LETTERA D'INFORMAZIONE
1 agosto 2002 - a. I, n. 10
SOMMARIO
PENSIERO
"GUERRA AL TERRORISMO" E DINTORNI
Guerra all'Iraq: l'Italia deve condannare. Noi andremo a Baghdad -
COMUNICATO STAMPA dell'Associazione "Un Ponte per Baghdad"
CONTRASTARE LA POLITICA DI OSTILITA' VERSO IL MONDO ISLAMICO - di
Ghennadij Zjuganov (Uff. Stampa PCFR del 14/9/2001)
"Dietro l'uranio c'è una lobby enorme" - di Maria Lina Veca
("Rinascita", Mercoledì 12 Giugno 2002)
LA STORIA CHE NON RACCONTANO
Germany Has Paid Out More Than $61.8 Billion in Third Reich
Reparations - http://www.ihr.org/jhr/v17/v17n6p19_reparations.html
Anche eminenti teologi cattolici appoggiarono Hitler - (ricevuto
via mail)
TESTIMONIANZE Il gulag di Goli Otok, culmine dell'orrore. E Tito
disse: inferno sia - (dalla rete)
LE OPPOSIZIONI AMERICANE ALLA GUERRA DI ROOSEVELT - di Robert
Steuckers ; fonte:
http://www.asslimes.com/documenti/storia/opposizioni%20americane.htm
OPINIONI
Mumble mumble: SE LA POLITICA E' AZIONE LA GEOPOLITICA E'
GEOSTRATEGIA - di Giovente Litavi
EX JUGOSLAVIA
DOPO LA LITURGIA ALBANESI INCENDIANO IL MONASTERO DI ZOCISTE -
Velika Hoca, 21:50 il 14 luglio 2002 ; fonte "JUGOINFO"
(jugoinfo@...)
PALESTINA NELLA BUFERA
Belgium agrees Jewish compensation package - BBC News, Thursday, 27
June, 2002, 17:24 GMT 18:24 UK
IL MURO CHE PIANGE - di Mystes
Violenza sui vivi: qualcuno si «vergogna»? - di Enrico Galoppini
SAPETE CHE? - fonte: http://www.arabcomint.com/sapetech.htm
30 Anni fa, l'assassinio di Ghassan Kanafani - www.arabcomint.com
Memoriale per un fotoreporter ucciso - di Amedeo Ricucci (dalla rete)
NOTIZIE DAL "CORTILE DI CASA"
GUERRIGLIA IN BRASILE - di Mystes (fonte: www.asslimes.com)
GLI "INTOCCABILI"
IL VANGELO SECONDO LUKACS - di Claudio Mutti
"ITALIANA"
Il minuetto sull'articolo 18 - da un Newsgroup, firmato "Lev" -
Data: domenica 30 giugno 2002 15.36
Blitz dei partiti: pioggia di soldi in arrivo - "Il Nuovo", 12
luglio 2002
INTERNET
Selezione di links
IN LIBRERIA
DIORAMA LETTERARIO numero 253 (giugno-luglio 2002)
Stefano Fabei - Il Reich e l'Afghanistan
Tariq Ramadan - Essere musulmano europeo
MARIO SPATARO - Olocausto. Dal dramma al business? Riflessioni sugli
scritti di Norman G. Finkelstein
Stati Uniti d'America: una bibliografia
*********************************************
PENSIERO
Si può trarre in inganno una parte del popolo tutto il tempo e tutto
il popolo una parte del tempo, ma non si può trarre in inganno tutto
il popolo tutto il tempo.
Abraham Lincoln (1809-1865)
*********************************************
"GUERRA AL TERRORISMO" E DINTORNI
COMUNICATO STAMPA dell'Associazione "Un Ponte per Baghdad"
Guerra all'Iraq: l'Italia deve condannare – Noi andremo a Baghdad
Il fatto, riportato da alcuni giornali, che l'Italia possa
partecipare, con appoggio logistico o anche solo aumentando la
presenza in Afganistan permettendo di "liberare" truppe
statunitensi, ci atterrisce.
Ci atterrisce l'idea che il nostro paese possa partecipare
all'uccisione dei bambini cui abbiamo potuto salvare la vita nei
lunghi anni dell'embargo e alla distruzione delle scuole, dei centri
sanitari e delle centrali di potabilizzazione che abbiamo
ricostruito grazie alla collaborazione di migliaia di persone,
associazioni, enti locali italiani.
Questi bambini, e i loro coetanei iracheni, hanno un nome e un
cognome, un volto, impresso nelle nostre menti e non possiamo
accettare che scompaiano, cancellati dalla definizione astratta
di "asse del male" o accomunati al regime che li governa.
Questa guerra non ha nulla a che vedere con la lotta al terrorismo,
non risponde ad attacchi né a minacce di attacco militare, non
porterà nemmeno la democrazia, ma distruzione e morte, forse per
anni, forse in tutto il medio oriente.
Questa guerra è fuori e contro la legalità internazionale e l'Onu,
fuori e contro la nostra Costituzione.
Ci indigna che cinici calcoli di politica internazionale, - come non
restare tagliati fuori dalla torta petrolifera che gli Usa si
accingono a conquistare - possano prevalere sulla Costituzione e sui
sentimenti di umanità della nostra gente.
Speriamo che ciò non avvenga, ma registriamo con preoccupazione che
l'Italia è sinora l'unico paese europeo, con la Gran Bretagna, che
non ha ancora condannato esplicitamente l'eventualità di un attacco
all'Iraq. Con una lettera al Presidente del Consiglio e al Ministro
della difesa abbiano chiesto oggi un chiaro pronunciamento in merito.
Per chiarire con forza questi concetti noi andremo a Baghdad. Con
i "nostri" bambini.
Vi andremo insieme a pacifisti e volontari di tutto il mondo,
nell'immediata vigilia dell'attacco, per tentare di rendere visibili
i volti di coloro che saranno le vittime della guerra, per difendere
il nome del nostro paese, per difendere la civiltà, la legalità e
l'Onu.
Vi andremo nella speranza di essere un deterrente all'attacco e di
poter conquistare, in extremis, qualche giorno od ora, per l'azione
diplomatica e per la ricerca di una soluzione politica.
Vi andremo anche perché non si possa dire in futuro che l'Italia
stava solo dalla parte di chi bombarda.
Invitiamo tutti i pacifisti italiani ad unirsi a noi per organizzare
insieme una ampia missione di pace.
Per informazioni e adesioni: www.unponteper.it/nontagliolacorda
Associazione Un ponte per…
Roma 29/07/2002
*********************
CONTRASTARE LA POLITICA DI OSTILITA' VERSO IL MONDO ISLAMICO
di Ghennadij Zjuganov
(Uff. Stampa PCFR del 14/9/2001)
fonte: http://www.lernesto.it/strutture/articolo.asp?codart=304
"Ci preoccupa molto che, con il pretesto degli attentati
terroristici negli USA, si cerchi di imporre al nostro paese una
politica di ostilità nei confronti del mondo islamico" - ha
affermato il leader del PCFR Ghennadij Zjuganov, rispondendo alle
domande dei giornalisti della radio di San
Pietroburgo. "Contemporaneamente si fa di tutto per spingerci allo
scontro con i paesi arabi. E ciò avviene sullo sfondo dei tentativi
di alcuni circoli americani di mettere in pratica la linea dei
cowboys texani, che alzano il bastone, minacciando di punire
indiscriminatamente tutto e tutti".
"Trasmettendo le nostre sentite condoglianze e la nostra solidarietà
al popolo americano, nel mio incontro con l'ambasciatore degli USA,
ho rivolto un appello alla dirigenza del paese perché dimostri
coraggio e autocontrollo" – ha sottolineato Zjuganov. "Gli organi di
sicurezza di questo paese devono quanto prima individuare i veri
colpevoli della tragedia, mentre i politici devono osservare
prudenza nei loro interventi, non inventandosi le colpe di interi
paesi, popoli e confessioni religiose".
"Voglio ricordare che il più terribile attentato terroristico negli
USA, almeno fino all'altro giorno - l'esplosione di un edificio in
Oklahoma – fu organizzato e realizzato, non da terroristi islamici,
ma da terroristi al cento per cento americani. Perciò i poteri
americani devono condurre le più accurate indagini e individuare gli
autentici organizzatori dei mostruosi attentati a New York e a
Washington".
"Se diamo credito alle versioni ufficiali, allora occorre rammentare
che coloro che oggi vengono incolpati, sono stati allevati dai
servizi speciali degli USA" – ha fatto notare G. Zjuganov. "E'
sufficiente ricordare il ruolo degli Stati Uniti nel sostegno
ai "mujaheddin", ai terroristi e, in particolare, a Bin Laden,
quando la loro attività distruttrice era rivolta contro l'URSS, la
Russia. E le accoglienze ufficiali a Washington dei rappresentanti
dei terroristi ceceni, che sono legati strettamente allo stesso Bin
Laden. E' indispensabile che gli USA abbandonino la politica
dei "due pesi e due misure" nell'approccio al problema del
terrorismo, mantengano la calma e agiscano sulla base di fatti
evidenti".
Preoccupa molto la posizione di alcuni dirigenti russi, che
esprimono la loro disponibilità a coinvolgere il nostro paese nel
sostegno alle possibili azioni di forza degli USA in Afghanistan.
Non bisogna dimenticare che l'Unione Sovietica, decine di volte più
forte dell'attuale Russia, ritirò il proprio esercito
dall'Afghanistan, rendendosi conto dell'impossibilità di risolvere
il problema con strumenti di guerra. Se, disgraziatamente, dovessero
coinvolgere la Russia in un conflitto in Afghanistan, allora tale
scontro, nelle attuali condizioni, potrebbe sfociare in un conflitto
con il mondo islamico, con tutto il "terzo mondo".
Ufficio stampa
del gruppo parlamentare del PCFR
(Traduzione dal russo di Mauro Gemma)
*****************
"Dietro l'uranio c'è una lobby enorme"
"Rinascita", Mercoledì 12 Giugno 2002
di Maria Lina Veca
"...rientra nella politica di Washington, di aver lanciato
tonnellate di bombe sull'Afghanistan, senza base legale, a dispetto
del diritto internazionale, uccidendo migliaia di persone,
per "proteggerle", come dicono loro...Dicono di fare una guerra al
terrore, e intanto terrorizzano il mondo intero! Ammazzare,
sterminare, bombardare i poveri del pianeta...si deve agire perché è
meglio essere attivi oggi, che radioattivi domani!"
Così parla Padre Benjamin, come sempre coinvolgendo la platea nel
suo intervento che passa dall'ironia alla durezza, toccando
contenuti e fornendo dati sulla "politica di Washington": quella
appunto di ammazzare, sterminare, bombardare i poveri del pianeta.
Jean Marie Benjamin, segretario generale della fondazione Beato
Angelico e promotore di una campagna per l'abolizione dell'embargo
all'Iraq, è a Roma per presentare il suo nuovo libro, "Obiettivo
Iraq . Nel mirino di Washington" presso la Sala della Stampa Estera,
insieme a Gianni Mattioli e Vittorio Sgarbi.
Il libro, il terzo di padre Benjamin, contiene molti documenti
inediti e fornisce informazioni di grande attualità : dai retroscena
del volo Amman-Baghdad del 3 aprile 2000, realizzato insieme a
Sgarbi, alle dimissioni di Scott Ritter, capo degli ispettori ONU
per il disarmo, dai percorsi del petrolio alle rivelazioni
sull'uranio impoverito.
Su quest'ultimo argomento si è soffermato, in particolare, padre
Benjamin, nel suo intervento, come anche Gianni Mattioli. L'uranio
impoverito - denunciava tra l'altro padre Jean Marie - e' un affare
da milioni di dollari per una 'lobby enorme' che alimenta gli
eserciti di 44 Paesi nel mondo. L'Iraq 'e' ancora sotto 400
tonnellate di uranio impoverito. Il problema e' che in oltre dieci
anni nessun esperto e' andato li' a vedere cosa e' accaduto'. 'Si
vuole mantenere l'embargo -sottolinea padre Benjamin- per non dare
modo a nessuno di fare analisi sul campo, di vedere cosa e'
realmente accaduto in Iraq. C'e' una lobby enorme, multinazionali
muovono milioni di dollari. Quanto agli effetti dell'uranio
impoverito, 'ci sono rapporti americani risalenti alla fine della
seconda guerra mondiale e dal '95 circolano videoclip dell'esercito
Usa che informano sui pericoli dell'uranio e sulle emissioni di
particelle tossiche'.
Padre Jean Marie Benjamin è stato uno dei primi a denunciare gli
effetti dell'uranio impoverito sulle popolazioni civili irachene
bombardate dagli aerei americani e inglesi, e sugli stessi militari.
Su questi argomenti ha realizzato un documentario, mai trasmesso
dalla Rai, e due libri, in cui parla anche dell'uranio impoverito in
Bosnia e in Kosovo..
Padre Benjamin ha posto l'accento sul problema della "guerra
mediatica": il problema - ha ricordato - è che tutta l'informazione
è nelle mani di un paese che decide quali notizie si possono dare e
quale disinformazione va fatta. E' quello che sta accadendo da oltre
dieci anni. L'Oms non pubblica un certo tipo di documenti in forza
di un accordo segreto che nel 1959 ha ratificato con l'Agenzia per
l'energia nucleare di Vienna, nel quale è stabilito di non divulgare
al pubblico informazioni di interesse nazionale senza l'ok degli
Usa. "Tornando all'Iraq - ha detto ancora padre Jean Marie - ho
visto i dossier del ministero e le cartelle cliniche: prima della
guerra del Golfo nascevano bambini normali, ora invece nascono con
malformazioni.
Quando si trova radioattività nelle urine dei genitori c'è per forza
una contaminazione. E anche i 200mila "veterani" non si sono
contaminati passeggiando sulla quinta strada.
I militari e il governo italiano sapevano cosa stava
accadendo...Recentemente sono stato al parlamento inglese. C'erano
molti parlamentari ed era aperto al pubblico, e hanno proiettato il
mio ultimo film. Alla fine si sono alzati in piedi e hanno
applaudito, e i parlamentari hanno deciso di scrivere a Robin Cook
per dire "non potete più ingannarci". L'anno scorso il ministro
degli affari esteri francese mi ha scritto una lettera sulla mia
violazione dell'embargo all'Iraq, ma non ha risposto sull'uranio
impoverito, perché la Francia è uno dei più grossi produttori di
questo tipo di armi. Passando all'Italia, volete sapere qual è stata
la reazione di Mattarella quando l'ho incontrato al mio ritorno da
Baghdad a dicembre '98? C'era Giuseppe Giulietti all'aeroporto, che
mi ha fatto incontrare Mattarella, allora vicepresidente del
Consiglio. Poi sono stato ricevuto alla Farnesina dal
sottosegretario Valentino Martelli. Ho parlato con Mattarella della
disinformazione sui bombardamenti e dell'uranio impoverito.
Sull'uranio non mi ha risposto, ma ha solo proposto di coordinare
con la Santa sede un aiuto alle popolazioni, cosa mai fatta. Con
Martelli, poi, è stata una cosa sconvolgente. Ho spiegato che ogni
otto minuti lì muore un bambino, ma lui diceva che non era possibile
e che con Saddam Hussein non si può collaborare.
Ma ci sono 22 milioni di iracheni che subiscono le contaminazioni e
un embargo che impedisce loro di decontaminare. Lui diceva che erano
stati mandati degli esperti a Baghdad, nel '95-'96. Ma sarebbero
dovuti andare a guardare le cartelle cliniche tra la gente del sud
del paese e fare un'inchiesta approfondita. Alla fine ho chiesto di
mandarli almeno a seguire le vicende dei militari americani. Ma ho
trovato un muro tremendo, perché dicevano che gli americani sono
nostri alleati. La discussione è stata molto dura, e il giorno dopo
ho mandato un pacco di documenti ufficiali sull'uranio alla
Farnesina. A giugno '99 ho stampato 700 copie di un rapporto
sull'uranio impoverito in Iraq e in Kosovo e l'ho distribuito a
tutti i parlamentari. Sono stato convocato dalla commissione Esteri,
e ho portato il video sull'uranio impoverito che l'esercito Usa ha
inviato alla Nato. Il 29 settembre '99 la commissione ha adottato
una risoluzione che chiedeva una commissione d'inchiesta
sull'uranio. Ma hanno aspettato i primi morti per farla.
Stiamo ancora aspettando la messa al bando di queste armi."
E padre Benjamin parla ancora dei colloqui con Tareq Aziz , Vice
Primo Ministro , sui temi che vanno dai mesi precedenti la guerra
del Golfo ad oggi, chiedendosi cosa ci sia dietro l'accanimento
contro l'Iraq, da undici anni. "E' una nuova colonizzazione...Io mi
chiedo come Bush può andare alla Messa, magari dicendo ai bambini
americani di donare un dollaro per i bambini afghani, perpetrando,
con fini diabolici, il "business della carità"..."
*************************************************
LA STORIA CHE NON RACCONTANO
Germany Has Paid Out More Than $61.8 Billion in Third Reich
Reparations
Since 1951 Germany has paid more than 102 billion marks, about $61.8
billion at 1998 exchange rates, in federal government reparation
payments to Israel and Third Reich victims. In addition, Germans
have paid out billions in private and other public funds, including
about 75 million marks ($49 million) by German firms in compensation
to wartime forced laborers, the Welt am Sonntag newspaper reported
recently. These figures are based on calculations by the German
Finance Ministry, the influential paper said.
Of the total, Germany has paid out 78.4 billion marks ($47 billion)
on the basis of the 1965 Federal Restitution Law (BEG) to persons,
especially Jews, who had been persecuted during the Third Reich era
on the basis of race, religion, origin or ideology.
While most of those who were alive during the Second World War are
now dead, in recent years Germany was still paying out some 1.25
billion marks (about $75 million) to 106,000 pensioners in Israel,
the United States and other countries on the basis of the 1965
Restitution Law.
A substantial portion of Germany's reparations payments have been to
the "Jewish Claims Conference" for Jews who had persecuted by the
Third Reich. Recipients include former forced laborers and
concentration camp internees, as well as individuals deprived of
rights or property under the Nazis. Based in New York City, the
Jewish Claims Conference (JCC) has operated for decades as a kind of
supra-national governmental agency for Jews around the world.
Between 1992 and July 1998, the German federal government paid out
1.1 billion marks (about $647 million) to the JCC. During the first
half of 1998, it made available 378 million marks (about $222
million) to the JCC in special one-time restitution payments for
Jews who had persecuted by the Third Reich, according to a German
government report issued on September 29, 1998. The JCC distributed
up to 5,000 marks each to individual claimants.
In recent years Germany has paid out nearly 1.8 billion marks on the
basis of special bilateral agreements concluded in 1991 and 1993
with Poland and three successor states of the former Soviet Union --
the Russian Federation, Ukraine and Belarus (White Russia) -- even
though in 1953 Poland and the Soviet Union each renounced any
further reparations payments from Germany.
Because there's no sign that German reparations payments will stop
anytime soon, the Welt am Sonntag wonders if they might
be "bottomless." In coming years, Finance Ministry specialists
estimate, Germany will pay out an additional 24 billion marks (about
$14.4 billion at a recent exchange rate) in Third Reich reparations.
(Sources: J. Kummer, "Wird die Wiedergutmachung ein Fass ohne
Boden?" Welt am Sonntag, Oct. 4, 1998, p. 54; Reuters' dispatch,
Bonn, Oct. 3, 1998; The Week in Germany, published by the German
Information Center in New York, Oct. 2, 1998; Focus on "German
Restitution for National Socialist Crimes," May 1995 special report
by the German Information Center; "Milliardenloch Wiedergutmachung,"
D. National-Zeitung [Munich], Nov. 20, 1998, p. 7. See also: "West
Germany's Holocaust Payoff to Israel and World Jewry," in the Summer
1988 Journal, pp. 243-250.)
http://www.ihr.org/jhr/v17/v17n6p19_reparations.html
**************
Anche eminenti teologi cattolici appoggiarono Hitler
(ricevuto via mail)
Non soltanto i vescovi, ma anche altri eminenti cattolici si
riconobbero nella politica del Nazionalsocialismo.Essi pubblicarono
una propria serie di scritti che, come l'editore Aschendorf di
Muenster scrisse sul retro di tutte queste pubblicazioni, " deve
servire alla costruzione del Terzo Reich con le forze unite dello
Stato nazionalsocialista e del Cristianesimo cattolico ".
Michael Schmaus:
"Vedo nel movimento nazionalsocialista la protesta più acuta e più
imponente contro la spiritualità del XIX e del XX secolo".
Un fatto che il cattolico giudicava naturalmente in maniera
positiva, dichiarandosi entusiasta della " repressione di tutti gli
influssi dannosi nella letteratura, nella stampa,nel teatro,
nell'arte e nella cinematografia" e si riconosce nel " sangue
inebriante e nel suolo fertile; "le tavole del dovere
nazionalsocialista e quelle degli imperativi catolici - spiega
Schmaus - indicano la medesima direzione" e attesta alla "vitalità
nazionalsocialista" che " in essa ottiene giustizia ancora una volta
l'uomo intero, non solo un aspetto dell'uomo, l'intelletto".
Schmaus nel 1951 fu chiamato all'Accademia Bavarese delle Scienze e
divenne Rettore dell'Università di Monaco.16 associazioni
cattoliche, i cui capi un tempo erano pur essi entrati a fianco di
Hitler, nominarono Schmaus "studente onorario".
Franco conferì a Schmaus la croce di commendatore dell'Ordine di
Spagna al "merito civil": e Pio XII lo elevò a prelato privato
papale.
Joseph Lortz
Collega di Schmaus, nemmeno lui evitò alcuno sforzo per rendere
plausibile la svolta della sua Chiesa, lamentando da parte
catolica: "un'ignoranza da definire veramente tragica delle enormi
energie positive, delle idee e dei piani del nazionalsocialismo
quali erano già stati delineati in modo universalmente accessibile e
autenticamente nel libro di Hitler Mein Kampf già dal 1925. Di
questa negligenza tutti abbiamo la nostra parte di colpa".
Riguardo al Mein Kampf il nostro cattolico parla di una "stupenda
sicurezza, di una consequenzialità interna assolutamente superiore",
anzi, egli usa la locuzione "veramente grandioso".
Il teologo Lortz ringrazia Hitler per "la salvezza della Germania e
quindi dell'Europa dal caos del Bolscevismo", proclama
il "riconoscimento di fondamentali affinità fra il
nazionalsocialismo e il cattolicesimo" e scrive: "In molti aspetti
essenziali solo il cattolicesimo può dare compimento al
nazionalsocialismo", e infine pronuncia a suo favore "un pieno sì" e
partendo da un "doppio dovere di coscienza", perchè cioè il
nazionalsocialismo non è solo il potere adeguato alla Germania,
ma "in parte preponderante la Germania stessa".
Un'altra citazione particolarmente significativa dagli scritti di
Lortz. Dopo aver annoverato il liberalismo fra le malattie mortali
del tempo e fra i nemici principali della Chiesa, egli così
continua: "Oltre a ciò, è sconcertante che alla fine dell'età
moderna appaia all'esterno della Chiesa una grande forza e una forma
di vita che proclama e realizza ampiamente nella realtà
dell'esistenza quel che nel XIX secolo i papi Gregorio XVI, Pio IX e
anche Leone XIII, fra il riso di scherno arrogante di tutto il mondo
cosiddetto colto e progressivo, che combatteva per la cultura,
insegnavano o respingevano, ciò che anche quei papi rifiutavano: la
sopravvalutazione della maggioranza e il suo scambio con l'autorità;
la pretesa di una libertà illimitata di stampa e di parola, in breve
tutte le aberrazioni che il liberalismo individualistico scambiava
per l'essenza della libertà".
(segue)
*******************
TESTIMONIANZE Il gulag di Goli Otok, culmine dell'orrore
(dalla rete)
E Tito disse: inferno sia
Esiste un luogo nella storia in cui l'abominio del lager fu peggiore
che in ogni altro dove e toccò l'acme del male, nelle forme di una
crudeltà assoluta e perfetta? Per chi può ancora parlarne, quel
luogo si chiama Goli Otok: l'Isola Calva in Dalmazia, oggi croata,
teatro fra il 1949 e il 1956 di una delle vicende meno conosciute
della storia europea.
La descrive compiutamente il giornalista italiano d'oltre confine
Giacomo Scotti in Goli Otok , uscito ora in terza edizione (la prima
risale al 1991) con molte nuove testimonianze.
Quel che accadde fu opera di comunisti contro altri comunisti. Dopo
la rottura del giugno 1948 tra Stalin e Tito, accusato di
deviazionismo per aver dato vita a un regime autonomo da Mosca,
cominciò in Jugoslavia una durissima campagna di epurazioni,
delazioni e rastrellamenti contro i "cominformisti": non solo i
pochi esponenti dichiaratamente filo-sovietici, ma chiunque
palesasse una qualsiasi titubanza o passività di fronte alla sola
scelta "autenticamente comunista", cioè quella di Belgrado.
La repressione fu d'inaudita crudeltà. E tra i diciassettemila
deportati a Goli Otok, molti dei quali morirono di torture o per
suicidio, vi furono anche un centinaio d'italiani: i
cosiddetti "monfalconesi", cioè originariamente lavoratori nei
cantieri navali presso Trieste, quasi tutti iscritti al Partito
comunista italiano, che alla fine della guerra avevano deciso di
spostarsi in Jugoslavia per contribuire all'«edificazione del
socialismo». La storia riservò loro una beffa atroce: vittime del
sostegno di Togliatti a Stalin, passarono nel volgere di qualche
anno dalle carceri fasciste o dai campi di concentramento nazisti a
Goli Otok.
Sull'isola, di cui fino agli anni Novanta si sarebbe saputo ben
poco, le condizioni erano inumane: i detenuti lavoravano denutriti e
ammassati in baracche, costretti a picchiarsi e torturarsi tra loro
fin dal momento dello sbarco, obbligati alla delazione e spogliati
d'ogni dignità.
Quel che l'italiano Mario Bontempo, a chi gli chiese dei due lager
patiti, sintetizzò significativamente così: «Meglio un mese a Dachau
che un'ora a Goli».
****************
LE OPPOSIZIONI AMERICANE ALLA GUERRA DI ROOSEVELT
di Robert Steuckers
fonte: http://www.asslimes.com/documenti/storia/opposizioni%
20americane.htm
La storia delle opposizioni americane alla seconda guerra mondiale è
molto interessante. Essa ci introduce alle idee degli isolazionisti
e neutralisti degli Stati Uniti, i soli alleati oggettivi e fedeli
che noi possiamo avere oltre Atlantico, a parte, naturalmente, i
patrioti dell'America ispanica.
Affrontare questo argomento implica formulare alcune avvertenze
preliminari.
- La storia contemporanea è inquadrata all'interno di un'angolazione
propagandistica. Quale ? Quella che è stata orchestrata dai
guerrafondai americani, coalizzati attorno al Presidente Roosevelt.
Il compito della storia è dunque quello di ritrovare la realtà al
di là della cortina fumogena propagandistica.
- La storia contemporanea è determinata dalla prospettiva
roosveltiana, dove:
a) gli Stati Uniti sono l'avanguardia, la terra di elezione della
libertà e della democrazia ;
b) gli Stati Uniti devono agire in modo che il mondo si allinei
sulle loro posizioni;
c) Per via della loro ideologia messianica, interventista e
mondialista, gli Stati Uniti si pongono come il braccio armato di
Yahvé, sono chiamati ad unificare il mondo sotto l'autorità di Dio.
Il loro presidente è il vicario di Yahvé in Terra (e non più il Papa
di Roma).
Ma, per imporsi, questa ideologia messianica, interventista e
mondialista ha dovuto battere dei nemici interni, degli avversari
isolazionisti, neutralisti e differenzialisti. In effetti, negli
anni 30, 40 e 50, due schieramenti si affrontarono negli Stati
Uniti. Nel linguaggio attuale, si potrebbe dire che i sostenitori
del " villaggio globale " si scontrarono con i difensori
dell' "autocentrismo".
Quali sono stati gli avversari del mondialismo di Roosevelt, oltre
al più celebre tra di loro, il pilota Lindbergh, vincitore
dell'Atlantico? Noi ne studieremo cinque :
1) Oswald Garrison VILLARD, editore del giornale Nation, schierato a
sinistra, liberale e pacifista.
2) John T. FLYNN, economista ed editorialista di New Republic,
ugualmente collocato a sinistra.
3) Il Senatore Robert A. TAFT dell'Ohio, capo del Partito
Repubblicano, soprannominato " Mr. Republican".
4) Charles A. BEARD, storico progressista.
5) Lawrence DENNIS, intellettuale etichettato " fascista", ex
diplomatico in America latina, specialmente in Nicaragua e in Perù.
Tutti questi uomini avevano una storia personale, un passato molto
diversi. Negli anni 38-41, essi erano tutti isolazionisti. Negli
anni 43-50, sono considerati come " conservatori " (vale a dire
avversari di Roosevelt e dell'alleanza con l'URSS); dal 1948 al
1953, essi rifiutavano la logica della Guerra Fredda (difesa dalla
sinistra social-democratica nel dopo-guerra).
Perché questa evoluzione, che non si comprende molto al giorno
d'oggi ?
- Intanto perché la sinistra è favorevole al " globalismo "; ai suoi
occhi gli isolazionisti sono passatisti e gli interventisti sono
internazionalisti e " progressisti ".
- In seguito alla Guerra del Vietnam (altra guerra interventista),
la sinistra ha cambiato punto di vista.
In effetti, l'interventismo è sinonimo d'imperialismo (che è
moralmente condannabile per la sinistra ostile alla Guerra del
Vietnam). L'isolazionismo rileva del non-imperialismo americano,
dell'anti-colonialismo ufficiale degli USA, quello che, nel contesto
della Guerra del Vietnam, è moralmente accettabile. Da ciò la
sinistra militante deve riallacciarsi ad un concezione anti-
imperialista. La morale è dalla parte degli isolazionisti, anche se
un Flynn, ad esempio, è diventato maccartista e se Dennis ha fatto
l'apologia del fascismo. Esaminiamo le idee e gli argomenti di
ciascuno di questi cinque isolazionisti.
Charles A. BEARD
Charles A. Beard è uno storico, autore di 33 libri e 14 importanti
saggi. La sua tesi centrale è quella del "determinismo economico" ;
essa prova che egli è un uomo di sinistra nel solco della tradizione
britannica dei Mill, Bentham e del marxismo moderato. La struttura
politica e giuridica, per Beard, deriva dalla strategia economica.
Il divenire complessa da parte dell'economia, implica uno sviluppo
di complessità del gioco politico per moltiplicazione degli attori.
La Costituzione e l'apparato legale sono dunque il riflesso dei
desiderata delle classi dirigenti. L'aumento di complessità postula
successivamente l'introduzione del suffragio universale, perché la
complessità reale della società possa riflettersi correttamente
nelle rappresentanze.
Beard sarà disgustato dalla guerra del 1914-18.
1. I risultati di questa guerra sono contrari all'idealismo
wilsoniano, che aveva spinto gli Stati Uniti a intervenire. Dopo il
1918, c'è nel mondo maggiore totalitarismo e autoritarismo di prima.
La prima guerra mondiale si chiude con un arretramento della
democrazia.
2. Sono gli investimenti all'estero (principalmente in Francia e in
Gran Bretagna) che hanno spinto gli Stati Uniti a intervenire (per
salvare i loro clienti dalla sconfitta).
3. Di qui l'autentico rimedio è quello dell'autarchia continentale
(continentalismo).
4. Agli investimenti all'estero, bisogna opporre, dice Beard, degli
investimenti all'interno. Serve una pianificazione nazionale. Si
deve costruire una buona infrastruttura stradale negli Stati Uniti,
si devono aumentare gli stanziamenti per le scuole e le università.
Per Beard, la pianificazione si oppone al militarismo. Il
militarismo è un messianismo, essenzialmente diffuso dalla Marina,
appoggiato per primo dall'Ammiraglio Mahan, teorico della
talassocrazia. Per Beard, l'US Army non deve essere che uno
strumento difensivo.
Beard è dunque un economista e un teorico politico che annuncia il
New Deal di Roosevelt. Egli è perciò favorevole in un primo momento
al Presidente, perché questi lancia un gigantesco piano di lavori
di pubblico interesse. Il New Deal, agli occhi di Beard è una
ristrutturazione completa dell'economia interna americana. Beard
ragiona come i continentalisti e gli autarchisti europei e
giapponesi (in special modo Tojo, che parla ben presto di " sfera di
co-prosperità est-asiatica "). In Germania, questa ristrutturazione
autarchizzante preconizzata dal premier Roosevelt suscita
entusiasmo e porta acqua al mulino dei sostenitori di un nuovo
dialogo germano-americano dopo il 1933.
Il programma "Big Navy"
Ma Roosevelt non potrà applicare il suo programma, perché
incontrerà l'opposizione degli ambienti bancari (che ricavano
maggiori profitti dagli investimenti all'estero), del complesso
militar-industriale (nato durante la prima guerra mondiale) e della
Marina Militare. Per Beard, il programma " Big Navy " tradisce
l'autarchia promessa dal New Deal.
Il programma " Big Navy " provocherà una ripetizione storica.
Roosevelt prepara la guerra e la militarizzazione degli Stati Uniti,
deplora Beard. Nel 1934, scoppia lo scandalo Nye. Un'inchiesta
condotta dal Senatore Gerald Nye prova che il Presidente Wilson, il
Segretario di Stato Lansing e il Segretario di Stato al Tesoro Gibbs
McAdoo, il Colonnello House e i centri bancari (specialmente la J.P.
Morgan & Co) hanno deliberatamente spinto il Paese in guerra per
evitare una crisi, una depressione. Risultato: questa depressione
non è stata che rinviata di dieci anni (1929). Dunque la politica
ragionevole sarebbe di decretare l'embargo generale verso ogni
guerra a meno che gli Stati Uniti non vi siano trascinati a fianco
di uno dei belligeranti.
Nel 1937, Roosevelt pronuncia il suo famoso " Discorso di
Quarantena ", dove annuncia che Washington metterà gli "aggressori "
in quarantena. Applicando preventivamente questa misura di
ritorsione ai soli aggressori, Roosevelt opera una scelta e lascia
il terreno della neutralità, constata Beard. Quando i Giapponesi
attaccano Pearl Harbour, la mattina del 7 dicembre 1941, Beard
rivela alla stampa che Roosevelt ha deliberatamente obbligato il
Giappone a commettere questo irreparabile atto di guerra. Dal 1941
al 1945, Beard ammetterà la natura "espansionistica" della Germania,
dell'Italia e del Giappone, ma non cesserà di esortare gli Stati
Uniti a non seguire questo esempio, perché gli Stati Uniti
sono "autosufficienti" e l'aggressività di questi Stati non è
direttamente rivolta contro di essi. Inoltre, in secondo luogo, la
guerra disintegra le istituzioni democratiche americane. Si passa da
una democrazia a un cesarismo con facciata democratica.
Beard accusa il governo americano di Roosevelt di cercare di entrare
in guerra ad ogni costo contro il Giappone e la Germania. La sua
accusa poggia specialmente su quattro fatti importanti :
1. Egli denuncia lo scambio di cacciatorpediniere di fabbricazione
americana contro basi militari e navali inglesi nei Caraïbi e a
Terranova (New Foundland).
2. Egli denuncia la " Conferenza dell'Atlantico ", tenuta tra il 9 e
il 12 agosto 1941 tra Churchill e Roosevelt. Essi hanno brindato su
un atto di guerra ai danni del neutrale Portogallo: l'occupazione
delle Azzorre da parte degli Americani e dei Britannici.
3. Egli denuncia l'incidente del settembre 1941, dove navi tedesche
rispondono al fuoco dell'USS Greer. Beard pretende che Roosevelt dia
enorme risalto all'incidente e basa la sua argomentazione sul
rapporto dell'Ammiraglio Stark che prova l'intervento della nave a
fianco degli Inglesi.
4. Nell'ottobre del 1941, un incidente simile contrappone dei
bastimenti della Kriegsmarine all'USS Kearny. Roosevelt amplifica
l'avvenimento con l'appoggio dei media. Beard replica basandosi sul
rapporto del Segretario della Marina Knox, il quale rivela che la
nave americana ha preso parte attiva ai combattimenti tra unità
inglesi e tedesche.
Una strategia di provocazione
Beard deduce che la strategia di Roosevelt cerca di provocare
deliberatamente un incidente, un casus belli. Questo atteggiamento
mostra che il Presidente non rispetta le istituzioni americane e non
segue la via gerarchica normale, che passa per il Congresso. La
democrazia americana non è più che una facciata: gli Stati Uniti
sono diventati cesaristi e non rispettano più il Congresso, organo
legittimo della nazione.
E' interessante notare che la sinistra americana recupererà Beard
contro Johnson durante la guerra del Vietnam. Da Roosevelt a
Johnson, la sinistra americana ha in effetti del tutto cambiato,
modificato completamente la sua posizione; essa era favorevole a
Roosevelt perché egli aveva dato impulso al New Deal, con tutti i
suoi aspetti sociali e dirigisti, e perché egli è stato il leader
della grande guerra " anti-fascista ". Essa cessa di sostenere
l'opzione presidenzialista contro il democratico Johnson, ritorna
favorevole al Congresso, perché essa si oppone alla guerra del
Vietnam e all'influenza delle lobbies militar-industriali. Infatti,
la sinistra americana riconosceva di essere stata negli anni 60
autoritaria, scudo dell'autocrazia rooseveltiana e antiparlamentare
(accusando i fascisti di essere tutto questo!). Peggio, la sinistra
ammetteva di essere stata "fascista" per "anti-fascismo"!
In un primo tempo dunque, la sinistra americana era stata
interventista. In una seconda fase, essa diventa isolazionista.
Questa contraddizione si è (molto) parzialmente esportata verso
l'Europa. Questo trasformazione, tipicamente americana, costituisce
la specificità del paesaggio politico d'Oltre-Atlantico.
Mettere il Giappone con le spalle al muro!
Sono ugualmente interessanti da studiare le posizioni di Beard circa
la guerra americana contro il Giappone. Beard inizia constatando
che il Giappone voleva una "sfera di co-prosperità est-asiatica",
che includesse la Cina ed estendesse profondamente l'influenza
giapponese nei territori dell'ex Celeste Impero. Per questo motivo,
convinto di contrastare l'espansione nipponica, Roosevelt organizza
l'embargo contro il Giappone, mirando così alla sua asfissia. Con la
pratica di una simile politica, il Presidente americano ha messo il
Giappone con le spalle al muro: o morire lentamente o tentare il
tutto per tutto. Il Giappone, a Pearl Harbour, ha scelto il secondo
termine dell'alternativa. La posta in gioco nella guerra americano-
giapponese è dunque il mercato cinese, verso il quale gli Stati
Uniti hanno sempre desiderato avere un accesso diretto. Gli Stati
Uniti vogliono una politica della "porta aperta" in tutta l'Asia,
come avevano voluto una identica politica nella Germania di Weimar.
Nella polemica che lo oppone a Roosevelt, Beard si schiera con
Hoover, il cui giudizio ha molto peso. Beard e Hoover pensano che
l'azione del Giappone in Cina non tocchi per nulla la sovranità
nazionale americana, né nuoccia agli interessi degli Stati Uniti.
Questi ultimi non si devono preoccupare: mai i giapponesi
giungeranno a nipponizzare la Cina. Dopo la seconda guerra mondiale,
Beard non cesserà di opporsi alle manifestazioni di bellicismo del
suo paese. Egli critica la politica di Truman. Egli rifiuta la
bipolarizzazione, così come si cristallizza nelle macchine
propagandistiche. Egli critica l'intervento americano e britannico
in Grecia e in Turchia. Egli critica la ricerca d'incidenti nel
Mediterraneo. Egli rigetta lo spirito di "crociata", compreso quando
mira al mondo comunista.
In conclusione, Beard è rimasto durante tutta la sua vita politica
un sostenitore dell'autarchia continentale americana e un avversario
risoluto del messianismo ideologico. Beard non era né anti-fascista
né anti-comunista: egli era un autarchista americano. L'anti-
fascismo e l'anti-comunismo sono delle idee internazionaliste,
dunque disincarnate e irreali.
Oswald Garrison VILLARD
Nato nel 1872, Oswald Garrison Villard è un giornalista new-yorkese
molto celebre che offre la sua prosa precisa e chiara a due
giornali, Post et Nation, di proprietà del padre. Il retroterra
ideologico di Villard è il pacifismo. Egli diventa membro della Lega
anti-imperialista dal 1897. Nel 1898, egli si oppone alla guerra
contro la Spagna (in cui essa perde Cuba e le Filippine). Egli
ritiene che la guerra sia incompatibile con l'ideale liberale di
sinistra. Nel 1914, egli è uno dei principali sostenitori della
neutralità. Tra 1915 e il 1918, egli esprime la sua delusione nei
confronti di Wilson. Nel 1919, egli prende posizione contro le
clausole del Trattato di Versailles: la pace è ingiusta dunque
fragile, perché essa sanziona il diritto del più forte, egli non
cessa di ripetere dalle sue colonne. Egli s'oppone all'intervento
americano contro la Russia sovietica, nel momento in cui Washington
fa sbarcare delle truppe ad Arkangelo. Dal 1919 al 1920, egli si
felicita per l'esclusione di Wilson, per la non adesione degli Stati
Uniti alla SdN. Egli apporta il suo sostegno al neo-isolazionismo.
Tra il 1920 e il 1930, Villard modifica la sua filosofia economica.
Egli evolve verso il dirigismo. Nel 1924, sostiene le iniziative del
populista LaFollette, che voleva fosse inserito nella costituzione
americana l'obbligo di procedere ad un referendum prima di ogni
guerra per capire ogni operazione militare all'estero. Villard si
augurava egualmente la creazione di un " Terzo Partito ", senza
l'etichetta socialista, ma il cui obiettivo fosse quello di unir
tutti i progressisti.
Nel 1932, Franklin Delano Roosevelt arriva al potere. Villard saluta
questa salita alla presidenza, proprio come Beard. E come Beard,
egli romperà più tardi con Roosevelt perché boccerà la sua politica
estera. Per Villard, la neutralità è un principio cardinale. Essa
deve essere un imperativo (neutralità obbligatoria). Durante la
Guerra di Spagna, la sinistra (tra cui il suo giornale Nation,
rappresenta un'eccezione) sostiene i Repubblicani spagnoli (come
Vandervelde al POB). Lui, imperturbabile, perora una neutralità
assoluta (come Spaak e De Man al POB). La sinistra e Roosevelt
vogliono decretare un embargo contro gli " aggressori ". Villard,
sull'esempio di Beard, rigetta questa positione che contrasta con
l'assoluta neutralità.
Più potere al Congresso
Le posizioni di Villard permettono di studiare le divergenze in seno
alla sinistra americana. In effetti, negli anni 30, il New Deal si
rivela un fiasco. Perché? Perché Roosevelt deve subire l'opposizione
della " Corte Suprema " (CS), che è conservatrice. Villard vuole
dare più potere al Congresso. Come reagisce Roosevelt ? Egli aumenta
il numero di giudici nella CS e vi introduce così dei suoi uomini.
La sinistra applaude, credendo così di poter realizzare le promesse
del New Deal. Villard rifiuta questo espediente perché conduce al
cesarismo. La sinistra rimprovera a Villard di allearsi ai
conservatori della CS, accusa che è falsa perché Villard aveva
suggerito di aumentare i poteri del Congresso.
Nel corso di questa polemica, la sinistra si rivela " cesarista " e
ostile al Congresso. Villard resta fedele a una sinistra democratica
e parlamentare, pacifista e autarchista. Villard non " tradisce ".
Questa divergenza conduice a una rottura tra Villard e la redazione
di Nation, ormai diretto da Freda Kirchwey. Nel 1940, Villard lascia
Nation dopo 46 anni e mezzo di buono e leale servizio, accusando
Kirchwey di "prostituire " il giornale. Questa "prostituzione"
consiste nel rigettare il principio autarchico e ad aderire
all'universalismo (messianico). Villard passa allora al
contrattacco:
1. Ribadisce che egli è un sostenitore del Congresso, dunque è
democratico e non filo-fascista.
2. Ribadisce ugualmente di essersi opposto ai conservatori della
CS.
3. Afferma che il dilettantismo di Roosevelt ha provocato il fiasco
del New Deal.
4. Dimostra che nel sostenere Roosevelt, la sinistra diviene "
fascista " perché contribuisce a imbavagliare il Congresso.
Né il Giappone né la Germania ce l'hanno con gli Stati Uniti,
scrive, dunque non vi è nessun bisogno di fare loro la guerra.
L'obiettivo ragionevole da perseguire, ripete, è di giustapporre nel
pianeta tre moderni blocchi autarchici ed ermetici: l'Asia sotto la
guida del Giappone, l'Europa e l'America. Egli riunisce l'America-
First-Committee che afferma che se gli Stati Uniti interverranno in
Asia e in Europa, il caos si estenderà sulla Terra e i problemi
irrisolti si accumuleranno.
Villard non risparmierà nemmeno la politica di Truman e la subisserà
delle sue critiche. Nei suoi editoriali, Truman è decritto come un "
incompetente politico di paese ", spinto al vertice da Roosevelt e
dalla sua " cricca ". Villard criticherà il bombardamento atomico di
Hiroshima e di Nagasaki. Egli si opporrà al Tribunale di Norimberga,
agli Americani che cercavavo di favorire il dominio francese sulla
Saar, a tutti coloro che volevano smembrare la Germania. Villard
sarà in seguito un nemico della Guerra Fredda, si schiererà contro
la divisione della Corea e contro la creazione della NATO.
Robert A. TAFT
Il padre di Robert A. Taft fu durante un periodo della sua vita
Presidente della CS. L'ambiente familiare era composto di
Republicani di vecchia data. Robert A. Taft compie i suoi primi
passi politici sulla scia di Herbert Hoover e collabora al suo "
Food Programm ". Nel 1918, è eletto in Ohio. Nel 1938, egli diventa
Senatore di questo Stato. Da allora s'impegna a fondo nella
battaglia il " non-intervento ". Tutta la politica, secondo lui,
dev'essere difensiva. Egli fustiga le posizioni " idealiste "
(cioè al di fuori della realtà), dei messianici democratici. "
Bisogna difendere le cose concrete e non astrazioni ", ecco il suo
leitmotiv. La guerra, dice, condurrà ad imbavagliare il Congresso, a
fare arretrare i governi locali, a rafforzare il governo centrale.
Anche se la Germania vince, argomenta, essa non attaccherà gli Stati
Uniti e l'eventuale vittoria del Reich non arresterà i flussi
commerciali. Di qui, afferma Taft, bisogna senz'altro rafforzare
il " Neutrality Act ", non far entrare le navi americane nelle zone
di battaglia, evitare gli incidenti e decretare un embargo generale,
ma che permetta tuttavia il sistema di vendita " cash-and-carry " ("
paga e importa "), da applicare a tutti i belligeranti senza
restrizioni. Taft è realistico : si devono vendere tutti i prodotti
senza eccezione. Nye, Senatore del Nord Dakota, et Wheeler, Senatore
del Montana, vogliono un embargo sulle munizioni, le arme e il
cotone.
"Lend-Lease" e "cash-and-carry"
Taft non sarà il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali
perché l'Est vota contro di lui ; egli non beneficia che
dell'appoggio dell'Ovest, contrario alla guerre in Europa. Eli si
opporrà alla pratica commerciale del " Lend-Lease ", perché questa
implica l'invio di convogli attraverso l'Atlantico e provoca
immancabilmente incidenti. Nel luglio 1941, la necessità di
proteggere gli invii porta all'occupazione dell'Islanda. Taft
formula una contro-proposta: al " Lend-Lease ", si deve sostituire
il " cash-and-carry ", cosa che non impedisce per niente di produrre
aerei per la Gran Bretagna. Nel giugno 1941, la sinistra aderisce a
una sorta di fronte internationale antifascista, su istigazione dei
comunisti (visibile o cammuffata). Taft mantiene la sua decisione di
neutralità e constata che la maggioranza è ostile alla guerra. Solo
una minoranza appartenente al mondo finanziario è favorevole al
conflitto. Taft martella allora la sua idea forza : il popolo
lavoratore dell'Ovest è manipolato dall'oligarchia finanziaria
dell'Est.
All'interno del partito Repubblicano, Taft lotta egualmente contro
la frazione interventista. Il suo avversario principale è
Schlesinger che pretende che gli isolazionisti provochino una
scissione al- l'interno del partito, che rischia di scomparire o di
essere escluso a lungo dal potere. Che cosa accade in questa lotta?
Gli interventisti repubblicani, schierati con Wendell Willkie,
cercheranno l'alleanza con la destra democratica di Roosevelt, per
impedire ai Repubblicani di rritornare al potere. Dal 1932 al 1948,
i Repubblicani saranno emarginati. Un simile situazione aveva già
caratterizzato la storia americana : la scissione dei Whigs nel 1858
sulla questione della schiavitù (che è sfociata poi nella Guerra di
Secessione).
Per Schlesinger, i capitalisti, i conservatori e la CS sono ostili a
Roosevelt e al New Deal, che essi ritengono una forma di socialismo.
Taft ribatte che i plutocrati e i finanzieri si sono alleati ai
rivoluzionari, ostili alla CS, perché questa è un valore statuale
perenne, al servizio della causa del popolo, la maggioranza
generalmente silenziosa. I plutocrati sono favorevoli al bellicismo
di Roosevelt, perché sperano di conquistare mercati in Europa, in
Asia e in America latina. Questa è la ragione del loro bellicismo.
Sia Schlesinger che Taft accusano i capitalisti o l'alta finanza
(i " plutocrati " come si diceva a quel tempo). La differenza, è che
Schlesinger denuncia come capitalismo il capitale produttore fisso
(investimenti), mentre Taft denuncia il capitale finanziario e
mobile (non investitore).
Contro l'idea di "Crociata"
Quando i Giapoonsi bombardano Pearl Harbour il 7 dicembre 1941 e
distruggono le navi da guerra che vi si trovano, la stampa,
unanime, si prende gioco di Taft e dei suoi principi neutralisti. La
strategia giapponese è stata di colpire il porto hawaiano, dove non
stazionavano che vecchie navi per impedire alla flotta di portare
aiuto alle Filippine, che i Giapponesi si preparavano a invadere,
prima di lanciarsi verso il petrolio ed il caucciù indonesiani. Taft
ribatte che si sarebbe dovuto negoziare e accusa Roosevelt di
negligenza tanto alle Isole Hawaïi che alle Filippine. Egli non
smette di criticare l'idea di crociata. Perché gli Stati Uniti
sarebbero gli unici a poter dare il via a delle crociate ? Perché
non Stalin ? O Hitler ? L'idea e la pratica della " crociata "
conduce alla guerra perpetua, dunque al caos. Taft denuncia inoltre
come un'aberratione l'alleanza tra gli Stati Uniti, la Grand
Bretagna e l'URSS (cara a Walter Lippmann). A tale alleanza, bisogna
sostituire dei piani locali, raggruppare attorno alle potenze
egemoniche i piccoli Stati troppo deboli per sopravvivere
equilibratamente in un mondo che sta cambindo su larga scala.
Taft si opporrà a Bretton Woods (1944), agli investimenti massicci
all'estero ed alla creazione del FMI. Egli manifesterà il suo
scetticismo nei confronti dell'ONU (Dumbarton Oaks, 1944). Egli vi è
favorevole a condizione che questa instanza divenga una corte di
arbitraggio, ma rifiuta ogni rafforzamento dell'ideologia utopista.
Dopo la guerra Taft s'opporrà alla Dottrina Truman, alla creazione
della NATO, al Piano Marshall e alla Guerra di Corea. Nel 1946,
Churchill pronuncia la sua famosa frase (" Noi abbiamo ucciso il
porco sbagliato ", riferendosi a Hitler come " porco buono ",
essendo Stalin da ammazzare) e deplora che una " cortina di ferro "
sia calata da Stettino all'Adriatico, facendo piombare la
Mitteleuropa orientale in una serie di " regimi polizieschi ". Taft,
conservatore " vecchio repubblicano ", ammette gli argomenti anti-
comunisti, ma questa ostilità legittima sul piano dei principi non
deve portare alla guerra nei fatti.
Taft si oppone alla NATO perché essa è una struttura interventista,
contraria agli interessi del popolo americano e ai principi di
arbitraggio che dovrebbero essere quelli dell'ONU. Inoltre, essa
sarà una voragine di spese. Riguardo all'URSS, egli modifica
leggermente il suo giudizio da quando Mosca si dota anch'essa della
Bomba A. Egli appoggia tuttavia Joe Kennedy (padre di John,
Robert/Bob e Ted) quando questi richiede il ritiro delle truppe
americane dalla Corea, da Berlino e dall'Europa. Taft è
immediatamente accusato di " fare il gioco di Mosca ", ma egli
rimane un anti-comunista. In realtà, resta fedele alle sue posizioni
iniziali: egli è un isolazionista americano, constata che il Nuovo
Mondo è separato dal Vecchio e che questa separazione è un dato
naturale, di cui si deve tenere conto.
John T. FLYNN
John T. Flynn può essere descritto come un " New Dealer " deluso.
Beard e Villard avevano egualmente espresso la loro delusione di
fronte al fiasco della ristrutturazione roosveltiana dell'economia
nord-americana. Flynn denuncia assai presto l'iniziativa del
Presidente consistente nel darsi dei " nemici mitici " per
distogliere l'attenzione dai fallimenti del New Deal. Egli critica
il voltafaccia dei comunisti americani, che divengono favorevoli
alla guerra a partire dal 1941. I comunisti, egli sostiene,
tradiscono i loro ideali e utilizzano gli Stati Uniti per far
avanzare la politica sovietica.
Flynn era vicino suo malgrado agli ambienti fascisti (e
folkloristici) americani (Christian Front, German-American Bund,
l'American Destiny Party di Joseph McWilliams, un antisemita). Ma il
successo di Lindbergh e del suo America-First-Committee lo
interessa. Dopo la guerra, egli criticherà le posizioni della Fabian
Society (che egli definisce di "socialismo fascista") e si
dichiarerà per un governo popolare, cosa che lo porterà sulle
posizioni di McCarthy. In questa ottica, egli esprime sovente
l'equazione "comunismo = burocrazia", argomentando che
l'organizzazione della burocrazia negli Stati Uniti è stata
introdotta da Roosevelt e perfezionata da Truman. Ma, malgrado
questa prossimità con l'anticomunismo più radicale, Flynn rimane
ostile alla guerra di Corea e a ogni intervento in Indocina, contro
i comunisti locali.
Lawrence DENNIS
Nato nel 1893 ad Atlanta in Georgia, Lawrence Dennis studia alla
Philips Exeter Academy e ad Harvard. Egli serve il suo paese in
Francia nel 1918, dove giunge al grado di tenente. Dopo la guerra,
il inizia la carriera diplomatica che lo conduce in Romania, in
Honduras, in Nicaragua (dove è testimone della ribellione di
Sandino) e in Perù (nel momento in cui emerge l'indigenismo
peruviano). Tra il 1930 e il 1940, egli assume un ruolo
intellettuale maggiore. Nel 1932, esce il suo libro E' il
Capitalismo predestinato ? E' un'arringa a favore della
pianificazione, contro l'estensione smisurata dei crediti, contro
l'esportazione di capitali, contro il non-investimento che
preferisce prestare danaro invece di investire sul posto e genera
così la disoccupazione. Il programma di Dennis è di creare una
fiscalità coerente, di perseguire una politica di investimenti che
creino impiego e di sviluppare un'autarchia americana. Nel 1936,
un'altra opera suscita il dibattito: L'Avvento del Fascismo
Americano. Questo libro constata il fallimento del New Deal, a causa
d'una pianificazione insufficiente. Egli constata ugualmente il
successo dei fascismi italiano e tedesco che, dice Dennis, portano a
conclusioni positive le teorie di Keynes. Il fascismo si oppone al
comunismo perché non è egualitario e il non-egalitarismo favorisce i
buoni tecnici e i buoni gestori (i "direttori", dirà Burnham).
C'è una differenza tra il "fascismo" (pianificatore) come lo
definisce Dennis e il "fascismo" rooseveltiano che denunciano Beard,
Villard, Flynn, etc. Questo cesarismo/fascismo rooseveltiano si
schiera in nome dell'anti-fascismo e aggredisce i fascismi europei.
Nel 1940, una terza opera di Dennis fa la sua comparsa: Le
Dinamiche di Guerra e Rivoluzione. In questo lavoro, Dennis prevede
la guerra, che sarà una "guerra reazionaria". Dennis riprende la
distinzione di Corradini, Sombart, Haushofer e Niekisch,
tra "nazioni proletarie" e "nazioni capitaliste". La guerra, scrive
Dennis, è la reazione delle nazioni capitaliste. Gli Stati Uniti e
la Gran Bretagna, nazioni capitaliste, s'oppongono alla Germania,
all'Italia e all'URSS, nazioni proletarie (il Patto germano-
sovietico è ancora in vigore e Dennis ignora che esso sarà sciolto
nel giugno 1941). Ma Le Dinamiche di Guerra e Rivoluzione
costituisce soprattutto un'autopsia del mondo capitalista americano
e occidentale. La logica capitalista, spiega Dennis, è di
espansione, essa cerca di estendersi e, se essa non ha più la
possibilità di farlo, si indebolisce e muore. Da ciò il capitalismo
cerca costantemente dei mercati, ma questa ricerca non può essere
perpetua, non essendo la Terra estendibile all'infinito. Il
capitalismo non è possibile a meno che non abbia un'espansione
territoriale. Da qui, nasce la logica della " frontiera ". Il
territorio s'ingrandisce e la popolazione aumenta. Le curve di
profitto possono accrescersi, vista la necessità d'investire per
occupare o colonizzare questi territori, di organizzarli, di fornire
loro un'infrastruttura, e la necessità di nutrire una popolation in
fase di esplosione demografica. Storicamente parlando, questa
espansione ha avuto luogo tra il 1600 e il 1900 : i popoli bianchi
d'Europa e d'America avevano una frontiera, uno scopo da
raggiungere, dei territori da dissodare e da organizzare. Nel 1600,
l'Europa investe il Nuovo Mondo ; tra il 1800 e il 1900, gli Stati
Uniti hanno il loro West ; l'Europa si estende in Africa.
L'era capitalista è terminata.
Conclusione di Dennis : l'era capitalista è terminata. Non saranno
più possibili guerre facili, né creazione di situazioni per
spedizioni coloniali dotate di mezzi modesti, poco costose dal punto
di vista degli investimenti, ma enormemente remunerative quanto a
dividendi. Questa impossibilità di nuove espansioni territoriali
spiega la stagnazione e la depressione. Per far fronte a questi
fenomeni, si offrono ai governanti quattro possibilità:
1. Accettare passivamente la stagnatione ;
2. Scegliere il sistema comunista, cioè la dittatura degli
intellettuali borghesi che non hanno potuto accedere al capitalismo;
3. Creare un regime dirigista, corporativo e collettivista, senza
sopprimere l'initiativa privata e dove la funzione del controllo
politico-statale consiste nel dare delle direttive efficaci ;
4. Fare la guerra su grande scala, a titolo di palliativo.
Dennis è favorevole alla terza soluzione e teme la quarta (per la
quale opta Roosevelt). Dennis si oppone alla seconda guerra
mondiale, tanto sul Pacifico quanto sui teatri europei. In seguito,
egli s'opporrà alle guerre di Corea e del Vietnam, creazioni di
situazioni simili, tendenti a distruggere dei materiali per poterli
ricostruire o per accumulare dei profitti che servono solo a
speculazioni e non a investimenti produttivi. Per aver assunto tali
posizioni, Dennis sarà insultato volgarmente dalla stampa del
sistema dal 1945 al 1955, ma egli continua imperturbabilmente ad
affinare le sue tesi. Comincia con il rifiutare l'idea di "
peccato " nella pratica politica internazionale: per Dennis, non
esiste il " peccato fascista " o il " peccato comunista ".
L'ossessione americana di praticare delle politiche di " porte
aperte " (open doors policy) è un eufemismo per designare il più
implacabile degli imperialismi. La guerra fredda implica rischi
enormi per il mondo intero. La guerra del Vietnam, il suo
invischiamento e il suo fallimento, mostrano l'inutilità della
quarta solutione. Per questa analisi, Dennis ha un impatto
indiscutibile sul pensiero contestatore di sinistra e sulla sinistra
populista, nonostante la sua etichetta di " fascista ".
Nel 1969, in Riflessioni Pratiche per la Sopravvivenza, Dennis offre
ai suoi lettori la sua summa finale. Essa consiste in una critica
radicale dell'American Way of Life.
Conclusione
Abbiamo rievocato cinque figure di oppositori americani a Roosevelt.
I loro argomenti sono similari, a dispetto delle loro diverse
provenienze ideologiche e politiche. Avremmo potuto confrontare le
loro posizioni a quelle di dissidenti americani più conosciuti in
Europa come Lindbergh o Ezra Pound, o meno conosciuti come Hamilton
Fish. Avremmo egualmente potuto analizzare i lavori di Hoggan,
storico contemporaneo non conformista, che sottolineano le
responsabilità britanniche e americane nel secondo conflitto
mondiale ed espongono particolareggiatamente le posizioni di Robert
LaFollette. Infine, avremmo potuto analizzare più in profondità
l'avventura politica di questo populista degli anni 20, leader
dei "progressisti". Punto comune a tutti costoro: la volontà di
mantenere una linea isolazionista, di non intervenire al di fuori
del Nuovo Mondo, di portare al massimo lo sviluppo del territorio
degli Stati Uniti. L'80% della popolazione li ha seguiti. Gli
intellettuali erano divisi.
L'avventura di questi uomini ci dimostra la potenza della
manipolazione mediatica, in grado di capovolgere rapidamente
l'opinione dell' 80% della popolazione americana e di trascinarla in
una guerra che non la riguardava minimamente. Essa dimostra inoltre
l'impatto dei principi autarchici, che dovevano condurre ad un
confronto pacifico dei grandi spazi autonomi ed autosufficienti. In
Europa, questo argomento di dibattito viene deliberatamente ignorato
nonostante la sua ampiezza e la sua profondità, l'avventura
intellettuale e politica di questi Americani non conformisti è ormai
sconosciuta e rimane inesplorata.
Uno studio di questa problematica vieta ogni approccio manicheo. Si
può constatare che all'interno della sinistra americana (come in una
certa destra, quella di Taft, ad es.), l'ostilità alla guerra contro
Hitler ed il Giappone implica, per una logica implacabile e
costante, l'ulteriore ostilità alla guerra contro Stalin, l'URSS, la
Corea del Nord o il Vietnam di Ho Chi Minh. Nello spazio linguistico
francofono, sembra che i non-conformismi (di destra come di
sinistra) non abbiano mai tenuto conto dell'opposizione interna a
Roosevelt, la cui logica è di una chiarezza e di una limpidezza
ammirevoli. Desolante miopia politica!
Conferenza pronunciata a Ixelles alla Tribuna de l'EROE nel 1986,
sotto il patrocinio di Jean E. van der Taelen ; testo pubblicato
solamente nel 1999 nella rivista francese Dualpha edita da M.
Philippe Randa
Originale pubblicato su "Arctogaia" http://www.arctogaia.com/
e "Eurasia" http://eurasia.com.ru/
Traduzione dalla versione francese pubblicata da Archivio Eurasia
http://utenti.tripod.it/ArchivEurasia/index.html
a cura di "Belgicus"
************************************************
OPINIONI
MUMBLE... MUMBLE... MUMBLE...
Dal taccuino onirico di Giovente Litavi
DE IUDEORUM SARCOPHAGIS DIRUTIS VIRTUALIS EXTEMPORALISQUE
CONCERTATIO INTER LITAVICUM JOVENTUM ET LUTVACHIUM EDVARDUM
[Frammento di un dibattito sull' Impero americano fra Giovente
Litavi, politologo italiano, ed Edward Luttwak, Direttore del
programma di Geoeconomia presso il Center for Strategic and
International Studies di Washington ]
SE LA POLITICA E' AZIONE LA GEOPOLITICA E' GEOSTRATEGIA
Giovente: Eccoci di nuovo a colloquiare fra di noi. Però vorrei
riprendere il nostro discorso da quanto successo al cimitero del
Verano di Roma e dagli avvenimenti politici conseguenti.
Edward: Pare sia stato ormai dimostrato che la colpa è del racket
delle tombe...
Giovente: E' proprio questo il punto. Io non credo che sia stato il
racket per il semplice motivo che si è trattato di un evento
politico di rilevante importanza con chiari riflessi internazionali.
Ed ogni evento che abbia rilevanza politica va analizzato dal punto
di vista politico e geopolitico.
Edward: Posso convenirne con Lei. Da studioso della decadenza romana
e dell'uso dell'apparato militare come forza di dissuasione, ho
sempre osservato tutti gli eventi, anche quelli apparentemente
minimi della Roma tardoimperiale come gravidi di conseguenze
politiche... e quindi come fatti politici. In questo caso, se non ci
fosse stata una mobilitazione di personaggi servili e di individui a
noi legati che hanno innescato la tecnica del piagnisteo a nostro
vantaggio, sarebbe stato meno significativo.
Giovente: Quindi, se si tratta di un fatto politico di notevole
rilevanza in quanto è servito per selezionare le personalità della
politica italiana cui continuare a dare fiducia ( e soldi ), ci deve
essere stato un progetto politico affidato ad esecutori in qualche
modo coinvolti...
Edward: Lei ha un atteggiamento alla Sherlock Holmes. Lei è un
indagatore raffinato che forse eccelle nell'analisi dietrologica...
Giovente: Le ho detto prima che le analisi se sono serie vanno fatte
in riferimento ad alcuni precisi parametri che devono essere
prestabiliti e predeterminati di comune accordo... mi sembra che
anche Lei abbia concordato sulla necessità di inserire la faccenda
all'interno di parametri di tipo politico e geopolitico.
Edward: Insomma... sulle ascisse la politica e sulle ordinate la
geopolitica.
Giovente: Più o meno così. In più bisogna aggiungere una valutazione
di tipo morale...
Edward: Sono in molti ad aver espresso sdegno per quanto avvenuto...
Giovente: Guardi che io non mi riferisco alle canaglie che si sono
sperticate in dichiarazioni di sdegno servile per quelle tombe
scoperchiate... queste manifestazioni non sono "etiche"... Nietzsche
scriveva che : <L'indignazione morale è la vendetta più perfida>.
Nulla di morale quindi, ma una manifestazione di vigliaccheria, di
allineamento servile, di trombonismo catechistico... perché
questo "sdegno" viene esercitato sempre contro coloro che si ritiene
essere i più deboli, e sempre a favore di coloro che - spesso a
torto - vengono ritenuti i più forti... poi, chissà perché, quando
pronuncio la parola trombone mi viene sempre alla memoria la faccia
di Bobbio...
Edward: E' una faccia che si presta...
Giovente: L'altra faccia è quella ancor più melensa di Veltroni...
sono i simboli dell'Italia di oggi.
Edward: Mi interessa la sua analisi del problema anche perché, se
devo prendere decisioni per conto del mio "Principe", ovvero per
conto di Bush, devo anche sapere cosa si pensa in giro per il mondo
sulle nostre iniziative...
Giovente: So bene che Voi siete degli analisti formidabili... le
vostre strategie sono studiate da menti sopraffine, e mi sembra
proprio che nel caso delle tombe del Verano abbiate fatto
rapidamente marcia indietro... mi spiego meglio: io sono convinto
che Voi non siate estranei alla questione... infatti occorre agire
presto sull'opinione pubblica per riaffermare il concetto già
inculcato nelle menti di milioni di europei che gli ebrei sarebbero
delle vittime, dei perseguitati perenni. Il mito olocaustico è stato
costruito su questa base psicanalitica... e fino ad oggi le
operazioni di guerra occulta sono state sempre eseguite in questo
senso... al momento opportuno, quando occorreva una mobilitazione
dei Media, di cui possedete le chiavi, ecco comparire svastiche
sulle sinagoghe, svastiche e distruzioni sulle tombe... operazioni
di immagine... perché quando i vostri nemici hanno voluto agire
direttamente non hanno fatto queste cose... sono venuti alla
sinagoga di Roma ed hanno sparato sulla folla dei fedeli senza
troppi complimenti. Questo è il primo elemento dell'analisi.
Edward: D'altronde, di fronte a problemi sempre più consistenti, è
ovvio che la guerra occulta entri in funzione...
Giovente: La guerra occulta è "sempre" stata in funzione... non
scherziamo!
Oggi occorre chiedersi: cosa vuole Israele? Chi intende minacciare?
Chi vuole che si senta minacciato?
Certamente non i Paesi arabi confinanti e che sono abituati alle
vostre provocazioni. L'unico che sia sotto tiro è Saddam Hussein
perché è il più pericoloso, ormai nel mirino degli USA che hanno
già iniziato l'invasione mentre l'Inghilterra, ignorando l'Unione
Europea, ha già richiamato i riservisti in previsione dell'attacco
di settembre. L'Iraq è sempre stato considerato dagli Inglesi una
delle loro zone d'influenza e di rapina...
Edward: Fino a qui la sua analisi non fa una piega.
Giovente: Ed allora chiediamoci perché Israele avrebbe dovuto
rinunciare al principio di non contraddizione, secondo il quale il
nemico va sempre combattuto. Va sempre tenuto sotto pressione. Quali
azioni sono state compiute recentemente nel nostro Paese dai suoi
Servizi contro i nemici? Probabilmente nessuna, almeno di questo
rilievo. Mi sembra pertanto ragionevole che una piccola azione
diversiva ma di grande impatto mediale utile anche a "mettere in
riga" la classe politica italiana in previsione di un attacco
piuttosto duro che avrebbe sicuramente prodotto molte vittime fra i
civili palestinesi si debba considerare ovvia.
Quindi riassumiamo: da tempo Israele non è più interessato a
destabilizzare l'Italia come fece negli anni di piombo, per
dimostrare agli USA che il nostro Paese non era più affidabile di
Israele stesso, ma ha sicuramente il problema degli israeliani,
quelli arrivati recentemente, che se ne vogliono andare perché il
Paese è in crisi, non ha mezzi propri di sussistenza, le spese
militari per la difesa contro l'Intifada assorbono buona parte degli
aiuti statunitensi. Come dimostra l'aumento delle domande di
espatrio verso la Germania. Gli USA stessi sono in crisi finanziaria
e di liquidità dopo la catastrofe delle Borse, preludio a ben altra
e più pesante crisi, come sostiene, contro le chiacchiere
rassicuranti di Bush e di Berlusconi, il noto economista Guglielmo
Lolli Ghetti.
Israele ha interesse che gli ebrei della diaspora non si sentano
sicuri nei Paesi dove abitano ed inizino a prendere in
considerazione l'eventualità di un trasferimento, rinunciando ai
vantaggi della doppia nazionalità. Ecco perché i dirigenti sionisti,
ed i loro giornalisti di punta, agitano sempre lo spettro
dell'antisemitismo. E' esattamente quanto è successo nella Germania
di Hitler. E' stato questo l'accordo fra sionisti e dirigenti della
Germania nazista, che ha funzionato fino alla fine del secondo
conflitto mondiale come ampiamente dimostrato da libri pubblicati
anche in Italia. La Diaspora quindi, volente o nolente, dovrà
finanziare Israele, anche per stare tranquilla.
Edward: Analisi affascinante ma azzardata...
Giovente: Allora prendiamo la questione da un'altra angolazione.
Dopo l'11 settembre, gli USA hanno espulso 120 agenti segreti del
Mossad, non mi sembrano pochi. Chiamo agenti segreti i terroristi, i
dinamitardi, le spie, i provocatori di disordini, gli assassini di
avversari politici, i sicari. Dove sono andate a finire tutte queste
persone? In quale area si sono trasferite? Io sono convinto che
siano tutti qui, nel Mediterraneo, e molti siano venuti fra di noi,
a Roma. Anche per destabilizzare o colpire gli elementi del mondo
islamico a loro avversi.
Edward: Apprezzo quanto Lei dice, anche perché non vedo cosa ci sia
di male... la vita è guerra, è lotta… il più bravo, il più attento,
il più forte, il più spietato, vince! E capisco che non sia molto
utile tenere inattivi, in un cantuccio a girarsi i pollici, questi
120 specialisti...
Giovente: Bravo, bene! Me lo dice in privato perché in pubblico Voi
predicate la pace e la rassegnazione... per gli altri, mentre vi
riservate qualsiasi azione violenta in quanto... perseguitati. Ho
ancora qualcosa da aggiungere, se mi permette. E riguarda il racket
del cimitero. E' strano che la cosa venga alla luce solo adesso,
dopo questo fatto. Per me si tratta soltanto di una manovra
diversiva, per nascondere qualsiasi prova del vostro intervento.
Constatato, e Voi avete la possibilità di farlo, che se si esclude
la canea dei vostri sudditi, quelli che si sono indignati a
comando, l'opinione pubblica italiana è rimasta del tutto
indifferente di fronte a questa ennesima manipolazione, avete dovuto
deviare l'attenzione verso qualche lazzarone di turno.... che se la
caverà con qualche mese, ma in compenso avrà qualche soldino... per
il disturbo... d' altronde: non accadde così anche per Ali Agca? E
non si riparla con molta insistenza in questi giorni di "grazia
presidenziale" per Sofri, che è tanto bravo e tanto buono... una
vera perla per l'Italia ? Le promesse vanno sempre mantenute.
Edward: Il caso Sofri è un caso esemplare, al di fuori di ogni
dubbio… Siamo riusciti ad ottenere una bella mobilitazione di
cervelli, per giustificare una grazia presidenziale per meriti
speciali...
Giovente: E non si sa ancora se i digiuni di Pannella e di qualche
suo amico non siano finalizzati anche a questo lieto evento...
mentre tanti poveracci languono ancora in galera senza alcuna
giustificazione… ma parliamo d'altro: in un Suo libro fondamentale,
<Strategia> edito in Italia da Rizzoli molto tempo fa, nel 1989, su
cui ho meditato a lungo, Lei illustra con molta acutezza
il "paradosso dinamico e la conseguente ironia del capovolgimento a
livello tecnico e tattico" di tanti scontri fra forze avverse. In
pratica, si tratta sempre della proiezione sul piano delle strategie
militari del concetto di complessità e di quello dell'eterogenesi
dei fini. In concreto: si sa come si parte ma non si sa come si
arriva. Lei fa un esempio veramente lucido quando ci dice che la
fine della Germania nell'ultimo conflitto è stata determinata
dalla conquista dell'Europa e dal conseguente isolamento
dell'Inghilterra. Questo isolamento ha costretto Albione a puntare
tutto sui bombardamenti che, con la conosciuta spietatezza, furono
programmati su 43 grandi città tedesche per un totale di 15 milioni
di abitanti.
Questi bombardamenti furono eseguiti da una forza di 4000
bombardieri. Il piano venne presentato a Churchill esattamente il 25
settembre 1941. Per essere più concreti, Dresda non fu un caso.
Allora io mi chiedo che scopo ha l'ordine di Bush di costruire 3000
nuovi bombardieri strategici...
Edward: Sono felice di annoverarLa fra i miei allievi...
Giovente: Ed allora, per finire questa nostra piacevole
chiacchierata, c'è un altro dubbio che mi assilla: che cosa ha a che
fare con le vostre strategie il ritorno dei Savoia in Italia?
Sicuramente sta nascendo un "fronte delle monarchie" che potrebbe
rappresentare una strategia di scompaginamento dell'Europa nascente
sotto forma di Unione Europea. Infatti siamo in fase costituente...
un momento cruciale... se pensiamo alla Rivoluzione Francese...
Edward: Per il momento Vittorio Emanuele ha denunciato le sorelle
Maria Pia e Maria Beatrice per essersi appropriate di una parte dei
beni della madre... arredi... gioielli... denaro...
Giovente: I Savoia non si smentiscono mai! E' per questo che mi
preoccupo. Troppo pronti a tutto...
**************************************************
EX JUGOSLAVIA
DOPO LA LITURGIA ALBANESI INCENDIANO IL MONASTERO DI ZOCISTE
Velika Hoca, 21:50 il 14 luglio 2002
fonte "JUGOINFO" (jugoinfo@...)
Secondo le ultime informazioni spedite da Fr. Pietro Ulemek da
Orahovac, immediatamente dopo la liturgia, albanesi locali del
villaggio di Zociste hanno sparato e dato fuoco al Monastero dei SS.
Cosma e Damiano.
Il fuoco ha danneggiato ulteriormente questo santo sacrario già
attaccato in passato. Fr. Pietro era nell'ultimo gruppo di Serbi
che ha lasciato il convento sotto la scorta della KFOR. Mentre
stavano andando via, un gruppo di albanesi ha cominciato a gettare
pietre contro i serbi. Poco dopo il prete locale Fr. Srdjan
Milenkovic e' stato infomato che il convento stava bruciando. I
Serbi di Velika Hoca immediatamente hanno organizzato una brigata di
pompieri e cercato con l'UNMIK di circoscrivere il fuoco.
Dopo il comportamento offensivo e violento degli albanesi, i loro
assalti e tumulti anche in presenza del Vescovo e durante il rito
religioso, questo ultimo attacco al Monastero di Zociste ha ancora
una volta confermato l'intenzione chiara degli estremisti Albanesi
di distruggere gli ultimi monumenti serbi in questa regione.
Il comportamento di oggi dimostra che il Ministro Rexhepi ed il Sig.
Thaci hanno intenzionalmente ingannato il mese scorso il vescovo
Artemije quando promisero, di fronte a Stati Uniti e diplomatici
tedeschi che avrebbero creato le condizioni per la ricostruzione
dei monasteri ed il ritorno della popolazione serba espulsa.
In effetti molti elementi provano che il PDK (Partito Democratico di
Kosovo, diretto dai Sig. Thaci e Rexhepi) è coinvolto direttamente
nella distruzione del convento così come questo ultimo incidente ha
dimostrato.
(Vi è una fotografia di un muro del Monastero con un graffito
inneggiante al PDK e a Thaci).
Informazioni Servizio della Diocesi Ortodossa di Raska e Prizren
Kosovo e Metohija
Traduzione a cura di Vigna E. - Associazione " SOS Yugoslavia " -
Torino, 29/07/02
***************************************************
PALESTINA NELLA BUFERA
"Le tattiche dell'IDF [l'esercito israeliano] sono state formulate
negli anni '30: "Non devi ucciderne un milione. Uccidine i migliori,
ed il resto sara' domato". Questo metodo fu gia' applicato dagli
Inglesi con l'aiuto dei loro alleati ebrei durante la rivolta
palestinese del 1936. Da allora, migliaia dei migliori figli e
figlie di questa terra, la potenziale elite dei palestinesi, sono
stati sterminati. Ancora una volta, l'esercito israeliano viene
usato per realizzare lo stesso piano, "a domare i nativi indocili",
sparando di norma ai potenziali ribelli". (ISRAEL SHAMIR)
********************
Belgium agrees Jewish compensation package
BBC News, Thursday, 27 June, 2002, 17:24 GMT 18:24 UK
Representatives of the Jewish community in Belgium have signed a
compensation deal worth $45m for property seized or lost during the
Nazi occupation. Over half of the 70,000 Jews living in Belgium were
deported during World War II. The money is being paid by the Belgian
Government, insurance companies and the central bank. Negotiations
are still continuing over a separate agreement with private banks.
From the newsroom of the BBC World Service
http://news.bbc.co.uk/hi/english/world/europe/newsid_2070000/2070676.
stm
************
IL MURO CHE PIANGE
di Mystes
Quante volte le televisioni di tutto il mondo ci hanno mostrato gli
uomini con i bigodini e le treccioline intabarrati nei loro funerei
palandrani agitare la testa una, due, cento e più volte contro il
muro del pianto a Gerusalemme? Tantissime volte!
Sono gli ebrei ortodossi che ripetono questo rituale religioso di
fronte alle telecamere e ai cronisti che muti li riprendono senza
minimamente azzardare un'osservazione o un commento.
Adesso quel muro si è messo a piangere, o meglio a mostrare una
macchia d'umidità e se qualcuno dotato ancora di una residua
briciola di razionalità cartesiana ha subito suggerito potersi
trattare della rottura di un tubo dell'acqua posto sul retro del
muro, è stato immediatamente sopraffatto dal clamore unanime degli
uomini con i bigodini che hanno gridato al fatto soprannaturale e al
compiersi delle profezie.
La storia mi fa venire in mente quella della Madonna delle Lacrime
di Siracusa (non dimentichiamo che noi cattolici in fatto di
immagini che piangono e che trasudano sangue abbiamo vinto le
Olimpiadi, battendo tutti i nostri confratelli monoteisti) che in
tempi elettorali (non ricordo bene qual'era l'anno) quando la DC era
tallonata dal fronte delle sinistre e rischiava di essere battuta
alle urne, ebbe bisogno dell'aiuto divino per garantirsi la vittoria.
Detto fatto. Una fino allora sconosciuta statuina conservata a
Siracusa (il Sud d'Italia è stato sempre prodigo di disoccupati e di
madonne piagnucolanti) si è messa improvvisamente a piangere e tutti
i parroci d'Italia sbalorditi e commossi ripetevano alle nostre
mamme che andavano in Chiesa che l'Anticristo batteva alle porte
della nostra povera Italia e che per scongiurare il pericolo
occorreva l'aiuto del...Vicario di Cristo e...del partito che
degnamente lo rappresentava nel parlamento italiano.
Tutti conoscono la conclusione della storia: la DC stravinse,
spadroneggiando per 40 anni e continua a spadroneggiare ancora oggi
per interposta persona.
Sarà così anche a Gerusalemme?
Sarà che a Israele non basta più l'esercito più potente del Medio
Oriente per sconfiggere la ribelle Palestina?
Ecco quindi il muro che piange e qualcuno ha già detto che piange
per colpa di questa guerra terribile e di quei feroci terroristi
che seminano di bombe umane Israele, per cui solo l'arrivo del
Messia (si ricordi bene che gli Ebrei non riconoscono Gesù Cristo
come Messia!) potrà risolvere definitivamente la questione.
Ma come, si chiedono in molti.
Semplice, punendo i cattivi e premiando i buoni (il Dio di Israele
non va tanto per il sottile), mandando i cattivi all'inferno e
restituendo finalmente ai buoni la capitale città santa di
Gerusalemme.
"Il momento è arrivato!.." ha detto l'uomo che distribusice i libri
di preghiere.
Mystes
**********************
Violenza sui vivi: qualcuno si «vergogna»?
di Enrico Galoppini
Roma: nella notte tra il 17 e il 18 luglio 2002, al cimitero del
Verano vengono distrutte dalle trenta alle cinquanta tombe ebraiche,
senza che si registri tuttavia alcuna violenza sui cadaveri.
Cisgiordania: nella notte tra il 18 e il 19 luglio 2002, unità
dell'esercito occupante israeliano rastrellano abitazioni private e
prelevano ventuno uomini, parenti degli autori degli «attacchi
suicidi» dei giorni scorsi, i quali - mentre si distruggono le loro
case - verranno deportati a Gaza.
Cominciamo col primo fatto. C'era da aspettarselo, si dice. E c'è
anche di che preoccuparsi, perché è già successo che sull'onda
emotiva suscitata dalle profanazioni di cimiteri ebraici, qualcuno
prende la palla al balzo e, in quattro e quattr'otto, impone ad una
pletora di parlamentari irrigiditi dal ricatto morale di votare
provvedimenti liberticidi che nulla hanno a che vedere con quanto
accaduto. Per usare un noto argomento, ci sarebbe da dire che
bisognerà tenere alta la «vigilanza», e l'auspicio del portavoce
della Comunità, Riccardo Pacifici, per cui "bisognerà capire quali
provvedimenti saranno presi dalle istituzioni", induce a appunto a
preoccuparsi. Anche perché la lista «Per Israele» nella quale si è
candidato con successo alle elezioni della Comunità si è presentata
con parole che in altri contesti fanno gridare allo scandalo: "Siamo
per Israele. Senza alcun distinguo. Difendere Israele significa
difendere noi stessi: questo è il nostro programma" ("speciale
elezioni" allegato a «Shalom», n. 5/2002).
Le indagini è bene che facciano il loro corso, ci mancherebbe altro.
Si cerca tra i giri degli estremisti «neonazisti» (di norma
infiltrati da agenti provocatori) e «islamici» (indicazione quanto
mai vaga), oppure può darsi che si tratti dell'opera del racket dei
cimiteri o di qualche scellerato. Vicende analoghe ci hanno comunque
preparati al finale a sorpresa. Ma al presidente Amos Luzzatto
interessa per ora capitalizzare l'accaduto e ribadire che "ora più
che mai c'è bisogno di intervenire con una campagna che sensibilizzi
le coscienze per ricordare la storia e il passato".
La tomba di un parente fatta a pezzi è certo una scena che addolora
chiunque. Ma in seguito alla vera e propria smobilitazione
registratasi nei ranghi di quelle forze politiche di sinistra che in
vario modo avevano speso la loro immagine dalla parte dei
palestinesi - prima di essere raggelate da quel "ce ne ricorderemo
quando andremo a votare" sentenziato mesi fa dal rabbino Di Segni -,
non sorprende che adesso i politici facciano a gara nel mostrarsi
sconvolti da quello che è sì un fatto grave, ma certo non di più
rispetto a quanto è stabilito dalle leggi dello Stato, che sono per
fortuna un'altra cosa rispetto alle leggi del coinvolgimento emotivo.
La parola più gettonata in queste ore è «vergogna». "Una vergogna",
ha affermato Pera; "vergogna a cui reagire con severità", gli fa eco
Casini; Fini tiene a distinguersi e parla di "un'infamia che suscita
orrore". Intanto, il telefono del rabbino Di Segni s'ingolfa di
parole di convenienza, tra il dovuto e l'interessato.
Lo so, trattando la questione in questo modo sono sicuro di irritare
parecchia gente. Ma non è colpa mia. Il problema è che irritante mi
ci hanno fatto diventare quasi tutti i politici e molti giornalisti,
con quel loro peloso pietismo a senso unico, sempre dimostrato a chi
garantisce onori e prebende. I palestinesi, invece, di questi tempi
garantiscono solo rogne.
Pensando a quei disgraziati che in un secolo hanno perso tutto
tranne una ferma volontà di resistere, credo proprio che "ora più
che mai c'è bisogno di intervenire con una campagna che sensibilizzi
le coscienze per ricordare la storia e il passato".
Una «memoria» che funziona invece come le lucine dell'albero di
Natale ha imposto agli italiani una «Giornata della memoria»
esclusivista, da Vip del genere umano. Se questo è quello che riesce
a produrre la cosiddetta «cultura della memoria», voglio vivere da
smemorato, a Collegno. E poi, lo dicono anche gli psicologi che non
fa bene stare sempre a rimuginare sul passato: quelli che stanno
meglio sono quelli che metabolizzano le esperienze passate, e
finiscono anche per stare bene con gli altri.
"Violenza sui morti, vergogna per l'Italia", hanno scritto alcuni
della Comunità ebraica romana all'ingresso del cimitero del Verano.
Perché mai un Paese intero dovrebbe vergognarsi? Piuttosto, si
vergognino quelli che hanno distrutto quelle tombe
(«nazisti», «islamici», abusivi, mitomani o quant'altro), li si
acciuffi e li si punisca, ripeto, secondo le leggi dello Stato
italiano. E si vergognino pure coloro che non hanno osato
provare «vergogna» quando la lapide che commemorava Raffaele
Ciriello, il fotoreporter italiano freddato a Ramallah da soldati
israeliani mentre cercava di farci sapere qualcosa su un'ingiustizia
colossale, è stata fatta a pezzi senza tante scuse dagli stessi
militari israeliani (forse perché recava la scritta «martire
dell'informazione»). «Vergogna» bandita anche quando la statua della
Madonna che domina la chiesa della Sacra Famiglia a Betlemme è stata
crivellata dal fuoco israeliano. E dov'è la «vergogna» quando si
smembrano famiglie e gruppi interi di parenti vengono deportati per
colpe che non hanno?
Una delle differenze tra la libertà e il totalitarismo sta appunto
nella capacità di saper distinguere, di attribuire meriti e
responsabilità con discernimento, e non facendo di tutta un'erba un
fascio con la storia che elogi e biasimi, benedizioni e maledizioni
ricadrebbero sempre su intere collettività. E' uno schema, questo,
che va per la maggiore nel cosiddetto «mondo libero». A questo punto
mi chiedo da che cosa: forse dal non provare «vergogna» mentre
ventuno palestinesi innocenti saranno deportati in applicazione del
barbaro concetto di colpa collettiva.
Sposando la logica totalitaria di chi ha scritto quello lo
striscione, si potrebbe ribattere: "Violenza sui vivi, vergogna per
Israele". Ma non c'è bisogno di imbarbarirsi fino a questo punto.
Come invece fa chi prova «vergogna» per l'oltraggio alle `case dei
morti' e se ne frega della distruzione di quelle dei vivi.
************
SAPETE CHE?
fonte: http://www.arabcomint.com/sapetech.htm
Sapete che gli israeliani non ebrei non possono comprare ne'
affittare terre in Israele?
Sapete che Gerusalemme, sia quella ovest che quella est, e'
considerata dall'intera comunita' internazionale, incluso gli Stati
Uniti, territorio occupato e NON parte di Israele?
Sapete che Israele ripartisce l'85% delle risorse idriche tra gli
ebrei e il restante 15% e' diviso tra i palestinesi dei Territori?
Ad esempio, ad Hebron, l'85% dell'acqua e' riservato a 400 coloni,
mentre il restante 15% e' ripartito tra 120.000 palestinesi?
Sapete che gli USA "ricompensano" Israele con 5 miliardi di dollari
l'anno in aiuti?
Sapete che gli aiuti forniti ogni anno ad Israele dagli USA superano
gli aiuti concessi a tutto il continente africano?
Sapete che Israele e' il solo paese mediorientale con armamenti
nucleari?
Sapete che Israele e' il solo paese in Medioriente a rifiutarsi di
firmare il Trattato di non-proliferazione nucleare e proibisce le
ispezioni internazionali ai suoi siti?
Sapete che Israele attualmente occupa territori di due nazioni
sovrane (Libano e Siria) in spregio alle risoluzioni delle Nazioni
Unite?
Sapete che Israele, da decenni, invia suoi killers in altri paesi
per assassinare i nemici politici? Sapete che alti dirigenti
dell'esercito israeliano hanno pubblicamente ammesso di aver
assassinato prigionieri di guerra disarmati?
Sapete che Israele rifiuta di perseguire quei soldati colpevoli
dell'assassinio di prigionieri di guerra?
Sapete che, di norma, Israele confisca acconti bancari, esercizi
commerciali e terre e rifiuta di pagare indennizzi a coloro che
subiscono le confische?
Sapete che Israele ha rifiutato di obbedire a 69 risoluzioni delle
Nazioni Unite?
Sapete che la creazione dello stato d'Israele ha l'intento esplicito
di garantire il mantenimento di un carattere "ebraico" all'interno
dello stato?
Sapete che l'attuale primo ministro israeliano, Ariel Sharon, e'
stato giudicato "personalmente responsabile" dei massacri di Sabra e
Shatila in Libano?
Sapete che l'attuale Israele e' stato fondato sulle rovine di piu'
di 400 villaggi palestinesi distrutti ed etnicamente "ripuliti" da
Israele nel 1948?
Sapete che almeno quattro premiers israeliani (Begin, Shamir, Rabin
e Sharon) hanno preso parte a massacri contro civili, bombardamenti
di civili, espulsioni forzate di civili dalle loro case e dai loro
villaggi?
Sapete che il ministero degli esteri israeliano paga due note
aziende di pubbliche relazioni americane affinche' queste
pubblicizzino l'immagine di Israele al pubblico statunitense?
Sapete che la coalizione del governo Sharon include un partito -
Moledet - che invoca pubblicamente l'espulsione di tutti i
palestinesi dai Territori Occupati?
Sapete che negli otto anni del processo di Oslo gli insediamenti
colonici in Cisgiordania e Gaza sono piu' che raddoppiati?
Sapete che gli insediamenti costruiti durante il governo Barak sono
il doppio rispetto a quelli costruiti durante il governo Netanyahu?
Sapete che Israele ha, una volta, dedicato un francobollo ad un uomo
accusato di aver attaccato un pullman di civili causando molte
vittime?
Sapete che il "governo" palestinese ha gia' accettato l'esistenza di
Israele sul 78% di quella che era la Palestina? E che, ancora oggi,
sentiamo parlare dell' "incredibile generosita' " di Barak, che
aveva offerto ai palestinesi il 95% della Cisgiordania e di Gaza
(che rappresentano il 28% della Palestina storica)?
Sapete che, nonostante la tortura sia stata ufficialmente messa al
bando, lo Shin Bet continua a torturare sistematicamente i
prigionieri politici palestinesi, compresi donne e bambini?
Sapete che i profughi palestinesi rappresentano la parte piu'
numerosa dei profughi di tutto il mondo?
Sapete che l'attivita' di costruzione degli insediamenti colonici in
terra palestinese ha raggiunto il picco massimo durante il governo
Barak?
Sapete che i checkpoints militari israeliani sono stati impiantati
su tutto il territorio palestinese, in ogni citta' e villaggio, in
violazione degli accordi di Oslo?
www.arabcomint.com
*****************
30 Anni fa, l'assassinio di Ghassan Kanafani
L'8 luglio 1972, Ghassan Kanafani, uno dei piu' importanti scrittori
palestinesi, si sveglio' piu' presto del solito per accompagnare la
sua nipote Lamis all'Universita' Americana di Beirut per
l'iscrizione. La ragazza aveva superato con eccellenti votazioni gli
esami scolastici ed era stata accettata come matricola all'AUB.
Kanafani scese le scale che lo portavano alla sua vecchia BMW,
parcheggiata al solito posto. Lamis si sedette a fianco di Ghassan,
che sorrideva allegro per Lamis. Per sua nipote, figlia di sua
sorella, aveva scritto 18 brevi storie con disegni, una per ogni
compleanno trascorso. Le storie crescevano con Lamis nel significato
e nel contenuto.
Il sorriso non duro' a lungo. Si spense appena Kanafani accese la
sua auto, quando si trasformo' in una miriade di pezzettini umani
insieme alla giovane Lamis. Questo fu il primo di una lunga serie di
attacchi terroristici organizzati da Israele contro palestinesi di
valore - scrittori, giornalisti, ricercatori e leaders politici. In
un anno, la mano di Israele colpi' altre quattro volte nello stesso,
vile modo: il poeta Kamal Nasser ed i due leaders politici Kamal
Edwan e Abu Yussef al-Najar furono assassinati pochi mesi dopo la
riduzione al silenzio di Ghassan Kanafani.
Dopo aver assassinato lo scrittore, che aveva 36 anni ed era nel
pieno della sua attivita' di novellista, romanziere e giornalista,
Israele cerco' di assassinare il dottor Anis Sayegh, direttore del
Centro di Ricerca Palestinese a Beirut e Bassam abu-Sharif, editore
capo del settimanale al-Hadaf. Entrambi rimasero gravemente feriti,
ma sopravvissero agli attentati.
Il raggio d'azione di Israele, 30 anni dopo l'assassinio del
profondo e fecondo scrittore palestinese, si e' allargato: nel
mirino del terrorismo di stato israeliano oggi vi e' l'intero popolo
palestinese, non piu' solo i suoi leaders ed i suoi poeti.
www.arabcomint.com
***********
Memoriale per un fotoreporter ucciso
Senza verità la morte di Raffaele Ciriello, assassinato 4 mesi fa
dai militari israeliani. Distrutta anche la sua lapide. E l'Italia?
La Procura della Repubblica ha dato al governo italiano richiesta di
rogatoria: Israele identifichi i soldati. Sharon lo sa?
di AMEDEO RICUCCI
(articolo preso dalla rete)
Domani, venerdì 13, sono passati esattamente quattro mesi da quando
a Ramallah veniva ucciso Raffaele Ciriello, eppure non sappiamo
ancora né il nome di chi l'ha ucciso né il perché. Certo, c'è
un'inchiesta in corso, aperta dalla procura di Milano; ma i suoi
esiti sono purtroppo legati alla richiesta di rogatoria che proprio
in questi giorni il nostro Ministero di Giustizia dovrebbe inoltrare
alle autorità israeliane, per identificare sia l'equipaggio del
carro armato Merkava da cui molto verosimilmente è partita la
raffica assassina che ha falciato il fotoreporter italiano, sia i
soldati che agivano in appoggio all'avanzata del tank (non si
esclude che a sparare sia stato un tiratore scelto). Il problema è
che Israele non ha mai accettato di mettere in discussione l'operato
del suo esercito. Secondo Reporters sans Frontieres, dall'inizio
della seconda Intifada ci sono stati, oltre all'uccisione di
Ciriello, altri 56 giornalisti feriti, alcuni gravemente, nella
stragrande maggioranza vittime del fuoco israeliano,
senza che venisse mai aperta un'inchiesta sulle responsabilità di
tanti
presunti «incidenti». E non è tutto. Qualche settimana fa - la
notizia
è passata tristemente sotto silenzio sui mass-media italiani, con
l'unica eccezione del Manifesto - l'esercito israeliano ha pensato
bene di fare a pezzi la lapide che era stata posta a Ramallah in
memoria di Raffaele. Pare che i soldati di Tsahal si siano infuriati
per la scritta «martire dell'informazione» che compariva sulla
lapide. Ebbene, lasciando da parte le disquisizioni politico-
teologiche sul significato del termine shahid, martire - che si
applica non solo ai terroristi-suicidi, ma a tutte le vittime
dell'occupazione e della violenza israeliana - si è trattato di un
gesto vandalico, che la dice lunga sul disprezzo che Tsahal nutre
oggi verso stampa internazionale e operatori dell'informazione.
Detto questo, resta sempre l'amarezza per la cappa di silenzio sotto
cui i mass media italiani hanno deciso di insabbiare la morte di
Raffaele Ciriello. Non era mai successo che la morte tragica di un
collega venisse dimenticata così in fretta. Ed il dubbio è che a
decidere quest'oblio repentino siano intervenute considerazioni
diverse, di natura politica e comunque extra-giornalistiche, che
hanno finito per avere la meglio sulla voglia di sapere e sul dovere
di capire cos'è veramente successo a Ramallah quel maledetto 13
marzo. Il primo sospetto che mi viene è che la morte di Raffaele,
fotografo free-lance, abbia messo il dito nella piaga dei rapporti
non sempre idilliaci né soprattutto corretti che intercorrono fra le
testate
italiane ed i loro «collaboratori esterni», fotografi free-lance e
non
solo: un mondo fatto di piccole e grandi meschinità, senza regole,
tantomeno sindacali, e su cui si è preferito forse stendere un velo
di
omertà. Il secondo sospetto è che i mass media italiani, per
pigrizia o
molto più probabilmente per non «dispiacere» agli israeliani - in
una
fase, non dimentichiamolo, in cui ogni critica veniva tacciata di
antisemitismo e di filo-terrorismo - abbiano preferito appiattirsi
dietro la tesi che, in fondo, «Ciriello se l'è cercata». Un'accusa
precisa, più che una tesi da verificare, che in circostanze analoghe
non era mai stata avanzata così spudoratamente: nessuno ha mai osato
sostenere, per fortuna, che la povera Maria Grazia Cutuli se l'è
cercata, mettendosi in vaggio sulla strada da Jalalabad a Kabul che
non era ancora sicura; né si è detto o scritto che se l'è cercata la
povera Ilaria Alpi, che pure si aggirava per Mogadiscio con una
scorta striminzita, pur sapendo che la città pullulava di bande
armate. Di fronte alla morte, per di più tragica, di chi sta solo
cercando di fare il proprio lavoro, è buona regola tacere, se non
altro per rispetto. E invece per Raffaele Ciriello non è stato così:
sia Il Giornale che
diversi siti Internet filo-israeliani si sono accaniti contro la sua
memoria e contro il sottoscritto che stava con lui, in quanto
entrambi «sprovveduti» e «spericolati», perché ci eravamo
ficcati «nel bel mezzo di una battaglia», al seguito di un gruppo
di «terroristi palestinesi», senza tener conto delle possibili
conseguenze.
Vale quindi la pena di ristabilire la dinamica essenziale di quello
che è successo quel maledetto mercoledì 13 marzo, per rispetto della
memoria di Raffaele Ciriello, e nella speranza che qualcuno voglia
vederci chiaro e si adoperi per spiegazioni esaurienti dalle
autorità israeliane.
1) Raffaele Ciriello è stato ucciso in pieno centro di Ramallah, al
di fuori della zona di «operazioni militari», ufficialmente
ristretta ai due campi profughi di Al Amari e Khaddura. E' stato
l'esercito israeliano, quella mattina, ad allargare il suo raggio
d'azione, per aver ragione della strenua resistenza palestinese. Ed
a farne le spese, oltre a Raffaele, sono stati altri due operatori
dell'informazione: un fotografo francese ed un cameraman egiziano,
entrambi feriti dal fuoco israeliano. Tutti pazzi o sprovveduti? Io
resto dell'avviso che l'esercito israeliano abbia fatto quel giorno
un uso spropositato della forza. E che i giornalisti siano diventati
in quel contesto degli insopportabili intrusi: come dimostra senza
ombra di equivoci il tiro a segno della notte precedente contro
l'albergo dov'eravamo rintanati noi della stampa internazionale.
2) Nel luogo dov'è stato ucciso Raffaele Ciriello non era in corso
alcuna «battaglia». Come dimostrano tutti e tre i filmati girati in
quei tragici minuti: il mio, quello di Raffaele e quello del mio
collega della Rai - e come correttamente evidenziato dal servizio di
Terra del TG5, i miliziani palestinesi che stavamo seguendo,
ovviamente armati, come chiunque quel giorno a Ramallah, erano
impegnati in un'azione di pattugliamento, non in un'azione di
guerra. Tant'è che dal gruppo, in cinque minuti, parte solo una
raffica isolata, quattro colpi, in direzione (ma lo capiremo solo
dopo) di un carro armato che stava a 150-200 metri ed a cui un
khalasnikov poteva solo fare il solletico.
3) Perché hanno sparato proprio a Raffaele Ciriello? L'hanno
scambiato per un miliziano palestinese? Oppure il suo killer aveva
già deciso che chiunque si fosse affacciato a quell'angolo l'avrebbe
stecchito? E se il killer ha mirato, com'è probabile, come ha fatto
a non accorgersi della telecamera che Raffaele impugnava?
4) Infine, perché le autorità israeliane hanno preferito finora
glissare sulla vicenda? In fondo, il soldato che ha sparato contro
Ciriello può sempre invocare la legittima difesa, perché si è
limitato a rispondere ad una raffica sparata dal nemico. Ma siamo
sicuri che le «regole d'ingaggio» per quell'area contemplassero una
reazione così brutale? Era cioè autorizzato ad uccidere?A queste
domande può rispondere solo chi ha sparato quella raffica assassina.
Identificarlo non è poi così difficile, visto che il carro armato è
ben visibile nei nostri filmati. Ed anche se so bene che le sue
risposte non ci restituiranno Raffaele, quantomeno serviranno a far
chiarezza, una volta per tutte.
**************************************************
NOTIZIE DAL "CORTILE DI CASA"
GUERRIGLIA IN BRASILE
di Mystes
fonte: www.asslimes.com
Sono mesi (per non dire anni) che il Brasile vive immerso in un mare
di violenza che ha assunto di recente il carattere di vera e propria
guerra civile (si parla apertamente di uno stato parallelo allo
Stato) che non ha nulla da invidiare a quella in corso in Colombia;
non si era però mai vista nei media una reazione a questo stato di
cose così indignata e accorata come quella dell'altro ieri quando
l'episodio al centro dei commenti era l'assassinio di un giornalista
televisivo, un membro cioè della casta privilegiata che fa e
manipola l'opinione pubblica.
Sia ben chiaro, è doloroso apprendere che un onesto lavoratore, il
noto giornalista Tim Lopes della rete televisiva Globo, catturato in
una favela di Rio de Janeiro, sia stato ucciso a colpi di sciabola e
poi bruciato in un forno a micro-onde.
La reazione a caldo del candidato del governo uscente alle imminenti
elezioni presidenziali, alla terrificante notizia, è stata quella di
promettere in caso di elezione il raddoppio delle forze speciali di
polizia nella lotta alla criminalità, senza aver considerato che la
presente ondata di violenza supera i confini e i dati statistici del
fenomeno delinquenziale puro e semplice per sfociare nel problema
più concreto e allarmante della povertà, dei bambini che muoiono di
fame, della disoccupazione e della corruzione diffusa nel paese
nonché dello stato di degrado ambientale delle periferie delle
megalopoli. Quale importanza può dare a se stesso e alla sua vita un
disgraziato che quando esce dal carcere quasi sicuramente andrà a
vivere in una periferia inquinata da una delle tante multinazionali
che non rispettano le leggi e dove le probabilità di morte per
avvelenamento sono più alte delle probabilità di morte in un
conflitto a fuoco con la polizia?
Nelle sole grandi città di San Paolo e di Rio de Janeiro i
disoccupati sfiorano i 4 milioni di unità e una parte consistente di
questi disperati finisce inevitabilmente per andare a ingrossare le
fila del Comando Vermelho e del PCC (Partito Combattente) le due
formazioni presenti nelle grandi città troppo frettolosamente
giudicate e liquidate come semplici formazioni criminali.
Il fiume di droga che scorre attraverso l'America Latina, che
alimenta il mercato interno e quello ancora più lucrativo del nord
del pianeta, con la compiacente e interessata complicità di banche,
forze politiche e istituzioni e che si espande sotto la ferrea guida
delle mafie internazionali grazie alle leggi proibizioniste, finisce
nelle case di chi ha i soldi, cioè della classe media, alta e medio-
alta avvezza a consumare sempre di più droga per soddisfare nuove e
maggiori sensazioni e reprimere le frustrazioni e la noia che
l'affliggono e la perseguitano.
E' un miracolo se ancora la violenza urbana non ha trovato un punto
di saldatura con la guerriglia rurale e se ciò non è avvenuto si
deve all'assenza di un grande leader politico che sappia prendere il
controllo di tutto il movimento di rivolta armata che serpeggia nel
paese; se ciò dovesse accadere la guerriglia in atto nei diversi
stati sudamericani si potrebbe trasformare in guerriglia globale
contro la corruzione e lo sfruttamento economico.
La reazione da parte dei vecchi e nuovi ricchi è istintiva: c'è in
loro la tendenza a isolarsi, a chiudersi in se stessi (nella
speranza di occultare e difendere le ricchezze acquisite non sempre
in maniera lecita), e vi è scarsa propensione a entrare nel cuore
del problema, a riconoscere al problema la valenza politica e
sociale che realmente ha; mentre da parte della rete televisiva che
è stata colpita con la morte del giornalista non c'è neanche l'ombra
di una pacata autocritica giacché il suo modo di far televisione
non aiuta il popolo a maturare culturalmente (nonostante disponga di
una Fondazione creata apposta con questa finalità), ma lo spinge
ogni giorno più nell'abisso dell'idiozia e della clonazione animale
nell'interesse di una classe politica che prospera sull'ignoranza e
sulla buona fede popolare.
*************************************************
GLI "INTOCCABILI"
IL VANGELO SECONDO LUKACS
di Claudio Mutti
György Lukács alias Georg Löwinger (1885-1971) ebbe
responsabilità di governo in due brevi e distinti momenti della sua
esistenza: nel 1919, all'epoca della cosiddetta "Repubblica dei
Consigli" di Béla Kun, quando fu commissario del popolo per
l'Istruzione, oltre che commissario politico della Quinta Divisione
rossa; poi, nel 1956, quando, membro del Circolo Petöfi e del
Comitato Centrale del Partito Comunista, fu ministro della Pubblica
Istruzione nel primo governo Nagy.
Ma il suo intervento più incisivo, più violento e più
devastante nella vita culturale ungherese ebbe luogo nel biennio
democratico 1945-1946, allorché, ritornato in Ungheria, fu membro
del Parlamento e della direzione dell'Accademia delle Scienze,
nonché professore di estetica e di filosofia della cultura
all'Università di Budapest. Il rampollo del banchiere József
Löwinger diventò allora "un vero e proprio direttore di coscienze,
un dittatore spirituale, un dittatore d'altronde relativamente
liberale, ma di cui ogni parola era legge. (...) Egli era la prova
vivente della tolleranza del regime verso le menti più sottili"1.
In questi termini pressoché idilliaci lo dipinge un altro
celebre "ebreo errante"2 nato in Ungheria (prima marxista, poi
cattolico e infine, ovviamente, liberale): Ferenc Fischel alias
François Fejtö, fondatore con Raymond Aron del Comitato degli
intellettuali per l'Europa delle libertà. Quale sia il concetto di
libertà di Fischel-Fejtö, lo si deduce da quanto egli scrive circa
l'azione politico-culturale di György Löwinger-Lukács; questi,
secondo lui, "voleva fare del Partito Comunista il mecenate e il
protettore di tutte le attività culturali, un centro di raccolta per
realizzare le grandi riforme: democratizzazione e modernizzazione
dell'insegnamento, allargamento delle basi della cultura,
emancipazione dello spirito. Era il momento del pluralismo e
del 'dialogo"3.
Davanti a una così commossa apologia c'è semplicemente
da rimanere allibiti, se solo si pensa che il "pluralista" Lukács fu
il più autorevole consulente della commissione incaricata di
compilare il Catalogo della stampa fascista e antidemocratica, un
vero e proprio Index librorum prohibitorum che si articolò in tre
fascicoli, pubblicati tra il 1945 e il 1946 in più edizioni dal
Dipartimento stampa della Presidenza dei Ministri. Era allora al
governo una coalizione a maggioranza centrista, presieduta da un
uomo di chiesa aderente al Partito dei Piccoli Proprietari.
Il Catalogo nasceva dallo stesso spirito inquisitorio
che qualche anno più tardi avrebbe prodotto il famigerato libro di
Lukács Die Zerstörung der Vernunft, ma aveva una funzione
eminentemente pratica: segnalava alle autorità di polizia i testi
da requisire nelle librerie e nelle biblioteche private per mandarli
al macero, e ciò in applicazione del decreto 530 emanato il 28
aprile 1945 dal governo del generale fellone Béla Miklós (il
badoglio ungherese), decreto concernente la "stampa di ispirazione
fascista e antidemocratica". Nelle biblioteche pubbliche, i libri
messi all'indice sarebbero stati trasferiti in reparti speciali, non
accessibili al volgo dei lettori ordinari.
Nel Catalogo (oltre 160 pagine in totale) vengono
elencati in ordine alfabetico libri e riviste, opuscoli e spartiti
musicali, perfino manifesti e volantini di propaganda stampati
nell'ultimo ventennio. Non si tratta solamente di testi in
ungherese, ma anche di edizioni tedesche, italiane, francesi,
inglesi, spagnole, che avevano avuto una certa circolazione
nell'Ungheria tra le due guerre.
Tra le opere all'indice, oltre naturalmente ai
Protocolli dei Savi di Sion e a tutta la letteratura sulla questione
ebraica, gli scritti di Hitler e Mussolini, di Joseph Goebbels e
Alfred Rosenberg, di Pavolini e Farinacci, del capo crocefrecciato
Ferenc Szálasi e del barone Ungern Sternberg. Ma vi sono anche i
libri di celebri letterati ungheresi come József Erdélyi (il poeta
nazionalpopolare già condannato in epoca horthista) o come Cecil
Tormay (la narratrice che in Italia fu tradotta da Gabriele
d'Annunzio). Tra gli autori non ungheresi figurano: Berdiaev,
Céline, Chesterton, Gide, Panait Istrati, Keyserling, Malinsky,
Maurras, Moeller van den Bruck, Ossendowski, Carl Schmitt, Werner
Sombart, Othmar Spann. Tra gli italiani, in particolare, possiamo
citare Giuseppe Bottai, Armando Carlini, Ernesto Codignola, Enrico
Corradini, Carlo Costamagna, Julius Evola, Arnaldo Fraccaroli,
Giovanni Gentile, Balbino Giuliano, Salvator Gotta, Guido Manacorda,
Mario Missiroli, Romolo Murri, Alfredo Oriani, Sergio Panunzio,
Giovanni Papini, Concetto Pettinato, Giorgio Pini, Giovanni
Preziosi, Carlo Scarfoglio, Nino Tripodi, Gioacchino Volpe.
Nel lukácsiano "piano per l'allargamento delle basi
della cultura" rientra anche la compilazione della tristemente nota
Lista B, un elenco di intellettuali non "politicamente corretti",
condannati al silenzio e alla morte civile.
Tra le vittime più illustri della lista di proscrizione
ideata da Lukács vogliamo ricordare Béla Hamvas (1897-1968), uno
scrittore che comincia ad essere letto anche in Italia. Sándor
Weöres, il Rimbaud magiaro, lo chiamò "il mio maestro"; il filosofo
Botond Szathmári lo ha definito "continuatore della tradizione
platonica". Di Béla Hamvas, il primo a far conoscere in Ungheria le
opere di Guénon e di Evola, è stata più volte segnalata la parentela
spirituale coi maestri del "tradizionalismo integrale"; in tale
indirizzo si inscrive degnamente il suo capolavoro, Scientia Sacra
(ed. it.: Edizioni all'insegna del Veltro), una grande opera di
sintesi che potrebbe essere benissimo paragonata a libri come La
Crise du Monde moderne o Rivolta contro il mondo moderno. Autore
fecondo e multiforme, Béla Hamvas riprese nel dopoguerra l'attività
culturale pubblicando un florilegio della letteratura mondiale,
Anthologia Humana, che arrivò alla terza edizione. Quindi curò la
pubblicazione di una collana di tascabili (i "Piccoli Quaderni della
Tipografia Universitaria") che resero noti al pubblico ungherese non
solo i presocratici e i neoplatonici, ma anche autori come Heidegger
e Heisenberg, fino allora praticamente sconosciuti nel paese
danubiano. Ma la collana diretta da Hamvas venne messa al bando per
disposizione di Lukács, il quale fece mandare al macero i volumi già
stampati e ordinò la distruzione dei piombi. Con scrupolo
diligente, Lukács fece fondere i piombi anche di un volume su
Heidegger non ancora andato in stampa, dopo aver bollato ex cathedra
l'autore di Sein und Zeit come "capofila del tenebroso
esistenzialismo fascista". Sommariamente (e falsamente) etichettato
da Lukács come "il più torbido cultore del neomisticismo ungherese",
Béla Hamvas fu licenziato dalla Biblioteca della Capitale, della
quale era funzionario, e fu costretto a guadagnarsi da vivere come
bracciante agricolo, poi come magazziniere presso un'impresa che
costruiva centrali elettriche. Ma ciò non dovette avere un
significato essenziale per un uomo che era solito dire: "C'è un Asse
dappertutto"; un uomo che accoglieva le notizie più brutte
dicendo: "E' per questo che anche là c'è un Cielo".
Tornando a Lukács, riteniamo interessante un
suggerimento di Róbert Horváth, il quale colloca l'origine della
spiccata vocazione lukácsiana al sadismo persecutorio in una sorta
di devozione religiosa ("subreligiosa") invertita e permeata
di "spirito" parodistico. Da parte nostra, abbiamo reperito in uno
scritto giovanile di Lukács un'espressione che sembra quasi
anticipare, come una lucida dichiarazione programmatica, l'ascetismo
criminale del futuro inquisitore: "Per salvare l'anima, deve essere
sacrificata proprio l'anima: si deve diventare, muovendo da un'etica
mistica, un feroce Realpolitiker e violare non una costrizione
artificiale, ma il comandamento assoluto, il 'Non uccidere'"4. Sic.
In effetti, elementi che confermino l'indicazione di
Róbert Horváth non mancano certamente nell'opera di Lukács. Anzi,
in essa è possibile avvertire quel contenuto "negativamente
spiritualista e (...) maleficamente religioso"5 che secondo Emmanuel
Malynski caratterizza "il cosiddetto materialismo storico"6; ovvero,
quel marchio che Guénon riteneva tipico della "controiniziazione":
un marchio ben visibile laddove viene sfigurata l'immagine del sacro
e dove viene snaturato o contraffatto il senso delle dottrine
spirituali. Róbert Horváth si sofferma sul caso specifico della
lettura lukácsiana di Meister Eckhart, ma l'indagine potrebbe essere
sviluppata anche in rapporto ad altri maestri spirituali, come ad
esempio Plotino e Proclo, che Lukács ha cercato di strumentalizzare
assieme ad Eckhart: e non solo in tutta la fase "giovanile" della
sua attività7, fino a Geschichte und Klassenbewusstsein8, ma anche
negli anni della cosiddetta "ortodossia"9.
D'altronde è più che esplicita in Lukács una concezione
del marxismo che Guénon avrebbe
definita "controiniziatica": "Sembra essenziale al socialismo -
scrive Lukács - quella forza religiosa capace di riempire l'anima
che distingueva il cristianesimo delle origini"10. Né mancano, in
questa caricatura del cristianesimo, gli aspetti escatologico e
messianico, tant'è vero che, se già Marianne Weber riconobbe nel
giovane Lukács il "messaggero escatologico" di un'era nuova11, Paolo
Manganaro ha potuto più diffusamente soffermarsi su tali caratteri
del marxismo lukácsiano: "Lukács aderisce a un modello di
socialismo chiliastico, mitico e religioso (...) Per Lukács è
decisivo che la classe messianica (la Messiasklasse) abbia fatto il
suo ingresso nella storia: il presente è così l'inizio, la porta
d'ingresso dell'utopia. (...) in Lukács la Kultur è carica di un
elemento mistico facilmente individuabile. (...) La prima redazione
di Che cos'è il marxismo ortodosso? sviluppa una dialettica
messianica dell''atteso compimento' della rivoluzione"12.
Da quando Paul Vulliaud, lo studioso della Cabala
ebraica, pubblicò nel 1938 il suo studio sulla "propaganda mistica
dei comunisti", ben poco è stato fatto per approfondire questo
argomento. A parte i lavori di Richard Wurmbrand, di Jacques
Bergier, di Jean Robin e di pochi altri, nonché alcuni nostri
articoli a carattere divulgativo, le ricerche più serie ed organiche
sulla subreligione comunista accessibili al lettore italiano sono
senz'altro quelle di Aleksandr Dughin13 e di Nicola Fumagalli14. Il
primo ha messo in luce l'influenza esercitata da quella dottrina
neospiritualista che in Russia ha avuto il nome di "cosmismo",
mentre il secondo, sulla scorta dei lavori di Giorgio Galli, ha
cercato di rintracciare elementi d'origine esoterica nel pensiero
politico della sinistra russa prima del 1917. Un'esplorazione del
pensiero di Georg Löwinger alla luce dei dati e delle indicazioni di
cui sopra potrebbe validamente integrare le scarse nozioni che
finora sono state raccolte circa le "radici occulte" del marxismo e
i risvolti pseudoreligiosi del bolscevismo.
1. F. Fejtö, Ungheria 1945-1957, Torino 1957, pp. 122-123.
2. Fejtö Ebreo errante è il titolo sotto il quale "Il Giornale"
(Milano) del 26 giugno 1997 ha pubblicato una lunga intervista a
François Fejtö, che del medesimo quotidiano è d'altronde
collaboratore.
3. F. Fejtö, op. cit., pp. 30-31.
4. Gy. Lukács, Lettera a Paul Ernst, 4 maggio 1915, rip. in: Gy.
Lukács, Schriften zur Ideologie und Politik, Neuwied und Berlin
1967, pp. 10-11 nota. La lettera è stata poi tradotta in: Gy.
Lukács, Epistolario 1902-1917, Roma 1983, pp. 359-363.
5. E. Malynski, La guerra occulta, Padova 1989, p. 153.
6. Ibidem.
7. Cfr., ad esempio: Gy. Lukács, Epistolario 1902-1917, cit., pp.
159, 188, 202, 204, 230, 247.
8. Gy. Lukács, Storia e coscienza di classe, Milano 1967, p. 272.
9. Cfr., ad esempio: Gy. Lukács, Megjegyzések egy irodalmi vitához.
Az Uj Magyar kultúráért, Budapest 1948; rist. in: Gy. Lukács,
Magyar irodalom - Magyar kultúra, Budapest 1970, p. 453.
10. Gy. Lukács, Esztétikai kultúra, cit. in: István Mészáros,
Philosophie des Tertium datur und Coexistenzdialogs, in Festschrift
zum 80. Geburstag von Georg Lukács, Neuwied und Berlin 1965.
11. M. Weber, Max Weber. Ein Lebensbild, Tübingen 1925, p. 509.
12. P. Manganaro, Introduzione a: Gy. Lukács, Scritti politici
giovanili 1919-1928, Bari 1972, pp. XI-XIX.
13. A. Dughin, Continente Russia, Parma 1991.
14. N. Fumagalli, Cultura politica e cultura esoterica nella
sinistra russa (1880-1917), Milano 1996.
*************************************************
"ITALIANA"
Trovato su un Newsgroup
-----Messaggio originale-----
Da: Lev
Data: domenica 30 giugno 2002 15.36
On Sat, 2002-06-29 at 08:01, Giuseppe Zironi wrote:
Questa e' una faida interna, semplicemente Cofferati vuole una
poltrona a sinistra che ha gia' troppi pretendenti, e lo hanno
trombato, tutto qui.... non a caso l'attacco viene da Zero in
Condotta e da Repubblica....
Credi? Mi sa che sopravvaluti gli attori.
Secondo me le lettere le ha spedite un vigile urbano di Corticella
per un qualche motivo stupido e futile.
Beh, giusto, giochiamo a costruire storie.
Dunque, Cofferati deve dimettersi, ed e' molto popolare a sinistra.
Allora, i pretendenti a trono dei DS lo trovano scomodo, e
ovviamente faranno di tutto per trombarlo. Allo stesso modo,
Rifondazione teme che e Cofferati diventa leader dei DS, i DS
tornano ad essere il partito dei lavoratori e della classe operaia,
e ovviamente rifondazione potrebbe avere una bella emorraggia di
elettori. Oppure potrebbero
avere la tentazione di rifondersi insieme, e come si dice, meglio
primi
in gallia che secondi a Roma....
Allora, ecco che un rifondarolo e un giornale di "sinistra" trovano
il modo di trombare cofferati.
Per quanto riguarda il resto, considera che l' Italia deve entrare
in Europa, e in Europa (perlomeno nei paesi piu' importanti e
decisionali) non c'e' ne' l'articolo 18 ne' niente di similea tutela
dei lavoratori ne' stravaganze come l'indipendenza della
magistratura dalla politica come qui da noi.
Volse cosi' cola dove si puote cio' che si vuole, articolo 18 e
indipendenza della magistratura devono finire, stop.
Il dibattito e' gia' concluso, e il Re cosi' ordina da Bruxelles.
A berlusconi verra' molto facile farlo, che non ad un governo di
centrosinistra, per via della tipologia di elettorato che hanno
l'uno e
l'altra. Cosi' la sinistra ha prepatrato il terreno con l'articolo
111 della costituzione, ex articolo 6 della carta dei diritti umani,
noto come "giusto processo", e adesso berlusconi deve finire il
lavoro con la parte piu' sporca.
Allo stesso modo, la sinistra ha iniziato con la flessibilta',
adesso tocca al berlusca la parte piu' dura.
C'e' uno sporco lavoro da fare, Berlusconi e' l'unico che puo' farlo
senza rimetterci il consenso dei propri elettori, e la sinistra
RIFIUTERA' di vincere le elezioni politiche (come ha fatto alle
ultime dove ha perso perche' ha VOLUTO perdere, dicendo che avrebbe
perso fin da un'anno prima) finche' il Nano pelato non avra' fatto
il grosso del lavoro sporco (e inaccettabile dagli elettori di
sinistra) che ci e' stato chiesto di fare da Bruxelles.
Semmai, sei tu che sopravvaluti Roma, pensi addirittura che ci sia
un governo, e che li' venga deciso qualcosa.
Lev
****************
Blitz dei partiti: pioggia di soldi in arrivo
"Il Nuovo", 12 luglio 2002
Con un vero e proprio blitz in commissione Affari costituzionali
passa all'unanimità, e con voto trasversale, un provvedimento che
porterà nelle casse dei partiti 400 milioni in tre anni
ROMA - Pioggia di miliardi pubblici sui partiti. Ieri infatti, con
un voto perfettamente bipartisan, i movimenti politici hanno deciso
di "regalarsi" almeno 400 milioni di euro in tre anni. I primi 125
arriveranno alla fine del 2002. altrettanti il prossimo anno, e ben
150 milioni, dovranno giungere al termine del 2004. Un vero e
proprio blitz, secondo il verde Marco Boato, unico che si è
astenuto, compiuto ieri in commissione affari costituzionali.
"E' stato votato in trenta secondi - racconta il parlamentare -
all'unanimità. Mi sono astenuto solo io". Peraltro, agendo la
commissione in "sede legislativa", il provvedimento diventa
immediatamente operativo senza dover passare per l'aula parlamentare.
Secondo il racconto di Boato, l'aula della commissione si sarebbe
riempita improvvisamente, mentre si discutevano questioni di
importanza secondaria.
In poco tempo, il provvedimento è stato presentato e votato, mentre
i tesorieri di vari partiti attendevano fuori dalla sala. Il testo
del nuovo documento che autorizza i finanziamenti prevede che
avranno diritto a ricevere il denaro tutti i partiti che hanno
raggiunto almeno l'1 per cento dei voti, e che il rimborso per ogni
voto passa da due a cinque euro. Aumenta di cinque volta anche il
rimborso per le elezioni regionali, che sale da cinque centesimi a
dieci.
*************************************************************
INTERNET
Giro virtuale in sinagoga
http://770live.org/Eng770/770live.htm
Dans la section de gauche un accès à la webcam de la grande
synagogue de NYC
Petizione contro Israele e i suoi prodotti
http://www.ecn.org/ex-snia/jerusalem2/fai.htm
Les interdits alimentaires chez les juifs, les chrétiens et les
musulmans
Rarement vu aussi complet
http://www.le-sri.com/Tabous.html
Le Hezbollah, sa doctrine, etc. (A Voice of Resistance: the Point of
View of Hizballah)
Perceptions, goals and strategies of an Islamic movement in Lebanon
http://almashriq.hiof.no/lebanon/300/320/324/324.2/hizballah/warn/ind
ex.html
et sommaire à
http://almashriq.hiof.no/lebanon/300/320/324/324.2/hizballah/warn/con
tents.html
*******************************************************
IN LIBRERIA
DIORAMA LETTERARIO
SOMMARIO DEL numero 253 (giugno-luglio 2002)
OSSERVATORIO Americanismo (Marco Tarchi)
LABORATORIO Critica della ragione economica (Eduardo Zarelli)
Ecologia, democrazia, differenze (intervista di Alessandro Bedini ad
Alain de Benoist)
IL CASO Sinistre reali, destre immaginarie (Marco Tarchi, con testi
di Edmondo Berselli, Marialba Pileggi e Federico Rampini)
Di destra? No, grazie. Risposta a G.B. Guerri (Marco Tarchi)
IL TEMA Le idee di Alain de Benoist
Francesco Germinario: La destra degli dei (Marco Tarchi)
Un doveroso risarcimento (Marco Tarchi)
Rifondatore della destra? (Marco Tarchi)
OPINIONI La sinistra e i suoi (doppi) vincoli (Claudio Ughetto)
RIVISTE Eléments
****************
Stefano Fabei
IL REICH E L'AFGHANISTAN
Edizioni all'Insegna del Veltro, Parma 2002
pagg. 160, 13 euro
Prefazione di Enrico Galoppini
In appendice: Carlo Terracciano, Il nodo gordiano
Gli amanti delle vicende di politica internazionale che videro
coinvolte nel Vicino e Medio Oriente arabo-islamico l'Italia
fascista e la Germania nazionalsocialista, dall'uscita di questo Il
Reich e l'Afghanistan ricaveranno la convinzione che uno studioso
come Stefano Fabei, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.
Sì, perché quello di Fabei non è un nome nuovo per chi si diletta a
scavare negli interstizi della storia: sempre per i "Quaderni del
Veltro" sono già usciti La politica maghrebina del Terzo Reich e
Guerra santa nel Golfo, una ricostruzione della fallita insurrezione
nazionale irachena del 1941 contro gli inglesi. Si tratta, come in
questo caso, di avvenimenti che solo una storiografia volutamente
distratta ha relegato al limite della curiosità, ma che invece,
grazie proprio all'indole curiosa dell'Autore, una volta tratte
dall'oblio si rivelano estremamente interessanti ed istruttive.
Ne spieghiamo subito il motivo. L'interesse, se non addirittura la
simpatia, dimostrato verso l'Italia fascista e la Germania
nazionalsocialista dai governanti degli Stati musulmani
indipendenti, dai capi nazionalisti emersi nel seno
di "colonie", "mandati", "protettorati", e l'entusiasmo sincero di
ampi settori dell'opinione pubblica arabo-musulmana per quei due
regimi, è un fatto che ci parla delle strategie messe in atto da
popolazioni emergenti per svincolarsi da una tutela che spesso
assumeva i contorni dello sfruttamento ("democratico"…) vero e
proprio.
(dalla Prefazione di Enrico Galoppini)
Edizioni allInsegna del Veltro:
Viale Osacca 13 - 43100 Parma
Tel. e fax: 0521 290880
Insegnadelveltro@...
******************
Tariq Ramadan
Essere musulmano europeo
Oasi Editrice Srl, Troina 2002
pagg. 342, euro 20,00
http://www.repubblica.it/online/la_vita_degli_altri/
vitacinquelugl/agendacinqlug/agendacinqlug.html
Tariq Ramadan, nipote di Hassan al Banna, il teologo egiziano che
negli anni Trenta fondò il movimento integralista dei Fratelli
Musulmani, vive da lunghi anni in Europa, è autore di numerose opere
sull'islam, insegna Filosofia al Collège di Ginevra e Islamologia
all'Università di Friburgo. "Essere musulmani europei", con
un'introduzione di Stefano Allievi, affronta il tema cruciale della
presenza dei musulmani in Europa che è oggetto di valutazioni
contrastanti. C'è chi pensa alla possibilità di una assimilazione
senza traumi e chi invece sostiene che l'islam sia una religione non
integrabile per la sua stessa natura. Ramadan parte da un dato di
fatto inoppugnabile: nei paesi dell'Unione Europea sono presenti
oltre dodici milioni di musulmani, molti dei quali sono cittadini
europei a pieno titolo. Ecco perché si pongono i quesiti: chi sono i
musulmani europei? Come definiscono la loro appartenenza alla vita
politica, sociale e culturale europea? La religione che praticano
permette loro di diventare veri europei di confessione musulmana? In
una prefazione firmata da Hamza Roberto Piccardo si legge: "In un
deficit di una propria identità islamica i musulmani europei sono
sollecitati a imitare in tutto e per tutto, modi e comportamenti
della cultura araba o di quella indo-pakistana o turca, senegalese,
iraniana. Molto spesso queste mutazioni culturali sono subite con
senso di accettazione per poter continuare a fare vita comunitaria
in paesi o ambienti in cui la stragrande maggioranza dei musulmani è
straniera, di recente immigrazione, legata al suo particolare modo
di vivere l'islam. In questi casi osserviamo talvolta una sorta di
annientamento culturale del musulmano europeo che assume vere e
proprie categorie di pensiero, comportamenti e persino abbigliamenti
che gli sono estranei per assomigliare quanto più possibile al
modello di riferimento". Il libro di Ramadan, sottolinea Piccardo,
affronta la "sfida che ci impone questa fase storica",
ovvero "l'essere pienamente musulmani e rimanere o diventare
europei. Rimanerlo noi convertiti e far sì che lo diventino a pieno
titolo i ragazzi e le ragazze delle seconde e terze generazioni".
******************
MARIO SPATARO
Olocausto. Dal dramma al business? Riflessioni sugli scritti di
Norman G. Finkelstein
Settimo Sigillo, Roma 2000 (ordini@...)
pagg. 80, euro 7,75
Finkelstein e Novick: la fabbrica dell'Olocausto
fonte: "Sodalitium", n. 54, anno XVIII, n.3, giugno 2002, pp. 55-57
La prima parte del libro
E' uscito recentemente, per i tipi del Settimo Sigillo il libro di
MARIO SPATARO, Olocausto. Dal dramma al bussiness? Riflessioni sugli
scritti di Norman G. Finkelstein.
La prima edizione, quasi esaurita, consisteva in uno studio di
Spataro sugli scritti di FINKELSTEIN; la seconda edizione sarà
arricchita da una seconda parte comprendente gli scritti di NOVICK e
dovrebbe vedere la luce verso la fine del 2002.
Nella prima parte del libro, l'autore svolge alcune interessanti
riflessioni sul lavoro di Finkelstein, che cita ampiamente.
Finkelstein è un ebreo americano, i cui genitori sono stati
deportati in un campo di concentramento tedesco, e nel suo libro (La
fabbrica dell'Olocausto) fa alcune riflessioni sullo sfruttamento
delle sofferenze degli ebrei, da parte di varie lobbies ebraiche.
Secondo il Finkelstein la memoria permanente dell'Olocausto è una
costruzione ideologica e mitologica fatta in vista di interessi
materiali e individuali.
La storia vera dell'Olocausto è trascorsa sotto silenzio fino al
1967; mentre la scoperta dell'Olocausto, fatta da ebrei americani –
secondo Finkelstein - è peggio dell'oblio, poiché si vuole sfruttare
la sofferenza reale degli ebrei deportati in Germania tra il 1941 e
il 1945.
Prima della guerra dei sei giorni del 1967, anno della scoperta
dell'Olocausto ideologizzato e gonfiato, i libri sulla Shoah erano
soltanto due: quello di Raul Hilberg (La distruzione degli ebrei
europei) e quello di Ella Linsgenreiner (Prigionieri della paura).
Dopo il 1967 - secondo Finkelstein - si è utilizzato l'Olocausto,
ideologizzato e mitizzato, per giustificare la politica criminale
dello Stato d'Israele e il sostegno degli USA a Israele.
Finkelstein rivolge un invito ai lettori: "è venuta l'ora di aprire
i nostri cuori alle sofferenze del resto del mondo e non dei soli
ebrei".
La madre di Finkelstein ad esempio, non gli ha mai detto "non
comparare", "non mettere in rapporto" la sofferenza ebraica, di
serie A, e quella degli altri, di serie B.
La capitalizzazione dell'Olocausto
Fino al 1967 gli ebrei americani non volevano sentir parlare di
Olocausto, a causa della politica opportunista dei dirigenti ebreo-
americani e del clima di "guerra fredda" dell'America nel dopo `45.
Le élites ebraiche si uniformavano alle scelte politiche americane,
per assimilarsi e accedere al potere. Siccome la Germania
occidentale, dopo il 1949 era divenuta alleata degli USA nella
guerra fredda contro l'URSS, non era politicamente corretto parlare
dell'Olocausto, senza offendere la Germania.
Tutto cambia, però, con la guerra dei sei giorni (1967); dopo un
ventennio di silenzio l'Olocausto ideologizzato diviene storia e
religione dell'ebraismo americano.
Infatti, prima, le élites ebraico-americane erano scettiche
sull'esistenza dello Stato di Israele, avevano paura che a causa di
esso rinascesse l'accusa della "doppia appartenenza" e che i leaders
dello Stato ebraico si schierassero con l'URSS.
Ma Israele si schierava a fianco dell'occidente, quasi subito dopo
la proclamazione della sua nascita (1948). Tuttavia molti leaders
israeliani conservavano una grande simpatia per l'URSS, basti
pensare che oggi 1/3 della popolazione d'Israele è di origine russa.
Perciò, dal `48 al `67 Israele non era ancora il cuore degli USA,
non era importante per gli ebrei americani, anzi il destino dello
Stato d'Israele era loro del tutto indifferente, in quanto l'America
guardava co
(Il messaggio è stato troncato perché superiore a 64k)