, estimates indicate
that out of the original Romany population of 30.000, around 28.000
are dead12.
It is an indicative but hardly verifiable figure, since the nomadic
way of life involves the lack of data at the urban registry offices
or in the parochial archives.
The
Croatian nomads have no Biblical
sins,
have no churches or synagogues that can be plundered or destroyed,
and have no economic weight or influence. For the Ustasha
dictatorship the guilt of the Romany is that they are Gypsies, and as
such carriers of social disorder, but above all semi-pagans since
they are the followers of a religious syncretism disliked by
Catholicism. And so they too become fully fledged victims of the
Balkan Holocaust.
Comforted
by the silence-consent of the highest representatives of the Croatian
Catholic clergy, the Ustasha regime quickly completes the body of
laws and regulations that codify the ethnic-religious cleansing
of the Croatian State. The ministry of Interior, headed by Andrija
Artukovic (that soon becomes known as the Croatian
Himmler),
issues a decree on 3 June 1941 ordering the closure of all
Orthodox Schools and] religious institutions of the Serbs.
The next day, Artukovic signs another decree, this time concerning
the Jews. (...)
(...)
The existence of the divine
blessing
for the massacre of the Serb population, is confirmed by the 15 June
issue of Katolicki
Tjednik
- the periodical of the archbishopric of Sarajevo (headed by
Monsignor Ivan Saric). (...)
The
Ustasha dictatorship gave particular importance to the
ethnic-religious cleansing
of the Croatian capital - Zagreb. (...) Most of the people evacuated
from the town quarters specified by the Ordinance become refugees in
the true sense of the word: no one in Zagreb is prepared to take them
in, nor to rent them new lodgings. As soon as they leave the town,
the evicted are immediately massacred by Ustasha militia, or sent to
extermination camps (still being set up and kept secret); in both
cases, all their belongings are requisitioned13.
Although news on these first massacres spread rapidly and one after
the other, the Catholic clergy continued to keep silent and provide
full support to the Ustasha dictatorship. In July 1941 Eugen
Kvaternik-Dido together with 100 Ustasha agents in full uniform was
given audience at the Vatican14.
The
31 August issue of the Catholic periodical published by the
archbishopric of Sarajevo, uses clearer wording for more explicit
concepts. Thus, the Katolicki
Tjednik
writes: Until
now, God has spoken through papal encyclicals, sermons, doctrinal
books, Christian press, missions, heroic examples of the saints. But
they [the
Orthodox Serbs,
M.A.R.] did not lend an ear. They remained insensible. Now God has
decided to use different methods. He shall inspire our work, our
universal mission! It will not be guided by clergy but rather by
authentic Hitler's soldiers. The sermons will finally be heard, with
the hello of the cannons, machineguns, tanks and bombers15.
Mile
Budak, ministry of Education and Faith, proposes a solution to the
Serbian problem: 1/3 of Serbs should convert to the Catholic
religion, 1/3 should leave Croatia, 1/3 to be eliminated. Over a
population of six million people, the Serbs were two millions. In
1991, when Croatia proclaimed its independence from Yugoslavia,
President Franjo Tudjman named a school after Budak and in 2004 Sveti Rok near Gospic dedicated a village square to the former
Ministry.
(...)The
Ustashas start setting up the first extermination camps in Croatia in
April-May 1941. They are legalized
on 23 November 1941, with the name Internment
and Labor Camps,
through a special decree signed by the Poglavnik and the minister of
Interior Andrija Artukovic. Also known as logor,
they are distributed throughout the territory of the Independent
State of Croatia.
The
internment in the camps is not ordered by the courts, but rather by
the Ustasha
Supervision Service
(Ustaska Nadzorna Sluzba - UNS), whose decisions are final according
to the law that institutes the Service. In practice, any unit of
Poglavnik's militia has the power to arrest and send anyone to the
logor.
In Croatia there are 22 active camps, but most of them will soon be
shut down - after contributing to the ethnic-religious genocide. Only
two camps - the one in Jasenovac and the one in Stara Gradiska -
shall remain operational until 1945. The number of people that died
from hardships or illness in the logor
is
impossible to determine: all the registers and documents (although in
various camps no documentation on the inmates was kept) are destroyed
by the fleeing Ustasha butchers at the end of the war. (...)
(...)
In the winter of 1944-45 in the lager
of Jasenovac the rhythm of the executions is stepped up: the end of
the Poglavnik regime is nearing, and the butchers are running out of
time. In March-April 1945,15.000 new prisoners are liquidated upon
arrival; the surviving prisoners are forced to bury thousands of
cadavers. Afterwards, part of the lager
is set on fire to cancel all traces of the horrors.
(...)
The first commander of the Jasenovac extermination camp is the high
ranking Ustasha official Ljubo Milos. In 1948, in a cell of the
Zagreb prison, Milos had long talks with the British writer G.
Bilainkin: among other things he told him about the introduction of
special knives to make the slaughter quicker, how mallets were used
to kill men and women, and how his men used to kill children by
marching over their bodies and heads16.
The
successor to Ljubo Milos as commander of the Ustasha lager
of Jasenovac is the Franciscan friar Miroslav Filipovic Majstorovic,
known as Friar
Satan
and personal friend of the Poglavnik (that awarded him the rank of
major of the Ustasha Militia). When he takes over the command of the
death camp, Friar
Satan
already has a reputation that leaves no doubts: the Franciscan
already held the command of Poglavnik's
Guards brigade
- Ustasha death squadrons that operating between Banja Luka and
Motica in October of 1941, massacred more than 4.800 Serbs17,
and that in November of 1941, in the elementary school in Krivaja,
stabbed to death a number of classes of Serb-Orthodox children18.
In the lager,
Friar
Satan does
not only issue orders: he personally takes part in the killing of
inmates. (...)
The
atrocities committed by the bloodthirsty Catholic friar prompt many
protests and pressure on the Primate of Croatia monsignor Stepinac.
The archbishop of Zagreb intervenes with great delay in 1943, issuing
the simple suspension
a divinis
of the butcher-friar, avoiding any more drastic measures. On the
other hand, though Miroslav Filipovic is undoubtedly one of the most
ruthless killers in the Ustasha extermination camps, it is quite
certain that he is not the only Catholic clergyman active in the
death camps.
(...)
There are countless testimonies about the ethnic-religious genocide
in Croatia. Not only from the survivors, or from Yugoslav or British
sources19:
there is evidence provided by the allies of the Pavelic regime.
The
methodical approach and the ruthlessness of the Ustasha crimes are
shocking even for the Nazi occupation forces deployed in the Croatian
sector controlled by the Reich. In December of 1942, general Glaise
von Horstenau informs Marshal Slavko Kvaternik - commander of the
Croatian armed forces - that a proposal shall be submitted to Hitler
to replace the Poglavnik with a government headed by Vladko Macek,
because over
the past few years I have witnessed so many horrible things of this
kind, [but] nothing can compare to the crimes committed by the
Croats20.
A report sent in that same period to the headquarters of the 718th
Infantry Division of the Wehrmacht, indicates that the Francetic
regiment of the Ustashas has been disarmed by the German military
police because of the atrocities committed against Serb population,
and that the Wehrmacht executed a number of Ustashas guilty of
conducting massacres, including the Catholic priest Mata Gravanovic.21
(...)
On 8 May 1941 the Yugoslav Mission to the Holy See submits a note to
the Vatican State Secretariat, indicating that major
persecutions and assassinations of the Serb element are taking place
in Croatia... The
note prompted no reaction.
The
following month the Yugoslav king Peter II, writes a touching letter
of denouncement to Pious X I (...) Pious XII replies to the Yugoslav
sovereign that the Pontiff thinks much about the Serbian people, and
that he is doing all he can to alleviate its sufferance22.
Along
with the mass extermination, the Ustashas initiate a systematic
destruction of non-Catholic places of worship. Before the end of the
war, in the Independent State of Croatia the militia of the Poglavnik
destroyed 299 Orthodox churches, killed six bishops and 222 members
of the Serbian Orthodox clergy. (...)
The destruction of the Orthodox
Church and the assassination of its clergy are accompanied by a
meticulous despoilment of its goods. The operation, intended to favor
the Catholic episcopate headed by Monsignor Stepinac, is implemented
by special bodies introduced by Pavelic for the systematic
depredation of Orthodox Church property.
(...)
The Ustasha dictatorship also takes steps against Judaism and against
the entire people enemy
of the Catholic God"
(...) On 16 April 1941 Nazi and Ustasha military units, jointly
devastate the beautiful synagogue of Sarajevo, including its library
and ancient archives. Only a few days later, the same fate falls upon
the Jewish temple in Mostar. The first anti-Semitic executions are
carried out by the Ustashas with the same merciless ferocity used
against the Orthodox Serbs. The mass arrests of the Jews in the
principal Croatian cities are made legal on 15 June 1941, with the
adoption of a decree invoking the criterion of collective
responsibility.
(...)
Between 1941 and 1945, the Ustasha militia massacred nearly 50
thousand Jews (i.e. more than half of the Jewish community living in
the state of Croatia). The figure includes all 47 rabbis, some of
which were literally butchered23.
The only Jews to escape the massacre are those that manage to find
refuge in the mountains, or reach the territory under Italian
jurisdiction24.
The
Croatian Catholic Church also did not display even minimum
disapproval in the face of evidence of anti-Semitic extermination. On
the contrary, in several cases, influential figures of the Catholic
clergy provided explicit ideological-religious support to the
anti-Semitic genocide perpetrated by the Poglavnik regime. It is
illustrated by an article published on 25 May 1941 by the periodical
of the archbishopric of Sarajevo, the Katolicki
Tjednik. (...)
Thus
the genocide of the Jews in Croatia continues unobstructed. Already
in May of 1942, Pavelic's propaganda announces the imminent "final
solution"
of the "Jewish
problem".
Inaugurating an "Exhibition
of the Hostile Activity of the Jews",
Vilko Rieger - head of the state information and counterespionage
department - states: It
is significant, and we are proud of this fact, that the Ustasha
Croatia, today, is the only state in this part of Europe that has
solved radically, forever and with justice, the Jewish problem...
Without the solution of the Jewish problem there can be no New Order
that Europe is fighting for today, united in the struggle against the
democracies and bolshevism 25.
Actually,
the annihilation of the Jews in Croatia is far from finished. The
propaganda statements made by the Ustashas are essentially intended
to appeal to the mighty Nazi ally / occupying force. Thus, on 27 July
1942 the Poglavnik issues a new decree:
All
the individuals of Serbian or Jewish descent, regardless of their
conversion to Catholicism or other religion, regardless of their
residence or work permit, of their marriage with a person of Aryan or
mixed descent, of the office they are holding or the services they
are performing, must register with the authorities. Anyone failing to
submit a statement of descent before 31 August 1942 shall be
immediately sent to labor camps.
The
diplomatic representative of the Vatican to Zagreb, monsignor
Giuseppe Ramiro Marcone, sends the following message to the Holy See
on 17 July 1942: In that same period, the chief Rabbi of Zagreb
addresses directly Pious XII sending him a letter that essentially
confirms the alarming news already conveyed to the Holy See by
monsignor Marcone, and appeals to the Pontiff to intervene in favor
of what
remains of the remains of our community26.
Regardless
of the evident, pressing urgency of the two requests for intervention
submitted to the Holy See, the Pontiff does not reply until 6
October, and then only to the Apostolic delegate in Zagreb: Pious XII
invites monsignor Marcone to find
a favorable occasion to point the issue out - with all the necessary
tact - to the Authorities [and] ensure a more benevolent treatment of
these unfortunate Croatian Jews27
(...)
1944. The imminent end of the Third Reich forces the Ustasha
dictatorship to seek remedies. Pavelic tries to initiate negotiations
with the Allied governments: he insists that the Independent State of
Croatia must be protected in the interest of the Anglo-Americans, to
fend the threat of Croatia being re-absorbed by a Yugoslav State led
by a communist regime and allied of the Soviets.
(...)
On 3 May1945, Pavelic attempts to make one last political move: he
signs a decree equaling in their rights and duties all the citizens
of the Croatian State, regardless
of their race,
and thus ending the ethnic-religious persecution that led to the
horrors committed by the Ustasha regime28.
It is a desperate attempt, blatantly instrumental and void of any
credibility. Before fleeing to what he thinks will be a brief exile,
the Poglavnik - accompanied by the moderate leader Macek, visits the
seat of the Zagreb archbishopric where he meets with monsignor
Alojzije Stepinac, and consigns to the Catholic Primate of Croatia
numerous cases containing government dossier and 36 chests containing
gold, jewels and other precious goods.29
On
5 May Ante Pavelic leaves Zagreb, and under the protection of the
surviving Nazi rear guard he finds refuge in Austria. Accompanying
the dictator there are several thousand of his most loyal Ustashas,
but also some 500 members of the Catholic clergy and nuns30,
including the archbishop of Sarajevo Ivan Saric and the bishop of
Banja Luka Jozo Garic; initially all the members of the clergy and
Pavelic's most loyal followers find refuge in the Franciscan convents
or those of other orders in the zone around Klagenfurt31.
(...)
In
February of 1946 the former Ustasha dictator is arrested in Austria
by the British forces and sent to the Allied concentration camp in
Klagenfurt. Yugoslavia presents an urgent request that the Poglavnik
be turned over, but it is rejected, as confirmed by Mitar Bakic
-secretary general of the Belgrade government - in a statement for
the New
York Herald Tribune
on 14 August: In
February of 1946 the Department for War Crimes of the US Supreme
Command in Wiesbaden informed our authorities that Pavelic had fallen
into the hands of the English... However, the British authorities
refused to turn Pavelic over to our officials.
The
reason why the British refuse to turn the ex-Poglavnik over to the
Yugoslav justice shall always remain a mystery. A rather sorry
mystery: Pavelic is set free, and precisely when in the zone of
Klagenfurt arrives monsignor Krunoslav Draganovic - a prelate and
former Ustasha official of the Croatian Ministry for Internal
Colonization (the agency in charge of the confiscation of the Serb
property in Bosnia and in Herzegovina). He has been just appointed
Director of the Balkans Department by the Holy See. Furthermore,
monsignor Draganovic possesses a pass - issued by the Allied military
authorities, authorizing him to move freely around the prison camps
set up by the Anglo-American troops.
The
Yugoslav historian Sime Balen maintains that, once he is set free
Pavelic remains in hiding in the convent of St. Gilgen until spring
of 1948: after that he moves to Rome where he lives under the false
name of padre
Gomez
at the Collegio
Pio Latino Americano;
a year later - also according to Balen - Pavelic flies to Argentina,
with the help of monsignor Draganovic32.
(...)
In Croatia, after the fall of the Ustasha regime and the advent of
Tito, the Catholic Church remains the sole surviving and active
structure: regardless of its deep involvement with Poglavnik's bloody
dictatorship, the Catholic episcopate still maintains its power. (...)
The
anti-Catholic reactions of the Serb and Jewish population persecuted
for years by the Ustasha dictatorship are marginal and episodic (...)
The authorities arrest the priests most deeply involved in the
persecutions: several hundred members of the Catholic clergy face
regular trials, many of them being sentenced to death33.
Proving
that the Ustasha dictatorship enjoyed the full support of the
Croatian Catholic Church, monsignor Stepinac, immediately lifts his
voice against the new socialist Republic: he contests the bases of
the asset of the new Yugoslav state, he attacks broadly the new
communist power, he eagerly opposes the legislative measures of the
people's government, and actively endorses the return of the Ustashas
and of the Independent State of Croatia. Thus the archbishop of
Zagreb becomes a beacon for those nostalgic of the Poglavnik and for
all those with anti-Communist standing in Croatia and in the new
Yugoslav state.
(...)
The first, although very vague, hint of self-criticism by the
Croatian Catholic episcopate regarding the recent past of the Ustasha
dictatorship with its burden of horrors, came on 20 September 1945.
We
admit that there have been priests which, pushed astray by the
national passion, have sinned against the Divine law and Christian
charity and, because of this, deserve to answer for their actions
before earthly Justice.
It is a passage from the Pastoral
Letter of the Yugoslav Catholic Bishops34,
issued after the Plenary Episcopal Conference in Zagreb. The Pastoral
-
signed by Stepinac, other 2 archbishops, 10 bishops and 4 general
vicars - reduces to these four lines the question of the Balkan
Holocaust and the collaboration of the Catholic Church with the
fierce dictatorial regime of the Poglavnik. The remaining part of the
Pastoral
offers
a long and vibrant harangue against the new Yugoslav regime headed by
the communist Tito, accused of being authoritarian and of persecuting
the Catholic clergy.
(...)
In the fall of 1945 the new Yugoslav Republic guided by the
communist Tito is faced with the expansion of the clandestine
subversive activity of the Krizari
i.e. the God's
Crusaders
- Catholic integralists and nostalgic Ustasha supporters.
(...)
At the beginning of January of 1946, the Yugoslav authorities submit
to the official representative of the Holy See in Yugoslavia,
monsignor Patrizio Hurley, extensive documentation on the
collaborationist activities of monsignor Stepinac and of a large part
of the Croatian clergy with Ante Pavelic's dictatorship. The
diplomatic initiative is intended to induce the Holy See to withdraw
the archbishop from Zagreb, and appoint monsignor Stepinac to some
other high pastoral office in some other country: a move that would
permit him to avoid the trial, and to save the diplomatic relations
between Belgrade and the Vatican35.
But the Holy See needs an anti-Communist martyr
for a propaganda campaign structured around a victim
of a
political-judiciary case capable of re-igniting the fanaticism of
Croatian Catholicism and creating difficulties - domestically and
internationally - for the materialist,
atheist and Bolshevik
regime of the new Yugoslavia headed by Tito. Hence the Vatican
confirms monsignor Stepinac - Primate of Croatia.
Thus,
on 18 September 1946, the Magistracy of Zagreb issues the warrant for
the arrest of Alojzije Stepinac, accused of collaborationism and
subversive activity against the Yugoslav State.(...) Monsignor
Stepinac is arrested on 17 May 1945 and he remains in detention until
3 June. On 4 June, right after being set free, Stepinac has
confidential talks with Tito (that already met with some of the high
representatives of the Catholic Church in Zagreb several days
earlier): the new regime intends to establish good relations with the
Holy See, from which it expects - in return for keeping silent about
the responsibility of the clergy in the genocide of the Orthodox - an
open and collaborative policy. But the Vatican foreign policy remains
characterized by visceral anti-communism, and the Roman Church not
only fails to show any opening towards the new
Yugoslavia,
but opposes it with vehemence
The
trial against the archbishop of Zagreb begins on 30 September 1946,
based on the indictment signed by the Croatian magistrate Jakov
Blazevic. The principal charges against the accused Alojzije Stepinac
are six:
1)
Support given by the archbishop to the Nazi-fascist occupying forces
and his collaboration with the Ustasha dictatorship from April 1941
to April 1945. To prove this are the public statements issued in
those years by the episcopate, the articles in the Catholic
publications from the period, the pro-Ustasha activism of various
Catholic organizations headed by the Primate of Croatia, the numerous
religious ceremonies he officiated in favor of the regime (such as
the solemn Mass on 10 April of every year to celebrate the advent of
the Independent State of Croatia);
2)
The direct responsibility of the archbishop in organizing and
practicing the forced conversions
to Catholicism of the Orthodox Serbs in Croatia, Bosnia and
Herzegovina, conversions achieved under the threat of massacre;
3)
The responsibility of monsignor Stepinac in the ethnic-religious
genocide of Serbs, Jews and Romany, as the military apostolic vicar
of the Ustasha Armed Forces, i.e. head of all the chaplains that
assisted spiritually the murderous militias;
4)
The responsibility of the archbishop of Zagreb for never taking any
step against the multitude of clergymen stained with horrendous
crimes taking personally part in the Ustasha massacres;
5)
The political activism of monsignor Stepinac in the final phase of
the Pavelic dictatorship in an attempt to avoid the fall of the
Ustasha regime, an attempt which culminated with the concealment - in
the palace of the archbishop of Zagreb - of the archives
of the Foreign Ministry of the Independent State of Croatia and of
the Prefecture to the Poglavnik;
6)
The support given by monsignor Stepinac to the subversive activity of
the Krizari
and of the Ustashas Lisak
and Gulin,
involved in a clandestine effort to organize a revolt of Croatian
nationalism.
In
practice, the accusations against Stepinac correspond to - pursuant
to all legislations and even international laws - treason
and collaborationism.
In fact the Kingdom of Yugoslavia, attacked in April 1941 by the
Nazi-fascists to create an artificial Independent State of Croatia,
never ceased to exist, and its government in exile continued to be
recognized by all the non-Axis countries - the Vatican included.
Hence, like all other Croatian citizens, monsignor Stepinac did not loose his juridical status of Yugoslav citizen, whilst committing in
the period between 1941 and 1945 treason
and collaborationism.
During the trial, hundreds of articles published by the Catholic
magazines in the years 1941-45 are presented as evidence. Articles
that openly endorsed the Ustasha dictatorship, that shared or
approved its religious fanaticism and the aberrant racial stands,
that praised Nazi-fascism and the Poglavnik, that bolstered the
practice of forcible conversions,
that kept silent about the ethnic-religious massacres perpetrated in
the meanwhile by the by the Ustasha militias, and hid the existence
of concentration camps and the deportations of Serbs, Jews and
Romany.
On
10 October 1946 the judges of the Zagreb Court find the accused
Alojzije Stepinac guilty of favoring the enemy (i.e.
collaborationism)
and treason, and sentence him to 16 years of imprisonment with forced
labor.
The
Holy See calls the Zagreb process a
farcical trial36.
In its 30-31 December 1946 issue, the Osservatore
Romano
writes that the only guilt monsignor Stepinac has is
being the herald of Christian faith and of the Christian tradition
against the atheist materialism that the communist dictator,
supported by Moscow, is trying to impose upon his country.
At the end of October 1946 the Holy See has already excommunicated
the judges that passed the guilty sentence against the archbishop of
Zagreb.
Tito's
regime then makes one last attempt to spare monsignor Stepinac from
serving the sentence passed by the Tribunal: he is offered to leave
the country, but the former Catholic Primate of Croatia refuses the
offer.
Transferred
to the Lepoglava Prison, monsignor Stepinac is given the treatment
suiting his rank of special
prisoner:
He is exempted from forced labor he was also sentenced to, and
instead of 16 he spends only 5 years in prison: on 5 December 1951
the presumed Catholic
martyr
is released and restricted to forced residence in his native town of
Krasic. (...)
On the 12 January 1953, Stepinac the herald
of Christian faith
is appointed cardinal, and the elevation is announced at the Vatican
by Pope Pious XII with a solemn commendation: He
is not here, but we embrace him with brotherly tenderness... We want
everyone to know that in granting him the dignity of Roman purple we
wanted to reward him in conformity with his merits37Cardinal
Alojzije Stepinac dies at Krasic on 10 February 1960, at the age of
6238;
he is
buried behind the main altar of the Zagreb Cathedral.
(...)
The Balkan Holocaust and the accountability of monsignor Stepinac is
taboo, and western historiography covering the years of the Ustasha
dictatorship in Croatia is nearly inexistent: it is the will of the
Holy Roman Church. Only a few scholars dared and dare challenge the
Catholic ban on the genocide in Croatia in 1941-45: the price is
boycott, intimidation and even persecution39.
The Vatican has chosen to punish with the excommunication the scholar
Viktor Novak, author of Magnum
Crimen,
a highly documented historiagraphical book dealing with the Balkan
Holocaust: the Catholic extreme punishment - the excommunication -
was never applied to any of the Ustasha slaughterers that drenched
with blood the Independent State of Croatia for years, in
the name of God.
***
In
the early 90's the new wave of Croatian nationalism that leads to the
creation of the independent Republic of Croatia brings back to life
the spirit of the genocide archbishop.
On
11 February 1991 the Croatian Catholic Church diffuses the Letter
of the Croatian Bishops in Yugoslavia to all the Catholic Bishops in
the World40,
a pastoral initiative motivated by the risk
of a return to the communist dictatorship.
The ambitious document retraces the history of the Croatian Catholic
Church from 1918 onward. The Ustasha dictatorship and the
ethnic-religious genocide is dealt with in the paragraph entitled The
Martyrdom of the Croats and of the Church during and after World War
Two (1941-1980),
where the issue is forged and dismissed with the following words:
Marija
Bistrica (Croatia), Saturday 3 October 1998. The
Sanctuary of the Virgin in Marija Bistrica is packed with believers.
At the altar, towered by a large ancient statue of Our Lady, John
Paul II celebrates the solemn Mass that sanctions the beatification
of Alojzije Stepinac. The Pontiff and all the high prelates present,
wear purple red robes - the color of martyrdom.
Marco
Aurelio Rivelli has clearly proposed serious grounds to understand
why the cruel events in Croatia are not as known as the similar
tragedy provoked by the German Nazis in Europe. The power of the Holy
See has clouded and protected the Catholic nation considered a front
line against communism.
The
Vatican was actually the first European State, after Germany, to
recognize the new State of Croatia in January 1992, when Croatia
unilaterally separated from the Yugoslav Federation.
A
sophisticated disinformation has been employed through the
international Medias to demonize the Serbs accusing them of ethnic
cleansing and finally of genocide.
The
former victims of World War II have ironically been consigned to
history as the new Nazis of the end of the twentieth century.
Genocide
means the intention to eliminate an entire population. In the past
twenty years, there has been a tendency to apply this term to
dramatic events far from being a genocide, albeit cruel.
The
popularization of the concept of genocide is used to minimize the
meaning of the real tragedy occurred in 1940 - 1945 in favor of the
nations that operated a genocide overturning the
guilt: victims become exterminators like their former persecutors.
Jean Toschi Marazzani Visconti
Footnotes:
1Report
by Vincent La Vista, special agent of the US Army CIC (Counter
Intelligence Corps), dated 15 May 1947; in Illegal
Emigration Movements in and through Italy,
FW 800.128/5, Record Group 59, National U.S. Archives, Washington.
2The
structure was set up by the Americans to provide an escape route for
their spies deployed in the communist countries in East Europe.
3In
May of 1960 Eichmann shall be captured in Argentina by the Israeli
secret service, and imprisoned in Israel; tried for crimes against
humanity, he shall be sentenced to death. The capture of the Nazi
criminal shall prompt great controversies in Argentina, and cardinal
Antonio Caggiano, bishop of Buenos Aires, shall insist on the need
to pardon, because Eichmann <<has come in peace to our country
to forget>>; c.f. "La Razón", Buenos Aires,
December 1960.
4The
book Croazia
Sacra had
the extremely rare privilege of being printed in the Vatican by the
"Officium Libri Catholici", and padre Agostino Gemelli
collaborating in the drafting of the Preface.
5Interviewed
in 1955 by the Italian journalist Indro Montanelli, the ex dictator
of Croatia shall confirm his presence in Rome during the escape,
taking great care , however, not to reveal the identity of his
protectors-accomplices; c.f. "Corriere della Sera", 19
July 1955.
6
A. Hudal, Rümische
Tagebücher. Lebensbeichte eines altern Bischofs,
Stuttgart 1976.
7The
statement shall be denied by the official Papal historian - the
Jesuit Robert Graham: but it is highly improbable that Hudal and his
organization, including many prelates of great authority could have
functioned without the full consent or at least the tacit assent of
the Holy See.
9The
"La Vista Report", found thanks to the research of the US
historian Charles Allen jr, was published in Paris on 17 February
1983 by the "Agence Télégraphique Juive".
10
C. Falconi, Il
silenzio di Pio XII,
Milan 1965, p. 560.
11Such
is the case of the ruthless head of Police Eugen Kvaternik-Dido: his
maternal grandfather was Josip Frank - a Jew, and his mother (also
Jewish) committed suicide due to the atrocities committed by her
son.
12
C.f. C. Bernadac, L'Holocauste
oublié;
Italian translation Hitler
e Io sterminio degli zingari,
Città di Castello 1996. According
to Bernadac, the number of Romany victims in Europe in World War Two
was around 240.000.
13
In 1945, after the Ustasha criminals escaped, trunks full of gold,
jewels and other precious things were found in the archbishopric of
Zagreb, in churches and convents throughout the city, just as
Pavelic entrusted them to monsignor Stepinac and his clergy: this
was one of the principal charges at the Zagreb trial against
Alojzije Stepinac (autumn of 1946).
14
Reported in a brief article by the "L'Osservatore Romano"
on 22 July 1941.
15The
Catholic Ustasha regime found a way to express its gratitude to the
archbishopric of Sarajevo: in November of 1941 monsignor Saric
received from the government the Grand Cross with Star, a high
decoration of the Poglavnik, with the following rationale: <<For
his activity, animated by a pure Ustasha spirit>>; c.f. S.
Simic, Vatikan
protiv Jugoslavije
[The
Vatican against Jugoslavia],
Titograd (Podgorica) 1958, p. 61.
Other
apologetic articles on Ustasha dictatorship published by the
Catholic press in Sarajevo, c.f. also H. Michel, La
guerra dell'ombra. La
Resistenza in Europa, Milan
1981, p. 156; and A. Rhodes, op.
cit.,
p. 338.
17During
the massacre of Motica, friar Miroslav Filipovic stabbed to death
the little boy Djura Glamocan, and since such horrid upset even some
of his Ustasha subordinates, the friar shrieked: <<I am
converting Devil in the name of God, follow my example!>>. The
incident is briefly commented even by Fiorello Cavalli who wrote the
apologetic of monsignor Stepinac, stating that the massacre of the
Serbs in Motica was <<a punitive expedition>> prompted
by a Serb raid on a coal mine and also aimed at <<protecting
the Catholic population>>in the town.
18
An eye-witness of the massacre later told: <<Wearing the cloth
of the friars and the Ustasha cap on his head, Filipovic entered the
class accompanied by several Ustashas: he ordered the teacher to
separate the Orthodox children from the little Catholics and
Moslems. The teacher, suspecting nothing, called out several Serb
children. When they stepped out into the corridor, friar Filipovic
threw himself at the group brandishing a knife and slit their
throats in the presence of other children that were screaming with
terror. With their throat slit and chest cut open the children were
running down the corridor and back into the class screaming with
pain and horror>>(Dokumenti,
cit.).
19The
Encyclopedia
Britannica states:
<<...the Croatian regime began a massacre of Serbs that, in
the whole annals of World War II, was surpassed in savagery only by
the mass extermination of Polish Jews>>. More in general,
<<testimonies on the massacre of the Serbs are far to well
documented to be doubted>>(A. Rhodes, op.
cit.,
p. 345).
20
S.K. Pavlowitch, Yugoslavia,
London 1971, p. 112; c.f. also The
VonHassel's
Diaries
1938-1944, London 1948.
23This
happened in July of 1941 in Rogatica where 17 ordained Jews were
first tortured and then quartered by an Ustasha named Longo - a
professional butcher; c.f. G. Scotti, op.
cit.,
p. 136.
28The
Decree dated 3 May 1945 reads: <<Equal rights of citizens are
hereby granted to all those belonging to the Independent State of
Croatia. Any and all racial discrimination among those belonging to
the Independent State of Croatia is now declared invalid. All the
legal decrees based on which the members of the Independent State of
Croatia are discriminated in view of their race are hereby declared
void as well as all the regulations passed in pursuance of such
legal decrees>>.
29Pavelic's
"legacy" shall be discovered more than a month after the
liberation of Zagreb, and it shall constitute one of the prime
elements of indictment in the trial against Stepinac.
30
C.f. E. Paris, op.
cit.,
p. 227. Fleeing with the Poglavnik there's also Vladko Macek;
general Moskov - commander of Pavelic's personal guards - provides
him with a passport-safe conduct and a large number of coins having
enormous numismatic value. (c.f. deposition given by Moskov to the
investigating judge in Zagreb, cit.). Later on, Macek shall reach
the USA and take residence there.
31Subsequently
Saric and Garic shall find shelter in Franco's Spain, where the
former archbishop of Sarajevo shall publish the book Martirium
Croatiae.
Unlike them, the bishop Janko Simrak is arrested and executed by the
Yugoslav Army, whilst the fate of the bishop Josip Karevic remains
unknown.
32 C.f. S. Balen, Pavelic,
Zagreb 1952, p. 192. Draganovic - a trusted figure of the Croatian
Episcopal Conference - had been appointed in November 1941 member of
the highlyrestricted
"Executive Council " of the bishops that supervised the
forcible "conversions"; c.f. to pp.
177-78.
33The
Yugoslav historian M. Bulajic reconstructed a list of 629 Catholicclergymen
directly responsible for Ustasha massacres.
34The
integral text of the Pastoral
Letter is
quoted by "Civiltà Cattolica" in its 17 November 1945
edition.
35This
circumstance is confirmed on 7 November 1946 by the secretary of the
Italian Communist Party - Palmiro Togliatti. In an article in
"Unità", Togliatti reveals that the Yugoslav leader Tito
had informed him quite some time ago that there was proof of the
collaboration of monsignor Stepinac with the Ustashas and with the
Nazis, and that the Yugoslav leader had immediately informed the
Chargé d'Affaires of the Apostolic Nuntiature in Belgrade: through
him, Tito had invited the Holy See to withdraw Stepinac, in order to
exempt the archbishop of Zagreb from the otherwise inevitable trial.
36This
is the definition that the Vatican insisted on for more than half a
century: on 2 October 1998 the "Osservatore Romano" still
wrote that <<Stepinac was condemned in 1946 on a farcical
trial>>
37C.f.
"The New York Times", 13 January 1953. On 29 November
1952, the news that Pious XII intended to appoint 14 new cardinals,
including monsignor Stepinac, caused the interruption of diplomatic
relations between Yugoslavia and the Holy See (17 December 1952).
38The
cause of death of Stepinac is the aggravation of the ailment that
troubled him for years - the polycythemia (excessive production of
red blood corpuscles). The myth of the "martyrdom" built
by the Holy Roman Church around him included the legendary shadow of
the cardinal's death being caused by <<constant humiliation of
imprisonment and by probable progressive poisoning>>;
obviously in the role of "probable poisoners" the
communists...
39<<There
is an ongoing new inquisition. Unable to rely on "traditional"
methods it adapted to the times turning to modern systems of
repression: hence the use by the Tribunals of Article 166 that
punishes offenses to divinity, hence the fines and the
imprisonment... and hence - above all - the discrimination at work,
the segregation the professional isolation>>, says the German
historian Karlheinz Deschner (author of numerous works dealing with
the wrongdoing of the Holy Roman Church), in an interview gathered
by Ettore Mo and published by the "Corriere della Sera" on
13 April 1988. The same journalist also quotes <<pressure,
threats, blackmail, flattering>> used on former Catholic
priest and theologian Hubertus Mynarek, to prevent him from
publishing his book Herren
und Knechte der Kirche
("Masters and Slaves of the Church"), and open accusation
against the German curia and the <<absolutist andmonarchical
character of the Roman Church>>.
40Published
in its integrity by "La documentation catholique", No
2030,16 June 1991, pp. 595-98.
Il seguente resoconto del viaggio di solidarietà di Non Bombe ma solo Caramelle - Onlus a Kragujevac si può scaricare nella versione completa (formato Word, corredata di fotografie) al link: http://www.cnj.it/AMICIZIA/Relaz0311.doc Anche le precedenti relazioni di Zastava Trieste / Non Bombe ma solo Caramelle - Onlus si possono scaricare alla URL: http://www.cnj.it/solidarieta.htm#nonbombe
===
ONLUS
Non Bombe ma Solo Caramelle
RITORNO
DALLA ZASTAVA DI KRAGUJEVAC
Viaggio
del 17-20 marzo 2011
Questa
relazione e’ suddivisa in quattro parti:
Introduzione
e siti web
Cronaca
del viaggio; i progetti in corso e quelli futuri
Alcune
informazioni generali sulla Serbia e su Kragujevac
Conclusioni
1.
Introduzione
Vi inviamo la
relazione del viaggio svolto poco piu’ di un mese fa a Kragujevac
per la consegna delle adozioni a distanza che fanno capo alla ONLUS
Non Bombe ma solo Caramelle e al Coordinamento Nazionale RSU CGIL e
per la verifica dei progetti in corso a Kragujevac.
Giovedi’
17 marzo 2011; il viaggio, l’arrivo al Sindacato e la consegna dei
contributi di sostegno all’ufficio internazionale adozioni
Come
sempre partenza da Trieste verso le 8 del mattino, con il pullmino
della Associazione di Solidarieta’ Internazionale Triestina; il
furgone e pieno: Gabriella, Gilberto e Silvana da Trieste, Gianandrea
e Lorena da Pordenone, Alessandra, Beatrice e Giandomenico da
Conegliano; c’e’ anche Pietro, cameraman di Telefriuli, emittente
che ha deciso di dedicare un proprio speciale alla nostra
Associazione.
Come
sempre sul furgone hanno trovato posto alcuni scatoloni per famiglie
di Kragujevac inviati dai loro donatori italiani, e poi vestiario e
scarpe, ed inoltre una grande quantita’ di medicine per il presidio
medico della Zastava.
Dopo
aver passato Zagabria il traffico diviene assolutamente inesistente.
Non lo ho mai visto cosi’ scarso,neppure immediatamente dopo la
guerra della NATO alla Jugoslavia. Mancano soprattutto i camion, ed
e’ senz’altro indice di una crisi economica sempre piu’ grave
per i Paesi della regione.
Passiamo
senza alcun problema le varie frontiere e alle 19 incontriamo
finalmente i nostri amici nella sede dell’Ufficio relazioni
internazionali ed adozioni a distanza del Sindacato Samostalni.
Per
quanto l’atmosfera dell’incontro sia come sempre festosa, si
sente la tensione dovuta alla liquidazione della Zastava Automobili,
avvenuta il 5 gennaio 2011, con la conseguente perdita del posto di
lavoro per 1592 persone.
Come
ricorderete nella Zastava Automobili, di proprieta’ pubblica, erano
stati inseriti tutti i lavoratori del settore auto che non erano
stati assunti dalla Fiat Auto Serbia.
La
perdita del posto di lavoro ha interessato anche tre delle persone
(su cinque) che lavorano per il Sindacato e che si occupano
dell’ufficio adozioni.
E’
chiaro che senza di loro la campagna di solidarieta’ in piedi da
piu’ di dieci anni sarebbe destinata a finire molto presto, tra
l’altro in una fase in cui l’aiuto concreto che periodicamente
portiamo diventa ancor piu’ indispensabile.
A
questo proposito tutte le associazioni italiane che intervengono a
Kragujevac (una decina) hanno deciso di creare un fondo. SENZA
toccare il denaro destinato agli affidi, che integrera’ il sussidio
di disoccupazione per queste tre persone (Rajka, Dragan e Delko)
permettendo quindi di continuare l’attivita’ dell’ufficio.
Prepariamo
tutte le buste con gli affidi che saranno consegnati durante
l’assemblea pubblica di sabato 19 marzo, discutiamo gli
appuntamenti che avremo nei due giorni successivi ed infine
consegnamo le tre buste con i contributi per l’ufficio adozioni,
per le quali ci viene rilasciata una regolare ricevuta.
Venerdi’
18 marzo; assemblea sindacale e verifica dei progetti
La
mattina e’ tutta dedicata ad una grande assemblea sindacale del
Sindacato
Samostalni.
Nel 1999 il
grande complesso metalmeccanico Zastava aveva a Kragujevac 36.000
dipendenti, ed era un unico gruppo di proprieta’ pubblica.
Il complesso
aveva subito una gravissima crisi durante gli anni novanta, a
conseguenza delle guerre balcaniche che portarono alla dissoluzione
della Jugoslavia, e fu pesantemente bombardato dalla NATO nel 1999;
furono colpiti soprattutto i grandissimi capannoni che ospitavano le
linee di montaggio delle auto, che davano lavoro a circa 14.000
operai.
Nel 2001 e’
il gruppo stato scomposto in 38 unita’ produttive differenti ed
autonome tra di loro, con lo scopo dichiarato di renderne piu’
agevole la privatizzazione.
La
sindacalizzazione dei lavoratori e’ molto alta, ed il sindacato
Samostalni (con il quale noi collaboriamo) e’ del tutto
maggioritario.
Ogni unita’
produttiva in cui e’ stato scomposto il gruppo Zastava nel 2001 ha
una propria rappresentanza sindacale; alcune unita’ sono di
proprieta’ privata, altre sono di proprieta’ pubblica.
Con
lo scopo di avere una rappresentanza sindacale unica i segretari
delle Samostalni delle differenti aziende eleggono ogni tre anni una
struttura che chiamano Jedinstvena
Sindikalna Organizacija (Organizzazione Sindacale Unica) e quest'anno
hanno voluto celebrare questo importante momento durante la nostra
permanenza a Kragujevac.
L'assemblea
e' stata molto affollata. Erano presenti anche i rappresentanti di
tutti i centri e di tutte le scuole dove siamo intervenuti.
Durante
l’assemblea e’ stato presentato un CD sulle attivita’ che le
associazioni italiane hanno realizzato dal 1999 in poi. E’ molto
interessante e ben fatto; malgrado sia in serbo ve ne consiglio la
visione; lo trovate su youtube all’indirizzo
Si tratta di
un nuovo possibile progetto per la nostra ONLUS; il Sindacato ha
chiesto la nostra collaborazione a febbraio scorso.
E’ un ex
villaggio turistico, utilizzato fino al 1990 come colonia per gli
studenti di Kragujevac; e’ situato in un bosco a circa 5 kilometri
dalla citta’ nel piccolo villaggio di Trmbas.
E’
costituito da 10 edifici in legno a due piani, e tre edifici in
muratura: servizi igienici, deposito viveri e locale
cucina-refettorio.
E’ gestito
dall’agenzia pubblica per il turismo del Comune di Kragujevac.
Dal 1991 fino
ad ora e’ stato usato come campo per profughi, dapprima per quelli
provenienti dalla Croazia e poi dal 1999 per quelli del Kosovo.
Attualmente
e’ abitato da circa 65 famiglie per un totale di circa 280 persone.
I minori di
18 anni sono 98. Nessuno nel campo ha un lavoro regolare, chi puo’
si arrangia in nero.
Il
commissariato governativo per i profughi paga per loro 300 dinari al
giorno per persona, per le spese di acqua, riscaldamento, energia
elettrica ed un pasto al giorno. Il cibo viene preparato
nell’edificio cucina da cuoche dipendenti del Comune, e consiste in
un piatto caldo e 300 grammi di pane.
Gli edifici
sono tutti in condizioni precarie (ad eccezione del locale cucina)
per assoluta mancanza di manutenzione, anche se sono tutti
recuperabili in quanto le strutture non mostrano danni irreparabili
ne’ nelle parti in legno ne’ in quelle in muratura.
Il problema
piu’ grave e’ determinato dalle condizioni dei tetti, tutti piu’
o meno fortemente lesionati, con perdite d’acqua all’interno
degli edifici.
Viste le
pessime condizioni degli impianti elettrici esistono anche gravi
pericoli di incendi.
Il
campo soffre di un grande degrado ambientale ed umano; senza voler
ne’ giustificare ne’ giudicare nulla e nessuno, dopo
una lunga e salutare decantazione delle forti emozioni provate
durante la visita, mi sembra di poter dire che probabilmente questo
degrado dipende in gran parte dalla assoluta mancanza di prospettive
per il futuro di questa gente.
[FOTO: Alcune
viste del campo profughi]
Vi
sono diversi livelli di intervento in questo villaggio; come detto
sopra quello prioritario e’ sui tetti degli edifici, per un costo
complessivo di circa 12.000 euro; un altro lavoro possibile prevede
la riverniciatura delle pareti in legno, per un costo di circa 9000
euro, mentre l’edificio una volta usato come deposito per il cibo
e’ in muratura e necessita di un intervento di ristrutturazione
significativo, perche’ e’ in condizioni precarie; per
quest’ultimo si deve prevedere l’impegno di circa 7000 euro.
Infine
si puo’ pensare ad una ristrutturazione nel locale che ospita i
servizi igienici comuni, per circa 5000 euro.
Queste
cifre sono al di fuori della posibilita’ di una ONLUS come la
nostra, anche in cooperazione con altre associazioni; per questo
motivo abbiamo presentato un progetto di richiesta di finanziamenti
per 25.000 euro alla Chiesa Valdese, che utilizza il proprio 8 per
mille in progetti di cultura, diritti e solidarieta’. Sapremo a
settembre prossimo se il nostro progetto sara’ approvato.
A
questo punto dobbiamo esprimere un grande grazie a Samantha M. della
ONLUS Un ponte per... di Roma che ha avuto l’idea di presentare
questa richiesta e che si e’ sobbarcata la fatica di redigere il
progetto.
Comunque,
vista l’urgenza di intervento sui tetti, il Direttivo della nostra
associazione, insieme alla associazione di Brescia e alla
associazione Un ponte per... di Roma ha deciso di iniziare questi
lavori nella prossima estate; se poi arrivera’ il contributo
richiesto alla Chiesa valdese potremo intervenire su nuovi progetti.
Sono
stati dunque stanziate le seguenti cifre, che saranno consegnate nel
prossimo viaggio a giugno:
4000
euro da Non Bombe ma Solo Caramelle
2500
euro da Un Ponte per...
2000
euro da Associazione Zastava Brescia per la solidarieta’
internazionale.
A
pochi metri dall’ingresso del campo profughi c’e’ una piccola
scuola primaria, dotata di tre aule e frequentata dai ragazzi del
campo ma anche dai loro coetanei del quartiere circostante.
Sono
in totale 35 bambini, che frequentano le prime quattro classi
elementari usando due aule con il doppio turno; 17 bambini sono figli
di profughi.
C’e’
anche una classe preparatoria alle elementari, in pratica l’ultima
classe di scuola materna, con otto bambini (sei figli di profughi).
Il
personale e’ di tre maestri e una bidella.
La
scuola si presenta pulita, ma molto ‘’spartana’’ e priva di
ogni sussidio didattico.
Le
lavagne sono talmente consumate che non possono piu’ essere
utilizzate.
Ha
un ampio spazio verde che potrebbe essere usato come campo giochi, ma
non vi e’ alcun gioco...
Questa
Scuola potrebbe essere un ulteriore campo di intevento per noi,
specialmente tenuto conto del tipo di bambini che la frequentano
(figli di profughi e di residenti locali).
Tutti questi bambini sono nati dopo il marzo del 1999, quando il loro Paese fu
bombardato dalla NATO, il loro futuro spazzato via dalla ‘’ingerenza
umanitaria’’; hanno sempre vissuto in un Paese isolato dal resto
del mondo in ristrettezze economiche continue. E’ soprattutto per
loro che dobbiamo continuare ad agire, perche’ i ponti di
solidarieta’ creati in tutti questi anni continuino a dare i loro
frutti.
[FOTO: Ingresso della scuola / Un’aula]
L’appuntamento
successivo e’ alla Scuola 19 ottobre, nel quartiere periferico di
Marsic,
per la verifica dei lavori svolti nel locale da destinare a palestra
e centro di aggregazione per tutto il quartiere; la Scuola ha questo
nome perche’ proprio qui, il 19 ottobre 1941, inizio’ la strage
nazista di Kragujevac con la fucilazione di 107 abitanti del
quartiere.
Insieme alla
Associazione Zastava Brescia e al Comune di San Giorgio di Nogaro
esattamente un anno fa avevamo deciso di contribuire alla
ristrutturazione di un locale pubblico adiacente alla Scuola, che
sara’ usato come palestra e come centro di aggregazione per tutto
il quartiere. La richiesta di aiuto ci era giunta dalla Direttrice
della Scuola e da un gruppo di lavoratori della Zastava che abitano a
Marsic.
A
luglio 2010 avevamo consegnato 7000 euro, poi ulteriori 1800 erano
stati portati all’inizio di ottobre 2010 dall’associazione
Zastava Brescia, durante il loro periodico viaggio a Kragujevac.
Successivamente
si e’ aggiunto il Comune di San Giorgio di Nogaro, che ha
contribuito al progetto con 1000 euro.
Il
Comune di Kragujevac (che aveva gia’ rifatto a sue spese i servizi
igienici el il pavimento) aveva firmato con noi a luglio 2010 un
protocollo di intesa in cui metteva a disposizione 2500 euro per
l’acquisto parziale delle attrezzature sportive.
Durante
la nostra visita di ottobre 2010 la nostra associazione aveva
aggiunto altri 700 euro per la conclusione dei lavori, e
specificatamente per la realizzazione delle grondaie.
Il
centro ha iniziato a funzionare da alcuni mesi e la Direttrice e’
molto orgogliosa di raccontarci le attivita’ svolte fino ad ora,
che riguardano soprattutto riunioni dei genitori in vista di un
programma ambizioso di inclusione dei ragazzi con handicap (in Serbia
esistono ancora le scuole speciali per questi ragazzi) e la
preparazione di spettacolini da parte degli alunni, utilizzando il
palco di cui il centro e’ dotato. A questi spettacoli prenderanno
parte anche i bambini con handicap e questo e’ un risultato
importante... al quale non avevamo pensato nel momento in cui
decidevamo di dire si’ al progetto.
L’arredamento
della sala e’ ancora piuttosto scarso, ma la Direttrice si mostra
piuttosto ottimista sulla possibilita’ di trovare nuovi donatori
locali.
Tra
gli arredi acquistati dal Comune si nota un sistema computer-lettore
DVD per le proiezioni.
A
spanne direi che gli attrezzi ginnici esistenti al momento sono circa
un terzo di quelli che erano elencati nella lista iniziale che ci era
stata presentata a marzo 2010. Noi non abbiamo acquistato nulla di
cio’ che era presente in quella lista, avendo preferito concentrare
le risorse disponibili nella ricostruzione della struttura.
Ci
lasciamo con la promessa di rivederci il prossimo ottobre, nel Parco
di Ci lasciamo con la promessa di rivederci il prossimo ottobre, nel
Parco di Sumarice, per la Grande Lezione di Storia.
[FOTO: Computer
e schermo per proiezioni / Una vista interna / Il
ping pong / Un particolare delle nuove grondaie]
Verso
sera incontriamo alcuni studenti e la nuova Preside del Liceo di
Kragujevac, per l’inaugurazione della nuova sala del Parlamento
degli Studenti, che e’ stata appena restaurata con il nostro
contributo.
Su
loro richiesta avevamo avuto un incontro-dibattito con gli studenti
del Liceo a luglio scorso (vedere la relazione di luglio 2010)
Questa
e’ la Scuola da cui erano stati prelevati dai nazisti gli studenti
e i loro professori il 20 ottobre del 1941, e poi fucilati il giorno
dopo per rappresaglia a Sumarice.
Vi
e’ una grande aula dove sono esposti le fotografie di questi
fucilati e i loro ultimi messaggi, nonché documenti dell’epoca
relativi a quel tragico evento. A ottobre prossimo, in occasione del settantesimo anniversario della strage, quasta aula dovrebbe essere
trasformata in museo permanente dell’orrore nazifascista
utilizzando fondi del governo serbo.
Gli
studenti hanno a loro disposizione due aule per le attivita’
extrascolastiche, che gestiscono in modo assolutamente autonomo dalla
Scuola attraverso una istituzione che chiamano Parlamento degli
Studenti.
Una
delle due aule e’ in buonissimo stato, ben arredata ed attrezzata
con computers.
L’altra,
quando la abbiamo vista la prima volta, era invece in cattivo stato
ed arredata molto sommariamente; ci avevano chiesto di aiutarli nella
ristruzzurazione di questo locale.
Il
Direttivo della nostra associazione a settembre scorso aveva deciso
di venire incontro a questa esigenza, prevedendo il recupero del
pavimento originale, la riparazione di porte e finestre, la
stuccatura e la imbiancatura dei muri e la posa in opera delle tende
alle finestre; a ottobre avevamo quindi consegnato alla Scuola 2300
euro.
E
in questa visita siamo accolti nella SALA
DELLA SOLIDARIETA’ E DELLA PACE
(cosi’ e’ stata chiamata questa’aula); su una parete spicca un
quadro con le foto di Desanka Maksimovic e di Piero Calamandrei.
Nello stesso quadro sono riportate in Italiano e in Serbo alcune
righe della poesia La Fiaba Cruenta che la Maksimovic scrisse in
memoria degli studenti fucilati e un brano dell’Ode a Kesserling di
Piero Calamandrei dedicata alla Resistenza italiana.
Avvenne
in un paese di contadini
nella
Balcania montuosa:
una
compagnia di alunni
in
un giorno solo morì
di
morte gloriosa.
Desanka Maksimovic
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
Piero Calamandrei
[FOTO: La targa sulla porta / Le due poesie]
La sala e’
stata restaurata benissimo; spicca in modo particolare il pavimento,
recuperato perfettamente; le sedie e i tavoli presenti sono piuttosto
vecchi e malandati, a parte il nuovo armadio che il Comune si era
impegnato a comprare.
Per
ottobre prossimo esporremo in questa aula la mostra
Quando morì mio padre. Disegni e testimonianze di bambini dai campi
di concentramento del confine orientale (1942-1943),
preparata
dell’Istituto Gasparini di Gorizia, che stiamo traducendo in Serbo,
affinche’ non si perda la memoria di quelle vicende.
[FOTO: L’inaugurazione / Un
dettaglio della sala]
Sabato
19 marzo
E’ il giorno dell’assemblea per la
distribuzione delle quote di affido.
Alle 10 abbiamo
un incontro con i rappresentanti sindacali del settore auto, per
verificare la situazione della fabbrica a poco piu’ di un anno
della FIAT. I dati raccolti in questo incontro li ritrovate piu’
sotto, nella quarta parte di questa relazione.
Alle 11 inizia
l’assemblea per la consegna degli affidi. Malgrado siano passati
tanti anni e tanti viaggi dall’inizio della nostra campagna credo
che nessuno possa abituarsi alla vista di tutte queste persone che
pazientemente con qualunque condizione di tempo ci aspettano nel
piazzale davanti alla grande sala della direzione della Zastava
Camion dove avvengono le consegne.
Come sempre
l’assemblea comincia con i saluti dei dirigenti sindacali e con un
nostro intervento; questa volta i saluti sono piu’ commoventi del
solito perche’ Delko dopo dieci anni lascia la guida del Sindacato,
poiche’ fa parte di quelli che hanno perso il lavoro
E non e’ tra i
piu’ sfortunati perche’ tra cinque anni sara’ in pensione
(naturalmente se la pensione ci sara’ ancora...). Molto peggio
stanno quel migliaio di lavoratori al di sotto dei 50 anni che sono
stati messi in mobilita’ a gennaio 2011; molti di loro sono
presenti in sala con la loro famiglia.
[FOTO: Il saluto
di Delko / Durante la consegna degli affidi]
Comunque
e’ importante essere coscienti che malgrado siano disoccupati,
malati, disperati per il loro futuro, almeno non sono abbandonati da
tutti. La
solidarietà è soprattutto questo.
E loro, i nostri amici, questo lo sanno bene e ce lo dicono, qualcuno
con le parole, molti con gli occhi, i sorrisi, gli abbracci e le
tante lacrime.
Consegnamo
153 affidi, quasi tutti in rate trimestrali, piu’ alcuni regali per
20.505 euro.
Consegnamo
anche 14 affidi annuali per 4.340 euro a nome della Onlus ALJ
(Aiutiamo la Jugoslavia) di Bologna.
Nel pomeriggio visitiamo il Parco della memoria di
Sumarice, destinato al ricordo della strage nazista del 21 ottobre
1941, quando per rappresaglia furono fucilati 7300 abitanti tra cui i
300 studenti del Liceo insieme a tutti i loro professori.
Concludo
questa parte di relazione con una bellissima foto del monumento delle
ALI SPEZZATE, scattata a ottobre 2010 durante le celebrazioni a
ricordo di quella strage. Questo monumento e’ il simbolo della
citta’ ed e’ dedicato alla memoria di quegli studenti. [FOTO]
3.
Alcune informazioni generali sulla Serbia e sulla Zastava
Quando
la fonte non e’ indicata significa che i dati sono stati ricavati
dai bollettini periodici dell’Ufficio Centrale di Statistica;
qualora la fonte sia diversa viene esplicitamente indicata.
Tutte le informazioni sulla Zastava sono state
fornite da Zoran Mihajlovic, gia’ segretario generale del sindacato
Samostalni della Fiat Auto Serbia e ora Segretario Generale dei
metalmeccanici della Repubblica di Serbia
ALCUNI
INDICI ECONOMICI GENERALI
Cambio
dinaro/euro.
A
ottobre 2008 il cambio dinaro-euro era di 84 a 1.
Al
22 ottobre 2009 era di 93.2 dinari per euro.
Il
25 marzo 2010 era di 97 dinari per un euro.
Il
1 luglio 2010 il cambio e’ passato a 102 dinari/euro.
Il
20 ottobre 2010 il cambio era di 103.5 dinari per un euro
Il
28 novembre 2010 il cambio e’ arrivato a a 107.4 dinari per euro.
Dopo
questa data c’e’ stato un rafforzamento progressivo del dinaro
che ha raggiunto il suo massimo il 2 maggio, passando a 99 dinari per
euro.
L’indebolimento
del dinaro rispetto all’euro ha effetti devastanti sulle condizioni
di vita delle famiglie, con una vistosa caduta del potere di acquisto
delle famiglie, visto che la Serbia e’ un Paese con un fortissimo
deficit commerciale e che piu’ della meta’ del commercio con
l’estero si svolge con la Unione Europea (Germania e Italia sono i
primi partners commerciali in quest’area).
Il
suo recente rafforzamento invece e’ dovuto esclusivamente a ragioni
politiche, legate alle prossime elezioni; ha vantaggi solo per chi ha
aperto mutui in euro, ma penalizza fortemente le gia’ scarse
esportazioni, mentre i prezzi dei beni di prima necessita’ e le
tariffe continuano ad aumentare.
Un
dato per tutti rispetto alle tariffe: il prezzo dell’energia
elettrica e’ aumentato del 15.1 per cento dal primo aprile scorso
La
Serbia si conferma un Paese estremamente indebitato, con un deficit
commerciale altissimo.
Tra
gennaio e dicembre 2010 le esportazioni sono state pari 7393.4milioni
di euro, con un aumento del 24% rispetto all’anno 2009.
Nello
stesso periodo il valore delle importazioni e’ stato di 12621.9
milioni di euro, con un incremento del 9.2% rispetto al 2009.
Il
rapporto tra esportazioni ed importazioni e’ stato di 58.5%, piu’
alto del valore segnato nel 2009, che era stato del 52%.
Dati
simili si sono verificati anche nel corso dei primi due mesi del
2011: esportazioni per 1189.1
milioni di euro, ed importazioni pari a 2028.3 milioni, con un
rapporto export/import di 58.6%; il deficit e’ stato di 839.2
milioni di euro, con un aumento percentuale del 7% rispetto allo
stesso periodo nell’anno 2010.
I
Paesi verso i quali la Serbia esporta di piu’ si confermano essere
la Germania e l’talia, mentre per le importazioni in testa vi e’
la Russia, dalla quale proviene la maggior quantita’ di petrolio
e gas, seguita da Germania e Italia.
Prodotto
interno lordo e indice della produzione industriale
Il
prodotto interno lordo del 2010 e’ aumentato del 1.8% rispetto al
2009.
Fatto
100 la media della produzione industriale del 2010 dobbiamo ricordare
che questo dato era di 117 a marzo 2008.
L’indice
della produzione industriale a marzo 2011 e’ cresciuto del 4.5%
rispetto alla media del 2010.
Malgrado
questi recenti recuperi l’occupazione e’ in costante diminuzione,
come succede in tutti i Paesi occidentali.
Inflazione
L’inflazione
nel 2010 e’ stata molto pesante ed ha falcidiato il potere
d’acquisto delle famiglie: contro una stima governativa di una
inflazione annua di circa il 4%, quella reale si e’ attestata oltre
il 10.3%; i dati dei primi mesi del 2011 indicano una ulteriore
crescita: rispetto a marzo 2010 i prezzi al consumo a marzo 2011 sono
cresciuti del 14.1%.
Nella
tabella sottostante dell’Ufficio Centrale di Statistica potete
seguire l’andamento dell’inflazione percentuale annua per ogni
mese del 2010 fino a marzo 2011; cio’ che e’ impressionante e’
il progressivo aumento nel corso dell’ultimo anno.
[IMMAGINE: Tasso
di inflazione annuale]
Livelli
occupazionali
I
livelli occupazionali continuano a scendere.
Nei
due ultimi anni 2009 e 2010 ci sono stati circa 250.000
licenziamenti.
Da
settembre 2008 a novembre 2010 il settore privato ha perso circa un
quarto dei posti di lavoro passando da 567.572 a 426.909 (dati
forniti dal Sindacato Samostalni nazionale).
A
fine 2010 a fronte di circa 1.800.000 lavoratori vi erano circa
1.600.000 pensionati; circa un terzo dei lavoratori non riceveva
regolarmente lo stipendio e circa 130.000 lavoravano senza ricevere
alcunche’.
Il
tasso di disoccupazione non cessa di crescere ed ha avuto una
drammatica impennata negli primi mesi del 2011; secondo il centro
nazionale per l’impiego i disoccupati a fine 2010 erano 730.000.
Ottobre
2008
Otttobre
2009
Ottobre
2010
Inizio
2011 (a)
Tasso
di occupazione
44.2
40.8
37,7
Tasso
di disoccupazione
14.0
16.6
19.2
26.7
(a)
Stima
del lavoro nero
23.0
20.6
19,6
(a)
Riportato dal quotidiano BLIC del 18-2-2011
Per
quanto riguarda Kragujevac alla fine dell’anno 2010 si contavano
21.571 disoccupati; di questi 6.003 (pari al 27.8%) avevano piu’ di
50 anni mentre per la classe di eta’ tra i 40 e i 50 anni vi erano
4750 persone (20%). Per loro trovare un lavoro stabile e’
pressoche’ impossibile, visti i dati generali sulla disoccupazione,
ed inoltre perche’ di norma si tratta di ex-lavoratori scarsamente
qualificati senza conoscenze tecnologiche (uso del computer,
rudimenti di lingua inglese).
I
salari
Salari
medi in dinari
Ottobre
2009
31783
Marzo
2010
33508
Ottobre
2010
34422
Marzo
2011
35777
Gli
aumenti nominali vengono vanificati dall’inflazione e bisogna
quindi confrontare il potere di acquisto dei salari; a marzo 2011
c’e’ stato un aumento nominale del salario medio del 6.8% ma una
perdita in termini reali del 7.3%, visto che l’inflazione nello
stesso periodo e’ stata del 14.1%.
Esistono,
come abbiamo piu’ volte rimarcato, grandi differenze territoriali
nel salario medio e grandi differenze tra categorie diverse di
lavoratori.
Salari
medi in differenti citta’ (marzo 2011)
Novi
Pazar 25642
Smederevo
37004
Belgrado
44345
Kraljevo
28493
Posarevac
39466
Lazarevac
51538
Nis
32207
Pancevo
42174
Nuova
Belgrado 56295
Kragujevac
34221
Novi
Sad 43215
Salari
medi per differenti categorie (marzo 2011)
Settore
Salario
in dinari
Industria
petrolifera
93208
Industria
del tabacco
82296
Aviazione
civile
67345
Assicurazioni
64501
Industria
tessile
17603
Industria
calzaturiera
17444
Mobili
15315
Le
pensioni
I
dati che seguono sono tratti dal quotidiano Blic, che il 27 febbraio
scorso ha svolto una approfondita analisi del gravissimo problema
delle pensioni in Serbia.
Ricordiamo
che dal
2003 fino a gennaio 2006 le pensioni venivano adeguate con cadenza
trimestrale, dal 2006 al 2008 sono state adeguate con cadenza
semestrale; nel
2009 e nel 2010 le pensioni sono rimaste bloccate.
Numero
di pensionati per diversi settori di provenienza a dicembre di vari
anni
Anno
Lavoratori
dipendenti
Autonomi
Agricoltori
Totale
2004
1.241.082
43.938
221.047
1.506.067
2006
1.267.574
47.181
229.293
1.544.048
2008
1.306.394
50.959
222.986
1.580.339
2010
1.345.733
58.368
222.480
1.626.581
La
pensione media nel settore dei lavoratori dipendenti (sia pubblici
che privati) a novembre 2010 e’stata di 21.769 dinari; nello stesso
mese del 2008 era di 21.713; traducendo in euro, secondo il cambio in
vigore, in due anni la pensione media e’ scesa da circa 260 euro
nel novembre 2008 a circa 220 euro nel novembre 2010!!!
Pensioni
medie a dicembre 2010 (in dinari)
Categorie
Vecchiaia
Invalidita’
Reversibilita’
Lavoro
dipendente
25.606
20.411
16.370
Lavoro
autonomo
25.141
21.616
15.750
Agricoltori
8.589
9.129
6.146
Il
fondo nazionale per le pensioni e’ in grandissima sofferenza; oltre
al fatto che c’e’ poco piu’ di un lavoratore attivo per ogni
pensionato, le aziende sono in debito con il fondo pensioni per circa
170 miliardi di dinari (quasi due miliardi di euro).
Le
pensioni sono quindi sostenute dal bilancio dello Stato; nel 2010 su
circa 4 miliardi di euro pagati per le pensioni circa la meta’
della spesa pari a 2.3 miliardi di euro e’ stata sostenuta dalla
fiscalita’ generale; e’ interessante comparare questo dato con i
circa 1.6 miliardi di euro pagati per stipendi dei dipendenti del
settore pubblico. E’ del tutto evidente che che una situazione di
questo genere non potra’ protrarsi all’infinito...
Ma
cosa si puo’ comprare con un salario o una pensione serbi?
Secondo
l’ufficio centrale di statistica le spese complessive essenziali
per una famiglia tipo costituita da quattro persone (genitori con due
figli) dovevano essere di 82868 dinari a giugno 2010, 92033 a
dicembre 2010 e 95958 a febbraio 2011, pari a circa 2.7 volte uno
stipendio medio (BLIC, 17 marzo 2011), considerando che la famiglia
vivesse in una casa di proprieta’.
Omettiamo
per brevita’ l’analisi completa delle circa 80 voci in cui si
articola questa analisi, rimarcando che le spese per l’alimentazione
rappresentano circa il 40% del totale.
Ci
si puo’ legittimamente chiedere: MA QUALE FAMIGLIA DI 4 PERSONE IN
SERBIA ha redditi di questo tipo? Certamente non le famiglie di
operai o peggio di ex operai che sono al centro delle nostre azioni
solidarieta’ e della nostra amicizia.
Le
famiglie non riescono a pagare le bollette (luce, riscaldamento,
tasse comunali e telefono). Sono in corso presso i tribuali 2.294.675
procedimenti per il recupero forzoso dei debiti, di cui circa 70.000
a Kragujevac). Ha fatto molta impressione il fatto che nella citta’
di Cacak siano stati pignorati e messi in vendita 4 appartamenti per
bollette non pagate (quotidiano NOVOSTI; 27 febbraio 2011).
I
generi di prima necessita’ hanno subito aumenti impressionanti:
farina, pane, olio, zucchero, patate hanno subito aumenti oltre il
50% nel giro di poco piu’ di un anno.
Aumenti
percentuali di alcune merci; fonte: quotidiano BLIC del 20 febbraio
2011
Merce
Durante
il 2010
Nei
primi 40 giorni del 2011
Farina
29
10
Zucchero
34
37
Olio
62
7
Latte
14
4
Patate
47
34
Mele
27
42
Banane
16
19
Informazioni
sulla Zastava Auto e Camion
Tutte le informazioni sulla Zastava sono state
fornite da Zoran Mihajlovic, Segretario dei metalmeccanici serbi del
Sindacato Samostalni.
Zastava
Kamioni
La
Fiat Iveco (che e’ proprietaria per poco meno del 40%) non e’
interessata ad uno sviluppo della fabbrica, e la situazione e’
totalmente incerta.
I
lavoratori sono circa 700, la produzione e’ bassissima, poche
decine di camion all’anno; i lavoratori sono a totale carico del
Governo serbo.
La
paga media e’ di 350 euro.
Tra
gennaio e febbraio 2011 sono stati prodotti 21 camion; la produzione
per il 2011 e’ prevista in 260 pezzi.
Settore
Auto
Come piu’ volte descritto nelle relazioni
precedenti il settore auto e’ stato diviso in due parti all’inizio
del 2010:
Fiat Auto Serbia (FAS), cioe’ la
parte acquisita dalla Fiat, che ha preso in carico tutti gli
stabilimenti
Zastava Auto, cioe’ quella parte dei
lavoratori rimasti a carico del Governo, in pratica una scatola
vuota
I lavoratori FAS al 31-12-2010 erano 1120, mentre
in Zastava Auto erano 1592.
Zastava
Auto
La speranza dei lavoratori rimasti in parcheggio
in Zastava Auto era che prima o poi sarebbero stati assunti dalla
Fiat, nell’ipotesi che si realizzasse il piano tante volte
sbandierato dai vertici Fiat, cioe’ che l’occupazione in FAS
sarebbe stata aumentata fino a circa 2500 lavoratori.
Le cose sono andate ben diversamente: malgrado una
forte mobilitazione durata una settimana, il 5 gennaio 2011 il
governo serbo ha deciso di chiudere Zastava Auto.
Il 7 gennaio scorso avevamo inviato a tutti i
nostri lettori un apposito comunicato, intitolato Zastava
Ultimo Atto, che descriveva in dettaglio il destino di questi
lavoratori, e che ora vi sintetizzo.
Circa 180 lavoratori (tra cui una sessantina di
invalidi) sono stati ricollocati in vari stabilimenti della holding
Zastava o nella Fiat Auto Serbia.
Circa 400 sono stati inseriti nelle liste di
accompagnamento alla pensione; si tratta di quei lavoratori che si
trovano da due a sei anni dalla pensione, e che passano a carico del
Centro Nazionale per l’Impiego; a seconda del tempo mancante alla
pensione hanno ricevuto liquidazioni differenti e avranno indennita’
di disoccupazione differenti, ma sempre piuttosto basse, mediamente
dell’ordine di 50-60% rispetto al salario precepito prima.
Soprattutto preoccupante e’ il futuro di quel
gruppo di circa 1000 lavoratori che non rientrano in nessuna delle
categorie sopra elencate; riceveranno 300 euro di liquidazione per
anno lavorato come indennita’ di licenziamento; entreranno nelle
liste dell’Agenzia Nazionale per l’Impiego.
Riceveranno un sussidio di 22000 dinari/mese per
un anno e 19.000 dinari/mese per un successivo secondo anno
indipendentemente da anzianita’ e qualifica.
In questi due anni i contributi sanitari e
pensionistici saranno pagati dal Governo.
Per
loro ci sono pochissime speranze di
trovare un lavoro dignitoso perche’ di norma si tratta di
ex-lavoratori scarsamente qualificati senza molte conoscenze
tecnologiche (uso del computer, rudimenti di lingua inglese).
FIAT
Auto Serbia (FAS)
Ricordiamo che si tratta di una societa’
costituita da una joint venture tra Fiat e governo serbo, con quote di
proprieta’ rispettivamente del 70 e 30 per cento
Fino
alla fine di marzo 2011 non c’era stato alcun investimento pagato
direttamente dalla Fiat; gli
investimenti per i lavori iniziati nel 2010 (ripulitura dei
capannoni, nuovi cablaggi elettrici e sopraelevamento dei tetti) sono
stati fatti dal governo serbo all’interno del suo 30 per cento di
proprieta’ della fabbrica.
Nel
2010 sono state prodotte 15000 Punto, che sono state quasi tutte
vendute in Serbia; esiste ancora il bonus governativo di 500 euro. Il
costo e’ di 6700 euro
Ne
sono state esportate circa 3000 in Africa del Nord. Nei Balcani non
c’e’ stata esportazione.
Durante
il 2010 stati effettuati circa tre mesi di cassa integrazione in
totale, il doppio del previsto. E’ stata pagata dalla Fiat, al 65
per cento del salario.
Il salario medio dei 1120 lavoratori di
FAS e’ stato nei primi tre mesi del 2011 di circa 350 euro.
Nei
primi tre mesi dell’anno hanno lavorato su un solo turno,
continuando nel montaggio della Punto.
Per quanto riguarda l’orario e le turnazioni non
ci sono al momento ricadute delle regole che Fiat ha imposto a
Pomigliano e Mirafiori.
Per Kragujevac i Sindacati hanno firmato il
contratto collettivo in cui sono definite due pause di 15 minuti e
una pausa di mezz’ora non a fine turno ma durante l’orario di
lavoro.
Per quanto riguarda gli straordinari la legge
serba prevede che possano essere lavorate 24 ore di straordinario al
mese.
Dal
1 aprile 2011 sono tutti in cassa integrazione (con indennita’ di
80% rispetto allo stipendio), ad esclusione di alcuni gruppi di
tecnici che vengono inviati per corsi di formazione a Tychy in
Polonia; si attende l’inizio del montaggio delle nuove linee di
produzione; non si sa nulla di certo, la nuova produzione dovrebbe
riguardare la Lancia Musa.
Il
problema dell’indotto
Quello che
non va assolutamente bene in questo momento e’ che i subfornitori
della Fiat non sono ancora arrivati; il Sindacato esprime seri dubbi
che questi arriveranno; questo vuol dire che l’assunzione di altri
mille lavoratori per la futura produzione del nuovo modello potra’
anche essere possibile, ma si trattera’ solo di montaggi di pezzi
prodotti altrove.
La
vettura quindi non sara’ un prodotto serbo ma un prodotto italiano
montato in Serbia.
Nella
relazione che vi avevamo inviato dopo il viaggio di ottobre 2010 vi
avevamo illustrato in dettaglio il possibile sito di insediamento
dell’indotto Fiat nell’area di circa 70 ettari di Korman Polje, e
tutti i lavori previsti per questa realizzazione: bretella
autostradale, opere di urbanizzazione, nuovi raccordi ferroviari,
tunnel, circonvallazione, naturalmente
tutto a carico delle finanze pubbliche...
Alla fine non se ne e’ fatto molto e i lavori
sono pressoche’ fermi; i contadini proprietari dei terreni in
maggioranza hanno rifiutato l’indennizzo proposto (che era di 3
centesimi di euro a metro quadrato), e dei 70 ettari iniziali ne sono
rimasti per l’insediamento solo una trentina.
Il 27 gennaio 2011 il ministro dell’economia
Mladan Dinkic ha dichiarato che alla Fiat saranno assegnati 29 ettari
localizzati a Grosnica, in un’area demaniale utilizzata in passato
come deposito per mezzi dell’esercito; al momento sono iniziati i
lavori di sgombero di questi terreni con la demolizione delle
strutture esistenti, ma non si conoscono i piani di utilizzo di
questa area.
L’unica cosa che sembrerebbe avere qualche
concretezza e’ che la Magneti Marelli dovrebbe cominciare il
montaggio dei propri impianti all’interno dei capannoni della FAS;
dovrebbe avere circa 700 dipendenti, ed ha iniziato ad organizzare i
test per la selezione dei lavoratori da assumere; le assunzioni
dovrebbero iniziare alla fine del 2011.
Ecco le amare considerazioni con cui Zoran
Mihajlovic ha concluso questa intervista:
Se non arriva l’indotto della Fiat tutto
quello che e’ stato fatto finora si risolvera’ in un disastro.
La fabbrica da sola non dara’ lavoro ad un
grande numero di persone, sono previsti in totale 2433 lavoratori con
una produzione massima di 200.000 automobili a pieno regime.
Ma questa non e’ una grande produzione, e non
si risolverebbe neppure il problema della disoccupazione a
Kragujevac. Saremmo solo un piccolo granello di sabbia nell’impero
Fiat.
Senza l’arrivo dell’indotto i il pericolo
e’ che qui a Kragujevac si assembleranno pezzi di provenienza
dall’Italia; si faranno lavorare 2500 lavoratori avendo perduto
7500 posti di lavoro. In questo modo avremo regalato anche 300
milioni di euro (l’investimento del governo serbo) e creato 5000
posti di lavoro in Italia.
Qui non
c’e’ produzione, non ci sono investimenti, siamo ad un passo dal
baratro.
4. CONCLUSIONI
Non
si vedono in Serbia reali segnali di miglioramento delle condizioni
generali di vita dei lavoratori e delle loro famiglie.
L’occupazione
complessiva e’ sempre in discesa, il potere di acquisto dei salari
e soprattutto delle pensioni e’ in costante diminuzione, non si
vedono speranze per i giovani che sono costretti ad emigrare,
soprattutto se dotati di una buona formazione scolastica.
La
nostra ONLUS tiene duro, consapevole della responsabilita’ che si
e’ assunta insieme alle altre associazioni italiane con cui
collaboriamo ed al Sindacato dei lavoratori Zastava.
Senza questa
collaborazione, nata dal basso e arrivata in alto in termini di
risultati, tanti passi in avanti, anche piccoli, ma comunque in
avanti, non si sarebbero potuti compiere e il disagio sarebbe ancora
maggiore e piu’ flebile invece la speranza.
Riusciamo a
mantenere pressoche’ inalterato il numero di affidi in corso,
mentre abbiamo ampliato il numero di progetti che vanno incontro a
reali bisogni sociali della popolazione di Kragujevac, e che lo stato
di poverta’ della citta’ non permette di soddisfare, nel campo
della scuola, della sanita’, del disagio fisico e mentale, in tutto
cio’ che puo’ regalare una piccola speranza alle nuove
generazioni.
Sappiamo bene che le condizioni materiali stanno
deteriorandosi sempre piu’ anche qui da noi in Italia, ma siamo
anche sicuri che i nostri sostenitori si rendono conto delle
gravissime difficolta’ che i lavoratori della Zastava e le loro
famiglie continuano a sopportare, e che di conseguenza non
mancheranno di sostenere la campagna di affidi, perche’ la crisi
non deve minare la solidarieta’ tra lavoratori e popoli, ma anzi
rafforzarla, non deve dividere, ma unire, in nome di una
globalizzazione dei diritti che, unica, puo’ impedire le guerre tra
i poveri e la disgregazione sociale.
Vi chiediamo inoltre, se potete, di aiutarci
nello sviluppo dei nostri progetti nel sociale, attraverso donazioni
specifiche.
ONLUS
Non Bombe ma Solo Caramelle
Sede
legale: Via dello Scoglio 173 I-34127 Trieste
Codice
Fiscale 90019350488
Coordinate
bancarie: Banca di Credito Cooperativo del Carso, Filiale di
Basozizza,
Via
Gruden 23, I-34149 Basovizza-Trieste
Codice
IBAN IT18E0892802202010000021816
intestato
a ‘’Non bombe ma solo caramelle –ONLUS’’
IL CARDINALE STEPINAC: UNA FIGURA SU CUI DISCUTERE
Nella sua prossima visita in Croazia papa Ratzinger si recherà anche a rendere
omaggio alla tomba del cardinale Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II nel
1998, personaggio sul quale si continua a dibattere: salvatore di ebrei nel
regime di Pavelic e poi vittima della repressione jugoslava o collaborazionista
del nazifascismo ustascia?
Su questo tema la giornalista Claudia Cernigoi
intervisterà il ricercatore Vincenzo Cerceo
MARTEDÌ 7 GIUGNO 2011
ALLE ORE 17.30
PRESSO IL NARODNI DOM DI TRIESTE
Via Filzi 14
organizza
la redazione de La Nuova Alabarda
in collaborazione con
il Coordinamento Antifascista di Trieste
grazie alla Narodna in Studiška Knjižnica per l'uso della sala.
(segnalato via Facebook.
Sulla figura di Stepinac, e più in generale sui crimini commessi dal
clerico-nazismo croato e dal Vaticano, si veda anche:
http://www.cnj.it/documentazione/ustascia1941.htmhttp://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7066 )
Le forze di sicurezza hanno arrestato centinaia di attivisti che manifestavano davanti al parlamento
Sarebbe di due morti e 37 feriti il bilancio provvisorio dei disordini scoppiati nella notte a Tiblisi, capitale della Georgia.
Secondo fonti governative, le due vittime sarebbero membri degli apparati di sicurezza, travolti da auto dei manifestanti in fuga.
Gli incidenti si sono verificati davanti al parlamento, dove la leader dell'opposizione,Nino Burjanadze, aveva convocato una manifestazione per protestare contro il governo di Mikhail Saakashvili, definito "autoritario e corrotto".
Contro i manifestanti sono intervenuti i reparti del ministero dell'Interno, con lacrimogeni, manganelli e idranti.
L'opposizione parla di centinaia di arresti ma soprattutto denuncia una repressione brutale: alcuni testimoni racontano di strade sporche di sangue, teste spaccate e gambe rotte.
La Burjanadze, che poco dopo è apparsa su un canale televisivo georgiano, ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire e condannare Saakashvili, isolandolo.
Soffocata nel sangue la 'rivoluzione d'argento' contro il regime filo-americano di Mikheil Saakashvili. La diplomazia occidentale non condanna l'uso della forza contro i manifestanti di Tbilisi, in maggioranza anziani pensionati
Non tutte le rivoluzioni escono col buco. Quelle contro i regimi amici degli Stati Uniti hanno il brutto vizio di venire brutalmente stroncate sul nascere, nel silenzio della stampa occidentale. E' successo a marzo nell'Azerbaigian di Ilham Aliyev. E' successo di nuovo ieri nella Georgia di Mikheil Saakashvili.
Da giorni migliaia di georgiani protestavano nel centro della capitale Tbilisi, chiedendo le dimissioni del presidente 'Misha', accusato di ignorare il progressivo impoverimento della popolazione - afflitta da crescente disoccupazione, aumenti prezzi e tagli alle pensioni e ai servizi sociali - e di governare in maniera sempre più autoritaria e repressiva. C'erano molti giovani, studenti e disoccupati, decisi a imitare le rivoluzioni arabe, ma soprattutto molti anziani pensionati dai capelli bianchi, tanto che i giornali hanno parlato di 'rivoluzione d'argento'.
Mercoledì i dimostranti si erano radunati davanti al parlamento occupando Viale Rustaveli, decisi a impedire la tradizionale parata militare dell'indomani, Giorno dell'Indipendenza. Poco dopo la mezzanotte, centinaia di poliziotti antisommossa appoggiati da blindati hanno attaccato il presidio da due lati, senza lasciare scampo ai manifestanti, sparando granate fumogene e proiettili di gomma a distanza ravvicinata e picchiando selvaggiamente persone già a terra, anche anziane (video). Decine i feriti, centinaia gli arrestati. Un'auto del convoglio della leader dell'opposizione Nino Burjanadze, in fuga dalle cariche, ha travolto un agente e un dimostrante, uccidendoli.
La pioggia notturna ha ripulito il sangue dal selciato di Viale Rustaveli, su cui poche ore dopo hanno sfilato colonne di carri armati e truppe dell'esercito georgiano - tutti mezzi e armi forniti dagli Stati Uniti - sotto lo sguardo marziale del presidente Saakashvili. ''Ogni cittadino ha libertà di esprimersi e di protestare - ha dichiarato dal palco - ma i fatti di questi giorni non hanno nulla a che vedere con questa libertà: sonoprovocazioni orchestrate all'estero, secondo un copione scritto fuori dalla Georgia, dal nostro nemico e occupante''. Il riferimento esplicito è alla Russia, le cui forze armate stanziano nelle repubbliche separatiste di Abkhazia e Sud Ossezia(quest'ultima al centro della breve guerra Russo-Georgiane dell'agosto 2008, scatenata e persa da Saakashvili).
La brutale repressione poliziesca della 'rivoluzione d'argento' aveva ottenuto l'implicito via libera da parte dei rappresentanti diplomatici dei governi occidentali a Tbilisi. Mercoledì, parlando ai giornalisti, l'ambasciatore americano John Bass aveva dichiarato: ''Sono preoccupato dal fatto che tra i manifestanti vi siano elementi più interessanti allo scontro violento che alla protesta pacifica'', ha dichiarato l'ambasciatore americano John Bass. ''Hanno il diritto di manifestare, ma la protesta deve cessare entro domani perché non hanno il diritto di impedire una parata ufficiale'', parola dell'ambasciatore francese Eric Fournier.
L'ex alleata di Saakashvili e oggi leader dell'opposizione, Nino Burjanadze - tutt'altro che filorussa - ha smentito ogni sostegno da parte di Mosca, affermando che ''l'azione punitiva'' di mercoledì notte non fermerà il corso della ''rivoluzione democratica'' georgiana. Ma l'Occidente non sembra proprio interessato a sostenere un altro cambio di regime in Georgia dopo quello ottenuto nel 2003 con la 'rivoluzione delle rose' che ha portato al potere il fido Saakashvili: soggetto tutt'altro che democratico, ma molto attento agli interessi politici ed economici occidentali.
Martedì
7 giugno 2011, ore 20.45 – Casa per la Pace
150
anni d'Italia… 100 anni di colonialismo
Un
dibattito a più voci sul progetto coloniale nel passato e nel
presente
Il
colonialismo è un fenomeno del passato, oppure un progetto politico
ed economico che si estende fino al presente – e di conseguenza,
perché parliamo di
colonialismo oggi?
Un'occasione per approfondire il tema, con particolare riferimento al
nostro Paese,
che ha spesso rimosso o
considerato di scarsa rilevanza
il proprio sforzo coloniale, sarà il dibattito
a più voci
"150 anni d'Italia… 100 anni di colonialismo"
che si svolgerà martedì 7
giugno, alle ore 20.45,
presso la Casa per la Pace
"La Filanda" (Via
Canonici Renani, 8 – Casalecchio di Reno).
La
serata si aprirà con la proiezione di un video su vero
volto e crimini del colonialismo italiano in Africa e nei Balcani;
il colonialismo storico sarà poi analizzato da Diego
Negri, giornalista della
rivista online Contropiano.org,
Andrea Martocchia
(Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia), Giancarlo
Bonsignori e Aldo
Montagna, con riferimento a
Libia,
Etiopia
e alle meno note vicende coloniali italiane nei Balcani.
La "Rete Nazionale
Disarmiamoli" e
Giorgio Gattei,
Professore di Storia del pensiero economico presso l'Università di
Bologna, si concentreranno invece con i propri interventi sul
colonialismo oggi,
tra linee teoriche del progetto politico ed economico coloniale e
cause economiche degli attuali interventi
militari europei a guida francese in Africa,
dalla Libia alla Costa d'Avorio.
Dopo quei bombardamenti, le truppe NATO occuparono militarmente la regione del Kosovo, strappandola di fatto alla Jugoslavia e alla Serbia e consegnandola formalmente nelle mani dei terroristi pan-albanesi (UCK) che avevano fino ad allora fatto le veci delle "truppe di terra". Nel 2008 alcuni paesi NATO hanno anche riconosciuto il Kosovo, etnicamente "ripulito" dai serbi e dalle altre componenti nazionali nonché dai cittadini di lingua albanese contrari alla secessione, come "stato indipendente":
L'instaurazione di regimi filo-occidentali sia in Serbia che in Montenegro ha anche causato lo smembramento della Federazione nelle due parti rispettive, ripristinando così l'ordine che nel 1941-1943 era stato imposto dai nazifascisti:
(sito della Campagna contro il vertice NATO a Belgrado, promossa da ambienti anarchici che hanno anche organizzato la seguente manifestazione:)
PROTEST PROTIV NATO SKUPA U BEOGRADU - 12. JUN 2011
domenica 12 giugno · 18.00 - 21.00 Luogo: Plato ispred Sava Centra, Novi Beograd Creato da: Nećemo NATO skup u Beogradu
Maggiori informazioni: NATO i srpka vlast organizovaće najveći NATO skup do sada (Konferencija o strateÅ¡kom vojnom partnerstvu), u Beogradu od 13. do 15. juna ove godine (zvaniÄna informacija: http://www.mod.gov.rs/smpc/sr/) Sama Äinjenica da taj militaristiÄki savez održava konferenciju na tako visokom nivou i sa takvim strateÅ¡kim znaÄajem, predstavlja dovoljan razlog za organizovanje velikog protesta, na kom bi narod Beograda i Srbije, kao i ljudi iz drugih zemalja koji žele da izraze meÄ‘unarodnu solidarnost, pokazali svoje protivljenje NATO i njegovim strateÅ¡kim planovima.
(You need to download both files and then extract)
=== 1 ===
NEWS:
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Al giorno d’oggi fu abbattuto “l’invisibile†F-117A
27 marzo 2011
Il cacciatore bombardiere F-117A, usato nei bombardamenti NATO contro l’allora Repubblica Federale di Jugoslavia, fu abbattuto al giorno d’oggi nel 1999 nei pressi di Ruma, nella Serbia settentrionale. L’aereo che fino ad allora veniva chiamato “l’invisibile†fu abbattuto dalla contraerea serba grazie ad una piccola innovazione tecnica. Il comandante dell’unità era il colonnello Zoran Dani. (fonte: glassrbije.org )
A Day That Shook The World: Nato accidentally bombs the Chinese embassy
On 7 May 1999, Nato warplanes on a mission to bomb Belgrade accidentally hit the Chinese embassy, killing three journalists and nearly dragging them into the war on the Serbian side. Beijing did not believe the attack to be a mistake, so NATO found itself desperately scrabbling to make amends. The diplomatic crisis did not grow into a military one, but it did prolong the Kosovo conflict, causing no small extra friction with an angry China - whose citizens demonstrated in their droves.
Balkans: Bill Clinton gaffe mixes up Montenegro and Macedonia
Podgorica: Former US president Bill Clinton became a laughing stock in the Balkans this weekend after he confused Montenegro - his host - with Macedonia. Clinton made the gaffe during a speech in the Montenegro tourist resort of Budva by saying he was glad to be in Macedonia - another small Balkan country. "If its problems are confronted in the right way, the future of the region will be bright, “including the future of Macedonia whose beauties are breathtaking,†Clinton said. “Don’t blow it and God bless you,†he said, triggering guffaws of laughter among his audience. His gaffe sparked a wave of comments on media forums in Serbia and Montenegro, ridiculing him. “Poor man, he doesn’t even know where he was,†said one commentator. “He must be in love again,†said another commentator, referring to Clinton’s love affair with White House staffer Monica Lewinski. “Too bad he didn’t bring Monica.†“It’s shocking and sad to see what kind of people are ruling this world,†several commentators said. Clinton was honorary guest at the weekend at a meeting in Budva on Balkans problems and perspectives, organised by the government of Montenegro and a private business company the “Atlas groupâ€. The meeting marked the fifth anniversary of Montenegro's independence from state union with Serbia and participants paid up to one thousand euros to attend. Clinton received an honorary doctor’s degree from a private university in Montenegro. Clinton was the main driving force in 1999 NATO bombing of Serbia and Montenegro and animosities against him are still running high.
Unexploded NATO projectile discovered during reconstruction work in Serbia
Belgrade: Workers reconstructing a section of the Fiat automobile complex in the central Serbian city of Kragujevac discovered an unexploded projectile, dating from the NATO bombing of Serbia in 1999, Xinhua informs. The projectile was uncovered by a bulldozer operator, digging up a section of a parking lot near the entrance of one of the buildings in the original Zastava automobile complex. Fiat purchased the damaged and largely defunct company in 2010. Police cordoned off the area. According to Bojan Tomic, head of the Emergency Services in Kragujevac, an expert team is scheduled to arrive on Monday to identify the projectile and to determine how best to deactivate or dispose of the unexploded ordnance. During the NATO bombing campaign of Yugoslavia, the Zastava facilities were targeted on two separate occasions, unleashing more than 30 missiles. On the evening between April 8 and 9, 1999, the truck plant and the auto assembly facility sustained significant damage. On Easter, a few days later, the forge, paint shop, an administrative building and tool crib storage facility were completely destroyed.
We want Western Balkan states integrated into Euro-Atlantic structures: NATO chief
Desislava Antova
Sofia: "We all would like to see Western Balkan states completely integrated into the Euro-Atlantic structures. I think the recent arrest of Ratko Mladic is a very important step," NATO Secretary General Anders Fogh Rasmussen said after meeting with Bulgarian President Georgi Parvanov in Sofia, FOCUS News Agency reported. “First, his arrest sends a very clear message that war crimes are punished sooner or later and second, which is not less important, the arrest removes a very important hurdle on Serbia’s path to the European Union and NATO membership,†said Rasmussen. “I want to see a stronger and more reinforced cooperation between Serbia and NATO,†he said. He noted there could be skepticism about NATO in the Serbian society because of historical reasons. “I would like to send a very clear message to the Serbian people – your future is in a productive and mutually beneficial cooperation between Serbia on the one hand and the EU and NATO on the other, which might lead to full-fledged membership in both organizations. I can assure you we are friends of the Serbian people today. You must not suffer from the mistakes made in the past,†said NATO chief. “Thanks to the NATO intervention in the Balkans, the peoples of the Western Balkans can live in peace, security and stability. We managed to oust an autocratic system and assist the development of freedom and democracy. Now we call on you to try to use the maximum potential of the opportunities you have. You can do this by drawing closer to the EU and NATO. In this respect, I believe Bulgaria can play a constructive role in the region,†underlined Anders Fogh Rasmussen.
Russia against pressure on Balkan states to join NATO - Lavrov
Moscow: Russia is against external pressure on Balkan countries to join NATO, Foreign Minister Sergei Lavrov said on Thursday. Lavrov commented on a statement by NATO Secretary General Anders Fogh Rasmussen, who said on May 30 that all Balkan countries should join the alliance as they belong to the Euro-Atlantic structures. "We believe that the accession to a military, political or some other organization is a sovereign right, and there must be no artificial external influence on this sovereign choice," Lavrov said at a joint news conference with his Bulgarian counterpart Nikolai Mladenov in Moscow. Lavrov added that countries joining NATO automatically become members of the Russia-NATO Council, which operates on principles of indivisible security. "According to these principles, none of the Russia-NATO Council member states must ensure national security at the expense of the security of others. This is a key element of the European security process for us," he said. The Bulgarian foreign minister said, however, that all Balkan states should have the opportunity to join NATO. "It is of paramount importance that our Balkan neighbors become a part of the European security system and share economic opportunities created by the European Union," Mladenov said. The Balkan states include Albania, Bosnia and Herzegovina, Bulgaria, Croatia, Greece, Macedonia, Romania, Slovenia, Serbia and Montenegro. Greece joined NATO in 1952. Bulgaria, Romania and Slovenia became NATO members in 2004. Albania and Croatia joined NATO in April 2009, and in December 2009 Montenegro was granted a Membership Action Plan (MAP) status, which is designed to assist those countries that wish to join the alliance. NATO foreign ministers agreed in April this year to conditionally invite Bosnia and Herzegovina to join the MAP. The accession of Macedonia to NATO is pending since the 2008 Bucharest summit. NATO nations agreed that the country would receive an invitation upon resolution of the Macedonia naming dispute with Greece. Serbia claims that the membership in the NATO Partnership for Peace Program (PfP), which Serbia joined in December 2006, is "the proper scale" of its relations with the alliance.
Remorse after 12 years: Serbs, sorry for our crime
Former officer in the NATO force in Kosovo and Metohija, Christian Kas (Kristian Kahrs), has publicly asked forgiveness of the Serbian people because of the evil that they had been subjected to during and after the 1999 bombing.
At the crime scene ... Kas now lives in Belgrade and he is sorry for the injustices inflicted on the Serbs
Kas is the rank of Major 2000th The spent six months in Kosovo in the KFOR mission. - A month ago I saw the Serbs from Kosovo in a refugee camp near Resnik Crabs and then I realized how much we have caused harm to people here. More than ten years, I felt a collective responsibility because we did not defend the Serbs in Kosovo. However, after that visit the camp I felt a personal and moral responsibility since I was a senior officer in NATO. I want to publicly ask for forgiveness from the Serbian people. We were unable to protect them from the Albanians, we are totally failed in its mission. We are responsible for ethnic cleansing, under our supervision have been expelled more than 250,000 Serbs and other non-Albanians - began Kas story for the Press. Norway welcomed the start of the bombing of the military exercises of his army, and soon after he arrived in Kosovo. According to UN Resolution 1244, Kas was part of a mission that was supposed to protect minority populations from the persecution of Albanians. - In early January 2000. year I arrived in Kosovo. I stayed there for six months and I worked on the staff as an officer for notification. I was a spokesman for KFOR, and in my responsibilities was the official site of the mission. I watched closely to make big mistakes in the field. I watched as the force of law enforcement, as we are too busy on the role of liberators Albanians. We were too discouraged when we were allowed to transform the KLA into the Kosovo Protection Corps and then in Kosovo police.
Black Balance:
78 days time the bombing of Yugoslavia, from 24 March to 10 June 1999.
3,500 people killed
89 children killed
1031 member of the military and police killed
12,500 people injured
2,700 children were injured
19 countries participated in the aggression
2300 air attacks carried out
995 facilities attacked
1150 combat aircraft participated
420 000 projectiles were fired
Kas said he did not know much about Serbia before the arrival of the mission. He was shocked by some of the details that he has learned. - I was preparing to institute under the Ministry of Foreign Affairs of Norway. There I met a lot of scientists who knew the situation in the Balkans. He was a prominent opponent of the bombing, told me that the authorities in Kosovo holds the mafia, that organized crime is widespread. He told me that there are data that suggest that the Albanians were the main heroin dealers in Norway. Later I was convinced of the truth of it - says Kas. He remained as an officer of NATO in Kosovo by July 2000. year. After leaving military service he returned to Kosovo as a freelance journalist and remained there until February 2001. year. - I will never forget the 16th February 2001. year. Then the terrorist attack occurred on the bus "Nis Express" in Podujevo. The attack was carried out Florim Ejupi. Then killed 12 Serbs. I was only an hour and a half after the massacre, and I saw bodies of killed Serbs, including the body of a child. Then I decided to leave. I moved to Serbia, where they still live and work as a freelance journalist. I do not want to go back to Norway, I want to live in Serbia - ending his confession Christian Kas.
Serbia should preserve military neutrality – NATO membership issue to be decided by referendum only
It is in the lasting interest of Serbia to retain and reinforce military neutrality that was instituted by the decision of the National Assembly – is the key message of the participants in the Roundtable titled “Serbia and NATOâ€, held on the occasion of the 12th anniversary of launching of NATO aggression against Serbia (the FRY). NATO should not be ignored, but in mutual relations experiences from the past two decades must not be forgotten. NATO 1999 aggression was a crime against peace and humanity which marked Alliance’s turning point from a defensive into an offensive military block. NATO strategy aims at domination rather than democratization in international affairs. As demonstrated by all the aggressions and occupations committed so far, from the 1999 aggression on Serbia (the FRY), through Afghanistan, Iraq and nowadays Libya, these are but façade for taking control of energy and strategic minerals resources. NATO defends and tries to impose uni-polar world relationsin spite of global changes introducing multi-polar world order. These are some of the positions and views presented in addresses of the participants in this Roundtable.
The Partnership for Peace (the PfP) that Serbia joined in 2006, at the Riga Summit, is quite sufficient framework for the mutual Serbia - NATO. Tactics of a “crawling†joining the Alliance is quite unacceptable. Serbia’s membership to NATO would bring much more detriment and risks upon Serbia than benefits. The concept of a balanced foreign policy requires a balanced security policy that is inexistent at present – was a unanimous view of speakers and participants in hours-long discussion.
Relations between Serbia and NATO are a strategic issue of the utmost national importance. This is supported by independent surveys, which show that more than 70% of Serbian citizens are against Serbia’s membership to the Alliance. The state leadership is obliged to respect this position. If the issue of Serbia’s membership to NATO ever comes to the agenda, it can only be decided only by citizens of Serbia at referendum.
The venue for this Roundtable was the Ceremonial Hall of the Municipal Assembly of Novi Beograd City Hall, and it was attended by several hundred guests from the country and from abroad. Exhibition of photos and books depicting the consequences of the 1999 NATO aggression accompanied the round table.
The events have been jointly organized by the Belgrade Forum for a World of Equals, the Club of Generals and Admirals, and the War veterans association of Serbia.
The participants paid tribute to the victims of aggression, recalling that, during 78-day long, incessant bombing, over 3,500 people were killed and additional 12,000 wounded. They recalled that 89 children lost their lives of NATO bombes; the infrastructure, economy, and public services were devastated; the use of depleted uranium, cluster and graphite bombes, destruction of chemical factories inflicted indiscriminate long-lasting consequences to the population and environment.
The participants gave full support to the Report of Mr. Dick Marty and the ensuing Resolution of the Council of Europe to the effect of establishing the truth about human organs harvesting of Serbs from Kosovo and Metohija abducted and killed by the terrorist KLA. The participants demanded action and full contribution of relevant state bodies of Serbia. Serbia and Serbian media have a moral obligation to counter any attempt to water down this initiative of Dick Marty and the Council of Europe.
Among the participants of the Round table were Prof. Radovan Radinović, Vladislav Jovanović, Zivadin Jovanovic, Zoran Vujić(Assistant Minister of Foreign Affairs), Dr Stanislav Stojanović (Head of the Strategic Planning Department of the Minsitry of Defense), General Jovo Milanović, retired, Prof. Dr. Branko Krga, Prof. Dr. Peter Strutinski (Germany), Prof. ÄorÄ‘e Vukadinović (“New Serbian Political Thoughtâ€), Dr SrÄ‘a Trifković, (“Chronicleâ€, the USA), Prof. Miodrag ZeÄević, Milovan Drecun, and others.
This Roundtable was also attended by several foreign diplomats accredited in Serbia.
The papers of the speakers will be published as the Roundtable Report and also uploaded to the website of the Belgrade Forum for a World of Equals, at: (www.beoforum.rs).
Fin dalla partenza, e poi per tutto il viaggio in Croazia, Benedetto XVI ha ripetuto come un disco rotto uno dei suoi mantra preferiti, quello sulla sacralità della “vera” famiglia, contrapposta alle diaboliche coppie di fatto. Ciò ha relegato in secondo piano il fatto che, nella cattedrale di Zagabria, sia andato a pregare sulla tomba del cardinale Stepinac, beatificato di recente da Giovanni Paolo II.
Un grande “umanista”…
A Gian Guido Vecchi che gli chiedeva, per conto del “Corriere”, quale è « l’importanza della sua figura oggi», Benedetto ha risposto che Stepinac è « un grande pastore, un grande cristiano e così anche un uomo di un umanesimo esemplare» che dovendo vivere « in due dittature contrastanti ma entrambe antiumanistiche» (quella degli ustascia e quella di Tito) « ha lottato per la fede, per la presenza di Dio nel mondo, per il vero umanesimo», combattendo «due lotte diverse e contrastanti» E proprio questo ne fa un «grande esempio non solo per i croati ma per tutti noi» (4 giugno).
Senonché Stepinac, arcivescovo di Zagabria, non fu affatto un oppositore sia dei fascisti Ustascia, sia dei comunisti come vorrebbe far credere Benedetto, raccontando bugie a palate.
… o l’arcivescovo del genocidio?
«Stepinac», scrive Cosante Mulas Corraine (La verità sui fatti serbo- croati negli anni quaranta), «fu al fianco dei fascisti Ustascia fin dal primo momento (come ha dimostrato senz’ombra di dubbio V. Novak, Principium et Finis veritas), da quando, cioè, il 10 Aprile 1941 ebbe luogo l’occupazione tedesca di Zagabria insieme alla proclamazione dell’indipendenza della Croazia dal regno di Jugoslavia» con a capo Ante Pavelic, cattolico fanatico ricevuto e benedetto da Pio XII che il 26 giugno 1941 «accolse in pompa magna l’episcopato cattolico guidato da Stepinac, cui promise “dedizione e collaborazione in vista dello splendido futuro della nostra patria”». Ciò si tradusse nella ricattolicizzazione forzata della Croazia, condotta con l’appoggio dell’episcopato cattolico e dello stesso Stepinac instaurando un regime di terrore condannato perfino dai fascisti e dai nazisti.
Il 17 Febbraio 1942 il capo dei Servizi di Sicurezza scrisse al comando centrale delle SS: «È possibile calcolare a circa 300.000 il numero dei Pravoslavi uccisi o torturati sadicamente a morte dai Croati» (dagli archivi della Gestapo).
La complicità e la diretta partecipazione di Stepinac agli orrendi massacri commessi da Pavelic ai danni di ebrei, serbi e dello stesso clero ortodosso, è stata poi ampiamente documentata anche da Marco Aurelio Rivelli nel libro L’arcivescovo del genocidio, Kaos, 1999.
Da “ustascia” a “martire”
«Alojzije Stepinac», ricorda Sergio D’Afflitto recensendo nel 2005 questo libro, «ebbe un ruolo di primo piano nella creazione e nel consolidamento della dittatura ustaša e, successivamente, nel tentativo di evitare che la Croazia tornasse sotto il legittimo governo jugoslavo. Quello che i suoi agiografi tacciono accuratamente è che egli fu anche membro del parlamento e capo dei cappellani militari, decorato al merito con la massima onorificenza ustascia. Un antisemita al cubo, che arrivò a dichiarare: “ho fatto notare in Vaticano che le leggi ustaša varate contro il crimine dell’aborto giustificano le leggi contro gli ebrei, i quali sono in Croazia i più grandi difensori, i più frequenti esecutori di questo crimine”. Tanto coraggioso prima dell’arrivo di Tito quanto pusillanime dopo, una volta finito sotto processo per tradimento (in quanto formalmente cittadino jugoslavo che aveva cospirato contro la propria nazione): interrogato perché avesse accettato l’onorificenza, non si vergognò di rispondere che“se avessi rifiutato la massima onorificenza militare ustaša, sarebbero successe delle cose ancora più terribili… Noi abbiamo stabilito in modo chiaro i principî delle conversioni, gli ortodossi erano liberi e nello stato spirituale di convertirsi o meno”, senza rendersi conto della plateale contraddizione: infatti, il pubblico ministero gli contestò che non era pensabile che un uomo del suo rango non potesse rifiutare un’onorificenza per timore di cose terribili, laddove, a dire dello stesso Stepinac, perfino i serbi potevano liberamente scegliere senza conseguenze se diventare ortodossi o meno. Il vile Stepinac non rispose».
Nonostante questo fu condannato a una pena molto lieve e uscì dal carcere dopo qualche anno. Ma tanto bastò alla Chiesa, quella stessa che oggi lo rappresenta come un “umanista”, a esibirlo come “martire” e a farlo poi “beato” in vista di santificarlo quanto prima.
Andrà così ad aggiungersi a altri assassini, come Pio V, Pio IX o Carlo Borromeo, che la Chiesa ha elevato all’onore degli altari facendo carte false, nel vero senso della parola, cioè occultando e falsificando i dati storici – che sono ben diversi da quelli raccontati ai creduli fedeli da Benedetto XVI e da altri bugiardi della sua risma.
<< Il principe ereditario Alexandar Karadjordjevic, attuale padrone di casa, >> ha riaperto la sua reggia a Belgrado. Per decenni, Sua Maestà era stato tristemente messo fuori dalla porta e l'edificio era utilizzato solamente per le funzioni di rappresentanza della Presidenza della Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia. Finalmente << dai cambiamenti democratici del 2000 >> la reggia è << luogo di raduno delle persone più influenti di questo paese, con diversi ricevimenti per lo più di carattere umanitario >>, quale ad esempio la distribuzione di brioches agli ex operai della Zastava.
(Una originale iniziativa è stata annunciata per protestare contro il vertice della NATO che è stato provocatoriamente convocato a Belgrado nei prossimi giorni. All'inizio della conferenza e per tutti i giorni successivi, alle ore 19:30, la gente è invitata ad affacciarsi alle finestre e a far risuonare sirene simili all'antiaerea, per creare un effetto analogo a quello drammatico vissuto dalla gente comune nella primavera del 1999. La locandina dice: "i vostri proiettili andavano addosso ai nostri bambini".
Per altre informazioni sulla opposizione alla NATO in Serbia:
Aktivisti SKOJ-a su otpoÄeli kampanju protiv održavanja NATO konferencije u Beogradu u periodu od 13.-15. juna 2011 podrÅ¡kom akciji organizacije “Pokret za slobodu“ koja je sprovedena u Beogradu, 20. maja, ispred Ministarstva odbrane Republike Srbije uz uÄešće joÅ¡ nekoliko leviÄarskih organizacija. U okviru ove akcije bilo je planirano da se preda protestno pismo/zahtev ministru Å utanovcu sa ciljem da obrazloži graÄ‘anima Srbije motive i druge pojedinosti vezane za organizovanje NATO konferencije u Beogradu. ViÅ¡e nego ciniÄan i banalan je bio razlog za ne prihvtanje protestnog pisma u Ministarstvu odbrane. Naime, objaÅ¡njeno je da u ministarstvu ne postoji pisarnica te da zbog toga nije moguće prihvatiti to pismo i uruÄiti ga ministru. To jasno pokazuje ne smao antinarodnu orijentisanost vlasti u Srbiji, poglavito Ministarstva odbrane i njenog ministra (koji je ukupnu vojsku Srbije sveo na manje od 15.000, Å¡to je nedevoljno za odbranu jednog okruga u Srbiji, a kamoli Äitave zemlje), već i krajnju nedemokratiÄnost koja krasi vlast u Srbiji koja ne samo da ignoriÅ¡e stavove ljudi angažovanih u akciji protiv NATO konferencije, već i skoro 85% javnog mnjenja Srbije koje ima izrazito negativno miÅ¡ljenje o NATO-u. PodrÅ¡ka ovoj akciji od strane skojevaca dosledno predstavlja stav organizacije o nužnosti kreiranja Å¡to Å¡ireg mogućeg fronta u borbi protiv sramnog i licemernog pokuÅ¡aja vlasti u Srbiji da uvuku NATO u naÅ¡u državu i naÅ¡u državu u NATO. NATO ubice nikada neće biti dobrodoÅ¡le u Srbiji, a zahtev za otkazivanjem najavljene NATO konferencije predstavlja odbranu minimuma ljudskog, narodnog i nacionalnog dostojanstva graÄ‘ana Srbije. Zato će SKOJ aktivno nastaviti borbu sa ciljem otkazivanja NATO konferencije u Beogradu pozivajući najÅ¡ire narodne mase da ustanu protiv ove bezoÄne imperijalistiÄke sprdnje sa žrtvama NATO-a u Srbiji (sve i da nije bilo krvave agresije na SR Jugoslaviju 1999. naÅ¡a dužnost bi bila da uradimo sve da do NATO konferencije u Srbiji ne doÄ‘e), kao i solidarnost sa svim progresivnim ljudima u svetu koji žele da žive u svetu mira, solidarnosti i progresa – svetu bez NATO-a!
Ne u naše ime! Ne u našoj zemlji!
Zbog Äega Srbija ne treba da bude Älan NATO i zbog Äega je odluka o održavanju NATO samita u Beogradu sramna:
NATO je agresivna imperijalistiÄka organizacija koja zarad interesa krupnog kapitala gazi osnovna ljudska prava i prava naroda na samoopredeljenje. NATO zarad interesa krupnog kapitala gazi suverenitet i nezavisnost mnogih država i naroda u svetu. NATO je odgovoran za razbijanje SFRJ u kojoj su u miru i bratstvu živeli južnoslovenski narodi i nacionalne manjine. Razbijanje Jugoslavije NATO je sproveo izazvavÅ¡i i sponzoriÅ¡ući zajedno sa drugim imperijalistiÄkim organizacijama i državama bratoubilaÄke ratove koji su odneli brojne živote i izazvale uniÅ¡tenje materijalnih dobara. NATO je izvrÅ¡io zloÄinaÄku agresiju na SRJ koja je odnela brojne živote i uniÅ¡tenje materijalnih dobara. Epilog NATO agresije pored brojnih civilnih žrtava je i okupacija Kosova. Na Kosovu je izgraÄ‘ena najveća NATO baza na Balkanu koja za cilj ima dalje korake u porobljavanju balkanskih naroda i svih graÄ‘ana koji žive na Kosovu. Nakon NATO agresije na SRJ sproveden je neoliberalni ekonomski koncept u Srbiji koji je nazvan tranzicija a u stvari je bio legalna pljaÄka imovine koju je stvarala radniÄka klasa decenijama, a u interesu multinacionalnog kapitala za Äije interese se NATO i bori. Taj retrogradni proces je doveo do propadanja srpske ekonomije, prelazak privrednih preduzeća u ruke stranih i domaćih tajkuna. Stotine hiljada ljudi je ostalo bez posla a radni ljudi jedva sastavljaju kraj sa krajem zbog ekonomske sistemske krize koju su izazvale finansijske vrhuÅ¡ke najmoćnijih zemalja Älanica NATO. NATO je zloÄinaÄka imperijalistiÄka vojna ogranizacija koja je izvrÅ¡ila brojne nepravedne invazije na mnoge zemlje sveta. Poslednji u nizu tih ratova su oni u Avganistanu, Iraku i sada u Libiji. S obzirom na sve nabrojano a i na mnoge dobro poznate stvari o zloÄinaÄkim delima NATO imperijalista sasvim je jasno da Srbiji nije mesto u toj vojnoj alijansi. Ako bi se to ipak desilo, to bi bilo pogubno i za zemlju i za narod. Srbija i njeni vojnici bi postali deo imperijalistiÄke soldateske sa zadatkom da okupiraju slobodoljubive zemlje i narode. Tako neÅ¡to nikada nije bilo svojsveno narodu Srbije i ne treba da bude ni sada. Većina naroda u Srbiji je protiv ulaska u NATO i buržoaski politiÄari moraju da poÅ¡tuju volju naroda. Ako bi Srbija postala deo NATO srpski vojnici Å¡irom sveta bi ginuli za interese multinacionalnog kapitala, istog onog koji je uniÅ¡tio SFRJ, izvrÅ¡io agresiju na SRJ i okupirao Kosovo. TakoÄ‘e, Srbija bi postala omražena meÄ‘u slobodoljubivim zemljama i narodima u svetu a naÅ¡la bi se na udaru raznih teroristiÄkih organizacija koje se iz sopstvenih razloga sukobljavaju sa NATO. NiÅ¡ta od toga graÄ‘anima ne treba, pa im tako ne treba ni samit NATO u Beogradu. Zadatak svih progresivnih i antiimperijalistiÄkih snaga je da se ujedine i da jasno poruÄe i Vladi Srbije i NATO, Srbiji ne treba NATO- NATO napolje iz Srbije.
Ne NATO samitu u Beogradu! Ne ulasku Srbije u NATO! NATO napolje iz Srbije!
Protest protiv NATO konferencije u Beogradu 13-15. juna
Pozivamo vas da nam se pridružite u protestu protiv namere vlasti da Srbiju prikljuÄi NATO alijansi - namere kojoj se protivi ogromna većina stanovniÅ¡tva. Ministar odbrane Dragan Å utanovac najavio je da će se 13-15. juna održati NATO konferencija u Beogradu koja će za cilj imati razgovor o budućim aktivnostima NATO-a. Pozivamo sve slobodarske organizacije, iz zemlje i inostranstva, da udruženim snagama pružimo otpor održavanju ove konferencije. Udružimo se u borbi protiv prisiljavanja Srbije da se prikljuÄi vojnom savezu koji Äini zloÄine Å¡irom sveta zarad imperijalistiÄkih interesa.
Pre samo dvanaest godina naÅ¡i gradovi bili su bombardovani, a civilne žrtve zavedene kao kolateralna Å¡teta. Uprkos mogućnosti da se konflikt na Kosovu razreÅ¡i na miran naÄin, od Srbije je tokom pregovora u Rambujeu zahtevano da prihvati prisustvo stranih vojnih trupa na svojoj teritoriji - Å¡to je znaÄilo pristati na vojnu okupaciju. Postavljajući uslove na koje ne bi pristala nijedna slobodna zemlja, predstavnici NATO-a sabotirali su mogućnost mirnog razreÅ¡enja konflikta izmeÄ‘u Srba i Albanaca – i tako sebi dali zeleno svetlo za poÄetak bombardovanja. U tom konfliktu nijedna od sukobljenih strana nije bila nevina, ali nijedna nije zaslužila ni tako brutalnu odmazdu usmerenu najpre prema civilnom stanovniÅ¡tvu. Nedavno otkriće da je OVK bila umeÅ¡ana u trgovinu ljudskim organima razbilo je dugogodiÅ¡nji mit o postojanju nevine strane u kosovskom sukobu. Kada im je to odgovaralo, Sjedinjene AmeriÄke Države skinule su OVK sa sopstvene liste teroristiÄkih organizacija i proglasile ih borcima za slobodu, iako se radilo o jednoj nacionalistiÄkoj i nehumanoj organizaciji.
U intervenciji NATO protiv bivÅ¡e SR Jugoslavije poginulo je oko 3.500 ljudi, dok je oko 10.000 ranjeno i povreÄ‘eno. Bez odluke Saveta bezbednosti Ujedinjenih Nacija, vazduÅ¡ni napadi trajali su skoro tri meseca. UniÅ¡tavani su ne samo vojni ciljevi, već i energetska postrojenja, mostovi, vozovi, itd. NATO alijansa koristila je i zabranjeno naoružanje – 36.000 ''kasetnih bombi'' i 15 tona municije sa radioaktivnim primesama, kojom je bombardovano ukupno 112 lokacija. Materijalna Å¡teta se procenjuje izmeÄ‘u 30 i 100 milijardi dolara. Bombardovane su izbegliÄke kolone, spomenici kulture, bolnice, rafinerije, zgrada nacionalne televizije, itd.
Pretpostavljamo da je jedan od ciljeva bombardovanja Jugoslavije bio dokazati da se primenom vojnih sredstava mogu ostvariti politiÄki ciljevi. PustoÅ¡enjem Jugoslavije inaugurisan je koncept borbe za ljudska prava koji ne preza ni od uspostavljanja sve većeg broja kriznih žariÅ¡ta ni od upotrebe oružja od kojeg će stradati najpre civili. Sledećih godina smo na Bliskom Istoku, u Avganistanu, kao i nedavno u Libiji, videli tragiÄan ishod takvog uverenja – bezbroj nedužnih ljudi stradalo je kako bi Sjedinjene AmeriÄke Države nekom nametnule ''demokratiju''. I samo bombardovanje Srbije moglo bi se smatrati uspehom u borbi za ljudska prava; pod uslovom da se kao legitimno prihvati proterivanje stotina hiljada ne-Albanaca po dolasku NATO trupa na Kosovo. I danas se osobe izbegle sa Kosova, prema Sporazumu o readmisiji, iz inostranstva proteruju u Srbiju, jer im na Kosovu niko ne garantuje bezbednost. Na koji naÄin su onda postignuti humani ciljevi proklamovani pre bombardovanja!?
Verujemo da je NATO izvor nestabilnosti i konflikta, a ne stabilnosti i razumevanja meÄ‘u narodima. Za ovu destruktivnu alijansu Äitav svet je samo pozornica za sprovoÄ‘enje vojnih akcija - dovoljno je neprijatelja optužiti za podrÅ¡ku ''meÄ‘unarodnom terorizmu'', ili nameru pružanja takve podrÅ¡ke, i snažna medijska kampanja već će se postarati da opravda svaku intervenciju. Smatramo da je NATO instrument represije bogatih zemalja nad siromaÅ¡nima - instrument koji siromaÅ¡ne treba da drži u pokornosti zarad eksploatacije prirodnih resursa i jeftine radne snage. Cilj NATO-a je proizvodnja kontinuiranog rata, ostvarivanje dominacije nad znaÄajnim geostrateÅ¡kim taÄkama, i uniÅ¡tenje lokalnih pokreta otpora – Å¡to je sve praćeno neprestanom propagandnom koja za cilj ima opravdanje njegovog postojanja. NATO je Äinilac povećavanja nejednakosti pod parolom borbe za demokratiju i ljudska prava. On pospeÅ¡uje implementaciju neoliberalnog ekonomskog poretka koji, izmeÄ‘u ostalog, podrazumeva degradaciju steÄenih radniÄkih prava, sve veće klasno raslojavanje, dominaciju korporativnih interesa, itd. Uloga NATO-a je i u održavanju druÅ¡tveno-ekonomskih uslova u sadaÅ¡njem stanju koje nije nimalo povoljno za obiÄne ljude osiromaÅ¡ene u procesu deindustrijalizacije i pada životnog standarda.
Vodeće Älanice NATO-a svojim delovanjem opstruiÅ¡u Ujedinjene Nacije - jedinu meÄ‘unarodnu organizaciju koja bi mogla imati legitiman mehanizam meÄ‘unarodnog delovanja. Vodeća Älanica NATO-a – Sjedinjene AmeriÄke Države – poznata je po dugoj tradiciji zloupotrebe ljudskih prava kao sredstva za ideoloÅ¡ko i politiÄko ratovanje. NATO se, uostalom, angažuje u reÅ¡avanju konflikata jedino ukoliko u tome nalazi neki interes. Nasilje politiÄki podobnih diktatora po pravilu ne nailazi ni na kakav otpor. Poznata je Ruzveltova opaska na raÄun nikaragvanskog diktatora Somoze: ''On je možda kuÄkin sin, ali je naÅ¡ kuÄkin sin''. Progon Kurda u Turskoj i okupacija dela Kipra, kao i podrÅ¡ka vojnim diktaturama u Južnoj Americi od 50-ih do 80-ih, pokazuje da je NATO neprincipijelna organizacija koja ne drži do ljudskih prava već do interesa svojih najmoćnijih Älanica.
OportunistiÄka opravdanja za pristupanje NATO paktu neadekvatna su – i uglavnom su deo propagande interesnih grupa i plaćenih lobista:
- Države Älanice NATO-a možda imaju demokratske principe za kućnu upotrebu, ali u odnosu prema drugim zemljama njihove vojne akcije su nedemokratske: one potkopavaju legitimne meÄ‘unarodne institucije i sprovode se samo zarad osvajanja sirovina, tržiÅ¡ta, resursa, energenata, i radne snage, kao i zarad kontrole stabilnosti ovih faktora. MeÄ‘utim, i argument o demokratiÄnosti Älanica NATO-a otpada kad se prisetimo da se meÄ‘u osnivaÄima NATO-a naÅ¡ao Portugal, pod tadaÅ¡njim diktatorskim režimom. Turska, joÅ¡ jedna Älanica NATO-a, daleko je Äak i od privida demokratije kakav imaju zapadne države.
- Argument o potrebi pristupanja NATO-u da bi Srbija bila primljena u EU, neubedljiv je koliko i argument da treba dozvoliti uzgajenje Genetski modifikovane hrane kako bismo bili primljeni u Svetsku trgovinsku organizaciju. Radi se o propagandnom triku NATO lobista koji nije potkrepljen nikakvim Äinjenicama. Finska, Å vedska, Austrija, Malta, Kipar i Irska Älanice su EU a nisu Älanice NATO-a, dok je NorveÅ¡ka Älanica NATO-a a odbija da pristupi EU.
- NATO je potpuno neefikasan u spasavanju ugroženih civila. U Libiji je u viÅ¡e navrata NATO bombardovao sopstvene saveznike – pobunjeniÄke snage (verovatno kako bi uniÅ¡tio potencijalni otpor koji bi se javio po svrgavanju Gadafija). U Jugoslaviji je poÄetkom NATO bombardovanja konflikt samo joÅ¡ viÅ¡e eskalirao – tokom bombardovanja albanski civili bili su proterani na makedonsku granicu a nakon bombardovanja ne-albanski civili su proterani sa Kosova uprkos bezbednosnim snagama NATO-a stacioniranim na kopnu.
- Argument da pristupanje NATO-u pojeftinjuje odbrambene potrebe jedne države proizilazi iz raÄunice koja uzima u obzir najkatastrofalniji scenario. Umesto da se razgovara o demilitarizaciji, meÄ‘usobno kontrolisanom razoružavanju i smirivanju konflikta, NATO potpiruje paranoiÄne vizije budućnosti u kojima se podrazumeva da će preživeti samo oni koji se naÄ‘u pod njegovim okriljem.
- OdluÄivanje unutar NATO-a nije nimalo demokratsko već je uslovljeno snagom pojedinih Älanica. One zemlje koje ekonomski zavise od drugih, mogu samo da podrže predloge vodećih Älanica – i to, po mogućstvu, dobrovoljno. Prilikom odluÄivanja vrÅ¡e se u pozadini jaki pritisci na Älanice kako bi se usvojila predložena agenda. ÄŒlanstvo u savezu, dakle, podrazumeva ograniÄenu a ne punu ravnopravnost. Postoje brojni mehanizmi da se zaobiÄ‘e formalni princip odluÄivanja konsenzusom a sve je veće nastojanje da se ograniÄi pravo veta, kako nove Älanice ne bi mogle da otežavaju donoÅ¡enje odluka. O tome najbolje svedoÄi izjava Nikolasa Brnsa (predstavnika SAD-a u NATO-u): ''O velikim politiÄkim pitanjima se sasvim sigurno neće odluÄivati u Savetu NATO-a''. Osim toga, izjava Medlin Olbrajt: ''Delovaćemo multilateralno (zajedniÄki), ako je to moguće i unilateralno (jednostrano) ako je to neophodno'', najbolje oslikava stav da će miÅ¡ljenje drugih Älanica biti ignorisano ukoliko se ne poklapa sa stavom SAD-a.
-Tokom devedesetih vojna proizvodnja Älanica NATO saÄinjavala je 80% ukupne svetske vojne proizvodnje – tolika industrija zahteva i tržiÅ¡te na kojem bi se roba plasirala i upotrebljavala – pa u tome treba tražiti razlog opstanka NATO i nakon okonÄanja Hladnog rata. NATO ustvari Äini sve kako bi produbio i produžio krize naizgled podržavajući ideju smirivanja sukoba i zaÅ¡titu civila. Drugi razlog je potreba SAD-a da oÄuva dominaciju u evropskim i svetskim odnosima – odnosno odbrana ekonomsko-politiÄke nadmoći zapadnih zemalja.
-ÄŒlanice NATO su i nuklearne sile Å¡to povećava mogućnost strateÅ¡kog rasporeÄ‘ivanja nuklearnog oružja i na teritoriju novih Älanica. Pored povećanja rizika od nuklearnog rata, povećava se i mogućnost da se nuklearna odmazda sprovede nad potÄinjenim Älanicama NATO-a. Nova politika NATO propisuje Äak i delovanje nuklearnim oružjem u preventivne svrhe – za te svrhe u planu je bio rad na razvoju manjih nukelarnih bombi namenjenih za preciznu upotrebu na ograniÄenom prostoru.
U susednoj Hrvatskoj ispitivanja javnog mnjena pokazala su da 70% stanovniÅ¡tva smatra da se o ulasku u NATO treba odluÄivati putem referenduma. Istovremeno, 124.000 stanovnika potpisalo je zahtev za raspisivanjem referenduma, iako su organizatori inicijative bili suoÄeni s potpunim medijskim ćutanjem, kao i sa nedostatkom novca i resursa. Uprkos tome, Hrvatska je postala Älanica NATO-a bez ikakve ozbiljne javne rasprave. U Crnoj Gori, takoÄ‘e, vlast je ta koja trenutno ulaže ogromna sredstva da bi promovisala prikljuÄivanje NATO alijansi. Njihova delatnost je u skladu sa preporukama iz NATO-a da je raspisivanje referenduma nepotrebno, kao i zahtevom da potencijalne Älanice poprave stav javnosti prema savezu. Janezu DrnovÅ¡eku, premijeru a zatim predsedniku Slovenije, predstavnici SAD-a poruÄili su da NATO želi posluÅ¡ne Älanice koje ne stvaraju politiÄke probleme (Delo, 2002). U Srbiji ministar Å utanovac smatra da o tako važnom pitanju ne treba davati narodu da odluÄuje, jer, po onome Å¡to je izjavio, narod ne razume reformiste kao Å¡to su on i svojevremeno Vuk Karadžić.
Delegati NATO Älanica će 13-15. juna u Beogradu odluÄivati o budućim aktivnostima NATO alijanse. Smatramo da je jedina budućnost koju NATO treba da ima - momentalna obustava svih aktivnosti, a zatim rasformiranje te nelegitimne i genocidne alijanse.
Some pictures of brand new guns and other arms in the posession of Libyan "revolutionaries". All of these arms were manufactured in NATO lands and in Libyan military magasines is not possible to find munitions for them. More pictures with commentary in Russian at http://nstarikov.ru/blog/8569
“Il nostro uomo a Tripoli” – i terroristi islamici si uniscono all’opposizione democratica della Libia Prof. Michel Chossudovsky - Global Research, 3 aprile 2011
Washington funnels confiscated Libyan assets to "rebel" leadership The illegality of the Obama administration's moves to use Libya's national wealth to keep the so-called rebel leadership afloat underscores the colonial character of the US-NATO war to oust Muammar Gaddafi...
We are now in the 84th day of the bombing campaign that the United Nations Security Council authorized to enforce a no-fly zone over Libya in a bid to protect civilians from Moammar Gadhafi’s forces. In a bizarre development, the North Atlantic Treaty Organization has said it will extend the campaign for 90 days, surely a first in the history of war when one side “extends the contract” for a set period. This presumably occurred because NATO’s strategy is still based on the flimsy hope that Colonel Gadhafi will see the error of his ways and capitulate before his surroundings and his supporters are bombed back to the Stone Age.
NATO’s obsession with its strategy of hope was tried once before in 1999, with the bombing of Serbia and the breakaway province of Kosovo. A myth that the 78-day bombing campaign persuaded Serbian leader Slobodan Milosevic to withdraw his forces from Kosovo continues to grow despite overwhelming facts to the contrary.
Before that war – and contributing to its start – the international community gathered in Rambouillet, France, and, on March 18, 1999, produced an accord that spelled out a peace plan to deal with the armed insurrection by the Kosovo Liberation Army (designated at the time by the CIA as a terrorist organization).
Unfortunately – but intentionally – the accord contained two poison pills that Mr. Milosevic could never accept, making war or at least the allied bombing of a sovereign state inevitable. The first pill demanded that NATO have freedom of movement throughout the entire land, sea and airspace of the former Federal Republic of Yugoslavia. In other words, NATO would have the right to park its tanks around Mr. Milosevic’s downtown office in Belgrade. The other pill required that a referendum be held within three years to determine the will of those citizens living in Kosovo regarding independence. The fact that Kosovo’s population was overwhelmingly Albanian Muslim guaranteed that the outcome of any such referendum would be a vote for independence and the loss of the Serbian nation’s historic heart.
Mr. Milosevic refused to sign the accord, and NATO began bombing Serbia on March 24, 1999, without a Security Council resolution, citing a “humanitarian emergency” – a decision still widely challenged by many international legal scholars. NATO said it would take only a few days of bombing to persuade Mr. Milosevic to withdraw his forces from Kosovo.
As the weeks dragged on, NATO’s strategy of hope appeared to be in serious trouble. Its aircraft, incapable of destroying to any significant degree the Serbian military’s personnel and equipment, had turned to bombing fixed infrastructure: bridges, roads, factories, refineries, TV stations. As in all wars conducted from thousands of feet above the target, mistakes were made and civilians were killed. In one town I visited during the campaign, a medical clinic and a 10-storey apartment building had been demolished, with no “legitimate” targets anywhere to be seen.
With no indication that Mr. Milosevic was going to give in, diplomacy was given a long overdue chance. Led by Russian envoy Vitaly Churkin, Mr. Milosevic was told that, if he withdrew from Kosovo, the two poison pills would be removed from the Rambouillet accord. Within days, Mr. Milosevic agreed.
Myth buster: Diplomacy, not bombing, played the key role in bringing a punitive bombing campaign based on hope to an end.
The same solution should be pursued in the case of Libya. The main obstacle is the rebel leadership. The UN envoy to Libya has requested that the rebels call for a ceasefire, but they have steadfastly refused to do so until Col. Gadhafi is gone. NATO leaders are no longer demanding Col. Gadhafi’s removal as a prerequisite for stopping the bombing. So where do the rebels get off refusing to accede to a request from the very organization that authorized the bombing in the first place? They should be told in no uncertain terms that, if they’re not prepared to negotiate with Col. Gadhafi’s representatives, NATO’s support in the air and at sea will cease.
Retired major-general Lewis MacKenzie was the first commander of UN peacekeeping forces in Sarajevo.
NATO Says It Is Broadening Attacks on Libya Targets
Thom Shanker
WASHINGTON: NATO planners say the allies are stepping up attacks on palaces, headquarters, communications centers and other prominent institutions supporting the Libyan government, a shift of targets that is intended to weaken Col. Muammar el-Qaddafi’s grip on power and frustrate his forces in the field.
Officials in Europe and in Washington said that the strikes were meant to reduce the government’s ability...link by link, the command, communications and supply chains required for sustaining military operations.
The broadening of the alliance’s targets comes at a time when the rebels and the government in Libya have been consolidating their positions along more static front lines, raising concerns of a prolonged stalemate....
Strikes on significant bulwarks of Colonel Qaddafi’s power over recent days included bombing his residential compound in the heart of the capital, Tripoli — an array of bunkers that are also home to administrative offices and a military command post — as well as knocking state television briefly off the air.
(...)
Senior officers who served in NATO’s previous air war, fought in 1999...said that the current air campaign over Libya drew on lessons from Kosovo.
Gen. John P. Jumper, who commanded United States Air Force units in Europe during the Kosovo campaign, recalled that allied “air power was getting its paper graded on the number of tanks killed” — even though taking out armored vehicles one by one was never going to halt “ethnic cleansing.”
So NATO began to hit high-profile institutional targets in Belgrade, the Serbian capital, instead of forces in the field. While they were legitimate military targets, General Jumper said, destroying them also had the effect of undermining popular support for the Serbian leader, Slobodan Milosevic.
“It was when we went in and began to disturb important and symbolic sites in Belgrade, and began to bring to a halt the middle-class life in Belgrade, that Milosevic’s own people began to turn on him,” General Jumper said. “They began to question why the whole thing in Kosovo was going on, because it was ruining the country.”
The New York Times, the Washington Post and other corporate news sources are now openly admitting that the opposition forces fighting the Libyan government are supported and coordinated by the U.S. Central Intelligence Agency and Britain’s MI6 with in-country special forces.
President Barack Obama in March signed an order dispatching CIA operatives to identify targets for bombing and to vet potential leaders within the rebel forces in the event of toppling the Libyan government.
Al Jazeera says in a recent article that both U.S. and Egyptian Special Forces are providing training to the rebel groups at a secret facility in eastern Libya. This adds greater clarity to the insistence on the part of the Obama administration that the current leader of Libya, Moammar Gadhafi, be forced from office. The U.S. wants a compliant regime in control of this oil-rich North African state of more than 6 million people.
Egypt’s military receives in excess of $1.5 billion a year from the U.S. for training, equipment and cooperation with Washington. An unidentified rebel fighter described being trained in military techniques by U.S. and Egyptian military forces.
“He told us that Thursday night (March 31) a new shipment of Katyusha rockets had been sent into eastern Libya from Egypt. He didn’t say they were sourced from Egypt, but that was their route through. He said these were state-of-the-art, heat-seeking rockets and that they need to be trained on how to use them, which was one of the things the American and Egyptian special forces were there to do.” (Al Jazeera, April 4)
The fact that the rebel forces are receiving arms and training from U.S., British and Egyptian intelligence and military units illustrates the hypocrisy of the naval blockade being imposed on Libya, under the guise of an arms embargo. The only arms embargo is against the Libyan government, while the imperialist states and their allies in the region are free to provide air and sea support for the rebels.
While Al Jazeera has been supportive of the military and political campaign against the Libyan government, it was forced to admit on April 4 that “since the rebels appear to be receiving covert support in terms of weaponry and training, it is not surprising that they are not inclined to criticize NATO openly.”
U.S. cover story falls apart
The Obama administration claims it does not know who the so-called “rebels” are in Libya. But Khalifa Haftar, officially appointed leader of the military campaign against the Libyan government, has for many years been financed and supported by the CIA. For two decades he lived in Virginia near CIA headquarters in Langley.
A report by the right-wing Jamestown Foundation declares, “Today as Colonel Haftar finally returns to the battlefields of North Africa with the objective of toppling Gadhafi ... he may stand as the best liaison for the United States and allied NATO forces in dealing with Libya’s unruly rebels.”
This same study revealed that Haftar played an important role in June 1998 in establishing the so-called Libyan National Army, the military wing of the National Front for the Salvation of Libya “with strong backing from the Central Intelligence Agency.” Not only did the CIA set up the LNA but it also created a training camp in Virginia where members of the group were taught counterinsurgency and destabilization tactics by the U.S. government.
The Nation magazine, in an April 3 article entitled, “The CIA, the Libyan rebellion, and the president,” concludes, “An event that Americans were led to believe was an autonomous rising on the model of Egypt turns out to have been deeply compromised from the start, and compromised by American meddling. All the external parties are in Libya for different reasons. Things could not have gotten this far without the CIA.”
The CIA and Africa
While the first clandestine operations of the CIA were directed against leftists in Europe after World War II, it soon focused on weakening oppressed nations, national liberation movements and socialist states. In 1953, the CIA engineered a coup against Mohammad Mossadegh, the elected leader of Iran, who had tried to nationalize the oil industry for the benefit of the people. He was replaced by the Shah, a U.S. puppet, who was finally overthrown in 1979.
The CIA was behind the 1954 overthrow of the progressive Arbenz government of Guatemala. In Cuba in 1961, CIA-trained exile forces landed at the Bay of Pigs in an attempt to topple the revolutionary government of Fidel Castro.
In 1966, the CIA was behind the destabilization and overthrow of the Pan-African and socialist-oriented government of President Kwame Nkrumah in Ghana. Nkrumah had supported national liberation movements throughout Africa and the world and formed close relations with the Soviet Union, China, Cuba and Yugoslavia.
In 1975, the CIA attempted to prevent the consolidation of national independence in the oil-rich Southern African nation of Angola. Agency operatives aided the racist South African Defense Forces and the counterrevolutionary UNITA and FNLA movements. Angola finally was liberated in 1994.
Importance of anti-imperialist perspective
An important role of the CIA has been to foster chaos in order to destabilize and overthrow governments in countries where U.S. imperialism wanted to intervene to protect its strategic interests. Thus it has a long track record of fomenting disinformation and psychological warfare.
The corporate media are always ready to build public support for U.S. imperialist aims and objectives, both domestically and internationally. As Washington sends the CIA, stealth bombers and “Tomahawk” missiles to engineer regime change in Libya, the media have framed this as an act of humanitarian relief designed to protect civilians. They have little to say when Libyans die and property is destroyed.
It is the duty of the anti-war and peace movements in the U.S. and throughout the Western industrialized countries to expose the role of the CIA and other intelligence services and uphold the right of oppressed, post-colonial and revolutionary governments to self-determination and sovereignty.
Any other approach strengthens the imperialists and their intelligence and military apparatuses. It only delays the struggle for international solidarity of the workers and oppressed inside the U.S. and around the world.
Articles copyright 1995-2011 Workers World. Verbatim copying and distribution of this entire article is permitted in any medium without royalty provided this notice is preserved.
NATO is discussing the deployment of multinational forces in Libya, said Admiral James Stavridis, NATO’s supreme allied commander for Europe while testifying before the Senate Armed Services Committee. These forces will be under NATO command and will operate as they did in Bosnia-Herzegovina and Kosovo. The statement by Admiral Stavridis shifts the possible development in Libya onto a new level. It seems that the U.S. and NATO do not consider rendering assistance to the opposition groups in ousting the Libyan leader Muammar Gaddafi as a priority. The Admiral believes that, clearly, there is a wide range of possibilities organizing a mission for stabilizing the situation in Libya under the aegis of NATO. The West no longer considers the opposition groups as a means to oust Gaddafi for several reasons. Firstly, the opposition groups are very weak and divided. Secondly, according to Admiral Stavridis, al-Qaeda terrorists and pro-Iranian Hezbolla militants are among the rebels. In an interview with the NBC, President Barack Obama indirectly admitted this. He emphasized that there is no guarantee that there are no people who are unfriendly towards the U.S. and its interests among the rebels. However, that the U.S. and NATO plan to carry out the operation in Libya in line with that of the Kosovo scenario has nothing to do with the state of affairs in the rebel camp. A deployment of multinational forces on a long-term basis under the aegis of NATO paves the way for Brussels to bypass the only restriction imposed by the UN Security Council on an operation in Libya. Resolution 1973 stipulates the use of all measures against the Gaddafi regime, except an occupation. The transition of the ongoing aerial operation to a multinational mission means, as shown by the Kosovo experience, a shift to an occupation under the peacekeeping slogans. Similar scenarios have been staged by the U.S., Britain and other Western countries also in Afghanistan and Iraq. "Their military presence remains despite of restrictions imposed by the U.N.," says Alexander Karasev, an expert at the Institute of Slavic Studies in an interview with our correspondent: “The discussion of problems at the UN Security Council is aimed at finding a decision that will satisfy the international community and at the same time the interested parties. However, the latest developments show that the Western powers have lately learned to bypass formal restrictions imposed on them by the UN Charter and UN Security Council decisions. An allegedly humanitarian intervention by NATO against Yugoslavia in 1999 ended with the deployment of NATO forces in Kosovo and the setting up of the largest U.S. base Bondsteel Camp in the province. The U.S. and NATO may repeat this scenario in Libya,” Alexander Karasev said. Speaking at the National Defence University, Barack Obama said that "we should not afraid to use our military swiftly and decisively, also unilaterally when there is a need to defend our people, our country, our allies and our innermost interests." Commenting on the speech, an expert at the Centre for Strategic and International Studies in Washington, Stephen Flanagan, emphasized that the President’s speech had reminded him of the one that President Clinton gave during the Kosovo crisis explaining the reasons that led to the launch of the NATO operation in Yugoslavia. Both presidents emphasized the need for defending the American “innermost and other interests and values that were threatened”. It’s unclear whether all this has anything to do with humanitarian aims and interests of the Libyan people as stated in by the authors of the UN resolution.
Russia, China and India have joined the African Union and the Arab League in denouncing the Western-led attack on Libya as disproportionate and indiscriminate. Indeed, reports speak about mounting civilian casualties in the offensive. At least 65 Libyan civilians are known dead and more than 150 wounded or injured. One earlier victim of such attacks is Serbia, where NATO warplanes hit the Chinese Embassy in Belgrade and a passenger train during the bombing campaign of 1999. Dr George Vukadinovic is a political analyst in Belgrade: "Similarly to the 1999 NATO campaign over Kosovo, the offensive in Libya is fraught with unpredictable political and economic consequences for Europe and the Mediterranean. I believe the European Union showed poor judgment in joining the Libya attack. The Libya resolution of the UN Security Council was the result of haste and unilateral pressure on the members. In the vote on the resolution, the much-hyped European unanimity on major issues showed cracks, with Germany abstaining." We have a similar opinion from another Serbian analyst, Dr Gostemir Popovic: "The attack on Libya is a unilateral action led by the United States. Dubbing Gaddafi an aggressor is part of American efforts to justify this war. It has nothing to do with the truth, because it is the attacking force that is killing Libyan civilians and destroying their once prosperous country. This war blatantly flouts international agreements. It must be stopped, and its masterminds brought to international justice. If this is not done, the entire Mediterranean may degenerate into unfettered violence. In 1999, the United States was after separating Kosovo. This time, it appears to be after splitting Libya. The pattern is the same, as is the puppet master behind the scenes." The anti-Gaddafi coalition claims to have already knocked out 20 of Libya’s 22 air defence installations. It says this improves security for Libyan civilians and creates conditions for bringing aid to them. Gaddafi, meantime, stays defiant and pledges everything in his power to defeat what he calls a Western aggression against his country. Civilian volunteers on the Gaddafi side are welcome to take up arms and join a popular militia. Gaddafi hopes this force can grow to at least one million within the coming days.
The Libyan National Council, the Benghazi-based group that speaks for the rebel forces fighting the Gaddafi regime, has appointed a long-time CIA collaborator to head its military operations. The selection of Khalifa Hifter, a former colonel in the Libyan army, was reported by McClatchy Newspapers Thursday and the new military chief was interviewed by a correspondent for ABC News on Sunday night.
Hifter’s arrival in Benghazi was first reported by Al Jazeera on March 14, followed by a flattering portrait in the virulently pro-war British tabloid theDaily Mail on March 19. The Daily Mail described Hifter as one of the “two military stars of the revolution” who “had recently returned from exile in America to lend the rebel ground forces some tactical coherence.” The newspaper did not refer to his CIA connections.
McClatchy Newspapers published a profile of Hifter on Sunday. Headlined “New Rebel Leader Spent Much of Past 20 years in Suburban Virginia,” the article notes that he was once a top commander for the Gaddafi regime, until “a disastrous military adventure in Chad in the late 1980s.”
Hifter then went over to the anti-Gaddafi opposition, eventually emigrating to the United States, where he lived until two weeks ago when he returned to Libya to take command in Benghazi.
The McClatchy profile concluded, “Since coming to the United States in the early 1990s, Hifter lived in suburban Virginia outside Washington, DC.” It cited a friend who “said he was unsure exactly what Hifter did to support himself, and that Hifter primarily focused on helping his large family.”
To those who can read between the lines, this profile is a thinly disguised indication of Hifter’s role as a CIA operative. How else does a high-ranking former Libyan military commander enter the United States in the early 1990s, only a few years after the Lockerbie bombing, and then settle near the US capital, except with the permission and active assistance of US intelligence agencies? Hifter actually lived in Vienna, Virginia, about five miles from CIA headquarters in Langley, for two decades.
The agency was very familiar with Hifter’s military and political work. AWashington Post report of March 26, 1996 describes an armed rebellion against Gaddafi in Libya and uses a variant spelling of his name. The article cites witnesses to the rebellion who report that “its leader is Col. Khalifa Haftar, of a contra-style group based in the United States called the Libyan National Army.”
The comparison is to the “contra” terrorist forces financed and armed by the US government in the 1980s against the Sandinista government in Nicaragua. The Iran-Contra scandal, which rocked the Reagan administration in 1986-87, involved the exposure of illegal US arms sales to Iran, with the proceeds used to finance the contras in defiance of a congressional ban. Congressional Democrats covered up the scandal and rejected calls to impeach Reagan for sponsoring the flagrantly illegal activities of a cabal of former intelligence operatives and White House aides.
A 2001 book, Manipulations africaines, published by Le Monde diplomatique, traces the CIA connection even further back, to 1987, reporting that Hifter, then a colonel in Gaddafi’s army, was captured fighting in Chad in a Libyan-backed rebellion against the US-backed government of Hissène Habré. He defected to the Libyan National Salvation Front (LNSF), the principal anti-Gaddafi group, which had the backing of the American CIA. He organized his own militia, which operated in Chad until Habré was overthrown by a French-supported rival, Idriss Déby, in 1990.
According to this book, “the Haftar force, created and financed by the CIA in Chad, vanished into thin air with the help of the CIA shortly after the government was overthrown by Idriss Déby.” The book also cites a Congressional Research Service report of December 19, 1996 that the US government was providing financial and military aid to the LNSF and that a number of LNSF members were relocated to the United States.
This information is available to anyone who conducts even a cursory Internet search, but it has not been reported by the corporate-controlled media in the United States, except in the dispatch from McClatchy, which avoids any reference to the CIA. None of the television networks, busily lauding the “freedom fighters” of eastern Libya, has bothered to report that these forces are now commanded by a longtime collaborator of US intelligence services.
Nor have the liberal and “left” enthusiasts of the US-European intervention in Libya taken note. They are too busy hailing the Obama administration for its multilateral and “consultative” approach to war, supposedly so different from the unilateral and “cowboy” approach of the Bush administration in Iraq. That the result is the same—death and destruction raining down on the population, the trampling of the sovereignty and independence of a former colonial country—means nothing to these apologists for imperialism.
The role of Hifter, aptly described 15 years ago as the leader of a “contra-style group,” demonstrates the real class forces at work in the Libyan tragedy. Whatever genuine popular opposition was expressed in the initial revolt against the corrupt Gaddafi dictatorship, the rebellion has been hijacked by imperialism.
The US and European intervention in Libya is aimed not at bringing “democracy” and “freedom,” but at installing in power stooges of the CIA who will rule just as brutally as Gaddafi, while allowing the imperialist powers to loot the country’s oil resources and use Libya as a base of operations against the popular revolts sweeping the Middle East and North Africa.
Il Consiglio nazionale libico, il gruppo di Bengasi che parla per conto delle forze ribelli che combattono il regime di Gheddafi, ha nominato un collaboratore di lunga data della CIA alla direzione delle operazioni militari. La scelta di Khalifa Hifter, un ex colonnello dell’esercito libico, è stata segnalata da McClatchy Newspapers Giovedi, e il nuovo capo militare è stato intervistato da un corrispondente di ABC News, nella notte di Domenica. L’arrivo di Hifter a Bengasi è stato riportato da Al Jazeera il 14 marzo, seguito da un ritratto lusinghiero del tabloid britannico violentemente guerrafondaio Daily Mail del 19 marzo. Il Daily Mailha descritto Hifter come una delle “due stelle militari della rivoluzione“, che “era da poco tornato dal suo esilio negli USA per dare alle forze ribelli una certa coerenza tattica.” Il giornale non faceva riferimento ai suoi rapporti con la CIA. Il quotidiano McClatchy ha pubblicato un profilo di Hifter, Domenica. Intitolato “Il nuovo leader dei ribelli ha trascorso gran parte degli ultimi 20 anni, nelle periferie della Virginia“, l’articolo osserva che una volta fu comandante superiore del regime di Gheddafi, fino “alla disastrosa avventura militare in Ciad, alla fine degli anni ’80.” Hifter poi si avvicinò all’opposizione anti-Gheddafi, per emigrare infine negli Stati Uniti, dove ha vissuto fino a due settimane fa, quando è tornato in Libia per prendere il comando a Bengasi. Il profilo di McClatchy conclude: “Fin dal suo arrivo negli Stati Uniti, nei primi anni ’90, Hifter ha vissuto nella periferia di Washington, DC, in Virginia.” Viene citato un amico che “si è detto non essere sicuro di quello che Hifter ha fatto esattamente per mantenere se stesso, e che Hifter ha avuto soprattutto l’obiettivo di aiutare la sua numerosa famiglia.“ Per chi sa leggere tra le righe, questo profilo è una indicazione subdola del ruolo di Hifter come operativo della CIA. Come altro poteva, un alto ex comandante militare libico, entrare negli Stati Uniti nei primi anni ’90, pochi anni dopo l’attentato di Lockerbie, e poi stabilirsi nei pressi della capitale degli Stati Uniti, se non con il permesso e l’assistenza attiva delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti? Hifter effettivamente ha vissuto per due decenni a Vienna, in Virginia, a circa cinque miglia dal quartier generale della CIA di Langley. L’agenzia era molto familiare con il lavoro politico e militare di Hifter. Un articolo del Washington Post del 26 Marzo 1996 descrive una ribellione armata contro Gheddafi in Libia e utilizza una variante ortografia del suo nome. L’articolo cita testimoni della ribellione che segnalano che “il suo capo è il colonnello Khalifa Haftar, di un gruppo tipo contra, basato negli Stati Uniti è chiamato Libyan National Army“. Il confronto è con le forze terroristiche “contra” finanziate e armate dal governo USA negli anni ’80, contro il governo sandinista in Nicaragua. Lo scandalo Iran-Contra, che ha scosso l’amministrazione Reagan nel 1986-87, riguardava la scoperta della vendita illegale di armi degli Stati Uniti all’Iran, e del loro ricavato utilizzato per finanziare i Contras, sfidando il divieto del Congresso. Democratici del Congresso coprirono lo scandalo e respinsero le richieste per mettere sotto accusa Reagan, per la sua sponsorizzazione delle attività palesemente illegali di una cricca di ex agenti dell’intelligence e di consiglieri della Casa Bianca. In un libro del 2001, Manipulations africaines, pubblicato da Le Monde diplomatique, porta la connessione con la CIA ancora più indietro, al 1987, riferendo che Hifter, allora un colonnello esercito di Gheddafi, fu catturato in combattimento in Ciad durante la ribellione sostenuta dai libico contro il governo sostenuto dagli USA di Hissène Habré. Ha disertato aderendo al Fronte di Salvezza Nazionale libico (LNSF), il principale gruppo anti-Gheddafi che aveva l’appoggio della CIA statunitense. Ne organizzò la milizia, che operava in Ciad fino a quando Habré fu rovesciato dal rivale, supportato dai francesi, Idriss Déby, nel 1990. Secondo questo libro, “la forza di Haftar, creata e finanziata dalla CIA, in Ciad, sparì nel nulla con l’aiuto della CIA, poco dopo che il governo fosse stato rovesciato da Idriss Déby.” Il libro cita anche un rapporto del Congressional Research Service del 19 dicembre 1996, secondo cui il governo degli Stati Uniti forniva aiuti finanziari e militari al LNSF e che un numero di membri del LNSF vennero trasferiti negli Stati Uniti. Queste informazioni sono disponibili a chiunque conduca anche una sommaria ricerca su Internet, ma non è stata riportata dai mass media controllati dalle aziende negli Stati Uniti, fatta eccezione della notizia del McClatchy, che evita ogni riferimento alla CIA. Nessuna delle reti televisive, intenta a lodare i “combattenti per la libertà” della Libia orientale, si è preoccupato di segnalare che queste forze sono ora comandate da un collaboratore di lunga data dei servizi d’intelligence degli Stati Uniti. Né i liberali né la “sinistra” entusiasta dell’intervento USA-Europa in Libia l’hanno notato. Essi sono troppo occupati nel salutare l’amministrazione Obama per il suo approccio alla guerra multilaterale e “consultivo“, apparentemente così diversa da quello unilaterale e da “cowboy” di Bush in Iraq. Il risultato è lo stesso: la morte e la distruzione che piovono sulla popolazione, e la sovranità e l’indipendenza calpestate di un paese ex-coloniale non significano nulla per questi apologeti dell’imperialismo. Il ruolo di Hifter, giustamente descritto 15 anni fa come leader di un “gruppo tipo contra“, dimostra le vere forze di classe al lavoro nella tragedia libica. Eventualmente ci sia stata una vera opposizione popolare espressa nella rivolta iniziale contro la dittatura corrotta di Gheddafi, la ribellione è stata sequestrata dall’imperialismo. L’intervento degli Stati Uniti ed Europeo in Libia, è rivolto non a portare la “democrazia” e “libertà“, ma all’installazione al potere di tirapiedi della CIA che governano brutalmente come Gheddafi, consentendo anche alle potenze imperialiste di saccheggiare le risorse petrolifere del paese e d’utilizzare la Libia come base delle operazioni contro le rivolte popolari che spazzano il Medio Oriente e Nord Africa.
Dopo aver incontrato Sarkozy e la Clinton, Mahmoud Jibril è stato nominato ieri capo del governo provvisorio dei ribelli libici
Il Consiglio nazionale dei ribelli libici ha nominato ieri un governo di transizione guidato daMahmoud Jibril, il distinto signore ricevuto con tutti gli onori da Sarkozy all'Eliseo lo scorso 10 marzo e incontratosi pochi giorni dopo con la Clinton. Questo anonimo tecnocrate sessantenne, finora sconosciuto alle cronache, è stato per anni l'uomo chiave di Washington e Londra all'interno del regime del Colonnello Gheddafi. In qualità di direttore dell'Ufficio nazionale per lo sviluppo economico (Nedb) del governo libico, Jibril lavorava per facilitare la penetrazione economica e politica angloamericana in Libia promuovendo un radicale processo di privatizzazione e liberalizzazionedell'economia nazionale. Dopo aver studiato e insegnato per anni 'pianificazione strategica e processi decisionali' nell'università statunitense diPittsburgh, Jibril ha trascorso la sua vita a predicare il vangelo neoliberista in tutti i paesi arabi, per poi dedicarsi al suo Paese natale alla guida del Nedb, organizzazione governativa creata nel 2007 su impulso di "aziende di consulenza internazionali, prevalentemente americane e britanniche". Dai cablogrammi inviati a Washington dall'ambasciata Usa a Tripoli emerge il lavoro di lobbying che Jibril ha svolto negli ultimi quattro anni nel tentativo di convincere il regime di Tripoli - in particolare il figlio del colonnello, Said al-Islam - ad adottare radicali riforme economiche, a potenziare irapporti economici con gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna), congelati da decenni, e a formare una nuova classe dirigente filo-occidentale. Un lavoro che all'inizio sembrava promettente, ma che alla fine è stato bloccato da Gheddafi. Un cablo del novembre 2008 rende conto di come Jibril suggerisca agli Usa di stare attenti alla "crescente competizione" per le risorse petrolifere libiche da parte di Europa, Russia, Cinae India, osservando che nei prossimi anni la Libia diverrà ''più preziosa'' in ragione delle sue riserve petrolifere ancora non sfruttate. Il capo del Nedb invita Washington ad approfittare delle future privatizzazioni libiche per investire anche in infrastrutture, sanità e istruzione, e a formare giovani libici nelle università Usa. Non stupisce che, in un successivo cablo di fine 2009, l'ambasciata americana Usa a Tripoli descriva Jibril come "un interlocutore serio che sa cogliere la prospettiva Usa".
Enrico Piovesana
=== 7 ===
Prof. Dott. Aldo Bernardini Ordinario di Diritto Internazionale nell’Università di Teramo
Roma, 4 marzo 2011.
Spettabile redazione de “Il Centro” alla cortese att. del signor Marinacci
LIBIA
Ma il diritto internazionale esiste ancora? Non quello congegnato di volta in volta dai potenti per ridisegnare il mondo secondo i loro interessi, sbarazzarsi di chi ne ostacola la più piena realizzazione, sino al ripristino di un colonialismo pur larvato. Per i fatti di Libia stiamo assistendo a un copione ripetuto svariate volte, in cui le opinioni pubbliche occidentali cadono tranquillamente. Ci sono il despota o tiranno da cui liberare un popolo oppresso, le atrocità, le stragi, le fosse comuni, i diritti umani violati e dulcis in fundo i fondi all’estero. Il tutto proclamato da chi con le “guerre umanitarie” e le “missioni di pace” distrugge paesi interi e massacra centinaia di migliaia di persone. Qualche protesta e magari rivolta, forse anche aiutata da fuori, viene ovviamente contrastata e repressa dal potere costituito, si sbandiera qualche eccesso vero o presunto contro “civili innocenti” (quasi sempre rivoltosi incendiari e attivi in armi contro i siti statali) e si preparano e attuano interventi di vario tipo: sino alla guerra, comunque mascherata, con effetti catastrofici (Jugoslavia, Iraq, Somalia, Afghanistan…). Gheddafi, protagonista fra i maggiori delle indipendenze africane, guida di una rivoluzione anticoloniale e socialisteggiante, sfociata in una Libia indipendente e sovrana, laica e di progresso indubbio per il popolo, è certo un incomodo: forse errori e deformazioni dopo quaranta anni di potere suscitano sommosse locali – rivoluzione o controrivoluzione? -, i forti del pianeta si precipitano in coro. Ma mi limito al diritto internazionale “classico”, in larga misura espresso nella Carta delle Nazioni Unite e sviluppi successivi (non però nelle applicazioni “stravaganti” in epoca non più bipolare). Quindi nel suo contenuto genuino, anzitutto ispirato al principio di indipendenza e uguaglianza degli Stati, con particolare afflato anticoloniale. Così l’art. 2, n. 1, della Carta evoca la “sovrana eguaglianza di tutti i membri” e il n. 4 vieta l’uso della forza “contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”: la dichiarazione dell’Ass. gen. sul non intervento del 1981 enuncia “il diritto sovrano di uno Stato di determinare il suo sistema politico, economico, culturale e sociale… senza intervento, ingerenza, sovversione…in qualsiasi forma dall’esterno” e vieta di “abbattere o cambiare il sistema politico di un altro Stato o il suo governo”. Per il diritto internazionale non esistono forme statali vietate, non esistono sistemi autoaffermantisi come democratici o viceversa dittatori da respingere: vanno considerate come lecite o non le specifiche azioni nei rapporti interstatali. Quindi il regime statale rientra nella scelta e nelle lotte delle forze interne di ogni Stato. In caso di rivolta interna è lecito per il governo costituito di contrastarla. Senza interferenze. Il Protocollo II del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949 auspica l’applicazione delle norme umanitarie ai conflitti armati interni, ma senza che ciò possa invocarsi “per attentare alla sovranità di uno Stato o alla responsabilità del governo di mantenere o ristabilire l’ordine pubblico nello Stato o di difendere l’unità nazionale e l’integrità territoriale dello Stato con tutti i mezzi legittimi”, mentre nulla “potrà essere invocato per giustificare un intervento, quale che ne sia la ragione, in un conflitto armato o negli affari interni o esterni” dello Stato in cui avviene il conflitto. È dunque impensabile quanto si va pretendendo da alcuni esponenti occidentali, ad es. che il vertice libico debba venire sostituito per volontà esterna. Quanto alle accuse sul piano umanitario, o della minaccia alla pace internazionale, a parte il pulpito di provenienza, risultano in Libia ben lungi dall’essere provate in modo idoneo: solo in casi di grande estensione e gravità – che non paiono realizzati, tali non potendo essere comunque le azioni di forza contro i ribelli – possono ipotizzarsi non gli arrogati interventi umanitari con la forza, bensì attività di denuncia e limitate sanzioni di carattere economico. Non sembra giustificata la ris. C.d.s. 1970 del 26 febbraio contro i dirigenti libici, al di fuori di ogni indagine seria e con sospetta rapidità. La resistenza e controffensiva del governo libico è in sé pienamente legittima, le interferenze dall’esterno illegali. Siamo di fronte ad una nuova, imminente aggressione?
Tradimenti, traditori… riflessioni mentre la Libia brucia
Le testimonianze delle persone sopravissute, con dignità, ai lager, alla prigionia, agli interrogatori e alle torture sotto i regimi più dittatoriali e cruentisono sempre molto benevole verso chi, per umana debolezza, in analoghe condizioni, ha tradito i propri simili e le proprie radici culturali. Tanto menoio, vissuta in un luogo e in un periodo storico privilegiato, ho titolo per esprimermi in materia. Inquietanti sotto il profilo morale e psicologico mi appaiono i comportamenti individuali di chi pur di garantirsi una scalata sociale arriva a forme dicriminale negazione delle proprie radici. Parrebbe essere il caso di Nicolas Sarkozy appartenente, con molta probabilità, al pacifico popolo rom, da egli stesso perseguitato in Francia mentre, intutta segretezza, preparava la guerra contro la Libia, poi puntualmente realizzata. D’altro canto le origini di Adolf Hitler erano quasi sicuramente ebraiche e l’ex segretario di stato USA Madeleine Albright si è rivelata un accanitopersecutore del popolo serbo che l’aveva protetta quando, nella seconda guerra mondiale, era un’indifesa bambina ebrea. Altrettanto significativi sono i percorsi esistenziali e professionali degli afro-americani Condoleeza Rice e Colin Powell i quali, senza remore, hannocollaborato con un partito razzista come quello repubblicano statunitense e hanno agito in prima persona per aggredire e schiavizzare l’Irak el’Afganistan. L’opposizione parlamentare italiana appare un caso molto complesso. Molti suoi esponenti, quando avevano primarie responsabilità politiche e di governo hanno rinnegato i principi della nostra Costituzione in tema diguerra, partecipando militarmente e con una serrata propaganda all’aggressione della NATO contro la Jugoslavia. Da allora sono passati dodici anni:erano possibili non dico un senso di colpa, molto difficile nelle persone presuntuose, ma un ripensamento o almeno l’elaborazione di una nuovastrategia diplomatica che evitasse l’annientamento e la riduzione alla povertà di uno stato evoluto quale è la Libia. Il macabro spettacolo offerto supera ogni peggiore aspettativa. Già prima dell’intervento armato contro la Libia, Walter Veltroni cercava visibilitàmediatica al grido di “Se non ora quando!”. L’aggressione alla Libia è stata appoggiata, in modo bipartisan e, con un servilismo che sarebbe pateticose non avesse risvolti sanguinari, Massimo D’Alema, in questi giorni si vanta per la sua gestione della guerra contro la Jugoslavia (che egli chiama“missione in Kosovo”) e la capacità organizzativa con cui ha saputo gestire i 25.000 profughi di allora, a differenza di quanto ora accade a Lampedusa.Come lui, l’intera opposizione lancia il messaggio: “Noi siamo i colonialisti più efficienti, noi sapremmo fare molto meglio questo lavoro sporco!”.
Questo articolo in formato PDF:
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=21084http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=21087
Pristina-Bengasi e ritorno. Requiem per la Unione Europea
di Andrea Martocchia* per l'ernesto Online
su l'Ernesto Online del 10/06/2011
*segretario, Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus
I meccanismi della comunicazione di massa che accompagnano la nuova guerra di
aggressione cui partecipa il nostro paese - quella contro la Libia - ricalcano
pedissequamente quelli già attivati nel corso di altre aggressioni degli ultimi
anni - Iraq, Jugoslavia, Afghanistan. Nel caso libico dobbiamo però, in
aggiunta, prendere atto che certi settori democratici, quelli del frequente
richiamo alla "difesa della Costituzione", si comportano come se non avessero
imparato assolutamente *niente* dalle guerre precedenti. Ci è capitato ad
esempio di essere avvicinati da un cronista di una emittente del circuito di
Radio Popolare, il quale ci ha allungato il microfono chiedendo: "Allora in che
altro modo si doveva intervenire?" (intendendo al posto della guerra di
aggressione, per "spezzare le reni" al dittatore di turno). Abbiamo replicato
che la domanda era posta male ed era rivelatrice di come venti anni di guerre
imperialiste costruite sulla disinformazione strategica non abbiano insegnato
niente nemmeno ai giornalisti "di sinistra".
Il caso di Rossana Rossanda è da questo punto di vista il più emblematico ed il
più scandaloso, anche perché era stato raccontato che Rossanda aveva fatto
ammenda per avere sostenuto i bombardamenti della NATO contro la Repubblica
Serba di Bosnia nel 1995. Pure il "circuito" di Michele Santoro dimostra di
avere subito una pesante involuzione per quanto riguarda questi temi. Su
AnnoZero del 5 maggio 2011, il leader della opposizione Bersani ha rivendicato
la giustezza dei bombardamenti presenti e passati, con esplicito riferimento ai
bombardamenti sulla Jugoslavia comandati dal suo compagno di partito D'Alema nel
1999, senza alcun contraddittorio.
A spiegare non solo questa degenerazione della "opinione pubblica" di sinistra
in Italia, ma il più generale declino delle attività del movimento contro la
guerra (1), si potrebbero portare alcune motivazioni specifiche. Un dato di
fatto è la strumentalizzazione delle questioni libiche per finalità di politica
interna, che dura da quasi tre anni. Ad avviso di chi scrive, se c'è una sola
cosa buona che ha fatto il governo Berlusconi ebbene questa è stata la chiusura
del contenzioso di epoca coloniale con la Libia in modo onorevole per
quest'ultima, attraverso il Trattato di Amicizia (2); eppure, gli accordi - poi
traditi - tra Roma e Tripoli sono stati fatti oggetto di veementi contestazioni
da settori ben più preoccupati per la sorte dei migranti nei centri di
accoglienza in Libia, che non per la sorte degli stessi nei CIE, nelle carceri,
nelle periferie, nei cantieri o nei campi di pomodori in Italia. Quelle veementi
contestazioni hanno sempre eluso tanto l'analisi del contesto internazionale,
che vedeva la Libia alla guida di un movimento di emancipazione politica ed
economica dell'Africa (Unione Panafricana: non è che per caso la aggressione
militare c'entra qualcosa con questo?) quanto la memoria dei crimini pregressi
dell'Italia su quei territori.
Una seria analisi delle cause della aggressione alla Libia dovrebbe certo
considerare il quadro geopolitico più complessivo e ci porterebbe molto lontano,
ben più lontano dei confini del nostro imperialismo straccione. Chiudiamo invece
qui questa doverosa premessa, per passare al tema principale che ci siamo
prefissati, e cioè alla questione del Kosovo.
***
Lo abbiamo detto e scritto in più occasioni, e dobbiamo tornare a ripeterlo:
paradigmatico degli "interventi umanitari" post-Ottantanove è proprio il caso
jugoslavo. E, nell'ambito della complessa vicenda jugoslava, per ferocia e
sprezzo di ogni legalità vanno rammentati quei bombardamenti del 1999,
finalizzati a imporre un "regime change" a Belgrado, a spaccare la Federazione
jugoslava (allora composta da Serbia e Montenegro) cancellando ogni residuo
riferimento alla "Jugoslavia" dalle mappe geografiche e da ogni altro consesso
formale (persino da internet, hanno voluto abolire il dominio ".yu"), e miranti
a strappare alla Serbia la regione cui essa più teneva per ragioni
storico-culturali ed economico-strategiche: il Kosovo.
Mentre scriviamo cade il dodicesimo anniversario dalla conclusione di quei
bombardamenti (7 giugno 1999), e siamo prossimi al ventesimo anniversario
dall'inizio della crisi jugoslava più generale (25 giugno 1991: secessioni di
Slovenia e Croazia).
Il Kosovo dal giugno 1999 – con l'occupazione totale del territorio da parte
degli eserciti stranieri – e ancora oggi, nonostante la dichiarazione di
"indipendenza" (3), è a tutti gli effetti un protettorato coloniale. Il suo
"status" è controverso al punto che la sua "indipendenza" finora è stata
riconosciuta solamente da 75 dei 192 Stati che compongono le Nazioni Unite.
"Arbitrio al posto del diritto internazionale" è l'eloquente titolo di una
analisi del Centro di informazioni sulla militarizzazione (IMI), con sede a
Tubinga, dedicata allo scandalo dei riconoscimenti internazionali e della omertà
garantita dalla Corte di Giustizia dell'ONU (Wagner 2011).
La forzata ridefinizione dei confini interni balcanici è stata conseguita anche
attraverso l'instaurazione di un regime di apartheid e terrore all'interno del
Kosovo, che ha comportato la fuga di centinaia di migliaia di abitanti di etnia
non-albanese o albanesi progressisti e anti-secessionisti (4), la distruzione o
l'espropriazione dei loro beni oltreché di tutte le strutture, le infrastrutture
e persino dei luoghi di culto e di quello straordinario patrimonio artistico che
rimandava ad identità storico-culturali diverse da quella islamica. (5)
***
Tra i paesi che non hanno riconosciuto il Kosovo come Stato indipendente ce ne
sono alcuni aderenti alla UE: Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro si
sono... avvalse della facoltà concessa dal balordo ministro degli Esteri
francese Bernard Kouchner : tra i paesi della UE « ognuno è libero di fare la
scelta che vuole circa il riconoscimento dello Stato del Kosovo » (sic). Alla
faccia di una politica estera comune europea!
La non ricomponibile differenziazione tra i paesi europei a proposito del Kosovo
ha svelato dunque agli osservatori più attenti già in quella occasione (2008) il
sostanziale fallimento dei progetti di unificazione politica europea. Tale
fallimento appare oggi conclamato: persino Romano Prodi, l'europeista per
antonomasia, che ancora nel febbraio scorso lamentava l'impossibilità di
concordare regole comuni e condivise in sede UE a causa della tendenza
franco-tedesca a prevaricare imponendo di fatto un modello di "Europa germanica"
(6), in una importante intervista a Bianca Berlinguer agli inizi della crisi
libica ha intonato un esplicito requiem funebre: « Io, guardi, non ci penso
neanche più, nella politica estera, ad azioni comuni dell'Europa! » (7).
Nessuno potrebbe dargli torto, visto che l'azione unilaterale di parte francese
contro la Libia ha spaccato persino quell'asse franco-tedesco di cui sopra.
Quello che però forse sfugge, non solo a Prodi, è che le basi di quella politica
estera comune europea che è oggi completamente naufragata erano state poste a
Maastricht il 17 dicembre 1991 sacrificando cinicamente l'unità jugoslava e con
essa la pace e l'amicizia fra popoli che abitano nel cuore del continente. In
quella sede infatti, compiacendo il cancelliere tedesco Helmut Kohl, si decise
di sancire lo squartamento della Jugoslavia come prezzo da pagare proprio per
l'unificazione europea (8). E' un dato di fatto che oggi sono sfumate sia
l'unità jugoslava, sia l'unità europea. Sono passati venti anni: anche in questo
caso, siamo prossimi ad un anniversario molto importante.
***
Lo status coloniale del Kosovo è soprattutto evidente dal punto di vista
economico. Dopo i bombardamenti del 1999, nella regione serba sotto occupazione
da parte delle truppe internazionali si è aperta la grande partita della
alienazione del patrimonio pubblico (o in incipiente privatizzazione) incluse le
importantissime ricchezze del sottosuolo.
Già nel 2000 F. Marenco scriveva: « Alle truppe francesi è stato affidato il
settore settentrionale, specializzato nella metallurgia non-ferrosa; la zona
centrale della provincia, nella quale sono ubicate numerose centrali elettriche
ed installazioni petrolifere, è invece stata affidata agli inglesi. (...) I
Tedeschi, i quali hanno occupato il distretto meridionale in compagnia di Russi
e Canadesi, hanno invece potuto prendere possesso della Balkanbelt, industria
della gomma con una tradizione di collaborazione con la Deutsche Kontinental e
fortemente indebitata nei confronti dei tedeschi. Quanto agli Italiani, essi
hanno prontamente piantato la loro bandiera nel distretto occidentale di Pe?, al
confine con l'Albania, prendendo sede nei locali della Zastava-Iveco, ditta che
produce parti di camion e che è stata al centro di un progetto pluriennale di
cooperazione internazionale » con la Fiat (9). « Le accuse che sono state fatte
ai nuovi colonizzatori sono molteplici. Si parla per esempio della chiusura
forzata di alcuni stabilimenti industriali, passati direttamente sotto il
controllo dei militari, nell'ambito della competizione fra Francia e Inghilterra
per il controllo della società mineraria Trepca (piombo, zinco, cadmio, oro e
argento): uno dei principali volani dell'economia jugoslava, considerato dal New
York Times "il più prezioso bene immobile dei Balcani". Nel novembre 1999, in un
impianto produttivo della Trepca di Kosovska Mitrovica il generale francese
Ponset si è autosostituito al direttore, cacciandone via gli operai serbi,
sostituendoli con albanesi (...) Nell'agosto del 2000, con il pretesto di
preservare l'inquinamento atmosferico il capo della missione dell'Onu Kouchner,
francese, ha ordinato ai soldati dell'Alleanza di evacuare l'industria della
Trepca. (...) Nel distretto di Pristina, invece, il 14 luglio 1999 le truppe
inglesi hanno fatto irruzione nella miniera "Kisnica", sempre facente capo alla
Trepca, sostituendone il direttore con uno di loro scelta e rimandando a casa
400 dipendenti » (Marenco 2000).
Come in Serbia e in gran parte dei territori jugoslavi smembrati nonché degli
altri paesi ex-socialisti "in transizione", anche in Kosovo è stata creata una
agenzia, la KTA (10), che ha lavorato in strettissima collaborazione con le
autorità coloniali (UNMIK). Ma ancora oggi, dopo la fine delle attività della
KTA, la situazione è instabile e la "liberalizzazione" dell'economia è
fallimentare. Secondo la stampa locale (11) « nove anni di privatizzazioni
orchestrate dall'UNMIK » e dalla KTA hanno prodotto solamente « una popolazione
impoverita, servizi pubblici che colano a picco e infrastrutture inoperanti ». I
giornali sintetizzano così il severissimo rapporto dell'Istituto Norvegese per
le Relazioni Internazionali (14/9/2010), che ricorda come 70mila persone abbiano
perso il lavoro a causa della chiusura forzata delle più grandi aziende statali
e autogestite. Il momento clou di questa devastazione è stato proprio negli anni
di reggenza di Bernard Kouchner, particolarmente zelante nell'ordinare il
sequestro dei beni collettivi jugoslavi – e quindi anche la paralisi delle
aziende - in vista della loro privatizzazione. Gli "internazionali" (soprattutto
gli USA) hanno persistito « a voler praticare una privatizzazione rapida e
totale » e la ossessiva « liberazione dal fardello dello Stato dichiarando che
questo era il solo modo per garantire la sopravvivenza a lungo termine di un
Kosovo indipendente ».
Tutti gli osservatori lamentano anche numerose irregolarità nelle procedure con
cui i privati saccheggiano le risorse del Kosovo: e non c'è da sorprendersene,
poichè è cosa nota (12) che la classe dirigente assurta al potere nella
provincia non è solamente quella del terrorismo di matrice razzista dell'UCK, ma
è anche quella mafiosa dei traffici di droga, armi ed esseri umani. Oltre alle
malversazioni, comunque, bisogna considerare le condizioni della società
kosovara, oggettivamente incompatibili con una vita economica "regolare", di
qualunque segno essa sia. Il territorio è sotto massiccio controllo militare e
sempre a rischio di esplosioni di violenza, e già questo scoraggerebbe qualsiasi
investitore serio; inoltre, l'assetto proprietario dei beni immobili e delle
aziende è suscettibile di contestazioni e revisioni, soprattutto da parte di
quei soggetti pubblici e privati serbi che sono stati espropriati in maniera
illegale e violenta negli ultimi dieci anni. Nel rapporto norvegese si evidenzia
come gli espropri siano stati condotti senza concludere alcun regolare iter di
messa in liquidazione (che comporterebbe un pagamento ai precedenti
proprietari), di solito dichiarando solo "fallimento" manu militari. Dobbiamo
poi ricordare che la distruzione della documentazione catastale e anagrafica a
partire da giugno 1999 è stata una delle brutali consuetudini nel corso delle
manifestazioni secessioniste-irredentiste, assieme al saccheggio e all'incendio
di moltissimi edifici e strutture pubbliche e private.
***
Il 2 giugno scorso, il presidente serbo Tadic non ha partecipato alla parata che
cadeva nel 150.mo dell'Unità d'Italia perchè alla cerimonia era stata invitata,
ed era presente, anche la cosiddetta presidentessa della cosiddetta Repubblica
del Kosovo, Atifet Jahjaga.
La elezione della Jahjaga è l'esito di un percorso rocambolesco che illustra
bene i conflitti politici interni alla leadership nazionalista-panalbanese e la
crisi istituzionale apertasi lo scorso anno nell'entità kosovara, a seguito di
svariati arresti tra cui quello del "governatore" della "banca centrale" Hashim
Rexhepi (per corruzione) e le dimissioni del "presidente" Fatmir Sejdiu (per
asserita incompatibilità con responsabilità di partito).
Le "elezioni politiche", conclusesi il 22 febbraio 2011 dopo alcune ripetizioni,
sono state segnate da pesanti irregolarità. Il "parlamento" così insediato ha
dapprima eletto a nuovo "presidente" - solo al terzo tentativo e con un margine
risicato - il magnate Behgjet Pacolli dell'AKR (Alleanza per un Nuovo Kosovo),
dopodiché ha votato la fiducia ad un "governo" nuovamente guidato dal criminale
di guerra Hashim Thaci, del PDK (Partito Democratico del Kosovo, di maggioranza
relativa), con l'appoggio dell'AKR e di svariati partitini - quelli falsamente
rappresentativi delle "minoranze etniche" e quello di Uke Rugova, il figlio del
"padre della patria" Ibrahim, storico promotore della politica del separatismo
etnico. (13)
Se ci riferiamo ad Hashim Thaci come ad un criminale di guerra è, tra le altre
cose, per il suo coinvolgimento nello scandalo dei "desaparecidos" serbi e della
cosiddetta "casa gialla". La "casa gialla" è un edificio nella località di
Burrell, in Albania a poca distanza dal Kosovo, dove vennero deportati centinaia
di prigionieri che, in una sala operatoria fatiscente, subirono l'espianto di
organi, utilizzati per finanziare l'UCK. Il crimine, che vede Thaci tra i
principali responsabili nella "catena di comando", è stato tenuto insabbiato
finché Carla Del Ponte era procuratrice al "tribunale ad hoc" dell'Aia,
dopodiché è stata lei stessa a volerlo denunciare, forse per risciacquarsi la
coscienza, parlandone nel suo libro «La caccia» (Del Ponte 2008). Di qui è
partita una investigazione condotta da Dick Marty per conto del Consiglio
d'Europa (CoE), sfociata in uno scottante Rapporto pubblicato nel dicembre 2010
e in una Risoluzione dello stesso CoE (gennaio 2011) che ha richiesto un
approfondimento nelle sedi competenti. Attualmente ogni azione è impantanata in
sede ONU perché gli Stati Uniti e i loro alleati si oppongono a che l'indagine
sia proseguita da un organismo imparziale della stessa ONU. (14)
Torniamo alla geografia politica kosovaro-albanese. L' "opposizione
parlamentare" è lì rappresentata dai partiti LDK, AAK (dell'altro criminale
Ramush Haradinaj, anch'egli ex "premier" da anni protagonista di un balletto tra
dentro e fuori le carceri dell'Aia) e dal movimento super-nazionalista
Vetevendosje.
E' molto significativo che la polemica politica in Kosovo si incentri talvolta
su chi è più o meno legato agli interessi stranieri: mentre il quotidiano Koha
Ditore ha pubblicato una serie di foto in cui, sulla base degli sms scambiati
tra Pacolli e l'ambasciatore Christopher Dell, si evincerebbe il ruolo decisivo
degli Stati Uniti nella elezione dello stesso Pacolli, altri rimproverano
piuttosto a questa figura di essere legato alla mafia russa. (15) Pacolli si è
dovuto infine dimettere a causa dei brogli denunciati dalla "Corte
costituzionale": a questo punto ha lui stesso denunciato che la nuova
"presidente" Jahjaga - dapprima una illustre sconosciuta, impiegata in polizia
come traduttrice per gli americani - era stata direttamente indicata
dall'ambasciatore USA. (16) Ogni aspetto della vicenda kosovara ci riporta,
insomma, alle pesanti e sfacciate ingerenze dell'imperialismo.
***
Gli accostamenti che si possono fare tra la aggressione alla Libia e la
aggressione alla Jugoslavia sono molti e clamorosi; in particolare, la
strumentalizzazione della "fronda" etno-tribale della Cirenaica è simile, per
molti aspetti, alla alleanza che i paesi NATO hanno stretto con l'estremismo
pan-albanese in Kosovo.
La questione è stata affrontata da Diana Johnstone (16) che ha messo in evidenza
il ripetersi dello stesso tipo di crimini contro la pace: « martellante campagna
di menzogne mediatiche, demonizzazione del leader, ricorso al Tribunale Penale
Internazionale, strumentalizzazione dei profughi, rifiuto dei negoziati » ...
Nel caso libico abbiamo visto di nuovo "fosse comuni" inesistenti, "ribelli"
filo-occidentali razzisti e criminali, bombe "umanitarie" a fermare un
"genocidio" inventato, oltre alle ciniche operazioni "coperte" dei servizi
segreti occidentali ed al vigliacco opportunismo della classe politica italiana.
A Pristina, lungo la strada che adesso porta il nome di Bill Clinton, da due
anni svetta una enorme statua dello stesso Bill Clinton.
A Roma, lungo la via Nomentana, sul cancello dell'ambasciata libica presidiata
da militari in assetto di guerra sventola di nuovo, come mezzo secolo fa, la
bandiera della monarchia di re Idris.
I nuovi bombardamenti che sono oggi in corso contro la Libia, contro quello
Stato e contro quel popolo, cadono nel centenario della colonizzazione italiana
di quel paese (1911). Come nel caso jugoslavo, anche per la Libia gli
anniversari scandiscono il tempo delle azioni e delle inazioni, delle bugie e
delle rimozioni, delle responsabilità individuali e collettive, come rintocchi
di campane. C'è chi ai rintocchi delle campane si abitua a tal punto da non
sentirle più, e chi invece non riesce a non farci caso e quando rintocca una
campana si ferma a pensare. Noi che non riusciamo a non sentire le campane
quando suonano, crediamo ormai di essere in pochi e quasi ci vergogniamo di dire
agli altri: le sentite anche voi, quelle campane? - perché sappiamo che è come
richiamare tutti alle proprie responsabilità. E' così che, via via, ci isoliamo,
diventiamo solipsistici, ci ritroviamo come dissidenti in questa società che non
è più regolata secondo i valori ed i principi vergati sulla Carta
Costituzionale, che non ha più memoria delle tragedie e dei crimini per
scongiurare il cui ripetersi quella Carta era stata scritta. Dissidenti in una
società totalitaria, nella quale guerre di conquista coloniale possono essere
scatenate a forza di menzogne, anche contro l'opinione della maggioranza della
popolazione.
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Fonti e Bibliografia:
Adem Bejzak e Kristin Jenkins, Un nomadismo forzato ...di guerra in guerra...
Racconti rom dal Kosovo all'Italia, Archeoares 2011 (Bejzak 2011)
Andrea Catone, FIAT Serbia. Un caso classico di imperialismo, su L'Ernesto
n.3-4/2010 (Catone 2010)
Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano, Lupi nella nebbia, Jaca Book 2010 (Ciulla
2010)
Carla Del Ponte e Chuck Sudetic. La caccia. Io e i criminali di guerra,
Feltrinelli 2008 (Del Ponte 2008
Alessandro Di Meo, L'urlo del Kosovo, ExOrma 2010
Jürgen Elsässer, Menzogne di guerra, La Città del Sole 2002
Antonio Evangelista, La torre di crani. Kosovo 2000-2004, Editori Riuniti 2007
(Evangelista 2007)
Hannes Hofbauer, Experiment Kosovo. Die Rückkehr des Kolonialismus, Promedia
Verlag 2008
Diana Johnstone, Fools' Crusade: Yugoslavia, NATO, and Western Delusions,
Monthly Review Press 2003
Franco Marenco, I falchi e gli usurai, su L'Ernesto n.5/2000 (Marenco 2000)
Andrea Martocchia, La rimozione della Jugoslavia, su L'Ernesto nn.3-4/2003 -
http://www.cnj.it/documentazione/rimozione.htm
Sandro Provvisionato, UCK: l'armata dell'ombra, Gamberetti 2000 (Provvisionato
2000)
Uberto Tommasi, Mariella Cataldo, Kosovo Buco nero d'Europa, Achab 2004 (Tommasi
2004)
Jean Toschi Marazzani Visconti, Il corridoio, La Città del Sole 2005
Jürgen Wagner, Willkür statt Völkerrecht, IMI-Studie Nr. 09/2011 (21.4.2011) -
http://www.imi-online.de/2011.php?id=2293 (Wagner 2011)
Luana Zanella (a cura di), L'altra guerra del Kosovo. Il patrimonio della
cristianità serbo-ortodossa da salvare, Casadeilibri 2006 (Zanella 2006)
Note:
(1) Non si confondano però le attività del movimento contro la guerra, né
tantomeno la sua - oggi quasi inesistente - rappresentanza pubblica, con i
sentimenti prevalenti nella popolazione, che nonostante la continua propaganda
guerrafondaia si è mantenuta in ampia maggioranza contraria alla guerra di
aggressione contro la Libia, come mostrato dai sondaggi di opinione (cfr. ad es.
"Quando l'antiberlusconismo fa male a certa sinistra" di F. Francescaglia, che
menziona i significativi numeri di un sondaggio di Mannheimer -
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20803 ).
(2) Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica Italiana
e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, firmato a Bengasi il 30
agosto 2008 -
http://it.wikisource.org/wiki/Trattato_Di_Amicizia,_Partenariato_E_Cooperazione_\
Tra_La_Repubblica_Italiana_E_La_Grande_Giamahiria_Araba_Libica_Popolare_Socialis\
ta .
(3) Sul crimine commesso con il riconoscimento della statualità della entità
secessionista-razzista del Kosovo, fortemente voluto da Massimo D'Alema, si veda
il Comunicato Stampa di CNJ-onlus del febbraio 2008 "Italia e Balcani: una
perfetta continuità con le politiche del Fascismo" -
http://www.cnj.it/POLITICA/cnj2008.htm - ed anche l'inascoltato appello di
senatori e senatrici del dicembre 2007 "L'Italia non legittimi azioni
unilaterali in Kosovo" - http://www.cnj.it/documentazione/KOSMET/apelsenato.htm
.
(4) Della pulizia etnica compiuta in Kosovo a partire dal giugno 1999 dai
secessionisti pan-albanesi sotto la supervisione delle truppe straniere di
occupazione è soprattutto trascurato un aspetto: e cioè quello della presenza in
Italia di numerose vittime, appartenenti a molte diverse "etnie" kosovare e
generalmente rifugiati, in misere condizioni, nei cosiddetti "campi rom". Su
questa questione tanto sconvolgente quanto ignorata si vedano ad esempio
l'Appello del giugno 2007 al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, al Parlamento
Europeo e al Governo italiano
(http://www.cnj.it/INIZIATIVE/appello07kosovo_firenze.htm) nonché il
recentissimo importante volume di testimonianze di uno di questi rifugiati, Adem
Bejzak (Bejzak 2011): entrambi i documenti gettano soprattutto luce sulle
vicende dei kosovari rifugiati in Toscana.
(5) Sul tema rimandiamo a Zanella 2006.
(6) « L'Europa e il direttorio zoppo. Se Germania e Francia decidono tutto e
l'Italia tace », su Il Messaggero del 6 febbraio 2011.
(7) Su TG3 Linea Notte del 22/2/2011 -
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-fc90c582-3539-4b49-86b1-d\
f4b01cd9edd.html .
(8) Il documento UE numero 1342, seconda parte, del 6/11/1992 indicherà che a
Maastricht l'unità europea era stata raggiunta proprio a scapito della
Jugoslavia, con una cinica trattativa della quale ha raccontato anche Gianni De
Michelis su Limes n.3/1996.
(9) Sul caso Zastava, più in generale, raccomandiamo la lettura dell'articolo di
Andrea Catone "FIAT Serbia. Un caso classico di imperialismo", apparso su
L'ERNESTO n.3/2010 e online:
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20054 .
(10) http://kta-kosovo.org/html/ .
(11) Koha Ditore, 15 settembre 2010.
(12) Su questo tema rimandiamo a: Provvisionato 2000, Tommasi 2004, Evangelista
2007, Ciulla 2010.
(13) Da segnalare il penoso tentativo di riabilitazione della figura di Ibrahim
Rugova da parte di ambienti "pacifisti di sua maestà", a Rovereto lo scorso 26
maggio 2011. Bizzarro caso di intellettuale-poeta di cui nessuno ha mai letto
una poesia e di pacifista-ghandiano che dichiarò testualmente: « Noi kosovari
dobbiamo ringraziare Dio per l'intervento della NATO » (ANSA 13/02/2003) e « La
NATO è il nostro esercito privato... deve rimanere in Kosovo in eterno » (Der
Spiegel 11/12/2000), Rugova alla sua morte nel gennaio 2006 è stato sepolto a
Pristina nel "cimitero dei martiri", riservato solo agli eroi della guerriglia
(ANSA 23/01/2006).
(14) Sul rapporto Marty ("Inhuman treatment of people and illicit trafficking in
human organs in Kosovo", 15/12/2010) e sugli sviluppi dello scandalo sui crimini
di guerra commessi dalla leadership secessionista kosovara rimandiamo a tutta la
documentazione richiamata dalla pagina
http://www.cnj.it/documentazione/KOSMET/organi.htm , in corso di aggiornamento.
(15) Oltre al fatto che Pacolli, ex-marito di Anna Oxa, è attualmente sposato ad
una russa, va ricordato che il suo nome fu di spicco nell'inchiesta Mabetex
avviata e poi insabbiata da Carla Del Ponte. Essa riguardava malversazioni
economiche in cui erano implicati anche membri della famiglia Eltsin.
(16) "Kosovo: New president handpicked by Americans, predecessor says", ADN
Kronos International - April 11, 2011
(17) "Un altro intervento della NATO? Rifanno il colpo del Kosovo?", su
www.globalresearch.ca del 16/03/2011 -
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20721
(Come nel 1992 per la Bosnia, di nuovo nel 2011 sulla Libia notizie false di "stupri di massa" vengono costruite e date in pasto alle "anime candide" dell'opinione pubblica occidentale, così: più sei femminista e "di sinistra" e più aderisci alla cagnara guerrafondaia... a cura di I. Slavo)
L’accusation de viol de masse est parfois une réalité, c’est aussi un classique de la propagande de guerre. En l’occurrence, un mensonge de cette nature a été soigneusement bâti par les services de l’OTAN contre le colonel Kadhafi. Rappelons sa chronologie : Le 29 mars 2011, la jeune Iman al-Obeidi (29 ans) s’introduit dans le hall de l’hôtel Rixos de Tripoli où logent de nombreux journalistes occidentaux. Elle assure avoir été arrêtée deux jours auparavant à un check point, puis avoir été séquestrée et violée par 15 hommes pro-Kadhafi. Elle montre ses blessures aux journalistes duNew York Times et de Reuters avant d’être embarquée par les services de sécurité. La jeune femme devient vite une icône et donne divers interviews à la presse occidentale. En définitive, elle quitte la Libye le 5 mai, via la Tunisie avec l’aide des services secrets français et se rend d’abord au Qatar, puis obtient l’asile politique aux USA grâce à l’intervention de la secrétaire d’État Hillary Clinton. Maître Salwa Fawzi El-Deghali, une avocate devenue ministre des droits des femmes du Conseil national de transition, affirme avoir envoyé par courrier postal des milliers de questionnaires aux femmes de Cyrénaïque et avoir reçu 259 témoignages de viols. Le 28 avril, lors d’une réunion à huis clos du Conseil de sécurité, l’ambassadrice Susan Rice (USA) accuse le colonel Kadhafi d’avoir fait distribuer du viagra à ses troupes pour que la soldatesque viole en masse les rebelles. Lors d’une conférence de presse organisée le 8 juin au siège des Nations Unies, le Procureur de la Cour pénale internationale (CPI), Luis Moreno-Ocampo indique « qu’un nouveau chef d’accusation pourrait être fondé sur le recours à des viols en série pour tenter de contenir les manifestations. Ces viols pourraient être au nombre de plusieurs centaines, a-t-il précisé. L’enquête devait déterminer si ces viols avaient été ordonnés ou non par Mouammar Kadhafi lui-même, comme certaines informations l’ont indiqué. De même, le Procureur a fait état d’informations pouvant attester que le pouvoir libyen aurait fait distribuer aux soldats des stimulants sexuels de type viagra », rapporte le département de l’Information de l’ONU. Cependant, le professeur Mahmoud Cherif Bassiouni, chef de la Commission d’enquête de l’ONU (pas du Tribunal) sur la Libye, met en doute les accusations du procureur. Il rappelle que sa Commission a été informée de ces allégations lors de sa mission à Benghazi. Il a alors demandé à Maître Salwa Fawzi El-Deghali de lui fournir une copie du questionnaire et des 259 réponses reçues et n’a jamais rien obtenu. En outre, il souligne l’invraisemblance de cette version dans la mesure où aucun service postal ne fonctionne depuis le début de l’insurrection.
La guerra della Nato in Libia (operazione “Protettore unificato”), alla quale l’Italia sta partecipando, è presentata all’opinione pubblica internazionale come un intervento umanitario “a tutela del popolo libico massacrato da Gheddafi”.In realtà la Nato e il Qatar sono schierati, per ragioni geostrategiche, a sostegno di una delle due parti armate nel conflitto, i ribelli di Bengasi (dall’altra parte sta il Governo). E questa guerra, come ha ricordato Lucio Caracciolo sulla rivista di geopoliticaLimes, sarà ricordata come un “collasso dell’informazione”, intrisa com’è di bugie e omissioni. Le sta studiando laFact Finding Commission(Commissione per l’accertamento dei fatti) fondata a Tripoli da una imprenditrice italiana,Tiziana Gamannossi, e da un attivista camerunese, con la partecipazione di attivisti da vari Paesi. La madre di tutte le bugie: “10 mila morti e 55 mila feriti”.Il pretesto per un intervento dalle vere ragioni geostrategiche (http://globalresearch.ca/index.ph p?context=va&aid=23983) è stato fabbricato a febbraio. Lo scorso 23 febbraio, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta, la tivù satellitareAl Arabyiadenuncia via Twitter un massacro: “10mila morti e 50mila feriti in Libia”, con bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi e fosse comuni. La fonte èSayed Al Shanuka, che parla da Parigi come membro libico della Corte penale internazionale – Cpi (http://www.ansamed.info/en/libia/news/ME.XEF93179.html). La “notizia” fa il giro del mondo e offre la principale giustificazione all’intervento del Consiglio di Sicurezza e poi della Nato: per “proteggere i civili”. Non fa il giro del mondo invece la smentita da parte della stessa Corte Penale internazionale: “Il signor Sayed Al Shanuka – o El Hadi Shallouf – non è in alcun modo membro o consulente della Corte”(http://www.icc-cpi.int/NR/exeres/8974AA77-8CFD-4148-8FFC-FF3742BB6ECB.htm). Ci sono foto o video di questo massacro di migliaia di persone in febbraio, a Tripoli e nell’Est? No. I bombardamenti dell’aviazione libica su tre quartieri di Tripoli? Nessun testimone. Nessun segno di distruzione: i satelliti militari russi che hanno monitorato la situazione fin dall’inizio non hanno rilevato nulla (http://rt.com/news/airstrikes-libya-russian-military/). E la “fossa comune” in riva al mare? E’ il cimitero (con fosse individuali!) diSidi Hamed, dove lo scorso agosto si è svolta una normale opera di spostamento dei resti (http://www.youtube.com/watch?v=hPej4Ur_tz0). E le stragi ordinate da Gheddafi nell’Est della Libia subito in febbraio? Niente: ma possibile che sul posto nessuno avesse un telefonino per fotografare e filmare? L’esperto camerunese di geopoliticaJean-Paul Pougala(docente a Ginevra) fa anche notare che per ricoverare i 55 mila feriti non sarebbero bastati gli ospedali di tutta l’Africa, dove solo un decimo dei posti letto è riservato alle emergenze (http://mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=24960).
L’opera di demonizzazione del nemico, già suggerita con successo dall’agenzia Wirthlin Group agli Usa per la guerra contro l’Iraq, è riuscita ottimamente nel caso della Libia. “Gheddafi usa mercenari neri”. I soldati libici sono sempre definiti “mercenari”, “miliziani”, “cecchini”. In particolare i media sottolineano la presenza, fra i combattenti pro-governativi, di cittadini non libici del Continente Nero; i ribelli a riprova ne fotografano svariati cadaveri. Ma moltissimi libici delle tribù del Sud sono di pelle nera.
“I mercenari, i miliziani e i cecchini di Gheddafi violentano con il Viagra”. Il governo libico imbottirebbe di viagra i soldati dando loro via libera a stupri di massa, è stata l’accusa della rappresentante Usa all’Onu Susan Rice. Ma Fred Abrahams, dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch, afferma che ci sono alcuni casi credibili di aggressioni sessuali (del resto il Governo libico e alcuni migranti muovono le stesse accuse ai ribelli) ma non vi è la prova che si tratti di un ordine sistematico da parte del regime. Ugualmente fondata solo su contradditorie testimonianze (e riportata solo da un giornale scandalistico inglese (http://www.dailymail.co.uk/news/article-1380364/Libya-Gaddafis-troops-rape-children-young-eight.html) l’accusa di sterminio di intere famiglie e di violenze su bambini di otto anni.
“Gheddafi ha usato le bombe a grappolo a Misurata”. Sottomunizioni dei micidiali ordigni Mat-129 sono stati trovati nella città da organizzazioni non governative e dal New York Times. Tuttavia,secondo una ricerca diHuman Rights Investigation (Hri) riportata da vari siti (http://www.uruknet.de/?l=e&p=-6&hd=0&size=1) potrebbero essere stati sparati dalle navi della Nato.
“Strage di civili a Misurata”. Negli scontri fra lealisti e ribelli armati sono certo morti decine o centinaia di civili, presi in mezzo. Ma ognuna delle due parti rivolge all’altra accuse di stragi e atrocità.
Decine di migliaia di vittime civili…effetti collaterali dei “missilamenti” Nato. Oltre alle centinaia di morti civili nei bombardamenti aerei iniziati in marzo (oltre 700, secondo il Governo libico), e a centinaia di feriti tuttora ricoverati negli ospedali, la guerra ha provocato oltre 750 mila fra sfollati e rifugiati: dati forniti da Valerie Amos dell’Ufficio umanitario delle Nazioni Unite, ma risalente al 13 maggio. Si tratta di cittadini libici trasferitisi in altre parti del Paese e soprattutto di moltissimi migranti rimasti senza lavoro e timorosi di violenze (solo nel poverissimo Niger sono tornati oltre 66 mila cittadini: (http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=24959). Oltre 1.500 migranti sarebbero già morti nel mar Mediterraneo dall’inizio dell’anno.
Atrocità commesse ai danni di neri e migranti. Secondo le denunce di Governi africani, di migranti neri in Libia, e le testimonianze raccolte da organizzazioni umanitarie come la Fédération internationale des droits de l’homme – Fidh (www.lexpress.fr/actualite/monde/libye-des-exactions-anti-noirs-dans-les-zones-rebelles_994554.html), nell’Est libico – controllato dai ribelli - innocenti lavoratori migranti sono stati accusatidi essere “mercenari di Gheddafi”e linciati, torturati, uccisi o comunque fatti oggetto di atti di razzismo e furti. I ribelli, come proverebbero diversi video, hanno giustiziato e seviziato soldati libici in particolare neri (http://fortresseurope.blogspot.com/search/label/Rivoluzionari%20e%20razzisti%3F%20I%20video). La comunità internazionale ha finora ignorato queste denunce.
Fatte cadere tutte le proposte negoziali. Fin dall’inizio della guerra civile libica, sono state avanzate diverse proposte negoziali, prima da Governi latinoamericani e poi dall’Unione Africana (Ua), che prevedevano il cessate il fuoco ed elezioni a breve termine. Sono state tutte ignorate dalla Nato e dai ribelli.