"Noi inglesi, due anni a Guantanamo"
I tre musulmani liberati: brutalità e pestaggi, puniti anche se
cantavamo
«Si cacciano i topi per non impazzire, chi non prova il suo alibi
sparisce»
«Quando mi svegliai, non avevo idea di dove fossi. Ero sdraiato
sopra a dei
cadaveri, respirando il fetore del sangue e dell'urina. Avevano
ammassato
forse 300 di noi in ciascun container, stipati così stretti che le
nostre
ginocchia erano pressate contro il petto, quasi subito iniziammo a
soffocare.
Siamo sopravvissuti perché qualcuno fece dei buchi con la
mitragliatrice,
anche se sparavano basso e ne sono morti ancora di più a causa dei
proiettili. Quando uscimmo, circa 20 in ogni container erano ancora
vivi»...
In una casa sicura nel Sud dell'Inghilterra, il cittadino
britannico Asif
Iqbal racconta come è sopravvissuto, insieme ai suoi amici Ruhal
Ahmed e
Shafiq Rasul (tutti e tre originari di Tipton, in Gran Bretagna),
dopo un
massacro compiuto in Afghanistan nell'autunno del 2001 dalle forze
dell'Alleanza del Nord, spalleggiate dagli americani, l'inizio di un
incubo
durato 26 mesi, finito la scorsa settimana con il loro rilascio dal
campo di
detenzione statunitense della baia di Guantanamo. Un giorno, forse,
ci sarà
qualche inchiesta su Guantanamo. Fino ad allora, alcune delle loro
affermazioni - che gli Stati Uniti con tutta probabilità
smentiranno - non
potranno essere confermate. Lo scorso ottobre ho trascorso quattro
giorni a
Guantanamo. Molto di quanto i tre uomini raccontano l'ho visto o
sentito
narrare da ufficiali statunitensi. Dopo essere sopravvissuti al
massacro
all'interno del container, i tre sono quasi morti di fame in una
prigione
gestita dal signore della guerra afghano, il generale Dostum. Poi
con il
consenso degli ufficiali britannici, furono consegnati agli
americani, prima
per settimane di abusi fisici in un campo di prigionia a Kandahar,
poi per
oltre due anni nella desolazione di Guantanamo. Mese dopo mese sono
stati
interrogati, per 12 ore alla volta o più, dalle commissioni di
sicurezza
statunitensi e ripetutamente dall'Mi5. In totale, dicono, hanno
sopportato
ciascuno 200 «sessioni». Le autorità da ambo le parti dell'Atlantico
sono
state costrette ad accettare quello che i tre uomini hanno sostenuto
per
tutto questo tempo - che non sono mai stati membri delle forze
talebane, di
Al Qaeda o di qualsiasi altro gruppo militante. Gli americani hanno
giustificato la loro prigionia sostenendo che erano «combattenti
nemici», ma
essi non sono mai stati armati, e non hanno combattuto. «Formalmente
ci hanno
detto che stavamo tornando a casa domenica scorsa», dice
Rasul. «Abbiamo
avuto un ultimo incontro con l'Fbi, e hanno tentato di spingerci a
firmare un
pezzo di carta che diceva qualcosa del tipo che ammettevo di avere
avuto
legami con il terrorismo, e che se avessi mai rifatto qualcosa di
simile, gli
Stati Uniti avrebbero potuto arrestarmi». Come gli altri due
prigionieri
liberati la settimana scorsa, Tarek Dergoul e Jamal al-Harith, i tre
si sono
rifiutati di farlo.
SANGUE - Sono le 3 del mattino del 13 gennaio 2002 quando Rasul,
detenuto a
Kandahar, viene spostato in una nuova tenda con Iqbal. La mattina
seguente i
loro numeri di riconoscimento furono chiamati ad alta voce e furono
obbligati
a starsene seduti mentre dei soldati li incatenavano stretti, li
facevano
sedere all'interno di una tenda e fissavano un'altra catena a un
gancio nel
pavimento. Al posto delle tute blu, vennero vestiti con completi
arancioni,
incatenati e ammanettati e obbligati a portare dei guanti spessi,
cuciti alle
maniche. Poi, dice Rasul, «ci fecero sedere fuori, sulla ghiaia,
mentre
processavano tutti. Non ci è stata data acqua per tutto il giorno».
Il
dispositivo di controllo che ora erano costretti a indossare sarebbe
diventato molto familiare per i 26 mesi successivi, il «completo tre
pezzi»,
la cintura con una catena metallica che conduceva giù fino ai ceppi
delle
gambe e a cui erano attaccate le manette. Rasul racconta: «Dissi
alla guardia
che me l'avevano stretto troppo addosso, e lui rispose,
sopravvivrai». In
aereo vennero incatenati al pavimento senza schienali cui
appoggiarsi, e
persino quando chiesero di andare in bagno non furono liberati dalle
catene.
«Ti pisciavi tutto addosso, sulle gambe. L'unica cosa che alleviava
questa
deprivazione sensoriale e che mi tenne occupato nelle 22 ore di volo
fu che
sentivo un dolore molto forte», dice Rasul. «Le guardie mi dicevano
di
dormire, ma la cintura mi stava scavando nella carne. Quando
sbarcammo a
Cuba, stavo sanguinando. Ho perso la sensibilità nelle mani per i
sei mesi
successivi».
OBBEDIENZA - Rasul e Iqbal si trovavano sul secondo volo verso il
nuovo Campo
Raggi X (il primo aveva avuto luogo tre giorni prima). Quando Rasul
e Iqbal
atterrarono, non avevano nessuna idea di dove fossero: «Tutto quello
che
sapevo era che mi trovavo da qualche parte dove faceva un caldo
terribile»,
dice Rasul. «Una voce americana urlò: sono il sergente Tizio Caio,
Marina
degli Stati Uniti, state arrivando alla vostra destinazione finale.
Il sole
batteva senza tregua e il sudore mi colava negli occhi. Urlai per
chiedere un
dottore, qualcuno mi versò dell'acqua negli occhi e poi lo sentii di
nuovo:
traditore, traditore». Rasul fu l'ultimo a essere processato, e
quando alla
fine raggiunse la sua cella, era ormai buio. Per prima cosa venne
completamente spogliato e, senza che gli venissero tolti i ceppi e
le catene,
ricevette un pezzo di sapone e gli fu detto di farsi una doccia, la
prima
dalla sua cattura. Iqbal ricorda il momento in cui i suoi ceppi
furono
rimossi: «Alzo lo sguardo e vedo tutta quest'altra gente che non era
ancora
stata processata, in vestiti arancioni e ceppi, e penso che sto
avendo
un'allucinazione». Nei primi giorni trascorsi al Campo Raggi X, le
condizioni
di prigionia erano estreme. Ai detenuti era proibito parlare con la
persona
che era nella cella a fianco e, ricorda Rasul, gli venivano
somministrate
minuscole porzioni di cibo: «Ti davano questo enorme piatto con un
piccolissimo mucchietto di riso e pochi fagioli». Dopo circa una
settimana ai
prigionieri fu permesso di parlare con i detenuti delle celle
adiacenti, e
poche settimane più tardi gli furono consegnate delle copie del
Corano, un
tappeto di preghiera, lenzuola e asciugamani. Tuttavia ciascuno di
loro fu
testimone di attacchi brutali o ne subì in prima persona, in modo
particolare
da parte della squadra anti sommossa di Guantanamo, la Extreme
Reaction
Force. Il suo acronimo aveva portato alla nascita di un nuovo verbo,
una
creazione originale dei detenuti di Guantanamo: erf-ing , «erf-
are». «Essere
erf-ati, dice Rasul, significa essere sbattuti a terra da un soldato
che
brandisce uno scudo anti sommossa, essere inchiodati al terreno e
assaliti».
Iqbal e Rasul si trovavano alle estremità opposte dello stesso
blocco di
celle e gli era proibito parlarsi. Non c'era quasi niente da
fare. «Il tempo
passa», dice Rasul. «Fissi nel vuoto e le ore trascorrono
ticchettando.
Osservavi la gente e ti rendevi conto che avevano dato i numeri. Non
c'era
più niente nei loro occhi. Non parlavano». Mentre le settimane di
prigionia
diventavano mesi, qualche volta vedevano degli psichiatri. La
risposta era
sempre la stessa: un'offerta di Prozac. Durante la mia visita a
Guantanamo,
lo staff medico del campo mi disse che almeno un quinto dei detenuti
prendeva
degli antidepressivi.
DIVIETI - Era impossibile conoscere a fondo le regole e sapere come
evitare le
punizioni. Solo una regola era importante, dice Rasul: «Devi
obbedire a
qualsiasi cosa il personale del governo statunitense ti dica di
fare». A metà
del 2002 i prigionieri vennero spostati dalle gabbie aperte con muri
di rete
del Campo Raggi X ai blocchi di celle metalliche prefabbricate di
Camp Delta.
Là, la punizione standard era essere trasferiti in isolamento,
nell'ala di
deprivazione sensoriale. Una volta, dice Ahmed, ci fu mandato per
aver
scritto «Buona giornata» su una tazza di polistirene. Questo venne
considerato «un danno premeditato alle proprietà del governo
americano». In
un'altra occasione fu punito per aver cantato. Le celle erano
all'incirca
delle dimensioni di un materasso matrimoniale, fatte di rete e
metallo,
esposte all'implacabile afa tropicale, senza aria condizionata. Al
loro
interno c'era un buco nel pavimento da utilizzare come gabinetto, un
rubinetto che lasciava uscire acqua gialla e che era piazzato così
in basso
che bisognava inginocchiarsi per usarlo, e uno stretto riparo di
metallo. A
parte gli interrogatori, l'unica pausa in questa monotonia erano le
docce e i
20 minuti di esercizi fisici, due o tre volte la settimana. «Quando
ci
trovavamo nello stesso blocco di celle con persone che parlavano
inglese,
ritornavamo sulle stesse conversazioni, più e più volte», dice
Ahmed. «Presto
avevi esaurito tutte le possibilità, e ti ritrovavi a ripetere la
stessa
storia quattro o cinque volte». Perfino questo, comunque, era meglio
del
blocco di punizione in isolamento, o del destino che Iqbal dovette
sopportare
per cinque mesi nel 2002: essere messo in un'ala in cui tutti gli
altri
prigionieri parlavano solo cinese. Nel secondo semestre del 2002,
gli
interrogatori furono sospesi. Ma dall'inizio del 2003 gli incontri
con l'Mi5,
l'Fbi, la Cia e i servizi segreti militari statunitensi divennero
sempre più
frequenti. Rasul dice: «Iniziarono a chiamarci e richiamarci, ci
mostravano
delle foto e ci dicevano: questo tizio dice che hai fatto questo,
questo dice
che hai fatto quest'altro. Quello che volevano dire era che altri
detenuti
stavano imbastendo delle storie che pensavano potessero aiutarli a
uscire dal
campo». IL VIDEO-Gli addetti agli interrogatori utilizzavano anche
lo schema
del buon poliziotto e del cattivo poliziotto. «Faceva paura, anche
se sapevo
che cosa stavano facendo». Meno divertenti erano le condizioni in
cui gli
interrogatori venivano condotti. Durante le loro «interviste», i
detenuti
indossavano il completo tre pezzi ed erano ammanettati al pavimento.
L'estate
scorsa la situazione dei tre di Tipton prese improvvisamente una
brutta
piega. Gli americani avevano un video di un incontro avvenuto
nell'agosto
2000 tra Osama Bin Laden e Mohamed Atta, il capo dei dirottatori
dell'11
settembre. Dietro Bin Laden c'erano tre uomini, e nel maggio 2003
qualcuno
sostenne che erano Iqbal, Rasul e Ahmed. Alla fine, dice Rasul, uno
dei capi
addetti agli interrogatori arrivò da Washington e gli mostrò il
video.
Dichiarò con fermezza che l'uomo nel video non gli assomigliava, né
a lui né
ai suoi amici, e che nessuno di loro aveva mai avuto la barba.
Nell'agosto
2000, quando il video era stato girato, lui stava lavorando per una
filiale
della catena di negozi di elettronica Curry's, ed era iscritto
all'Università
dell'Inghilterra centrale. Un fatto, suggerì, che si poteva
facilmente
controllare. Invece «mi dissero che potevo aver trovato qualcuno che
lavorava
con me da Curry's che poteva aver falsificato i dati sul mio
impiego. Arrivai
al punto di non poterne semplicemente più. Fate quel che dovete
fare, gli
dissi. Me ne ero rimasto seduto là, in isolamento, per tre mesi,
perciò dissi
sì, sono io. Andate avanti e processatemi». Gli altri due fecero una
confessione analoga. Lo scorso settembre, fu l'Mi5 che per una volta
li
aiutò, quando i suoi funzionari arrivarono al campo con le prove che
dimostravano che i tre non potevano trovarsi in Afghanistan nel
momento
relativo alle accuse. Rasul dice: «Potevamo provare il nostro alibi.
Ma che
cosa succederà agli altri, in particolare quelli che vengono da
Paesi in cui
dati simili potrebbero non essere disponibili?». Per coloro che
confessano, e
non riescono a sostenere i loro alibi, è in attesa un processo da
parte di
una commissione militare statunitense e una possibile condanna a
morte.
Quelli che sono stati accusati non si trovano più a Camp Delta,
rivelano i
tre uomini. Sono stati spostati in un nuovo centro di massima
sicurezza, al
di fuori del recinto principale, Camp Echo (Campo Eco). Lì, dicono i
tre, ci
sono anche i britannici Feroz Abbasi e Moazzem Begg, e l'australiano
David
Hicks. Un dettaglio della vita di Hicks all'interno della baia di
Guantanamo
rivela i mezzi disperati escogitati dai prigionieri nel tentativo di
mantenere la propria sanità mentale. Tiene occupata la propria mente
cacciando e uccidendo topi. Più di un anno fa, raccontano i tre
uomini, Hicks
ha rinunciato all'Islam e si è rasato la barba. Non risponde più al
richiamo
per la preghiera.
© The Observer
Traduzione di Gabriela Jacomella
Corriere della Sera 14.03.04