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Carlo Troya e il veltro allegorico di Dante   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #169 di 999 |
Carlo Troya e il veltro allegorico di Dante

di Claudio Mutti


Nello stesso anno in cui veniva alla luce Federico di Svevia, un
misterioso costruttore di cattedrali affiliato alla corporazione dei
Magistri Comacini raffigurava sul Battistero di Parma il profilo di
un cane levriere. E' infatti con l'immagine di un veltro che termina
lo zooforo antelamico, cioè la sequela di settantanove figure che
circonda l'edificio e che ci presenta, tra i vari "animali
fantastici", anche quei tre in cui si imbatterà l'Alighieri: la
lonza, il leone, la lupa. Dante, come è noto, si smarrisce
nella "selva oscura" oltre un secolo dopo; ma sia gli animali che
ostacolano il suo cammino sia il Veltro preannunciatogli da Virgilio
sono già presenti sul Battistero parmigiano. Del rapporto che
intercorre tra l'opera dell'Antelami e la dottrina del Santo Impero
ci siamo già occupati altrove (1). Qui vorremmo invece ricordare
come negli ambienti ghibellini del territorio compreso tra Parma e
Reggio l'antroponimo Veltro sia attestato fin dal 1246: lo portò (e
lo trasmise a uno dei suoi figli) il libero signore del Castello e
della terra di Vallisnera, condomino nelle Valli dei Cavalieri, quel
Veltro da cui discendono i rami dei Vallisneri fino ai giorni nostri
(2). D'altronde, la figura di un veltro compare nello stemma della
famiglia, che viene descritto così: "D'oro alla fascia di rosso
caricata dal veltro corrente d'argento, collarinato d'oro,
accompagnata in capo da una stella rossa" (3).Non è dunque il caso
di insistere ulteriormente sul rapporto del Veltro con l'idea
dell'Impero e col ghibellinismo. Se mai, ci si può interrogare circa
le basi su cui tale rapporto si fonda.Aroux, che identifica il
Veltro con Can Grande della Scala, spiega che il nome Can "si
prestava a una duplice allusione, nel senso di cane da caccia,
veltro, nemico della lupa romana, e nel senso di Khan dei Tartari"
(4). Si trattava insomma di "quel Khan che, nato all'estremo opposto
dell'Eurasia, era storicamente riuscito a riunificarla quasi tutta
in un unico gigantesco Impero, facendosi contemporaneamente
riconoscere quale somma Autorità spirituale dai vertici degli
essoterismi taoista, buddista, islamico e financo cristiano
nestoriano" (5). Scrive altrove Aroux: "Questi Tartari, sempre
secondo Yvon (di Narbona, n.d.r.), consideravano i loro monarchi
come degli dèi, principes suorum tribuum deos vocantes (...) Secondo
lui, questi stessi Tartari, ai quali all'epoca ci si interessava
tanto, "avevano scelto come capo uno dei loro, che fu innalzato su
uno scudo ricoperto con un pezzo di panno, su un povero FELTRO fu
levato, e chiamato Kan (...) fu chiamato Cane, che in lor linguaggio
significa imperadore. (...) Non bisogna dunque stupirsi troppo dei
nomi bizzarri di Mastino e Cane, dati a quei Della Scala che
dominavano sulla Lombardia e che i ghibellini riconoscevano come
loro capi. Quello di Veltro non è che un sinonimo (...)"
(6).Riprendendo l'interpretazione di Aroux, Guénon aggiunge che, "in
diverse lingue, la radice can o kan significa 'potenza', il che si
collega ancora allo stesso ordine di idee" (7); inoltre Guénon fa
notare (8) che al titolo turco-tataro di Khan equivale quello latino
di Dux, applicato al Veltro dallo stesso Dante:...un cinquecento
diece e cinque,messo di Dio, anciderà la fuiacon quel gigante che
con lei delinque.(Purg. XXXIII, 43-45).Trasformato in Cane e quindi
in Veltro, il titolo di khan venne dunque trasferito tanto sulla
figura archetipica del monarca universale quanto su alcuni
personaggi storici di parte ghibellina. Oltre a Can Grande della
Scala, che a questo proposito è forse il più citato, altre
personalità sono state identificate con il Veltro dantesco, per via
della loro maggiore o minore rispondenza alle caratteristiche
essenziali dell'archetipo. Ci limitiamo a menzionarne tre: Enrico
VII di Lussemburgo, Ludovico il Bavaro e Uguccione della Faggiola.
Enrico VII, "l'alto Arrigo", nel Paradiso dantesco viene
rappresentato in termini di perfetta coincidenza con l'archetipo
imperiale, come è stato magistralmente messo in evidenza da Vasile
Lovinescu: "In mezzo al `convento' della milizia santa, quindi nella
terza cinta, si trova il trono dell'alto Arrigo, sovrapposto al
Motore Immobile, in stato di identità con esso. Enrico VII, in un
tale stato di identità, rappresenta direttamente nell'universo il
Motore Immobile e quindi è il centro immanente del mondo; e per via
di una traslazione discendente lungo l'Asse polare, è anche il
centro di un gruppo di monaci cavalieri. Dunque, può essere soltanto
l'esponente del potere regale? Quanto fosse effettivo Enrico VII,
non ha importanza. L'importante è che la funzione di Imperatore
romano per certi "conventi" del Medio Evo rappresentava ambedue i
poteri grazie alla sua continuità con la funzione del Cesare romano,
che era al contempo Pontefice Massimo e Imperator" (9).Quanto a
Ludovico il Bavaro, "che quando fu eletto parve uomo valoroso e
franco a Giovanni Villani, dovette maggiormente parerlo a chi stava
esule dalla patria aspettando con bramosia e impazienza, novità e
avvenimenti che dessero vittoria alla propria parte abbassata" (10).
Esule dalla patria, Dante morì sette anni dopo che Ludovico, nel
1314, era diventato re di Germania, suscitando quelle aspettative di
restaurazione imperiale che la "parte abbassata" dei ghibellini
continuò a nutrire anche in seguito. Infatti, come riferisce il
cronista guelfo, "negli anni di Cristo 1326, del mese di Gennaio per
cagione della venuta del duca di Calavra in Firenze, i Ghibellini e'
tiranni di Toscana e di Lombardia e di parte d'imperio mandarono
loro ambasciadori in Alamagna a sommuovere Lodovico duca di Baviera
eletto re dei Romani, acciocché potessono resistere e contrastare
alle forze del detto duca e della gente della Chiesa, ch'era in
Lombardia" (11).Il 31 maggio 1327 Ludovico cinse la Corona Ferrea,
sicché "incontanente, e in quello medesimo tempo, si commosse quasi
tutta Italia a novitade; e' Romani si levarono a romore e feciono
popolo (...) e mandarono loro ambasciadori a Vignone in Proenza a
Papa Giovanni, pregandolo che venisse colla corte a Roma, come dee
stare per ragione; e se ciò non facesse, riceverebbono a signore il
loro re de' Romani detto Lodovico di Baviera; e simile mandarono
loro ambasciadori a sommuovere il detto Lodovico chiamato Bavaro"
(12). L'anno successivo Ludovico il Bavaro venne incoronato
imperatore; ma non dal papa, bensì dal popolo romano, perché aveva
abbracciato la dottrina di Marsilio da Padova. Uguccione della
Faggiola (1250 circa-1319) fu un celebre capo ghibellino della
Toscana, al quale Dante avrebbe inviato l'Inferno nel 1307. Dopo
aver ricoperto per cinque volte la carica di podestà, dal 1309 al
1310 fu signore di Arezzo, podestà e capitano di guerra di altre
città, vicario di Enrico VII a Genova e finalmente, nel 1313,
signore di Pisa; a Pisa e poi anche a Lucca esercitò un potere
assoluto. Nel 1313 sconfisse i guelfi a Montecatini, ma nel 1316 una
ribellione lo costrinse ad esulare, sicché trascorse gli ultimi anni
della sua vita al servizio di Can Grande della Scala.
L'identificazione del Veltro dantesco con Uguccione della Faggiola
venne sostenuta da Carlo Troya in un saggio intitolato Del Veltro
allegorico di Dante, che fu pubblicato nel 1825 a Firenze "presso
Giuseppe Molini, all'insegna di Dante". Totalmente ignorato dalle
storie della letteratura attualmente in uso nei licei, Carlo Troya
svolse nondimeno un ruolo di un certo rilievo nella cultura italiana
del secolo scorso, per cui riteniamo opportuno tracciare un sommario
profilo della sua vita e della sua opera. Nato a Napoli il 7 giugno
1784 da famiglia devotissima ai Borboni, nel '98 il giovane Carlo fu
portato in Sicilia dal padre, medico di corte che seguì re
Ferdinando nella fuga. Rientrato a Napoli nel 1802, cominciò a
maturare orientamenti liberali, sicché nel '20 diventò redattore
della "Minerva napolitana" e nel '21 fu nominato intendente in
Basilicata. Condannato all'esilio dalla reazione del '24, si rifugiò
in Toscana, dove visitò luoghi storici, archivi e biblioteche alla
ricerca di memorie dantesche. Nacque così lo studio Del Veltro
allegorico di Dante, condotto secondo un procedimento metodologico
di tipo muratoriano che viene riassunto dallo stesso Troya nei
termini seguenti: "Delle tante specie che vi sono di storie la mia
vocazione, la tenuità del mio ingegno e la mia prima istituzione mi
hanno fatto scegliere e amare la specie di storia che chiamerei
empirica, quella cioè di narrare i fatti quali risultano dai
documenti che io credo veri" (13). La pubblicazione del Veltro
allegorico di Dante scatenò una serie di indignate reazioni, che
valsero all'autore i titoli non ingiustificati di "papista" e
di "guelfo". Infatti la tesi di Troya, come la troviamo riassunta in
una lettera al padre del 24 dicembre 1824, è che Dante "inasprito
dall'ingiusto esilio divenne così furioso ghibellino come prima era
stato ardentissimo guelfo: ma la storia di quel ghibellino serve a
far conoscere quali erano le massime, quali i ragionamenti, quali le
speranze di quella fazione assai meglio che tutte le croniche di
quel secolo". In tale interpretazione agivano indubbiamente quelli
che oggi chiameremmo "pregiudizi ideologici", ovvero, se si
preferisce, "suggestioni di carattere patriottico, nobilissime
quanto si vuole ma fuorvianti, che indebitamente trasferiscono (come
in tanta parte della critica dantesca del primo Ottocento) le
idealità del tempo nella storia del passato" (14). Tant'è vero che
Troya non perdonò a Dante di aver sollecitato l'intervento
dello "straniero": "Per me, - scriveva a G. Pepe il 4 agosto 1827 -
dicano di me quel che vogliano; io griderò sempre anatema a chiunque
chiamò lo straniero in Italia o il patì: sia frate egli, papa,
chierco, barone o qualunque altro. Ma più di qualunque papa e
chierco o barone mi sembra colpevole un fiorentino, che sortì una
patria e che abusò dell'ingegno in favore dello straniero". Il 12
marzo 1826, in un periodo in cui Troya stava viaggiando in varie
parti d'Italia in compagnia di Saverio Baldacchini e Giuseppe
Poerio, gli venne revocato il bando d'esilio; tuttavia non tornò
subito a Napoli, ma preferì proseguire il suo lungo viaggio di
studio e proseguire le sue ricerche nelle biblioteche. Fu così che
nel 1832 poté dare alle stampe un'altra opera di esegesi dantesca,
arricchita di numerosi documenti, Del Veltro allegorico dei
ghibellini, dove il Veltro perdeva quei contorni così
individualizzati che aveva ricevuti nel saggio precedente: "Se Dante
non seppe o non volle dire qual fosse il suo 'Veltro', tal sia di
lui: a me basta l'aver mostrato che prima Uguccione della Faggiola e
poi Castruccio Castracani furono dopo l'esilio di Dante i 'Veltri
dei ghibellini', e massimamente di Fazio degli Uberti e degli altri
Bianchi usciti di Firenze" (ivi, p. 147).Dall'età di Dante, gli
interessi storici di Troya si spostarono più indietro, a Carlo Magno
e all'Europa barbarica. Della monumentale Storia d'Italia nel
Medioevo, che sarebbe dovuta arrivare fino al Trecento, ma si
interruppe al periodo longobardo, uscì a Napoli nel 1839-43 il primo
volume, Apparato alla storia d'Italia, che studia i Popoli barbari
avanti la loro venuta in Italia e contiene altresì un Discorso delle
condizioni dei Romani vinti dai Longobardi e della vera lezione di
alcune parole di Paolo Diacono. Nel 1844, anno in cui Troya rientrò
a Napoli e vi fondò la Società storica, andò in stampa il secondo
volume, che riguarda Eruli e Goti e reca tre appendici sui Fasti
getici o gotici, daco-getici-normanni e visigotici.Durante
l'effimero governo costituzionale iniziato il 16 febbraio 1848,
Troya tenne sul giornale liberale "Il Tempo" una rubrica Intorno
alla storia e alle questioni politiche della Sicilia; dal 3 aprile
al 15 maggio ricoprì la carica di presidente del consiglio dei
ministri. La reazione non gli procurò nessun disturbo. "Troya? -
motteggiò Ferdinando II - Lasciatelo stare nel Medioevo!" E nel
Medioevo lo studioso rimase tranquillo fino alla morte, avvenuta il
28 luglio 1858. Nel 1851 la sua Storia d'Italia era giunta al terzo
volume, intitolato Greci e Longobardi. Il quarto, uscito postumo nel
1852-55, riporta il Codice diplomatico longobardo, arricchito di
Note storiche, osservazioni e dissertazioni, ordinate principalmente
a chiarire la condizione dei Romani vinti dai Longobardi e la
qualità della conquista. La concezione neoguelfa della Storia
d'Italia si manifesta essenzialmente nel giudizio sulla "necessità"
del dominio temporale dei papi, ai quali si deve la nuova
civiltà "romano-cristiana". A tale presa di posizione si ricollega
anche la caratteristica antitesi tra Goti e Longobardi: i primi,
adorni delle più belle virtù, si sarebbero certamente fusi con la
popolazione latina, se non si fossero ostinati nell'arianesimo,
mentre i "fedissimi" Longobardi rimasero sempre una casta guerriera
che perseguì l'asservimento dei Latini e produsse una profonda
divisione sociale e nazionale. Di Carlo Troya ci restano infine,
oltre a un copiosissimo carteggio in gran parte inedito, uno scritto
Delle collezioni istoriche più necessarie a chi scrive storia
d'Italia, pubblicato nel 1832 sul "Progresso delle scienze, lettere
ed arti", nonché due volumi di Annotazioni a margine degli Annali
del Muratori (Napoli 1869-71).

Claudio Mutti

Note
1. C. Mutti, Simbolismo e arte sacra. Il linguaggio segreto
dell'Antelami, Parma 1978; Idem, L'Antelami e il mito dell'Impero,
Parma 1986.
2. G. Vallisneri, I Vallisneri: da Veltro ai nostri giorni, Parma
1996.
3. M. De Meo, Le case longobarde dei Platoni e dei
Vallisneri, "Malacoda" (Parma), 76, gennaio-febbraio 1998, p. 19.
4. E. Aroux, Clef de la Comédie anti-catholique de Dante Alighieri,
Paris 1856; rist. Carmagnola 1981, p. 40.
5. A. Grossato, La dottrina del Califfato islamico e la concezione
dantesca del "Santo Impero", "Viàtor", a. VI, 2002, p. 182.
6. E. Aroux, Dante. Hérétique, revolutionnaire et socialiste, Paris
1854; rist. Bologna 1976, pp. 119-120.
7. R. Guénon, L'esoterismo di Dante, Roma 1971, p. 62.
8. Ibidem.
9. V. Lovinescu (Geticus), La Colonna Traiana, Parma 1995, p. 85.
10. D. Fransoni, Studi vari sulla Divina Commedia, Firenze 1887, pp.
306-307.
11. Giovanni Villani, X, 18.
12. Giovanni Villani, X, 20.
13. G. Del Giudice, C. Troya. Vita pubblica e privata, studi, opere,
con appendice di lettere inedite e altri documenti, Napoli 1899, p.
144.
14. AA. VV., La letteratura italiana. Storia e testi, vol. VII, tomo
secondo (Il primo Ottocento. L'età napoleonica e il Risorgimento),
Bari 1975, p. 423.





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