Le opposizioni ''unite'' sull'Iraq per meglio servire lo zio Sam
di John Kleeves
Vorrei correggere un'impressione falsa che forse negli ultimi giorni
si è creata nel pubblico italiano a proposito della sua classe
politica. E' per la questione dell'Iraq, dove dopo mesi di distinguo
e tortuosità varie le opposizioni si sono accordate su una linea
comune contro il governo: mentre questo intende lasciare in quel
Paese il corpo di spedizione italiano di 3.200 soldati per tutto il
tempo necessario, e cioè in pratica sino a quando lo desiderano gli
USA, le opposizioni chiedono invece che i soldati siano ritirati, "a
meno che gli USA non compiano in Iraq entro brevissimo tempo un
passo indietro".
Sembrerebbe che la metà, quasi, del Parlamento italiano abbia
assunto una posizione non dico antiamericana, ma almeno contraria
alla politica USA. Sarebbe la prima volta dal 1945, e cioè da quando
l'Italia sconfitta in guerra divenne una neo colonia e gli USA,
lasciandovi entrare solo utili idioti ( molti ), utili venduti (
diversi ) e utili convinti ( alcuni ), selezionarono una classe
politica il cui collaborazionismo era a prova di bomba. Così a
partire dal 1945 il Parlamento italiano è sempre stato costituito da
elementi i quali, nel mentre che nelle apparenze e nelle parole si
dilaniavano in dibattiti ideologici e politici che più spregiudicati
non si poteva, nella realtà e nei fatti ben si guardavano dal
travalicare gli steccati stabiliti dall'Ambasciata USA.
Era così anche in quel periodo che sembrò di rivolta contro gli USA,
alla fine degli anni Sessanta per la guerra del Vietnam: gli slogan
contro gli USA lanciati dall'opposizione - allora monopolizzata dal
PCI - erano di fuoco, sì, ma solo perché, dato che non avevano
effetti pratici, erano tollerati dal Padrone. Questa volta invece
non si tratta di slogan in libertà, buoni per fare bella figura in
casa e ininfluenti all'estero, ma di concrete proposte che possono
benissimo trovare attuazione, come la Spagna ha dimostrato. Allora,
ci si chiede, cosa sta succedendo? Davvero la metà o quasi del
Parlamento italiano si è schierata contro l'America? Possibile che
in questa terra di opportunisti striscianti e servili si stia
verificando una ribellione al Padrone, e proprio nel momento in cui
il medesimo lungi dall'essere finito nella polvere è all'apogeo
della sua potenza?
1.Ma certo che no. Illuso chi ha anche solo sfiorato col pensiero
una tale eventualità, che appunto è solo una falsa impressione. Ha
chiarito tutto l'on. D'Alema, alla puntata di " Porta a porta " di
martedì 25 maggio c.a. 2004. Qui il conduttore Vespa ha chiesto al
Presidente del partito dei Democratici di Sinistra ( DS, il nuovo
nome del PCI d'una volta ) quale fosse in concreto quel "passo
indietro" richiesto agli USA. Ebbene, ha scandito D'Alema, il passo
indietro consiste in questo: che gli USA ritirino le loro truppe
dalle città e le confinino nelle basi militari che già si sono
procurate nel Paese (attualmente ben sei, enormi); a quel punto, ha
continuato, i DS - e verosimilmente tutti gli altri del " fronte del
no " a cominciare da Bertinotti e Diliberto - avrebbero aderito ad
una risoluzione dell'ONU che avesse avocato a sè il compito di
mantenere l'ordine nel Paese, ed avrebbero acconsentito a lasciare
in Iraq, a quel punto sotto le insegne dell'ONU, i 3.200 soldati
italiani già presenti, o anche a mandarne ancora di più.
Capito il trucco? Ma certo che sì. Lo scenario evocato da D'Alema
come "passo indietro" degli USA è esattamente quello che si
proponevano gli stessi USA quando - dopo la verifica fatta eseguire
alla coppia Annan-Blix che non esisteva il pericolo di essere
respinti a forza di bombe chimiche e batteriologiche come nel 1991 -
hanno attaccato l'Iraq nel marzo del 2003. A parte gli scopi diciamo
così morali (vendicarsi del 1991; eliminare un dannoso esempio di
Paese del Terzo Mondo con una gestione socialitaria ed efficiente),
gli USA vogliono dall'Iraq solo due cose: vogliono il suo petrolio
(e le piantagioni di palme da dattero ed altro che dobbiamo
trascurare per non appesantire il discorso), e vogliono disporre di
basi militari sul posto da utilizzare come trampolini di lancio per
aggredire i confinanti Siria e Iran (entrambi i quali fra l'altro -
si butti un occhio su una carta geografica - con la presa dell'Iraq
si vengono a trovare completamente circondati dagli USA e dai loro
Ascari regionali) e per approssimarsi al Caucaso, vera e fatidica
porta della Russia, Caucaso dove via Turchia e Georgia gli USA
stanno già alimentando da anni la guerriglia in Cecenia.
Naturalmente le basi servono poi anche per proteggere i campi
petroliferi, gli oleodotti e tutti gli altri business acquisiti in
Iraq: i contratti relativi, stipulati con l'attuale governo
fantoccio, dal punto di vista giuridico sono sicuramente al di fuori
della portata di qualunque governo iracheno "popolare" e "sovrano"
che possa sopraggiungere (ad esempio, perché prevedono durate di...
secoli), ma si sa che senza la forza i contratti contano poco.
Il resto dell'Iraq - le sue città, il suo popolo, i suoi cammelli -
agli USA non interessa, per loro è solo un peso. Un peso che però
qualcuno deve controllare, perché non minacci l'acquisito, cioè il
quanto sopra specificato. Chi incaricare? Da tempo gli USA hanno
indicato la loro scelta: contingenti militari e civili forniti da
Paesi terzi e raccolti nel quadro di una missione ONU. E' in effetti
la soluzione già abbozzata in Iraq, dove assieme a quelle
statunitensi sono presenti le truppe di altri 29 Paesi. Si tratta di
perfezionare la configurazione: ottenere l'aumento di quelle truppe
sino a compensare il ritiro o significativo ridimensionamento di
quelle USA e riunirle sotto un mandato formale dell'ONU, che
costituirebbe la copertura giuridica dell'occupazione mentre per
quanto riguarda la copertura morale ci penserebbe la Chiesa
Cattolica Romana. Un obiettivo non irraggiungibile: con Annan e
Wojtyla l'ONU e il Vaticano sono al più totale servizio degli USA, e
manca solo di convincere altri Paesi per completare lo schieramento
sul campo.
Fra l'altro mi sembra di poter dire che quello appena illustrato è
il modello che gli USA intendono adottare in futuro per tutte le
loro aggressioni-rapina: attaccheranno direttamente loro in prima
persona, eventualmente assieme alla Gran Bretagna e a qualche
altro "intimo"; occuperanno i luoghi che premono - qualche base
militare e le fonti delle risorse che intendono rapinare, pozzi,
miniere, bacini idrici ecc.; e per controllare il resto, ridotto a
città semidiroccate, impianti malfunzionanti e territori senza pregi
dove si aggirano masse umane in fase di decivilizzazione, manderanno
una missione " umanitaria " dell'ONU formata da truppe di Paesi così
onorati come l'Italia e il Guatemala, e benedetta dai soliti figuri,
chi in abiti civili e chi vestito da mago Otelma. Una procedura
spettacolosa, elargitrice di profitti fantastici, virtuosa in
facciata, e di costo pressoché nullo perché i partecipanti alla
missione "di pace" dell'ONU al solito sosterranno in proprio le loro
spese, salvo essere compensato qualcuno con contratti commerciali
agevolati. Chi obietta che una procedura del genere - invero una
messinscena planetaria indecorosa e pervertita, che vede alleati nel
tormentare l'umanità quegli enti sinora ritenuti i suoi più alti
difensori - non può riuscire perché si basa troppo sulla stupidità
degli uomini, non ha che da attendere.
Tornando all'Iraq, è chiaro che tale procedura - che ancora è nuova,
non sperimentata - non poteva essere applicata d'acchito, ma andava
preparata con somma cautela ed enorme astuzia, ed anche accettando
delle perdite. Così appena dichiarata la vittoria, gli USA diedero a
intendere che volevano controllare direttamente il territorio, sia
pure assieme ai 29 Paesi. Ma si guardarono bene dal pacificarlo.
Avrebbero potuto farlo facilmente. Gli USA hanno compiuto decine e
decine di occupazioni militari e ogni volta sono stati capaci di
creare governi locali collaborazionisti: sanno come si fa, e gli
italiani a partire dal 1945 possono testimoniarlo. La prima cosa da
fare è di mantenere intatto l'Esercito del Paese vinto,
guadagnandosene la fedeltà con gli stipendi, cosa che appunto gli
USA hanno sempre e immancabilmente fatto, ma guarda caso in Iraq
Bremer non volle. Era divertente ascoltare gli esperti italiani -
politici, militari, diplomatici ecc - che criticavano quella sua
decisione: lo facevano con soddisfatto zelo ma ad occhi bassi, con
l'umiltà e l'imbarazzo finti del servo che sta rendendo pubblica una
mancanza di un padrone potente e per altri versi sicuramente
meritevole. Quei machiavellastri di quarta categoria erano convinti -
e ancora lo sono, certo - di essere di fronte ad un'altra marchiana
corbelleria statunitense, all'ennesima dimostrazione di dabbenaggine
del colosso a stelle e strisce, di quel colosso boccalone che,
lasciano intendere, proprio di gente come loro avrebbe bisogno.
Invece fra tutti il Machiavelli è solo lo Zio Sam, che probabilmente
ha sostituito Gardner con Bremer proprio perché il primo non aveva
saputo creare tanto malcontento. Bremer invece ci è riuscito
benissimo, e in effetti nessuno ha mai minacciato di rimuoverlo
nonostante la gestione apparentemente fallimentare. Da tenere
presente che una grande spinta a questo malcontento è venuta dalle
torture praticate su larghissima scala nei lager statunitensi (come
quello di Abu Ghraib), dove venivano rinchiusi a centinaia dei
malcapitati qualunque. Il malcontento serviva per provocare la
guerriglia e gli attentati, e cioè quello stato di caos, precarietà
e barbarie, e insieme di incapacità amministrativa civile degli USA,
che sembra richiedere come scontata conseguenza - in nome
dell'umanità! - la cessione dell'incombenza all'ONU, mentre sarà
considerato un successo l'essere riusciti a convincere gli USA a
ritirarsi nelle loro sei basi.
Ed ecco spiegata la posizione delle nostre opposizioni
parlamentari "unite" sull'Iraq. Non è affatto una posizione
contraria agli USA, anzi. Fra l'atteggiamento di Berlusconi, troppo
platealmente servile e quindi così insincero da far sospettare
d'essere moralmente sbagliato, e quello di D'Alema, io credo che
Bush preferisca il secondo: sembra antiamericano, e quindi sembra
sincero, ma va dritto dritto nella direzione voluta dallo Zio.
Detto tutto questo, forse per chiarezza dovrei esporre quale davvero
sarebbe una posizione antiamericana da tenere sull'Iraq. E' presto
detto. Sarebbe la posizione della giustizia, cui ho già accennato in
un mio recente articolo ( "Considerazioni sull'attentato di Madrid
dell'11 marzo 2004", 22/03/2004 ): senza giustificazione valida gli
USA assieme a GB, Australia e Polonia hanno attaccato l'Iraq,
ammazzando, ferendo e invalidando molte decine di migliaia di
persone, rovinando il Paese e così continuando, e ora ciò che devono
fare non solo è andarsene, ma devono anche pagare per il male fisico
e i danni materiali commessi: ci sono cifre astronomiche da
rifondere, e molte migliaia di responsabili da consegnare a
Tribunali penali per la giusta pena, a cominciare dai capi politici
e militari dei quattro Paesi suddetti. Poi ci sono i 29 Paesi che
dopo la conquista hanno accettato di aiutare i Quattro a opprimere
l'Iraq, fra i quali c'è anche l'Italia. Anche per questi giustizia
vuole che ci siano pagamenti di danni e processi penali.
Questa sarebbe giustizia. Certo, la giustizia è una chimera. Qualche
volta però arriva.
2 giugno 2004
John Kleeves
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