LETTERA D'INFORMAZIONE
30 agosto 2002 - a. I, n. 11
SOMMARIO
PENSIERO
"GUERRA AL TERRORISMO" E DINTORNI
EKEUS (EX-UNSCOM): LE ISPEZIONI VENIVANO MANIPOLATE -
fonte: "Notizie dal ponte" n. 12 (bollettino dell'Associazione "Un
ponte per Baghdad)
RITTER SULLE ARMI DELL'IRAQ - fonte: EIR (Executive Intelligence
Review), 22 luglio 2002
NOTE SUL CAGNOLINO "GASATO"
IRAQ/DA BAGHDAD EMBARGO A GRANO AUSTRALIANO, PROTESTE A CANBERRA.
Agricoltori infuriati se la prendono col governo - AP, 12/8/02
LA STORIA CHE NON RACCONTANO
IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI: UNA TRAGEDIA DIMENTICATA SPECCHIO
DELL'IMPOTENZA POLITICA DELL'EUROPA DEI MERCANTI - di Fabrizio
VIELMINI, "Il Sole delle Alpi", 18 novembre 2000, pp.4-11
OPINIONI
O «MONDAO MERAVIGLIAO». Tra masochisti, ciechi, sordi, scemi e utili
idioti… - di Alberto B. Mariantoni
PALESTINA NELLA BUFERA
L'ISRAELE PADANO - di Andrea Tordin
"ITALIANA"
ITALIA, UNA VOLPE NELLA TAGLIOLA - di John Kleeves (20 febbraio 2001)
CINEMA
" ATTACCO AL POTERE " E WILLIS-MITRIONE - di John Kleeves
IN LIBRERIA
APPUNTAMENTI
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PENSIERO
La povertà non è un disonore: lo è lo sfruttamento dei popoli.
Gamal 'Abdel-Naser, 26 luglio 1956
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"GUERRA AL TERRORISMO" E DINTORNI
EKEUS (EX-UNSCOM): LE ISPEZIONI VENIVANO MANIPOLATE
fonte: "Notizie dal ponte" n. 12 (bollettino dell'Associazione "Un
ponte per Baghdad)
Dopo Scott Ritter è la volta di Rolf Ekeus.
Il diplomatico svedese, Direttore Esecutivo dell'UNSCOM (la
commissione speciale dell'Onu incaricata di monitorare il disarmo
non convenzionale iracheno) dal 1991 al 1997 e attualmente
ambasciatore di Svezia negli Usa, è uscito allo scoperto, accusando
senza mezzi termini gli Stati Uniti (e non solo loro) di avere usato
la commissione per scopi che esulavano dal suo mandato, come
strumento per promuovere i propri interessi politici.
Queste e altre informazioni di grande interesse – e di notevole
gravità - sono contenute in una intervista rilasciata alla radio
svedese il 28 luglio scorso, di cui pubblichiamo qui la versione
integrale nella traduzione italiana.
Si ringrazia la Campagna contro le sanzioni all'Iraq (CASI) di
Cambridge (GB) per aver diffuso in rete la traduzione inglese
dall'originale svedese.
[O.S.]
RE: Non c'è dubbio che gli americani volessero influenzare le
ispezioni per promuovere alcuni interessi fondamentali degli Stati
Uniti. Non penso che questo fosse il caso durante i primi anni,
perché a quell'epoca c'era una preoccupazione autentica per le armi
di distruzione di massa che l'Iraq poteva avere.
C'erano alcuni, specialmente gli Usa, che erano interessati a
entrare in possesso di [informazioni su] altre forme di capacità
diverse [dalle armi di distruzione di massa]. Ad esempio: come erano
organizzati i servizi di sicurezza iracheni; qual era la capacità
militare convenzionale; ecc.
Sono stato a capo [dell'UNSCOM] fino al 1997, dal 1991 al 1997, ed
ero consapevole di questa aspirazione a raccogliere informazioni che
non avevano niente a che vedere direttamente con le armi vietate.
Per me, il compito era di far sì che nell'organizzazione [UNSCOM] ci
fossero una disciplina e una struttura tali da non consentire
tentativi di sfruttare il sistema delle ispezioni come copertura per
altre attività.
D: Che tipo di attività?
RE: Cercare di raccogliere informazioni su altri aspetti
[dell'Iraq], ad esempio su dove si trovasse il presidente Saddam
Hussein, cosa che poteva essere interessante se lo si fosse voluto
colpire personalmente, ecc., cioè su aree che non erano all'interno
del mandato dell'Onu. E' del tutto sbagliato per l'Onu fare da
copertura per tale … per quel tipo di attività.
I: E' vero che l'Onu a volte diventò una copertura?
RE: Sì, ci furono dei tentativi. Penso che riuscirono. Durante il
mio mandato [come capo delle ispezioni] non penso che ci siano state
attività di questo tipo, ma la pressione aumentò con il tempo. Un
altro aspetto di questo erano i tentativi di creare crisi nei
rapporti con l'Iraq, che in qualche misura erano collegati alla
situazione politica generale, a livello internazionale, ma anche
nazionale. Ciò determinava delle pressioni sugli ispettori. Penso
che fino al siamo riusciti a respingere tali tentativi. Ma c'erano
sempre interessi diversi da parte di tutte le potenze, degli Usa, ma
anche dei russi, con la Russia che si muoveva.
I: Cosa intende per "creare crisi"?
RE: Che gli ispettori e il direttorato delle ispezioni ricevevano
pressioni per fare ispezioni controverse – almeno ispezioni che gli
iracheni ritenevano controverse – e con questo provocare una
situazione di stallo che poteva costituire la base per una azione
militare diretta.
I: Creare una crisi – non è una provocazione?
RE: C'era una aspirazione a creare una crisi attraverso la pressione
con – diciamo – provocazioni belle e buone, ad esempio tramite
ispezioni del Dipartimento alla Difesa, il Ministero della Difesa di
Baghdad, che, almeno dal punto di vista iracheno, erano molto
provocatorie. E' possibile che gli ispettori – questo accadeva dopo
il mio mandato – credessero che in quegli edifici ci fosse qualcosa
di interessante.
Io non lo credevo, poiché ero del tutto convinto che in quel tipo di
edifici non c'erano armi di distruzione di massa. Ma potevano
esserci situazioni in cui ci noi preparavamo per un round di
ispezioni così difficile e duro, e poi ricevevamo pressioni da parte
degli Usa per fermarle, perché, improvvisamente, non si voleva più
uno scontro, a causa di interessi politici più ampi.
Questo poteva aver qualcosa a che fare con la situazione più
generale in Medio Oriente, con i rapporti Usa-Russia; qualcosa a che
fare con altre priorità che al momento erano più importanti.
I: Se la capisco bene, poteva darsi il caso che una settimana ci
fosse interesse a creare un conflitto con l'Iraq, e la settimana
successiva il presidente americano andava a Mosca, e quindi voi
dovevate prenderla con calma ?
RE: Beh, questo è un esempio astratto, ma si sviluppavano forti
pressioni principalmente da parte degli Usa, ma anche da parte di
altri membri del Consiglio di Sicurezza, perché gli ispettori
tenessero presente non solo il compito di trovare e distruggere i
materiali e le attrezzature vietate, ma anche considerazioni di
carattere strategico e tattico, che corrispondevano agli interessi
di singoli membri del Consiglio di Sicurezza. Questo era uno
sviluppo pericoloso per l'Onu, perché esso correva il rischio di
andare oltre il suo mandato.
I: E questo inoltre dava all'Iraq una ragione per mettere in
discussione tutto il sistema delle ispezioni?
RE: Beh, essi [gli iracheni NdR] lo mettevano in discussione
comunque, ma è vero che questo dava maggiore credibilità alle loro
accuse e proteste, e che altri osservatori informati pensavano che
c'era del vero nelle loro affermazioni, vale a dire che le ispezioni
venivano "aggiustate" per servire gli interessi delle grandi potenze.
I: Ma se questo avveniva realmente, come lei ha detto, che uno o più
paesi del Consiglio di Sicurezza – gli Usa e la Russia, come lei ha
detto, e forse anche altri – di tanto in tanto volevano trasformare
le ispezioni in uno strumento politico, allora sicuramente le
critiche dell'Iraq erano giustificate?
RE: Sì, non c'è dubbio che fin dall'inizio … Ho sentito questa
pressione sempre, diretta verso il direttorato [dell'UNSCOM]. Il
problema per il direttorato dell'UNSCOM era di non farci caso, e
[assicurarsi] che l'Onu stesse alle regole del gioco, così che
nessun singolo membro del Consiglio [di Sicurezza] manipolasse
decisioni o influenzasse le attività [degli ispettori].
I: Ma quello che lei sta dicendo è che alcuni membri del Consiglio
di Sicurezza lo hanno fatto davvero, e ci sono riusciti?
RE: Sì, penso che si possa dire così. Ci sono molti studi che stanno
per essere pubblicati, compreso uno dell'Università di Yale, che
indagano su questo più a fondo, e che mostreranno molto chiaramente
che ci furono tentativi da parte di alcuni governi di esercitare la
loro influenza: fermare alcuni tipi di ispezioni, mentre ne
incoraggiavano altre.
I: Ma al tempo stesso lei ci sta dando esempi di governi che sono
riusciti in questo?
RE: Sì, col tempo queste forti pressioni si svilupparono. Questo
accadde dopo il mio periodo [come direttore dell'UNSCOM], e sembra
che la pressione sia cresciuta a tal punto che ci fu un grado
di "aggiustamento" [delle ispezioni].
I: Che cosa significa per il nuovo organismo di ispezione [UNMOVIC],
sotto la guida di Hans Blix, che è pronto, ma non è ancora riuscito
a lasciare il suo quartier generale di New York?
RE: Dipende quasi totalmente dagli Usa, dal fatto che siano
preparati a dare una possibilità alle ispezioni.
I: Ma c'è qualcosa che indichi che gli Usa non hanno interesse a
invadere l'Iraq, e a deporre il presidente Saddam Hussein?
RE: Beh, quello che stiamo cercando di fare, alcuni di noi, è
convincere gli Usa che è possibile condurre ispezioni riuscite, nel
modo in cui abbiamo fatto in precedenza. Si tratta di attenersi alle
regole del gioco.
I: Ma la mia domanda è se lei vede qualche segnale che ciò accadrà.
RE: Sì, vedo che gli Usa, nel processo decisionale interno su cui ho
informazioni, stanno prendendo in considerazione e analizzando il
sistema di ispezioni, la ripresa delle ispezioni. Ma può anche darsi
che ci sarà un qualcosa di "mix".
I: A che cosa assomiglierebbe?
RE: C'è una idea di collegare molto strettamente le ispezioni a un
forte sostegno militare, senza una guerra aperta. Questo è il tipo
di cosa che si sta considerando.
I: Un ispettorato armato?
RE: Un qualche tipo di sostegno, esatto.
I: Può spiegarsi ulteriormente?
RE: No, non voglio farlo, perché è talmente attuale. C'è un certo
numero di persone coinvolte in questo, che ci stanno pensando.
I: Lei è coinvolto?
RE. Su questo non voglio fare commenti. Mi tengo informato su quanto
accade.
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Ritter sulle armi dell'Iraq
fonte: EIR (Executive Intelligence Review), 22 luglio 2002
Mentre politici e militari inglesi sono preoccupati perché ben
presto il governo di Tony Blair finirà per portarli a fianco degli
Stati Uniti in una guerra in Iraq, Scott Ritter, ex ispettore
dell'ONU, ha parlato di fronte a parlamentari e giornalisti alla
House of Commons il 16 luglio per spiegare in maniera risolutiva che
l'Iraq non dispone di armi chimiche, biologiche e nucleari. Ha
spiegato di sapere bene quello che dice poiché ebbe un ruolo
primario nella distruzione delle basi industriali e tecnologiche
irakene per produrre le armi di distruzione di massa nel periodo che
va dal 1991 al 1998, quando fu ispettore dell'ONU.
Ritter ha più volte ribadito che l'amministrazione Bush ha soltanto
motivi politici che la spingono ad aggredire l'Iraq, sui quali fanno
leva i circoli neo-conservatori dentro e fuori il governo USA. In
realtà non ci sono prove di fatto che l'Iraq abbia sviluppato nuovi
arsenali di armi di distruzione di massa nel periodo successivo al
suo incarico, terminato nel 1998. Il governo Blair ha fatto grandi
promesse di un "dossier" che dovrebbe "dimostrare" che le armi ci
sono, ma questo dossier non lo ha ancora visto nessuno e nemmeno il
governo americano è riuscito a mettere in pubblico uno straccio di
prova fattuale, lasciando nel buio completo persino i personaggi più
influenti del Senato e della comunità d'intelligence.
Ritter ha posto in chiaro due punti di natura tecnica. Il primo è
che la costruzione di armi di distruzione di massa richiede
infrastrutture scientifiche, tecniche e industriali sofisticate,
dello stesso tipo che lui ed i suoi collaboratori smantellarono
negli anni Novanta. Non si tratta di mezzi che si ricostruiscono con
la bacchetta magica. Secondo, l'Iraq avrebbe dovuto importare
attrezzature e mezzi industriali e questo, secondo Ritter, non
sarebbe potuto sfuggire all'osservazione di tutti gli enti
spionistici più interessati: USA, Inghilterra, Israele, Francia,
Germania e Russia. Pertanto, è giusto concludere che l'Iraq non può
disporre dei mezzi di distruzione di massa.
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NOTE SUL CAGNOLINO "GASATO"
Sconcertati dall'evidente nulla considerazione in cui i fabbricanti
dell'opinione pubblica tengono il popolo, ci siamo rivolti ad un
esperto in chimica affinché ci inviasse alcune osservazioni sul
mirabolante nonché "probante" filmato mandato "a puntate" sulla CNN-
verità. Cosa provi quel filmato, del resto, a nessuno dotato di
medio QI è dato sapere. Tranne, ovviamente, ai prezzolati inviati a
New York.
Ai lettori di "Lettera d'Informazione" giriamo quindi alcune
osservazioni confortate da conoscenze tecniche.
Già che ci siamo: dopo la sequenza di 5 fotografie proposta
dal "Corriere della Sera" (http://www.corriere.it/av/galleria.html?
cane_gas&1 e segg.), consigliamo a questo giornale di selezionare
meglio i fabbricanti di messaggi subliminali, perché quelli che ha
sono da quattro soldi: le prime quattro immagini ritraggono il
cagnolino, e la quinta - al termine del percorso straziante -
immortala il perfido Osama. Collegamento: atrocità-colpevole,
automatico!
Red.
RISPOSTA dell'esperto in chimica:
E' difficile giudicare in base a quattro fotografie. La descrizione
è troppo generica: "Un cane si trova in una stanza, dove un uomo
[con maschera antigas o senza?] fa cadere un oggetto [che cosa?] e
del liquido [?] a terra. Il vapore comincia a salire, il cane
mangia il suo pranzo: la Cnn cita a questo punto gli esperti,
facendo notare che l'ipersalivazione è uno dei primi segni di
avvelenamento. Il cane comincia a perdere i sensi e crolla sul
dorso, gemendo".
Mi pare comunque insensato pensare ai "vapori di cianuro" o
ai "gas nervini", che anche a dosi infinitesimali sono
fulmineamente mortali. Senza contare che gli effetti tossici dei
vari aggressivi chimici sono perfettamente noti e descritti - fin
dalla prima guerra mondiale - in opere specialistiche e in trattati
di chimica.
Mi sembra del tutto ridicolo attribuire a Al Quaeda l'organizzazione
fantascientifica dell'abbattimento delle torri gemelle e pretendere
nello stesso tempo che stia progettando uno sterminio in massa con
armi chimiche o batteriologiche sulla base di esperimenti così
rozzi.
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IRAQ/DA BAGHDAD EMBARGO A GRANO AUSTRALIANO, PROTESTE A CANBERRA
Agricoltori infuriati se la prendono col governo
Canberra, 12 ago. (Ap) - L'Iraq fa l'embargo al contrario. Il
governo di Baghdad ha deciso di non accettare più il grano che
arriva dall'Australia a causa dell'allineamento di Canberra alla
posizione americana. E un effetto pare averlo ottenuto: gli
agricoltori australiani sono infuriati a oggi hanno accusato il
governo di fare perdere loro milioni di dollari.
"Vorremmo sapere il perché il nostro governo in questa fase sembra
essere in prima fila nel criticare l'Iraq", ha chiesto Keith Perret,
il capo della sezione export del Grains Council australiano, alla
radio Abc.
Gli ha risposto il ministro degli esteri Alexander Downer: "La
comunità internazionale, compresa l'Australia, sta vivendo un
momento difficile nei rapporti con l'Iraq". Downer ha anche
assicurato che il governo si impegnerà nel sostenere una possibile
soluzione diplomatica.
L'Iraq è il secondo mercato per l'export di grano
australiano,nell'ambito del programma "Oil for food". Il valore è
all'incirca 420 milioni di euro.
In luglio il ministro per il commercio iracheno Mohammed Mehdi Saleh
dichiarò che il suo paese non avrebbe più importato grano
australiano e sta valutando la possibilità di porre l'embargo a
tutto l'import proveniente da quel paese che avrebbe
un "atteggiamento ostile" nei confronti di Baghdad. Da allora molti
carichi sono stati rispediti al mittente.
B-Mos
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LA STORIA CHE NON RACCONTANO
IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI: UNA TRAGEDIA DIMENTICATA SPECCHIO
DELL'IMPOTENZA POLITICA DELL'EUROPA DEI MERCANTI
di Fabrizio VIELMINI
fonte: "Il Sole delle Alpi", 18 novembre 2000, pp.4-11
In questa inchiesta invitiamo i lettori a prendere conoscenza del
genocidio storico del popolo armeno.
Si tratta di un caso rimosso, cancellato dalla memoria, poiché
scomodo ai massimi livelli. Infatti, per fare i conti con questa
tragedia storica, l'Europa deve mettere mano alle principali
ipoteche che gravano sul proprio futuro: la subordinazione della
sfera politica agli interessi commerciali del grande capitale e
l'assenza di un progetto integrato per placare l'immenso sub-
continente un tempo conosciuto come "Unione Sovietica", oggi tutto
un magma incandescente di situazioni pronte ad esplodere e a
riversare su di noi i loro effetti rovinosi.
Inoltre, l'indifferenza dell'Europa verso questo piccolo popolo, che
ancora oggi è a rischio di scomparsa per effetto di una crisi
economica devastante e dell'ostilità dei suoi vicini turchi, è tanto
più colposa di fronte alle millenari aspirazioni europee espresse
dagli armeni.
I fatti storici: nascita di uno sterminio "progressista"
L'Armenia ha una storia millenaria risalente almeno al VI secolo
prima di Cristo. Nel corso dei secoli, questo popolo è stato
travolto e conteso innumerevoli volte da parte degli imperi che si
sono succeduti intorno alle sue terre, un tempo dieci volte più
estese dell'attuale Armenia ex-sovietica. Alle maree della Storia,
gli armeni hanno sempre opposto una resistenza disperata,
organizzata dalla Chiesa nazionale gregoriana, grazie alla quale
sono riusciti a sopravvivere.
Nel XIX secolo l'Armenia si trovò divisa fra gli Imperi russo e
ottomano. Se per i russi gli armeni non costituivano un problema (ma
piuttosto una risorsa, date le loro capacità culturali e
commerciali), il contrario era vero per Istanbul, dato che essi
risiedevano nei territori dell'Anatolia profonda, il cuore stesso
dell'Impero, che non poteva rinunciare a loro senza cessare di
esistere. Di fronte alle continue sconfitte che i russi gli
infliggevano, l'agonizzante Impero ottomano si aggrappò sempre di
più all'Islam come fattore di coesione dello Stato. Tale circostanza
condusse a ogni sorta di angheria e maltrattamenti nei confronti
dell'elemento armeno, considerato inoltre una quinta colonna della
potenza russa. Fra il 1894 ed il 1896 (massacri di Sasun), si stima
che furono uccisi più di 300.000 armeni. Si era comunque ancora nel
quadro di una politica tradizionale di mantenimento dell'ordine,
repressiva finché si vuole ma incapace di pensare soluzioni finali.
Il vero salto di qualità avvenne nel 1908, con la rivoluzione che
portò al potere la giunta dei cosiddetti "Giovani Turchi". Alla
guida dell'Impero ottomano s'installa una classe dirigente di
formazione occidentale, laica, liberale e nazionalista, che
considera spazzatura la tradizione ottomana con tutti i sui principi
di convivenza interetnica e multireligiosa. Sarà proprio questo
quadro mentale "moderno" e "progressista", completamente ispirato
dagli "immortali principi" della rivoluzione francese, a far
balenare nelle teste dei "Giovani turchi" l'idea di una pulizia
etnica, "scientifica" e su larga scala. L'occasione venne con la
Grande Guerra: mentre l'Impero vacillava sotto i colpi delle potenze
dell'Intesa, i turchi iniziano ad arrestare e deportare in massa gli
armeni. Gli uomini furono separati dalle famiglie e subito eliminati
sommariamente. Donne e bambini furono incolonnati come bestiame per
essere deportati verso la Siria. La maggioranza morì per strada, per
fame, malattie e sevizie. Il bilancio varia dal mezzo milione al
milione e mezzo su un totale di circa due milioni di armeni
ottomani. In ogni caso, una presenza trimillenaria venne
completamente annientata.
Nonostante le innumerevoli testimonianze in questo senso, la
diplomazia turca ha sempre rifiutato di riconoscere le stragi degli
armeni nella loro qualità di genocidio (ossia, di progetto volto
esplicitamente all'eliminazione totale della presenza armena). Le
autorità, sorrette da una vasta schiera di storici filo-turchi
occidentali, parlano di un increscioso incidente, che fu dettato
dalle necessità della guerra e dall'infedeltà degli armeni verso
l'Impero.
All'interno della Turchia la questione è poi completamente tabù, la
storiografia ufficiale arriva persino a negare che vi sia mai stata
una presenza armena in Anatolia. E per chi sgarra sono guai.
Soltanto lo scorso 23 ottobre, la Corte di sicurezza di Stato
d´Istanbul ha aperto un'inchiesta contro Akin Birdal, ex-presidente
dell´Associazione turca dei diritti dell'uomo, poiché costui aveva
chiesto pubblicamente al suo paese di « chiedere scusa agli armeni
per il genocidio ». Secondo l´articolo 312 del codice penale turco,
Birdal rischia tre anni di prigionia per « istigazione all'odio
razziale ».
Lo stato attuale del riconoscimento nel mondo, il caso USA e la
rabbia turca contro l'alleato n° 1
La tragedia occultata del primo genocidio del XX secolo è già stata
ammessa da numerose assemblee pubbliche, senza parlare di come
un'ammissione dei fatti fosse stata prodotta dalla stessa Corte
Marziale ottomana fin dal 1919. Ma è solo a partire dal processo di
Norimberga contro i gerarchi nazisti, che la nozione di genocidio
configura un crimine riconosciuto dalle Nazioni Unite. Approfittando
della guerra fredda, la Turchia riesce a bloccare il riconoscimento
in questo senso dei crimini contro gli armeni fino all'agosto 1985,
quando la Commissione per i diritti dell'uomo delle Nazioni Unite lo
esige e lo ottiene da parte dell'Assemblea generale. Due anni dopo è
la volta del Parlamento Europeo. Numerosi Parlamenti nazionali ed
altre istituzioni hanno fatto seguito. Altrettanti paesi restano
tuttavia titubanti sul compiere o meno questo passo.
In considerazione di questa diversità di posizioni in materia,
diviene interessante conoscere l'atteggiamento di quella "nazione
indispensabile", gli USA, che pretende di insegnare al mondo come
bisogna comportarsi sulla scena internazionale. Un primo progetto di
risoluzione è stato cassato dieci anni fa. Lo scorso ottobre, dopo
che il Comitato Affari Esteri aveva elaborato un nuovo progetto di
riconoscimento del genocidio, la Camera dei rappresentanti
statunitense si stava apprestando a votarlo. A questo punto, per la
prima volta nella storia delle relazioni fra Casa Bianca e potere
legislativo, è intervenuto il presidente Clinton in persona a
bloccare la votazione. Il grave atto di Clinton è stato dettato
dalle fortissime pressioni esercitate dal governo turco.
Il "progressista" primo ministro Bulent Ecevit, è andato su tutte le
furie: sono state cancellate visite ufficiali e diversi funzionari
si sono spinti a chiedere la fine dei fondamentali accordi militari
che permettono alla macchina bellica USA di dettare legge nel Medio
Oriente. Perfino l'ex-premier Tansu Ciller, ora capo
dell'opposizione (un'autentica creatura degli americani, nelle cui
università si è formata), ha parlato di chiusura ("per riparazioni",
sic) della base aerea di Incirlik, dalla quale i piloti anglo-
americani partono per effettuare i loro bombardamenti terroristici
sull'Iraq. Ma ciò che più ha messo nel panico la "democratica"
America (e lo stesso vale per i vassalli europei) è la prospettiva
dell'espulsione delle imprese statunitensi dagli appalti per le
forniture belliche. La stampa turca è esultata: « la Turchia è
uscita immacolata dalla menzogna armena », spiegava Türkiye,
l'organo degli "islamico-nazionalisti". Per il quotidiano di
sinistra "Hürriyet". « questa storia ha dimostrato la potenza della
Turchia e l´importanza che gli americani accordano al nostro paese ».
Senza alcun dubbio, l'annullamento del riconoscimento negli USA può
essere considerato un fatto fondamentale. E apparso chiaramente che
la politica del più potente Stato della terra, dietro la retorica e
i sermoni che scaglia a destra e a manca, è completamente
determinata dai conti delle sue multinazionali. Alla luce di ciò,
appare la tragicità ed il grottesco di un'Europa che ha passato le
ultime settimane ad assistere e commentare, come scelta effettiva ed
esempio di democrazia, quella che in realtà era una vuota
sceneggiata elettorale fra i due prestanome destinati alla Casa
bianca dai consigli d'amministrazione delle grandi corporations.
Armenia e Caucaso oggi
Posta al centro del Caucaso, forse il punto più delicato di
quell'immenso continente a brandelli che è l'ex-Unione Sovietica,
l'odierna Armenia vive sulla propria pelle gli effetti deleteri
della gestione americana degli affari internazionali. Per questo
piccolo Stato, al di là di qualsiasi implicazione etica o morale, il
riconoscimento del genocidio è un fattore politico concreto,
potenzialmente decisivo per sbloccare una situazione disperata.
Dalla caduta dell'URSS, l'Armenia si trova stritolata da un blocco
totale dell'economia e delle comunicazioni che la Turchia le impone
assieme all'altro suo principale vicino, l'Azerbaigian, anch'esso
abitato da popoli di ceppo turco. Armenia e Turchia non hanno
relazioni diplomatiche, precisamente a causa della questione del
genocidio, del cui riconoscimento gli armeni fanno un punto d'onore.
Inoltre, fra il 1988 al 1994, gli armeni si sono scannati con gli
azeri in una guerra per il controllo della regione del Karabakh.
(popolato da armeni ma parte dell'Azerbaigian nell'ambito della
struttura amministrativa sovietica) che ha lasciato 35.000 morti ed
una tregua armata insoddisfacente per entrambe le parti. A meno di
200 km a sud dei carnai della Cecenia e del Daghestan, lungo una
striscia di terra larga 10 chilometri, i due popoli si osservano
chiusi nelle loro trincee, mentre non passa giorno senza che si oda
qualche scambio di colpi.
Con le ferite della guerra ancora aperte, l'Armenia corre il rischio
di trasformarsi in un fantasma istituzionale, una nazione priva del
suo stesso popolo. Secondo i calcoli d'alcuni esperti, l'Armenia è
stata abbandonata da circa la metà dei 3.7 milioni di cittadini che
l'abitavano prima del crollo dell'impero sovietico. Mentre città
intere si vanno trasformando in deserti, l'80% della popolazione
vive in condizioni di povertà.
Nel frattempo gli USA sono sbarcati nel Caucaso allo scopo di
acquisire il controllo delle risorse petrolifere del vicino mar
Caspio. Il loro scopo è buttare fuori i russi sostituendoli con i
turchi. Dopo avere ottenuto la sottomissione dell'Azerbaigian, gli
Stati Uniti ed i loro vassalli hanno cercato di comprare anche
l'indipendenza degli Armeni. Questi però hanno finora resistito alle
lusinghe americane per non infrangere il tradizionale rapporto
d'amicizia con la Russia e l'Iran, senza l'aiuto dei quali sarebbero
già stati completamente sommersi dai turchi. Così tutta la regione
si trova in un vicolo cieco. Da oltre dieci anni nel Caucaso si
sviluppa un focolaio di conflitto ed instabilità ormai cronico,
Armenia ed Azerbaigian sono impegnati in una corsa agli armamenti in
cui la prima installa missili russi mentre il secondo moltiplica gli
appelli agli USA affinché aprano una base NATO sul loro territorio.
La Turchia è solleticata da quest'ipotesi surreale che farebbe
sicuramente esplodere gli equilibri della regione provocando, fra
l'altro, l'entrata in campo dell'Iran.
Sullo sfondo di questa polveriera, il mancato riconoscimento del
genocidio contribuisce ad alimentare una commedia degli equivoci in
cui tutte le parti coinvolte si radicalizzano sempre di più. Anche
perché gli azeri sono schierati anima e corpo nella guerra
propagandistica dei turchi volta ad impedire il ristabilimento della
verità storica (per contribuire alla pressione turca sugli USA, il
presidente azero Aliev ha addirittura dichiarato tranquillamente che
nella storia non vi è mai stato alcun genocidio armeno).
La Turchia ed il sistema di sicurezza europeo
Se nel Caucaso crescono le prospettive per una guerra di larga scala
in cui è difficile che l'Europa possa evitare di restare implicata,
è ora di iniziare a porsi alcune questioni fondamentali riguardo
all'opportunità di mettere nelle mani della Turchia la futura
sicurezza dell'Europa. In virtù dell'artificialità e della violenza
di cui sono intrise le fondamenta sulle quali Mustafa Kemal la
edificò nel 1923, la Turchia continua ad essere un soggetto
geopolitico psicologicamente instabile. Con l'appoggio delle forze
totalitarie imperanti nell'Europa di quegli anni, un paese intero fu
rivoltato come un calzino. Violenza ed artificio caratterizzano
dunque la Turchia kemalista nella sua anima. Siamo di fronte ad una
schizofrenia profonda percepibile in qualsiasi strada delle grandi
città turche, dove convivono, a fianco a fianco, l'islam più
rigoroso con manifestazioni di sessualità estrema. Queste forzature
creano una miscela esplosiva, una società sempre in bilico tra
dittatura militare ed integralismo islamico, che ha fatto dell'uso
sistematico del terrore l'unico metodo per mantenere in piedi il
sistema.
L'accettazione della realtà del genocidio armeno da parte dei turchi
dovrebbe servire proprio a smorzare l'anormalità del loro paese:
solo una salutare confessione collettiva potrebbe permettere di
chiudere i conti con la pagina più oscura del passato e, quindi,
porre le basi per un futuro di rapporti equilibrati con la comunità
internazionale, senza sensi di colpa irrisolti.
E fuori discussione che, data la propria posizione nell'equilibrio
strategico europeo, la Turchia rappresenti un partner per noi
imprescindibile. Ma questo non significa in alcun modo che essa
debba essere inclusa nel corpo dell'Unione: l'amicizia euro-turca
deve prendere la forma di un'associazione economica e di un'alleanza
militare su basi paritarie. Tutto ciò che si spinge oltre questa
soglia è pura aberrazione geopolitica ed è dettato da interessi
contrari a quelli dell'Europa. Anche perché accogliere la Turchia in
Europa significa dichiararsi nemici della Russia. Ora, ad oltre
dieci anni della caduta del muro, è giunto il momento di cominciare
a rivolgere lo sguardo alla Russia senza le lenti deformanti della
vecchia propaganda antisovietica. Scomparsa ormai la minaccia di un
ritorno al potere dei comunisti, la Russia ritorna ad essere per
l'Europa ciò che è sempre stata fin dal Medio Evo: il nostro
baluardo orientale contro le oscillazioni periodiche che portano
l'anarchia asiatica ad infrangersi contro il nostro continente.
Mosca è un nemico per gli americani, che non tollerano concorrenti
al loro ruolo d'unica superpotenza globale, ma non per noi. Lo
stesso discorso è parzialmente vero anche per l'Iran. L'orientamento
pro-turco dell'Unione europea va proprio a colpire l'intesa fra
Russia, Iran ed Armenia, l'unico fattore che impedisce al Caucaso di
incendiarsi completamente.
IL GENOCIDIO ARMENO e l'Italia
Come succede per tutte le questioni internazionali che riguardano il
paese, in Italia il riconoscimento del genocidio armeno avanza fra
mille difficoltà e confusioni. Non mancano i gesti a favore. In
particolare il consiglio comunale di Roma ha approvato,
all'unanimità, un ordine del giorno affinché si intervenga a favore
del popolo armeno, come è stato fatto nei confronti dell'Olocausto
ebraico, chiedendo inoltre che il Governo italiano riconosca il
genocidio. In precedenza, documenti simili erano stati approvati
anche dai consigli comunali di Milano, di Firenze e di tanti altri
comuni, grandi e piccoli, da Padova a Bagnacavallo, per un totale di
trentatré.
Anche la Camera dei Deputati ha affrontato la spinosa questione
dello sterminio dimenticato degli armeni. In questa sede avvocato
infaticabile della causa armena è stato l'on. Giancarlo Pagliarini,
iniziatore di una serie di proposte legislative per il
riconoscimento del genocidio. Dopo quello francese (vedi
intervista), anche il Parlamento italiano si appresta a discutere la
questione.
Tutto ciò non poteva lasciare indifferente la Turchia che si è
subito attivata secondo le due linee d'azione proprie al suo stile.
Da un lato ricatti e minacce: Ankara ha avuto cura di far sapere
agli interessati che nella "lista nera" di personalità europee
considerate nemiche della Turchia (soltanto perché sostenitrici dei
diritti di uomini o popolazioni vessate e perseguitate da parte
turca) figurano anche gli italiani. I turchi si sono poi dati un
gran da fare sul piano della disinformazione. A Giuliano Vassalli,
che si era attivato per il riconoscimento, i turchi hanno
sfrontatamente espresso il loro rammarico "che una tale personalità
stimata possa essere stata strumentalizzata dalla propaganda
dell'attuale governo armeno".
I turchi trovano comunque un alleato perfetto nel sistema
dell'informazione italiana. In questi giorni, decisivi per il futuro
delle relazioni italo-armene, i media tricolori non hanno dato la
minima rilevanza alla questione e quasi tutto è stato fatto passare
sotto silenzio. La politica estera dell'Italia appare poi, come
sempre, largamente manipolabile. Ad esempio, il presidente della
commissione politiche europee della camera, Sandra Fei (Alleanza
Nazionale) di ritorno da una visita in Turchia ha rilasciato le
seguenti gravi dichiarazioni, che mettono in dubbio la veridicità
dei fatti: "il genocidio degli armeni non è basato su prove
scientifiche". Inoltre la mozione presentata dall'On. Pagliarini è
stata definita "sbagliata perché non si può riconoscere per legge il
genocidio degli armeni senza prove scientifiche". La Fei ha poi
sottolineato che il riconoscimento dei crimini turchi "potrebbe
provocare una crisi con la Turchia peggiore di quella determinata
con il caso Ocalan". Per finire, ha anche lanciato una proposta per
l'istituzione di una "commissione internazionale di storici al fine
di accertare la verità sulla sorte degli armeni durante l'Impero
Ottomano".
Mentre i parlamentari si fanno accecare dalla propaganda kemalista,
la diplomazia ufficiale italiana è in prima fila nel condurre una
politica anti-armena contraria agli interessi strategici ed
economici del paese. Si potrebbero citare mille episodi, ma ci
limiteremo a ricordare come, agli inizi di febbraio, sia stato un
italiano, Renato Batti, quale inviato dell'Unione Europea, a
confermare al dittatore dell'Azerbaigian l'appoggio di Bruxelles, il
principale finanziatore esterno di questo Stato. Un fatto
controproducente anche perché l'Armenia è, in assoluto, l'ex-
repubblica sovietica con il più alto indice di produttività agricola
(doppia rispetto alla Russia e tripla rispetto l'Azerbaigian)
mentre, per contro, è la regione dove gli investimenti in capitale
da parte europea sono i più bassi ammontando a meno di un ventesimo
di quelli in Azerbaigian ed ad un quarantesimo di quelli in
Turkmenistan. E appena il caso di notare che questi due Stati
rappresentano poco più di regimi mafiosi (nel primo si è votato solo
due settimane fa infrangendo tutte le regole del diritto e della
democrazia), che stanno in piedi solo perché sono utili agli USA per
nuocere agli interessi dei russi nella regione. Appare inoltre
chiaro quanto le potenze europee siano restie ad investire in
Armenia per non irritare la Turchia.
Il caso armeno: spunti per comprendere l'Italia contemporanea
Da secoli gli armeni rivolgono all'Europa un disperato appello che
il più delle volte è rimasto inascoltato. Si tratta di un problema
fondamentale. Come afferma l'on. Pagliarini, "Italia ed il suo
governo si mostrano intimoriti ed ossequiosi verso governi e popoli
criminali al solo scopo di non compromettere i propri interessi
commerciali e politici, calpestando così, senza vergogna, tutti i
valori fondamentali della società civile".
Ma un problema ancora più grande sono i disastri che inevitabilmente
conseguiranno ad un'eventuale entrata della Turchia in Europa, che
il gran capitale e gli Stati Uniti stanno imponendo ai popoli del
continente. Ma poi chi comanderebbe in Europa? Ed in quali
condizioni ?
Non sarebbe il caso di chiedersi se il progetto degli anglo-
americani di ammissione della Turchia nell'Unione Europea non sia
dettato dalla volontà di collocare l'Europa continentale ed il Medio
Oriente all'interno di un equilibrio instabile, compatibile con la
loro egemonia mondiale e con la presenza delle loro basi militari
sul nostro territorio? Già adesso, ovunque nelle regioni che gli USA
e gli oligarchi europei vorrebbero affidare alla tutela turca,
cresce il malcontento e la disperazione. Tale situazione favorisce
il moltiplicarsi delle mafie e dei traffici illeciti che si
indirizzano verso l'Europa, coordinati dalle reti islamiste che
spesso si muovono con l'appoggio segreto di Ankara. Ne risulta una
situazione altamente infiammabile, un irrigidimento generale, ed un
accrescimento della tensione che non può non ripercuotersi
negativamente sullo spazio Euro nel suo complesso. E la situazione
sarà sempre più tesa, finché gli europei continueranno a puntare
tutte le (scarse) risorse della loro politica orientale sul mondo
turco, calpestando i diritti e le aspirazioni dell'Armenia e della
Russia.
Come è possibile che l'Europa sia talmente paralizzata ed incapace
di attivarsi per una battaglia di civiltà da cui dipende il proprio
futuro? Le cause non possono che essere gli squilibri che
caratterizzano le attuali classi dirigenti del continente. Non si
tratta solo di una preferenza utilitaristica per i vantaggi
economici piuttosto che per la giustizia e la civiltà (fatto in cui
gli italiani sono maestri). Si tratta di un'adeguatezza morale e
psicologica della classe politica europea. Ciò è vero in primo luogo
per la social-democrazia attualmente al comando nella maggior parte
dei paesi europei: il modo in cui costoro hanno affrontato i casi
dell'Armenia e del Kossovo dimostra il pieno fallimento, morale e
politico, dei sessantottini passati dal materialismo marxista a
quello mondialista, con la benedizione di quel gran capitale
transnazionale che sputa sui diritti e le esigenze dei popoli. Ma
non è meno grave l'atteggiamento delle forze nazionaliste europee,
che continuano a ragionare secondo gli schemi sorpassati della
guerra fredda e, di conseguenza a vivere in simbiosi con gli
interessi anti-europei degli "alleati" anglo-americani della NATO.
Il caso di Alleanza nazionale è emblematico. Non solo questo partito
è incapace di meditare razionalmente su ciò che accade in un paese
come la Turchia (dato che questa nasce dalle stesse premesse
nazionaliste ed autoritarie che impostano l'ideologia di AN). Ma,
ancor più grave, è che nella loro ansia di legittimazione atlantica,
gli uomini di Fini non sanno neanche più dove stia di casa
l'interesse nazionale. Così come i DS, costoro agiscono da pentiti,
quali preti spretati ansiosi di dimostrare la loro "democraticità" e
pronti a questo fine a calpestare gli interessi del paese. La
conseguenza è che i popoli italiani si ritrovano immersi in uno
scenario allucinante: l'Italia, che prova sulla propria pelle in
Puglia le conseguenze della decomposizione dell'ex-blocco sovietico,
è uno dei principali responsabili di uno scenario che le procura più
danni che benefici.
Caso mai visto nella storia contemporanea, l'Italia è arrivata ad un
paradosso in cui gli unici partiti che denunciano una politica
contraria agli interessi reali della nazione sono la Lega e
Rifondazione, soggetti che, per il loro DNA (regionalista nel primo
caso, internazionalista nel secondo), in qualsiasi altro Stato si
collocherebbero agli antipodi dell'interesse nazionale.
Fabrizio Vielmini
(pubblicato per gentile concessione dell'autore)
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OPINIONI
O «Mondao Meravigliao»
tra masochisti, ciechi, sordi, scemi e utili idioti…
di Alberto B. Mariantoni
Certe volte mi chiedo, se valga davvero la pena di continuare
inopportunamente ad imbrattare pagine telematiche o cartacee (e
negligere… «l'hobby della pesca»!), per tentare in qualche modo di
evidenziare o di rendere intelligibile o accessibile, ciò che ognuno
di noi, in definitiva, dovrebbe senz'altro capire o comprendere da
solo.
E' il caso della consueta e sistematica meraviglia e del solito,
indignato e cherubino stupore che i puntuali e reiterati clash
borsistici (nell'80% dei casi, delle semplici «rapine legali»
organizzate a danno dei medi e piccoli risparmiatori!), gli infiniti
scandali aziendali (falsi in bilancio, appropriazione indebita di
beni societari, apparenti e dolosi fallimenti, frodi fiscali, ecc.),
i costanti casi di corruzione politica e l'inarrestabile ed
esponenziale deterioramento della situazione economica e sociale del
mondo, continuano invariabilmente a suscitare sulla stampa e
nell'opinione pubblica dei nostri paesi, da ormai più di quindici
anni. Da quando, cioè, le scellerate ed antieconomiche (in ogni
caso, fino al 1988, addirittura considerate come «non più aventi
riscontro nella realtà economica moderna, sia nelle premesse che
nelle conseguenze»! E. Morselli, «Dizionario di filosofia e scienze
umane», Ed. C. Signorelli, Milano, pag. 118) tesi del
cosiddetto «Liberismo classico» (A. Smith, D. Ricardo, T. Malthus,
ecc.), sono state di nuovo tratte fuori dal «cappello del mago» e
rimesse abusivamente e criminalmente sul «mercato», come se fossero
delle inedite ed immacolate «verità rivelate»!
Quelle «illustri» e «caritatevoli verità», in ogni caso – dopo che i
loro «nobili» ed «eminenti» apologeti erano riusciti a fare
preventivamente dimenticare le numerose nefandezze di cui si erano
già rese responsabili (diverse lotte fratricide europee, l'insieme
delle Guerre dell'oppio, la catastrofica recessione economica degli
anni '30, due Conflagrazioni mondiali ed almeno altri 140 conflitti
regionali) – sono state ancora una volta rimesse alla «moda» e
generalizzate all'insieme dei continenti, sia per dare la
possibilità agli arcinoti ed «altruisti» Gnomi Cosmopoliti di Londra
e di New York di favorire o incrementare il benessere e la ricchezza
di tutte le popolazioni del mondo che per permettere alle
altrettanto celebri ed «emancipatrici» Armate della Salvezza
Statunitensi (da sempre abnegatamene e fedelmente al servizio dei
succitati galantuomini…) di continuare a svolgere o perfezionare,
sine die, la loro indispensabile e sacrosanta «missione liberatrice»
e «civilizzatrice», in Europa e negli altri paesi del Globo.
Che volete: visto che ognuno – di fronte ai tragici e devastanti
effetti dell'attuale «Mondao Meravigliao» - continua illogicamente
ed incomprensibilmente a meravigliarsi persino dei costanti ed
invariabili drammi che quotidianamente è costretto a sopportare,
cercherò anch'io - nel limite delle mie possibilità - di partecipare
al collettivo e generalizzato émerveillement del nostro «favoloso» e
stravagante tempo, con questa telegrafica, reattiva, magari
cacofonica… e senz'altro provocatrice e rivelatrice allitterazione
quidditativa: «Io pure, infatti, mi meraviglio che ognuno riesca
ancora a meravigliarsi…!!!».
E sì, miei cari, fedeli e smarriti lettori: che cosa volete che
possa aggiungervi o dirvi di più?
Salvo, infatti, a dovervi tutti irrispettosamente considerare come
dei semplici ed inconsci «masochisti», non mi resta purtroppo
nient'altro da fare che iniziare anch'io a meravigliarmi.
Sbalordirmi, cioè, che, tra voi, ci possa ancora essere chi riesce,
a tutt'oggi, candidamente a stupirsi o a sconcertarsi della più
lampante, inequivocabile, lapalissiana ed incontrovertibile delle
evidenze: e, cioè, che il «Liberismo», nella sua pratica quotidiana –
oltre al fatto che non funziona e non può assolutamente funzionare
poiché, da quando è stato «partorito» (1776) ed
inizialmente «sperimentato» (1830), non ha mai funzionato! - è
semplicemente un imbroglio ed una truffa.
E' un imbroglio, poiché lascia abusivamente credere che – grazie
alle regole della «libera concorrenza» - anche il più inesperto ed
inefficace dei conduttori di Fiat 500 degli anni '70, con quel suo
modesto ed antiquato veicolo, possa facilmente sfidare ed
addirittura sbaragliare (sic!) in corsa, a Maranello, l'ultimo
prototipo di «Formula 1» della Ferrari, pilotato eventualmente
dall'attuale Penta-Campione del mondo Michael Schumacher!
E' una truffa ed un ignominioso ed ingannevole disegno
delinquenziale, poiché il «Neo-Liberismo» – in nome delle cosiddette
leggi del «libero mercato» - non solo si arroga il diritto di
attribuire, concedere o delegare la totalità del «potere politico» a
chi già possiede e/o monopolizza l'insieme del «potere economico»
ma, escludendo a priori ogni possibile intervento normalizzatore e/o
moralizzatore da parte degli Stati, permette addirittura ai soliti
ed ultranoti «affamatori che - da secoli - detengono ferocemente il
monopolio di tutte le ricchezze di tutto l'oro della Terra», di
continuare impunitamente a devastare e saccheggiare le limitate e
non rinnovabili risorse energetiche del nostro Pianeta, nonché a
turlupinare, angariare e borseggiare esclusivamente ed ingiustamente
la parte più ingenua, numerosa, indifesa e laboriosa delle nostre
ormai spossate, prostrate ed esangui popolazioni!
Ma, mi domando e dico: com'è possibile che nemmeno voi – così
assidui ed accorti lettori che ancora avete la bontà o la pazienza
di continuare a «scorrere» o ad analizzare i miei specifici punti di
vista - riusciate minimamente a comprenderlo o ad intuirlo?
Che cosa vi deve succedere di più, di ciò che normalmente vi accade
ogni giorno, per rendervi definitivamente conto che chi ha già avuto
la brillante e «liberale» idea di inventare - a scopo di lucro - le
deportazioni di massa, la vendita e la schiavitù delle popolazioni
dell'Africa nera, il genocidio dei Pellerossa, la grande usura
bancaria a livello mondiale, i paradisi fiscali, i trust
monopolistici, il racket universale della droga e la capillare e
sistematica razzia delle principali materie prime del nostro
Pianeta, non può in nessun caso essere ugualmente e
contemporaneamente in grado di inventare la «libertà», i «diritti
dell'Uomo», il «benessere generalizzato», «l'equo scambio» e
la «giustizia sociale»?
Eppure, se solo lo voleste o lo desideraste, sarebbe così facile
potervene immediatamente ed irrefutabilmente rendere conto… Ad
esempio, avvalendovi del classico metodo utilizzato a suo tempo dal
celebre René Descartes o Cartesio (1586-1650).
Quest'ultimo, infatti, quando aveva un qualunque minimo dubbio sulla
giustezza o meno delle sue ricorrenti intuizioni o percezioni, le
sottoponeva sistematicamente alla draconiana e sempre valida regola
del «verum est quod clare et distincte percipitur» (è vero ciò che
si percepisce chiaramente e distintamente)!
Ma dico: riuscite o no a percepire, chiaramente e distintamente, che
il sistema «Liberista», nel suo insieme – oltre a fregarsene
altamente dei vostri quotidiani, angosciosi ed irrisolvibili
problemi – tende soprattutto ad arricchire i ricchi e ad impoverire
i poveri?
Se ci riuscite, allora che cosa aspettate a reagire collettivamente
e duramente per potervelo effettivamente e rapidamente levare
dalle «scatole»? Che cosa aspettate à «vomitarlo» e destinarlo
definitivamente alle pattumiere della storia? Prendendo
simultaneamente a calci nel didietro, chiunque cerchi, in futuro,
magari di riproporvelo!
Se non ci riuscite (o preferite non riuscirci…), allora smettetela,
per favore, una buona volta, di continuare sistematicamente a
lagnarvi ed a meravigliarvi delle tragedie che ogni giorno
il «Liberismo» vi procura! Chiudete gli occhi, invece, tappatevi le
orecchie, e – come se niente stesse accadendo - accettate umilmente
e sommessamente di contribuire all'indispensabile mantenimento del
suo status quo ed al suo eventuale ed immancabile avvenire.
Possibilmente, incominciando, sin da ora, a produrre di più e ad
incassare di meno, a «tirare la cinghia» ed a soffrire in silenzio,
per permettere a coloro che già vi sfruttano, vi calpestano e vi
dissanguano, di «rimpinguare» ancora di più – ed in tutta
tranquillità - i loro già gravidi, stracolmi e traboccanti forzieri.
In questo caso - lo comprenderete da soli… - anche la mia specifica
e occasionale «meraviglia» nei vostri confronti, non avrà più
ragione di esistere…
Chiunque, infatti, da quel momento, potrà chiaramente ed
inconfutabilmente constatare, sia il vostro naturale masochismo che
la vostra spontanea e volontaria cecità e sordità!
Ma non venitemi a dire, per cortesia, che per tentare in qualche
modo di «attenuare», di «limitare» o di «correggere» gli effetti
catastrofici delle quotidiane ed insopportabili ingiustizie che
il«Neo-Liberismo» continua instancabilmente ad infliggervi o a
dispensarvi, potrebbe essere strumentalmente utile o funzionalmente
valido cercare di sostenere la protesta «No-Global» o concedere più
forza elettorale e/o militante all'attuale «Neo-Comunismo» da
operetta!
Con quella specifica scelta, infatti, oltre a confermare ampiamente
il vostro innato masochismo e la vostra intenzionale cecità e
sordità, dimostrereste aggiuntivamente di essere pure
inequivocabilmente scemi!
Il motivo?
Come definireste voi, altrimenti, dei «Comunisti in buona fede» o
dei semplici «militanti No-Global» che - anche sostenuti da
un'incommensurabile ed incomparabile dose di sfacciataggine e di
presunzione - pretendessero davvero (e non solo per fare carriera o
tentare furbescamente di sbarcare il loro «lunario» sulle spalle dei
propri «compagni»…) di essere senza dubbio in condizione di potere
riuscire a fare meglio di quanto, nel loro tempo (con
un'ineguagliabile ed incontenibile stuolo di eserciti e di
popolazioni, con all'incirca i due terzi dei paesi del mondo
nel «girone» di Mosca o di Pechino e con più della metà delle
risorse petrolifere e minerarie del Pianeta), non furono in grado di
conseguire o di realizzare i vari Lenin, Trotsky, Zinoviev, Kamenev,
Boukharin, Stalin, Mao-Tse-Tung, Ho-Chi-Min, Fidel Castro, Che
Guevara, Tito, Rakosi, Ulbricht, Krusciov, Grotewohl, Dimitrov,
Husak, Enver Hoxha, Kadar, Kim Il-Sung, Pol Pot, Gomulka, Gottwald,
Togliatti, Secchia, Paglietta, Pol Pot, Khieu Sampan, Berlinguer,
Marchais, Carillo, Cunhal, De Carvallo, Meghistu, Samora Machel,
Mugabe, Neto, Amin, Bresniev, Dubcek, Sboboda, Nagibullah,
Ceausescu, Jakes, Jaruzelski, Honecker, Modrow, Kossigin, Andopov,
Cernenko, Deng Xiaoping, Gorbaciov et j'en passe?
Dell'eventuale «alternativa» che potreste invece farvi direttamente
o indirettamente suggerire dalla cosiddetta «estrema destra», non
parliamone neppure… poiché, in quel caso, oltre a potervi già
platealmente pavoneggiare con il vostro inconfondibile e spigliato
masochismo e la vostra consapevole e premeditata cecità/sordità,
sareste ugualmente costretti ad immedesimarvi teatralmente nel
difficilissimo ed inimitabile ruolo di puri e semplici utili idioti!
Non bisogna dimenticare, infatti, che quella vacua e
protoplasmatica «nebulosa» di microscopici e settari grupposcolini
allegorico-politici (che i pennivendoli di regime preferiscono
ottimisticamente ed interessatamente definire come una pericolosa
galassia di «partiti» o di «movimenti» eversivi…) in realtà, è
esclusivamente un «buco nero» nell'ambito della politica o, se
preferite, il «nulla strutturale», abbondantemente farcito di niente!
Da un punto di vista formale, infatti, quell'immateriale «nebulosa»
è semplicemente la brutta copia o la mera caricatura di ciò che, in
realtà, desidererebbe essere o divenire… E da quello sostanziale, un
complicato ed insondabile compendio di ridondanti e frastornanti
contraddizioni ideologiche che, ogni volta (magari, senza volerlo e,
molto spesso, senza saperlo o potersene effettivamente rendere
conto…), nella loro quotidiana applicazione, risultano soprattutto
utili e funzionali al medesimo sistema «Liberista» che quelle idee
pretenderebbero verbalmente combattere.
Inutile, quindi - con quello «schieramento» - sperare di potere in
qualche modo riuscire ad organizzare un qualsiasi abbozzo di
opposizione o di resistenza nei confronti delle attuali strutture
del «Neo-Liberismo».
Peggio ancora: visti i «geniali» e «lungimiranti leader» che
possiede, le «quadrate» e «disciplinate legioni» di cui dispone e
le «appropriatissime», «acutissime» ed «efficacissime idee» che
normalmente ha l'abitudine di sbandierare, non solo non riuscireste
politicamente ad andare in nessun posto ma, in quell'ambito, persino
i vostri sacrifici più generosi ed i vostri sforzi più sinceri ed
colossali, risulterebbero, ogni volta, a dire poco, inutili e vani.
Anche ammettendo, infatti, che un abilissimo ed
insuperabile «fattucchiere» di professione riuscisse – con l'ausilio
di una prodigiosa «bacchetta magica» e di un'indefinibile serie di
paranormali ed occulti «sortilegi» - ad eliminare miracolosamente
dal mondo l'attuale tirannia «Liberista» ed a consegnare formalmente
le redini del «potere» (magari, inizialmente – tanto per fare una
prova – solo in una qualunque frazione di un qualsiasi modesto e
sperduto Comune della Sila!) alla suddetta «nebulosa», quest'ultima,
nell'arco di qualche ora (o, forse, soltanto di qualche minuto),
sarebbe addirittura costretta – per mancanza di «quadri», di
coesione interna, di capacità, di competenza, di serietà e,
soprattutto, di «fantasia»… - a rinunciare immediatamente a
quell'ambito e sorprendente «omaggio» ed a riconsegnare
frettolosamente (per dichiarato «forfait»!) quell'imbarazzante ed
inutile «pacco dono» al succitato ed imprudente elargitore o al suo
attonito, originario ed appena spodestato ex-detentore!
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PALESTINA NELLA BUFERA
L'ISRAELE PADANO
di Andrea Tordin
Uno strano collaboratore de «La Padania»
Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere la «lettera al direttore»
di un lettore de «La Padania», il quale esprimeva forte disappunto
per quel che, in un articolo dedicato ai "pregiudizi su Israele",
aveva scritto un collaboratore di quel giornale sul conto dei
tradizionalisti cattolici. Il lettore, dichiaratosi appunto
tradizionalista cattolico, si diceva particolarmente indignato
perché la weltanschauung `libertina' del giornalista in questione
(dei Radicali di Pannella, egli documentava), finirebbe per tradire
le battaglie del movimento leghista. Che riporto per intero come
elencate dal lettore: "…contro l'invasione allogena; contro l'islam;
contro droga, aborto, eutanasia, gay pride; contro i Poteri Forti;
per una Europa delle piccole Patrie, basata sull'Identità dei Popoli
e sulla loro millenaria Tradizione; lotta per la difesa e la tutela
delle nostre Identità etniche, storiche, linguistiche, culturali;
lotta per la difesa della nostra Tradizione di Popoli Europei; lotta
per la difesa della famiglia tradizionale contro i tentativi di
distruggere quello che è il «nucleo fondante» di ogni vera etno-
comunità organica (lotta quindi certi disvalori come l'aborto,
l'eutanasia, la droga libera, le «famigle allargate» o le coppie gay
ed altre amenità moderniste...".
Considerato che il giornalista `monitorato' si è da tempo
specializzato nella produzione di articoli smaccatamente
antipalestinesi (su «La Padania» e altri che si possono immaginare)
sulla base del falso presupposto che questi ultimi sarebbero tutti
musulmani, la protesta di quel lettore, che qui – come il
giornalista – resterà anonimo perché non è mia intenzione scadere
nel personalismo, offre interessanti spunti per approfondire un
discorso che invece è unicamente di sostanza.
Premetto per onestà che non sono un cattolico tradizionalista (né
tradizionalista di qualsiasi orientamento) ma che neppure nutro
pregiudizi verso chicchessia; per cui anche alcuni temi sollevati
dal cattolicesimo integrale possono trovarmi interessato. Penso
a «Sodalitium», rivista ben fatta, nel suo genere.
Ciascun gruppo o persona può pensarla come vuole, soprattutto sulle
cose ritenute importanti. Ma quel che pretendo è che ogni posizione,
una volta chiaritasi nella testa di chi se ne fa promotore (e questo
è in ogni caso già molto), venga assunta in maniera onesta e
soprattutto coerente, fatta salva l'imprescindibile e salutare dose
di senso critico. Ciò premesso, aggiungo che ogni qualvolta si
ritenga di avere una qualche ragione, non ci si dovrebbe mai fermare
di fronte a niente e a nessuno, anche se ciò costasse rotture
insanabili con `icone' e ambienti cari o intoccabili.
Ma l'atteggiamento di diversi cattolici tradizionalisti ai quali
schizza il sangue agli occhi al solo parlare di Islam per poi fare
orecchie da mercante di fronte a scempi di simboli della Cristianità
operati dagli israeliani, sinceramente mi pare come minimo
contraddittorio. Per non parlare della mezza verità che si racconta
quando in Pakistan, o in altre zone calde, dei fanatici musulmani
ammazzano cristiani locali: fatti molto gravi conditi però da
sottili falsificazioni, perché non viene mai divulgato che nella
maggior parte dei casi le vittime erano protestanti, che a
differenza dei cattolici o degli ortodossi (che hanno salde radici
in molti Paesi arabo-musulmani), praticano un proselitismo
forsennato che irrita i musulmani locali e si prestano a fungere a
cavallo di Troia degli Usa. Oppure ci si interroghi sul perché un
mondo «cristiano» che si indigna davanti al cannoneggiamento dei
Buddha di Bamyan non trova niente di deprecabile nella distruzione
di antiche moschee indiane da parte di estremisti indù o - quel che
sicuramente dovrebbe far trasalire dei cristiani coerenti - nella
demolizione della più antica chiesa di Palestina da parte
dell'esercito dello Stato d'Israele, quella di Santa Barbara.
Esiste dunque un tipo di cattolico tradizionalista che, messa da
parte la coerenza, ha sacrificato pure l'intransigenza (che è
un'altra dote), e di compromesso in compromesso si è ridotto a
condurre guerre culturali per conto terzi. Lungi da me pensare che
anche quel lettore de «La Padania» rientri in questa disonorata
categoria, ma non credo di prendere abbagli se affermo che diverse
persone che acquistano i giornali più accesamente antislamici (e
perciò antipalestinesi, anche se vedremo che tale deduzione è falsa)
si definiscono «cattolici tradizionalisti».
Detto questo, torniamo a questo giornalista che scrive regolarmente
su «La Padania» cose assolutamente irragionevoli, illogiche ed
irriflessive sulla tragedia in atto in Palestina; non mi permetto di
dire indegne perché ciascuno può scrivere e pensare, fortunatamente,
quel che vuole. Oddio, forse no, se si pensa a quel che è capitato
al professore di Storia dell'arte e ai suoi amici marocchini a
Bologna. Ma che quel giornalista de «La Padania» scriva cose false,
o mezze verità omettendone altre, il che è lo stesso, questo lo si
può dire. Come che sia, va fatta chiarezza sull'apparentemente
incomprensibile collaborazione di alcune persone a «La Padania» e ad
altri quotidiani che simpatizzano con le posizioni del cattolicesimo
integrale.
Il lettore de «La Padania» sembra non sapere che il giornalista in
oggetto, autore di articoli che con buona probabilità alimentano un
clima di maccartismo antislamico che dalle parole – come abbiamo
accennato - sta passando ai fatti[1], non solo è dei Radicali, ma è
anche attivo nell'Associazione Italia-Israele. In poche parole,
quando scrive dei palestinesi, non ha le carte in regola, quanto
meno sotto l'aspetto dell'imparzialità professionale. Che mi pare
una cosa importante, poiché un giornalista è sì uomo con le sue
sacrosante preferenze, ma deve sforzarsi di capire, almeno un po',
le ragioni di tutti.
In Palestina c'è un «popolo» solo
Ma l'America sta con Israele e quindi «La Padania», organo di un
partito che sta in un governo che non perde occasione per
dimostrare - come del resto tutti i recenti governi italiani - il
suo servilismo verso il padrone americano, si allinea[2]. Con buona
pace della lotta di liberazione di un popolo che va avanti da
decenni. Sì, perché in ballo c'è la liberazione da un'occupazione e
l'autodeterminazione di un popolo (che vede sia cristiani che
musulmani, e, a ben vedere, anche israeliti autoctoni e addirittura
alcuni immigrati che hanno detto apertamente: "Io sono
palestinese"[3]) contro un'impresa utopica sorretta in armi, soldi e
sostegno propagandistico dagli angloamericani, la quale, per dare
l'esito auspicato dai suoi sostenitori, deve cooptare in vario modo
individui provenienti da ogni parte del pianeta; individui che, a
parte un afflato di carattere religioso, non sentono di condividere,
l'uno con l'altro, assolutamente niente: a partire dalla lingua, che
è quella dei vari paesi di provenienza.
Alcuni partono perché sono convinti - e si tratta di quelli che
vanno a dar man forte agli avamposti armati della colonizzazione;
altri ci vanno per spirito di servizio; altri ancora vengono
invogliati (se non addirittura turlupinati) con promesse allettanti;
infine ci sono quelli che non sono neppure di religione israelita.
In poche parole, un popolo, dalle tante anime politiche e religiose
come lo sono tutti i popoli, opposto a quello che lo scrittore
Israel Shamir ha felicemente definito un "popolo di filatelici"[4].
Cioè un insieme di persone unite da un'ipnotica passione (quella per
Sion), ma che «popolo» non è. Del resto, alla luce delle definizioni
di popolo fornite dagli antropologi, ha senso parlare di «popolo
buddista», di «popolo induista» eccetera? Secondo chi ha diretto lo
smembramento della Federazione jugoslava parrebbe di sì, tant'è vero
che si è data dignità di popolo ai bosniaci di religione musulmana.
Ma di questo passo si vedrà attribuire lo status di popolo anche
al «popolo di Seattle» o al «popolo della sinistra».
I «popoli» sono invece una cosa più seria e complessa delle
forzature incoraggiate dai vari fautori dello «scontro di civiltà»,
che non a caso sono degli esperti di geopolitica. In un certo senso,
in Palestina avviene in scala ridotta, ma certamente più devastante,
lo scontro esiziale tra i veri «popoli», che a garanzia della
varietà nel mondo sono radicati su un territorio e in una lingua, e
la violenza prevaricatrice della cosiddetta società «multietnica»
o «multirazziale», cosmopolita per definizione, rappresentata nel
caso specifico dalle decine e decine di aggregati umani calamitatisi
in Palestina per scoprire di non condividere alcun valore reale e
che per questo si mettono a discriminarsi l'un l'altro e si
rinserrano in tanti piccoli ghetti; i quali però, per non innescare
la guerra civile permanente, hanno una tragica necessità di
individuare l'(illusorio) collante che manca loro nella cieca
volontà di cancellare ogni traccia della presenza autoctona. Che li
tormenta come una cattiva coscienza.
Detto questo, ciascuno può cogliere nello sradicamento delle piante
d'olivo per far posto alle villette a schiera dei coloni un valore
profondamente simbolico. Il senso profondo del conflitto in
Palestina è dunque quello che oppone il radicamento allo
sradicamento, l'omogeneizzazione del mondo alla varietà delle
comunità umane.
Ora, la Lega Nord, che - a torto o a ragione non è qui il punto -
dell'autodeterminazione della Padania (talvolta spinta fino all'idea
di secedere dall'Italia) ha fatto la sua ragion d'essere, e che
simpatizza coerentemente con le lotte «nazionalitarie» di tutti
popoli del mondo (si vedano in proposito le ricchissime serie di
links, ospitate sui siti leghisti, che rinviano ai siti ufficiali
dei popoli più disparati), non si capisce perché, con palese
incoerenza, nel caso del popolo palestinese essa dimostra non dico
indifferenza – che sarebbe già incomprensibile -, bensì un astio
particolarmente viscerale. La cosa è tanto più sorprendente se si
pensa che in Palestina le distruzioni di case e di villaggi interi,
la pulizia etnica e gli assassini «mirati» o di massa ai danni dei
palestinesi hanno libero corso da decenni, mentre nel caso di
numerose battaglie per l'autodeterminazione dei popoli condivise
dalla Lega Nord al massimo si tratta (o pare trattarsi) di
colonizzazione culturale. Si sa che la soglia della percezione
dell'ingiustizia può variare, ma un conto è essere cacciati dalla
propria terra con l'unica alternativa di restare per vivere in casa
propria da ospiti indesiderati, un altro è sentirsi schiacciati
dal «centralismo».
Questo per dire che, alla fine, anche il partito di Bossi, e nella
fattispecie il suo quotidiano, non sviluppano il loro amore
dichiarato per le lotte dei popoli in maniera onesta e soprattutto
coerente, il che - come precisavo all'inizio - comporta che non ci
si dovrebbe mai fermare di fronte a niente e a nessuno, anche se ciò
costasse rotture insanabili con `icone' e ambienti cari o
intoccabili. Invece qui l'intoccabile deve esserci, altrimenti non
si spiegherebbe l'incoerenza del quotidiano leghista.
Lo «scontro di civiltà» e i «perseguitati» della Storia
Si possono fare alcune ipotesi, e a questo punto riflettere sulla
collaborazione del giornalista radicale e filo-israeliano aiuta
parecchio nell'individuare quella più verosimile.
Se ci si pensa bene, i mass media - che di certo non vengono
controllati dai palestinesi (anche se qualche ambiente smaccatamente
pro-Israele sostiene il contrario) - evitano accuratamente di
veicolare l'impressione che la lotta dei palestinesi abbia il
carattere di una lotta di liberazione nazionale. Da una parte perché
di fatto è passata una versione totalmente falsa secondo la quale
neppure esisterebbe un'occupazione[5], dall'altra - ed è il punto
più importante - perché c'è da inculcare un concetto semplice e
perfido, quello dello «scontro di civiltà». Ecco che una lotta tra
due popoli (ma uno è "di filatelici", ricordiamocelo sempre), viene
gabellato per un attacco fanatico dell'Islam all'Ebraismo. Con gli
anatemi dell'oleografico Bin Laden delle videocassette rivolti
a "crociati [che per i mass media equivale a «cristiani»] ed ebrei"
va in scena l'agognato «scontro di civiltà». Attenzione, ho detto
che va in scena, non che c'è.
Un solo «scontro» tra due religioni sarebbe già abbastanza, ma non
avendo accontentato la casta sacerdotale di «esperti» che definisce
la presenza americana nel mondo[6], gli araldi di uno «scontro» che,
come la «globalizzazione», non è una descrizione dello stato del
mondo bensì la prescrizione di ciò in cui esso deve credere per fare
il gioco dell'Angloamerica, insistono sull'altro «inevitabile
scontro» tra religioni, quello tra Islam e Cristianesimo, e
ricamando a non finire sulle radici giudaico-cristiane dell'Europa
non fanno altro che dirci questo: Ebraismo e Cristianesimo contro
Islam, Occidente contro Oriente. Se si è in grado di rendersi conto
che scambiare l'Occidente per l'Europa significa possedere di
quest'ultima una percezione che ne fa un enorme bue aggiogato al
carro degli americani, il gioco è fatto.
E' per questo che gli opinionisti filo-americani (o «filo-
occidentali», che è la stessa cosa) di orientamento cattolico che
sparano addosso ai palestinesi (qualsiasi cosa questi facciano) sono
traditori della loro stessa idea. E doppiamente.
Primo perché negano - in nome di non meglio precisate e mai
dimostrate affinità elettive (è quasi il caso di dirlo!) con gli
israeliti e i protestanti Wasp (White Anglo-Saxon Protestants) -
quale dovrebbe essere il significato della Terrasanta per un
cattolico. Che dovrebbe quanto meno adoperarsi per evitare che una
qualsiasi entità statuale la ponga sotto l'ipoteca di un'identità
esclusiva. Foss'anche islamica, sia chiaro[7].
Secondo, perché per tal via questi opinionisti si trasformano in
giudaizzanti di fatto. E' per questo che si compilano storie
delle «persecuzioni anticristiane», veri libri a tesi che astraggono
dalla complessa interrelazione di fatti e personaggi omettendo tutto
ciò che non si sposa con la semplificazione secondo cui i
cristiani «soffrirebbero» sempre e ovunque, tranne che in Palestina
[8], ci si mette a fare del mero piagnisteo vittimistico. Che non è
affatto nello stile del cattolico[9]. Secondo questo tipo di
lettura, ogni conflitto, disputa, attrito viene letto in chiave
religiosa, non esistendo più frizioni di natura politica, economica
o sociale. Dai leoni del Colosseo alla «rivolta» dei Boxer c'è
sempre la medesima spiegazione: l'odio «anticristiano». Niente di
nuovo sotto il sole, lo schema essendo ricalcato su quello del
perpetuo «antisemitismo», dove solo gli altri sono aggressivi, per
di più senza motivo se non l'odio atavico, preconcetto e
irrazionale. L'effetto sperato è quello di innescare un circolo
vizioso senza via di scampo, con un copione che vediamo svolgersi
regolarmente: la pretestuosa attribuzione di una colpa infame, la
speranza dell'autoflagellazione da parte degli incolpati, il perdono
che non arriva mai, e quindi l'obbligo di «ricordare» e continuare a
macerarsi e sperare invano di essere perdonati e così via.
Piccoli `filatelici' crescono
A questo punto si sarà capita anche la ragione profonda della deriva
filo-Israeliana della Lega Nord e del suo quotidiano. Non tutto si
spiega con l'inveterato vizio di porsi sempre dalla parte dei più
forti. Che poi t'impongono il giornalista dei Radicali e filo-
Israeliano.[10]
L'imbarazzante verità è che il «popolo padano» è da poco che
colleziona francobolli, e la più grande ed antica Unione di
filatelici del mondo desta in lui una sconfinata ammirazione.
"Io sono Palestinese", ha dichiarato Israel Shamir di fronte ad
un'ingiustizia assurda. Cosa risponderemo tra un po' noialtri,
gente «normale», all'Israele Padano?
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[1] ANTISEMITISMO / In un saggio di Julian Schvindlerman, la storia
che oggi nessuno ricorda. Camerati in nome di Allah. Da Hitler fino
ad oggi, la "naturale alleanza" tra l'Islam e il nazismo («La
Padania», 21 luglio 2002); Link antisemiti nel sito palestinese. Gli
imbarazzanti collegamenti di Rania, figlia dell'ambasciatore Olp a
Roma («La Padania», 23 luglio 2002).
[2] Se il capolavoro del centro-sinistra resta l'aggressione alla
Jugoslavia, quello del centro-destra è l'Usa-day in Piazza del
Popolo del 10 novembre 2001.
[3] Cfr. Israel Shamir, Carri armati e ulivi della Palestina. Il
fragore del silenzio, Crt, Pistoia 2002.
[4] Ibidem, p. 156.
[5] Non per niente i tg, riferendosi alla Cisgiordania e alla
Striscia di Gaza parlano semplicemente di «territori».
[6] Zbigniew Brzezinski, Samuel Huntington, Henry Kissinger, solo
per citare i più noti.
[7] L'opinione, in merito, del tradizionalismo cattolico, ci pare
comunque sintetizzata da questo passo della lettera di un lettore
di «Programma Asefi", il bollettino dell'omonima casa editrice: "Il
Vaticano II ha operato una giudaizzazione della fede cattolica che
tra i suoi frutti ha portato il riconoscimento (inaudito, dal punto
di vista teologico) dello stato d'Israele e l'odierno complesso
d'inferiorità verso gli ebrei di personalità «cattoliche» […]. Gli
imbarazzi del Vaticano sui fatti di Betlemme sono reali […]".
Ciascuno potrà valutare la distanza siderale tra queste
considerazioni e la posizione del quotidiano leghista sulle vicende
di Palestina. Cfr. il n. 21 del «Programma» su www.asefi.it.
[8] Che cosa di meglio, per negare l'evidenza delle vessazioni
israeliane, che adombrare il dubbio secondo cui i palestinesi
cristiani sarebbero dei «neomarcionisti», ovverosia dei
criptomusulmani? Il loro peccato capitale? Quello di non riconoscere
il Vecchio Testamento e quindi i «fratelli maggiori». Lo «scontro di
civiltà» è dunque salvo. Cfr. Enzo Bettiza, Per la nuova jihad il
nostro continente coincide con la "dimora della tregua provvisoria",
mentre l´America è la "dimora della guerra", «La Stampa», 7 luglio
2002.
[9] Non ho alcuna difficoltà a rilevare che recentemente anche
alcuni musulmani si sono attrezzati in tal senso, allorché, in
Francia, hanno invocato a loro difesa le cosiddette «leggi
antirazziste».
[10] Sull'altare dell'allineamento de «La Padania» è finito
l'antiamericano John Kleeves, che non vi scrive più da lunga data,
mentre all'epoca dell'attacco della Nato alla Jugoslavia ne venivano
pubblicati gli articoli.
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"ITALIANA"
Italia, una volpe nella tagliola
di John Kleeves (20 febbraio 2001)
Sapete cosa fa la volpe presa nella tagliola : si rode la zampa
intrappolata coi denti, la lascia nella morsa e se ne va sanguinante
e monca, ma viva e libera. Così è l'Italia, anche se non lo sa. E'
una volpe presa nella trappola e per liberarsi sta pensando di
disfarsi della parte di dove viene il male, quella serrata dalle
ganasce : il Sud. E' questo il razionale del sentimento
secessionista diffuso nel Nord. La gente percepisce arrivare dal Sud
una specie di morte, una morte civile fatta di degrado materiale e
morale ; è portata dal " governo di Roma " con la sua inefficienza
burocratica, il suo banditismo politico, la sua censura mediale, la
sua persecuzione giudiziaria, la sua repressione poliziesca, la sua
iniquità fiscale, le sue svendite di patrimoni nazionali agli
stranieri, anche con la sua dichiarata ostilità al Nord, praticata
con metodi mafiosi e fra gli sberleffi ( come la scenata dei quattro
ministri di Roma andati a usurpare la ribalta alla commemorazione di
Verdi alla Scala, una guapperia cui è seguito il boicottaggio in
stile mafioso dell'abbinamento delle elezioni politiche del 13
maggio con il referendum lombardo ). Percepisce tutto questo,
intuisce che il Sud è già condannato, e se ne vuole distaccare, lo
vuole tagliare via. Le contrapposizioni etniche, culturali e
storiche - che pure esistono - vengono dopo ; sono una tradizione di
mugugni e maldicenze rispolverata per issare la protesta : se non ci
fosse quell'aria di cancrena, se il governo di Roma fosse migliore,
all'altezza, di secessione non si parlerebbe.
Il Sud è davvero marcio : perché lì stringe la tagliola.
Le impressioni dei settentrionali sono esatte, e il paragone è più
calzante di quanto non si sospetti : il Sud è davvero marcio, e
proprio perché è la parte su cui è stretta la tagliola di una
trappola : la trappola americana. Torniamo alla Seconda Guerra
Mondiale, quando gli USA sicuri della presa dell'Italia già
pensavano a come tenerla sotto il tallone DOPO. Venivano da una
lunga esperienza neo coloniale, iniziata nell'Ottocento in America
Latina ed Estremo Oriente. Si trattava di fare nello stesso modo :
trovare un'intesa con i grandi ricchi locali e spartirsi con loro le
ricchezze del luogo a danno di tutto il resto della popolazione, la
grande maggioranza. I grandi ricchi - potenti perché possono
corrompere in molti modi e soprattutto perché possiedono i media -
manovrano in modo da formare dei governi fantoccio, ma nominalmente
locali, così sono salve le apparenze e non sono da mantenere costose
truppe di occupazione. Naturalmente bisogna aiutarli e all'uopo c'è
la CIA e il Pentagono, quest'ultimo specie quando si ha la scusa di
collaborazioni militari o addirittura una alleanza : si fa public
relations, propaganda, corruzioni, infiltrazioni, approcci di quadri
militari e di polizia, inquinamenti di campagne elettorali, anche
brogli ; all'occorrenza possono essere eseguiti omicidi eccellenti,
attentati provocatori, anche colpi di Stato. Il Clero locale,
qualunque sia il tipo di religione, va portato ad accettare la
situazione tramite vantaggi economici e di altro genere. Se è
presente una criminalità organizzata locale essa è da proteggere e
coltivare, perché naturale alleata di un sistema fatto, nella
sostanza, di rapine individuali interne ed estere. Va attentamente
considerata da specialisti la psicologia, la cultura, dei locali :
si tratta all'ultimo di trovare a più livelli collaborazionismo,
cioè tradimento, e la predisposizione è importante ; ed è meglio se
i locali tendono all'ingenuità, perché così li si inganna più
facilmente, e se poi si credono anche furbi ecco un'altra leva.
Perché gli USA hanno puntato sul sud.
Gli americani con l'Italia decisero questa strategia, una strategia
di ampio respiro, lungimirante, in verità brillante assai, acuta.
Per quanto mi risulta essa viene esposta qui da me per la prima
volta, dopo 58 anni ; ne ho fatto accenni in alcuni articoli
pubblicati nel 2000 sul mensile Orion, mentre la base del
ragionamento si trova nel mio libro " Vecchi Trucchi " ( Ed. Il
Cerchio, Rimini, 1991 ) al capitolo " La strategia della droga ".
Era pacifica la collusione coi grandi ricchi italiani, che sono
persone e dinastie in carne e ossa ma che qui sono chiamate
anonimamente " grande capitale " o " poteri forti ". Era pacifica
anche l'intesa col Vaticano, che stava girando loro tramite il
monsignor Montini della Segreteria di Stato informazioni e mappe
provenienti dalla nunziatura di Tokio che sarebbero servite per i
bombardamenti al Napalm della città del febbraio-marzo 1945, esitati
in 300.000 morti bruciati. Poi stabilirono - ecco l'idea davvero
brillante - che il Paese andava controllato facendo leva sul Sud,
perché psicologicamente e culturalmente adatto, anzi adattissimo. Il
Nord si prestava molto meno - al di fuori dei suoi grandi ricchi
intendo - ma appunto poteva essere impastoiato dal Sud. Bisognava
però prima controllare con sicurezza il Sud : l'influenza politica
ed economica che si poteva esercitare qui una volta presa
militarmente l'Italia poteva non bastare, quantomeno sarebbe
sbiadita col tempo ; occorreva un elemento locale stabile su cui
contare. C'era la Mafia siciliana. Era stata quasi annientata dal
Fascismo, ma poteva essere rivitalizzata e portata dalla propria
parte. Come ?
Droga e politica estera.
Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Riguarda l'uso della
droga in politica estera. Cominciarono gli inglesi nell'Ottocento,
con la Cina. Controllavano l'India, volevano le merci cinesi per
niente ( il tè, le stoffe, le " cineserie " ), conoscevano la
debolezza dei cinesi verso l'oppio. Allora piantarono il papavero
nel Bengala e girarono l'oppio ai cinesi in cambio delle loro
merci : risultato netto, merci cinesi gratis. L'importazione e il
concomitante contrabbando di oppio in Cina era curato da alcune
società commerciali fra cui spiccavano la Jardine & Matheson, ancora
esistente, e la Dent & Co. Le missioni Protestanti e Cattoliche in
Cina favorivano il traffico, anche abbastanza apertamente : la
demolizione del vecchio serviva per l'edificazione del nuovo,
dicevano. Il governo imperiale cinese cercò di opporsi alle
importazioni di oppio, che sfasciavano la sua società ( gli
eroinomani si moltiplicavano, sarebbero arrivati a 40 milioni nel
1946 ; uscivano fiumi di buone merci in cambio di fumo ; dilagava la
corruzione, l'immoralità, l'ottundimento psichico ), ma la Corona
inglese le impose con le armi attraverso due guerre di aggressione,
appunto dette le Guerre dell'Oppio ( 1839-1842 e 1856-1860 ). Bene,
il fatto è che gli americani impararono il sistema : assieme alle
società commerciali inglesi che smerciavano oppio in Cina ve ne
erano anche alcune americane, come la Russell & Co., le quali
escluse dal Bengala reperivano l'oppio in Turchia ( tanto che i
cinesi credevano che la Turchia fosse uno Stato USA, come la
Virginia ; non erano tanto lontani dal vero, e oggi si vede ).
Arrivato il loro momento in Cina, anch'essi usarono la leva della
droga : il massimo finanziatore locale del governo fantoccio degli
USA in Cina, cioè del governo di Chang Kai-shek, era la Mafia di
Shangai, che smerciava oppio o eroina dello Yunnan, e loro la
protessero da altre concorrenze in patria e la inserirono nel grande
circuito internazionale. Fecero questa ultima cosa attraverso Cosa
Nostra, la Mafia americana di origini siciliane : Cosa Nostra
infatti distribuiva negli USA eroina del Shangai Cartel. I grandi
vertici degli organismi interessati - Chang Kai-shek, Shangai
Cartel, Cosa Nostra, Washington - erano al corrente
dell'accomodamento, che così funzionava sul piano strategico al di
là del normale gioco di guardie e ladri che doveva andare avanti,
andare avanti solo ai livelli più bassi si intende, giusto colpendo
ogni tanto anche qualche boss ( ma non " il " boss, persona difatti
che di volta in volta è sempre rimasta sconosciuta ).
Resurrezione e aggancio della Mafia.
Con ciò siamo al periodo della Seconda Guerra Mondiale ed è pronta
la soluzione al problema della rivitalizzazione e della cooptazione
della Mafia siciliana : approfittare delle operazioni belliche per
portarla nell'orbita di Cosa Nostra. Anche per questo, oltre che
perché bisognava COMINCIARE DAL SUD, fu scelto di SBARCARE IN
SICILIA : si poteva anche sbarcare a Ostia, e fare prima. Il boss di
secondo piano di Cosa Nostra Lucky Luciano ( Salvatore Lucania o
Luciania ), che smerciava eroina del Shangai Cartel e che allora si
trovava in carcere per sfruttamento della prostituzione, fu fatto
comunicare prima dello sbarco con uno degli ultimi boss mafiosi
siciliani di spicco rimasti, don Calò ( Calogero Vizzini ) ; il
messaggio era : i " liberatori " metteranno la Mafia sul trono.
Quindi dopo lo sbarco capitarono le cose che sanno tutti : gli
americani piazzarono mafiosi e aspiranti mafiosi in tutte le
amministrazioni civili provvisorie ( don Calò e Genco Russo furono
nominati sindaci delle città capoluogo dei loro " territori " ), di
dove quelli potevano gestire gli aiuti alla popolazione civile ; ai
mafiosi fu anche permesso di " rubare " merci dai magazzini militari
in modo che si impadronissero del mercato nero e del contrabbando
delle sigarette americane, che erano additivate per accelerare la
dipendenza ; comparve per iniziativa degli americani l'eroina, che
poi fu propinata gratis agli scugnizzi napoletani, dei ragazzini e
dei bambini, allo scopo di renderli dipendenti e farne degli
spacciatori. L'AVANZATA ANGLOAMERICANA DAL SUD AL NORD FU COSI'
LENTA PER PERMETTERE IL CONSOLIDAMENTO DELLA MAFIA TRAMITE
SITUAZIONI IMPOSSIBILI A GUERRA CONCLUSA. Poi, con la scusa della
espulsione di elementi indesiderati, gli USA dal 1946 al 1948
trapiantarono in Italia 200 elementi di Cosa Nostra, tutti di buona
caratura, fra i quali difatti anche Lucky Luciano, liberato
anzitempo per " meriti resi agli Stati Uniti " recita il
certificato. Gli americani dissero di aver ricercato la
collaborazione della Mafia per ottenere un aiuto da dietro le linee
per lo sbarco : quale aiuto, erano quattro topi di campagna con la
doppietta, quattro scassapagghiari, e c'era già tutta la popolazione
siciliana ansiosa di passare sotto gli Stati Uniti, e vedi per
questo l'attività di Finocchiaro Aprile. Invece, la Mafia era
ricostituita, potenziata e resa dipendente da Cosa Nostra. La
dipendenza era assicurata dal traffico di eroina, cui la Mafia era
inserita da Cosa Nostra ; in sé e per sé non rappresentava un giro
di affari enorme, ma bisogna considerare che era la porta per tutte
le altre attività, traffico di armi, contrabbando, prostituzione,
edilizia, racket, usura, eccetera. E dietro Cosa Nostra c'era - c'è -
il governo degli Stati Uniti.
Creazione della Regione Autonoma Sicilia.
Non bastava. Per garantire la Mafia siciliana da persecuzioni dello
Stato italiano gli USA nel dopoguerra imposero di creare la "
Regione Autonoma Sicilia ". Una regione autonoma con uno statuto
strano : la Sicilia non versa una lira nelle casse dello Stato
italiano, ma questo deve pagare per la sua presenza nell'isola, per
l'ordine pubblico, il funzionamento della giustizia, la burocrazia,
le spese per la sanità pubblica ( queste sostenute dallo Stato
italiano per il 63% e non per il 100% come negli altri casi ) e così
via. Quale era lo scopo ? Creare un surplus finanziario per la
classe dirigente siciliana, pagato all'ultimo da tutti gli altri
contribuenti italiani, la quale nel suo complesso - e cioè fatte
salve le solite eccezioni - in cambio avrebbe lasciato prosperare la
Mafia. Così avvenne, così avviene. Ecco perché la Mafia è
invincibile : la Mafia è una questione di politica internazionale,
che ci sarà in Italia sinchè ci saranno gli Stati Uniti ; è come se
la sua esistenza fosse stata prevista in una delle clausole segrete
allegate al trattato di resa dell'Italia, una di quelle clausole mai
rivelate. Eroici, sì davvero, ma anche ingenui quegli uomini -
poliziotti, carabinieri, magistrati - che muoiono lottando contro la
Mafia, o che anche solo si rovinano la carriera ( come, pare, il
capitano Ultimo che catturò Riina ).
Estensione della Mafia in tutto il Sud.
La posizione di leadership del governo statunitense nel traffico
internazionale di eroina si rafforzò enormemente, divenendo
assolutamente dominante, a partire dal 1949. Allora finì la guerra
civile cinese fra Chang Kai-shek e Mao Tze-tung. Finì con la
vittoria di Mao, ma gli USA nella immensa sconfitta ( la perdita
della Cina, niente meno ) ebbero i riflessi per un'idea - al solito -
brillante : il grosso dell'esercito battuto di Chang - il
Kuomintang Army - lo fecero riparare a Formosa ( ora la famigerata
Taiwan ), ma dei reparti, per un totale sembra di 2.500 uomini, ma
forse 5.000, li fecero espatriare in una zona montagnosa e oltremodo
impervia nel nord dell'Indocina, zona che orograficamente occupa gli
angoli di tre nazioni diverse, la Birmania, la Thailandia e il
Laos : era il Triangolo d'Oro, dove assieme allo Yunnan era
coltivato il papavero per il mercato cinese. Lo scopo era di
appropriarsi delle piantagioni e di potenziarle. Come accadde : gli
uomini del Kuomintang, sempre assistiti da CIA e Pentagono,
sottomisero facilmente le selvatiche tribù locali - gli Shan, i Meo,
i Mong, altre - e portarono il Triangolo d'Oro ad essere quello che
è da alcune decine d'anni : il massimo produttore mondiale di oppio,
cioè di eroina ( nel frattempo il governo cinese aveva distrutto
interamente le piantagioni dello Yunnan ; quelle inglesi del Bengala
sono state distrutte dal governo indiano : non sono come quello
americano, loro sono dei governi onesti ). Il Triangolo d'Oro è
ancora controllato dal Kuomintang, che ha fatto etnia con i locali e
che ancora prende ordini da Washington ; sino a qualche anno fa il
suo capo era certo Kun Sha, che con la scusa dell'indipendenza degli
Shan compiva azioni terroristiche contro la Birmania, che ha un
governo inviso agli USA ( perché non gli fa sfruttare il suo
Paese ). Quindi negli anni Sessanta, e a partire esattamente dalla
presidenza Kennedy, gli USA estesero il loro controllo politico a
tutta l'America del Sud la quale è - chi non lo sa - l'unica
produttrice di cocaina. Era fatto l'en plein : gli USA controllavano
il massimo produttore mondiale di eroina, il Triangolo d'Oro, e
l'unico produttore mondiale di cocaina, l'America del Sud. Inoltre,
e non a caso, come altri produttori di eroina nel tempo sono rimasti
solo Paesi controllati politicamente dagli USA : Turchia, Pakistan,
Afghanistan. Un monopolio. Controllando la produzione gli USA
controllano la distribuzione primaria, che avviene difatti tramite
Cosa Nostra, e questa controlla la distribuzione secondaria,
affidandola a varie organizzazioni criminali qua e là nel mondo,
quelle scelte dal governo USA fra chi gli fa comodo. Al solito, i
veri vertici delle varie organizzazioni interessate sono al corrente
della situazione, e così la catena di comando, a livello strategico,
è stabilita. Il riciclaggio del danaro della droga è effettuato da
banche e istituti finanziari americani, ed esteri collegati, in modo
che il grosso dei proventi finanziari dell'intero traffico mondiale
vada negli USA ( vedi Penny Lernoux, " In Banks We Trust ", Anchor
Press-Doubleday, New York 1984 ). Il tutto è protetto da CIA ed FBI.
La Piovra è Washington.
In Italia la Mafia siciliana ha fatto nel tempo il suo dovere.
Protetta, ha prosperato ed ha coinvolto uomini politici, anche
nazionali ( perché ha denaro e il denaro conquista il politico ).
Quando il governo USA ha ottenuto il controllo anche della cocaina
il giro di Cosa Nostra è aumentato enormemente, e di conseguenza è
aumentato anche quello della Mafia, la quale a sua volta a partire
dagli anni Settanta ha coinvolto le altre organizzazioni criminali
del Sud, la Camorra, la Ndrangheta, la Sacra Corona Unita, col
risultato di controllare tutta la politica del Sud ( salvo le
eccezioni che non si negano a nessuno ) e da lì di influenzare, di
inquinare, di degradare quella nazionale, che così si presenta nel
Nord con la faccia del " governo di Roma ". Ecco la tagliola
americana : stringe al Sud.
Il secessionismo del Nord.
Ora può essere affrontato con cognizione di causa il tema del
secessionismo del Nord. Condannarlo d'acchito, d'istinto, è poco
intelligente : ha dei motivi oggettivi, quelli visti. Il Nord sta
pensando di scegliere se fare la fine del Sud, farsi contaminare
dalla cancrena, o cercare una via d'uscita, per quanto dolorosa come
quella della volpe. Questo sta pensando, nella mia interpretazione
delle cose. Il secessionismo settentrionale non è che una reazione
alla presa americana sull'Italia, una sua conseguenza. Le
rimostranze del Sud, che rinfaccia al Nord di volersi separare solo
perché lui è ricco e il Sud è povero, sono fuori luogo. E' il Sud ad
avere la responsabilità oggettiva della situazione e nell'ambito, in
particolare, la Sicilia. Il Sud si lascia manipolare, non reagisce
all'inquinamento e anche alla miseria portate dalla Mafia e dalle
altre criminalità organizzate locali, tollera qualunque incapacità e
illegalità dei suoi politici e dei suoi amministratori locali, manda
a Roma e nella burocrazia statale, a tutti i livelli, degli elementi
troppo, troppo spesso negativi, che remano contro il vero interesse
nazionale, che inceppano e degradano tutto. Accetta una situazione
che danneggia lui per primo e più di tutti, vedi la sua miseria, il
suo tasso di disoccupazione anche al 30%. La parte sana e capace del
Sud, che pure esiste con non irrilevante consistenza numerica, non
trova le motivazioni per ribellarsi alla situazione, non riesce a
imporre la decenza civile. E così la Nazione affonda.
Era forse meglio perdere subito la Sicilia ?
C'è da chiedersi se non fosse stato meglio che a suo tempo il
Movimento Separatista Siciliano avesse avuto successo, e la Sicilia
fosse diventata effettivamente il 49° Stato americano ( precedendo
Alaska e Hawaii, fatti Stati nel 1959 ) ; il resto del Paese, senza
Mafia e protetto da un confine sullo Stretto, sarebbe stato meno
permeabile alle influenze dell'occupante, sarebbe stato come
Germania e Giappone adesso. Ma gli americani non furono così
sciocchi da accontentare i Separatisti : loro volevano tutto il
Paese. E ora il dilemma è diventato se lasciare al suo destino - non
solo la Sicilia - ma tutta quanta la parte peninsulare del Paese,
dalla linea Magra-Rubicone in giù. Il problema dell'Italia sono gli
americani in casa. Non ci fossero, e ci fosse così un governo
nazionale genuino, dove emergono le forze e gli uomini che
fisiologicamente nel Paese devono emergere, ogni cosa sarebbe
risolta in sei mesi : tanto occorre, ad un governo che lo voglia,
eliminare Mafia e collegati, e quindi sanare il Sud e rimettere
tutto il Paese in carreggiata. Ma ci sono, e il Paese tutto intero,
e cioè configurato così com'è adesso, non riesce a difendersene.
John Kleeves
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CINEMA
" ATTACCO AL POTERE " E WILLIS-MITRIONE
The Siege (Attacco al potere)
regia di Edward Zwick
prodotto nel 1998 da E. Zwick e L. Obst per 20th Century Fox
con Denzel Washington, Bruce Willis, Annette Bening
di John Kleeves
UNA AGENZIA FEDERALE CHIAMATA HOLLYWOOD
Solita premessa. Hollywood dipende dalla grande e semi segreta
Agenzia federale USIA (United States Information Agency, 30.000
dipendenti), operativa sin dal 1° Agosto 1953 per lo scopo
dichiarato, e cioè scritto nel suo atto costitutivo, di creare nel
pubblico internazionale una certa voluta e falsa immagine degli
Stati Uniti. In poche parole l'USIA è il Ministero della Propaganda
americano. La necessità era - ed è - di occultare la reale natura
dell'entità americana per poter condurre impunemente una politica
estera micidiale: gli USA infatti non sono una democrazia, ma una
dittatura dell'imprenditoriato che ha per obiettivo lo sfruttamento
materiale ed umano
dell'intero mondo. Hollywood, come del resto le altre entità
aziendali americane del settore dei media (reti TV, case editrici e
discografiche, eccetera), deve essere sia autoremunerativa che
soddisfare le esigenze dell'USIA. Come minimo, nessun film deve
contraddire la versione della medesima sulla realtà americana,
versione consolidata in ciò che si chiama Retorica di Stato
Americana (USA opulenti, democratici, libertari, buoni, eccetera; in
breve gli USA della Retorica di Stato Americana sono esattamente
quelli che voi vi figurate in mente). L'USIA può anche arrivare a
far produrre dei film ex novo, perché ha bisogno di un contenitore
per certi temi speciali che le premono, ma in genere approfitta
delle occasioni che si presentano per far inserire i suoi messaggi
di valenza propagandistica, o politica o
culturale. I soggetti importanti di Hollywood, i VIP, collaborano
alla sistemazione perché necessario per rimanere a galla, dopo che
era stato necessario per emergere. I grandi attori e i grandi
registi di Hollywood sono così dei Divi di Stato e dei Registi di
Stato, perfettamente equiparabili a dei funzionari governativi, a
dei G-men di rango abbastanza alto. Io dunque esamino i film di
Hollywood per segnalare al pubblico gli elementi di propaganda
intenzionale fatti inserire dall'USIA.
LA TRAMA
Attacco al potere, visto il soggetto, è uno di quei film in cui
l'USIA interviene maggiormente, se non è proprio lei a idearli
dall'inizio. La trama si svolge nei nostri anni a Brooklin, una
frazione della città di New York che conta sui due milioni di
abitanti. Dalle foto incorniciate appese in uffici pubblici si vede
che il presidente in carica è Bill Clinton. Ad un certo momento si
attivano in successione quattro cellule di terroristi arabi, che
compiono attentati suicidi: è sequestrato e fatto saltare un
autobus carico di passeggeri; è fatto saltare un teatro pieno di
gente; un furgone-bomba irrompe ed esplode in un grande edificio. I
morti a questo punto sono 900. Le indagini sono condotte sin
dall'inizio dall'FBI (la polizia municipale di New York non
compare), nella persona del funzionario Anthony Hubbard (Denzel
Washington), che già era il "capo degli agenti speciali dell'FBI"
del distretto di Brooklin. Partecipa anche, ma a titolo personale,
l'agente della CIA Sharon Bridget (Annette Bening). Dopo il terzo
attentato il Presidente (cioè Clinton) proclama la legge marziale a
Brooklin. Arrivano così i soldati, comandati dal generale De Veraux
(Bruce Willis), che compiono rastrellamenti di arabi e ne chiudono
migliaia in campi sportivi dotati all'istante di recinzioni e
catenacci. De Veraux tortura ed uccide personalmente un arabo, ma
sono Hubbard e la Bridget a risolvere la situazione individuando la
quarta ed ultima cellula terrorista, che era costituita dal solo
giovane Shamir, che sino allora aveva finto di essere un confidente
della polizia, un collaborazionista; nel conflitto a
fuoco sia Shamir che la Bridget muoiono. Il film termina con Hubbard
che arresta De Veraux per l'omicidio dell'arabo.
IL TERRORISMO ARABO SECONDO L'USIA
1) Il film tratta di terrorismo arabo. Già questo, considerato
l'intero contesto hollywoodiano, è propaganda. Infatti Hollywood
affronta l'argomento "terrorismo" in modo selettivo: sempre tratta
il terrorismo altrui e mai quello americano. Storia e attualità
offrono una profusione incredibile di atti terroristici made in USA.
Solo quelli nei confronti di Cuba dovrebbero bastare: esplosione nel
1960 del mercantile francese Le Coubre ancorato all'Avana; invio
nell'isola dal 1961 al 1963 di almeno sei team di killer
professionisti presi in prestito da Cosa Nostra per uccidere Castro;
attacchi di aerei privi di insegne a pescherecci e manifatture
cubane protratti per tutti i Sessanta e i Settanta, e cioè per
vent'anni di seguito; contaminazione col Photoxin dei sacchi di iuta
usati per imballare lo zucchero cubano, per sabotarne
l'esportazione; invio nel 1969 e nel 1970 di aerei che sparsero
cristalli per provocare siccità in zone fertili e piogge torrenziali
in lande desertiche; diffusione nel 1961 di un'epidemia negli
allevamenti di tacchini dell'isola; diffusione nel 1971 di un'altra
epidemia negli allevamenti di maiali; diffusione nel 1981 di una
influenza perniciosa che colpì 300.000 persone, delle quali 158
morirono (101 bambini); sabotaggio con bomba del 7 ottobre 1973 del
DC8 della Cubana Airlines in volo da Barbados all'Avana con 73
persone a bordo, tutte morte; attentati dinamitardi agli alberghi
cubani nel 1997 per danneggiare il turismo, in uno dei quali trovò
la morte il turista italiano Fabio di Celmo. E potremmo portare
migliaia di altri casi simili accertati che hanno riguardato e
riguardano i quattro angoli del mondo: gli Air Commandos e i Navy
Seals sono corpi speciali dedicati statutariamente ad attentati
terroristici, per non parlare dei circa 80.000 agenti di campo della
CIA, e tutta questa gente è sempre in missione, a fare o preparare
qualche cosa contro qualcuno.
Orbene, mai Hollywood ha preso spunto da uno di quei fatti per fare
un film.
Lo avesse fatto direi che sarebbero normali anche film sul
terrorismo arabo, o nord irlandese, o che altro. Ma non lo ha fatto
ed allora tutti i film di Hollywood sul terrorismo altrui sono
automaticamente propaganda, realizzati come sono non per trattare
storie di terrorismo in sé ma per colpire selettivamente qualcuno.
2) In ogni caso terrorismo arabo, e rivolto contro gli Stati Uniti.
Come tratta Hollywood il fenomeno? Per valutare ciò dobbiamo sapere
come stanno le cose. Le cose stanno come nessun telegiornale qua in
Europa Occidentale dice ma come ognuno dentro di sé realizza: gli
Stati Uniti opprimono obiettivamente gli arabi in generale e i
palestinesi in particolare, e questi e quelli operano le ritorsioni
che possono. Non ci sono dubbi sull'oppressione. Gli USA sostengono
regimi arabi invisi alle popolazioni come in Egitto, Giordania,
Arabia Saudita, eccetera, perché gli permettono un conveniente uso
del petrolio mediorientale, e tormentano regimi popolari come in
Libia, Iran e Iraq perché non glielo permettono. L'Iran si è
liberato solo nel 1979 della tremenda dittatura esercitata dagli USA
tramite lo Scià, mentre gli stessi USA nel 1991 hanno guidato una
coalizione che ha provocato 300.000 morti in Iraq. E 300.000 morti
non sono una cosa da nulla. Come non lo erano stati del resto i 290
passeggeri dell'aereo di linea iraniano abbattuto intenzionalmente
(a scopo intimidatorio) nel 1988 dall'incrociatore americano
Vincennes. Inoltre c'è naturalmente la questione di Israele, che
solo gli Stati Uniti tengono in vita, partecipando ogni tanto ai
massacri: nel 1982 i cannoni da 400 mm della corazzata New Jersey
aprirono il fuoco sui campi profughi palestinesi in Libano facendo
migliaia di morti, le solite donne, i soliti bambini, eccetera.
Neanche queste sono
cose da nulla. I terroristi arabi che colpiscono gli Stati Uniti
pensano dunque di avere motivi validi e concreti per le loro azioni.
Non ho detto che li hanno; ho detto che sono convinti di averli. Il
che solo concorda con la natura umana: nessuno si dedica a tali cose
senza essere convinto di avere motivi validi e concreti.
Il governo statunitense sa benissimo tutto ciò, così come lo sa
l'intero establishment dominante nel paese. Sono anzi i primi a
saperlo. Ma non va detto. L'USIA ha così preparato la sua versione
sull'argomento " Terrorismo arabo anti-americano e anti-
israeliano ". E' una versione semplice: i terroristi arabi sono
giusto dei pazzi fanatici religiosi, che si danno da fare non per
vendicare - sia pure dal loro punto di vista - concreti morti e
concreto sangue ma solo perché odiano la civiltà Occidentale. La
odiano perché percepiscono che tale civiltà, data la sua forza
oggettiva, è destinata a disgregare il loro fasullo mondo islamico
fatto di curiosi muezzin, di donne velate, di paradisi dove schiere
di vergini urie attendono i giusti. In poche parole odiano il
Progresso. Questi terroristi se la prendono specialmente con
l'America non perché questa abbia fatto loro torti particolari, ma
perché l'America è il simbolo dell'Occidente, la sua punta di
diamante. Se la prendono anche con Israele non perché li ha
spodestati dalla loro terra, torturati a migliaia e assassinati a
decine di migliaia, ma perché è una testa di ponte dell'Occidente
nel loro mondo. Si può
verificare che tale versione è stata imposta in tutti i film di
Hollywood che hanno trattato il soggetto del terrorismo arabo, e
ricordo in particolare Delta Force (1986) di Menahem Golan, con
Chuck Norris; Wanted, vivo o morto (1987) di Cary Sherman; Frantic
(1988) di Roman Polansky con Harrison Ford; Navy Seals: pagati per
morire (1990) di Lewis Teague con Charlie Sheen; True Lies (1994) di
James Cameron con Arnold Schwarzenegger. La versione è stata
IMPOSTA: i registi, gli sceneggiatori e i produttori di Hollywood
sanno benissimo come stanno le cose, proprio come lo sa il più
sprovveduto di noi, ma appunto c'è la supervisione e la censura
finale dell'USIA.
Non ci sono dubbi che la versione sia stata imposta anche per
Attacco al potere. Per tutto il film i giovani arabi sospettati e
spiati dagli investigatori dell'FBI sono presentati come esagitati
carichi di un odio che non si sa da dove provenga. Dobbiamo essere
vigili e notare anche quello che non c'è ma che logicamente avrebbe
potuto e dovuto esserci: un bel monologo di uno di quei terroristi,
magari diretto alla sua ragazza come si fa normalmente nei film,
dove spiega la sua versione della storia, le sue motivazioni. MANCA.
Solo nel finale Shamir dice qualcosa in merito all'agente della CIA
Bridget che si accinge ad uccidere. E cosa dice? Solo
questo (è un monologo di 8 secondi): qualche farfugliamento
isterico, sconclusionato, e poi chiara la frase che preme al regista
e a chi dietro di lui, e cioè l'accusa all'America di "voler
insegnare al mondo come vivere". Questo sarebbe il motivo di tutto,
l'unica colpa dell'America: essere troppo grande, troppo forte,
troppo attraente. Essere il Progresso. Il regista ci mostra come
Shamir prima di accingersi a compiere il suo attentato suicida e
sanguinosissimo (ed inoltre perverso: vuole fare una strage nella
folla che protesta contro gli internamenti per farne ricadere la
colpa sul governo) pratichi abluzioni rituali islamiche e indossi un
sudario: chiara indicazione per il pubblico della natura religiosa-
culturale delle sue motivazioni. Il particolare del sudario è
macabro, inserito per colpire il subconscio del pubblico e caricare
di negatività questi attentatori.
3) Gli arabi sono presentati come una razza inferiore. Ciò perché
sia così sono ritenuti dagli americani, e sia perché utile per
togliere valore a qualunque loro rivendicazione. Sono presentati
esattamente come gli indiani nei famigerati western di Hollywood:
cenciosi, velleitari e fanatici, portatori di una cultura in
estinzione perché non all'altezza. Sono anche sporchissimi,
evidentemente abituati a vivere sotto le tende: l'appartamento in
cui sono sorpresi dall'FBI i tre membri della cellula N°3 non
potrebbe essere più lercio. Si è trattato di una indicazione precisa
data allo scenografo, per convogliare il messaggio per via
subliminale. Per contro la regia ci fa sapere che i tre della
cellula passavano il tempo a guardare la televisione, mangiare pizza
e bere drinks: inveiscono contro l'America ma i suoi agi piacciono
anche a loro. Come gli indiani, che ululavano ma ricercavano i buoni
utensili e il buon whisky.
4) Si è detto che il generale De Veraux tortura e uccide un arabo.
Lo fa in un gabinetto, dove l'uomo è sistemato nudo su una sedia. La
scelta del gabinetto - precisamente un orinatoio - non è casuale ed
ha valenza subliminale: quello è il posto per tale gente. Fatto il
lavoro De Veraux esce e si toglie i guanti: guanti di gomma,
sanitari. Vedremo che c'è molto ma molto d'altro su questo episodio.
5) Assai curato il personaggio di Faruk Haddad, detto Frank, il vice
di Hubbard all'FBI. E' un arabo americano inserito nella vicenda
ostensibilmente perché conosce arabi e lingua, ma in realtà per
fargli ricoprire il ruolo dell'arabo buono, esattamente così come
nei western c'era sempre l'indiano buono, quello voglioso di
integrazione e collaborazionista (indiano buono che poi, la Storia
insegna, ha fatto la stessa fine degli altri; in effetti, non erano
indiani "buoni", erano indiani deficienti).
Durante i rastrellamenti dell'esercito anche suo figlio viene
internato, lui ha un momento di ripensamento (l'America lo ha
tradito) e lascia l'FBI dopo quindici anni di servizio. Ma l'America
gli piace troppo: può dare dei dispiaceri, creare delle
incomprensioni, ma è sempre la società migliore e più avanzata del
mondo. Così riprende il distintivo che gli porge Hubbard e torna con
entusiasmo a combattere per il Bene. La regia ci suggerisce anche
cosa piaccia in particolare a Frank dell'America: il fantastico
sviluppo tecnologico (Frank adora i marchingegni elettronici e
invidia il rilevatore a microonde in dotazione all'esercito; al
contrario degli arabi cattivi e testoni lui il Progresso lo capisce,
e quindi lo apprezza).
6) Si parla nel film di un certo sceicco Ahmed Bin Talem, famigerato
sponsor del terrorismo. Evidentemente voleva ricordare lo sceicco
Osama Bin Laden, ora famosissimo perché accusato dagli USA
dell'attentato dell'11 settembre 2001 e già allora indicato dalla
CIA come principale mandante degli attacchi terroristici
antiamericani, e cioè come Mostro Internazionale N°1. Citare Ahmed
Bin Talem era un elemento di propaganda perché così il film non solo
sosteneva intenzionalmente le accuse della CIA, già una presa di
posizione, ma anche voleva fare ciò senza parere, in modo nascosto,
subliminale (il nome Bin Talem invece di Bin Laden).
ALTRA PROPAGANDA
7) Il paese sembra impreparato agli attentati terroristici. Questi
non mobilitano una burocrazia poliziesca precisa, che sembra non
esistere: le indagini rimangono nelle mani del funzionario FBI del
quartiere; non arrivano personaggi con tutti i tipi di divisa e di
qualifica, ognuno dei quali sappia perfettamente cosa fare.
Evidentemente è impreparato perché tali attentati qui sono rari,
trattandosi di un Paese così in armonia con se stesso e col mondo.
Invece questo non è il Paese dell'armonia: ogni anno si verificano
mediamente 150 attentati terroristici, solo i più clamorosi dei
quali giungono ad avere un'eco all'estero (come gli attentati alle
Twin Towers di New York del 1993, di Oklahoma City del 1995 che
provocò 169 morti, di Atlanta durante le Olimpiadi del 1996, per non
parlare di quello epocale dell'11 settembre 2001 che ha raso al
suolo le medesime Twin Towers facendo 2.700 morti; Theodore
Kaczinski, Unabomber, prima di essere arrestato nel 1996 aveva
compiuto 16 attentati), ed una burocrazia poliziesca precisa in
merito non solo esiste ma è anche elefantiaca. Altro che funzionario
di quartiere dell'FBI.
8) Agli Stati Uniti fa comodo fare credere che i loro Presidenti
comandano.
Così allontanano la cognizione del loro vero sistema politico, che è
una dittatura dell'imprenditoriato esercitata collegialmente tramite
il Congresso, e possono eventualmente incolpare un singolo uomo per
i misfatti di una categoria. E' così una legge dell'USIA per
Hollywood che i Presidenti siano presentati come ammantati di
potenza suprema. Attacco al potere non è eccezione, e l'unica entità
pubblica che interviene al di sopra del funzionario Hubbard saltando
ogni grado intermedio che come appena detto sembra non esistere è il
Presidente, che ordina la legge marziale per Brooklin.
9) C'è un omaggio subliminale al becero senatore Jesse Helms, noto
per la sua spietatezza all'interno contro i dissidenti politici, che
fa finta di credere "comunisti" o "nazisti", e all'estero contro i
paesi che non chinano il collo, che fa finta di credere "nazisti"
o "comunisti": c'è una riunione di alti papaveri ed un senatore, che
prende la parola e gode di qualche inquadratura, è impersonato da un
attore che somiglia a Helms. Vecchio trucco: in Furore John Ford
aveva fatto impersonare il direttore di
un ostello per poveri a una comparsa che somigliava al presidente
Delano Roosevelt.
10) Gli Stati Uniti vogliono propagandare un'immagine di società
multirazziale in armonia, dove tutti hanno pari opportunità e
partecipano con pari entusiasmo alla vita civile, orgogliosi di far
parte di una tale Great Society. E' ciò che ci si aspetta da un
paese multirazziale e democratico. Balle naturalmente. Stiamo
parlando di una Nazione che è stata schiavista sino al 1865 (sino a
ieri, cioè); che ha dato nominalmente diritto di voto a tutti solo
nel 1964 (un'ora fa, praticamente); che in
questo preciso istante esclude ogni minoranza riconoscibile da
qualunque posizione di potere effettivo, sia politico che economico;
ed il cui gruppo etnico dominante WASP ( White Anglo Saxon
Protestant ) si crede il popolo eletto. Così, come nei film di
guerra di Hollywood i reparti presentano una composizione che
riflette rigorosamente la percentuale nella popolazione (tot
anglosassoni, tot caucasici, tot neri, e se c'è posto un ispanico,
un giallo, un ebreo, quant'altro), allo stesso modo si presenta in
Attacco al potere la sezione dell'FBI di Brooklin comandata da
Hubbard, arricchita per l'occasione dall'arabo Faruk-Frank. (Il film
La sottile linea rossa fa
eccezione, perché i soldati sono tutti bianchi; ma c'è un motivo,
per il quale rimando alla mia analisi del film pubblicata anche su
questo stesso giornale).
Si fa di più in questo film: l'attore Denzel Washington è infatti un
nero.
E' lui, un nero, il protagonista del film; la parte di Bruce Willis
è del tutto secondaria. Come ognuno sa è una rarità per Hollywood
concedere la parte di protagonista a un nero. Perché non rende al
botteghino. Le cose sono andate presumibilmente nel seguente modo.
Si tratta di un film altamente politico, la cui stesura è caduta
quindi completamente nelle mani dell'USIA, se come già detto non è
stata lei ad avviarlo. Questa voleva presentare il Paese nel modo
più innocuo possibile, vittima innocente di un malvagio e
ingiustificato terrorismo arabo. Cosa di meglio che affidare la
parte del capo investigatore americano a un nero? E' come dire: I
neri stessi ci amano al punto di combattere in nostra difesa, tanto
li rispettiamo e siamo delicati con loro; che motivi possono mai
avere gli arabi per odiarci? La scelta avrebbe però comportato
sacrifici al botteghino per la 20th Century Fox e allora il Divo di
Stato Bruce Willis
accettò una particina per fornire un nome nei manifesti. O più
probabilmente dovette accettare, perché si trattava di una
comparsata davvero poco attraente: come vedremo De Veraux-Willis è
utilizzato per riabilitare un mostro.
11) Hubbard trova modo in un rapido scambio di battute di dirci cosa
è l'FBI: lo scopo dell'FBI, dice, è "opporsi al crimine". Non è
vero. L'FBI - Federal Bureau of Investigations - è la polizia
politica americana e il suo scopo è di controllare e reprimere il
dissenso politico interno. Fu l'FBI a condurre tutte le grandi
repressioni sociali americane del Novecento: la Red Scare del 1920-
22; la neutralizzazione del movimento sindacale del 1945-47; l'Era
McCarthy del 1950-60; la soppressione del movimento per i diritti
civili dei neri e delle Pantere Nere del 1964-72.
12) L'FBI represse il movimento delle Pantere Nere nel seguente
modo: suoi anonimi agenti tendevano agguati in strada ai leader del
movimento e li uccidevano. Gli agguati dell'FBI avvenivano spesso
all'uscita di bar, di notte. Con questo sistema furono eliminate
alcune decine di persone. Bobby Seale, scampato ai sicari dell'FBI
ma tenuto in carcere sino al 1997 con pretesti, appena uscito ha
rilasciato una intervista, diffusa anche da Rete 2, dove ha
confermato quelle procedure. Ebbene il film contiene una scena
designata specificatamente a riabilitare l'operato dell'FBI del
periodo: la cattura da parte della squadra di Hubbard di un sospetto
terrorista, che
avviene all'uscita di un bar, di notte. La scena ricorda gli agguati
omicidi di allora ma li colloca adesso in un contesto positivo. Ciò
ha valenza subliminale: il subconscio dello spettatore conclude che
anche gli agguati di allora erano a fin di bene.
13) Diversi elementi di propaganda riguardano la CIA. C'è un suo
agente nel film, ed è una donna, e di aspetto dolce e fragile;
morendo cerca di recitare il Padre Nostro, aiutata da Hubbard. Ci
sono agenti della CIA donne e con un dolce aspetto, ma visto il tipo
di film si è certamente trattato di una scelta precisa, allo scopo
di porre in buona luce l'Agenzia. Invece il fatto che la medesima
reciti il Padre Nostro è una invenzione propagandistica completa:
gli agenti della CIA - specie quelli operativi
sul campo - non sono tipi da preghiere, per quanto delicato sia il
loro aspetto; sono dei mercenari, dei veri assassini di professione,
e senza dubbio ciò vale anche per gli agenti donna. Quindi Hubbard -
da funzionario dell'FBI ligio alla legge come sono
certamente tutti i funzionari dell'FBI, non è vero? - vuole
arrestarla perché per legge la CIA non può operare sul territorio
nazionale statunitense. E' vero che così è per legge, ma è
altrettanto vero che all'atto pratico la legge è ignorata, come
tutti sanno negli Stati Uniti, compreso Edward Zwick. Potrei fare
decine di esempi a supporto, non ultimo l'assassinio dell'ex
ambasciatore cileno Orlando Letelier compiuto nel 1973 a Washington -
la capitale, sita ben all'interno del territorio degli StatiUniti -
da un team di agenti della CIA guidato dal funzionario della stessa
Orlando Bosch (un collega della nostra dolce Sharon Bridget).
Ricordo solo che le Pentagon Papers nel 1972 rivelarono che la CIA
stava spiando negli Stati Uniti circa 200.000 cittadini, mentre
circa 400 suoi agenti erano infiltrati nei media nazionali. Oggi
come oggi non ci sono Pentagon Papers che facciano rivelazioni ma
non è impensabile immaginare che i cittadini spiati siano 400.000 e
gli infiltrati nei media 800. E nel film Hubbard vuole arrestare la
Bridget. Questa è ancora più grossa di quella dell'agente CIA che
recita il Pater Noster.
14) Un grande cavallo di battaglia della propaganda di Stato
americana è il seguente: i misfatti ed efferatezze varie compiute
dagli Stati Uniti all'estero sono sempre dovuti all'eccesso di zelo
personale di singoli militari, agenti o funzionari, o alla loro
sempre personale crudeltà o corruzione.
Mai, come ovviamente invece è, i medesimi misfatti ed efferatezze
sono il risultato di una volontà cosciente del governo americano.
Così quando il funzionario della CIA Dan Mitrione alla fine dei
Sessanta organizzava gli Squadroni della Morte in Uruguay e istruiva
i poliziotti locali nelle tecniche di tortura tenendo corsi di
addestramento nella cantina della sua villetta di Montevideo dove
martoriava personalmente sino alla morte delle persone innocenti,
ebbene tutto ciò lui non lo faceva eseguendo gli ordini del
superiore e del superiore del superiore e così via sino al
Congresso; no, per carità, lui lo faceva per eccesso di zelo
personale anticomunista,
unito forse a un certo sadismo congenito ( altrettanto sadicamente
Mutrione fu poi rapito e giustiziato dai Tupamaros ). Così per i
16.500 oppositori politici sud vietnamiti torturati e uccisi dalla
CIA con la collaborazione della polizia locale nell'ambito del
programma Phenix voluto da John F. Kennedy: eccesso di zelo dei
funzionari CIA sul posto. Quando le Pentagon Papers rivelarono che
erano aerei della CIA e del Pentagono che esportavano alle Hawaii
l'eroina del Triangolo d'Oro, eroina che poi da là andava in tutto
il mondo coi proventi di ritorno che finivano in banche della
Florida, la commissione d'inchiesta senatoriale concluse: alcuni
funzionari della CIA e alcuni generali del Pentagono corrotti. Al
solito si potrebbero fare decine e decine di esempi.
Il generale De Veraux-Bruce Willis è appunto uno di questi
personaggi cari alla propaganda dell'USIA. Un funzionario statale -
nel caso un generale operativo dell'esercito - troppo compreso del
proprio ruolo, che per eccesso di zelo nel difendere quella cosa
grande, buona, irripetibile che è la sua Patria, l'America,
travalica gli ordini (sempre troppo moderati, inadeguati a quel
mondo cattivo che c'è là fuori) sino a infrangere la legge, sino a
compiere crimini aborriti dalla sua stessa America. Ecco - ci dice
il film - sono tipi del genere che hanno creato gli Squadroni della
Morte in America Latina; che hanno fatto mitragliare da elicotteri i
raccoglitori di banane guatemaltechi in sciopero contro la United
Fruits; che hanno fatto torturare a morte 16.500 oppositori politici
sud vietnamiti; che hanno eseguito la strage di My Lai; che hanno
fatto bombardare ospedali in Corea, Vietnam e Iraq; che hanno fatto
4 milioni di morti in Corea e 6 milioni di orti in Vietnam; che
hanno fatto bombardare i campi di palestinesi in Libano; che
hanno... che hanno... che hanno. Chi ha fatto tutto ciò è sempre
stato il governo americano, sapendo ciò che faceva, ed il regista del
nostro film in merito non fa che fare propaganda, quella che gli
impone lo
stessissimo governo. La scena finale riassume la versione dell'USIA:
Hubbard rinfaccia a De Veraux il suo comportamento illegale e lo
sfida ad ordinare ai suoi soldati di ucciderlo; De Veraux, pure
perverso, non vuole spingersi a tanto (Hubbard in quel momento
rappresenta la Vera America, che lui rispetta) e si fa arrestare per
l'omicidio dell'arabo.
CHI SI RIVEDE, DAN MITRIONE
15) Ed ecco la parte per cui dovremo sempre ricordare Bruce Willis,
se non come attore almeno come uomo. L'episodio in cui De Veraux
tortura l'arabo nel gabinetto vuole premeditatamente rievocare le
torture eseguite da Dan Mitrione nella sua cantina di Montevideo,
che lui aveva fatto attrezzare come un orinatoio - con rubinetti,
scarichi a terra e piastrelle alle pareti - per gli schizzi di
sangue delle vittime e le altre perdite corporali.
E' lui il mostro che Willis riabilita. La già buona ( e non
casualmente ) somiglianza fisica di Willis con il fu Mitrione, un
uomo di 50 anni di origini italiane, stempiato, è esaltata
aumentando con ritocchi la sporgenza del naso dell'attore. Al tempo
sui giornali comparvero foto di Mitrione in divisa ( prima di
entrare nella CIA era stato il capo della polizia municipale di
Richmond, Indiana ), e anche De Veraux è in divisa. Il messaggio
subliminale per il pubblico è che Dan Mitrione era giusto un
elemento come De Veraux e che le sue vittime erano dopotutto dei
terroristi.
Invece Mitrione obbediva agli ordini dei superiori nel quadro del
Public Safety Program varato dal Congresso per l'America Latina e le
sue vittime erano accattoni e accattone fatti rapire a caso nelle
strade di Montevideo. L'episodio costituisce dunque una
riabilitazione surrettizia di Dan Mitrione, la cui vicenda al tempo
fece molto e negativo clamore per gli USA.
Una operazione analoga a quanto fatto nel film Forrest Gump con
l'attrice scomparsa Jean Seberg, anche se in scala assai ridotta e
all'incontrario: Mitrione è riabilitato mentre la Seberg è
diffamata. Bravo Willis. Il pubblico italiano potrà dire di non aver
mai sentito nominare Dan Mitrione. Ma Hollywood-USIA non produce
solo per l'Italia; produce per il mondo e ci sono paesi dove
l'episodio ha lasciato lunghi strascichi nella memoria. Negli stessi
USA ad esempio, dove ai funerali di Mitrione a Richmond
parteciparono Frank Sinatra e Jerry Lewis, o in Francia, che
produsse un
film sulla vicenda: Etat de siege ( L'amerikano, 1973 ) di
Costantin Costa Gavras, con Yves Montand e Renato Salvatori.
ANCORA PROPAGANDA
16) Invece il fatto che De Veraux fa rastrellare gli arabi di
Brooklin e li fa rinchiudere in campi sportivi attrezzati con
recinzioni vuole rievocare il colpo di Stato in Cile del 1973,
quando come tutti ricordano i sospetti oppositori furono rinchiusi
negli stadi a decine di migliaia. E' una riabilitazione perché
suggerisce che anche in quell'occasione ci fosse qualche valido
motivo. Non c'erano invece validi motivi: occorreva solo ribaltare
un governo Allende che rendeva difficile alle Multinazionali
statunitensi lo sfruttamento del Paese. Si sa tutto sulla vicenda:
il colpo del '73 in Cile fu richiesto da 10 Multinazionali
statunitensi operanti in loco, che poi
contribuirono con fondi; fu deciso dal Congresso; fu approvato da
Nixon; fu diretto da Kissinger; e fu fatto eseguire al generale
Augusto Pinochet.
Anche questo episodio rivela dunque dei collegamenti con Etat de
siege, un film dedicato al sovvertimento violento statunitense
dell'America Latina. In effetti questo film è stato un riferimento
importante per i congegnatori di Attacco al potere: volevano anche
riabilitare - dato che vi era l'occasione - i misfatti compiuti
dagli Stati Uniti in America Latina ed un sistema ottimo era di
richiamare surrettiziamente un film critico ma famoso sull'argomento
e quindi di ribaltarne altrettanto surrettiziamente le tesi.
E' un po' complicato, ma tutta la propaganda americana è complicata,
sofisticata, basata com'è su una scienza psicologica avanzatissima,
e se ci si vuole difendere occorre essere all'altezza. Per quegli
stessi congegnatori il collegamento con Etat de siege è stato così
importante da condizionare il titolo stesso dell'opera, che in
originale è The Siege, una parola che compare uguale, anche come
pronuncia, nel titolo del film di Costa Gavras. Per il pubblico
italiano l'aggancio è venuto a mancare, o per questioni di lingua o
perché qui L'amerikano non ha lasciato tracce (per forza : in questo
Bel Paese tutto libertà e senza censura il film è stato ritirato
subito dopo l'uscita nel 1973).
17) De Veraux è dunque un generale dell'esercito e l'USIA non manca
l'occasione di fargli dire qualche utile falsità in proposito.
Gliene fa dire due. De Veraux dice testualmente che l'Army è "la più
temibile macchina bellica della storia del mondo". Le forze armate
di terra americane sono ben lungi da questo livello. Anzi, sono e
sono sempre state di una debolezza stupefacente. Marina e Aviazione
sono fortissime, ma l'Army è così. Per la dimostrazione di questa
affermazione rimando al mio Sacrifici Umani del 1993 (Edizioni Il
Cerchio), dove è anche contenuta la spiegazione del fenomeno.
Qui mi devo limitare a fare osservare che gli Stati Uniti hanno
sempre perso o non vinto tutte le guerre che potevano risolversi
solo con le forze di terra (Corea, Vietnam, anche Guerra del Golfo
del 1991), pur avendo sempre goduto di una ampia superiorità sia
numerica che naturalmente di mezzi (in Vietnam 51 divisioni contro
10 divisioni nord vietnamite e 120.000 guerriglieri). I vertici
militari e politici americani lo sanno benissimo (sono i primi a
saperlo) ma non vogliono certo che il mondo se ne accorga: nei
conflitti evitano con varie scuse gli scontri di terra e fanno
polverone con l'aviazione, e per il resto ci pensa l'USIA con la
propaganda, tramite
soprattutto Hollywood.
La seconda falsità è la seguente. Sempre De Veraux dice che l'Army
non è adatta per gli interventi di polizia, benché sia stata
costretta a farne qualcuno "all'estero", "ad Haiti e in Somalia". E'
una falsità doppia.
Dal 1945 ad oggi gli Stati Uniti hanno compiuto circa 500 interventi
armati all'estero, 218 documentati uno per uno dal 1945 al 1975 ;
altro che "qualche intervento". Quindi questi interventi non sono
certo a scopi di polizia: sono nell'ambito della politica neo
coloniale statunitense nel mondo a favore delle loro Multinazionali.
18) Il pericoloso generale americano si chiama De Veraux. Non si
chiama Jones, Brown o Smith; si chiama De Veraux. Non è per caso e
vuole suggerire per via subliminale che i funzionari americani che
travalicando gli ordini fanno del male all'estero non sono veri
americani; non sono WASP anglosassoni ma di altre etnie, del caso
francese. Anche Mitrione, ammicca infatti la regia, non era un WASP,
perché di origini italiane. I WASP sono buoni.
ATTACCO ALLA VERITA'
Così, passo dopo passo, inquadratura dopo inquadratura e senza che
noi ce ne
accorgiamo minimamente, il film ci propina un numero insospettabile
di menzogne. E cioè:
- che il terrorismo arabo antiamericano è un fatto religioso-
culturale;
- che gli USA non hanno fatto torti agli arabi;
- che gli arabi sono una razza inferiore;
- che gli USA non sono abituati al terrorismo interno;
- che gli USA sono una democrazia;
- che il Presidente ha grande potere;
- che l'FBI è una normale polizia civile;
- che la CIA non opera nel territorio nazionale;
- che gli agenti della CIA sono persone brave e anche religiose;
- che il sen. Jesse Helms è un benintenzionato;
- che negli USA c'è una perfetta integrazione e armonia razziale;
- che le nefandezze americane nel mondo sono dovute a iniziative di
singoli;
- che Dan Mitrione era giusto uno di questi singoli;
- che questi singoli non sono normalmente dei WASP;
- che il colpo di Stato in Cile aveva validi motivi;
- che le forze di terra americane sono forti;
- che gli interventi armati americani all'estero sono pochi;
- che gli stessi sono motivati da esigenze di " polizia
internazionale ".
Già notevole ma non basta. Come tutti i film di propaganda, oltre ai
singoli e isolabili elementi di falsità appena visti, Attacco al
potere contiene infatti anche dei messaggi subliminali di sintesi,
ottenuti convogliando tramite tanti particolari e dialoghi
opportunamente strutturati e connessi delle impressioni generali
agli spettatori. Nel caso i messaggi sono i seguenti:
a) che l'America è oltremodo preoccupata e impreparata di fronte
agli attacchi terroristici ( che trova del tutto immotivati ) e può
reagire dissennatamente ricorrendo alle Forze Armate e a elementi
come De Veraux, che poi fanno sfracelli e colpiscono anche gli
innocenti, in patria e può capitare anche all'estero.
b) che gli arabi americani si devono guardare dal coprire i
terroristi arabi perché il governo potrebbe perdere la testa a tal
punto da considerare nei loro confronti gli stessi provvedimenti
presi a suo tempo con i giapponesi americani (internamento coatto).
Non sarebbero quindi dei provvedimenti tipici di uno stato
totalitario, ma dettati solo da isteria e inesperienza.
Sono delle minacce al mondo, e agli arabi americani, convogliate
tramite Hollywood.
DOPO L'11 SETTEMBRE 2001
Tranne qualche aggiustamento per la sincronizzazione, l'analisi
precedente risale al 1998, quando la scrissi per l'uscita del film
in Italia. Ora siamo alla fine del 2001 e non possiamo non notare
come quelle minacce dei messaggi di sintesi si siano realizzate
nella vera pratica. C'è stato l'attacco alle Twin Towers e gli USA
hanno reagito ricorrendo veramente alle Forze Armate e facendo
veramente sfracelli all'estero: hanno addirittura portato la guerra
ad un Paese, l'Afghanistan, e sembra ne preparino altre contro la
Somalia, il Sudan, l'Iraq, chissà quanti altri. Gli arabi americani
non sono stati dimenticati: in base all'USA Patriot Act introdotto
dal governo americano il 13 novembre 2001 già 5.000 di loro sono
stati convocati, questionati e debitamente intimoriti dalla polizia,
mentre 1.200 sono stati arrestati arbitrariamente; tutta la comunità
sa di essere una sorvegliata speciale, un altro passo e c'è il campo
di concentramento, magari in Alaska dato che l'America non ha una
Siberia. La precisione con cui il film ha anticipato una tale
reazione in una tale evenienza – una reazione non scontata, non
ovvia - lascia dei sospetti: captava forse
questo film gli echi di strategie politiche che filtravano dalle
stanze del potere, di scenari che si stavano preparando, compresi
magari gli attentati? Non lo sappiamo; è un'altro dei tanti dubbi
lasciati dall'attentato dell'11 settembre.
John Kleeves
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IN LIBRERIA
Mario Spataro
Il bavaglio europeista. Come l'Europa uccide la libertà
Settimo Sigillo
Euro 15
Questo libro denuncia il tentativo dell'Unione Europea di imporre al
governo italiano l'accettazione di un "mandato d'arresto europeo"
contrastante con le leggi nazionali, col buon senso e con secoli di
civiltà del diritto: un progetto inizialmente giustificato dagli
eurocrati di Bruxelles con la necessità di una più incisiva difesa
del terrorismo., ma poi subdolamente aalargato a reati d'opinione
come quelli di razzismo e xenofobia, così insidiando la libertà di
parola e di stampa.
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Aldo Ferrari
Alla frontiera dell'Impero: gli armeni in Russia (1801-1917)
Mimesis, Milano 2000
pp. 352
E' appena uscito un libro importante per comprendere i cambiamenti
che hanno permesso al popolo armeno di riorganizzarsi ed affrontare
le sfide dei tempi nuovi, dopo che per secoli avevano vissuto nella
stagnazione degli imperi musulmani della regione.
Si tratta del lavoro di uno dei più grandi specialisti che scrivono
oggi in lingua italiana riguardo questo antico ed originale popolo.
Aldo Ferrari è infatti docente di lingua armena e russa e, oltre
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