LETTERA D'INFORMAZIONE
29 dicembre 2002 - a. I, n. 15
SOMMARIO
PENSIERO
"GUERRA AL TERRORISMO" E DINTORNI
Afghanistan, punto a capo, di Mauro Bottarelli
selezione da "Notizie dal mondo", 15-30 novembre
a cura della rivista "Indipendenza" (www.indipendenza.org)
Reportage di Fulvio Grimaldi dall'Iraq
http://www.arcipelago.org/internazionale/GRIMALDI_IRAK.htm
LA STORIA CHE NON RACCONTANO
La guerra d'indipendenza irachena, di Claudio Mutti
PALESTINA NELLA BUFERA
"JENIN, JENIN": CRONACA DI UN MASSACRO, PER NON DIMENTICARE,
www.arabmonitor.info
Intervista con un dirigente del Jihad Islami
http://www.rivistaindipendenza.org/
NOTIZIE DAL "CORTILE DI CASA"
da "Notizie dal mondo", 15-30 novembre
a cura della rivista "Indipendenza" (www.indipendenza.org)
BENVENUTI NEL "1984"
How mobile phones let spies see our every move.
Government's secret Celldar project will allow surveillance of
anyone, at any time and anywhere there is a phone signal
Les visages des Canadiens dans une base de données
OPINIONI
IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE E LA TRUFFA DEL DITTATORE MATTO,
di John Kleeves
Comunicato Stampa - La notte del crimine o notte di Erode: 2
espianti e 8 trapianti su bambini, LEGA NAZIONALE CONTRO LA
PREDAZIONE DI ORGANI E LA MORTE A CUORE BATTENTE
"ITALIANA"
Crisi Fiat: Fiat, voluntas sua? Chi è causa del suo mal, pianga se
stesso!, di Alberto B. Mariantoni
"PERICOLO ISLAMICO"?
Il Manifesto dei Cristianisti, http://www.kelebekler.com/occ/mdc.htm
VATICANO, QUESTO SCONOSCIUTO
IL FONDAMENTALISMO MUSULMANO FIGURA SOLTANTO QUARTO IN GRADUATORIA
INTERNET
IN LIBRERIA
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PENSIERO
Non ci lasceremo più trattare da antisemiti o da antiebrei solo per
aver detto che un ebreo è stonato.
Abbé Pierre
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"GUERRA AL TERRORISMO" E DINTORNI
L'inviato speciale di Bush nel Paese è un consulente delle major
petrolifere
Afghanistan, punto a capo
di Mauro Bottarelli
"La Padania"
Quando si dice le coincidenze. Il presidente Bush ha nominato un ex-
collaboratore della compagnia petrolifera americana Unocal,
l'afghano Zalmay Khalilzad, come suo inviato speciale in
Afghanistan. La nomina è stata annunciata il 31 dicembre 2001, nove
giorni dopo che il governo (sostenuto dagli Usa) ad interim di Hamid
Karzai si stanziasse ufficialmente a Kabul. Come consigliere della
Unocal, Khalilzad ha elaborato un'analisi di rischio per il gasdotto
proposto dalla ex repubblica sovietica del Turkmenistan attraverso
l'Afghanistan ed il Pakistan fino all'Oceano indiano. Ha partecipato
ai colloqui fra la compagnia petrolifera ed i funzionari dei
Talebani nel 1997, che già puntavano alla stipula di un accordo nel
1995 per la costruzione di una conduttura attraverso l'Afghanistan
occidentale. Khalilzad inoltre, spinse pubblicamente per una
politica più tollerante da parte del governo degli Stati Uniti verso
i Talebani. Quattro anni fa, in un articolo sul Washington Post,
difendeva il regime dei Talibani contro l'accusa di appoggiare il
terrorismo, scrivendo, «i Talibani non praticano uno stile anti-U.S.
come il fondamentalismo esercitato dall'Iran». Si è visto...
Khalilzad spostò solamente di poco la sua posizione sui Talebani
dopo che il governo Clinton lanciò i missili Cruise americani sugli
obiettivi afghani nel mese di agosto del 1998, sostenendo che i
terroristi sotto la guida di Osama Bin Laden con le sue basi in
Afganistan, erano responsabili per gli attentati alle ambasciate
degli Stati Uniti in Kenia e in Tanzania. Un giorno dopo l'attacco,
la Unocal mise alle strette il consorzio Centgas. Due mesi dopo
abbandonò tutti i progetti per la conduttura in Afghanistan. Gli
interessi per il petrolio cominciarono a guardare verso un governo
post-Talebano e così fecero pure i rappresentanti delle istituzioni
della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ma chi è in realtà
l'inviato speciale di Bush? Nato a Mazar el Sharif nel 1951,
Khalilzad discende dalla vecchia élite dell'Afghanistan. Suo padre
era un collaboratore del re Zahir Shah, che ha governato il Paese
fino al 1973. Khalilzad era un allievo laureato all'università di
Chicago, un centro intellettuale per la destra americana, quando
l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan nel 1979. Khalilzad divenne
cittadino americano, mentre fungeva da chiave di collegamento fra
gli Stati Uniti e i fondamentalisti islamici mujaheddin che
combattevano il regime sovietico - sostenuto a Kabul - l'ambiente
che diede vita sia al regime Talebano che al gruppo di Al Qaeda. Fu
consigliere speciale del Dipartimento di Stato durante il governo
Reagan, spingendo con successo per gli aiuti militari degli Stati
Uniti ai mujaheddin, comprese le forniture di armi, missili anti-
aerei e bombe a mano che hanno svolto un ruolo chiave nella guerra.
Successivamente divenne sottosegretario alla difesa nel Governo di
Bush senior, durante la guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq e
infine passò alla Rand Corporation, una riserva militare d'élite
degli Stati Uniti. Dopo che Bush si insediò rocambolescamente come
presidente, Khalilzad che dirigeva il team per la corsa di Bush-
Cheney per il Dipartimento della Difesa, fu raccomandato per la
segreteria della difesa di Donald Rumsfeld. Significativamente,
però, non fu nominato ad una posizione di sotto gabinetto, che
avrebbe richiesto la conferma del Senato e avrebbe potuto provocare
sospetti circa il suo ruolo come consigliere della compagnia
petrolifera in Asia centrale e mediatore con i Talibani. Fu invece,
nominato al Consiglio di sicurezza nazionale, per il quale non era
necessario nessun voto di conferma. Al National Security Council,
Khalilzad è segnalato a Condoleeza Rice, il consigliere di sicurezza
nazionale, che inoltre è stata al servizio come consulente di una
compagnia petrolifera in Asia centrale. Dopo essere stato al
servizio nel primo governo Bush dal 1989 a 1992, la Rice era stata
nel consiglio d'amministrazione della Chevron Corporation e svolse
il ruolo di esperto principale in Kazakhstan, dove la Chevron
possiede la più grande concessione di tutte le compagnie petrolifere
internazionali. I collegamenti tra l'industria petrolifera di Bush e
di Cheney sono ben noti, ma poco si è detto sui mass media circa il
ruolo prominente che si è giocato nella politica afghana dai
funzionari che hanno raccomandato l'industria petrolifera in Asia
centrale. Uno dei pochi articoli comparsi sui media statunitensi è
apparso sul San Francisco Chronicle il 26 settembre scorso. Il capo
redattore Frank Viviano osservava: «Gli interessi nascosti dietro la
guerra contro il terrorismo si possono riassumere con una singola
parola: petrolio. La mappa dei santuari del terrorismo e degli
obiettivi del Medio-Oriente e dell'Asia Centrale, coincide in modo
straordinario con la mappa delle principali risorse energetiche
mondiali nel ventunesimo secolo... È inevitabile che la guerra
contro il terrorismo sia vista da molti come la guerra in nome delle
americane Chevron, Exxon e Arco; delle francesi Total, Fina, Elf;
della British-Petroleum; della Royal Dutch Shell». Per il resto,
compiaciuto e patriottico silenzio.
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selezione da "Notizie dal mondo", 15-30 novembre
a cura della rivista "Indipendenza" (www.indipendenza.org)
Libano. 16 novembre. «Hezbollah? Un partito politico impegnato in
progetti di alto valore sociale». A sostenerlo in un'intervista al
Daily Star di Beirut di martedì, è l'ambasciatore italiano in
Libano, Franco Mistretta, che chiariva che «l'Italia parteciperà
alla conferenza degli Stati donatori, "Paris II", e supporterà i
progetti di riduzione del debito estero del Libano». Nessun commento
ufficiale dal neo ministro degli Esteri, Franco Frattini. La Tv Al
Manar, degli Hezbollah, ha aperto la propria edizione serale del
notiziario proprio con le parole di Mistretta. Lo scorso 11
settembre questo ambasciatore aveva fatto infuriare il ministero
degli Esteri israeliano per un'altra intervista allo stesso
quotidiano, nella quale sosteneva: «Gli Hezbollah non sono mica
terroristi. È il vicesegretario di Stato americano Richard Armitage
a sbagliarsi, perché quell'organizzazione gioca un ruolo politico e
sociale importante nel sud del Libano e nessuno in Europa e
tantomeno in Italia si sogna di crederli terroristi». Ironizzando
poi sul "problema Hezbollah": «un problema? No, "an annoyance", "una
seccatura", solo per gli israeliani», aggiungendo che ci
sarebbe «lack of evidence» («carenza di prove»), sul fatto che gli
Hezbollah possano essere definiti un'organizzazione terroristica. In
quell'intervista che ha fatto il giro del Medio Oriente, Mistretta,
riferendosi al Libano, ha sostenuto che «è perfettamente naturale
che Italia e Libano abbiano rapporti politici e legami stretti,
perché vengono dai secoli antichi; l'antica via romana, la via
Appia, portava da Roma al porto di Brindisi, poi ripartiva da Byblos
e da lì attraversava la Siria e quindi l'Iraq (...) siamo due rive
dello stesso mare e dividiamo le stesse abitudini di vita».
Italia. 22 novembre. L'ambasciatore statunitense Mel Sembler
consegna al governo italiano una lettera della Casa Bianca. Oggetto
della missiva: le indicazioni sul ruolo dell'Italia in un eventuale
conflitto contro l'Iraq. Oltre alla «disponibilità politica» e
all'«appoggio logistico» di basi navali (Taranto, La Spezia, Napoli)
e aeroporti (Augusta, Aviano, Sigonella; in caso di ulteriori
necessità Gioia del Colle e Trapani Birgi), gli USA chiedono, al
termine del conflitto, reparti specializzati nello sminamento del
territorio e squadre di bonifica per le zone contaminate da agenti
chimico-biologici. Escluso da Washington lo schieramento di soldati
italiani nelle operazioni militari. Un eventuale appoggio logistico
dell'Italia potrebbe riguardare l'impiego di unità di superficie per
il pattugliamento in alto mare.
Cina. 25 novembre. Il missile lanciato il 23 novembre nel deserto
cinese di Taklamakan, nella regione occidentale dello Xinjiang, era
un Dong Feng-31 (un CSSX-9, secondo la denominazione della NATO). Ne
dà notizia l'agenzia Itar-Tass. Il Dong Feng-31 ha una gittata
effettiva di 8 mila chilometri e può essere dotato di una bomba
termonucleare di 2.5 megaton o di tre testate atomiche di 90
chiloton ciascuna. Il Dong Feng-31 è in grado di raggiungere tre
obiettivi nello stesso tempo. Questo modello è uno dei missili
cinesi più poderosi e distruttivi, capace di raggiungere qualunque
città dell'ovest degli Stati Uniti. Utilizza un sistema di
navigazione praticamente non rilevabile dagli attuali sistemi di
difesa statunitensi. Un altro fattore di difficile vulnerabilità
risiede nel fatto che può essere lanciato da una piattaforma mobile.
Facendo riferimento a fonti anonime, Itar-Tass comunica che i
principali obiettivi teorici di questo missile sarebbero i campi
missilistici statunitensi MX e la base dei bombardieri strategici
invisibili B-2 di Whiteman, in Missouri. Un primo lancio era già
stato effettuato nel giugno del 1995, quantunque delle prove fossero
già state messe in atto nel 1992.
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http://www.arcipelago.org/internazionale/GRIMALDI_IRAK.htm
Quello che pubblichiamo di seguito è un reportage in tre parti
effettuato in Irak nella seconda metà di settembre 2002 da Fulvio
Grimaldi, inviato sul posto dal quotidiano "Liberazione". Non ci
sembra di avere letto queste righe sul quotidiano del PRC; le
proponiamo comunque ai nostri naviganti.
BAGHDAD
L'unica manifestazione collettiva di giubilo che io ho visto a
Baghdad all'annuncio dell'incondizionata accettazione degli
ispettori Onu è quella nel ciclopico palazzo dei congressi. Era in
corso l'ottava sessione della Conferenza Internazionale di Baghdad,
un evento che da anni accoglie politici ed intellettuali in
solidarietà con il popolo iracheno e contro l'embargo. I 300
delegati di un centinaio di paesi sono balzati in piedi all'inatteso
annuncio fatto da Tereq Aziz. «Ritorno degli ispettori senza
condizioni» liquida tutti gli alibi dietro i quali si copriva Bush.
Nessuno di coloro che al convegno, nelle sfere istituzionali, o per
strada abbiano sondato sulle prospettive aperte dall'iniziativa
irachena, s'è detto però anche solo un po' fiducioso in una frenata
della macchina da guerra Usa. Anche perché‚ nessuno, che venisse da
Francia o Malaysia, da Germania o Cuba, da Russia o Brasile, da
Sudafrica o Italia, pareva nutrire dubbi sulle vere intenzioni
statunitensi. «Non di ispezioni si tratta per gli americani, malati
di irresponsabile unilateralismo», aveva sintetizzato il senatore
della Margherita Gian Guido Folloni, ministro per i rapporti col
Parlamento nel primo governo D'Alema e oggi presidente dell'Istituto
Italiano per l'Asia, «ma di modifica totale dell'assetto
geostrategico dell'area». E padre Jean-Marie Benjamin, il
francescano francese di Assisi, un prete che più di tutti si è speso
nella denuncia degli orrori dell'embargo genocida, con
un'espressione tra il furibondo e il desolato aveva aggiunto: «La
disintegrazione dell'Iraq è solo l'obiettivo di Bush».
Non meno pessimista Wissam Sleiman, segretario esecutivo della
potente Associazione degli Studenti non Allineati, un organismo che
riunisce giovani di tutti i continenti. «Non cambierà‚ niente, se
non il sostegno popolare per l'Iraq, che crescerà. Figuriamoci se il
governo Bush si fermerà, ora che la macchina da guerra è a pieni
giri».
Un colpo di fortuna e un antico rapporto di interviste ci fa
avvicinare a Tariq Aziz mentre si congratula, in una pausa della
conferenza, con i parlamentari del centrosinistra Folloni e Simoni
per i loro interventi a sostegno della pace e del riconoscimento
della sincerità del governo iracheno. Sarà per protocollo
diplomatico che il protagonista di tutte le vicende internazionali
dell'Iraq da almeno 25 anni non si inserisce nell'orizzonte delle
fosche previsioni tratteggiate da tutti gli altri. «Non mi faccio
molte illusioni su Washington» esordisce colui che è certamente il
consigliere più ascoltato di Saddam, «alla luce di quello che stanno
combinando in mezzo mondo e di ciò che permettono ai loro alleati
israeliani. Piuttosto penso agli europei. Sono loro che hanno più da
perdere dal rullo compressore americano e più da guadagnare da un
mondo arabo ormai fortemente unito e a fianco dell'Iraq, con poche
eccezioni. Personalmente è da sempre che cerco il dialogo con gli
europei. Purtroppo in tempi recenti molte porte si erano chiuse.
Spero che la nostra, davvero generosissima iniziativa le riapra.
L'unica risposta all'aggressività‚ americana dovrebbe essere un
blocco di pace euro-arabo-asiatico».
Chiediamo al vice primo ministro quale fosse l'obiettivo vero
dell'offerta irachena, visto che nessuno crede che possa scongiurare
il programmato sconvolgimento della regione con la guerra globale
americana. «Abbiamo smascherato definitivamente il pretesto per
lanciare l'aggressione: le armi di distruzione di massa che tutti
sapevano non esistere. Gli Usa non pensavano che potessimo adottare
una decisione così coraggiosa e dichiararci disponibili al ritorno
incondizionato di ispettori che hanno menato il can per l'aia per
tanti anni e a collaborare con l'Onu e il suo segretario generale.
Forse non lo credeva neppure l'opinione pubblica mondiale, specie
quel settore che, influenzato dai media statunitensi, insiste a
sospettarci, quando addirittura l'agenzia atomica (Aiea) e Hans
Blix, un uomo da sempre a noi ostile e che dovrebbe guidare le nuove
ispezioni, ci hanno esonerato. Abbiamo messo un bastone tra le ruote
di un mostruoso meccanismo di morte e distruzione e penso che i
popoli amanti della pace lo riconosceranno. Oggi nel mondo c'è forse
un nuovo rapporto di forze, almeno sul piano politico e etico».
Provo ad obiettare pensando alla nostra opinione pubblica. «Qualcuno
potrebbe pensare a mosse tattiche, dilatorie». «Non è nella nostra
indole, né della classe dirigente, né del nostro popolo optare per
tattiche e manovre quando sono in gioco questioni fondamentali, di
principio - mi risponde secco Aziz -. Qui stiamo perdendo le
garanzie del diritto internazionale, della sovranità e, soprattutto,
della pace mondiale. Gli Usa lo sanno ed è per questo che sono
rimasti scioccati dal nostro annuncio e hanno reagito in modo
furibondo, inconsulto, controproducente. Per un minimo di
credibilità‚ ora dovrebbero venire a vedere: da noi non c'è più da
anni l'ombra di armi di distruzioni di massa, né dei loro mezzi di
produzione, né degli stabilimenti. Provino ora a trovare la scusa
per fare dell'Iraq un nuovo Afghanistan. Agli Usa interessa solo una
cosa: il petrolio, ovunque si trovi. Ma quello iracheno non lo
avranno, anche se installassero qui un regime di venduti. Si
ricordino che per quasi un secolo le rivolte contro il colonialismo
inglese sono state ininterrotte, fino alla liberazione».
Scendendo in strada, passiamo davanti a televisori che mostrano
sfilate ed esercitazioni della milizia popolare. Avevamo visto
personalmente anche qualche movimento di reclute, davvero male in
arnese per armi ed equipaggiamento. L'Iraq minaccia militare non
esiste. «Esiste» - dicono i ragazzi negli internet-café‚ nel centro
della città - la determinazione di ogni iracheno di non tornare
colonia. E a Baghdad sarà‚ dura, anche per i marines». Atomica a
parte.
Fulvio Grimaldi
BAGHDAD
Gli USA insistono ad annunciare – ONU o non ONU – la soluzione
finale per l'Iraq gia' negli spasmi dell'agonia. Sharon la sta
portando a termine nei confronti di Arafat e del suo popolo,
kamikaze o non kamikaze. Dal Marocco all'Iran popoli e governi si
aspettano uno sconvolgimento epocale. Ogni giorno che passa il rombo
dell'uragano in arrivo si fa piu' assordante. Tremano le vene a
centinaia di milioni di uomini e donne. Fuorche', a quanto appare,
agli iracheni. Come se niente fosse, incomincia il Festival di
Babilonia e Baghdad assume la sua aria piu' festosa e cosmopolita,
quella che della citta' fondata dagli Abasidi nel 762, governata poi
dal mitico Harun el Rashid per la gloria del califfato, nel X secolo
fu del mondo la metropoli piu' illustre per scienze, arti, studi,
mercati, convivenza civile. Da anni il Festival di Babilonia cerca
di evocare i fulgori di quei tempi con quello che molti considerano
il piu' grande evento artistico del Medio Oriente. Oggi gruppi
arabi, europei ( anche gli italiani dell'Accademia Nazionale di
Danza), asiatici, latinoamericani, africani, che macchiettano di
colori e suoni la citta', danno una mano alla disperata ricerca di
normalita' di un popolo sull'orlo dell'abisso. E' giorno di festa.
Borgatari di Saddam City, poveri, o del tutto miserabili, la risacca
dell'embargo, si riprendono le grandi arterie del centro. Arrivano
con scarcassoni a 4 o 2 ruote, carretti, carrelli, fagottoni in
spalla e lastricano di cianfrusaglie i marciapiedi del lato a 40
gradi (quello opposto, al sole, vibra di 50). Incrociano le gambe
all' ombra delle grandi architetture pubbliche in cui una scuola
rinomata nel mondo ha fuso stilemi da mille e una notte con la
modernita'. Architetture sontuose che stridono con i rottami e
rifiuti tornati a essere merce, esposti ai loro piedi. Una fiera dei
piu' fantasiosi tentativi di sopravvivenza, espressi da una storia
che vanta 6000 anni di civilta', la madre di tutte le scritture,
leggi, musiche, matematiche, organizzazioni sociali, agricolture,
giardini. E' un esercito di straccioni che, con la sua forza di
vivere, sfotte le piu' potenti armate di tutti i tempi, queste si'
chimiche, biologiche e nucleari. Nessuno qui si fa illusioni , ne'
su un ripensamento del « pazzo criminale » Bush e bancarottieri
bombaroli associati, ne' su un intervento alternativo dell'ONU. Ma
nessuno lo da ad intendere. Si vive come se nulla fosse successo e
nulla dovesse succedere. Sui fogli di giornale stesi sul selciato un
papa' accoccolato, con due bimbetti denutriti ma pulitissimi
ronzanti attorno, offre una bambola senza testa, una testa di
bambola senza occhi, un telefono crepato, un paio di prese, un mazzo
di fiori di plastica, due fazzoletti, mezza dozzina di biro, qualche
posata: frammenti di una vicenda famigliare in rovina. Lo Stato
assicura a tutti 2300 calorie al giorno, con un sistema distributivo
che la FAO ha giudicato tra i piu' efficienti e onesti del mondo
(Jutta Burckhardt, 13 agosto 2000). Ma la giacca nuova? La
riparazione del televisore ? Le tegole per il tetto sfondato? Il
pranzo del giorno di festa ? Il viaggio dai nipoti al Sud ? Lo
zainetto scolastico ? Eppure, da quando 18 mesi fa venni con Ramsey
Clark, il cambiamento e' visibile e forte. Ai bus scassati,
residuati pre-guerra con l'Iran e con l'alleanza occidentale, si
affiancano lucidissimi mezzi pubblici giapponesi (il trasporto
pubblico costa 5 vecchie lire, la benzina 20, sanita' e istruzione,
pur falcidiate dall'embargo, restanmo pubbliche e gratuite). Si
smanetta in massa nei nuovi centri internet, nuove piazze con nuove
palme, nuove fontane e nuovi Saddam occhieggiano agli incroci, i
negozi sono pieni di merce, i tabelloni dello stadio, gia' a
pennarello,. sono tornati elettronici e guardano su decine di
migliaia di tifosi. Perfino l'immenso mercato di Saddam City,
borgata di 2 milioni di poveri – molti i profughi sciiti dal Sud
bombardato e uranizzato – trabocca di frutta, verdura, polli,
spezie. Ci sono piu' mendicanti tra la Stazione Termini e Ponte
Sisto che in tutta Baghdad. Poco tempo fa, uscendo dall'albergo,
potevi trovarti attorniato da ragazzini con una dozzina di chewing
gum. Oggi no. E' che non c'e' piu' soltanto il canale del
contrabbando curdo dalla Turchia, pesantemente taglieggiato dai boss
del Nord, che faceva sgocciolare qualcosa anche verso il resto del
paese, dando un po' di lavoro in uno Stato che vanta l'80 per cento
di disoccupazione e lavori di giornata nel settore privato e il 58%
in quello pubblico, gonfiando le tasche di borsaneristi e offrendo
qualche consumo a pochi privilegiati. L'embargo, anche se chiamato
ora "intelligente", lo impongono ancora gli angloamericani – da cui
la catastrofica carenza di farmaci e parti per le infrastrutture di
ogni tipo, tutte di origine occidentale – molto meno russi e
asiatici, per niente i paesi vicini. Accordi bilaterali e linee di
volo civile sono stati realizzati con la Giordania, ma anche con
avversari storici come Siria e Iran che, insieme all'Arabia Saudita,
sentono l'alito di fiele dell' aggressore americano, « questo
sanguinario colonialismo di ritorno », come dice Tariq Aziz, « che
ha in Sharon il suo nevrotico tamburino ». Si ritrovano accomunati
dunque all'Iraq per la comune sopravvivenza e se gli scambi danno
forza alle rispettive economie, cio' dovrebbe – si calcola –
ricostruire un' interlocuzione interessante per un'Europa ansiosa
di rientrare nel gioco mediorientale da cui l'egemonismo
statunitense l'ha estromessa fin dalla Guerra del Golfo. Il disegno
opposto essendo quello della destra israelo-americana centrato sulla
mezzaluna neocoloniale dal Marocco, attraverso la Turchia, alle
repubbliche asiatiche, che Sharon dichiarava essere suo obiettivo
fin dagli anni '80 e che il noto Edward Luttwack, consigliere
dinamitardo della Casa Bianca, ha recentemente rilanciato. Cosi'
sull'Iraq si abbatte il nuovo medioevo dell'assedio per fame, sete e
peste. Inglesi e americani nel Comitato Sanzioni dell'ONU usano
sistematicamente il veto per annullare o ritardare l'attuazione di
contratti conclusi con paesi fornitori nell'ambito dell'accordo-
capestro "petrolio per cibo". La scusa e' spesso il dual use, uso
duplice, per cui si afferma che un vaccino bovino, o un pesticida
puo' servire a fabbricare armi chimiche e una chiave inglese puo'
anche avvitare un detonatore nucleare. In questo modo sono stati
bloccati o sospesi al 19 maggio 2002 ben 2.512 contratti per 7
miliardi e 848 milioni di dollari. Nel solo settore sanitario l'Iraq
ha potuto acquistare beni per appena 1 miliardo e 300 milioni sui 4
miliardi che gli spettavano dalle vendite di petrolio. Ancora peggio
per l' agricoltura : 721 milioni spesi su 2 miliardi e 946 milioni
spendibili. Con il risultato che la produzione agricola e' calata
del 65% rispetto al 1990. E qui hanno inciso anche la negazione dei
pezzi di ricambio per i mezzi meccanici e la, sicuramente non
innocente, costruzione in Turchia di una serie di dighe sui due
fiumi mesopotamici che ne hanno ridotto la portata di quasi un
terzo, strappando alla colltivazione alcune centinaia di migliaia di
ettari. Il quartiere di Al Mustanseria e' il piu' antico di Baghdad.
E' sdraiato sulle due rive di un Tigri le cui banchine sono sempre
piu' alte e il cui corso e' ostacolato da nuovi isolotti che sorgono
dalle acque. L'entusiasmo innovatore e costruttore del governo non
pare riservare spazi alla saalvaguardia di questo tesoro. L'Unesco
potrebbe dichiararlo "patrimonio dell'umanita'" e finanziarne il
restauro, come fa all'Avana. Sara' perche' queste case a due piani
che stringono vicoletti fognati a cielo aperto, con i loro balconi
sporgenti e vestiti di grate a legni intrecciati, sopra portali a
ogiva con bassorilievi dei tempi crociati, ricordano troppe
dominazioni straniere, oggi tornate a incombere. E' un peccato,
anche perche ' gli abitanti, poveri ma consapevoli, si rifiutano di
andare a vivere nei nuovi palazzoni, pur dignitosi, che si allineano
subito a ridosso del quartiere antico, in una specie di metafisica
scenografia moresco-dechirichiana. Frugoletti, saltellanti tra
mattoni millenari per raggiungere l'altezza dell'obiettivo e far
sapere da qualche parte che esistono anche loro, anziani austeri, ma
sorridenti fino all'affettuosita', in jallabia bianca o velo nero
scita, ci accompagnano nel trapasso da pozze di liquami a cortiletti
colonnati. Dove magari ci accoglie un café' nascosto, sotto stuoie
lacerate da venti secolari, con panche impagliate in passati
immemorabili e tavolacci di legno nero su cui si abbattono le carte
di baffuti giocatori a una specie di scala quaranta. No, il ciai, il
te', ve lo offriamo noi, guai ! Sempre e ovunque cosi'. E, fuori, il
pane che fotografiamo mentre lo sfornano da un antro in fiamme ci
ustiona le dita, ma non puo' assolutamente essere pagato. In tutto
il quartiere un campo elettromagnetico di cordialita'. Cordialita'
per noi, di un paese che ha contribuito a bombardarli, affamarli,
diffamarli. Raje ha dieci anni e parlicchia inglese come tutti qui.
Serio e silenzioso, sorridente, ci indica una direzione, ma poi ci
accompagna lasciando giochi e compagni. Ci guida per vicoli e
slarghi, lontano, fino alla Posta, per i francobolli. A titolo di
grazie gli offriamo qualcosa, che so, per un gelato. Risoluto
rifiuta, con la mano sul cuore. Va via, si volta e ci saluta da
lontano con le dita a V. Nel mio video avra' un posto d'onore. Da
li' alla centrale via del commercio, Shara Sadoon, saranno un paio
di chilometri e almeno dodici ritratti del Rais : in piedi, seduto,
in divisa, in doppiopetto, con il fucile, con dei fiori, solenne,
gioviale, spesso con alle spalle simboli sumerici e
assirobabilonesi. Da sempre questo gruppo dirigente indirizza la
memoria del popolo al passato remoto, pagano, oltre quello islamico.
Probabilmente una strategica spinta alla laicita'. Ma di laicita'
parla anche questo mercato della festa araba. Accanto a tortore,
pesci, tartarughine, galli o conigli, sono esposti per la prima
volta cagnetti. Non da guardia o attacco, da amicizia e affetto.
Cani che, per anacronistici retaggi religioso-igienisti, in tutto il
mondo islamico sono considerati impuri. Non si prega nella casa dove
c'e' un cane. Un tempo i cani arrivavano a Baghdad di notte, dal
deserto, randagi, a rovistare tra i rifiuti. Anche la scoperta di un
nuovo compagno di vita e di amore, diverso, molto diverso, e' un
segno di laicita'. Migliore dell'altro.
BAGHDAD
Il giovedi' qui e' la baraonda. E' il giorno in cui la gente
preferisce sposarsi e lo Stato regala a tutte le coppie la notte di
nozze gratis in un bell'albergo. Cosi', negli alberghi di Baghdad,
e' tutto un cozzo di mondi: algerine in fuseau e corpetto, qui per
esibirsi in danze e canti a Babilonia, che si mescolano ai bianco-
neri di spose e sposi, nonche' a fruscianti donne-tenda in nero di
passaggio dall'Iran per pellegrinare verso le citta' sante scite,
Najaf e Kerbala, quelle di Ali, genero di Maometto e rinnegato per i
sunniti. E, di notte, nei giardini e sulle piste da ballo ad
attirare i sensi dei maschi locali sono piuttosto le piroette
ventrali di ragazzine armene assai scostumate (nel senso di costumi
ridotti a quattro laccetti sulla schiena e jeans verniciati sulla
pelle), piuttosto che i tamburi e le trombe che accompagnano il
solenne incedere delle spose allestite come ballerine da carillon.
90 km piu' a sud, il Festival di Babilonia che si svolge sul filo
del rasoio costituito dal limite della zona proclamata dagli anglo-
americani di non volo, ma che ormai e' quotidianamente violata,
anche se a rischio di gran begli schianti, i bombaroli provenienti
dal Kuwait fanno da campanella dell'intervallo. I raid, a partire
dal primo giorno del Festival, sono tornati a essere quotidiani e
prediligono l'ora del tramonto, quando tra i merli delle mura
babilonesi partono le luci degli spettacoli. Attimi di sospensione,
poi tutto riprende come se nulla fosse. Le bombe, di solito, cadono
piu' lontane, tra Najaf e Bassora, a punire gli "amici" sciti che
ancora non si accingono a rovesciare il regime (succede lo stesso
con gli "amici" curdi al nord). Ora l'Iraq ha chiesto al Consiglio
di Sicurezza, non solo di respingere la risoluzione voluta dai
teppisti di Washington, che intenderebbe affiancare agli ispettori
brigate corazzate a stelle e striscie, ma anche di porre un freno a
queste incursioni del tutto illegali.
Intanto al nuovo dossier-burletta (definizione di Ivanov) di Blair,
qui si e' reagito imbarcando tutti i giornalisti britannici,
compreso un portoghese italiano, e facendogli fare il giro dei siti
incriminati. Il piu' minaccioso e' risultato uno stabilimento dove
si fabbricano propellenti per pistole o cannoni. Altrove abbiamo
visto detersivi e farmaci. Ovviamente nulla vieta che li si facciano
fuori, come nel 1998 a Khartum la famosa fabbrica di "armi
chimiche", andata in fumo con tutti i suoi farmaci anti-Aids e
antibiotici e con una trentina di addetti ai lavori. In ogni caso, a
dispetto della gran solidarieta' che l'Iraq va raccogliendo in tutto
il mondo e che ne ha fatto l'"Anti-USA" per eccellenza, tutti
sentono avvicinarsi l'uragano. Ne e' convinto anche Shamel al
Hadithy, direttore generale del Ministero degli esteri, che ci ha
detto:"Gli USA attaccheranno, non c'e' dubbio. E presto, per
impedire un'ulteriore crescita del fronte di pace. Sono pronti in
Kuwait e negli Emirati. Sara' un attacco di sorpresa. Non
aspetteranno novembre o gennaio. Hanno bisogno di mettere tutti
davanti al fatto compiuto. Ora provano solo di far passare quella
loro risoluzione che vorrebbe offrire agli ispettori i pretesti per
dire che creiamo intralci, magari perche' ci opponiamo che mettano
il naso sotto il letto del presidente, o perche' "troveranno" una
bustina piena del loro antrace. Noi comunque vogliamo che vengano e
subito. Li aspettiamo per meta' ottobre e li lasceremo andare dove
vogliono, anche se gli staremo addosso per controllare che non
facciano come l'altra volta, prima che fossero ritirati su ordine
USA per i bombardamenti del dicembre '98, quando spiavano e
seminavano nei campi coltivati larve di locuste".
C'e' una specie di orgogliosa rassegnazione tra gli iracheni di ogni
tipo e livello. Sentono che il loro sacrificio attuale e l'eventuale
catastrofe futura gli fara' adempiere al ruolo storico di cartina di
tornasole della ferocia colonialista americana, a vantaggio di una
definitive presa di coscienza planetaria. Come quei bambini di
Andesen che incrinarono tutte le monarchie gridando "il re e' nudo".
Mi dice Maruan, operaio della raffineria di Baghdad (nata nel 1954,
quasi archeologia industriale, colpita 12 volte, riparata con lo
sputo, carburante per un terzo dell'Iraq, pane per 1800 operai), sul
suo ruolo di bersaglio perenne:"Non ci pensiamo. Non pensiamo
neanche al giorno dopo. Viviamo come se fossimo invulnerabili e
tutto fosse normale. Senno', forse, usciremo matti. E siamo anche
contenti di sfidare con la nostra tranquillita' la ferocia degli
ameericani". Non male come antidoto al panico. Intanto, con ieri,
siamo arrivati a 15.889 incursioni aeree dal 17 dicembre `98.
La pensano cosi' anche i giovani americani di "Voices in the
Wilderness", arrivati qui con il loro "Peace Team", con 40.000
dollari in medicine e la promessa che presto, "prima e durante
l'attacco ne arriveranno ancora mille e molti altri da tutto il
mondo", a fare da scudi umani. E' quello che ci inventammo noi,
col "Ponte per…" nel febbraio del 1998, quando solo un andarivieni
di Kofi Annan svento' l'attacco, anzi, lo rinvio' a dicembre. E
avemmo la solidarieta' di Denis Halliday, rappresentante ONU, poi
dimessosi nel clamore delle sue denunce contro l'embargo genocida.
C'eravamo anche noi all'ospedale pediatrico Al Mansur e c'era
Kenneth Kaunda, il padre della patria dello Zambia, uno dei grandi
della liberazione africana, in procinto di partire per un giro
africano a mobilitare governi e genti contro la guerra: "Una
guerra", dice, "che, dopo i palestinesi, intende mettere in
ginocchio tutte le forze che si oppongono ai progetti strategici USA
di controllo dei territori, delle vie di comunicazione, delle
risorse petrolifere. I popoli hanno conosciuto il colonialismo e se
ne sono liberati. Ci riusciranno di nuovo".
Il Festival di Babilonia e' invece cio' di cui tutti parlano e
s'inorgogliscono. Finisce il 2 ottobre e ospita rappresentanze di 46
paesi, un record. Grande evento culturale del mondo arabo da 12
anni a questa parte, non e' stato sospeso nemmeno nell'anno della
guerra e neppure per la spaventosa devastazione delle sanzioni,
quando l'Iraq, prima dell'autarchica e parzialissima, ma
significativa ripresa di questi due anni, era stato ridotto, come
pronosticato dal segretario di Stato Baker, "all'epoca
preindustriale".
E' inesorabile, pare, la marcia della piu' terribile macchina da
guerra conosciuta da questa regione. Con tanto di armi nucleari
minacciate e chimico-biologiche detenute dal nemico. Ma con questo
Festival, come con tutte le sue manifestazioni di vita e di lavoro,
questo popolo afferma cocciutamente il suo diritto alla normalita'.
La sua volonta' di coraggio. Coraggio che non e' certo sostenuto dai
mitra arrugginiti con i calci scorticati che spuntano tra guardie
del corpo che fanno finta di proteggere il tuffo nella folla del
vicepresidente Taha Yassin Ramadan, a due metri da me e da chiunque
volesse tirargli una coltellata, mentre arriva per aprire il
Festival.
Una grande palla di fuoco era la luna piena sugli spalti delle
millenarie mura di Babilonia. Tutto parte dalla Porta di Ishtar –
dea della vittoria – rifatta dagli archeologi sui resti della
metropoli neobabilonese del primo millennio a.C., celebrata da
Strabone e altri storici greci e amata da Alessandro Magno per le
sue meraviglie ingenieristiche, dai giardini pendenti alle
irrigazioni e fontane al decimo piano di palazzi mastodontici. Da
qui partono per il grande anfiteatro i vari gruppi nazionali lungo
la strada delle processioni, gia' lastricata con un asfalto che
dovette poi attendere qualche millennio per essere reinventato. Ma
prima, all'ombra di quella porta-simbolo di una civilta' che al
mondo regalo' ruota, diritto, scrittura, note musicali, la citta',
una danza di guerrieri sumeri aveva congiunto storia remotissima e
embargo attuale. Lance e archi, un gonnellino azzurro, vasti occhi
neri addosso a cento corpi magri, piu' minuti del dovuto (l'altezza
dei neonati iracheni e' diminuita di 2,5 centimetri, il peso di 400
grammi). Sono figli di contadini, ragazzi delle superiori di Hilla,
come si chiama oggi il paesone agricolo in cui si e' ristretta
Babilonia. Sono tutti indistintamente denutriti da embargo i nipoti
di Hammurabi, il primo legislatore, di Nabuccodonosor, il
conquistatore, di Harun el Rashid, il califfo delle bellezze e dei
piaceri. Ti sorridono quando li inquadri nella telecamera, strizzano
l'occhio. Ma le loro ossa in vista, i loro occhi grandi fanno
rabbrividire.
All'ospedale pediatrico di Al Mansur un loro fratellino muore. Il
terzo di quell giorno. Sono sei in media nelle 24 ore, grazie
all'incrocio tra mal- e denutrizione e contaminazione da uranio.
Taher ha due mesi, la mamma accanto che singhiozza piano, poi altri
letti, altri pianti, qualche papa' muto. E' affetto da glicogenosi:
il fegato assorbe catene di zuccheri, ma non sa piu' romperle ed
espellerle. Il glicogene si accumula e uccide. Da noi un trapianto
facile, qui figurarsi, l'embargo nega perfino le bende: "dual use".
A nord di Baghdad si sta mettendo in piedi una fabbrica per non
essere proprio del tutto dipendenti dai farmaci che in Commissione
sanzioni gli angloamericani negano. Arrivera' troppo tardi per
Taher. Il medico con cui parliamo scatta via sul richiamo di
un'infermiera, si butta sul bambino, gli fa un messaggio cardiaco,
poi gli mette la maschera d'ossigeno, un collega corre per una
fiala, torna dopo interminabili minuti, la fiala non c'e'. Il
bambino se ne va, ci lascia solo il suo corpo bianco. Sono sette
anni che vedo queste scene.
Nel 1987 la fertilita' media era di 6,2 nascite per donna, nel 1999
era scesa a 4,5. L'uranio rende sterili, l'embargo scoraggia. 1990-
1999: il tasso di mortalita' delle partorienti sale da 106 a 295 per
mille, quella infantile da 26,2 a 115,9 su mille. Quella dei bambini
sotto i 5 anni da 30,7 a 159,6. L'embargo uccide l'istruzione:
l'analfabetismo femminile (ovviamente le donne sono le piu'
penalizzate dall'embargo, arrivano al triplo lavoro) e' risalito dal
12% del 1990 al 34,7% del 1997. Quello che l'ONU definisce,
considerando tutti i parametri, l'Indice di Sviluppo Umano (HDI)
aveva collocato l'Iraq – crescita del PIL dell'8% negli anni 80 –
tra i paesi sviluppati, al 70. posto su 160 paesi. Dopo la guerra
del 1991 era sceso al 91. e nel 1999 si trovava al 143. posto.
Dalla Porta di Ishtar la processione babilonese avanza tra algerini
inneggianti a se stessi e che non differiscono da una scolaresca
romana, beduini giordani in candida jallabia e bandoliere
incrociate, olandesi con le cioce, svedesi oppressi da costumi di
lana cotta e con cuffiette alla monaca, italiani con bandierone
tricolore e due gruppi: quello acclamatissimo pugliese
di "TerrAnima", 7 musicisti e 3 danzatori di worldmusic innestata
sulle radici etniche della tarantella, e le 2 ballerine con 4
musicisti dell'Accademia Nazionale di Danza, capeggiati da Enrica
Palmieri e che si esibiscono in un raffinato spettacolo dedicato
alla Palestina e a tutti i popoli cui si negano giustizia e pace.
Sono i piu' recenti di una fila illustre: Battiato, Mau-Mau, Africa
Unite, Avion Travel, tanti altri. Se ne fregano anche loro delle
bombe e delle minacce dei dementi di Washington.
Trionfale l'excursus storico del piu' importante gruppo iracheno: un
casino di folla sulle gradinate percosse dal laser (proibito ma
contrabbandato dal Libano sempre piu' amico), attorno a mezza
dozzina di impettiti vertici dello Stato in divisa, segue a bocca
aperta e con occasionali boati di approvazione la storia delle
glorie della Mesopotamia, nei costumi, nelle musiche, nella danze,
nei mimi, dai sumeri ai tempi della "madre di tutte le battaglie".
Significativa l'assenza di qualsiasi riferimento a temi religiosi,
pur nell'incalzare di una religiosita' di ritorno che fa apparire
gli anni '60 e '70 come una selvaggia emancipazione laica dei
costumi.
Tutti euforici alla fine, i 2000 che hanno festivaleggiato all'ombra
degli F16. Un tempo, quando ci individuavano come italiani, ci
salutavano esclamando "Felice Riva!", poi venne "Paolo Rossi!", piu'
in qua "Roberto Baggio!" . Oggi gridano a qualsiasi
forestiero "Schroeder! Schroeder!" e ridono contenti.
FULVIO GRIMALDI
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LA STORIA CHE NON RACCONTANO
La guerra d'indipendenza irachena
di Claudio Mutti
Con la spartizione del bottino ottomano al termine della grande
guerra, la Gran Bretagna si prese tra l'altro anche la Mesopotamia,
regione ricca di giacimenti petroliferi e tappa indispensabile per i
collegamenti con l'India. Era nato così il mandato britannico,
cui nel 1921 era succeduta la finzione del "Regno dell'Iraq",
affidato al regolo collaborazionista Faysal ibn Hussayn. Alla Gran
Bretagna restava comunque garantito il controllo del paese grazie ad
un trattato che le consentiva di mantenere basi aeree a Habbâniyyah
e a Shwaybah, nonché di utilizzare fiumi, porti, aeroporti e
ferrovie irachene per il transito di forze armate e rifornimenti
militari.
Alla vigilia del secondo conflitto mondiale, governava l'Iraq il
reggente `Abd el-Ilâh, zio del re-bambino Faysal II. Tuttavia nel
paese erano molto forti il sentimento antibritannico e le simpatie
per il Terzo Reich, tanto che proprio a Bagdad si erano rifugiati
numerosi militanti palestinesi e lo stesso Gran Muftì di
Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî. La rottura delle relazioni
diplomatiche con la Germania, decisa dal governo collaborazionista
presieduto dal filoinglese Nûri al-Sa`îd, accrebbe l'impopolarità di
quest'ultimo, che il 21 marzo 1940 dovette rassegnare le
dimissioni.
Gli succedette Rashîd `Alî al-Kîlânî, che aveva già ricoperto
diverse cariche ministeriali. Quando, neanche tre mesi dopo,
l'Italia entrò in guerra a fianco della Germania, al-Kîlânî non solo
resistette alle pressioni inglesi e rifiutò di rompere le relazioni
diplomatiche con Roma, ma vietò la propaganda antitedesca e
ristabilì le relazioni col Giappone. In seguito alla caduta della
Francia e alla battaglia di Dunkerque, il Comitato per il
Coordinamento della Politica Araba, che aveva come animatore il Gran
Muftì di Gerusalemme e annoverava tra i propri aderenti anche al-
Kîlânî e i suoi ministri, diede inizio a regolari negoziati con la
Germania e l'Italia. Un plenipotenziario del Comitato andò ad
Ankara a informare Franz von Papen, ambasciatore del Reich in
Turchia, che il governo iracheno desiderava riallacciare le
relazioni con la Germania e sostenere la lotta dell'Asse contro la
Gran Bretagna, scatenando una nuova rivolta in Palestina. Il 23
ottobre Roma e Berlino trasmettevano una dichiarazione congiunta di
sostegno alla causa degli Arabi: "La Gran Bretagna, che con
crescente preoccupazione vede aumentare le simpatie dei Paesi Arabi
per le Potenze dell'Asse, dalle quali essi attendono la liberazione
dall'oppressione britannica, cerca di opporsi a questo movimento di
simpatia, e in piena malafede afferma che l'Italia e la Germania
hanno l'intenzione di occupare e dominare i Paesi Arabi. Per
controbattere tale maligna propaganda e tranquillizzare i Paesi
Arabi circa la politica italiana nei loro confronti, il Governo
Italiano conferma quanto ha già fatto diramare per radio in lingua
araba, e cioè che esso è sempre stato animato da sentimenti di
amicizia per gli Arabi; che desidera di vederli prosperare ed
occupare tra i popoli della terra il posto rispondente alla loro
importanza naturale e storica; che ha seguito costantemente con
interesse la loro lotta per l'indipendenza, e che, per il
raggiungimento di questo fine, i Paesi Arabi possono contare anche
in avvenire sulla piena simpatia dell'Italia. L'Italia fa questa
dichiarazione in completo accordo con l'alleata Germania"1.
Ma nel giro di pochi mesi si fecero sentire anche in Iraq i
contraccolpi della fiacca condotta della guerra nel Mediterraneo e
dell'offensiva inglese nel Nordafrica: verso la fine del gennaio
1941, al-Kîlânî fu costretto a rassegnare le dimissioni per far
posto all'anglofilo Nûri al-Sacîd. Tuttavia, con la riconquista
della Cirenaica e l'offensiva nei Balcani, le sorti dell'Asse
lasciavano ancora ben sperare, sicché il 1 aprile il
cosiddetto "Quadrato d'Oro", guidato da al-Kîlânî e appoggiato dalla
maggior parte degli ufficiali iracheni, si impadronì del potere e
depose il Reggente. In tutto l'Iraq, le masse popolari
manifestarono il loro entusiasmo; le autorità delle diverse
comunità religiose (Sunniti, Sciiti, Cristiani) dichiararono la loro
solidarietà con il governo; dignitari islamici e militanti
rivoluzionari di altri paesi arabi inviarono messaggi di plauso.
Benché colta di sorpresa, la Gran Bretagna reagì tempestivamente
inviando nel porto di Bassora sette navi cariche di truppe da
sbarco; alcuni giorni più tardi, il 18 aprile, sopraggiunse un
gruppo di brigate anglo-indiane, mentre un battaglione
aviotrasportato veniva dislocato nella base di Shwaybah. Tutti
questi spostamenti di truppe, naturalmente, venivano giustificati da
parte britannica in base al trattato di collaborazione "liberamente
sottoscritto". Ma quando il 29 dello stesso mese altre truppe
coloniali vennero sbarcate a Bassora e alcuni aerei da caccia furono
fatti giungere dall'Egitto, al-Kîlânî intimò al governo inglese di
sospendere l'invio di forze armate in Iraq e, per dare un concreto
segnale della sua risoluzione a difendere l'integrità e
l'indipendenza del paese, dislocò un contingente iracheno nei pressi
della base RAF di Habbâniyyah. L'ambasciatore britannico protestò
contro la violazione del trattato, chiedendo il ritiro delle truppe
irachene e minacciando ritorsioni. Fu così che la mattina del 2
maggio le forze aeree britanniche aprirono le ostilità, mitragliando
e bombardando le postazioni irachene, mentre a Bassora le truppe
coloniali cannoneggiavano la popolazione civile.
Allora le autorità dell'Islam (sia sunnite sia sciite) proclamarono
il gihàd, che fu salutato da manifestazioni popolari in tutto l'Iraq
e in molte città del mondo arabo, anzi, di tutto il mondo dell'Islam
(perfino in Cina).
Le quattro divisioni dell'esercito iracheno, appoggiate da
un'aeronautica di cinquanta velivoli e fiancheggiate da una Brigata
Araba comandata da ufficiali tedeschi, si trovano a combattere
contro i sessanta aerei della base di Habbâniyyah e le sei sezioni
di autoblindo e le otto compagnie motorizzate di Shwaybah,
rafforzate dal continuo affluire di effettivi anglo-indiani. Gli
Iracheni, al fine di privare le armate britanniche del petrolio
indispensabile ai loro movimenti, interrompono l'oleodotto Kirkuk-
Haifa e convogliano il greggio verso la Siria, la quale ha messo i
propri aeroporti a disposizione della Luftwaffe.
L'epicentro degli scontri è l'altopiano di Habbâniyyah, dove gli
Iracheni sono bersagliati dall'aviazione nemica e sono costretti a
ritirarsi, il 5 maggio, verso Fallugia. Per avanzare su Fallugia, i
Britannici trasferiscono dalla Palestina e dalla Transgiordania un
contingente chiamato Habforce, elementi della Legione Araba di Glubb
Pascià e tre squadroni motorizzati della guardia di confine
transgiordana, che però si rifiutano di combattere una guerra
fratricida. Per ostacolare l'avanzata nemica, gli Iracheni
provocano allagamenti nelle zone paludose e sabotano le linee
ferroviarie. Alla fine, però, Fallugia cade in mano agli Inglesi,
nonostante il rifiuto della popolazione di rispondere
all'intimazione di resa.
Nel frattempo la Brigata Araba viene a contatto, nei pressi
dell'oasi di Salah, con le truppe coloniali che arrivano dalla
Transgiordania. Alla Brigata Araba si affiancano anche tribù
beduine che si sono ribellate all'emiro `Abdallâh.
Quanto ai Tedeschi, il 13 maggio sono atterrati a Mossul (800 km. da
Bassora) le due squadriglie di bombardieri e cacciabombardieri agli
ordini del colonnello Werner Junck. Ma la benzina messa a loro
disposizione non è adatta ai motori dei Messerschmitt, sicché gli
aerei tedeschi devono aspettare il carburante dalla Siria! Oltre a
ciò, il maggiore Axel von Blomberg, che dovrebbe dirigere le
operazioni della Luftwaffe in Iraq, il 20 maggio viene colpito
da "fuoco amico". Nonostante tutto, i Tedeschi riescono ad
effettuare alcuni bombardamenti nei pressi di Habbâniyyah. Ma si
tratta di scarsi risultati, se confrontati con le intenzioni di
Hitler, che il 23 dichiara: "Il movimento arabo della libertà
rappresenta in Medio Oriente il nostro alleato naturale contro
l'Inghilterra. A tale proposito è della massima importanza
provocare in Iraq una insurrezione che si estenderà al di là delle
frontiere irachene [...] Per questo motivo ho deciso di accelerare
lo sviluppo degli eventi in Medio Oriente andando in soccorso
dell'Iraq". Ma è troppo tardi. la partita volge ormai in favore
degli Inglesi, che il 29 avanzano su Bagdad, nonostante gli Iracheni
abbiano rotto gli argini dei fiumi per proteggere la loro capitale.
L'occupazione inglese si protrarrà formalmente fino al 1945 e
sostanzialmente fino al 1958, quando il governo collaborazionista fu
abbattuto da un gruppo di militari epigoni di al-Kîlânî.
E gli Italiani? L'intervento della nostra aeronautica si limitò
all'invio di alcuni S 82 carichi di materiale bellico, di qualche S
79 d'appoggio e di una squadriglia di caccia CR 42 agli ordini dei
capitani Bertotto e Sforza, la quale riuscì ad abbattere due Gloster
Gladiator e a danneggiarne seriamente un terzo. L'Italia, comunque,
continuerà ad appoggiare la causa irachena dando asilo a Rashîd `Alî
al-Kîlânî e al Gran Muftì di Gerusalemme, che in un primo tempo
riparano in Iran. "Il popolo iracheno, sotto la guida del governo
da Voi presieduto, -dirà Mussolini rivolgendosi ad al-Kîlânî-
preferiva affrontare una impari lotta anziché sottostare alle
imposizioni britanniche".
Cinquanta e sessant'anni più tardi, nello scontro ancora più impari
che vedrà l'Iraq aggredito dagli USA e dai loro satelliti, ben
diversa sarà la posizione dell'Italia...
Claudio Mutti
1. "La Tribuna di Roma", 2 maggio 1943; "Oriente Moderno", XX,
1940, p.577; L. Hirszowicz, The Third Reich and the Arab East,
London 1966, p. 86 sgg.; E. Rossi, Documenti sull'origine e gli
sviluppi della questione araba, Roma 1944, p. 225; S. Fabei, Guerra
santa nel Golfo, Parma 1990, pp. 73-74.
************************************************
PALESTINA NELLA BUFERA
"JENIN, JENIN": CRONACA DI UN MASSACRO, PER NON DIMENTICARE
www.arabmonitor.info
Milano, dicembre - Il regista palestinese Mohammed Bakri è in Italia
per un tour di presentazione del documentario "Jenin, Jenin"
realizzato la scorsa primavera nell'omonimo campo profughi
palestinese preso d'assalto dagli israeliani. Bombe e bulldozer
hanno ridotto in polvere il campo e massacrato i suoi abitanti. Su
tale crimine di guerra pesa la fondamentale responsabilità di Sharon
che proprio in questi giorni ha replicato la sua impresa nel campo
profughi di Al Bureij, a Gaza, compiendo una strage fra gli abitanti
sotto gli occhi di una sostanziale indifferenza dei governi
internazionali.
Roma, Nuoro, Cagliari, Paderno Dugnano (Milano), Firenze e Torino
sono le tappe italiane che sta percorrendo Bakri e che si aggiungono
a un calendario di proiezioni già concluso in varie città europee e
arabe. Ovunque, al termine della proiezione, la reazione del
pubblico è stata la stessa: un lungo, interminabile minuto di
silenzio di piombo, la difficoltà di rompere quel silenzio con le
domande sollecitate dagli organizzatori. Solo a Tel Aviv e a Padova
(in quest'ultima città su pressioni della Curia locale) l'opera di
Bakri è stata vietata. Arabmonitor ha visto il documentario insieme
al regista; le parole non possono sostituire quello a cui abbiamo
assistito e per la cui realizzazione il produttore, vecchio amico
del regista, ha perso la vita sotto il fuoco israeliano. Ma proviamo
a raccontarlo per i nostri lettori, con una premessa: il film è
realizzato con una pura tecnica documentaristica, le interviste sono
raccolte a caldo, a quattro giorni dal disastro, fra i civili che si
aggirano fra le macerie alla ricerca dei corpi dei loro cari.
Il regista non fa alcuna concessione agli artifici cinematografici.
L'opera, per l'alto livello qualitativo e per il coraggio della
testimonianza, è stata premiata all'ultimo festival del Cinema di
Chartage. Sulla vicenda grava una vergogna internazionale: "Per far
luce sul massacro tramite una commissione delle Nazioni Unite - dice
un testimone - il mondo ha dovuto elemosinare il consenso di
Israele. Che ha detto no, e la commissione Onu non è stata inviata.
Che Bush celebri pure la sua vittoria con il suo amico sanguinario…"
conclude sottovoce alludendo a Sharon. "Tre battaglioni in piena
notte hanno preso d'assalto il campo" - racconta un uomo di 72 anni,
gambe e braccia ingessati - ."Le case erano piene di gente; stavo
dormendo quando ho sentito gli altoparlanti che ordinavano di uscire
dalle case per radunarci in una scuola. Era il caos. Nella fretta
sono caduto e un soldato mi ha ordinato di alzarmi. Non ce la
facevo, e gliel'ho detto". Fa una pausa per ricacciare indietro
lacrime di umiliazione e di rabbia, poi continua: "con disprezzo -
dice - mi colpisce a una gamba e me la spezza, eccola. Hanno
distrutto tutto, e noi ricostruiremo tutto, che lo vogliano o no".
Il suo racconto continua: "vedete quelle ruspe che raccolgono
montagne di stracci?" - chiede. E spiega: "quelli sono gli abiti di
civili palestinesi umiliati fino alla morte. Vedevo mucchi di abiti
per strada e mi chiedevo cosa significassero, poi l'ho capito quando
un soldato mi si è avvicinato ordinandomi di spogliarmi. Ho dovuto
farlo, lui mi derideva. Mi sono rivestito dicendo che alla mia età
per nessuna ragione sarei andato in giro nudo, a costo di pagare con
la vita. Mi ha picchiato; poi ho visto e ho capito: gruppi di
palestinesi, uomini, donne, bambini, bambine, vecchi e giovani
venivano denudati e smistati per essere lanciati come scudi umani
verso le porte di abitazioni da sfondare. Vedevo i bambini disperati
darsi da fare al massimo per obbedire agli ordini dei soldati,
sicuri che così avrebbero avuto salva la vita. Ma poi, dopo aver
sfondato le porte, i soldati sfondavano le loro teste prendendoli e
battendoli ripetutamente contro i muri…" "Per il resto della sua
vita Sharon dovrà fare i conti con quel che ha combinato nel campo
di Jenin", parola di una bellissima bambina palestinese di dodici
anni sopravvissuta al massacro; "darei la mia vita per il campo -
dice con fermezza- e non importa se lo hanno distrutto. Per me il
campo è tutto e lo ricostruirò".
La piccola è una grande speranza per il futuro Stato di Palestina;
parla con tono adulto di come non perdonerà mai a a Sharon quel che
ha fatto. E' una bambina che non piange, ma una volta lo ha
fatto: "Quando ho saputo che Sharon sarebbe venuto in ricognizione
al campo - dice - mi sono sentita così insultata che ho pianto.
Avrei voluto vendicarmi, io non ho paura degli israeliani perché la
loro vigliaccheria è leggendaria." Ma un cedimento momentaneo
tradisce i suoi dodici anni quando sottovoce dice: "Dopo tutto
quello che ho vissuto, che senso posso dare alla mia vita?". La
bambina parla camminando sulle macerie di uno scenario allucinante,
quello del grande campo di Jenin ridotto in briciole dai bulldozer e
dalle bombe. C'è sangue ovunque. I sopravvissuti si aggirano salendo
e scendendo cumuli di distruzione, alla ricerca di persone e
oggetti. Un'anziana donna racconta di come ha visto uccidere il
comandante Abu Jendal, che ha guidato la resistenza palestinese
nella durissima battaglia di Jenin. "Lo hanno legato e gli hanno
sparato", dice evidenziando come si comportano i soldati di David
con i prigionieri di guerra.
"Gli israeliani - racconta il direttore dell'ospedale di Jenin -
impedivano ai medici e alle ambulanze di entrare nel campo. L'odore
dei cadaveri era fortissimo, abbiamo chiesto spiegazioni e ci hanno
risposto che quella parte del campo profughi doveva ancora essere
disinfestata. Poi, dal numero di cadaveri disseminati nei pochi
metri di visibilità che avevamo, abbiamo capito che per loro
disinfestare significava eliminare ogni traccia dei morti." "Alle
tre del mattino - continua - è toccato all'ospedale. Lo hanno
bombardato. Ogni tre minuti i caccia sparavano missili che cadevano
all'interno. Se qualche missile non esplodeva era solo grazie a dio.
Un nostro medico è stato colpito nella sua auto e ridotto a un
ammasso di dieci chili. Ho visto un cecchino sparare su un ragazzino
di dieci anni terrorizzato, che non riusciva a trascinare il suo
corpo; lo ha ucciso." "Hanno colpito mio figlio - racconta un uomo
sui sessant'anni - e mi hanno chiamato. Ma io, padre e medico, non
ho potuto fare nulla per lui. Mi è morto fra le braccia."
Quasi tutti gli intervistati hanno un unico ricordo ossessivo di
quella notte; non riguarda la violenza israeliana bensì l'impotenza
verso chi, morente, chiedeva loro disperatamente aiuto. E un
dispiacere apparentemente secondario ma carico di significati
simbolici: gli alberi distrutti dai bulldozer, ulivi e limoni
divelti con disprezzo dagli israeliani. "Non riusciranno a
sradicarci né ad intaccare la nostra identità - dice un uomo sui
cinquant'anni, con quindici anni di torture subite nelle carceri
israeliane alle spalle, che spinge il passeggino della sua bambina
fra tutta quella desolazione - . Compenseremo le perdite subite
facendo più figli, i vedovi si risposeranno. Io e mia moglie ne
abbiamo già tre, ne faremo nascere presto altri due."
***************
Intervista con un dirigente del Jihad Islami
da http://www.rivistaindipendenza.org/
di Chris Floyd
Riportiamo l'intervista ad un esponente della resistenza palestinese
inserito nella 'lista della morte' israeliana. L'autore è Ali
Samudi, di Palestine Chronicle, che lo ha incontrato tra mille
difficoltà.
Ci sono voluti giorni, se non settimane, per rintracciarlo. Non solo
è difficile contattarlo, ma non puoi evitare di chiederti se una
bomba non scoppierà proprio mentre parla. È sulla lista di morte
israeliana da anni. Sinora sono falliti diversi tentativi di
assassinarlo. È ancora qui, in qualche luogo, con un telefono
cellulare ed una lunga lista di domande. Finalmente riusciamo a
contattarlo.Si chiama Bassam al-Sa'adi. Nato nel 1960, ha fatto
molti lavori, ha molti sogni che sono stati infranti, un figlio ed
una madre assassinati da Israele, una casa demolita, ed un posto in
cima alla "lista nera" di Israele. Al-Sa'adi è un leader del Jihad
Islami in Cisgiordania. La sua presenza viene avvertita nella città
di Jenin, sebbene non sia mai stato visto. Il suo solo contatto con
il mondo esterno avviene tramite un cellulare, da cui non può
parlare a lungo poiché, ci dice, se parlasse per più di 10 minuti
alla volta, l'intelligence israeliana sarebbe in grado di
rintracciarlo ed ucciderlo. Ci sono voluti cinque giorni per
terminare quest'intervista. Non lo abbiamo mai chiamato noi:
chiamava sempre lui quando era possibile.
Al-Sa'adi è nato nel campo profughi di Jenin da una famiglia molto
povera. Dice di amare Jenin, ma che il suo cuore è rimasto ad al-
Mazar. Al-Mazar è il villaggio da cui la sua famiglia fu espulsa nel
1948. "Non ho mai vissuto la Nakba (la catastrofe e l'espulsione in
massa dei palestinesi nel 1948, ndr) ma ne conosco ogni dettaglio,
perché me ne hanno parlato di continuo mio padre ed i vecchi della
comunità". Settimo figlio di una famiglia numerosa, ha avuto una
vita molto difficile, come lo è stata per centinaia di migliaia di
profughi della seconda e della terza generazione. "Volevo diventare
medico, ed arrivai in Europa deciso a perseguire questo sogno.
Questo nel 1981. Dopo anni di duro studio, tornai per due settimane
a visitare la mia famiglia. Gli israeliani rifiutarono di lasciarmi
ripartire. Mi trattennero abbastanza a lungo da farmi espellere
dall'Università. Mesi dopo, riuscii a lasciare la Cisgiordania ed
andai in Giordania, dove mi laureai in storia araba ed islamica".
Fu in Giordania che l'identità islamica di al-Sa'adi cominciò a
prendere forma. Si unì ad un movimento islamico e due anni dopo
tornò in Cisgiordania. A Jenin fondò un piccolo gruppo di giovani
islamici con il compito di educare la gente sulla realtà
dell'occupazione ed instillare in essa lo spirito di resistenza.
Solo un anno dopo si unì al Jihad Islami, dopo un incontro con il
dottor Fathi Shikaki, ex leader del movimento, assassinato dai
servizi segreti israeliani.
Da allora, la vita di al-Sa'adi è stata un continuo alternarsi di
arresti e scarcerazioni. Nell'agosto del 1985, racconta, "fui
arrestato durante una manifestazione di protesta. Guidavo un gruppo
di uomini mascherati, che innalzavano la bandiera del Jihad Islami.
Era la prima parata militare del movimento, in assoluto. Fui
picchiato dai militari per circa quattro ore. Perdevo conoscenza,
poi mi risvegliavo e loro erano ancora lì, che mi picchiavano. Persi
molto sangue. Infine fui trasportato in ospedale. Speravano di
arrestarmi dopo, ma, con loro grande sorpresa, riuscii a fuggire".
Da allora, e fino al 1991, al-Sa'adi è rimasto sulla lista
israeliana dei "più ricercati". Una "unità speciale" israeliana
riuscì ad arrestarlo, e a farlo restare in carcere per 20 mesi.
Quando Israele compose una lunga lista di attivisti della
Cisgiordania e di Gaza da deportare in Libano, al-Sa'adi era uno dei
primi della lista. Insieme a molti altri, visse accampato tra le
montagne libanesi per oltre un anno. Ritornò per essere arrestato
nuovamente. Ha condotto diverse operazioni contro i militari
d'occupazione in Cisgiordania, dice. La battaglia più notevole ebbe
luogo nel 1992, in un luogo della Cisgiordania occupata da Israele,
in un piccolo villaggio chiamato Anzà. Anche l'Autorità palestinese
l'ha arrestato diverse volte, per diversi mesi, rifiutando però
sempre di consegnarlo ad Israele.
La moglie di al-Sa'adi, Um Ibrahim, ha dichiarato che la sua vita
ruota intorno alle visite fatte a suo marito in carcere. Questi sono
gli unici momenti che hanno senso, nella sua vita. "Non gli ho mai
chiesto di smettere di lottare. La sua lotta è nobile e giusta, e
solo questo pensiero mi dà la forza di andare avanti", ha detto.
Durante l'invasione di Jenin dell'aprile 2002, e le successive
atrocità commesse dall'esercito israeliano nel campo, al-Sa'adi era
uno di quelli da uccidere, e fu colpito, ma rimase solo ferito. Al-
Sa'adi racconta che la sua mamma settantaduenne fu interrogata da
agenti dei servizi segreti israeliani. "Fu trattenuta a lungo, la
interrogarono e la minacciarono. Neanche la sua età avanzata li
commosse. Le dissero che mi avrebbero ucciso. Non riuscì a reggere
lo stress e morì durante l'interrogatorio".
Suo figlio, il sedicenne Abdelkarim, fu ucciso dall'esercito
israeliano durante un raid. Al-Sa'adi non c'era, quando il giovane
fu ucciso. Ma le migliaia di persone che parteciparono al suo
funerale rimasero colpite dalla risolutezza delle sue parole durante
l'orazione funebre per suo figlio, trasmessa da altoparlanti
attraverso un cellulare. "Mio figlio è un eroe, morto per una causa
nobile, per la causa della Palestina e della dignità del suo popolo.
Ringrazio Dio di avermi fatto vivere abbastanza a lungo da poter
essere testimone del coraggio dei miei figli. La Palestina è piena
di figli come il mio".
Dopo anni vissuti di corsa, al-Sa'adi ha parlato con noi,
rispondendo alle nostre domande, dieci minuti alla volta.
A che punto è l'intifada, la rivolta palestinese, all'inizio del suo
terzo anno?
Il popolo palestinese sta comprendendo, più che mai, che la
resistenza, l'unità e il rigetto dei cosiddetti "accordi di pace"
devono diventare la nostra strategia. Ritornare ai negoziati ci
strangolerebbe nuovamente, e sempre più. Non abbiamo altra opzione
se non quella di restare uniti e di resistere. Il nostro popolo ha
già rinunciato a ritornare a quel tipo di negoziati. Il nostro
popolo ha imparato dall'esperienza degli anni passati e non vuole
più "soluzioni" del genere, negoziatori di parte e summit arabi; il
nostro popolo non permetterà più ad alcuno di fare compromessi sui
suoi diritti.
Ho letto alcune biografie di leader sionisti, i quali affermavano
che loro desiderio era gettare le armi ed arrendersi, ma gli arabi
si arrendevano sempre prima. Ecco perché noi desideriamo che
l'Intifada continui. L'esperienza della resistenza palestinese,
specie in questo periodo, dimostra che noi abbiamo una volontà forte
ed una visione, abbastanza per permetterci di continuare a lottare.
Ciò che chiediamo è che tutte le fazioni palestinesi raddoppino i
loro sforzi in supporto del popolo palestinese, e che questo
rafforzi la sua risolutezza nell'acquisire una chiara strategia di
resistenza. Noi chiediamo al mondo arabo di sostenerci durante
questo sforzo immane. Devono ricordare che la nostra sconfitta è una
sconfitta per tutto il mondo arabo e per l'umanità in generale.
Dal suo punto di vista, crede davvero che Israele sia interessato a
cancellare gli accordi di Oslo ed a smantellare l'Autorità
palestinese (Ap)?
Il regime sionista non vuole alcuna autorità nazionale indipendente
che rappresenti la volontà e le aspirazioni del popolo palestinese.
Non vuole una forte entità palestinese che difenda i suoi diritti ed
i suoi luoghi sacri. Comunque non credo che vi sia stata la
decisione di rovesciare l'Autorità palestinese, non lo credo
affatto. Quello che Israele vuole è riformare l'Autorità
palestinese, per trasformarla in un'altra milizia Lahad (una milizia
libanese guidata dal Generale maggiore Antoine Lahad, alleata di
Israele durante la guerra civile libanese e l'invasione israeliana),
il cui compito sarebbe solo quello di obbedire agli ordini e
predefinire i piani di occupazione. Nonostante il fatto che non
condividiamo molte delle catastrofiche scelte dell'Autorità
palestinese, non credo che l'Autorità possa eseguire queste fantasie
sioniste. Non abbandonerà le aspirazioni del popolo palestinese, che
sono il fulcro della sua esistenza. Non credo che l'Ap possa mai
diventare un'altra milizia Lahad.
Come descriverebbe l'attuale rapporto tra il movimento del Jihad
Islami e l'Autorità palestinese?
Il rapporto è governato dal diritto a resistere e combattere
l'occupazione, e di aderire ai principi fondamentali del popolo
palestinese. Tutti i tentativi fatti dal nemico di minare la nostra
unità falliranno. La strategia del Jihad Islami è basata sulla
resistenza all'occupazione. Più l'Autorità si avvicina alla
resistenza, migliori saranno i nostri rapporti.
Ma ogni tanto avvengono pericolosi incidenti, come i recenti scontri
a Gaza, in cui sono morte diverse persone, e che alcuni considerano
come una prova generale di guerra civile. Come tali episodi
condizionano i rapporti del movimento Jihad Islami con l'Autorità
palestinese?
Dobbiamo affrontare questi tragici incidenti con grande senso di
responsabilità, senza reazioni emotive che servirebbero solo
all'occupazione. Abbiamo costituito commissioni che investigheranno
su questi disaccordi. Queste commissioni lavorano secondo la
consapevolezza nazionale che la resistenza deve confrontarsi solo
con gli occupanti, mai con altri palestinesi. Io credo che i recenti
scontri a Gaza non danneggeranno la nostra lotta, perché il nostro
popolo ha esperienza e sa come rifuggire da simili tragedie. Il
nostro popolo sa benissimo come sabotare i piani israeliani di
guerra civile. Il nostro popolo continuerà l'Intifada.
Vi è un dibattito doloroso all'interno delle fazioni palestinesi,
del mondo arabo e tra gli intellettuali riguardo gli attacchi
kamikaze. Lei crede che gli attacchi kamikaze siano utili alla lotta
palestinese, all'Intifada?
Considerando la schiacciante supremazia militare sionista ed il modo
barbaro in cui essa viene usata, la resistenza palestinese non ha
altra scelta. Non abbiamo altre opzioni, se non quella di inventare
nuovi metodi di resistenza che bilancino l'equilibrio del terrore.
Coloro che chiedono la fine di questi attacchi sono nemici del
nostro popolo e rappresentano gli interessi sionisti ed americani.
Dovrebbero smetterla di criticare, e darsi da fare per supportare
questo popolo innocente, vittima dell'oppressione di una
superpotenza.
Qual è la condizione della resistenza palestinese nella città e nel
campo profughi di Jenin? L'attacco israeliano di aprile ne ha
stroncato la resistenza?
La resistenza non è stata stroncata né a Jenin, né nel suo campo
profughi né nei villaggi circostanti. Proprio pochi giorni fa,
quando i sionisti vi hanno effettuato un raid, vi sono stati scontri
intensi. Molti combattenti hanno affrontato l'esercito di
occupazione, minando i piani israeliani di arrestare molti
attivisti. Con molta onestà le dirò che i massacri di aprile non
hanno sradicato la resistenza: anche durante l'attacco dell'esercito
israeliano, i combattenti di Jenin erano lì, pronti a difendere la
propria terra.
Si sentono di continuo richieste affinché l'Autorità sia riformata.
Come vede il problema delle riforme e delle elezioni?
La situazione palestinese ha davvero bisogno di riforme serie,
purché tali riforme non siano dettate da Israele. L'Autorità
palestinese ha commesso un errore escludendo dai suoi ranghi
elementi della resistenza. Ci devono essere riforme, ma senza alcuna
interferenza estera. Le riforme devono restare nell'ambito del
programma di resistenza. Questa è la vera strategia che i
palestinesi non possono permettersi di sciupare.
Come vede la decisione del presidente americano di riconoscere
Gerusalemme come capitale di Israele?
Se non fosse per gli Stati Uniti, l'entità sionista non sarebbe
capace di camminare con i suoi piedi. Il supporto americano ad
Israele si è intensificato negli anni '60 e '70 fino a raggiungere
il picco massimo nell'era Reagan, il quale fece di Israele il
partner strategico degli USA. Bush ha continuato su questa linea,
fino a far diventare gli USA un burattino nelle mani di Israele, che
fa tutto ciò che questo gli chiede. Ma la decisione del presidente
Bush non ha alcuna capacità di cambiare la verità, né la storia.
Come valuta la condotta del Jihad Islami durante l'Intifada
dell'Aqsa?
Il movimento è cresciuto e si è rafforzato perché la chiarezza è la
nostra strategia. Il movimento del Jihad Islami è molto vicino alla
visione, agli obiettivi ed al sacrificio del popolo palestinese.
Abbiamo sacrificato oltre cinquanta martiri della nostra leadership
e dell'ala militare durante quest'intifada. Abbiamo avuto un ruolo
importante nella resistenza del campo profughi di Jenin.
Che messaggio invierebbe agli abitanti d'Israele?
Sharon vi sta portando al disastro, al confronto con l'intero mondo
arabo ed islamico. I crociati fallirono prima di voi, ed anche la
vostra macchina da guerra fallirà.
Non ha paura per la sua vita?
Non vi è alcuno, al mondo, che non abbia paura, di una cosa o
dell'altra. Ma quando si ha fede in Dio e si crede nel destino, e
dopo che si resiste da quindici anni, il livello di paura scende ...
fino a scomparire del tutto.
Ma lei ha una famiglia. Suo figlio è stato ucciso e la sua famiglia
sta soffrendo. Non pensa di mollare la lotta?
Il nostro popolo ha bisogno di ogni persona virtuosa. Tutti abbiamo
la capacità di resistere e sacrificarci. Questa è una missione
onorevole, più importante della vita individuale. Come possiamo
avere paura dell'occupazione e delle sue minacce quando i nostri
figli sono profughi, quando Gerusalemme viene violentata ogni giorno
e con la morte che incombe sulle nostre teste in ogni luogo? La mia
vita è nelle mani di Dio, non di Israele. Continuerò, non mi
arrenderò mai.
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NOTIZIE DAL "CORTILE DI CASA"
da "Notizie dal mondo", 15-30 novembre
a cura della rivista "Indipendenza" (www.indipendenza.org)
Venezuela. 21 novembre. Il capitano dell'esercito Pedro Sánchez
Bolívar attacca i militari golpisti di Altamira, con i quali si era
unito lo scorso 22 ottobre. Lo fa parlando a Unión Radio.
Diversamente dalla soluzione «democratica» che gli sarebbe stata
prospettata, il capitano dichiara che la presenza di armi e
l'accordo segreto tra il generale di divisione, Enrique Medina
Gómez, ed il dirigente sindacale, Carlos Ortega, volto a proclamare
scioperi generali per creare disordini e violenza, mirano ad un
rovesciamento violento e a precipitare il paese in una guerra
civile. «Il 14 novembre il generale Medina Gómez mi ha ordinato di
lanciare bombe contro installazioni militari e di assassinare uno
dei dirigenti di un partito d'opposizione al fine di far ricadere le
responsabilità sul governo di Hugo Chávez Frías». Denuncia inoltre
di aver visto con i propri occhi che i golpisti ricevono notevoli
quantità di denaro, la cui provenienza non è in grado di chiarire.
Pur in disaccordo con Chávez, il capitano ritiene che il cambiamento
debba avvenire per via democratica. «Sono stato leale e continuo ad
essere leale a certe idee (…) Ma non sono un assassino, né intendo
fare alcunché contro la mia coscienza». Infine ha denunciato di
essere stato minacciato di morte da un capitano che si trova al
presidio permanente degli oppositori di Chávez in Plaza Altamira e
di aver replicato ai capi presenti di ritenerli responsabili per
qualunque cosa possa accadere a lui o alla sua famiglia. Sánchez
Bolívar aveva partecipato al tentato golpe dell'11 aprile ed è sotto
inchiesta per aver lanciato una bomba lacrimogena nella Comandancia
General dell'esercito lo scorso agosto.
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BENVENUTI NEL "1984"
How mobile phones let spies see our every move.
Government's secret Celldar project will allow surveillance of
anyone, at any time and anywhere there is a phone signal
Le journal The Observer rapporte que le ministère de la Défense
britannique (MoD) finance un projet qui permettra de pister en temps
réel le déplacement d'un objet mobile (un individu ou une voiture,
par exemple) presque partout au Royaume-Uni.
Le système, appelé Celldar, est constitué d'un récepteur qui est
fixé aux antennes GSM, qui émettent les ondes radio jusqu'à nos
terminaux téléphoniques portables.
Ce récepteur capte les ondes radio qui ont été émises par l'antenne
et réfléchies sur des objets, puis il filtre les ondes provenant de
la réflexion sur les objets immobiles, comme les arbres ou les murs.
Apparemment, les ondes réfléchies ont une énergie suffisante pour
permettre au système de fonctionner en radar, contrairement a ce
qu'on pensait jusqu'a présent, et l'équipement fixe sur les antennes
GSM n'a pas une taille trop importante.
Les chercheurs travaillant sur le projet essaient actuellement de
donner au système la capacité de "voir a travers les murs", comme
les rayons X le permettent.
Le ministère de la Défense britannique (MoD) souhaite équiper les
antennes GSM du dispositif Celldar aussitôt que les ressources le
permettront, et a déclaré que Celldar était destiné à la lutte anti-
terroriste et à l'optimisation du trafic routier.
Mais les différentes organisations pour la défense des libertés
individuelles ont condamné le projet, accusant le gouvernement
britannique de profiter des craintes actuelles de la population.
Pour l'instant, les prototypes développés permettent de pister un
objet mobile dans un rayon de 100 mètres autour de l'antenne, mais
les chercheurs pensent pouvoir augmenter ce rayon rapidement.
The Observer, Jason Burke and Peter Warren, Sunday October 13, 2002
Secret radar technology research that will allow the biggest-ever
extension of 'Big Brother'-style surveillance in the UK is being
funded by the Government.
The radical new system, which has outraged civil liberties groups,
uses mobile phone masts to allow security authorities to watch
vehicles and individuals 'in real time' almost anywhere in Britain.
The technology 'sees' the shapes made when radio waves emitted by
mobile phone masts meet an obstruction. Signals bounced back by
immobile objects, such as walls or trees, are filtered out by the
receiver. This allows anything moving, such as cars or people, to be
tracked. Previously, radar needed massive fixed equipment to work
and transmissions from mobile phone masts were thought too weak to
be useful.
The system works wherever a mobile phone can pick up a signal. By
using receivers attached to mobile phone masts, users of the new
technology could focus in on areas hundreds of miles away and bring
up a display showing any moving vehicles and people.
An individual with one type of receiver, a portable unit little
bigger than a laptop computer, could even use it as a 'personal
radar' covering the area around the user. Researchers are working to
give the new equipment 'X-ray vision' - the capability to 'see'
through walls and look into people's homes.
Ministry of Defence officials are hoping to introduce the system as
soon as resources allow. Police and security services are known to
be interested in a variety of possible surveillance applications.
The researchers themselves say the system, known as Celldar, is
aimed at anti-terrorism defence, security and road traffic
management.
However civil liberties groups have been swift to condemn the plan.
'It's an appalling idea,' said Simon Davies, director of Privacy
International. 'The Government is just capitalising on current
public fears over security to intoduce new systems that are neither
desirable nor necessary.'
The system, used alongside technology which allows individuals to be
identified by their mobile phone handsets, will mewan that
individuals can be located and their movements watched on a screen
from hundreds of miles away.
Prototypes have been effective over 50 to 100 metres but the
developers are confident that range can be extended.
After a series of meetings with Roke Manor, a private research
company in Romsey, Hants, MoD officials have started funding the
multi-million pound project. Reports of the meetings
are 'classified'.
Whitehall officials involved in radar confirmed that the MoD
was 'very interested' last week. 'It's all about resources now,'
said one.
Private security specialists have also welcomed the new technology.
'It will be enormously useful,' the director of one private security
firm said. 'Instead of setting up expensive and cumbersome
surveillance equipment, police or the security services could start
work quickly and easily almost anywhere.
'For tracking a suspect, preventing a potential crime or a terrorist
strike or simply locating people [the system] has enormous
advantages.'
It is likely that the technology would be used at first to protect
sensitive installations such as ports and airfields.
The perimeter of a nuclear power station or an RAF base could be
watched without having a bank of CCTV screens and dozens of
expensive cameras.
If the radar picked up movement then a single camera could be
focused on a specific area.
Celldar could also monitor roads when poor visibility due to bad
weather rendered cameras useless.
'The equipment could pick up traffic flows towards an accident site
and the details of a crash; who is where and so on,' said Peter
Lloyd of Roke Manor.
Lloyd also outlined a number of military applications for the
technology. Individual armoured vehicles or even soldiers could
carry the detectors which could tell them where enemy troops were.
Security specialists point out how useful personal radars would be
in siege situations. However there are significant concerns that the
technology might be abused by authorities or fall into the wrong
hands.
'Like all instrusive surveillance, we need to be sure that it is
properly regulated, preferably by the judiciary,' said Roger Bingham
of Liberty.
Bingham expressed concerns that the new equipment, which would be
virtually undetectable, could be used by private detectives or
others for personal or commercial gain.
Modern technology has brought massive opportunities for wider
surveillance. Since the 11 September terrorist attacks on Washington
and New York, the government has been pushing through a package of
anti-terrorism legislation which targets electronic communications.
Senior police officers are now allowed to access mobile telephone
and email records without judicial or executive assent. Within two
years, all mobile phones are expected to have satellite-locating
devices built into them.
à Source:
http://www.observer.co.uk/libertywatch/story/0,1373,811152,00.html
**************
Les visages des Canadiens dans une base de données
Canoë, 19-11-2002
Le gouvernement fédéral a créé une base de données comportant les
photos numériques des 10 millions de Canadiens détenant un
passeport, a rapporté le quotidien ontarien Hamilton Spectator,
mardi.
La banque d'images sera utilisée dans le cadre d'un projet pilote
d'identification biométrique pour prévenir l'obtention frauduleuse
de passeports. Le but de l'entreprise est d'éliminer les imposteurs
qui tentent d'obtenir plus d'un passeport avec des noms différents,
a expliqué Marina Moraitis, du Bureau des passeports à Ottawa.
À l'aide de cet outil, qui recense la photo de chaque homme, femme
et enfant dont l'image apparaît sur un passeport, les autorités
fédérales pourront comparer la photo d'une personne et voir si
plusieurs noms s'y rattachent, ou la comparer à celles des fichiers
terroristes, des avis de recherche policiers et d'autres bases de
données.
Le Bureau des passeports numérise présentement les photos qu'il
détient et exigera le printemps prochain que toutes les demandes
soient assorties de photos numériques.
Selon des représentants de l'industrie biométrique, Ottawa tente
ainsi de satisfaire Washington, qui a entériné une loi requérant de
chaque pays ami de faire appel à la biométrique - la reconnaissance
faciale, anthropométrique ou oculaire - d'ici l'automne 2003.
Ian Drummond, président d'Imagis Technologies, une firme de systèmes
biométriques de Vancouver, croit que le besoin de sécurité des
Américains influence les réactions canadiennes. «Les États-Unis
préconisent la ligne dure et nous devons nous y ajuster», a ajouté
M. Drummond.
La semaine dernière, le ministre de l'Immigration, Denis Coderre,
avait lancé l'idée d'une carte d'identité basée sur la
reconnaissance biométrique. Selon Marina Moraitis, on ne sait pas
encore si la biométrique sera utilisée sur tous les
passeports. «Aucune décision n'a été prise à ce sujet, mais cela n'a
rien à voir avec les demandes américaines.» (PC)
à Source :
http://www2.canoe.com/infos/national/archives/2002/11/20021119-
152032.html
à The Hamilton Spectator, Ottawa creates passport database, Nov. 19,
Joan Walters:
http://www.hamiltonspectator.com/NASApp/cs/ContentServer?
pagename=hamilton/Layout/Article_Type1&call_pageid=1014656316146&c=Ar
ticle&cid=1037660554357
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OPINIONI
Proponiamo un articolo di John Kleeves del marzo 2001 che, come
quasi tutti i suoi scritti, non risente dei quasi due anni trascorsi.
IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE
E LA TRUFFA DEL DITTATORE MATTO
di John Kleeves
C'è un clichè che ogni tanto si ripete : in un Paese del Terzo Mondo
un dittatore comunemente definito filo americano, o filo
Occidentale, e noto per le sue iniziative pubbliche stravaganti e
spendaccione, viene rovesciato da una rivolta popolare e fugge con
la cassa ; la cassa sono conti correnti esteri intestati a lui o a
familiari dove si trovano somme astronomiche, che poi risultano
sempre di importo quasi pari al debito contratto dal Paese col Fondo
Monetario Internazionale. Avvenne così con tutti, e giusto ricordo
Fulgencio Batista di Cuba, Jean Claude Duvalier di Haiti, Anastasio
Somoza del Nicaragua, Ferdinando Marcos delle Filippine, Mobutu Sese
Seko del Congo, Suharto dell'Indonesia. Marcos aveva nei suoi conti
esteri 20 miliardi di dollari, Mobutu 10, Suharto addirittura 70 ;
in ogni caso erano cifre vicine appunto al debito dei loro Paesi,
anzi tutte attorno alla stessa quota del medesimo, il 90%. C'è lo
scandalo internazionale : Che razza di disonesto, ha intascato i
prestiti del Paese ! Il FMI è dispiaciuto, comprende, ma il credito
con il Paese rimane, e questi dovrà continuare a onorarlo ; gli
verrà magari incontro dilazionando le scadenze, nel mentre che
naturalmente bisogna continuare a pagare gli interessi ogni anno.
Intanto l'ex dittatore matto e ladro è indisturbato da qualche parte
e non si riesce né a estradarlo né a sequestrargli i conti.
Incerti della vita ? Conferme dell'immaturità politica di certi
Paesi ? Niente affatto. Abbiamo uno stesso copione che gira, con
nomi, date e cifre diverse : è una truffa standard del Fondo
Monetario Internazionale. Vediamo di inquadrare questo Ente.
Il FMI è stato creato dagli USA nel 1948, una data che ricorda
l'inizio della Guerra Fredda. Doveva essere un istituto
plurinazionale, che faceva da banca alle Nazioni. In realtà gli
americani lo congegnarono in modo da poterlo dirigere e fargli fare
ciò che volevano. Si attribuirono il 19% delle quote e ne
assegnarono il 6,6% alla fida Gran Bretagna, polverizzando il resto
fra gli altri Paesi partecipanti, che oggi sono 153 : per il FMI gli
USA così sono gli " azionisti di riferimento ", quelli che anche
senza detenere la maggioranza assoluta del pacchetto controllano
però di fatto l'azienda vista la dispersione degli altri soci. Ciò
si è concretizzato nel fatto che il Direttore Generale del FMI,
quello che all'atto pratico lo gestisce, è sempre stato americano.
La carica di Presidente invece, quasi una figura onoraria, è sempre
stata affidata a uno straniero, per ragioni di facciata. Cosa doveva
fare - cosa deve fare - il FMI per gli americani ? Doveva - deve -
essere un altro strumento per il loro neocolonialismo, agevolarli
ulteriormente nello sfruttamento delle loro neocolonie.
Come procede infatti il FMI ? Lo sanno tutti. Concede prestiti ma -
ostensibilmente allo scopo di garantirsene il rimborso - spinge per
delle precondizioni di politica economica interna, che sono sempre
le stesse : riduzione del deficit pubblico con tagli alle spese
sociali, alla sanità, alle pensioni ; divieto di influire sui
prezzi, sui salari, sui cambi ; riduzione dei diritti e dei
controlli sindacali ; abolizione di qualunque dazio sulle
importazioni perché la ricetta dell'economia è - dice - la libera
concorrenza interna ed estera. Non c'è la volontà di garantirsi il
rimborso del prestito : c'è l'intenzione di scardinare ancora di più
il Paese, di renderlo ancora più indifeso di fronte al commercio
internazionale, là dove, guarda caso, dominano le Multinazionali
americane. Poi ovviamente c'è qualcosa anche per le altre,
dell'Europa e del Giappone, ma il grosso è americano garantito.
Quale Paese infatti accetta condizioni capestro del genere, che lo
immiseriscono senza scampo ? Solo le neocolonie americane ! Il
sistema è solo per loro, che hanno un governo già acquiescente, per
avere un'altra scusa per spremerle ancora di più. Poi il FMI fa
anche prestiti a certi altri Paesi, ad esempio alla Russia, senza
ottenere quelle precondizioni ; ma sono diversivi, sono l'attività
di copertura.
E quando queste neocolonie americane hanno - non giusto un governo
fantoccio come di solito - ma un dittatore fantoccio, c'è
l'occasione per una spremitura ancora più grande : per una truffa !
Lo schema è quello che si è già intuito. Il dittatore deve fingersi
stravagante, megalomane ; in breve, matto. Egli deve accendere un
prestito enorme presso il FMI, a nome del Paese, per realizzare
faraonici progetti di sviluppo ; naturalmente accetta tutte le sue
condizioni di politica interna. Questi progetti non sono mai
realizzati, perché il dittatore - fingendo di rubare - deve
trasbordare il grosso della somma su suoi conti all'estero, sempre
presso banche americane o comunque controllate dagli americani ;
alcune quote, per accontentare dei soci, possono essere sistemate
presso altre banche, ad esempio in Gran Bretagna o Francia. Col
rimanente il dittatore beneficherà sé stesso, elargirà tangenti ai
suoi accoliti locali, e finanzierà effettivamente qualche impresa
pubblica minore, che - si intende - vedrà come appaltatrici delle
Multinazionali in maggioranza americane. Il prestito non deve mai
essere restituito : è solo la sua esistenza a permettere la
situazione. Devono invece essere pagati ogni anno gli interessi, per
tenere il Paese in costanti difficoltà finanziarie, e perché sono
soldi. La mancata restituzione del prestito non è certo un problema
per il FMI : in realtà lui non l'ha mai fatto, perché le cifre
stornate dal dittatore sono nelle sue banche, a sua disposizione !
Il gioco è fatto, e nelle intenzioni del FMI la cosa deve continuare
così per sempre. Immaginate : senza praticamente tirare fuori un
soldo, con un prestito fantasma a un dittatore " matto ", il FMI
apre un Paese alle Multinazionali americane, incassa una rendita
annua reale, chiamandola " interessi ", e vanta un credito reale
anch'esso per l'intero importo del prestito fantasma ! Non sono
straordinari questi americani ?
La prova di tutto questo ? Si ha quando il dittatore viene
rovesciato, un evento che può sempre capitare anche col più perfetto
e protetto dittatore fantoccio filoamericano del mondo ( poi si
rimedia, o con un altro dittatore o con un governo, sempre fantoccio
certo ). L'uomo infatti si rifugia da qualche parte ma - guarda - fa
sempre una vita non solo ritirata, ma anche MODESTA. Con le cifre di
cui è l'accreditato possessore - 10, 20, 70 miliardi di dollari ! -
potrebbe fondare imperi economici, comprare la Bank of America, e
invece sembra un pensionato, se va bene in una villa, e i figli, se
li ha, finiscono immancabilmente in miseria. Come mai ? Perché
quelle cifre erano sì su conti intestati a lui, ma non erano
realmente a sua disposizione : lui era solo un prestanome. E quando
viene rovesciato non può certo incassare. Figuratevi se gli
americani lasciano che certa gente, gente fatta da loro, si intaschi
miliardi dei loro dollari.
A proposito : l'Italia ha per caso " ottenuto " prestiti dal FMI ?
Dite di si ? Guardate bene all'operazione allora, perché l'Italia
non è la Russia. Anzi, è una neocolonia americana di prima grandezza.
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----- Original Message -----
From: Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi
To: Undisclosed-Recipient:;
Sent: Tuesday, December 10, 2002 4:33 PM
Subject: Comunicato Stampa - La notte del crimine o notte di Erode:
2 espianti e 8 trapianti su bambini
LEGA NAZIONALE CONTRO LA PREDAZIONE DI ORGANI
E LA MORTE A CUORE BATTENTE
24121 BERGAMO - Pass. Canonici Lateranensi, 22
Tel. 035-219255 - Telefax 035-235660
negrello.lega@...
www.antipredazione.org
C.C.P. 18066241
nata nel 1985
COMUNICATO STAMPA
Anno XVIII - n.24
10 dicembre 2002
LA NOTTE DEL CRIMINE O NOTTE DI ERODE
SOTTO IL RICATTO DI PRODUTTIVITA' ?
Medici, chirurghi, legislatori, familiari, giornalisti:
tutti coinvolti nelle macellazioni a cuore battente e nei trapianti
plurimi
Ferrara, Milano, Palermo, Roma, Torino, Genova
Due bambini di 5 e di 9 anni sono stati macellati, tiepidi e
pulsanti, per promuovere plurimi trapianti di cuori, fegati, reni su
otto bambini cavie.
Otto bambini cavie sono stati destinati alla tortura del trapianto e
forse alla morte da medici e chirurghi, dominati dall'ambizione e
dalla mania di sperimentazione, che forse hanno agito sotto la
pressione degli standard minimi dell'attività di trapianto, ovvero
sotto il ricatto delle quote di produttività. Infatti
secondo la legge (L.91/99, art. 16, comma 2) la Regione
può "revocare l'idoneità a quelle strutture che abbiano svolto
nell'arco di un biennio meno del 50% dell'attività minima (di
trapianto) prevista dagli standard" stabiliti dal Decreto del
Ministro della Sanità.
Il Direttore del Centro Nazionale Trapianti, Nanni Costa,
è "affaticato", ci dice la stampa, ma è bene sapere che è pagato 240
milioni di lire all'anno con contratto privato di 5 anni per far
funzionare la rete dell'inganno e della macellazione. Poco per lo
squallido compito, troppo se pensiamo che i genitori che forniscono
la materia prima, bambini vivi sottoposti al falso scientifico di
una dichiarazione di "morte cerebrale", ricevono solo ringraziamenti
e blandizie e sono usati come utili idioti.
Nanni Costa è affaticato, ma orgoglioso. Suo è il merito di aver
realizzato la rete dei Coordinatori dei trapianti sul modello
spagnolo. In genere coordinatori anestesisti, vere e proprie "spie"
all'interno delle rianimazioni che hanno il compito di controllare
quei medici che vorrebbero curare secondo scienza e coscienza oltre
i limiti e i tempi imposti dalla legge e di segnalare immediatamente
la presenza di un malato da espiantare in quanto presenta le
condizioni dei protocolli dello Stato. Coordinatori che hanno anche
il compito di adottare tecniche psicologiche per convincere la
famiglia a firmare la donazione di un parente, falsando la legge che
all'opposto prevede che la famiglia abbia solo il diritto di
opposizione. Nessuno può donare un altro e comunque è immorale che i
genitori donino i figli minori.
Nerina Negrello
Presidente
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"ITALIANA"
Crisi Fiat
Fiat, voluntas sua? Chi è causa del suo mal, pianga se stesso!
di Alberto B. Mariantoni
Inutile ripetere cio' che già sappiamo… E cioè, che quando
un "capitalista liberista" guadagna quello che guadagna, ha quasi
sempre tendenza a metterselo individualmente in tasca ed a tenerselo
egoisticamente per sé; mentre invece, quando i suoi affari, per una
ragione o per un'altra, cominciano ad avere un certo "rallentamento"
o ad andare chiaramente "male"…, ha sistematicamente propensione
a "scaricare" l'insieme delle sue personali e gestionali
responsabilità e delle sue contingenziali "perdite" economiche e/o
finanziarie, sulle spalle di coloro che, fino ad allora, gli hanno
direttamente o indirettamente permesso, non solo di diventare
un "capitano d'impresa" ma, addirittura di arricchirsi: cioè, le sue
stesse maestranze e l'intera società di cui egli stesso fa parte e/o
è parte integrante!
Il recente "caso Fiat", infatti, con il suo sfacciato ed
intollerabile corollario di "ristrutturazioni aziendali", di
arbitrarie chiusure di stabilimenti e di "imprescindibili"
ed "inevitabili" licenziamenti – ed il cui effetto immediato, per
migliaia di famiglie italiane, sembra essere l'inappellabile
condanna a dovere "vivere di stenti" o, nel migliore dei casi (come
suggerisce il "SuperGenio" di Arcore, provvisoriamente trasferitosi –
per motivi di interesse privato in atti d'ufficio - al primo piano
di Palazzo Chigi, a Roma), di "semplici espedienti"… - è il classico
schiaffo in faccia del "dogma liberista", al buon senso ed alla
morale societaria del nostro Popolo e della nostra Nazione. Popolo e
Nazione che - con la totale e generalizzata complicità della classe
politica di governo e dell'opposizione - sono ridotti ormai a dei
semplici "oggetti" o "cose" del mero scopo privato e del tornaconto
individuale dei più facoltosi e benestanti dei nostri "compatrioti".
Inutile, in questo contesto, cercare i veri "patrocinatori" delle
vittime di quest'ennesima e vergognosa tragedia sociale ed umana.
Come loro unici ed indefessi "difensori d'ufficio", infatti,
troviamo quasi esclusivamente i Sindacati: cioè, quelle pompose e
sciacallesche consorterie "de facto" che – se non fosse per l'alto e
doveroso rispetto che normalmente porto alla fauna selvaggia e
domestica – potrei senz'altro definire delle semplici Associazioni
per la "protezione degli animali"!
E sì, miei cari Signori… Non è affatto un lapsus linguae… Avete
capito bene. E lo sottolineo: Associazioni per la "protezione degli
animali"!
Come definireste voi, altrimenti, quelle federazioni e/o
confederazioni sindacali che piuttosto che attaccarsi al fondo del
problema (che è quello della trasformazione della figura del
prestatore d'opera manuale e/o intellettuale, in quella di
naturale "soggetto" e d'indispensabile ed irrinunciabile "finalità"
dell'economia!), preferiscono "contrastare", "correggere"
e/o "attenuare" gli effetti (perversi o meno) del quotidiano e
bisecolare sfruttamento capitalista/liberista, continuando
imperterrite ad apprezzare e vantare se stesse come una delle due
facce della stesso sistema (parafrasando Angelo Oliviero
Olivetti: "La loro faccia convessa opposta alla faccia
concava "liberista", la loro reazione contrapposta
all'azione "capitalista", entrambe contenute nel cerchio limitato di
un identico sistema di forze") ed a considerare i loro "protetti"
(cioè, i lavoratori in generale e quelli iscritti alla
loro "confraternita", in particolare) come uno dei "tre fattori
della produzione" (gli altri due, essendo – sia per i sindacalisti,
marxisti o meno, che per i liberisti di tutte le "risme"
e "parrocchie" - il "capitale" e la " tecnologia")?
Questo, naturalmente, con il tacito consenso o l'ingenuo ed
irriflessivo beneplacito degli attuali "animali/lavoratori"
o "lavoratori/animali" delle nostre società.
Se pensate che sto esagerando, ditemi allora, come definireste voi,
quegli operosi e laboriosi cittadini della nostra Nazione che, per
più di 57 anni, dopo avere comunque conosciuto di meglio nella
storia del nostro paese (ad esempio: la "Carta Nazionale del
Lavoro", il "Riconoscimento Giuridico dei Sindacati",
la "Magistratura del Lavoro", lo "Stato Corporativo", i "18 Punti di
Verona" e la "Socializzazione": cioè, il "Lavoro uguale a Capitale",
la "Partecipazione alle decisioni delle Aziende" e la "Ripartizione,
tra Capitale e Lavoro, degli utili netti delle imprese"…), hanno
scelleratamente e sconsideratamente accettato - dopo il 1945 - di
ritornare al loro Status quo ante di "lavoratore/cosa" o
di "lavoratore/oggetto"? Oppure, come denominereste coloro che -
dopo avere lottato, almeno 25 anni, per ottenere il famoso "Statuto
dei Diritti dei Lavoratori" (che, in definitiva, altro non era che
la radice quadrata del logaritmo di quanto il deprecato Ventennio
aveva già loro concesso!), si sono fatti addirittura defraudare,
nell'arco di qualche anno, persino quell'apparente e formale
garanzia istituzionale, rassegnandosi supinamente - sotto l'impulso
ammaliatore ed incantatore della cosiddetta ineluttabilità
dell'assetto liberista/globalista del mondo - a rivivere sulla
loro "pelle" l'identica sorte individuale e collettiva dei loro
sfortunati predecessori di Manchester o di Liverpool, così bene
presentati e descritti, a suo tempo, dal sociologo Karl Marx e dal
suo illuminato e perspicace connivente, Friedrich Engels? Ovvero,
come designereste quei lavoratori disoccupati o solidari con questi
ultimi che, ancora oggi, invece di esigere finalmente dal loro Stato
una precisa ed inconfutabile "Carta dei Doveri" per l'insieme degli
attori sociali della nostra Nazione (che impegnerebbe economicamente
e socialmente ognuno di loro nei confronti degli altri, e
viceversa), se ne vanno rumorosamente e scioperatamente
in "girotondo" per le strade e le piazze delle nostre città,
bandiere rosse in testa (come fossimo nel 1917!), a reclamare dei
banali e disorganici "diritti" individuali e/o settoriali
per "poveri salariati" maltrattati o bistrattati?
Comunque vogliamo definirli, è perfettamente inutile che questi
ultimi continuino a farsi delle vane ed infingarde illusioni dietro
ai vacui ed inefficaci "specchietti per le allodole"
inconcludentemente e sterilmente branditi dai nostri inadeguati e
maldestri Sindacati.
Come scriveva qualche anno fa Ralf Dahrendorf, nel suo Quadrare il
Cerchio (Laterza, 1995), il destino che i "liberisti/globalisti"
riservano alle nostre società industriali o post-industriali, è
quello di comprimere drasticamente i "costi fissi" (salari e
energia) delle loro aziende e, di conseguenza (grazie pure
all'ininterrotto flusso di sempre più nuova e moderna "tecnologia"),
di ridurre irrimediabilmente la forza lavoro globale delle loro
imprese, ad un massimo del 25-30% dell'ex popolazione attiva dei
nostri paesi.
Certo, oggi come ieri, si può sentimentalmente continuare a
fraternizzare e solidarizzare con le vittime innocenti di questa o
quella FIAT di turno, ma il 70-75% dell'ex popolazione attiva delle
nostre antiche e fiere Nazioni deve assolutamente uscire dal suo
tradizionale letargo ed assumere delle chiare ed inequivocabili
posizioni politiche. Deve, cioè, prendere coscienza dell'iniqua e
nefanda sorte che individualmente e collettivamente l'attende, e
tentare di reagire, risolutamente e compattamente, contro coloro che
vogliono ad ogni costo - per poter meglio soddisfare i loro
individualistici ed egoistici interessi - costruire una società
a "due", "tre" o "quattro velocità"…
In caso contrario, inutile meravigliarsi se le volontà egocentriche
ed assolutiste dei responsabili delle diverse e future "FIAT" dei
nostri paesi, continueranno inesorabilmente a prevalere sul buon
senso e sulla morale societaria dei nostri Popoli e delle nostre
Nazioni: "Chi è causa del suo mal, pianga se stesso"!
Alberto B. Mariantoni
************************************************
"PERICOLO ISLAMICO"?
Il Manifesto dei Cristianisti
http://www.kelebekler.com/occ/mdc.htm
Un "Manifesto dei cristianisti" - per la guerra, contro la
salvaguardia dell'ambiente, per il capitale senza limiti. E alle
spalle, una serie di foundation statunitensi, una sola delle quali
ha sborsato finora quasi 150 milioni di dollari per produrre
ideologia. Un ringraziamento a Valerio Evangelisti che mi ha
segnalato per primo l'esistenza del "Manifesto".
Miguel Martinez
1 dicembre 2002
Es tanto, tanta
tumba, tanto martirio, tanto
galope de bestias en las estrellas!
Nada, ni la victoria
borrará el agujero terrible de la sangre:
nada ni el mar, ni el paso
de arena y tiempo, ni el geranio ardendo
sobre la sepultura.
Pablo Neruda, Tierras ofendidas
Cristianista è un geniale neologismo, coniato da Lucio Brunelli per
indicare chi usa la religione cattolica a fini politici. I
cristianisti sono una nebulosa di autori, politici, giornalisti,
accademici e preti per cui il cristianesimo è innanzitutto una
scelta politica militante: contro l Oriente cioè islam e comunismo;
a sostegno della politica economica e militare degli Stati Uniti;
per la società imprenditoriale e per un Occidente non molto ben
definito, ma ottimamente armato e con il diritto di aggredire
chiunque, ovunque e in qualunque momento. Abbiamo scelto il termine
nebulosa perché parliamo di persone diverse, adulti e consenzienti,
che per un insieme di formazione personale e di interesse politico
condividono alcuni punti fondamentali.
I cristianisti hanno spesso problemi con la Chiesa territoriale dei
vescovi; essi tendono piuttosto a legarsi ad alcuni potenti
movimenti non territoriali, come Alleanza Cattolica, Opus Dei,
Comunione e Liberazione e i Legionari di Cristo. Si tratta di gruppi
molto diversi, che però negli ultimi anni si sono avvicinati sempre
di più tra di loro nel sostenere un ideologia occidentalista. E a
modo suo ecumenica: per un cristianista, è certamente più fratello
un telepredicatore evangelico americano che un cattolico palestinese
di Betlemme. E infatti, come vedremo alla fine di questo articolo,
il mondo cristianista interagisce proficuamente con un altro mondo:
quello delle potenti foundation statunitensi, una sola delle quali
ha finora speso quasi 150 milioni di dollari per vendere al mondo le
idee più utili per il trionfo di ciò che qualcuno chiama il
turbocapitalismo.
Il vergognoso ruolo reale che i cristianisti giocano, come complici
di azioni, disegni e interessi che nulla hanno a che vedere con
Cristo, risulterebbe insopportabile anche a loro stessi se non
venisse mascherato. Il cristianista può sostenere di non essere una
semplice pedina del dominio delle multinazionali: per carità, lui
sogna piuttosto a un mondo in cui contadini e cavalieri pregano
insieme nelle cattedrali costruite da artigiani dotati di autentica
fede. Non bisogna però prenderli alla lettera e cadere nella
trappola di accusare i cristianisti di essere medievali o di voler
ripetere l'impresa di Lepanto: dobbiamo piuttosto cercare di capire
l uso che fanno di questo regno immaginario, la Cristianità . Che
diventa a sua volta arma di ricatto, almeno verso i cattolici
conservatori in buona fede: se tu ti opponi agli interessi concreti
dei dominatori, diventi addirittura nemico del Vero, del Bello e del
Buono. Se la notte il cristianista sogna la cavalleria di San
Bernardo, di giorno però applaude i bombardieri B-52; ed è di questo
che nel Giorno del Giudizio, si può sperare, gli verrà chiesto di
rendere conto.
Esiste un vero e proprio Manifesto dei Cristianisti. È un testo
vecchio di un anno e mezzo, ma sempre attuale: è uscito nel periodo
tra gli scontri di Genova e l 11 settembre, per contrastare quei
cattolici del Social Forum che sostenevano che vi fosse qualcosa di
poco cristiano nella globalizzazione capitalista. Il testo intero
del manifesto dei cristianisti si può leggere sul sito della rivista
ciellina Tempi. Quello dei cattolici antiglobalisti invece si trova
qui.
Le citazioni dal Manifesto dei Cristianisti sono in rosso.
[INIZIO] "Noi firmatari di questo manifesto siamo semplici
cattolici, non rappresentiamo che noi stessi. Abbiamo deciso di
intervenire dopo aver letto con inquietudine il "Manifesto delle
associazioni cattoliche ai leaders del G8", sottoscritto da decine
di organizzazioni ecclesiastiche." [FINE]
La finzione anticonformista
Il manifesto reca questo titolo:
[INIZIO] Il manifesto dei cattolici
Non conformatevi!
G8 e Anti G8. Da cristiani a cristiani. Contro il "pensiero unico"
[FINE]
Visto che il Manifesto dei cattolici risponde al Manifesto delle
associazioni cattoliche , la confusione è facile, quindi parlerò,
rispettivamente, del Manifesto dei cristianisti (MdC) e Manifesto
dei cattolici no global.
Già il titolo esprime lo stile degli autori. Nel movimento no-global
vi possono essere molti tic, poca analisi e molto protagonismo
personale. Ma ci vuole una bella dose di malafede per definire
pensiero unico o conformismo il fatto che alcune persone osino
criticare il movimento congiunto di tutti i capitali del pianeta e
le azioni di una potenza che ha dichiarato Guerra Duratura al resto
del pianeta. Fare l anticonformista globalista è coraggioso quanto
fare l anticonformista pubblicitario, quello che veste Armani perché
gli altri non hanno i soldi per farlo&
Certo, il bisogno di presentare se stessi come improbabili
anticonformisti ha le sue motivazioni. Dell antico modello
cristiano, il cristianista conserva l idea che tutta la storia sia
spiegabile come conflitto tra Dio e il demonio (e lui non ha dubbi
di trovarsi sempre dalla parte di Dio). Il punto cruciale sta nel
fatto che esiste un solo Dio, ma anche un solo demonio. Per questo
le cose che piacciono al cristianista dalla fede al proprio ruolo
sociale devono costituire necessariamente un unico fronte del bene;
mentre le cose che non piacciono, dall omosessualità all islam,
dalle manifestazioni di piazza dei lavoratori all ecologia, devono
anche esse necessariamente rifarsi a un unico fronte del male. A
questo si combina da sempre un atteggiamento che potremmo definire
di apocalittica urgenza: in ogni momento, siamo in una situazione
tragica, la vera fede sta per perire, occorre reagire, mobilitando
le energie dei pochi ma buoni . Un ottimo alibi in primis con se
stessi - per far finta di non essere semplicemente tra i tanti e
pessimi che lavorano per il trionfo del mammonismo culturale,
economico e politico.
Il MdC, certamente ispirato in questa parte a qualche seguace di Don
Giussani, inizia proclamando che un cattolico si deve occupare di
religione e non di politica:
[INIZIO] Innanzitutto noi crediamo che il primo e fondamentale
contributo che i cristiani portano all'umanità, anche per la
promozione sociale e civile dei popoli (come dimostra la storia),
sia l'annuncio di Gesù Cristo: Dio fatto uomo per sconfiggere il
male e dare all'uomo la redenzione e la vita eterna.
Rileviamo invece che le associazioni cattoliche firmatarie del
Manifesto [no global] si dilungano a discettare delle materie più
varie (dalle percentuali di pil alla proposta di tassare le
transazioni valutarie, dal divieto di monopoli nell'editoria agli
organismi geneticamente modificati), ma non ritengono di affermare
da nessuna parte che Gesù Cristo è l'unico salvatore dell'uomo e che
questo annuncio e il loro fondamentale compito. [FINE]
Impressionante l ipocrisia di certa gente: tutto il resto del MdC è
dedicato a discettare di politica e di economia, tanto da
guadagnarsi come vedremo la firma di vari laici, tra cui Tullio
Regge. Ma lo sappiamo, far finta di non far politica è un vezzo
storico delle destra perbene, dove Il Manifesto è condannato come
giornale politico , mentre il Resto del Carlino, pubblicazione
almeno altrettanto faziosa, no.
Il Manifesto dei cristianisti passa a descrivere la vasta
costellazione di movimenti che si oppongono alla globalizzazione:
[INIZIO] Non a caso, tale movimento è egemonizzato da gruppi che
praticano sistematicamente la violenza contro cose e persone (e
anche a questo proposito nel documento delle organizzazioni
cattoliche si nota un desolante silenzio).
Innanzitutto c è una fortissima componente marxista (sia pure un
marxismo dilettantesco e superficiale) che si esprime come odio
ideologico dell'Occidente capitalistico e del libero mercato,
considerati come un imperialismo planetario che complotta ai danni
dei poveri (dimenticando peraltro che enormi sacche di fame e
sottosviluppo sono state lasciate in eredità dai fallimentari
sistemi comunisti).
Un marxismo grossolano che riesce perfino a demonizzare oltre alla
proprietà e al mercato anche lo sviluppo, la tecnologia e la
scienza.
Cosicché va ad incontrare inconsapevolmente ideologie di estrema
destra che gia da decenni demonizzano "l'americanizzazione del
mondo". [FINE]
Non voglio affatto difendere il movimento no-global; ma dire che il
movimento sarebbe egemonizzato dai violenti è obiettivamente falso.
Al momento della pubblicazione del MdC, non era ancora avvenuto l 11
settembre, altrimenti avrebbero certamente aggiunto che il movimento
no-global era complice, o magari egemonizzato dai terroristi .
Da qualche anno, va di moda poi tirare in ballo come astutamente fa
il MdC - l antiglobalismo di estrema destra. Che esiste, ma serve ai
cristianisti unicamente per fare il dispetto agli antiglobalisti di
sinistra di ribaltare su di loro l accusa di essere di destra .
Inventando così di sana pianta un presunto fronte islamo-comunista-
nazista che ha permesso la creazione di alcune notevoli aberrazioni
giornalistiche.
Ma torniamo all ideologia degli estensori del MdC. Chi ha appena
sostenuto che i cattolici devono solo affermare che Gesù Cristo è l
unico salvatore senza discettare di materie varie , ora si lancia
nella difesa di qualcosa che sembra entrarci davvero poco con la
salvezza dell anima. Infatti, il MdC è nato come critica a un altro
testo, quindi le sue affermazioni appaiono sotto forma negativa; ma
basta volgerle al positivo per vedere che secondo il metro
cristianista - il cattolico dovrebbe sostenere l'Occidente
capitalistico e il libero mercato e l americanizzazione del mondo .
E se è solo odio ideologico che può portare qualcuno a criticarli,
criticare l esistente diventa un peccato contro Dio stesso.
Occidente è certo uno dei termini più fumosi del vocabolario
italiano. Intanto, perché la religione cristiana è nata in Oriente:
William Dalrymple, nel suo meraviglioso libro Dalla montagna sacra,
ci fa riflettere sul fatto che le antiche comunità cristiane della
Siria e dintorni hanno molto di più in comune con l islam e con il
giudaismo tradizionali che con certo cristianesimo occidentale : la
Damasco musulmana è certamente più cristiana in questo senso di
quanto non lo sia New York, come ben sanno molti cattolici sapienti,
in grado di mantenere rapporti attenti e rispettosi con il mondo
islamico.
Occidente può significare la cristianità medievale; può significare,
al contrario, la rivoluzione francese e la laicità; ma i
cristianisti probabilmente intendono soprattutto il processo che
nasce con la riforma protestante e la rivoluzione industriale in
Inghilterra, che poi conquista il mondo attraverso l imperialismo
dell Ottocento. Un processo impostosi con cataclismi inimmaginabili,
che ha prodotto molte cose nuove, ma ha anche minato alla base tutte
le culture tradizionali, tra cui quella cattolica. Come nel
proverbio, i cristianisti che di professione si lamentano per i buoi
fuggiti sono anche i primi a esaltare chi ha buttato giù le porte
della stalla. E forse non è un caso che questi nemici della
pornografia votino in massa per uno speculatore che si è arricchito
mettendo in mostra le tette delle sue veline .
Camerata Madre Terra
[INIZIO] Un ecologismo da fanatismo religioso
L' altra componente è un ecologismo radicale che oltre ad essersi
dimostrato disastroso e oltre ad alimentare irresponsabilmente fobie
collettive, fuori da ogni serio dato scientifico, intende abbattere
esplicitamente il fondamento della tradizione giudaico-cristiana,
cioè il primato dell'essere umano e la bontà della sua presenza sul
pianeta.
Non dovrebbe sfuggire ai cristiani quanto sia pericolosa la
concezione pagana e panteista connessa con una simile difesa
dell'ambiente. La difesa della "Madre Terra" dall'uomo, ritenuto il
cancro del pianeta, e l'adorazione di Gaia sono concezioni che
appartengono a un mondo pagano.
Vorremmo ricordare quanto terribile sia stato nel XX secolo il
riemergere in ideologie politiche del neopaganesimo ispirato a certe
concezioni bio-ecologiche. [FINE]
Falsare la posizione dell avversario è da sempre la premessa per
demonizzarlo. Infatti, gli ecologisti non parlano affatto della
divinità o meno della Madre Terra, ma della pericolosità degli
scarichi industriali di alcune grandi imprese. A inquinare non è
quell astrazione che sarebbe l uomo , ma i macchinari delle
fabbriche gestite da alcuni appartenenti alla specie umana, come
sono altri appartenenti alla stessa specie a subirne le consequenze.
È certo che molte affermazioni degli ecologisti sono semplicemente
errate dal punto di vista scientifico. È certo però che ce ne sono
altre validissime. Ma qui i cristianisti non rispondono sul piano
tecnico. Sostengono che la critica alla pretesa di versare fumi nell
aria senza limiti abbatterebbe esplicitamente il fondamento della
tradizione giudaico-cristiana .
Ogni fenomeno produce frange pittoresche. Quando, nel mese di
novembre del 2002, la magistratura di Cosenza fece arrestare una
ventina di no global , vi furono diverse manifestazioni; in quella
di Roma, in fondo al corteo, si poteva vedere un signore di mezza
età che camminava da solo, reggendo acrobaticamente una statuetta di
plastica della Madonna, un rosario e vari libri mentre pregava,
presumibilmente contro il demonio comunista che conduceva il corteo
stesso. Ovviamente non sogneremmo mai di credere che quel signore
nonostante la sua alta visibilità - rappresenti la totalità del
cattolicesimo italiano.
Ugualmente, attorno alle problematiche ecologiche si sono anche
espressi piccoli gruppi di individui con idee più o meno pagane o
panteiste . Queste persone, a volte rispettabili, a volte
folcloristiche, a volte demenziali, comunque sempre prive di
qualunque peso concreto, vengono trasformate dagli autori del MdC in
un pericolo pari al nazismo.
Diciamo tra parentesi che la tesi secondo cui il nazismo sarebbe in
essenza una forma di neopaganesimo , anche se appassiona qualche
neopagano moderno, ha basi storiche davvero fragili. E se ci
vogliamo abbassare anche noi a questo gioco disonesto, possiamo
ricordare che il nazismo aveva anche un aspetto tecnocratico non da
poco. Ma evidentemente lo scopo dei cristianisti non è di fare
storia, ma unicamente di dare del nazista al proprio avversario. Il
poveretto che obietta al fatto che le industrie statunitensi
continuino a scaricare inquinanti senza posa nel suolo del Messico è
pure costretto a difendersi dall accusa di aver messo in piedi quel
gioiello di efficienza imprenditoriale che fu Auschwitz.
Il Principe di Questo Mondo e il Dio dei Mercanti
A questo punto, il MdC cambia improvvisamente di tono. Prima, ci si
lamentava di come andasse male il mondo, pervaso dal pensiero
unico . Adesso invece apprendiamo come tutto vada per il meglio: c è
un progresso innegabile , affermano gli estensori. È calata la
malnutrizione nel mondo, l età media è salita e così via.
Ora, di chi è il merito? Di quel dio (ci si scusi la minuscola,
visto che non siamo affatto sicuri che si tratti della stessa
divinità tradizionalmente adorata dai cristiani) che ama e benedice
i mercanti e i loro affari:
[INIZIO] Di fatto i paesi che sono più aperti al commercio hanno una
crescita più rapida di quelli che non lo sono. [FINE]
Il merito di ogni progresso, apprendiamo, è esclusivamente dell
apertura al mercato globale. L affermazione è certamente
discutibile; ma ciò che è interessante è che questo elogio al
miracoloso potere del flusso dei capitali che rende questo il
migliore dei mondi possibili compare in un manifesto dei cattolici ,
che si lamenta della mancanza di valori cristiani, e anzi se la
prende con il mondo di oggi . Con una faccia tosta non da poco, il
MdC ruba il suo stesso titolo da San Paolo, o meglio dalla citazione
che ne fa un teologo cecoslovacco per criticare i cattolici
progressisti :
[INIZIO] Fratelli, voi avete la presunzione di servire alla
costruzione del Regno di Dio, assumendo quanto più possibile dal
cosiddetto mondo d'oggi: i suoi modi di vita, il suo linguaggio, i
suoi slogans, il suo modo di pensare.
Riflettete, vi prego: che vuol dire simpatizzare con il mondo
d'oggi? Significa, forse, che bisogna lentamente vanificarsi in
esso? Sembra purtroppo che vi muoviate proprio in questa
direzione "Fratelli - ammoniva san Paolo nella lettera ai Romani
(12,2) - non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma
trasformatevi, rinnovando la vostra mente". [FINE]
Ma lo scopo dei cristianisti è chiaro. Non si tratta solo di
conformarsi ; si tratta di esaltare attivamente i modi di vita il
linguaggio e la mentalità di questo secolo . Ossia di assumere
ancora una volta, rispetto al nuovo Costantino americano, l antico
ruolo di garanti morali del potere.
[INIZIO] Eppure il modo in cui oggi si discute di fame, processi
economici e difesa dell'ambiente mette sul banco degli imputati i
Paesi e gli uomini che hanno favorito lo straordinario progresso di
questi decenni. Bastano poche voci confuse, argomentazioni pseudo-
scientifiche, e tanta ideologia basata sulla lotta di classe per
criminalizzare intere categorie sociali e diffondere pena e panico
sul futuro. [FINE]
Solo voci confuse possono diffamare quei Paesi e uomini che hanno
regalato al mondo il mercato globale.
[INIZIO] I parametri culturali entro i quali sono stati collocati i
problemi di sottosviluppo e ambientali risentono di una visione del
mondo in cui le popolazioni ricche vengono accusate di sfruttare i
poveri ed il progresso scientifico e tecnologico viene contrapposto
alla conservazione dell'ambiente. Sembra quasi che eliminando le
economie sviluppate si vincerà la povertà e che tutto ciò che e
umano, scientifico e tecnologico rovini il pianeta. Così, in nome di
una presunta difesa dei poveri e dell'ambiente sono state scatenate
vere e proprie azioni di guerriglia urbana, uomini sono stati
feriti, si sono devastate città. [FINE]
Il teppismo di pochi deficienti a Genova diventa la devastazione di
città : giusta la condanna, ma il MdC tace su altre città devastate
a Panama, in Iraq, in Somalia, durante la guerra del Kosovo. Non da
quattro esaltati che almeno rischiavano in prima persona, ma da
professionisti dell omicidio che rischiano solo la promozione.
[INIZIO] Fino a prova contraria è vero che la democrazia politica è
compatibile solo con un'economia di mercato. L'unione di capitalismo
e democrazia non porterà il Regno dei Cieli sulla Terra; ma, per
liberare i poveri dalla miseria e dalla tirannia e per dar spazio
alla loro creatività, il capitalismo e la democrazia possono fare
molto di più di quanto sia in potere di tutte le altre alternative
esistenti. [FINE]
L argomentazione c entra ben poco con il Regno dei Cieli invocati
all inizio del Manifesto. Coincide invece in maniera non casuale con
l immagine che gli Stati Uniti cercano di dare delle loro guerre
dopo il Vietnam. Che sono guerre per diffondere la democrazia anche
quando si tratta di salvare l emiro del Kuwait, di sostenere i
golpisti in Venezuela o in Pakistan, di sfruttare le tribù tagiche
contro le tribù pashtun o di preparare il colpo di mano che
garantirà alle ditte texane il petrolio della Mesopotamica.
I cristianisti
Vale la pena dare un occhiata ai nomi di alcuni firmatari del MdC,
perché costituiscono una sorta di guida al mondo cristianista, ma
anche ai suoi poco noti alleati in altri settori. Quando annunciare
Gesù Cristo vuol dire esaltare il flusso del capitale, si può
diventare sorprendentemente ecumenici.
In base a una limitata ricerca su Internet, affiancheremo una
piccola nota ad alcuni nomi. C è ovviamente tanto da aggiungere, con
l aiuto dei lettori e con il tempo. Non esiste nulla di irrevocabile
qui: alcuni riferimenti possono anche essere errati e saremo felici
in tal caso di correggerli. Soprattutto, l inclusione in questa
lista non deve essere vista come prova della partecipazione a
qualche complotto : tra gli stessi firmatari ce ne sono certamente
molti che aderiscono solo ad alcuni punti esposti nel MdC. Si tratta
comunque di persone che hanno scelto di rendere pubblici i loro nomi
e non crediamo quindi di fare loro alcun torto riprendendo questa
lista che è già disponibile in rete.
Mentre nel testo originale, i nomi sono in ordine alfabetico,
abbiamo pensato invece di metterli in un ordine (ovviamente
arbitrario) di importanza, e abbiamo aggiunto ai nomi dei primi
firmatari anche alcuni nomi dei molti altri firmatari.
I firmatari sembrano appartenere, almeno in parte, ad alcuni
blocchi. Un primo gruppo è costituito dagli americani : Novak,
Sirico, Felice, Pelanda. Un secondo gruppo è costituito dai
ciellini: Amiconi, Casadei, Gelain, Socci, Ronza, Casotto, Sancito.
Poi troviamo Baget Bozzo; un altro gruppo è costituito dai militanti
di Alleanza Cattolica: Cantoni, Formicola, Respinti, Tangheroni,
Guerra; un altro gruppo ancora, da alcuni scienziati per nulla
cristiani, che però si oppongono all ecologismo.
Michael Novak
L American Enterprise Institute (AEI) è la gigantesca fabbrica che
produce ideologia neoconservative in tutto il mondo: il petroliere e
committente di opere pubbliche/militari Dick Cheney, oltre a essere
vicepresidente degli Stati Uniti, è anche il vicepresidente di
questa organizzazione. Gli italiani possono essere incuriositi dal
fatto che sia stato presso la sua sede che Oriana Fallaci fece la
sua unica comparsa in pubblico, nell ottobre del 2002. Chi segue
questo sito si ricorderà di Cheney anche in un altro contesto, come
committente di un documento a dir poco preoccupante redatto dal
Project for the New American Century.
Michael Novak dirige la sezione su Religione, filosofia e politica
pubblica e il Dipartimento di scienze sociali dell American
Enterprise Institute, un attività che gli ha fruttato finora
donativi per un importo pari a 1,381,887 dollari da parte di varie
fondazioni, allo scopo di sviluppare una teologia cattolica del
capitalismo e per inquadrare la ribellione allo sfruttamento nel
primo dei peccati: "L invidia non si presenta mai per quello che è;
piuttosto, si nasconde dietro nomi come uguaglianza, equità e
persino (ahimè) giustizia sociale .(1)
Padre Roberto Sirico
Padre Roberto Sirico è il presidente Acton Institute for the study
of Religion and Liberty con sede nel Michigan. Questo organismo
mette in pratica la teologia costruita da Novak La missione
fondamentale dell Acton Institute è di combattere il preoccupante
pregiudizio del clero contro il ceto imprenditoriale e la libera
impresa , soprattutto organizzando convegni della durata di tre
giorni per i seminaristi e gli studenti di teologia per introdurli
alle fondamenta morali ed etiche dell economia del libero mercato.
Secondo l indispensabile sito www.mediatransparency.org, tra il 1991
e il 2000, l Acton Institute ha ricevuto contributi per un ammontare
complessivo di $ 2,148,250, dalle grandi fondazioni che finanziano
la destra americana.
È difficile per noi immaginare la potenza di questi organismi.
Una sola di queste foundation, la Olin - creata da un imprenditore
nel campo delle armi da fuoco ha speso finora quasi 150 milioni di
dollari nella produzione di ideologia: sono esattamente 150 milioni
di dollari in più di quello che abbiamo noi per poter ribattere a
ciò che vogliono far pensare al mondo.
Cinquantacinque milioni di dollari per vendere alcuni concetti
fondamentali: il dominio globale statunitense; il libero mercato
mondiale; la sostituzione dello Stato sociale con lo Stato militare;
il capitalismo come valore etico in sé. Sono idee che si riassumono
in due slogan, nati da libri che nessuno ha letto ma che tutti
conoscono: la fine della storia, che significa che il dominio di
questa nuova destra è un destino ineluttabile; e lo scontro delle
civiltà che dà il diritto alla nuova destra di sterminare anche
fisicamente ogni possibile opposizione. E infatti proprio questi due
slogan sono prodotti specifici delle foundation: nel 1988, Allan
Bloom, direttore di un centro studi che aveva ricevuto 3,6 milioni
di dollari dalla Olin fece tenere una relazione a Francis Fukuyama,
sconosciuto funzionario del Dipartimento di Stato, sulla futura
vittoria totale dell'Occidente. La relazione fu pubblicata sulla
rivista National Interest (che aveva ricevuto un milione di dollari
dalla Olin) e commentata da Irving Kristol, il principale
coordinatore delle attività politiche di tutte le fondazioni.
Kristol fece pubblicare due risposte: una di Bloom e un'altra di
Samuel Huntington.(2)
Samuel Huntington ha ammassato finora cinque milioni di dollari da
varie fondazioni come premio per aver creato la nozione di "scontro
di civiltà". E qualcuno si chiede perché ne abbiamo sentito parlare
tutti&
Flavio Felice
È il responsabile per l'Italia dell'Acton Institute for the study of
Religion and Liberty. Allievo di Buttiglione, formatosi presso l
American Enterprise Institute, insegna "Dottrine Economiche: Scienza
Economica e Dottrina Sociale della Chiesa" alla Pontificia
Università Lateranense. Insieme ad Antonio Gaspari e Gianni Fochi,
altri firmatari del Manifesto dei cristianisti, ha anche partecipato
come docente in un corso di Master di Scienze Ambientali , di
impostazione apertamente anti-ecologista, organizzato presso
l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum dei Legionari di Cristo
(settembre 2002) (vedi Gaspari).
Giovanni Palladino
Presidente del Centro Internazionale don Luigi Sturzo che si
intreccia come scrive un simpatizzante - Marco Respinti proprio con
le attività dell'Acton Institute e dell'American Enterprise
Institute.
Carlo Pelanda
Tutti i veri cultori del bizzarro in rete dovrebbero dare
un'occhiata al sito di questo notevole narcisista. Economista
residente a Verona, Pelanda, non solo ha studiato in America (ha
firmato un libro di esaltazione del sistema capitalistico assieme a
Edward Luttwak e a Giulio Tremonti), ma è anche una figura
tipicamente americana nel contesto italiano, con la maniera
peculiare in cui combina interessi privati, accademici e militari:
esperto di studi strategici e scenari internazionali , è consigliere
per gli scenari del ministro della Difesa , membro del comitato
scientifico di Confindustria , e ha lavorato per il Centro Militare
Studi Strategici di Roma. Presidente di qualcosa che si chiama
Associazione Nazionale del Buongoverno, vicino al Polo, da buon
tecnocrate, è stato però consulente anche per i governi di centro-
sinistra. Scrive per Il Foglio e Il Giornale.
Luigi Amicone
Come molti degli altri firmatari, è legato a Comunione e
Liberazione, il che non è poco: pensiamo che la Compagnia delle
Opere, emanazione di questa organizzazione, ha 32 sedi in 17
regioni, con 15 mila piccole e medie aziende associate. (3)
E forse non è un caso che un ciellino storico come Rocco Buttiglione
si vanti, sulla sua pagina personale, di essere membro dell American
Enterprise Institute. Evidentemente è passato molto tempo da quando
le pubblicazioni di Comunione e Liberazione criticavano
l'"americanismo" economico, ideologico e teologico...
Amicone opera in tutta un area di destra che non è solo religiosa: è
direttore del settimanale Tempi, collaboratore de Il Foglio ed
editorialista de il Giornale oltre a essere responsabile della
Editoriale Tempi Duri srl. Quanto sia piccolo e stretto il mondo di
ciellini, ultaliberisti e berlusconiani si vede da questo
significativo brano:
[INIZIO] Vittorio Feltri aveva tentato di inserire "Tempi"
dentr
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