LETTERA D'INFORMAZIONE
24 gennaio 2003 - a. II, n. 1 (16)
SOMMARIO
PENSIERO
"GUERRA AL TERRORISMO" E DINTORNI
Hai abboccato Saddam - di John Kleeves
UFO E TERRORISMO - di Israel Shamir
Arriva in tv "Band of brothers". La guerra di Spielberg ed Hanks
PALESTINA NELLA BUFERA
Olocausto: dal dramma al business? Riflessioni sugli scritti di
Norman Finkelstein - di Mario Spataro
Salutiamo il 35° anniversario della nascita del Fronte Popolare per
la Liberazione della Palestina
IL FOTOGRAFO UCCISO A RAMALLAH
Ciriello, nessuna risposta da Gerusalemme alla richiesta italiana di
una collaborazione
OPINIONI
Buona Europa a tutti - di John Kleeves
I PADANI, GENTE STRANA - di Claudio Mutti
LETTERA APERTA al CdS - di Franco Damiani
"PERICOLO ISLAMICO"?
Raglio d'asino non sale in cielo, ma vola via etere - di Hamza
Roberto Piccardo
Forza Nuova contro Adel Smith - di John Kleeves
VATICANO, "QUESTO SCONOSCIUTO"
IL PAPA IN PARLAMENTO - Considerazioni di Carmelo R. Viola
INTERNET
IN LIBRERIA
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PENSIERO
"Israele come stato ebraico costituisce un pericolo non solo per se
stesso e per i suoi abitanti, ma per tutti gli ebrei e per tutti gli
altri popoli e stati del Medio Oriente e anche altrove".
Israel Shahak
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"GUERRA AL TERRORISMO" E DINTORNI
Hai abboccato Saddam
di John Kleeves
Voglio proprio sperare che Saddam stia scherzando con gli ispettori
dell'ONU. Voglio proprio sperare che non sia vero che l'Iraq - come
invece giura e stragiura Saddam - si è liberato di tutte le sue armi
di distruzione di massa e che ora non possiede più neanche un
piccolo proiettile da mortaio caricato con Yprite della Prima Guerra
Mondiale. Che magari non ha più neanche una di quelle fiale
puzzolenti che si usano per sabotare le assemblee di studenti
contestatori.
Avevo spiegato in un mio articolo precedente ( " Non abboccare
Saddam " dell'ottobre 2002 ) come stavano le cose. Nel 1991 gli USA
avevano provato ad occupare l'Iraq ma avevano fallito : come al
solito i bombardamenti dall'alto erano stati efficaci, sia nel
danneggiare i civili ( 300mila morti ed enormi danni alle
infrastrutture ) che nel propagandare nel mondo l'utile equazione
terroristica Americani = Distruttori, ma le forze di invasione
terrestri erano state sconfitte, ed erano state sconfitte perché non
solo gli Americani ma anche gli Iracheni avevano adoperato armi di
distruzione di massa e negli scontri tra fanterie avevano prevalso (
anche se forse sul momento non se ne accorsero, ingannati dagli
atteggiamenti spavaldi dei politici e degli ufficiali americani, che
come tutti gli Americani sono dei bluffatori eccezionali, dei
simulatori nati ). Era stata una sconfitta enorme e bruciante, come
testimoniato dagli sforzi fatti dagli USA per celarla al pubblico
internazionale : solo da poco si sa che nella Guerra del Golfo le
casualties della coalizione USA, cioè i morti, i feriti e i
variamente contaminati, sono state di 200.000 su un totale di
600.000 uomini, come dire vista la situazione che sono stati colpiti
tutti. La lezione era la seguente : sinché aveva le armi di
distruzione di massa l'Iraq non poteva essere invaso ( è solo la
propaganda americana che fa credere gli USA militarmente
onnipotenti ; in realtà sono ben lungi dall'esserlo ), ma solo
eventualmente bombardato dall'alto, cosa che non fa cedere un Paese
che non vuole cedere. Ma con l'autoattentato dell'11 settembre 2001
gli USA hanno iniziato un percorso di guerra che come tappa
intermedia prevede per forza la cattura dell'Iraq. Come fare ? Ma è
ovvio. Per catturarlo, l'Iraq deve essere privo di quelle armi di
distruzione di massa : ha detto negli anni scorsi di averle
distrutte ma è vero ? Ecco, bisogna assicurarsi di questo, e se
risulta che non lo ha fatto bisogna indurlo a farlo. Poi è nelle
mani americane. Così è cominciata la sceneggiata : gli USA hanno
improvvisamente sollevato il problema delle armi di distruzione di
massa irachene, minacciando un attacco generale se le aveva, e hanno
messo in mezzo l'ONU, il loro complice di malavita ( come è
diventato al di là di ogni dubbio con Kofi Annan, uno che sotto la
camicia porta ancora il collare di ferro degli schiavi ). E' tutto
un bluff, gli USA non attaccano di certo l'Iraq se anche solo
sospettano che abbia quelle bombe, e sperano solo che Saddam si
spaventi della messa in scena, che si spaventi del clangore degli
scudi, creato dalle notizie quotidiane di esercitazioni americane,
di invii di portaerei, di battaglioni di Marines in movimento, di
richiami di riservisti, di dichiarazioni truci, insomma che prenda
per vera la tigre di carta e che ci caschi, dimostrando che non ha
più armi di distruzione di massa. Allora l'Iraq sarà nella mani
americane : o si arrenderà senza combattere consegnando Saddam alle
celle di Guantanamo o alle segrete dell'Aia, oppure subirà una
invasione di terra - preceduta da mesi di bombardamenti aerei - cui
non potrà opporsi. Come remota possibilità - ma remota - gli USA
potrebbero anche accettare di lasciare Saddam al suo posto, se senza
combattere accetta che l'Iraq diventi una colonia USA. Più probabile
magari che possano accettare nello stile americano, quello delle
promesse da non mantenere, quello dei Trattati.
Questa dunque era secondo me la situazione, ma ecco che Saddam ha
alla fine accettato gli ispettori dell'ONU perché, ha detto, l'Iraq
non aveva più le armi di distruzione di massa, se ne era realmente
disfatto anni fa. Proprio quello che non si sarebbe dovuto fare a
nessun costo, mai e poi mai ! Spero che non sia stato fatto e che
appunto Saddam stia scherzando, che abbia aperto la porta di casa
agli ispettori solo perché sicuro che non avrebbero scoperto i
depositi degli ordigni di distruzione di massa, delle bombe
chimiche, biologiche e chimico-biologiche legittimamente detenute
dall'Iraq, Paese sovrano.
Anche così, comunque, la mossa di Saddam rimane poco soddisfacente.
E' come minimo un'imprudenza. Bisogna sapere chi sono gli "
ispettori dell'ONU ". Sono delle spie per gli Americani. Ricordate
il passato team di ispettori dell'ONU in Iraq, quello guidato dal
famigerato australiano Butler ? Un elemento del team, un canadese,
invece di fare i " controlli " seppelliva nel deserto dei cartoni
pieni di larve di cavallette. Fu espulso per quello, e fui io qua in
Italia - nel silenzio generale dei media locali - a spiegare le
motivazioni dei suoi gesti : cercava di innescare una invasione di
cavallette, che come noto possono sterminare interi raccolti, e
stava usando lo stesso sistema dei cartoni adoperato dagli Americani
nel 1954 per spargere insetti portatori di peste nella Corea del
Nord e in Cina ( un atto per il quale le NU condannarono gli USA :
ora, ironia della sorte, sono le NU a fare questi atti, per gli
USA ). Poi dopo un po' anche Butler e tutto il team furono espulsi,
a calci nel culo. Ora c'è il team di Blix, che non è meglio del
precedente. Occorre sorvegliare le operazioni. Lo scopo primario
affidato dagli USA al team è di accertare al di là di ogni dubbio
che l'Iraq non abbia più le armi di distruzione di massa, così lo si
può attaccare ( facendo magari centomila, un milione, dieci milioni
di morti, che gli frega a quelli del team ), ma poi ci possono
essere tanti scopi collaterali. Ad esempio il team : a) può
mappificare i siti militari e civili di interesse, in modo che in un
eventuale attacco aereo americano siano colpiti. La recente
richiesta di Blix di poter compiere prospezioni aeree sembra fatta
apposta per queste cose ; b) con la scusa di andare a rovistare nei
bunker sotterranei, può individuare in particolare i rifugi
antiaerei per i civili ; c) può piazzare sugli obiettivi di
bombardamento da colpire con precisione i " richiami ", cioè quei
piccoli apparecchi elettronici che emettono segnali che attirano i
missili e le bombe predisposte : l'" intelligenza " delle bombe e
dei missili aria-terra è tutta qui, anche se fanno credere a sistemi
fantascientifici guidati da telecamere ( le quali servono solo a
fare riprese ad effetto per il pubblico ). Il missile da crociera
che nel 1991, dopo aver zigzagato nei corridoi di ingresso, entrò in
un rifugio sotterraneo di Bagdad incendiando 500 civili, era appunto
stato guidato da un recettore piazzato in precedenza da una spia per
gli Americani ; d) può compilare una lista degli scienziati iracheni
impegnati in ricerche militari o comunque di interesse, con nomi
cognomi e foto tessera, per intimidirli, minacciandoli di ritorsioni
in un eventuale dopo Saddam ( come minimo, gli si farà capire, non
troveranno più lavoro in tutto il mondo " libero " ) ; e) idem con
una lista dei responsabili locali militari, ventilando loro la
possibilità di fare la fine dei talebani di Guantanamo ; f) idem con
una lista dei politici e altri amministratori, agitando lo
spauracchio di fare la fine di Milosevic e della Plavsic all'Aia.
No, gli ispettori dell'ONU erano da tenere fuori dalla porta. Io ho
il sospetto che l'Iraq non si renda conto appieno di cosa significa
possedere un arsenale di distruzione di massa. Che siano bombe
chimiche, biologiche, chimico-biologiche o batteriologiche non
importa : sono sempre ciò che significativamente viene chiamato le "
atomiche dei poveri ", armi cioè capaci di provocare danni
paragonabili a quelli che solo le grandi potenze nucleari possono
infliggere. Danni che fanno paura a chiunque e queste armi sono
allora una garanzia di indipendenza. Qualcuno dirà che perché queste
atomiche dei poveri adempiano realmente a una funzione di deterrenza
nei confronti di qualcuno occorre anche la capacità di farle
pervenire sul suo territorio, cosa che nei confronti degli USA è
difficile per la loro lontananza e per le loro capacità di
intercettazione aerea e navale, e anche doganale. Vero, ma gli USA
hanno sempre degli alleati a tiro : è da lì anzi che fanno partire i
loro attacchi. Se io fossi uno di questi alleati, e avessi la
prospettiva di fare una brutta fine nel caso che gli Americani che
ospito compiano una cattiva azione nei riguardi di un vicino, forse
ci penserei due volte prima di dare loro tanta libertà di manovra. E
come fare, nel caso tutto partisse ugualmente, con la prevedibile
reazione americana, certamente sul piano nucleare ? Prima di tutto
si fanno i rifugi antiatomici per la popolazione delle grandi città,
che possono parare molti colpi, e poi, rimanendo certamente
inquinata e per secoli grande parte del proprio territorio, si
trasloca dai vicini, e se non basta dai vicini dei vicini.
L'importante è mantenere le proprie capacità di lancio, che sin
dall'inizio saranno certamente state mobili. Il concetto chiave
delle guerre nucleari è : trasferimento di popolazioni. Pianificati
i trasferimenti poi il confronto è contemplabile.
Non vedo come si possa obiettare a queste prospettive. Ognuno ha il
diritto di difendersi. L'Iraq da anni sta rinunciando a questo
diritto. Ha subito e subisce atti di guerra quotidiani : gli
Angloamericani hanno decretato un embargo nei suoi confronti, un
puro atto di guerra, che ha provocato infatti dal 1991 a oggi la
morte di forse più di un milione di bambini ; hanno arbitrariamente
stabilito delle " zone di non volo " nel suo territorio, che coprono
addirittura i due terzi del medesimo ; quasi ogni giorno effettuano
bombardamenti con aerei e missili, in più colpendo in genere
installazioni civili e uccidendo civili. Non solo, ma il tutto
avviene con la beffarda connivenza di quell'insulto all'umanità che
è diventato l'ONU, che non vede affatto gli orrendi crimini che gli
Americani compiono in tutto il mondo ( al momento oltre all'Iraq c'è
Afganistan, Palestina, Kosovo, Macedonia, Cecenia, Colombia,
Venezuela, Kashmir, Xinchiang, Sudan, Angola, Mozambico, Costa
d'Avorio, Sahara, Filippine, vari altri sconosciuti al pubblico
italiano perché i suoi media di regime non ne parlano ) ma si
inalbera - si scandalizza ! - per il sospetto che l'Iraq possa avere
armi strategiche, cioè per il sospetto che possa difendersi. Tutto
ciò già sarebbe stato sin dal primo momento un motivo legale per
l'Iraq per dichiarare lo stato di guerra e chiedere ragione agli
alleati degli USA nella regione. Così non è stato e non so se sia
stato un bene. Con gli USA rinunciare a una puntigliosa difesa dei
propri diritti non paga, perché loro sono un tipo di animale che
capisce solo la forza, le bastonate. Siano bastonate agli USA
allora, o catene all'Iraq. Che se le sarà meritate se alla fine
risulterà che davvero si è privato delle sue armi di distruzione di
massa.
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UFO E TERRORISMO
di Israel Shamir
http://www.arab.it/vari/palestina/ufo_terrorismo.htm
"Mia moglie è stata stuprata da un Marziano". Era un gradito e
frequente titolo negli anni '50, quando il potere non era
concentrato fino al punto attuale e i giornalisti erano impegnati
con storie di UFO.
Con gli anni, la veridicità degli opinionisti è diminuita, ma la
loro malizia è aumentata considerevolmente. Milioni di copie di
giornali, miliardi di trame televisive e fantastiliardi di parole
definiscono il Terrorismo Islamico come l'ultimo flagello
dell'umanità. Non è strano, Vostre Eccellenze, che i vostri istinti
difensivi abbiano preso la precedenza sul vostro senso comune, e che
voi cerchiate di giustificare, rinunciare o spiegare il Terrorismo
Islamico - con la persecuzione dei Palestinesi nello Stato
segregazionista di Israele, o con l'assedio USA all'Iraq e la
colonizzazione dell'Arabia Saudita.
Voi avete dato delle buone ragioni simpatiche, ma, come
professionista di PR, vi dirò: potete trovare buone ragioni per
tutto.
Nel fervore delle spiegazioni, avete dimenticato di porvi la prima
domanda di uno scienziato: esiste? C'è un tale fenomeno, il
Terrorismo Islamico? Sì, ci sono molte voci e i media le prendono
per certe. Ma un dire così non basterebbe a provarne l'esistenza.
Nel 18° secolo della brava gente di Salem nel New England
dichiararono una crociata contro le streghe. Chi dubitava del vero
fatto dell'alleanza femminile col Diavolo, era sicuramente
emarginato o presentato come un fantoccio di Satana. Per secoli, ci
fu un gran vocio sugli Ebrei che consumavano il sangue dei bambini
per la Pasqua.
Sull'argomento furono pubblicate centinaia di libri e articoli;
l'Inghilterra ha inoltre un santo bambino che si suppone fosse stato
martirizzato dagli Ebrei assetati di sangue. Ma adesso non guardiamo
a queste voci stupide. E' il momento giusto per fare lo stesso con
l'ultima caccia alle streghe, l'ultimo oltraggio sanguinoso,il
cosiddetto Terrorismo Islamico.
Secondo me, esiste allo stesso modo e fino allo stesso punto come la
Cospirazione Ebraica e il Pericolo Giallo. C'è uno spargimento di
pochi movimenti di guerriglia disgiunti e sconnessi nel mondo,
quello dei Baschi (ETA) e del Libano Meridionale (Hezbollah), dei
Corsi e di Mindanao (Sud delle Filippine), degli Irlandesi, dei
Colombiani, delle Tigri Tamil a Sri Lanka, UNITA in Angola e HAMAS
in Palestina. Non c'è modo o ragione di sceglierne alcuni su una
base spuria di alcune affiliazioni religiose e attribuirle alla Rete
Terroristica Islamica. La gente del Libano Meridionale, del Sud
delle Filippine, della Corsica, del Paese Basco o della Palestina
hanno le loro legittime obiezioni, ma il loro collegamento alla
religione è solo una questione di colore. Sulla stessa scia, la
guerra tra Iran e Iraq potrebbe (ma non dovrebbe) essere descritta
come la guerra tra l'Islam Sunnita e l'Islam Sciita, ma sappiamo che
il fattore religioso non fu importante nelle decisioni di Saddam
Hussein e dei leader iraniani.
In pratica da nessuna parte si può trovare un'organizzazione
terroristica islamica che combatte per l'istituzione di uno stato
islamico. Prima del crollo del Comunismo, i Palestinesi preferivano
un'ideologia di sinistra per combattere contro i loro oppressori.
Tra i leader militanti palestinesi, un posto d'onore lo teneva un
Cristiano, George Habash. HAMAS della Palestina crebbe come l'unico
movimento espressamente permesso dallo stato segregazionista
sionista, mentre il non religioso FATAH fu soppresso.
Quindi, i sentimenti degli oppressi Palestinesi furono incanalati
dagli Ebrei in questo movimento semi- religioso. I combattenti
Hezbollah del Libano combatterono contro l'occupazione israeliana e
americana, non per il governo islamico. Sono simili al governo
repubblicano irlandese, non sono famosi per le loro fedi islamiche.
I ceceni continuano la loro guerra bicentenaria contro il governo
russo che fa delle alleanze temporanee con l'America, la Germania e
la Turchia. Il loro presunto maggior raggiungimento, l'esplosione
degli alti edifici residenziali di Mosca, fu eseguito in realtà per
ordine di un cittadino israeliano, Anatoly Chubais. Fu svelato lo
scorso mese da un altro cittadino israeliano, il Dr. Boris
Berezovsky.
Possiamo scegliere i 'Terroristi musulmani' secondo i loro metodi?
Certamente no. L'IRA bombardò i pub londinesi ben prima che Hamas
scoprisse il caffè di Tel Aviv. Le Tigri Tamil, organizzazione non
musulmana, allenata da Israeli Mossad, è il leader mondiale nei
bombardamenti suicidi. Non assolutamente c'è nessun caso per
presumere l'esistenza del Terrorismo islamico. Finché non veniamo
all'11 settembre, quando il Presidente Bush proclamò la sua
esistenza ed annunciò la Cospirazione Musulmana Mondiale di al
Qa'ida.
Gli esecutori dell'11 settembre ci sono ancora ignoti. Il recupero
istantaneo del passaporto del dirottatore intatto sul luogo del
disastro aereo dev'essere considerato tra i miracoli più
spettacolari di tutti i tempi, molto più del viaggio di Daniel nella
fornace infuocata. La vecchia fornace babilonese sicuramente non
sviluppò la temperatura del carburante in fiamme del jet. Manuali di
volo in lingua araba nel bagagliaio di una macchina, videocassette
inaudibili e altre dimostrazioni opportunamente migliorate fanno
delle prove di Mosca del 1937 un brillante esempio di giustizia
incorrotta. I prigionieri della guerra afghana sono stati tenuti via
da occhi indiscreti, nell'isolamento di Guantanamo, per non svelare
il più grande di tutti i segreti: la loro innocenza.
Dall'altra parte, c'è un aumento di prove del coinvolgimento
israeliano. Messaggi di avvertimento furono inviate agli israeliani
di Manhattan sul canale israeliano INIGO, in tempo reale, quando gli
aerei partirono dalle loro basi. In tutti gli aeroporti utilizzati
dai dirottatori, alla sicurezza era presente la compagnia israeliana
ICTS [i]. Le compagnie finanziarie israeliane fecero delle
transazioni di titoli assicurativi preventive che le arricchirono.
Israele utilizzò gli eventi dell'11 settembre con tutte le sue
capacità: l'attuale massacro nelle città palestinesi è descritto
come 'la guerra al terrorismo'. I vicini musulmani di Israele furono
terrorizzati passivamente dalla rabbia americana. La distruzione
dell'Afghnaistan ha elevato la soglia della sensibilità mondiale
all'orrore, e ha reso possibile l'attuale invasione delle città
palestinesi. Probabilmente non basta per il verdetto, ma lo stesso
si può dire sul presunto coinvolgimento di al-Qa'ida.
Non c'è terrorismo islamico, ma c'è un terrorismo israelo-americano
di Dar al-Islam. Non avete commesso peccati, ma sono stati commessi
peccati contro di voi. Quindi, quando il presidente degli USA ed i
suoi media vi domandano, 'che cosa fate riguardo al terrorismo
islamico?', vi suggerisco, Vostre Eccellenze, una buona risposta
ebraica, 'Quale terrorismo?'.
***********
fonte: dalla rete
Dieci episodi in onda su Retequattro dal 16 gennaio
La storia di un gruppo di soldati Usa nell'Europa occupata
Arriva in tv "Band of brothers". La guerra di Spielberg ed Hanks
La serie realizzata dal regista e dall'attore del "Soldato Ryan"
Una produzione monumentale fra storia, memoria ed effetti speciali
di ALESSANDRA VITALI
ROMA dal 16 gennaio va in onda, su Retequattro, Band of brothers,
una serie di dieci episodi che racconta le gesta di un'unità
dell'esercito americano in Europa durante la seconda guerra
mondiale. Ideata e prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, papà e
protagonista della pellicola hollywoodiana.
Ogni episodio inizia con le testimonianze di alcuni veterani della
compagnia, che hanno contribuito alla ricostruzione di luoghi e
situazioni. Ed è stato il primo ministro inglese in persona, Tony
Blair, a chiedere a Spielberg di girare in Gran Bretagna. In cambio,
il regista-produttore ha affidato al figlio di Blair, Euan, il
compito di segretario di produzione. Così, su un enorme set di 800
ettari nell'Hertofordshire, sono stati ricostruiti dodici villaggi
francesi, belgi e olandesi, colline, dighe e corsi d'acqua. Gli
interpreti principali (nel film ci sono 40 attori fissi per le dieci
puntate, 500 ruoli e duemila figuranti) sono stati sottoposti al
leggendario boot camp, l'addestramento paramilitare del capitano
Dale Dye, "allenatore", fin dai tempi di Platoon di Oliver Stone,
degli attori che devono trasformarsi in marines.
I numeri raccontano qualità e quantità. Sono state usate 700 armi
autentiche e quasi 400 armi di scena, e alcune sequenze hanno
richiesto più di 14.000 cambi di munizioni. Sono stati ricostruiti
quattro carri armati utilizzando, come base, le strutture dei
moderni T-34 e quelli delle forze armate britanniche. Sono state
realizzate 2000 uniformi e 500 paia di stivali da salto per
paracadutisti con le caratteristiche originali dell'esercito
americano. E tutti i 1.200 costumi dei civili sono autentici abiti
d'epoca.
Spielberg, cioè effetti speciali. Tanti, e innovativi. Come l'uso di
pupazzi elettromagnetici, capaci di tenere armi ed assumere ogni
posizione: quando il pupazzo riceveva un colpo, l'elettromagnete
veniva rilasciato e il pupazzo si accartocciava come un corpo umano.
Alcune novità anche per le cariche che provocano i fori dei
proiettili nei costumi: è stato utilizzato un meccanismo ad aria
compressa al posto dei tradizionali petardi, così che gli attori
potessero essere più vicini durante lo scoppio, senza alcun pericolo.
(30 dicembre 2002)
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PALESTINA NELLA BUFERA
Olocausto, dal dramma al business ?
Riflessioni sugli scritti di Norman G. Finkelstein
Mario Spataro
http://abbc.com/aaargh/ital/fink/spat.html
[7]
Le verità, se non sottoposte a continua revisione,
cessano di essere verità.
E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità.
John Stuart Mill (1)
[9]
PREMESSA
Consapevole del fatto che chi parla dell'Olocausto si avventura in
un campo minato, nel preparare questo libro mi sono avvalso quasi
esclusivamente di fonti ebraiche. Ho in particolare dedicato la mia
attenzione a un libro pubblicato da una casa editrice
dichiaratamente di sinistra e scritto dal rispettabile docente
universitario ebreo Norman G. Finkelstein la cui famiglia è stata
duramente toccata dalla persecuzione nazista. (2)
Chi volesse (come accade agli scritti controcorrente in materia di
Olocausto) definire "antisemita", "revisionista" o "negazionista"
questo mio modesto lavoro, altro non farebbe quindi che (a)
contestare quanto asserito da Finkelstein e da altri validi studiosi
ebrei non pochi dei quali dell'Olocausto sono stati indirettamente
vittime, e (b) attribuirmi l'intenzione e la capacità di entrare in
argomenti di cui non sono certo uno dei massimi esperti.
Ottobre 2000
M.S.
N.B.: Nel tradurre in italiano e fedelmente riportare in queste
pagine le parole degli autori da me citati ho necessariamente
dovuto, in stile quasi giornalistico, riassumere e coordinare il
tutto.
[11]
CAPITOLO 1
Fu nel 1995-98, quando mi dedicai al caso di Erich Priebke, che
nacque in me il desiderio di approfondire lo studio dell'Olocausto.
Non perché ci fosse un diretto collegamento fra gli eventi romani
del marzo 1944 (attentato di via Rasella e rappresaglia delle cave
Ardeatine) e l'Olocausto, ma per due diversi motivi. Innanzi tutto
perché in quei giorni i vertici della comunità ebraica romana e
italiana furono, assieme al Centro Wiesenthal e al B'nai B'rith, tra
quanti vollero e condussero l'attacco giudiziario contro Erich
Priebke. E in secondo luogo perché qualcuno in Italia e in
Argentina, superando con disinvoltura i confini del ridicolo,
inquadrava in quei giorni la rappresaglia delle Ardeatine fra i
cosiddetti crimini contro l'umanità: alla stregua, cioè,
dell'Olocausto!. (3)
Arrivai così alla stesura e alla pubblicazione del mio libro
Rappresaglia (1996), seguito dal ben più dettagliato libro Dal caso
Priebke al Nazi Gold (1999). (4)
[12]
Le cose che più attirarono la mia attenzione, oltre all'assurdità
storica e giudiziaria della vicenda Priebke, furono (a)
l'accanimento di alcune organizzazioni ebraico-americane nei
confronti dell'accusato (poi condannato all'ergastolo) contrapposto
all'indifferenza o addirittura al disgusto con i quali la stragrande
maggioranza degli italiani e persino dei romani osservava lo
svolgersi del processo, e (b) la disciplina con cui quasi tutta la
stampa, come imbrigliata da un potere o da una lobby che la
sovrastavano, riferiva faziosamente e spesso falsificava i fatti.
Mentre seguivo le udienze dei vari gradi del processo la mia mente
venne pure colpita da un altro succedersi di eventi al quale la
stampa, su scala mondiale, dava distaccata e cauta attenzione. Si
trattava di un attacco condotto dalle medesime organizzazioni
ebraico-americane contro le banche svizzere e, successivamente,
contro banche e industrie di altre nazioni europee (soprattutto
tedesche), per ottenere il pagamento di enormi somme a titolo
di "restituzione" o "risarcimento" in relazione a depositi bancari,
lingotti d'oro (il Nazi Gold), polizze d'assicurazione, beni
espropriati, lavoro coatto e altro, il tutto risalente ad ebrei
europei che durante la seconda guerra mondiale avevano subito la
persecuzione nazista o avevano perduto la vita.
Non poteva non saltare agli occhi il fatto che alcune di quelle
richieste, poco o nient'affatto documentate, erano avanzate da ebrei
che erano nati dopo la guerra negli Stati Uniti e che lì avevano
sempre vissuto: nulla, quindi, avevano sofferto o perduto. E il
fatto che analoghe sofferenze o perdite economiche subite per mano
nazista da altri europei non ebrei non avevano mai ricevuto, né
ricevevano, pari attenzione.
Mi dedicai alla questione con la stessa meticolosa cura che dedicavo
al caso Priebke e nel 1966 ne parlai nel mio libro Rappresaglia. Nel
secondo libro (1999) esaminai più a fondo e misi assieme la "caccia
al nazi" e la "caccia al Nazi Gold" sotto il già citato titolo Dal
caso Priebke al Nazi Gold.
Si trattava di un libro piuttosto voluminoso che può senz'altro
considerarsi il più ampio e il più documentato studio esistente in
libreria sui fatti romani del marzo 1944 e sul caso Priebke. Ma
proprio il buon risultato del mio lavoro, contrapposto al silenzio di
[13] quasi tutti i recensori e a una certa irritazione di qualche
ambiente letterario, rafforzò in me il già esistente sospetto che
una lobby imponesse la propria volontà al mondo dell'informazione.
Sospetto poi avvalorato dall'assegnazione del Premio Viareggio a un
libro polemico nei miei confronti nel quale si sosteneva, fra le
altre stravaganze, l'inesistenza di un nesso logico fra l'attentato
di via Rasella del 23 marzo 1944 e la rappresaglia delle Ardeatine
eseguita il giorno successivo.
Dedicai il penultimo capitolo (quasi 80 pagine) del mio Dal caso
Priebke al Nazi Gold alla caccia intrapresa dalle organizzazioni
ebraico-americane agli ottantenni o novantenni superstiti del Terzo
Reich, caccia nella quale inquadrai anche la persecuzione (coronata
da successo) nei confronti di Erich Priebke.
Mi chiesi, ovviamente, il perché di tanto accanimento mezzo secolo
dopo la fine della guerra e dopo che altre tragedie, non meno gravi,
si erano verificate in tutto il mondo.
Cercai di dare una risposta a quel perché nel corso dell'ultimo
capitolo (quasi 100 pagine) nel quale avanzavo l'ipotesi che a monte
della "caccia al nazi" potessero nascondersi anche spinte o
interessi di altro genere. Era una ipotesi che era già emersa nel
corso di una conversazione del 1996 fra Priebke e me e che era stata
poi ribadita nell'ambito di due interviste rilasciate dallo stesso
Priebke ai giornalisti Massimo Fini (marzo 1997) e Pierangelo
Maurizio (aprile 1997), per essere infine ventilata dall'avvocato
Carlo Taormina durante l'udienza del 15 maggio 1997.
"In alcuni ambienti si sentiva la necessità", scrissi nel 1999
riprendendo fedelmente quanto avevo ipotizzato nel 1996, "di
rivitalizzare con un processo a effetto il mito resistenziale e il
ricordo dell'Olocausto ebraico, ambedue minacciati dall'inesorabile
ruggine del tempo e dall'indifferenza di una gioventù consumista".
Ma così continuai: "Potrebbe però esistere un altro motivo per cui,
negli anni Novanta, il Centro Wiesenthal sentiva il bisogno di
rendere più visibile, attraverso processi contro i nazisti e
iniziative di altro genere, la propria esistenza. Nell'anno 2000 gli
immensi patrimoni sequestrati da Hitler alle famiglie ebree
dell'Europa centrale, o da queste svenduti sotto costrizione
[14] prima della fuga all'estero, o comunque finiti nelle banche
svizzere assieme ai non irrilevanti patrimoni di alcuni gerarchi
nazisti, potrebbero essere, se non reclamati dagli eredi o
discendenti, incamerati dalle banche. Il grisbi, pare, sarebbe di 10-
20 miliardi di dollari!".
E ancora: "Ebbene, in caso di controversie legali, chi potrebbe
assistere i reclamanti nelle difficili controversie internazionali?
Ovvero, mancando gli eredi, chi in ipotesi potrebbe sostituirsi a
loro? E chi potrebbe chiedere il sequestro dei patrimoni nazisti a
titolo di risarcimento danni? Chi, se non il Centro Wiesenthal e il
Congresso Mondiale Ebraico (World Jewish Congress) assurti a
portavoce dell'intera comunità israelitica mondiale e magari pronti
a ricorrere, nei confronti delle parti avverse, all'accusa di
antisemitismo? Solo così si può spiegare la vastità della manovra
messa in atto fra il 1994 e il 1996, a livello mondiale, per
attaccare Priebke".
"Nessuno vorrà o potrà negare", scrissi alla fine del mio
libro, "che le stesse organizzazioni che a partire dal 1994 dettero
la caccia a Erich Priebke sono le stesse che proprio in quei mesi,
favorite dalla acquisita visibilità, allungavano le mani verso
miliardi di dollari da gestire, sia pure con dichiarati nobili
propositi, senza troppi controlli".
E, dopo avere vagamente accennato all'entità delle parcelle degli
avvocati e dei consulenti che negli Stati Uniti avevano dato
assistenza alle organizzazioni ebraiche e ad alcuni reclamanti
individuali, ponevo al lettore del mio libro un inquietante
interrogativo: "Senza la visibilità loro assicurata da decenni di
caccia agli ex nazisti (rinverdita nel 1994-98 dalla montatura del
caso Priebke), sarebbero quelle organizzazioni riuscite ad
autonominarsi patrocinatrici o eredi dei superstiti e delle
innocenti vittime dell'Olocausto?". (5)
* * * *
Facile immaginare quale e quanta indignazione suscitassero quei miei
sospetti. Uno scrittore (quello del Premio Viareggio, per
intenderci) defini le mie parole "di una volgarità difficilmente
immaginabile". A Roma, durante un paio di conferenze, fui
[15] interrotto da individui incapaci, nei loro schiamazzi, di
andare oltre un ripetitivo "Sei milioni! Sei milioni!" che
ovviamente si riferiva alla ormai sacralizzata cifra relativa
all'Olocausto ebraico. A Firenze dovettero intervenire, in forze,
Carabinieri e Polizia. Nulla accadde invece a Vicenza dove però
l'edificio del convegno era presidiato dalle forze dell'ordine in
assetto antisommossa.
Eppure le mie ipotesi erano confermate da fonti insospettabili. Il
19 luglio 1997, per'esempio, il quotidiano romano Il Messaggero
riportava le parole del rappresentante parigino del Centro
Wiesenthal, signor Shimon Samuels, nelle quali si accennava a
strani "finanziamenti" dei quali Priebke aveva
probabilmente "beneficiato". Finanziamenti che, manco a dirlo,
provenivano dal paradiso fiscale svizzero. E infatti pochi giorni
dopo, il 27 luglio 1997, il Corriere della Sera metteva da parte
ogni cautela e titolava su cinque colonne: "Cercate l'oro di
Priebke. Secondo il Centro Wiesenthal sono in Svizzera i conti dei
capi nazisti".
Seguivano, nell'articolo del Corriere della Sera, "agghiaccianti
rivelazioni" del rabbino Marvin Hier, capo del Centro Wiesenthal di
Los Angeles, secondo il quale Erich Priebke "poteva essere" uno dei
titolari dei tanti conti segreti rimasti dormienti in Svizzera dagli
anni della guerra. Altri titolari di analoghi conti svizzeri erano
personaggi che evidentemente, sempre secondo Hier, nel Terzo Reich
coprivano posizioni di importanza pari a quella di Priebke: Adolf
Hitler, Hermann Goering, Martin Bormann, Eva Braun, Heinrich
Himmler, Adolf Eichmann, Josef Mengele, Ilse Koch e Klaus Barbie,
per non parlare di Ferdinand Porsche (fondatore e padrone della
Volkswagen) e Alfred Krupp (sovrano mondiale dell'acciaio) ai quali
il giovanissimo Erich Priebke, capitano di fresca nomina, veniva
equiparato. Il Corriere della Sera, commentavo quasi con sorpresa
nel mio libro del 1999, beveva tutto e rifilava la bufala ai propri
lettori.
Nessuno, in questo mondo in cui la libertà di pensiero è beffata da
un controllo dell'informazione quale mai s'era visto in passato (il
controllo esercitato dai regimi dittatoriali di Adolf Hitler e
Benito Mussolini era facilmente aggirabile sintonizzandosi sulle
[16] radio straniere, mentre in questa era democratica il lavaggio
del cervello è planetario e consente poche vie di fuga), nessuno --
dicevo -- osava ironizzare o sollevare timidi dubbi sulle
fameticazioni del signor Hier. Neppure quando questi, gettando la
maschera e ideando un cinico accostamento fra giustizia e pagamenti
pronta cassa, dichiarava senza esitazioni che quei soldi
dovevano "andare alle vittime del nazismo, e solo allora sarà fatta
giustizia".
Era questo, dunque, due anni prima del termine che consentiva alle
banche svizzere di incamerare i conti dormienti e il Nazi Gold,
l'aggancio fra la "caccia al nazi" (Priebke incluso) e i possibili
interessi di certi "cacciatori" promotori della ossessiva
rivitalizzazione dell'Olocausto?
Partendo da questo mio sospetto mi accinsi allo studio della "caccia
al Nazi Gold" accostandola alla "caccia al nazi" che era, continuavo
a pensare, la premessa legittimatrice dei "cacciatori". Superfluo,
qui, riportare in dettaglio i risultati delle mie ricerche che, come
dicevo sopra, riempirono le quasi cento pagine del capitolo X del
mio libro. Sorpresa destò in me, tuttavia, il fatto che le pretese
avanzate dalle organizzazioni ebraico-americane non tenessero conto
di un accordo del 1947 in base al quale la Svizzera, in cambio del
pagamento di 60 milioni di dollari (prontamente versati alla Federal
Reserve Bank di New York), era stata liberata da qualsiasi obbligo
di restituzione di ricchezze depositate da chicchessia durante la
seconda guerra mondiale. (6)
Altrettanta sorpresa destò in me la chiarezza con la quale Jean-
Pascal Delamuraz, presidente della Confederazione Elvetica e persona
abitualmente misurata nel parlare, defini pubblicamente "un ricatto"
le richieste delle organizzazioni ebraico-americane. Alla domanda di
pronte scuse avanzata dagli esponenti ebraici americani fecero
seguito un secco rifiuto di Delamuraz e il lancio di una ulteriore
accusa di "chiaro e indiscutibile ricatto" espressa dal
[17] presidente dell'Unione Banche Svizzere, Robert Studer. E che i
termini "ricatto" ed "estorsione" adottati in seguito dal
subentrante presidente elvetico Flavio Cotti e persino dallo
scrittore ebreo Raul Hilberg fossero tutt'altro che campati in aria
era dimostrato dal fatto che quella richiesta di una vera e propria
montagna di dollari era accompagnata dalla ripetuta minaccia di
sanzioni contro la Svizzera e contro le sue banche. (7)
Queste erano infatti, e testualmente io le riportai alle pagine 772
e 773 del mio libro Dal caso Priebke al Nazi Gold, le parole di
Avraham Burg e Israel Singer che parlavano per conto della Jewish
Agency di Gerusalemme, della World Jewish Restitution Organization e
del World Jewish Congress: "Le dichiarazioni di Delamuraz sono al
limite dell'antisemitismo, ed è nostra intenzione proporre un
pacchetto di misure economiche e politiche tali da chiarire alle
autorità svizzere, alle banche e alla popolazione elvetica che
l'unica politica per loro possibile è quella di cooperare con le
organizzazioni ebraiche. Le banche svizzere hanno quattro settimane
di tempo. Da loro ci aspettiamo indennizzi materiali e morali e
vogliamo che non resti in loro possesso nemmeno un centesimo delle
vittime dell'Olocausto".
Si era dunque al ricatto e all'estorsione più volte denunciati da
esponenti politici e finanziari elvetici? Giudichi il Lettore.
Pronte a sfoderare contro gli avversari la ormai ripetitiva accusa
di antisemitismo e di offesa alla memoria di 6 milioni di morti, le
organizzazioni ebraiche includevano fra le misure di boicottaggio
contro la Svizzera, come precisava la stampa e come io riportavo nel
mio libro, "il ritiro di capitali dalle banche elvetiche, l'uscita
di capitali americani dai fondi pensionistici depositati in Svizzera
e, cosa peggiore, il riesame delle licenze di esercizio delle banche
svizzere sul mercato degli Stati Uniti". (8)
Ubbidienti alle pressioni delle organizzazioni ebraiche, la
California, il New York, il Maine, la Pennsylvania e l'Illinois
[18] confermarono l'intenzione di boicottare le banche svizzere e il
Massachusetts arrivò pure a minacciare analoghe misure nei confronti
di aziende industriali svizzere come la Ciba, la Richemont, la
Nestlé, la Kuoni e la Abb, e ciò benché il ricorso al boicottaggio
come strumento di rappresaglia sia contrario alle norme della World
Trade Organization di cui sia gli Stati Uniti che la Svizzera fanno
parte.
La situazione era tale, insomma, da rendere oggettivamente difficile
smentire l'accusa di ricatto. Solo Michele Sarfatti, storico e
coordinatore in Italia del Centro di documentazione ebraica
contemporanea, tentò, invano e in modo piuttosto ermetico, di
farlo: "Non né affatto vero che le banche svizzere sono state
ricattate", rispondeva a Paolo Conti del Corriere della Sera che lo
intervistava. "Alla base c'è un vero interessamento verso la Shoah,
nodo che continua a essere irrisolto nel suo perché più profondo.
Sappiamo come è accaduto ma alla fine non perché. E la ricerca
produce convegni, studi. E tutto ciò naturalmente ha un costo
preciso". (9)
Dilungarmi sui tira e molla di quella trattativa che si trascinò
sino all'estate del 1998 rischierebbe di tediare il Lettore che,
comunque, potrà ottenerne una dettagliata descrizione attraverso la
lettura del capitolo X del mio Dal caso Priebke al Nazi Gold. Ciò
che conta è che finalmente, nella notte del 12 agosto 1998 (mentre
l'offensiva per strappare altro denaro si estendeva pure alla
Germania, all'Austria, alla Svezia, all'Italia, alla Spagna, al
Portogallo, al Principato di Monaco, alla Francia e,
incredibilmente, persino al Vaticano e a Israele), si arrivò con i
delegati svizzeri alla firma di un accordo per 1 miliardo e 250
milioni di dollari (pari a circa 2,5 mila miliardi di lire italiane)
a fronte di una richiesta iniziale di 7 miliardi di dollari (pari a
circa 14 mila miliardi di lire italiane).
Alcuni commenti apparsi sulla stampa di quei mesi sono utili per
introdurci a quanto sarà esposto nei prossimi capitoli.
Già nel 1979 così aveva scritto, a Washington, il settimanale The
Spotlight: "L'industria dei sopravvissuti è uno degli aspetti
lucrativi delle tristi vicende della seconda guerra mondiale. Non
contente di ottenere spontanee donazioni da privati cittadini, certe
[19] organizzazioni strappano miliardi di dollari per dare vita ai
loro musei, gruppi di studio, film, libri e memoriali. Al tempo
stesso, con la loro caccia a più o meno immaginari criminali di
guerra, incutono paura e rispetto e, soprattutto, si rendono
visibili all'opinione pubblica. Ecco perché col passare degli anni
la lista dei criminali di guerra è diventata sempre più lunga". (10)
E in questi termini, qualche anno più tardi, lo stesso settimanale
tornava sull'argomento: "Oggi la stampa svizzera è sommersa da
migliaia di lettere di cittadini furibondi che accusano di venalità
le organizzazioni ebraico-americane e di viltà la classe politica
elvetica. I giornalisti svizzeri non avevano mai assistito a una
simile manifestazione di quasi-antisemitismo da parte di gente che
non esita a firmare con nome, cognorne e indirizzo: nessuno ha paura
di denunciare quello che apertamente viene definito ricatto
ebraico". (11)
Non aveva tutti i torti, The Spotlight. L'indignazione popolare
suscitata in Svizzera dall'aver dovuto la nazione e le banche
soggiacere alle pressioni di organizzazioni straniere di
connotazione ebraica determinava in quei mesi un rafforzamento del
movimento Nationale Organisation Aufbau che il capo della polizia
federale Urs von Daeniken, nel corso di una intervista concessa al
Sonntags-Blick, non esitava a definire neonazista e antisemita. (12)
Ma non è tutto. Altri commenti, provenienti dalla Svizzera, erano
ancora più drastici. Persino Sigi Feigel, presidente onorario della
comunità ebraica svizzera, definiva i vertici di quelle
organizzazioni ebraico-americane "speculatori in cerca di
notorietà". E Jean Pierre Bonny, consigliere federale svizzero,
parlava di "ambienti che vogliono soltanto soldi". Facendogli eco,
il presidente della commissione parlamentare elvetica per gli Affari
esteri, Francois Lachat, dichiarava alla stampa che "certa gente non
pensa più all'Olocausto,
[20] ma cerca solo di arraffare denaro". E intanto un gruppo di
azionisti della banca Credit Suisse, dei quali si faceva portavoce
il finanziere Marc Fessler, si riservava di trascinare in tribunale
i promotori americani delle sanzioni accusandoli del reato di
estorsione. (13)
Alla fine del mio libro del 1999, dopo avere anticipato le polemiche
che sarebbero verosimilmente esplose nell'ambito ebraico per la
suddivisione e la distribuzione dei soldi pagati, oltre che dalla
Svizzera, pure dalla Germania e da altre nazioni fra cui l'Italia
(Assicurazioni Generali), facevo mie le parole di un giornalista del
Corriere del Ticino ("È sconsolante che il dramma dell'Olocausto sia
diventato una questione di vile denaro") e condividevo l'amara
conclusione degli storici lan Sayer e Douglas Botting secondo i
quali quel rastrellamento di denaro in qualche modo collegato al
dramma dell'Olocausto "non avrà mai fine". (14)
[21]
CAPITOLO II
Come si è visto nel capitolo che precede, avevo chiuso il mio libro
del 1999 con un politicamente scorretto interrogativo. Mi chiedevo,
in sostanza, se dietro l'affività di certe organizzazioni ebraico-
americane promotrici della "conservazione della memoria
dell'Olocausto" e della "caccia al nazi" non si nascondessero più o
meno recondite finalità speculative.
È facile immaginare la mia sorpresa quando la sera del 26 luglio
2000, per caso imbattutomi in un programma della britannica BBC
(avevo appena acquistato l'antenna parabolica), mi trovai a seguire
una lunga intervista rilasciata a un imbarazzatissimo cronista dal
quarantasettenne professore universitario americano Norman G.
Finkelstein che, ebreo e figlio di genitori sopravvissuti ai campi
di concentramento tedeschi in Polonia, diceva più o meno le stesse
cose che io avevo scritto, nel 1996 e nel 1999, nei miei libri.
Immediato e comprensibile il mio interesse. (15)
Appresi da quella intervista che Finkelstein aveva da poco
licenziato un libro che, intitolato The Holocaust Industry,
Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering, metteva in
risalto le speculazioni che, naturalmente secondo l'autore,
sarebbero in atto su una tragedia (l'Olocausto ebraico) della quale
ben poco s'era parlato dalla fine della guerra agli anni Settanta ma
che poi, improvvisamente e certamente nell'ambito di un preciso
disegno
[22] mondiale, era diventata oggetto di un crescente e quasi morboso
interesse. (16)
Finkelstein, uomo di gradevole aspetto e dal linguaggio chiaro e
stringato, esponeva con decisione le proprie opinioni (la sua
discendenza ebraica e le vicissitudini della sua famiglia lo
tenevano al sicuro dall'accusa di antisemitismo) e scavalcava con
eleganza gli ostacoli che l'intervistatore televisivo cercava di
frapporgli sperando di portare la conversazione su un binario
politicamente meno scorretto.
Il mio interesse venne poi ancor più stuzzicato quando lessi sul
Corriere della Sera una recensione del libro di Finkelsteín che, a
firma Paolo Conti, occupava quasi una intera pagina. "Secondo
l'autore, la mistificazione e lo sfruttamento dell'Olocausto", si
leggeva in quell'articolo, "si sono sovrapposti alla tragedia d'un
popolo. La tesi è esplosiva, soprattutto se sottoscritta da un
ebreo: l'Olocausto è servito a estorcere denaro all'Europa". E
ancora: "Molti sopravvissuti sono simulatori e il centro voluto da
Simon Wiesenthal è una Dachau-Disneyland". (17)
Ciò che mi lasciò perplesso (ma che contribuì ad aumentare la mia
curiosità) fu un certo imbarazzo che traspariva dalle interviste
concesse al giornalista Paolo Conti da alcuni esponenti della
comunità ebraica italiana e riportate nello stesso articolo.
Il presidente dell'Unione delle comunità israelitiche italiane, Amos
Luzzatto, cercava di dirottare il tiro su altri e non
[23] definiti bersagli: "Credo che Finkelstein confonda le
organizzazioni ebraiche americane ufficiali, che certo non
speculano, con gruppi di profittatori che indubbiamente esistono.
Vogliamo chiamarla, in certi casi, opera di sciacallaggio?". Ma non
precisava, Luzzatto, né quali fossero le "organizzazioni ebraiche
americane ufficiali", né chi potessero essere quei "gruppi di
profittatori".
Ancor più vaga la dichiarazione rilasciata da Michele Sarfatti,
storico e coordinatore del Centro di documentazione ebraica
contemporanea, che cercava di indirizzare sospetti e accuse sugli
Stati Uniti in generale: "Negli Stati Uniti c'è chi lavora
onestamente e con senso della misura e chi si approfitta della
situazione. Molte cose che succedono negli Stati Uniti, per esempio,
non mi convincono".
Sorprendenti le parole di Valentina Pisanty, autrice di libri
sull'Olocausto, che arrivava a sospettare di antisemitismo un
ebreo: "L'accusa alle lobby ebraiche americane? La questione è molto
delicata. Il fatto che Finkelstein sia ebreo non significa che lui
stesso non possa essere antisionista, come esplicitamente è, o anche
antisemita. Vedo un atteggiamento polemico, una estremizzazione
delle tesi sull'Olocausto da sfruttamento inutile ai fini di una
comprensione scientifica del fenomeno. Non dico che Finkelstein cada
nel filone del revisionismo o del negazionismo, ma i suoi toni
finiscono con l'avvicinarlo pericolosamente a quella sponda".
Molto più chiaro, sempre nell'intervista rilasciata al Corriere
della Sera, lo storico Giovanni Sabbatucci: "Tutti i miti fondativi
contengono sempre per definizione una dose di mistificazione ed
esagerazione che non regge alla critica storica e ha quindi un
rapporto debole con l'avvenimento. Ma nel caso della Shoah bisogna
agire con estrema cautela. Perché è facile, anzi facilissimo, finire
nel calderone dei negazionisti. Perché qui parliamo, non
dimentichiamocelo, di un atroce sterminio".
Un altro commento, proveniente via Internet da Andre Vornic della
britannica BBC, collegava le tesi di Finkelstein alla nascita dei
musei-memoriali dell'Olocausto proliferanti in Europa e negli Stati
Uniti, al trasformarsi dell'Olocausto in una nuova materia di [24]
studio nelle scuole e allo sviluppo di quello che secondo Vornic si
potrebbe definire "racket dell'Olocausto".
Ebbi qualche iniziale difficoltà nel reperimento del libro e
infatti, nella mia ricerca, entrai direttamente in contatto con lo
stesso Finkelstein che mi rispose subito e con grande cortesia: "Non
so come si possa reperire il mio libero in Italia", mi scrisse fra
l'altro, "ma in verità esso è quasi introvabile pure qui negli Stati
Uniti!".
Non potei fare a meno di riflettere sul fatto che persino negli
Stati Uniti (dove stampa ed editoria sono assolutamente libere
grazie al primo emendamento della Costituzione) e persino nei
confronti di un autore ebreo indirettamente toccato dall'Olocausto
esiste il ricorso al boicottaggio se il contenuto di un suo libro è
controcorrente. E la mia mente andò al quasi totale blocco
editoriale e alla strisciante congiura del silenzio che esistono
pure in Europa (Italia inclusa) nei confronti di qualsiasi scritto
politicamente scorretto.
Riuscii comunque a trovare il libro, che ricevetti verso la fine di
agosto, presso un distributore londinese. Poi, via Internet, trovai
pure qualche recensione e alcuni commenti (poca cosa, comunque)
apparsi sulla stampa inglese, tedesca e americana. (18)
Lessi attentamente il tutto, sottolineando i passi salienti come è
mia abitudine, e poi rilessi sin dall'inizio.
* * * *
Una interessante distinzione fatta da Finkelstein sin dalle prime
pagine è quella che lui vede fra il termine "Nazi Holocaust" e il
termine comunemente usato da giornalisti e storici di "Holocaust".
Al primo termine Finkelstein fa ricorso quando parla dell'evento
storico che vide la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti e
le relative conseguenze. Il secondo termine, sempre nel libro di
Finkelstein, serve a definire quella che lui considera
una "rappresentazione ideologica" dell'anzidetto evento storico.
[25]
Come in tutti i dogma ideologici l'odierna rappresentazione
ideologica dell'Olocausto, afferma Finkelstein, ha una connessione
con la realtà dei fatti, ma i suoi aspetti fondamentali sono
modellati quasi per appoggiare certi interessi politici e di gruppo:
l'Olocausto, insomma, sarebbe diventato una importante arma
ideologica. Ricorrendo ad esso una delle più forti potenze militari
responsabile di orrende violazioni dei diritti umani (e qui
l'autore, che è apertamente filopalestinese, si riferisce allo stato
d'Israele) è riuscita ad atteggiarsi a "nazione vittima", mentre
pure negli Stati Uniti il più facoltoso gruppo etnico, quello
ebraico, è riuscito ad assumere la veste di vittima con la
conseguenza di essere immune da qualsiasi critica.
Poi, dopo avere ricordato ai lettori che i suoi genitori erano a
stento sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di
concentramento nazisti, l'autore mette in bella evidenza questa
frase: "A parte i miei genitori, tutti i membri della mia famiglia,
sia dal lato paterno che da quello materno, sono stati sterminati
dai nazisti". Più che giustificabile, nei tempi che corrono, il
desiderio di Finkelstein di mettere subito in chiaro le
proprie "credenziali".
Fatto questo, l'autore entra in argomento. E lo fa, alle pagine 6 e
seguenti, senza mezzi termini: "Non ricordo nella mia infanzia di
aver sentito parlare molto dell'Olocausto. Il fatto è che nessuno,
fuori della mia famiglia, sembrava in quei giorni interessato a ciò
che era accaduto durante la guerra. Onestamente non ricordo miei
amici o genitori di miei amici che ponessero domande a proposito di
ciò che mio padre o mia madre avevano sofferto. E non si trattava di
discrezione o di un rispettoso silenzio: era pura e semplice
indifferenza. A parer mio, pertanto, inevitabile è lo scetticismo di
fronte all'esplosione di dolore manifestatasi nei decenni
successivi, cioè dopo la nascita della speculazione sull'Olocausto.
Certe volte mi chiedo se la scoperta dell'Olocausto da parte degli
ebrei americani non sia stata peggiore dell'oblio: non sarebbe stato
cosa nugliore un dignitoso silenzio invece dell'odierno sfruttamento
del martirio ebraico? ". (19)
[26]
E ancora: "Prima che nascesse l'industria dell'Olocausto solo pochi
libri degni di attenzione, come il Prisoners of Fear di Ella Lingens-
Reiner (Londra 1948), il Man's Search for Meaning di Viktor Frankl
(New York 1959) e il The Destruction of the European Jews di Raul
Hilberg (New York 1961), erano stati pubblicati su quell'argomento.
Negli anni successivi, come ben ricordo, mia madre era solita
ironizzare sui racconti dei cosiddetti sopravvissuti, tutti eroi ma
tutti fonte di grande ilarità a casa mia. Oggi invece immense
risorse pubbliche e private vengono destinate al salvataggio della
memoria del genocidio nazista. Le odierne iniziative dell'industria
dell'Olocausto, volte a estorcere denaro agli europei in nome delle
cosiddette bisognose vittime dell'Olocausto, hanno abbassato la
nobiltà di quel martirio al livello di quella del casinò di Monte
Carlo".
È chiaro che le opinioni di Norman Finkelstein poco hanno in comune
con quelle del revisionismo classico (che pure include valenti
studiosi della materia) e specialmente con quelle del cosiddetto
negazionismo (che a mio avviso non è mai esistito ed è solo un
termine spregiativo col quale la cultura conformista vuole bollare
il revisionismo): Finkelstein si guarda bene dal sottovalutare il
dramma degli ebrei europei ma, allineandosi ad alcuni revisionisti,
ne discute misura e modalità e, in modo particolare, ne contesta la
cosiddetta "unicità" rammentando infatti l'esistenza di altrettanto
tragici olocausti avvenuti nella storia del mondo. E forse proprio
per questa sua lontananza dal revisionismo la contestazione di
Finkelstein assume particolare valore e sconvolgente significato.
(20)
"Quella dell'Olocausto", osserva Finkelstein a pagina 11, "è fra le
vicende storiche la sola che oggi risuona con insistenza
[27] nelle aule scolastiche e universitarie. Molti americani sanno
più sull'Olocausto che sull'attacco contro Pearl Harbor o sui
bombardamenti atomici del Giappone. Eppure tra la fine della seconda
guerra mondiale e la fine degli anni Sessanta l'argomento veniva
appena sfiorato in letteratura e nel cinema. Quando, nel 1963,
Hannah Arendt pubblicò il suo Eichmann in Jerusalem solo due
studiosi se ne interessarono. E pure a The Final Solution di Gerald
Reitlinger e a The Destruction of the European Jews di Raul Hilberg
pochi prestarono attenzione. Quest'ultimo libro, anzi, a malapena
trovò un editore disposto a occuparsene. Persino l'importante
biografia di Hitler scritta da Joachim Fest nel 1973 dedica solo
quattro delle sue 750 pagine al genocidio degli ebrei e appena un
paragrafo ad Auschwitz". (21)
E a pagina 16 che Finkelstein, da attento studioso della causa
palestinese, affronta l'inizio del grande cambiamento. Si tratta di
vicende che io, non essendone pienamente informato, non avevo
toccato nel mio libro del 1999 orientando invece la mia attenzione
sulla "caccia al nazi". (22)
"Fu con la guerra arabo-israeliana del 1967", questa è la tesi di
Finkelstein, "che l'Olocausto divenne elemento fondamentale della
vita americana". E, di rimbalzo, anche della vita europea.
Non ho alcun elemento per contestare le affermazioni di Finkelstein,
ma a mio parere un altro motivo per cui dell'Olocausto è stata
imposta al mondo una ossessiva presenza quotidiana fu, a partire
dagli anni Ottanta e Novanta del secolo appena trascorso, la
prospettiva della immensa offensiva finanziaria di cui sarebbero poi
rimaste vittime banche, assicurazioni e industrie di mezza Europa.
Fu proprio in quegli anni, infatti, che per accrescere la visibilità
e la credibilità di cui avevano bisogno per avanzare le loro
pretese, le organizzazioni ebraico-americane dettero maggiore
impulso alla "caccia aI nazi" e maggiore notorietà all'Olocausto.
Dunque secondo me le due tesi, quella di Finkelstein (rivalutazione
dei rapporti con Israele) e quella mia intensificazione
della "caccia al nazi" in vista dell'avvicinarsi dei tempi per
la "caccia al
[28] Nazi Gold"), rispondono a deduzioni logiche e coincidenze
cronologiche. E, lungi dall' escludersi a vicenda, sono fra loro
complementari.
* * * *
Sostiene Finkelstein che fra il 1948 (anno della fondazione dello
stato d'Israele) e il 1967 l'establishment americano era diffidente
nei confronti dei vertici del nuovo stato, in massima parte
provenienti dall'Europa orientale e intrisi di ideologia marxista,
temendo che potessero schierarsi nel campo sovietico. A ciò
Finkelstein aggiunge il fatto che il Dipartimento di stato riteneva
che l'instaurazione di rapporti troppo amichevoli con Israele
potesse allontanare dal mondo occidentale i paesi arabi. E questo
orientamento era condiviso persino da influenti ambienti ebraico-
americani: in occasione del rapimento di Eichmann in Argentina,
ricorda Finkelstein, persino l'ex presidente del World Jewish
Congress, Joseph Proskauer, e il quotidiano Washington Post (di
proprietà ebraica) dissero apertamente che "lo stato d'Israele si è
comportato esattamente come si sarebbero comportati dei nazisti". In
quegli anni solo un ebreo americano su venti si recava in visita in
Israele e il presidente Eisenhower, quando costrinse Israele a
ritirarsi dal Sinai, vide aumentare a proprio favore le simpatie
dell'ambiente ebraico-americano. (23)
Ma dopo la vittoria di Israele nel 1967 gli ebrei americani si
accorsero che quello stato poteva diventare un caposaldo per la
difesa degli Stati Uniti e della "civiltà occidentale" contro
le "primitive orde arabe". Fu allora che Israele, in piena guerra
fredda fra l'Occidente capitalista e l'Oriente comunista, divenne
una pedina strategica per la comunità ebraica americana. Al punto
che la Anti Defamation League instaurò dei rapporti di
collaborazione con i
[29] servizi segreti israeliani e, in base a un vecchio rapporto di
collaborazione, con quelli sudafricani. (24)
Interessante, in proposito, il drastico cambiamento verificatosi
nell'atteggiamento della scrittrice ebrea americana Lucy S.
Dawidowicz che in passato era stata una accesa critica di Israele,
sino a sostenere nel 1953 che il nuovo stato non poteva pretendere
risarcimenti dalla Germania mentre negava i giusti indennizzi ai
palestinesi privati della loro terra. Ebbene, osserva Finkelstein,
immediatamente dopo la guerra del 1967 la Dawidowicz mutò
radicalmente il proprio orientamento e divenne una sostenitrice
della politica israeliana. Analogo cambiamento, aggiunge
Finkelstein, si ebbe nel 1973 nelle vedute politiche di Irving Howe,
noto esponente della élite ebraica americana di sinistra e direttore
fra l'altro del giornale Dissent.
Naturalmente la politica pro-Israele dei vertici ebraico-americani
non poteva passare inosservata e non era esente da critiche. Fu
cosà, osserva Finkelstein, che quegli stessi vertici decisero di
ricorrere alla "memoria" dell'Olocausto per toccare i sentimenti di
pietà e per diffondere l'infondata paura che Israele si
trovasse "nel mortale pericolo di un secondo Olocausto" per
iniziativa, ovviamente, degli arabi. L'American Jewish Committee,
addirittura, prospettò l'ipotesi di uno spaventoso genocidio in
Palestina accompagnato da un suicidio in massa degli ebrei. (25)
In realtà, e su questo punto Finkelstein dissente dall'opinione
dello storico ebreo americano Peter Novick autore del libro The
Holocaust in American Life (New York, 1999), non fu la paura di un
secondo Olocausto ad accendere negli Stati Uniti (e di conseguenza
in tutto il mondo) la forzata rivitalizzazione della memoria
dell'Olocausto. (26) Furono piuttosto l'accertata forza di Israele
vincitore della guerra e la prospettiva per gli Stati Uniti di poter
contare su un alleato così agguerrito. Si otteneva inoltre, grazie
alla memoria dell'Olocausto, la possibilità, senza ostacoli da parte
[30] dell'opinione pubblica, di far convergere sul potenziale
militare israeliano enormi risorse economiche provenienti dai
contribuenti americani. Quale migliore arma psicologica, per
conseguire quei fini, che un martellante ricordo dell'Olocausto e
delle sofferenze subite dagli ebrei durante la seconda guerra
mondiale? (27)
* * * *
Ma, prosegue Finkelstein a pagina 32 del suo libro, pure dei motivi
tipici di una società multirazziale come quella americana hanno
contribuito a incoraggiare la nascita del business dell'Olocausto.
Anno dopo anno, negli Stati Uniti tutti i gruppi razziali e tutte le
cosiddette minoranze emarginate hanno sempre cercato accanitamente
quella che viene definita "identità". E poiché una "identità" è
rafforzata da una storia di oppressione e di sofferenza, era
necessario radicare in ogni gruppo una "cultura di vittimizzazione"
che era facilmente reperibile nella comunità negra, in quella
ispanica, in quella dei pellerossa e, sia pure in minor misura,
nelle donne e negli omosessuali. Solo gli ebrei, fra tutti i gruppi
americani, non avevano mai subito oppressione o discriminazioni e
non potevano quindi lamentare una situazione "svantaggiata".
Anzi, gli ebrei (che costituiscono il 2% circa della popolazione
americana e che dopo la fine della seconda guerra mondiale hanno
visto scomparire ogni residua barriera di antisentitismo) sono
decisamente la comunità più florida degli Stati Uniti. Il reddito
pro-capite degli ebrei americani, sottolinea in proposito
Finkelstein, è quasi il doppio di quello dei non ebrei. Sedici dei
quaranta americani
[31] più ricchi sono ebrei. Il 40% dei Premi Nobel americani nel
campo delle scienze e dell'economia sono ebrei. Il 20% dei docenti
universitari sono ebrei. E il 40% dei più importanti avvocati di New
York e Washington sono ebrei. Lungi dal costituire un ostacolo,
l'identità ebraica è dunque una chiave d'entrata al successo e al
benessere. (28)
Tutto ciò, secondo lo scrittore ebreo Charles Silberman. autore del
libro A Certain People, rendeva impossibile che fra gli ebrei
nascesse quel senso di emarginazione e di discriminazione che è
presente in altre minoranze, e creava anzi in loro quello che
Finkelstein e Silberman definiscono "un generale senso di
superiorità e una sorta di atteggiamento psicologico traducibile, in
poche parole, nella convinzione che gli ebrei sono migliori".
Ecco dunque che, non potendo giocare la carta della vittimizzazione,
le organizzazioni ebraico-americane giocarono quella del ricordo
dell'Olocausto e della minaccia araba nei confronti di Israele. E
riuscirono, scrive Finkelstein a pagina 35 del suo libro, a
raccogliere denaro di cui però solo la metà andò al "minacciato"
stato d'Israele, l'altra metà restando nelle mani delle
organizzazioni ebraico-americane. Nello sfruttamento dei presunti
pericoli dai quali si sosteneva che Israele fosse minacciato si
celava dunque, afferma ancora Finkelstein, lo stesso atteggiamento
cinico che avrebbe generato, in seguito, lo sfruttamento della pietà
per le "bisognose vittime dell'Olocausto".
E per difendere da qualsiasi possibile critica i loro interessi di
gruppo, quelle organizzazioni etichettarono come "antisemita" ogni
segnale di opposizione e si servirono dell'Olocausto per
delegittimare qualsiasi attacco nei loro confronti. (29) E a quel
punto,
[32] conclude Finkelstein alla fine del primo capitolo del suo
libro, nessun ostacolo impedi alle organizzazioni ebraico-americane
di agire con tutta la loro arroganza.
E infatti: "L'indottrinamento sull'Olocausto", scrive Finkelstein
riprendendo testualmente le parole dello scrittore israeliano Boas
Evron, "altro non è che una iniziativa propagandistica basata su un
bombardamento di slogan e su una falsa visione del mondo volta non
alla conoscenza del passato ma alla manipolazione del presente. La
memoria del genocidio nazista costituisce insomma una poderosa arma
nelle mani dei vertici israeliani e di quelli degli ebrei che vivono
in altre nazioni".
* * * *
Uno dei dogma sui quali si basa tale manovra è quello, emerso dopo
il 1967, della unicità dell'Olocausto: l'Olocausto sarebbe un evento
unico e senza precedenti nella storia dell'umanità.
"Tutti gli storici affermano che l'Olocausto è un fatto unico",
scrive Finkelstein a pagina 43, "ma pochi sanno dire perché. Eppure
chiunque contraddica quella affermazione viene accusato di
negazionismo. Ma a pensarci bene, unico o non unico, che differenza
fá? Cosa cambierebbe se l'Olocausto non fosse unico ma fosse la
quarta o quinta catastrofe storica di quella portata?". (30)
[33]
Notevoli, a proposito della unicità e della strumentalizzazione
dell'Olocausto, gli attacchi polemici di Finkelstein nei confronti
di altri studiosi ebrei come Steven S. Katz, Peter Novick, Daniel
Goldhagen ed Elie Wiesel, tutti ampiamente trattati da Finkelstein
che proprio a Goldhagen e Wiesel riserva i suoi strali più pungenti
e non privi di ironia. Come quando commenta le critiche mosse da
Wiesel al leader israeliano Shimon Peres colpevole secondo Wiesel di
avere osato parlare di due immani olocausti del XX secolo: Auschwitz
e Hiroshima. O come quando definisce "comica" la pretesa di
Goldhagen che tutti, proprio tutti, i non ebrei vogliono da duemila
anni la morte degli ebrei. (31)
"La pretesa unicità dell'Olocausto è diventata una forma di
terrorismo intellettuale", scrive Finkelstein rifacendosi ad
analoghe affermazioni fatte da Jean-Michel Chaumont. "E chiunque
abbia l'ardire di adottare in proposito le normali procedure di
ricerca storica comparativa deve essere pronto ad affrontare
l'accusa di banalizzazione dell'Olocausto". (32)
[34]
Ma perché, si chiede poi, tanta insistenza nel sostenere l'unicità
dell'Olocausto? La risposta, secondo lo stesso Finkelstein, consiste
nel fatto che una sofferenza unica merita riconoscimenti unici. "E
infatti", prosegue rifacendosi alle parole dello storico Peter
Baldwin autore di Reworking the Past (1990), "la singolarità delle
sofferenze degli ebrei rafforza la validità morale ed emozionale
delle pretese che Israele può avanzare nei confronti di altre
nazioni". Al punto che, come scrivono Seymour M. Hersh in The Samson
Option (1991) e Avner Cohen in Israel and the Bomb (1998), "persino
la decisione israeliana di sviluppare un annamento nucleare è
giustificata con lo spettro dell'Olocausto".
* * * *
Il concetto di un preteso inguaribile bisogno dei non ebrei di
ammazzare gli ebrei, un bisogno che lo scrittore Daniel Jonah
Goldhagen sostiene esistere da duemila anni, rischia di portare
secondo Finkelstein alla sgradevole conclusione che l'uccisione
degli ebrei, se accettata da due millenni, sia da considerarsi cosa
lecita e normale. E che, conseguentemente, altrettanto lecito e
normale sia per gli ebrei intraprendere qualsiasi azione, persino
aggressioni e torture, giustificata dal diritto all'autodifesa.
Questa polemica fra Norman Finkelstein e Daniel Goldhagen merita di
essere brevemente esaminata.
Il tutto risale al 1996, quando Daniel Goldhagen pubblicò il suo
controverso libro Hitler's Willing Executioners, e al marzo 1997,
quando Ruth Bettina Birn lo criticò sullo Historical Journal edito
dalla Cambridge University Press. (33) Le critiche della Bim
consistevano nell'affermazione che Goldhagen aveva volutamente
selezionato e manipolato le testimonianze e i dati in modo da farli
coincidere con le conclusioni a lui gradite. (34)
[35]
Goldhagen reagi citando in giudizio per diffamazione sia la
Cambridge University Press che la Birn (con la quale aveva
cordialmente collaborato per tredici anni) e attaccò la stessa Birn
pure sul giornale tedesco Frankfurter Rundschau. La Birn gli rispose
per le rime su Der Spiegel e ribadì che Goldhagen aveva falsificato
i dati raccolti dai documenti originali tedeschi. (35)
Nel frattempo Finkelstein (già autore del libro Image and Reality of
the Israeli-Palestine Conflict e del libro The Rise and Fall of
Palestine) doveva sostenere l'attacco delle organizzazioni ebraico-
americane per avere ridicolizzato nei suoi scritti il libro From
Time Immemorial col quale la scrittrice Joan Peters aveva tentato di
gettare discredito sulla causa palestinese affermando, su
suggerimento del ministro degli Esteri israeliano Yitzhak Shamir,
che gli arabi sono presenti in Palestina solo da pochi decenni e che
quindi non possono accampare diritti di alcun genere su quella
regione.
Inevitabile che Norman Finkelstein e Ruth Bettina Birn, ambedue
ebrei ma ambedue ormai nel mirino delle organizzazioni ebraico-
americane, unissero le forze. Cosa che fecero nel 1998 dando alle
stampe un libro intitolato A Nation on Trial, the Goldhagen Thesis
and Historical Truth nel quale polemizzavano apertamente con le tesi
espresse da Goldhagen e criticavano altresì alcuni scritti del noto
studioso ebreo Elie Wiesel. (36)
La polemica venne allora ulteriormente acuita da un intervento
Internet di Goldhagen che senza mezzi termini accusò Finkelstein e
la Birn di "sfacciata e inequivocabile falsificazione dei fatti sino
a renderli, dall'inizio alla fine, una tendenziosa successione di
pure invenzioni". Poi, riferendosi specialmente al libro A Nation on
Trial, Goldhagen definì gli scritti di Finkelstein "esempi tipici di
polemica politica indegni di risposta". Passando infine ad attaccare
la persona stessa di Finkelstein, così si espresse
Goldhagen: "Quest'uomo ha costruito la propria
[36] carriera prendendosela con Israele. E adesso, essendo passato
allo studio dell'Olocausto, scopre che esso è il frutto di una
cospirazione sionista". E ancora: "Finkelstein non si era mai
occupato dell'Olocausto e neppure conosce il tedesco: quale può
essere l'attendibilità di uno studioso che non è in grado di
accedere alle fonti originali scritte in tedesco?. (37) Come può
Finkelstein affermare, su The Observer del 18 gennaio 1998, che
quella che lui definisce industria dell'Olocausto è un circo del
quale io farei parte? E come può affermare, sul Frankfurter
Rundschau del 22 agosto 1997, che i miei scritti sono una truffa?".
(38)
Un competente commento a quella polemica venne dall'intellettuale
israeliano Tom Segev, che il 15 maggio 1998 rilasciò una
dichiarazione al giornale Haaretz Feature. "Il libro di Goldhagen",
affermò Segev, "ha acquisito popolarità in tutto il mondo ma è ben
lontano dall'essere apprezzato dagli studiosi, parecchi dei quali
hanno infatti criticato la tesi di Goldhagen secondo la quale tutti
i tedeschi presero parte all'Olocausto perché tutti erano
antisemiti. Le critiche che tanto irritano Goldhagen sono ben
documentate. Storici di tutto il mondo, anche israeliani, affermano
che Goldhagen ha scritto un libro insignificante".
"I maggiori critici di Goldhagen", prosegui Segev, "sono Ruth
Bettina Birn e Norman G. Finkelstein che hanno fatto l'inaudito:
hanno controllato le fonti di cui si è servito Goldhagen, una per
una, e hanno raggiunto la conclusione che il suo libro non può
essere considerato un serio lavoro scientifico. Ma a quel punto la
controversia è andata oltre i binari di una normale polemica fra
studiosi. E diventata un dibattito politico. Chi critica Goldhagen,
di conseguenza, è considerato un antisemita e possibilmente un
negazionista e un nemico dello stato d'Israele". (39)
La polemica si arricchii di un articolo di Finkelstein che sulla New
Left Review ribadì quanto scritto dalla Birn. E intanto, cosa
[37] ancor più preoccupante per Goldhagen, attraverso la rivista New
York Forward si sparse la voce che Finkelstein aveva in preparazione
un polemico libro che sarebbe stato pubblicato dall'editore Henry
Holt.
Esplose a quel punto una incredibile guerra fra i vertici ebraici
americani. Il direttore della Anti Defamation League, Abraham H.
Foxman, tentò di imporre all'editore Henry Holt di non pubblicare il
libro ma ottenne, attraverso Sara Bershtel (una associata di Holt)
una sprezzante risposta. Intervenne allora su Holt e sul suo
presidente Michael Naumann nientemeno che Leon Wieseltier, editore
letterario del giornale New Republic che non esitò a definire
Finkelstein "uomo velenoso e disgustoso". E quando neppure
Wieseltier raggiunse lo scopo di bloccare la pubblicazione del libro
di Finkelstein, scese in campo Elan Steinberg, direttore del World
Jewish Congress, che defini "immondizia" gli scritti di Finkelstein
e qualificò come "una sventura" il fatto che Holt fosse disposto a
pubblicarli. Intervennero nella controversia pure le organizzazioni
ebraiche canadesi, con il Canadian Jewish Congress in prima fila,
che tentarono di gettare discredito sia su Finkelstein che sulla
Birn, sottolineando con inspiegabille malignità che quest'ultima era
nata in Germania. (40)
A un certo punto, nella polemica, si arrivò a quello che Tom Segev
suole definire terrorismo culturale: "Ciò che bisogna stabilire",
disse Abraham Foxman, "non è se Goldhagen o Finkelstein abbiano
ragione o torto. Bisogna stabilire se le critiche di Finkelstein
sono andate oltre i limiti". In altri termini, quella di Foxman era
una esortazione al ricorso alla censura oggi esistente nel mondo,
per legge o per rispetto della correttezza politica, quando si parla
di Olocausto!
Aveva ragione, Segev, quando parlava di terrorismo culturale:
impaurito dai toni della polemica e da certe intimidazioni, Istvan
Deak, professore presso la Columbia University, ritirò la propria
promessa di scrivere una prefazione a un libro di Finkelstein e,
mentre i libri di Daniel Goldhagen e di Joan Peters ottenevano
[38] quello che il giornalista Mordecai Briemberd definisce "un
successo titanico", gli scritti di Finkelstein a malapena trovavano
attenzione e distribuzione. (41)
E persino Jonathan Mahler, direttore del New York Forward, avverti
il bisogno di dire la sua: "La decisione dell'editore di accettare
gli scritti di Finkelstein può essere paragonata a quella della
Saint Martin Press quando accettò di pubblicare la biografia di
Josef Goebbels scritta dallo storico inglese David Irving". Ma la
Saint Martin Press, aggiunse subito Mahler, aveva avuto la saggezza
di "tirarsi indietro in seguito alle pressioni della lobby ebraica".
(42)
"Non avevo mai assistito", commentò Michael Naumann, "a pressioni
così forti contro un libro non ancora pubblicato".
Ma nel frattempo, oltre ai polemici scritti cui si è già accennato,
Finkelstein aveva diffuso via Internet alcuni voluminosi quanto
coraggiosi scritti volti a smentire la tesi di Goldhagen che tutti i
tedeschi erano antisemiti e altro non desideravano che prendere
entusiasticamente parte a un genocidio degli ebrei. (43)
"Persino dopo l'inizio della guerra", si legge in uno di quegli
scritti di Finkelstein, "inolti tedeschi non accettavano
l'antisemitismo. Nel settembre 1941 il decreto che obbligava gli
ebrei a farsi identificare mediante una stella gialla sull'abito
incontrò una reazione negativa. Molti tedeschi disobbedivano alle
disposizioni del regime offrendo sigarette agli ebrei, regalando
dolciumi ai loro bambini e cedendo il posto agli ebrei anziani, sui
tram e sui treni, fra l'approvazione degli altri passeggeri. E
infatti il regime decise di punire quei gesti di solidarietà con tre
mesi di campo di concentramento. Non si capisce perché Goldhagen
abbia deciso di negare questi fatti, pur riportati dallo storico
David Bankier nel suo libro The Germans and the Final Solution. Come
afferma lan Kershaw nel suo libro Popular Opinion and Political
Dissent, la sola accusa che si può muovere al
[39] popolo tedesco è di avere in seguito mostrato, a proposito del
destino cui andavano incontro gli ebrei, una certa apatia mista a
indifferenza". (44)
E poi: "Goldhagen ha cominciato col dire che i tedeschi autori del
genocidio, diretti e indiretti, erano milioni. Poi ha detto che
potevano avvicinarsi a qualche milione. E infine ha detto che erano
certamente più di centomila. E, per aggiungere confusione alla
confusione, ha informato i suoi lettori che la ricerca del numero
esatto dei responsabili diretti e indiretti dell'Olocausto avrebbe
richiesto molto tempo, più di quanto lui ne avesse a disposizione,
ma che si poteva agevolmente concludere che doveva trattarsi di un
numero enorme di persone".
Pure a proposito delle crudeltà nei campi di concentramento
Finkelstein si trovò in quei giorni in polemica con Goldhagen che
nel suo libro aveva affermato che le guardie SS torturavano e
uccidevano con gusto e divertimento. A tal proposito, facendo
riferimento anche al libro Man's Search for Meaning scritto da
Viktor E. Frankl sopravvissuto di Auschwitz, Finkelstein attribuì la
responsabilità di quegli atti di crudeltà ai famigerati (e non
tedeschi) kapo il cui comportamento era "tale da suscitare lo sdegno
persino del comandante del campo Rudolf Hoess". (45)
In sintesi, Finkelstein definisce il libro di Goldhagen "una
stravaganza". Una stravaganza che però, lamenta Finkelstein, in un
baleno è stata tradotta in tredici lingue, ha ricevuto l'elogio di
Elie Wiesel e di Israel Gutman e ha ottenuto entusiastiche
recensioni su giornali come The New York Times e come la rivista
Time. Il libro di Goldhagen, aggiunge Finkelstein, altro non è che
una scopiazzatura del Fragments di Wilkomirski con l'aggiunta di
qualche
[40] nota a fondo pagina. Un lavoro, dunque, privo di valore
scientifico e che lui stesso, Finkelstein, assieme a Ruth Bettina
Birn, non aveva avuto difficoltà a smentire attraverso il libro A
Nation on Trial.
* * * *
Un altro studioso ebreo col quale Finkelstein scese in polemica è
Adam Shatz che lo aveva accusato di essere "I'immagine speculare di
Goldhagen, egualmente prevenuto e fanatico, sicché mentre Goldhagen
aggredisce il popolo tedesco, Finkelstein ne fa l'apologia".
La risposta di Finkelstein a Shatz, via Internet, riprese gli
argomenti già usati nella polemica con Goldhagen: facendo
riferimento pure agli scritti di Robert Gellately, di Raul
FriedIander e di lan Kershaw, Finkelstein affermò fra l'altro che
l'antisemitismo non era stato un fattore cruciale per l'ascesa di
HitIer al potere e non era neppure stato uno dei punti principali
dei suoi programmi elettorali all'inizio degli anni
Trenta. "Bersagli preferiti da Hitler nei suoi discorsi", sostenne
Finkelstein rivolto a Shatz, "erano i comunisti e i
socialdemocratici, non gli ebrei".
Nella discussione si inserì il 17 aprile 1997 lo studioso ebreo
David North che, in un voluminoso documento diffuso via Internet,
per smentire Goldhagen sostenne tesi che erano vicine, più che a
Finkelstein, alla tradizionale propaganda marxista. (46)
Il popolare ma "deplorabile" libro di Goldhagen, scrisse North,
sostiene in sintesi che l'intero popolo tedesco, motivato da una
ideologia antisemita, si dedicò a un progetto tutto tedesco, un
progetto chiamato Olocausto: l'uccisione degli ebrei sarebbe insomma
stato un passatempo al quale tutti avrebbero partecipato con gioia.
Dunque prendersela con i nazìsti o con gli appartenenti alle SS è un
errore. Bisogna prendersela con i tedeschi, con tutti i tedeschi.
Ed ecco che, nei capoversi che seguono, si manifesta la chiara
simpatia di North (e, si potrebbe sospettare, pure di Finkelstein
che dello scritto di North è un diffusore) per la sinistra
marxista. "Nel libro di Goldhagen", affermò infatti North, "il
[41] movimento socialista non viene nominato e questa non può essere
una svista. Goldhagen ignora i socialisti tedeschi perché
l'ammissione della loro esistenza farebbe cadere tutto il suo
castello di teorie". Checché ne dica Goldhagen, diceva in sostanza
North, l'opposizione a Hitler esisteva in Germania e si celava negli
ambienti del socialismo che incarnavano le speranze di milioni di
lavoratori e dei migliori rappresentanti dell'intelligentsia". Fra
il 1933 e il 1935, prosegui North citando lo storico F.L. Carsten,
almeno 75 mila comunisti tedeschi finirono in prigione o in campi di
concentramento e migliaia di loro furono uccisi.
Ciò che Goldhagen dimenticava, sempre secondo North, era il fatto
che il nazionalsocialismo tedesco non ebbe fra le sue vittime solo
gli ebrei: nella sua visione distorta e limitata dei fatti,
Goldhagen ha voluto considerare l'Olocausto come un crimine dei
tedeschi contro gli ebrei senza volersi interessare a ciò che di
male i tedeschi non ebrei si fecero fra loro.
Seguendo questa linea, quando (al fine di smentire la tesi di
Goldhagen secondo la quale l'antisemitismo era cosa tipicamente
tedesca) si trovò costretto a parlare dell'antisemitismo e dei
progrom in Russia, North trovò il modo di attribuirlo a una manovra
anticomunista ordita dall'immancabile capitalismo in agguato.
Secondo North, così, l'antisemitismo russo non fu cosa spontanea ma
fu "una risposta del regime zarista al movimento rivoluzionario
della classe lavoratrice". (47) E infatti, sempre secondo North che
su questo punto faceva riferimento allo storico Orlando Figes e agli
scritti di Lenin e di Trotzky, l'antisemitismo russo si sarebbe
sviluppato presso la piccola borghesia di artigiani, bottegai,
burocrati e poliziotti che temevano di vedere sparire i loro
meschini privilegi sotto la spinta "modernizzatrice e riformista"
del movimento rivoluzionario socialista la cui paternità
attribuivano agli ebrei. (48) Fu dietro quelle spinte, aggiunse
North, che lo zar
[42] Nicola Il rispose al movimento rivoluzionario dando vita a
un'ondata di terrore della quale gli ebrei furono il bersaglio
principale. (49)
Ed ecco infatti l'incredibile conclusione raggiunta da
North: "L'Olocausto fu, in ultima analisi, il prezzo che gli ebrei e
tutta l'umanità dovettero pagare a causa dell'insuccesso della
classe lavoratrice nel tentativo di abbattere il capitalismo".
Più incisiva ed equilibrata, rispetto a quella di David North,
appare la critica mossa a Goldhagen dalla giornalista francese
Dominique Vidal, collaboratrice dei giornale (anch'esso di sinistra:
in Italia è distribuito assieme a Il Manifesto) Le Monde
Diplomatique [D. Vidal e maschio -- Nota dell'aaargh] : "Le
semplicistiche tesi di Goldhagen possono risultare gradite al
pubblico ma non convincono gli specialisti. Come ha detto Yehuda
Bauer direttore dello Yád Vashem, non un solo storico ha apprezzato
il libro di Goldhagen, e questa è cosa che capita raramente. La
conclusione logica alla quale sembra voler condurre il discorso di
Goldhagen non può che essere quella che non solo i tedeschi, ma
tutti i non ebrei odiano gli ebrei, e che quindi occorre una sempre
maggiore solidarietà ebraica e una crescente produzione di libri e
film sull'Olocausto". (50)
Un punto sul quale le conclusioni di Dominique Vidal si avvicinavano
non solo a quelle di Norman Finkelstein ma pure, sia pure
parzialmente, a quelle dei revisionisti, è quello relativo
all'interpretazione delle parole "soluzione finale". Pur ammettendo
la volontà genocida che i revisionisti negano, la Vidal affermava
che ad essa si arrivò con gradualità e, comunque, solo dopo il
fallimento di un piano di espulsione degli ebrei.
Sino al momento dell'inizio della guerra", si legge infatti nello
scritto della Vidal, "l'obiettivo di Hitler era l'espulsione degli
ebrei verso nazioni disposte a riceverli. Era prevista una
emigrazione in Palestina, e a tal fine nell'agosto 1933 c'era stato
un accordo fra il Terzo Reich e la Jewish Agency. Il 30 gennaio 1939
Hitler parlò al Reichstag della eliminazione degli ebrei dall'Europa
e sette mesi più tardi si ebbe l'invasione della Polonia. Da allora
ebbe inizio il concentramento degli ebrei nei ghetti e nei campi, e
al tempo stesso
[43] l'ufficio emigrazione diretto da Adolf Eichmann cominciò a
lavorare sul progetto di deportazione degli ebrei in Madagascar,
progetto che sfumò a causa della mancata collaborazione dei francesi
e degli inglesi". (51)
"Cominciò allora a prendere corpo, secondo parecchi storici, l'idea
di una deportazione oltre gli Urali. Ma il 22 giugno 1941, quando
venne lanciata l'Operazione Barbarossa e iniziò l'attacco all'Unione
Sovietica, le cose cambiarono radicalmente".
Da quel momento, prosegue la Vidal, nelle norme di condotta dei
soldati tedeschi fu previsto un comportamento "energico e spietato"
nei confronti dei commissari comunisti, dei cecchini, dei sabotatori
e degli ebrei. Ma, d'accordo in questo con i revisionisti, la Vidal
ammette poi l'inesistenza di un preciso ordine scritto di sterminio.
Ordine che potrebbe tuttavia essere stato dato, afferma, con un
semplice cenno della testa.
* * * *
I dissapori tra Finkelstein e la Birn da una parte e Goldhagen
dall'altra risalivano dunque a qualche anno prima del 2000, anno in
cui The Holocaust Industry vide la luce.
Criticando Goldhagen (e, per certe loro affinità con Goldhagen,
anche Wiesel e Shatz) Finkelstein sottolinea nel suo The Holocaust
Industry l'assurdità della tesi secondo cui l'antisemitismo
prescinderebbe dalle azioni e dai comportamenti degli ebrei e
sarebbe invece una forma di patologia mentale dei non ebrei che in
modo irrazionale non accetterebbero l'esistenza stessa degli ebrei.
(52)
"E qualsiasi tentativo di spiegare l'antisemitismo collegandolo alle
azioni degli ebrei che possono averlo suscitato", prosegue
Finkelstein in un passaggio fondamentale della propria
esposizione, "viene esso stesso classificato come antisemitismo!".
[44]
"Naturalmente l'antisemitismo non è giustificabile", conclude
Finkelstein, "e gli ebrei non possono essere accusati per i crimini
commessi contro di loro. Ma va tenuto presente il contesto storico
in cui l'antisemitismo si è sviluppato. Una minoranza dotata, bene
organizzata e affermata può facilmente generare conflitti legati a
tensioni sempre esistenti, oggettivamente, fra i vari gruppi". (53)
Interessante, a proposito di questa controversia, riferirsi agli
scritti di altri autori ebrei. Come ha scritto Albert S. Lindemann
nel suo Esau's Tears (1997), "gli ebrei sono riusciti, esattamente
come qualsiasi altro gruppo umano, ad accendere ostilità". Ma ancora
più interessante è quanto ha scritto nel 1969 l'ebreo Bernard Lazare
nell'importante libro L'Antisémitisme, son Histoire et ses
Causes: "Per scrivere una storia completa dell'antisemitismo è
necessario esaminare la storia di Israele a partire dal momento
della sua dispersíone o, per meglio dire, da quello della sua
diffusione fuori della Palestina. In tutti i luoghi dove gli ebrei
si sono stabiliti si è sviluppato l'antisemitismo o, meglio,
l'antigiudaismo".
E poi: "Se questa ostilità, che è addirittura una sorta di
ripugnanza, si fosse manifestata nei confronti degli ebrei soltanto
in un periodo o in un solo paese, sarebbe facile scoprire le cause
specifiche di quell'avversione. Ma invece gli ebrei sono stati
oggetto dell'odio di tutti i popoli in mezzo ai quali si sono
stabiliti. Si deve pertanto dedurre che le cause generali
dell'antisemitismo siano sempre state insite nello stesso Israele.
Infatti i nemici degli ebrei appartenevano alle razze più disparate,
vivevano in terre assai lontane fra loro e non avevano né gli stessi
costumi né le stesse tradizioni". (54)
E ancora (voglia il cortese Lettore scusare questa lunga
digressione):
[45]
"Con questo non si vuole affatto affermare che i persecutori degli
israeliti abbiano sempre avuto il diritto dalla loro parte, né che
non si siano abbandonati agli eccessi propri dell'odio violento. Si
vuole semplicemente dire che in linea di massima e almeno in parte
gli ebrei stessi furono causa dei loro mali. Davanti all'unanimità
delle manifestazioni di antisemitismo è difficile ammettere, come
troppo spesso si è inclini a fare, che esse siano dipese
semplicemente da una guerra di religione. I popoli politeisti, così
come i popoli cristiani, hanno combattuto l'ebreo. Quali virtù o
quali vizi hanno meritato all'ebreo questa universale animosità?
Perché fu, di volta in volta e in uguale misura, maltrattato e
odiato dagli alessandrini e dai romani, dai persiani e dagli arabi,
dai turchi e dalle nazioni cristiane?".
Ed ecco la risposta che Lazare dà a queste ultime domande da lui
stesso poste: "Perché ovunque, sino ai nostri giorni, l'ebreo è
stato un essere scontroso, insociabile. E perché insociabile? Perché
esclusivo, di un esclusivismo politico e religioso insieme. O, per
meglio dire, di un esclusivismo dovuto al suo culto politico-
religioso, alla sua legge".
Questa la spiegazione, sempre dalle parole di Lazare: "Col suo
concetto della Torah, l'ebreo non poteva accettare le leggi dei
popoli stranieri, per lo meno non poteva pensare di vedersele
applicate. Così, ovunque gli ebrei stabilissero delle colonie,
ovunque fossero trasferiti, chiedevano che si permettesse loro non
solo di praticare la loro religione, ma anche di non essere
sottoposti agli usi dei popoli in mezzo ai quali dovevano vivere e
di potersi governare secondo le proprie leggi. A Roma, ad
Alessandria, ad Antiochia, in Cirenaica, poterono agire liberamente.
Di sabato non erano chiamati davanti ai tribunali, e si permise loro
persino di avere propri tribunali e di non essere giudicati secondo
le leggi dell'impero. Quando le distribuzioni di grano cadevano di
sabato, si teneva la loro parte per il giorno seguente. (55)
Potevano essere decurioni ma erano esentati dalle pratiche
[46] contrarie alla loro religione. Si amministravano da soli, come
ad Alessandria, con propri capi, il proprio senato, l'etnarca, senza
essere sottoposti all'autorità municipale. Dappertutto volevano
restare ebrei e dappertutto ottenevano privilegi che permettevano
loro di fondare uno stato nello stato. Grazie a quei privilegi, a
quelle esenzioni e a quegli sgravi d'imposta si trovavano
rapidamente in una situazione migliore di quella dei cittadini delle
città dove vivevano. Avevano così maggior facilità a trafficare e ad
arricchirsi, e inevitabilmente provocavano gelosie e generavano
odio". (56)
Viene spontaneo, a proposito dell'origine dell'antisemitismo e se si
segue la linea suggerita da Finkelstein e da Lazare, porsi alcune
domande relative a fatti degli ultimi anni: quanto antisemitismo ha
generato in Italia e in Germania il feroce accanimento ebraico
contro l'innocente Erich Priebke? E, in Austria, la ridicola
campagna contro Joerg Haider? E il maltrattamento, in casa loro, dei
palestinesi? E le leggi limitatrici della libertà di parola in
materia di Olocausto in Francia, in Germania, in Svizzera e altrove?
E i conseguenti processi per reato d'opinione contro i revisionisti
Roger Garaudy, Udo Walendy, Gaston Amaudruz, Juergen Graf, Hans
Schmidt, Fredrick Toeben e altri? E la sentenza a carico di David
Irving? E l'assalto alla diligenza delle banche svizzere? (57)
* * * *
Buona parte del libro di Finkelstein, come dicevo prima, è dedicata
alle sue polemiche con altri studiosi ebrei. E, per sintetizzare la
sostanza della controversia, basta riportare poche parole con le
quali lui apre un capoverso di pagina 55: "La maggior parte della
letteratura esistente sulla soluzione finale hitleriana non può
[47] essere considerata risultato di un serio studio. In verità,
tutti gli studi sull'Olocausto sono pieni di sciocchezze, se non di
frodi".
Un libro che Finkelstein considera un falso storico, per esempio, è
The Painted Bird scritto dall'emigrato polacco Jerzy Kosinski, che
Finkelstein definisce un bugiardo e una "mente ossessionata dalla
violenza". Eppure, prosegue Finkelstein, persino quando le menzogne
di Kosinski vennero alla luce, Elie Wiesel e Cynthia Ozick
continuarono a magnificare il suo libro e il New York Times fece
altrettanto pur giustificando Kosinski con l'immaginaria ipotesi che
poteva essere stato vittima di un complotto comunista.
Tuttavia Kosinski, ammette Finkelstein, negli ultimi anni della sua
vita (fini suicida) deplorò che in tutti gli studi sull'Olocausto
siano sempre state dimenticate le vittime non ebree. (58)
"Molti ebrei", scrisse Kosinski a tal proposito, "tendono a
considerare l'Olocausto come una tragedia esclusivamente ebrea. Ma
almeno la metà degli zingari del mondo, circa due milioni e mezzo di
cattolici polacchi, e milioni di cittadini sovietici e di altre
nazionalità rimasero vittime di quel genocidio". (59)
[48]
Secondo una attenta (e probabilmente fedele) valutazione fatta da
Finkelstein a pagina 125 del suo libro, gli ebrei costituivano
infatti solo il 20% della popolazione totale dei campi di
concentramento tedeschi. (60)
Ancor più sferzante è la critica che Finkelstein muove nei confronti
dell'autore Binjamin Wilkomirski e del suo libro Fragments, subito
tradotto in dodici lingue e premiato con la Jewish National Book
Award, col Jewish Quarterly Prize e col Prix de Mémoire de la Shoah,
oltre che da un succedersi di entusiastiche recensioni, conferenze e
presentazioni ufficiali. Ebbene, benché nel suo libro autobiografico
Wilkomirski si dilungasse sulle sue peripezie di povero orfano ebreo
perseguitato e maltrattato dai nazisti, alla fine saltò fuori,
riferisce Finkelstein, che Wilkomirski non era ebreo, che aveva
trascorso tutta la vita in Svizzera e che il suo vero nome era Bruno
Doessekker. Così nell'ottobre 1999 l'editore tedesco e quello
americano ritirarono il libro dalla distribuzione. Ma ciò non impedi
a Daniel Goldhagen, ad Arthur Samuelson, a Carol Brown Janeway e ad
Israel Gutrnan dello Yad Vashem e della Hebrew University di dirne
mirabilia: "Non importa se quello che ha scritto è vero o non lo è",
commentò Gutman, 'Timportante è che il dolore di Wilkomirski sia
autentico".
* * * *
"Se si tiene presente la quantità di sciocchezze messa in
circolazione dai fondatori dell'industria dell'Olocausto", afferma
Finkelstein a pagina 68, "è sorprendente che ci siano così pochi
scettici. Non è difficile, anzi, capire perché quelle organizzazioni
continuino ad affermare l'esistenza di un forte movimento
negazionista dell'Olocausto: in una società in cui ormai non si
parla d'altro, come potrebbero altrimenti giustificare la creazione
di ancora altri musei, memoriali, libri, film e manifestazioni
sull'Olocausto se non con lo scopo di combattere i negazionisti? È
così che sono nati il tanto applaudito libro Denying the Holocaust
di Deborah Lipstadt (1994) e uno scadente sondaggio d'opinione voluto
[49] dall'American Jewish Committee secondo il quale il negazionismo
dilaga". (61)
Per giudicare il libro della Lipstadt, osserva Finkelstein a pagina
70, è sufficiente dire che secondo l'autrice persino parlare delle
sofferenze subite dai tedeschi a causa dei bombardamenti a tappeto
come quello di Dresda, o parlare dei crimini di guerra commessi da
nazioni diverse dalla Gennania è una forma di negazionismo. E
negazionismo mettere in dubbio alcune testimonianze dei
sopravvissuti. (62) Ed è negazionismo pure accennare al fatto che
Elie Wiesel ha tratto profitto dall'industria (o dal business)
dell'Olocausto.
La Lipstadt, prosegue Finkelstein, accusa lo storico David Irving di
essere "uno dei più pericolosi negatori dell'Olocausto". Ma Irving,
replica lo stesso Finkelstein, pur essendo un estimatore di Hitler
ha dato all'umanità un indispensabile contributo (così lo ha
definito pure Gordon A. Craig) alla conoscenza di molti fatti della
seconda guerra mondiale. (63)
E, per quanto riguarda i revisionisti in genere, Finkelstein fa
proprie le parole degli studiosi ebrei Arno Mayer e Raul Hilberg che
con molto equilibrio hanno scritto: "Se quella gente vuole parlare,
lasciatela parlare liberamente. Il risultato sarà che dovremo
riesaminare cose che ritenevamo scontate. E ciò sarà utile per
tutti". (64)
[50]
* * * *
Il libro di Finkelstein contiene pure, a partire dalla pagina 72, un
caustico commento sul crescente numero delle organizzazioni di
celebrazione dell'Olocausto (ne indica più di cento solo negli Stati
Uniti), sulla Giornata della Memoria dell'Olocausto ormai diventata
evento mondiale e sul proliferare dei musei e dei memoriali
dell'Olocausto che hanno già raggiunto il numero di sette nei soli
Stati Uniti. Un suo ironico commento sui musei americani nei quali
si illustrano le colpe dei tedeschi è degno di essere
riportato: "Quali sarebbero le reazioni degli americani se i
tedeschi decidessero di costruire a Berlino un museo sullo sterminio
dei pellerossa o sulla schiavitù dei negri nel Nord America?". (65)
E poi aggiunge, Finkelstein, un indignato commento sul fatto che,
mentre la ordinaria conduzione del Museo dell'Olocausto esistente a
Washington assorbe ogni anno un costo di ben 50 milioni di dollari
(oltre 100 miliardi di lire) di cui due terzi a carico dei
contribuenti, il Congresso degli Stati Uniti ha lasciato cadere nel
dimenticatoio la proposta, più volte avanzata fra il 1984 e il 1994,
di erigere a Washington un museo sulla storia degli americani di
origine africana. (66)
Ma c'è dell'altro da dire, a proposito del Museo dell'Olocausto
voluto dall'allora presidente americano Jiminy Carter. L'idea nacque
quando una frase inavvertitamente pronunciata da Carter ("Bisogna
riconoscere i legittimi diritti del popolo palestinese") suscitò le
ire dell'establisliment ebraico internazionale e, in particolare,
del presidente della Conferenza delle principali organizzazioni
ebraiche, rabbino Alexander SchindIer, che defini "shocking"
(traumatizzanti) le parole di Carter. Alla vigilia della campagna
elettorale per la rielezione, Carter non poteva alienarsi l'amicizia
della lobby ebraica e così, approfittando dell'interesse suscitato
da una visita a Washington
[51] del primo ministro israeliano Menachem Begin, fece l'annuncio
ufficiale della costruzione (a spese dei contribuenti, nella
stragrande maggioranza non ebrei) di un grandioso museo-memoriale.
La mancanza di obiettività che traspare dall'impostazione politica
di quel museo è tale da avere suscitato, nei giorni
dell'inaugurazione, le proteste delle autorità tedesche che infatti
si rifiutarono di presenziare alle cerimonie. Una fiera disputa si
ebbe pure, rivela Finkelstein, quando si discusse su quali vittime
dell'Olocausto dovessero essere ricordate nel museo. In altre
parole: furono gli ebrei le sole vittime dell'Olocausto?
Naturalmente Elie Wiesel, definito in quella occasione "indiscussa
autorità nello studio dell'Olocausto" e tenacemente appoggiato da
Yehuda Bauer direttore dell'istituzione culturale israeliana Yád
Vashem, sostenne che solo le vittime ebree dovevano essere
commemorate. Probabilmente in difficoltà davanti all'esigenza di
esporre il motivo della propria opinione, Wiesel rispose
che "l'Olocausto ebbe inizio con gli ebrei". E invece, sostiene
Finkelstein, nel Terzo Reich le prime vittime politiche furono i
comunisti e le prime vittime del genocidio non furono gli ebrei ma i
minorati mentali.
Sorse a quel punto, nelle discussioni che precedettero la creazione
del Museo dell'Olocausto, il problema del genocidio degli zingari.
Secondo Finkelstein, che attinge le sue notizie anche dalle ricerche
dello storico ebreo Guenter Lewy, la morte di mezzo milione di
zingari è almeno pari, in percentuale, allo sterminio degli ebrei. E
allora? La discussione di fece accesa, avendo fra l'altro, come
punti di riferimento, gli storici ebrei Henry FriedIander e Raul
Hilberg che hanno sempre sostenuto che gli zingari subirono un
genocidio pari a quello degli ebrei e altri scrittori ebrei che,
come Yehuda Bauer, hanno invece sempre affermato che gli zingari
soffrirono e morirono meno degli ebrei.
La cosa che più irritava l'ambiente ebraico era il fatto che il
pieno riconoscimento del genocidio degli zingari avrebbe fatto
cadere il mito della "unicità" dell'Olocausto ebraico. E così, alla
fine della discussione, il Museo dell'Olocausto decise di ignorare
il genocidio degli zingari. In proposito Finkelstein afferma che una
delle spiegazioni date per quella scelta è che "la perdita di una
vita zingara non può essere messa a confronto con la perdita di una
vita ebrea". E, aggiunge Finkelstein, a un certo punto il direttore
del museo,
[52] rabbino Seymour Siegel, mise persino in dubbio l'esistenza
degli zingari come "popolo".
Una dimostrazione della impostazione politica di quel museo-
memoriale creato a Washington è data, secondo Finkelstein, dalle
forzate dimissioni del suo direttore Walter Reich in seguito a una
polemica esplosa fra il Dipartimento di stato e lo stesso Reich che
si era rifiutato di invitare alla cerimonia di inaugurazione Yasir
Arafat, acerrimo nemico di Israele. Pure il vicedirettore del museo,
il teologo ebreo John Roth, dovette in seguito dimettersi per avere
espresso qualche critica nei confronti della politica israeliana in
Palestina. E altre polemiche si ebbero quando il museo respinse la
proposta di accettare fra i suoi libri un testo del noto storico
ebreo Benny Morris che in un capitolo conteneva affermazioni non del
tutto favorevoli alla politica dello stato d'Israele. (67)
La sfida che oggi bisogna porsi, afferma Finkelstein, è quella di
riuscire a sottoporre l'Olocausto a una indagine razionale e non
emotiva. Solo così quei tragici fatti potranno diventare una seria
lezione per il futuro. Ciò che è anormale, nell'Olocausto, non è il
fatto in sé (ben altri olocausti ci sono stati nella storia) bensì
lo sfruttamento e la speculazione che esso ha generato. Se si vuole
rispettare e onorare la memoria di quanti hanno lasciato la vita
nell'Olocausto, scrive Finkelstein la cui famiglia come sappiamo
subì lutti e sofferenze sotto la dittatura nazista, la cosa più
nobile sarebbe lasciare, in dignitoso silenzio, che i morti riposino
in pace. (68)
[53]
CAPITOLO III
Entrando nel vivo dell'argomento principale del suo libro, Norman
Finkelstein affronta alcuni aspetti (non tutti, infatti) del
business ("industria", come lui lo definisce) che si è sviluppato
intorno al dramma dell'Olocausto.
E comincia con la questione dei "sopravvissuti".
Dovrebbe trattarsi, afferma, di persone che hanno sofferto il trauma
dei ghetti ebrei, dei campi di concentramento e dei campi di lavoro
forzato. Alla fine della seconda guerra mondiale si valutò che il
numero di queste persone si aggirasse intorno a 100 mila.
Ebbene, calcola Finkelstein, in base alle leggi della natura solo un
quarto di quelle 100 mila persone (cioè 25 mila) possono essere
ancora in vita oggi, oltre mezzo secolo dopo la fine del conflitto.
(69) E invece, riferisce a pagina 83 del suo libro, secondo
l'ufficio del primo ministro israeliano i sopravvissuti
all'Olocausto sarebbero, oggi, "quasi un milione". Come ironicamente
osserva Finkelstein "ci sono più sopravvissuti adesso, dopo mezzo
secolo, di quanti ce ne fossero allora, alla fine della guerra".
Purtroppo, afferma Finkelstein, numerosi ebrei che in realtà erano
altrove durante la guerra si autodefiniscono "sopravvissuti": ciò è
dovuto al fatto che avere trascorso del tempo in quei campi
conferisce una "corona di martirio" e apre la strada a risarcimenti
materiali. Nel dopoguerra, infatti, i governi tedeschi riconobbero
pagamenti agli ebrei che erano stati nei ghetti o nei campi e di
[54] conseguenza molti ebrei inventarono ("fabbricarono", dice
Finkelstein citando pure il libro The Seventh Million
dell'intellettuale israeliano Tom Segev) un passato che desse loro
il diritto a quei risarcimenti. (70) E, in proposito, Finkelstein
riferisce una frase che sua madre era solita ripetergli: "Se è vero
che ci sono tanti sopravvissuti, chi mai fu ucciso da Hitler?".
Un caso al quale FinkeIstein, a pagina 83 del suo libro, accenna con
divertimento è quello di un ebreo che pur avendo trascorso tutti gli
anni della guerra a Tel Aviv si qualificava come superstite perché
sua nonna era morta ad Auschwitz.
Ancora più scettico si professa Finkelstein (e lo stesso fa Raul
Hilberg) a proposito delle discutibili testimonianze di alcuni di
questi superstiti dei campi nazisti: "Una grande percentuale degli
errori nei quali mi sono imbattuto nel corso delle mie ricerche",
scrive infatti Hilberg, "è attribuibile ai testimoni". Persino
Deborah Lipstadt, che Finkelstein senza complimenti definisce
persona legata all'industria dell'Olocausto, ha talvolta denunciato
inesatte testimonianze a proposito del dottor Josef Mengele. (71)
Poiché questi sopravvissuti sono da un po' di tempo "riveriti come
dei santi", prosegue Finkelstein, qualsiasi loro affermazione, anche
assurda, viene accettata senza commenti. E ciò vale persino per quei
cosiddetti sopravvissuti che in realtà fanno parte dei 100 mila
ebrei polacchi che si trasferirono nell'Unione Sovietica
all'indomani dell'invasione tedesca della Polonia e che lì rimasero,
trattati come normali cittadini sovietici, per tutto il tempo del
conflitto. (72)
[55]
Un altro caso che emerge dal libro di Finkelstein è quello di una
certa Laura, amica d'infanzia di Binjamin Wilkomirski che riuscì a
ottenere un risarcimento da un fondo svizzero a favore dei
sopravvissuti benché fosse nata e avesse sempre abitato negli Stati
Uniti. Ma era, commenta Finkelstein con ironia, in buoni rapporti di
amicizia con i vertici delle organizzazioni che si occupano dei
risarcimenti per l'Olocausto. (73)
Quella dei risarcimenti in denaro, sottolinea Finkelstein alle
pagine 84 e seguenti, è la chiave di lettura del proliferare dei
sopravvissuti. La corsa ai risarcimenti, infatti, cominciò
all'inizio degli anni Cinquanta. Da allora, afferma Finkelstein, la
Germania ha pagato circa 60 miliardi di dollari, pari a circa 120
mila miliardi di lire italiane. Ma a tutto ciò, come si vedrà nelle
prossime pagine e come è largamente esposto nel capitolo X del mio
libro Dal caso Priebke al Nazi Gold, si devono aggiungere i
risarcimenti pagati da altre nazioni, con la Svizzera in primo
piano, e le enormi somme pagate dalla Germania allo stato d'Israele
beneficiario, oltre che dei "risarcimenti" tedeschi, anche di
enormi "aiuti" provenienti dagli Stati Uniti. (74)
"Ciascun tedesco paghi 20 marchi al fondo per gli indennizzi ai
sopravvissuti", esortava nel luglio 2000 il premio Nobel Guenter
Grass, "per far fronte al rifiuto opposto da molti imprenditori". E
a lui si associavano la Chiesa evangelica tedesca, la giornalista
Carola Stern e il pedagogo Hertmut von Hentig. Si dissociava
[56] invece la Chiesa cattolica tedesca. Lamentava inoltre, Guenter
Grass, il fatto che "gli ultimi ex schiavi potrebbero morire senza
essere stati indennizzati". Si trattava dunque, secondo Grass, di
poche persone ancora in vita. Una cosa, questa, che però contrastava
con le richieste di indennizzo (per un totale equivalente a circa 20
mila miliardi di lire italiane) avanzate da 2 milioni di persone.
(75)
Ma vediamo come di ciò parla Finkelstein. Tre separati accordi
furono firmati dalla Germania nel 1952 e 1953. In base al primo
accordo i reclamanti a titolo individuale ricevettero pagamenti
calcolati secondo una apposita legge chiamata
Bundesentschaedigungsgesetz. In base al secondo accordo lo stato
d'Israele ricevette un compenso per i rifugiati che aveva dovuto
accogliere. Particolarmente interessante fu il terzo accordo, in
base al quale la Germania dovette stanziare enormi somme a favore di
un ente creato per l'occasione e denominato infatti Conference on
Jewish Material Claims Against Germany, per brevità chiamato in
seguito Claims Conference. (76)
Pensioni vitalizie furono inoltre assegnate dalla Germania a molte
sedicenti vittime dell'Olocausto, parecchie delle quali, ripete
Finkelstein, non erano affatto vittime. (77)
In totale, secondo i giornalisti Roger Cohen del New York Times e J.
Kummer del Welt am Sonntag, dalla fine della guerra al 1999 la
Germania ha pagato, prevalentemente a ebrei sopravvissuti e allo
stato d'Israele, qualcosa come l'equivalente di 150
[57] mila miliardi di lire italiane. E ciò in aggiunta ai 200
miliardi pagati alla Claims Conference e ai 200 miliardi all'anno
pagati a titolo di pensione vitalizia, sulla base di una legge del
1965, a circa 106 mila persone residenti in Israele, negli Stati
Uniti e altrove. (78)
L'accordo fra la Germania e la Claims Conference prevedeva che i
soldi fossero spesi per aiutare le vittime ebree della persecuzione
nazista a reinserirsi nella vita normale e a stabilirsi nelle
località da loro scelte. Ma la Claims Conference annullò subito
quella clausola dell'accordo e dichiarò che quei soldi sarebbero
stati spesi non per gli ebrei individualmente, ma "per le comunità
ebraiche". Due sole categorie, secondo la Claims Conference,
costituivano eccezioni e potevano quindi ricevere
[58] denaro a titolo individuale: "i rabbini e gli importanti
esponenti ebraici".
A parte quelle due eccezioni, i soldi della Claims Conference
finirono in stanziamenti per vari progetti come il potenziamento di
iniziative propagandistiche, la creazione di cattedre universitarie
(persino ad Harvard c'è una cattedra per l'insegnamento
dell'Olocausto!) e la nascita di musei, memoriali e attività
editoriali e cinematografiche. (79) Non sorprende che in un suo
comunicato ufficiale del 23 febbraio 2000 il governo tedesco abbia
dovuto ammettere, riferisce Finkelstein a pagina 86 (nota 9), che
solo il 15% dei soldi affidati alla Claims Conference sia
effettivamente andato alle vittime ebree della persecuzione nazista.
Ma, in aggiunta ai sopra citati "rabbini e importanti esponenti
ebraici", anche altre persone, secondo le indicazioni fornite da
Finkelstein, hanno trovato modo di vivere lautamente grazie ai
risarcimenti tedeschi destinati ai superstiti dell'Olocausto. Il
presidente della Claims Conference, Saul Kagan, percepisce uno
stipendio annuo di 105 mila dollari, pari a circa 210 milioni di
lire italiane. L'avvocato Alphonse D'Amato, ex senatore newyorkese e
protagonista delle iniziative giudiziarie ebraiche contro la
Svizzera e la Germania, emette parcelle sulla base di 350 dollari
(circa 700 mila lire italiane) per ogni ora di lavoro, riuscendo
così a farsi pagare qualcosa come 103 mila dollari (circa 206
milioni di lire italiane) per il saltuario lavoro svolto in sei
mesi. Lawrence Eagleburger, presidente di una International
Commission On Holocaust-Era Insurance Claims, percepisce 300 mila
dollari all'anno (pari a circa 600 milioni di lire italiane).
Controversa, a giudizio di Finkelstein, è la figura di Kenneth
Bialkin, alto esponente delle comunità ebraiche americane, che dopo
essere stato al vertice della Anti Defamation League e
[59] presidente della già citata Conferenza delle principali
organizzazioni ebraiche, ha saltato la barricata e dà assistenza
(per un non precisato compenso che Finkelstein definisce "molto
elevato") alla compagnia italiana Assicurazioni Generali nella
vertenza contro le organizzazioni ebraiche alle quali lui stesso è
molto vicino.
In totale, riferisce Finkelstein a pagina 106 del suo libro, le
parcelle degli avvocati che recentemente hanno curato gli interessi
ebraici nei confronti delle banche svizzere sono arrivate a 15
milioni di dollari (pari a 30 miliardi di lire italiane) con
l'avvocato Edward Fagan (4 milioni di dollari) capolista fra tutti.
Un altro avvocato, di cui non è dato conoscere il nome, ha riscosso
2.400 dollari (circa 4,8 milioni di lire italiane) unicamente per la
fatica di leggere il libro Nazi Gold scritto dal giornalista inglese
Tom Bower.
* * * *
A pagina 89 il libro di Finkelstein lancia l'accusa che esprime a
mio parere il pensiero fondamentale dell'autore: "Negli ultimi anni
l'industria dell'Olocausto è diventata un vero e proprio racket
dell'estorsione. Asserendo di rappresentare tutti gli ebrei, vivi e
morti, avanza pretese, in tutta Europa, su ciò che apparteneva agli
ebrei del tempo dell'Olocausto". (80)
Sembra quasi di rileggere il capitolo X del mio Dal caso Priebke al
Nazi Gold, ed è strano che due libri scritti a tanta distanza (in
Italia il mio, negli Stati Uniti quello di Finkelstein) e da due
autori di diversa discendenza (ebreo Finkelstein, non ebreo io) e di
diverso orientamento politico (di sinistra Finkelstein, di
tutt'altro orientamento io) siano giunti a conclusioni uguali
semplicemente in seguito a una osservazione dei fatti priva dei
vincoli della correttezza politica.
Soltanto due, come dicevo nel capitolo Il di questo libro, sono le
importanti differenze fra i due libri. Una consiste nel mancato
[60] collegamento da parte di Finkelstein fra la "caccia al Nazi
Gold" e la "caccia al nazi" che io, invece, sottolineo con
insistenza. L'altra consiste nel fatto che io attribuisco la nascita
dell'industria dell'Olocausto alla prospettiva di arraffare denaro
in Europa, mentre Finkelstein la attribuisce pure alle guerre arabo-
israeliane e ai rapporti fra Stati Uniti e Israele.
Forse spietato, Finkelstein definisce questa manovra speculativa
ordita dalle organizzazioni ebraico-americane "l'ultimo capitolo
dell'Olocausto".
L'offensiva, afferma Finkelstein in linea con quanto io avevo
scritto un anno prima, ebbe come primo bersaglio la Svizzera. Nel
mese di maggio 1995, mentre il presidente elvetico si scusava
formalmente per il mancato asilo da parte del suo paese a numerosi
ebrei minacciati negli anni dell'Olocausto, si riaprì la discussione
sulla vecchia questione dei beni ebraici depositati in Svizzera
prima e durante la seconda guerra mondiale. (81) Ed ebbe subito
risonanza mondiale, grazie alla condiscendenza della stampa, la
favola di immense ricchezze ebraiche giacenti presso banche
svizzere. (82)
Era una possibilità da non perdersi, dice Finkelstein, per quel
World Jewish Congress che non esisterebbe più se nel 1986 non avesse
avuto la boccata d'ossigeno della caccia a Kurt Waldheim
presunto "criminale di guerra". (83)
[61]
Ed era pure un'impresa non difficile, in quanto solo poche persone
avrebbero preso le difese delle "ricchissime banche elvetiche" nella
loro disputa con i "poveri superstiti dell'Olocausto". (84) Ma anche
e soprattutto perché le banche elvetiche erano molto vulnerabili
davanti alle pressioni economiche (o ai ricatti) provenienti dagli
Stati Uniti: ben tredici filiali di sei banche svizzere, precisa
Finkelstein, operano negli Stati Uniti, e le banche svizzere
investono in affari americani qualcosa come 38 miliardi di dollari
(dati del 1994) pari a 76 mila miliardi di lire italiane, in
aggiunta agli investimenti in azioni americane fatti per conto dei
loro clienti.
In vista di quella offensiva, già nel 1992 il World Jewish Congress
dette vita a un ennesimo ente (chiamato World Jewish Restitution
Organization) che asseriva di avere giurisdizione legale sui beni di
tutti i superstiti dell'Olocausto, vivi o morti. (85)
Verso la fine del 1995 (era appena scattata l'operazione Priebke
atta a rinverdire sulla stampa europea la visibilità delle
organizzazioni ebraico-americane) il già citato Edgar Bronfman
(presidente dell'anzidetto ente oltre che del World Jewish Congress
e figlio di un esponente della Claims Conference) e il rabbino
Israel Singer (segretario generale del World Jewish Congress e
facoltoso proprietario immobiliare) ebbero un primo incontro con i
banchieri svizzeri.
Bronfman, che è titolare di una immensa fortuna stimata in 3
miliardi di dollari pari a circa 6 mila miliardi di lire italiane, è
proprietario della casa Seagram produttrice di alcolici che in quel
momento attraversava una difficile congiuntura, tanto da trovarsi a
corto di denaro liquido. (86)
[62]
Nel presentare le proprie richieste alle banche svizzere asseriva,
Bronfman, di parlare "per conto del popolo ebraico e per conto dei 6
milioni di ebrei che non possono più parlare".
Ebbe così inizio la lunga disputa fra Bronfman (al quale si associò
immediatamente il già citato avvocato e senatore Alphonse D'Amato
che era a caccia di voti ebraici nel collegio elettorale di New
York) e le banche svizzere. Poiché queste opponevano strenua
resistenza, Bronfman riuscì a trascinare nella controversia non
poche istituzioni pubbliche americane, come la direzione del Museo
dell'Olocausto, come il Senato e la Camera dei Rappresentanti, come
numerose autorità sia federali che di alcuni stati e come persino la
Casa Bianca. E a Bronfman si uni pure quel Centro Wiesenthal che,
diretto a Los Angeles dal rabbino Marvin Hier, era uno dei
principali protagonisti della "caccia al nazi". (87)
Con l'appoggio di numerosi esponenti politici e di gran parte della
stampa, venne subito aperta una campagna di diffamazione della
Svizzera e delle sue banche ("una campagna vergognosa", la definisce
Finkelstein) che per meglio influenzare l'opinione pubblica veniva
costantemente unita, sui teleschermi e sui giornali, a orripilanti
descrizioni della barbarie nazista (montatura del caso Priebke e
altro) e toccanti rievocazioni dell'Olocausto (film e interviste
di "superstiti").
Uno degli strumenti usati contro le banche svizzere, principalmente
per iniziativa di Elan Steinberg direttore del World Jewish
[63] Congress, fu quello della diffusione di false informazioni e di
notizie infondate. Cosa che avvenne, per esempio, con la
asserita "scoperta" da parte del Centro Wiesenthal di
misteriosi "testimoni chiave" contro Erich Priebke, di truculenti
quanto immaginari fatti di sangue e di complicità vaticane nella
fuga di supposti "criminali di guerra" o nel riciclaggio di tesori
rubati dai nazisti. (88) La verità e la giustizia, insomma,
contavano poco. Ciò che contava era che le banche svizzere
capitolassero e pagassero: "Una cosa che le banche temono è la
cattiva pubblicità", era solito dire il rabbino Israel
Singer. "Pertanto continueremo sino a quando le banche ci
chiederanno di smettere e ci offriranno un compromesso".
E così il mondo intero venne a sapere, grazie pure alla complicità
della stampa, che gli ebrei europei e i superstiti dell'Olocausto
erano stati vittime di una "cospirazione svizzero-nazista" che aveva
dato vita "alla più grande rapina nella storia dell'umanità". In
realtà chi cercava di imbrogliare le carte erano proprio le
organizzazioni ebraico-americane quando affermavano, senza alcuna
prova, che il denaro degli ebrei europei trattenuto dalle banche
svizzere ammontava a una somma oscillante fra i 7 e i 20 miliardi di
dollari: in lire italiane, 14-40 mila miliardi di lire!
Nessun giornale però rivelò che le famiglie ebree che negli anni del
nazismo avevano tentato di mettere al sicuro i loro averi non
avevano scelto soltanto il rifugio svizzero: le banche di New York
erano state le preferite, seguite da quelle svizzere e, al terzo
posto, da quelle inglesi. Che fine avevano fatto i conti ancora
dormienti presso le banche americane? Eppure, secondo un calcolo
fatto da Seymour J. Rubin, apparso sulla rivista Law and
Contemporary Problems nel 1951 e citato da Finkelstein alle pagine
115 e 116 del suo libro, doveva trattarsi di notevoli fortune. E che
fine avevano fatto le 6 tonnellate d'oro sequestrate in Europa dagli
angloamericani? (89)
[64]
Ma torniamo alla vertenza con la Svizzera. Preferisco sorvolare
sulle trattative, sulle polemiche, sulle commissioni d'inchiesta
(commissione Paul Volcker e commissione Jean-Francois Bergier) e
sulle varie fasi del ricatto messo in atto nei confronti della
Svizzera attraverso il boicottaggio dei suoi interessi negli Stati
Uniti e del quale si è ampiamente parlato nel capitolo I di questo
libro oltre che nel capitolo X del mio Dal caso Priebke al Nazi
Gold. Arrivo rapidamente al dunque: la malafede con la quale si era
parlato di 7-20 miliardi di dollari (14-40 mila miliardi di lire) è
dimostrata dal successivo accertamento, da nessuno contestato, che
in realtà si trattava di non più di un centinaio di milioni di
dollari (circa 200 miliardi di lire italiane) e dalla prontezza con
la quale infatti, alla metà di agosto del 1998, le organizzazioni
ebraico-americane accettarono di buon grado l'offerta svizzera di un
miliardo e 250 milioni di dollari (2,5 mila miliardi di lire) a
compenso sia dei conti bancari dormienti che dei lingotti d'oro (il
Nazi Gold) che la Svizzera durante la guerra aveva acquistato dal
Terzo Reich e che le organizzazioni ebraiche affermavano provenire
dai tesori di famiglia e dalle protesi dentarie delle famiglie ebree
sterminate. (90)
Si trattò, dicevo, di defatiganti e interminabili trattative nel
corso delle quali emersero fatti scandalosi risalenti alla guerra e
all'immediato dopoguerra. Scandalosi come la cordiale collaborazione
esistente in piena guerra, presso un istituto bancario che aveva
sede in Svizzera, fra esponenti finanziari svizzeri, americani,
inglesi, francesi, italiani e tedeschi. Il Lettore desideroso di
informarsi potrà soddisfare la propria comprensibile curiosità
dedicandosi con pazienza alla lettura dei libri qui indicati in
nota. (91)
[65]
L'offensiva contro la Germania, alla quale ho già accennato, fece
seguito a quella contro la Svizzera e riguardò alcune industrie
private (Mercedes, Bmw, Volkswagen e Bayer sono solo qualche
esempio) e alcune banche (Dresdner Bank, Deutsche Bank). Venne
condotta, sin dall'inizio, mediante il solito ricorso alla minaccia
di boicottaggio commerciale sul mercato americano, mediante
struggenti resoconti delle responsabilità di quelle aziende nello
sfruttamento dei lavoratori schiavi del tempo di guerra e mediante
accuse inventate di sana pianta come quelle che colpirono la Bayer a
proposito di presunte sperimentazioni su cavie umane.
Le pretese delle organizzazioni ebraico-americane erano infondate
anche perché la Germania (come detto all'inizio di questo capitolo)
aveva già pagato risarcimenti e persino pensioni vitalizie.
Aveva pure versato, la Germania, sostanziali indennizzi tramite
organizzazioni come la Claims Conference. Ma quei soldi (che il
quotidiano The Times, a Londra, ironicamente definì "Holocash",
cioè "Olodenaro") (92) erano poi finiti non nelle mani dei diretti
interessati, bensì in vari "progetti", nella creazione di un "fondo
speciale" e, come il rabbino Israel Singer ebbe a dichiarare al
quotidiano israeliano Haaretz, "per soddisfare le necessità
dell'intero popolo ebraico e non solo di quanti ebbero la fortuna di
sopravvivere all'Olocausto sino alla vecchiaia". (93)
Ma alla fine il governo tedesco si uni alle imprese private per
racimolare i soldi da consegnare alle organizzazioni richiedenti e
cosá pure i tedeschi pagarono la loro parte.
L'offensiva si spostò allora sulle nazioni ex comuniste dell'Europa
orientale dove a danno della comunità ebraica si erano avuti,
[66] oltre agli espropri nazisti del tempo di guerra, anche le
nazionalizzazioni comuniste del dopoguerra.
Pure in quel caso le organizzazioni ebraico-americane sostennero di
essere le legittime rappresentanti degli aventi diritto (vivi o
defunti) ma condussero stavolta la loro campagna senza eccessiva
risonanza pubblicitaria: se era facile mobilitare l'opinione
pubblica contro le ricche banche e industrie svizzere e tedesche,
osserva Finkelstein, era piuttosto difficile farlo contro le quasi
affamate nazioni che uscivano dal comunismo. E, poiché la minaccia
di sanzioni economiche e commerciali non era molto efficace nei
confronti di nazioni ancora poco sviluppate, si pensò di ricorrere
alla minaccia di ostacolare l'ammissione all'Organizzazione Mondiale
del Commercio, all'Unione Europea, alla Nato e al Consiglio d'Europa.
La manovra ebbe evidentemente buon esito perché nel luglio 2000 la
Claims Conference ottenne dalla Polonia, dalla Russia, dall'Ucraina,
dalla Bielorussia e dalla Repubblica Ceca, e specialmente dalla
Germania che anche stavolta mise mano al portafogli, la firma di un
documento che garantiva il pagamento di una somma corrispondente a
circa 8 mila miliardi di lire. (94)
***
Invano da più parti si osservò che le organizzazioni ebraico-
americane stavano dando vita a una "industria dell'Olocausto" e che
ciò poteva portare a un "brutto ritorno dell'antisemitismo in
Europa". (95)
Lungi dal ridurre le pretese, le organizzazioni ebraiche preferirono
affrontare il rischio della temuta reazione antisemita nella
certezza di poterla neutralizzare mediante il ricorso a una
intensificata campagna mondiale di indottrinamento "antirazzista",
specialmente giovanile. Nacquero così la martellante esaltazione
della "società multirazziale", la "marcia della vita", i
pellegrinaggi scolastici ad Auschwitz e l'inclusione dell'Olocausto
fra le materie di studio delle scuole e delle università. Mentre
David Harris dell'American
[67] Jewish Committee esprimeva "profondo apprezzamento" per
l'effetto psicologico dei pellegrinaggi giovanili ad Auschiwitz, la
parlamentare americana Carolyn Maloney si diceva orgogliosa di una
legge da lei fatta introdurre (la "legge per l'insegnamento
dell'Olocausto") che stanziava denaro pubblico "che attraverso il
Ministero dell'educazione e le apposite organizzazioni favorirà
l'insegnamento dell'Olocausto nelle scuole e nelle comunità". (96)
Non è tutto: come Finkelstein osserva a pagina 143 del suo libro,
numerose università americane hanno recentemente creato cattedre
d'insegnamento dell'Olocausto e ben 17 stati americani oggi
impongono o raccomandano lo studio dell'Olocausto nelle scuole. Di
settimana in settimana, incessantemente, giornali come il New York
Times parlano dell'Olocausto. E il numero dei libri e dei trattati
di studio esistenti sull'Olocausto, tutti disponibili nelle librerie
e nelle biblioteche, può ormai essere agevolmente stimato, nei soli
Stati Uniti, in oltre 10 mila. (97)
Il risultato di queste frenetiche iniziative, afferma ancora
Finkelstein, è che l'Olocausto è ormai entrato in modo imperioso e
ossessivo nella vita quotidiana degli americani.
Ma lo stesso, vorrei aggiungere, è accaduto pure in Europa. Tipico è
il caso di quasi tutti i licei italiani, francesi e tedeschi i cui
allievi, sottoposti a un quasi quotidiano lavaggio del cervello,
vengono spediti in "gita scolastica" ad Auschwitz, devono
periodicamente sorbirsi conferenze di "superstiti" dell'Olocausto
(ebrei e persino testimoni di Geova), ricevono in dono faziosi
giornaletti editi da sedicenti "istituti di storia contemporanea"
probabilmente beneficiari di qualche rivolo di denaro pubblico (98)
e sono costretti ad assistere a film sull'Olocausto, a leggere
fotocopie di libri convenzionali
[68] e persino a comporre, ovviamente sull'onnipresente Olocausto,
dilettanteschi cd-rom. (99)
* * * *
Dove sono finiti i soldi che le organizzazioni ebraico-americane
hanno strappato alle banche svizzere (Crédit Suisse, Ubs e Sbs) e
poi ad aziende, banche e compagnie d'assicurazione svizzere,
tedesche, italiane, austriache e via discorrendo?
I sopravvissuti chiedono, riferisce Finkelstein, che quel denaro
vada direttamente a loro. Le organizzazioni ebraiche, in particolare
il World Jewish Congress e il Centro Wiesenthal, desiderano invece
essere partecipi della suddivisione e insistono perché quasi la metà
dei soldi svizzeri sia destinata a "iniziative di informazione
sull'Olocausto", cioè alle iniziative di lavaggio del cervello di
cui si parlava sopra. Altre organizzazioni ebraiche, sia ortodosse
che riformiste, affermano che i 6 milioni di morti avrebbero
destinato a loro, e non ad altre organizzazioni, quei soldi. (100)
[69]
Secondo quanto afferma Finkelstein a pagina 108 del suo libro,
proprio Edgar Bronfman, per conto del World Jewish Congress, durante
una commovente dichiarazione resa a una commissione parlamentare,
disse che "gli svizzeri non dovranno continuare a trarre profitto
dalle ceneri dei morti dell'Olocausto". Ma un paio d'anni più tardi
lo stesso Bronfman dovette ammettere, aggiunge Finkelstein, che
nelle casse del suo World Jewish Congress giacevano "non meno di 7
miliardi di dollari" (circa 16 mila miliardi di lire) provenienti da
risarcimenti di varia fonte.
Queste ultime accuse di Finkelstein non potevano non suscitare delle
reazioni. E infatti il giornalista inglese Tom Bower, esperto in
questioni dell'Olocausto, affermava che i soldi dovuti agli aventi
diritto sarebbero stati distribuiti a tempo debito e che, come
affermato da Elan Steinberg per conto del World Jewish Congress,
quella faccenda dei 7 miliardi di dollari era priva di fondamento.
Altrettanto drastico il già citato Peter Novick, studioso
dell'Olocausto, che in tono acceso riferiva alla Jewish Telegraphic
Agency e alla Jewish Chronicle Review (28-29 luglio 2000) che i
libri di Finkelstein sono "spazzatura" e che contengono "false
accuse".
In particolare, Novick definiva falsa l'affermazione relativa ai 7
miliardi di dollari giacenti nelle casse del World Jewish Congress.
Ma Finkelstein, rispondendo sia a Bower che a Novick via Internet,
precisò di avere ottenuto conferma di quella notizia dalla lettura
del Frankfurter Allgemeine Zeitung del 26 gennaio 2000 che a sua
volta riportava ammissioni fatte da Edgar Bronfman nel corso della
conferenza di Stoccolma sull'Olocausto.
E, avendo Novick aggiunto che false erano pure le accuse mosse da
Finkelstein nei confronti della Claims Conference, Finkelstein
rispose di avere solo riferito le parole del deputato israeliano
Michael Kleiner che, infatti, aveva definito "oscuri motivi" quelli
che spingono la Claims Conference (ente secondo Kleiner
che "maltratta gli ebrei sopravvissuti e i loro eredi mentre tiene
stretta una enorme quantità di denaro altrui") a gestire in quel
modo il denaro dei risarcimenti. E quelle parole di Kleiner,
precisava Finkelstein,
[70] erano state riprese pure dal Jerusalem Report del 31 gennaio
2000, dal Globes della stessa data e da Haaretz del 24 febbraio
2000. (101)
Ma quando avverrà la tanto attesa distribuzione dei soldi? Quando
gli svizzeri e i tedeschi dovevano ancora pagare, dice ironicamente
Finkelstein, le organizzazioni ebraico-americane sollecitavano una
rapida conclusione della vertenza perché "i sopravvissuti bisognosi
muoiono ogni giorno". Ma non appena gli svizzeri e i tedeschi
firmarono gli accordi quella fretta miracolosamente scompa
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