IL CRISTIANESIMO DA RELIGIONE LECITA A RELIGIONE DI STATO
Codice Teodosiano, XVI, 1, 2 del 27 febbraio 380. A
Codice Teodosiano, XVI, 10, 12 del 8 novembre 392. B
Nel febbraio 313, in un incontro avvenuto a Milano, gli imperatori
Costantino e Licinio si accordarono per equiparare il cristianesimo
alle altre religioni lecite dell'impero. La sostanza di questo
accordo (il cosiddetto "Editto di Milano") ci è giunta nei rescritti
emanati da Licinio, prontamente incorporati nelle loro opere dagli
autori cristiani Lattanzio ed Eusebio di Cesarea. In realtà già a
ridosso del 313, ed ancor più dal 324 allorché rimase unico
imperatore, Costantino venne assegnando alla religione cristiana una
inequivocabile posizione di favore e preminenza, con una serie di
provvedimenti il cui quadro complessivo ci è tramandato nella
Ekklesiastiké Historía scritta nella prima metà del V secolo dallo
storico Sozomene. I provvedimenti risultavano ulteriormente
rafforzati dall'affacciarsi di disposizioni che, nel tutelare i
cristiani, introducevano elementi restrittivi nei riguardi di altre
fedi: l'impero, identificando sempre più le sue sorti con quelle
della società cattolica, si impegnava a sostenerla contro il
paganesimo - che diveniva a sua volta religione tollerata - e contro
i sistemi concorrenti dell'ebraismo e dell'eresia. Le conseguenze
estreme di questo processo si ebbero con l'impero di Teodosio che
nell'editto Cunctos populos del 27 febbraio 380 (A) imponeva il
cristianesimo niceno come unica religione di Stato, mentre ulteriori
provvedimenti (B) perseguivano l'eresia, abolivano ogni residuo di
tolleranza verso il paganesimo, limitavano gravemente la libertà di
professione della fede ebraica.
(A) Gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio
Editto al popolo della città di Costantinopoli. Vogliamo che tutti i
popoli a noi soggetti seguano la religione che il divino apostolo
Pietro ha insegnato ai Romani e che da quel tempo colà continua e
che ora insegnano il pontefice Damaso e Pietro, vescovo di
Alessandria, cioè che, secondo la disciplina apostolica e la
dottrina evangelica, si creda nell'unica divinità del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa
norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno
stolti eretici, né le loro riunioni potranno essere considerate come
vere chiese; essi incorreranno nei castighi divini ed anche in
quelle punizioni che noi riterremo di infliggere loro.
Codice Teodosiano, XVI, 1, 2 ( Tessalonica , 27 febbraio 380 )
(A) Imppp. Gratianus, Valentinianus et Theodosius.
Edictum ad populum urbis Constantinopolitanae. Cunctos populos, quos
clementiae nostrae regit temperamentum, in tali volumus religione
versari, quam divinum Petrum apostolum tradidisse Romanis religio
usque ad nunc ab ipso insinuata declarat quamque pontificem Damasum
sequi claret et Petrum Alexandriae episcopum virum apostolicae
sanctitatis, hoc est, ut secundum apostolicam disciplinam
evangelicamque doctrinam patris et filii et spiritus sancti nam
deitatem sub parili maiestate et sub pia trinitate credamus. Hanc
legem sequentes Christianorum catholicorum nomen iubemus
amplecti,reliquos vero dementes vesanosque iudicantes haeretici
dogmatis infamiam sustinere nec conciliabula eorum ecclesiarum nomen
accipere, divina primum vindicta, post etiam motus nostri, quem ex
caelesti arbitrio sumpserimus, ultione plectendos.
Codice Teodosiano, XVI, 1, 2 (Thessalonicae, 27 febbraio 380).
(B) Gli imperatori Teodosio, Arcadio ed Onorio al prefetto Rufino.
Nessuno, di qualunque condizione o grado (che sia investito di un
potere o occupi una carica, che sia autorevole per nascita o sia di
umili origini), in nessun luogo, in nessuna città, offra vittime
innocenti a vani simulacri; e neppure in segreto, accendendo lumini,
spandendo incenso, appendendo corone, veneri i lari con il fuoco, il
genio con il vino, i penati con gli aromi. Se qualcuno oserà
immolare una vittima in sacrificio e consultarne le viscere, come
per il delitto di lesa maestà potrà essere denunciato da chiunque e
dovrà scontare la debita pena, anche se non avesse cercato auspici
né contro il benessere né sul benessere dell'imperatore. Costituisce
infatti di per sé già un crimine il volere cassare le leggi
imperiali, indagare ciò che é illecito, volere conoscere ciò che è
nascosto, osare ciò che è vietato, interrogarsi sulla fine del
benessere di un altro, sperare e cercare un presagio della sua
morte. Se qualcuno venererà con l'incenso simulacri fatti dall'uomo
e destinati a distruggersi con il tempo; o se, con ridicolo timore
verso le sue stesse rappresentazioni, cercherà di onorare varie
immagini cingendo un albero di nastri o innalzando un altare con
zolle erbose (una totale offesa alla religione, pur se con la
scusante di una offerta meno impegnativa), come reo di lesa
religione perderà la casa o il possesso dove si sia reso schiavo
della superstizione pagana. Stabiliamo infatti che tutti i luoghi
dove si siano levati fumi di incenso - purché si dimostri che
appartengano a chi ha usato l'incenso - siano incamerati nel nostro
fisco. Se qualcuno cercherà di sacrificare con l'incenso in templi
pubblici, o in case o campi altrui, qualora l'abuso avvenga
all'insaputa del padrone dovrà pagare 25 libbre d'oro, e la stessa
pena colpirà i conniventi. Vogliamo che questo editto sia osservato
dai giudici e dai magistrati, nonché dai funzionari di ogni città,
in modo che i casi accertati da questi ultimi siano immediatamente
tradotti in giudizio e, una volta tradotti in giudizio, siano subito
puniti dai giudici. Se i funzionari, per indulgenza o incuria,
penseranno di poter coprire o tralasciare qualcosa, dovranno
sottostare ad un procedimento giudiziario; quanto ai giudici, se
procrastineranno l'esecuzione della sentenza saranno multati di 30
libbre d'oro, e la loro carica sarà sottoposta alla stessa multa.
Codice Teodosiano, XVI, 10, 12 (Costantinopoli, 8 novembre 392).
(B) Imppp. Theodosius, Arcadius et Honorius aaa. ad Rufinum
prafectum praetorio. Nullus omnino ex quolibet genere ordine hominum
dignitatum vel in potestate positus vel honore perfunctus, sive
potens sorte nascendi seu humilis genere condicione in nullo penitus
loco, in nulla urbe sensu carentibus simulacris vel insontem
victimam caedat vel secretiore piaculo larem igne, mero genium,
penates odore veneratus accendat lumina, imponat tura, serta
suspendat. Quod si quispiam immolare hostiam sacrificaturus audebit
aut spirantia exta consulere, ad exemplum maiestatis reus licita
cunctis accusatione delatus excipiat sententiam conpetentem, etiamsi
nihil contra salutem principum aut de salute quaesierit. Sufficit
enim ad criminis molem naturae ipsius leges velle rescindere,
inlicita perscrutari, occulta recludere, interdicta temptare, finem
quaerere salutis alienae, spem alicui interitus polliceri. Si quis
vero mortali opere facta et aevum passura simulacra inposito ture
venerabitur ac ridiculo exemplo, metuens subito quae ipse
simulaverit, vel redimita vittis arbore vel erecta effossis ara
cespitibus vanas imagines, humiliore licet muneris praemio, tamen
plena religionis iniuria honorare temptaverit, is utpote violatae
religionis reus ea domo seu possessione multabitur, in qua eum
gentilicia constiterit, superstitione famulatum. Namque omni loca,
quae turis constiterit vapore fumasse, si tamen ea in iure fuisse
turificantim probabuntur, fisco nostro adsocianda censemus. Sin vero
in templis fanisve publicis aut in aedibus agrisve alienis tale
quispiam sacrificandi genus exercere temptaverit, si ignorante
domino usurpata constiterit, viginti quinque libras auri multae
nomine cogetur inferre, coniventem vero huic sceleri par ac
sacrificantem poena retinebit. Quod quidem ita per iudices ac
defensores et curiales singularum urbium volumus custodiri, ut ilico
per hos comperta in iudicium deferantur, per illos delata
plectantur. Si quid autem tegendum gratia aut incuria
pratermittendum esse crediderint, commotioni iudicariae subiacebunt;
illi vere moniti si vindictam dissimulatione distulerint, triginta
librarum auri dispendio multabantur, officiis quoque eorum damno
parili subiugandis.
Codice Teodosiano, XVI, 10, 12 (Cost[antino]-p[oli], 8 novembre 392 )
Tratto dal sito:
http://www.storia.unive.it/_RM/didattica/anto_ame/cap_I/I_1_or.htm
Dal sito www.geocities.com/graulwerner
Località: Impero Romano
Epoca: IV secolo d.C. - Imperatore Teodosio
Il decreto del febbraio 391: vietato entrare nei templi
Il 24 febbraio 391 l'imperatore Teodosio, detto dai cristiani "Il
Grande", battezzato nel 380, emise il provvedimento
legislativo "Nemo se hostiis polluat", che:
- rinnovava la messa al bando di qualunque sacrificio, pubblico o
privato;
- vietava le tradizionali cerimonie di Stato ancora in uso a Roma:
- vietava per la prima volta l'accesso ai santuari e i
templi: "nessuno si avvicini agli altari sacrificali, cammini
all'interno dei templi o veneri immagini forgiate da mani umane";
- proibiva in maniera esplicita l'apostasia dal cristianesimo, pena
la perdita dei diritti testamentari.
Il provvedimento era stato fortemente voluto dal nuovo ministro
degli Interni, il cattolico Rufino, e da sant'Ambrogio vescovo di
Milano, d'accordo con i gruppi di monaci impegnati a saccheggiare e
distruggere illegalmente templi pagani nelle province orientali.
Le tradizioni e il patrimonio della cultura classica veniva
cancellato da un provvedimento modellato sul comportamento tenuto
dal popolo ebraico nei confronti della religione dei popoli cananei.
Il decreto del 16 giugno 391: estensione delle proibizioni
Il decreto del 16 giugno 391, emanato ad Aquileia, estende le
disposizioni precedenti anche all'Egitto, dove Alessandria godeva,
da antica data, di speciali privilegi relativi ai culti locali,
comprese le cerimonie sacrificali.
I pagani pregano in casa
Sotto l'effetto della persecuzione molte case divennero luoghi di
culto, dove i pagani si riunivano per continuare nella religione
tradizionale.
Il terzo editto del 391: distruggete i templi
Con il terzo editto del 391 la persecuzione s'intensificò e molti si
sentirono autorizzati ad iniziare la distruzione degli edifici
pagani.
Ad Alessandria il vescovo Teofilo iniziò una sistematica campagna di
distruzione dei templi.
Il tempio di Serapide, divinità greco-egizia che riuniva in sè Zeus
ed Osiride, venne assediato dai cristiani. Il vescovo Teofilo ed il
prefetto Evagrio, insieme con gli uomini della guarnigione militare,
iniziarono l'opera di demolizione. Il vescovo Teofilo volle dare il
buon esempio dando il primo colpo contro la colossale statua del dio
Serapide.
Analoghi episodi avvennero a Petra, Areopoli, Canopo, Eliopoli, Gaza
e in molte altre località. L'imperatore Teodosio non intervenne mai
per fermare i cristiani.
In Gallia san Martino di Tours non volle rimanere indietro rispetto
al vescovo Teofilo ed iniziò una campagna di distruzione.
Il quarto editto del 392: pena di morte
Il quarto editto venne emanato a Costantinopoli da Teodosio l'8
novembre del 392. Secondo gli storici Williams e Friell "l'editto
era caratterizzato da una intransigenza così assoluta nei confronti
delle tradizioni locali da poterla paragonare a quella di un regime
dittatoriale ateo che criminalizzasse le uova di Pasqua, l'ulivo, i
biglietti natalizi, le zucche di Halloween e persino alcune
abitudini universali, come quella dei brindisi".
L'editto prevedeva:
- la pena di morte per chi effettuava sacrifici e pratiche
divinatorie
- la confisca delle abitazioni dove si svolgevano i riti
- multe pesanti per i decurioni che non applicavano fedelmente la
legge
- la proibizione di libagioni, altari, offerte votive, torce,
divinità domestiche del focolare, corone e ghirlande, fasce sugli
alberi, ecc.
Riferimenti bibliografici:
Williams S. – Friell G., "Teodosio. L'ultima sfida" Edizioni Ecig
Alcune considerazioni su Paganesimo e Cristianesimo di Émile M.
Cioran tratte da "Il funesto demiurgo" Ed. Adelphi
Il politeismo corrisponde meglio alla diversità delle nostre
tendenze e dei nostri impulsi, cui offre la possibilità di
esercitarsi, di manifestarsi: libero ognuno di essi di propendere,
secondo la propria natura, verso il dio che gli si confà in quel
preciso momento. Con un solo dio, invece, che fare? come
considerarlo, in che modo utilizzarlo? In sua presenza si è sempre
sotto pressione. Il monoteismo comprime la nostra sensibilità:
rinserrandoci ci scava dentro; sistema di costrizioni che ci
conferisce una dimensione inferiore a detrimento della piena
maturazione delle forze, stabilisce una barriera, arresta la nostra
espansione, ci scompagina. Eravamo sicuramente più normali con molti
dei, che non con un dio solo. Se la salute è una misura, quale
regresso, il monoteismo!
Sotto il regime di molti dèi, il fervore viene diviso; quando è
rivolto a un solo dio si concentra e si esaspera, per stravolgersi
poi in aggressività, in fede. Non più dispersa, tutta l'energia
converge in una sola direzione. La cosa notevole, nel paganesimo,
era che non si faceva una distinzione radicale tra il credere e il
non credere, tra avere la fede o non averla. Del resto, la fede è
un'invenzione cristiana; presuppone uno stesso squilibrio nell'uomo
e in Dio, travolti entrambi da un dialogo drammatico quanto
delirante. Di qui il carattere forsennato della nuova religione. Ben
altrimenti umana. l'antica lasciava a ciascuno la facoltà di
scegliere il dio che voleva, e poiché non ne imponeva nessuno, si
poteva propendere per questo o quello. Più si era capricciosi, più
si sentiva la necessità di variare, di passare dall'uno all'altro,
sicuri di poterli amare tutti nel corso di un'esistenza. Inoltre
erano modesti, esigevano soltanto il rispetto: di fronte a loro non
ci si inginocchiava, si salutava. Convenivano idealmente a chi non
avesse risolto le proprie contraddizioni e non potesse risolverle, a
uno spirito contrastato e inappagato: che fortuna, in quel suo
itinerante turbamento, poterli provare tutti, ed essere pressappoco
certo di cascare su quello di cui lì per lì aveva bisogno. Dopo il
trionfo del cristianesimo, la libertà di destreggiarsi in mezzo a
loro, e sceglierne uno di proprio gradimento, diventò inconcepibile.
La coabitazione con loro, quell'ammirevole promiscuità, erano
finite. Un qualche esteta, stanco ma non ancora nauseato del
paganesimo, avrebbe aderito alla nuova religione se avesse
indovinato che si sarebbe estesa su tanti secoli? avrebbe barattato
la fantasia, propria al regime degli idoli intercambiabili, con un
culto il cui dio doveva godere di una così terrificante longevità?
In apparenza, l'uomo si è dato degli dèi per il bisogno di essere
protetto, garantito; in realtà, per avidità di soffrire. Finché
credette che essi fossero una moltitudine, si concesse una certa
libertà di gioco, qualche scappatoia; ma poi, limitandosi a uno
solo, si inflisse un supplemento di pastoie e di affanni. Soltanto
un animale che amasse e odiasse se stesso fino al vizio, poteva
offrirsi il lusso di un così pesante asservimento. Quale crudeltà
verso noi stessi, legarci al grande Spettro, e ribattere sulla sua
il chiodo della nostra sorte! II dio unico rende irrespirabile la
vita.
Il cristianesimo si è servito del rigore giuridico dei Romani e
delle acrobazie filosofiche dei Greci, non per affrancare lo spirito
ma per incatenarlo. Nell'incatenarlo, lo ha costretto ad
approfondirsi, a scendere in sé. I dogmi Io imprigionano, gli
fissano limiti esteriori che in nessun modo può oltrepassare; al
tempo stesso lo lasciano libero di percorrere il proprio universo
personale, di esplorare le proprie vertigini e, per sfuggire alla
tirannia delle certezze dottrinali, di cercare l'essere - o il suo
equivalente negativo - al punto estremo di ogni sensazione.
Avventura dello spirito vincolato, l'estasi è necessariamente più
frequente in una religione autoritaria che in una religione
liberale: essa è allora balzo verso l'intimità, ricorso al profondo,
fuga verso di sé, Non avendo avuto, per così tanto tempo, altro
rifugio che Dio, ci siamo immersi profondamente tanto in lui quanto
in noi (questa immersione rappresenta l'unica impresa reale da noi
compiuta in duemila anni), abbiamo scandagliato i suoi e i nostri
abissi, distrutto uno dopo l'altro i suoi segreti, estenuata e
compromessa la sua sostanza con la duplice aggressione del sapere e
della preghiera. Gli antichi non affaticavano eccessivamente i loro
dèi: avevano troppa eleganza per spremerli a fondo, o fame un
oggetto di studio. Poiché non si era ancora operato il funesto
passaggio dalla mitologia alla teologia, ignoravano quella perpetua
tensione che e presente tanto negli accenti dei grandi mistici
quanto nelle banalità del catechismo. Quando il quaggiù è sinonimo
d'impraticabile, quando sentiamo reciso, fisicamente, il contatto
che ad esso ci collega, il rimedio non consiste nella fede, e
nemmeno nella negazione della fede (espressione, l'una e l'altra, di
una stessa infermità), bensì nel dilettantismo pagano, più
esattamente nell'idea che ce ne facciamo noi.
L'inconveniente più grave, per il cristiano, è di non poter servire
coscientemente che un solo dio, benché in pratica abbia spazio per
infeudarsi a parecchi (il culto dei santi!). Salutare infeudamento
che, nonostante tutto, ha permesso al politeismo di prolungarsi
indirettamente. Senza di che, un cristianesimo troppo puro avrebbe
infallibilmente instaurato una schizofrenia universale. Con buona
pace di Tertulliano, l'anima è per sua natura pagana. Qualunque dio,
quando risponda a certe nostre esigenze, immediate e urgenti,
rappresenta per noi un sovrappiù di vitalità, una 'sferzata'; non
così quando ci venga imposto, o non corrisponda ad alcuna necessità.
Il torto del paganesimo fu di averne accettati e accumulati troppi:
è morto per generosità ed eccesso di comprensione, è morto per
mancanza di istinto. Se per sormontare Fio, questa lebbra, si punta
ormai soltanto sulle apparenze, è impossibile non deplorare
l'annientamento d'una religione senza drammi, senza crisi di
coscienza, senza incitamenti al rimorso, parimenti superficiale nei
suoi princìpi che nelle sue pratiche. Nell'antichità la filosofia, e
non la religione, era profonda; nell'età moderna, causa
della 'profondità', e delle lacerazioni d'ogni sorta ad essa
inerenti, è stato solo il cristianesimo.
Le epoche senza una fede precisa (l'epoca ellenistica o la nostra)
sono quelle che si adoperano a classificare gli dèi, rifiutandosi
però di distinguerli in veri e falsi. All'opposto, l'idea che gli
uni valgano gli altri è inaccettabile nei momenti in cui il fervore
predomina. Non è possibile rivolgere una preghiera a un dio
probabilmente vero. La preghiera non ama avvilirsi nelle
sottigliezze e non tollera gradazioni all'interno del supremo:
perfino quando dubita, lo fa in nome della verità. Non si può
implorare una sfumatura. Tutto questo è esatto solamente dopo la
calamità monoteistica. Quanto alla pietà pagana, le cose andavano in
modo diverso. Nell'Octavius di Minucio Felice l'autore, prima di
difendere la posizione cristiana, fa dire a Cecilio, il
rappresentante del paganesimo: "Noi vediamo che si adorano gli dèi
nazionali: a Eleusi, Cerere; in Frigia, Cibele; a Epidauro,
Esculapio; in Caldea, Belo; in Siria, Astarte; in Tauride, Diana;
Mercurio presso i Galli, e a Roma, tutti questi dèi riuniti". E a
proposito del dio cristiano, il solo a non essere stato accettato,
soggiunge: "Da dove viene questo dio unico, solitario, abbandonato,
sconosciuto in ogni nazione libera, in ogni regno?... ".
Secondo un'antica prescrizione romana, nessuno doveva adorare
privatamente dèi nuovi, o stranieri, se non erano stati ammessi
dallo Stato, e più precisamente dal Senato, solo autorizzato a
decidere quali meritassero di venire adottati o respinti. Sorto alla
periferia dell'Impero, giunto a Roma in modo inconfessabile, il dio
cristiano si sarebbe vendicato, in seguito, per essere stato
costretto a penetrarvi con la frode. Si distrugge una civiltà
soltanto quando si distruggono i suoi dèi. Non osando attaccare
l'Impero di fronte, i cristiani se la presero con la sua religione.
Se si lasciarono perseguitare, fu per meglio scagliarle contro i
loro fulmini, e saziare il loro incontenibile appetito di
esecrazione. Come sarebbero stati infelici, se non ci si fosse
degnati di promuoverli al rango di vittime! Tutto,
nel paganesimo, li esasperava, perfino la tolleranza. Forti delle
loro certezze, non potevano comprendere che ci si potesse
rassegnare, come i pagani, alle verosimiglianze, e che si potesse
seguire un culto Ì cui sacerdoti, semplici magistrati preposti alle
futilità del rituale, non imponevano a nessuno la fatica ingrata
della sincerità. Quando ci si ripete che la vita è sopportabile solo
se è possibile cambiare divinità, e che il monoteismo contiene in
germe ogni forma di tirannia, si cessa d'impietosirsi sulla
schiavitù degli antichi. Meglio essere uno schiavo e poter adorare
la divinità prescelta, che essere liberò e avere di fronte a sé una
sola e identica varietà del divino. Libertà è diritto alla
differenza; essendo pluralità, essa postula lo sbriciolamento
dell'assoluto, il suo dissolversi in un pulviscolo di verità
ugualmente giustificate e provvisorie. Nella democrazia liberale vi
è un politeismo soggiacente (o, se si vuole, incosciente) e,
inversamente, ogni regime autoritario ha in sé un monoteismo
camuffato. Curiosi effetti della logica monoteistica: un pagano,
appena diventato cristiano, cadeva nell'intolleranza. Meglio
sprofondare insieme a una congerie di dèi accomodanti che prosperare
all'ombra di un despota! In un'epoca in cui, in mancanza di
conflitti religiosi, assistiamo invece a conflitti ideologici, la
domanda che si formula in noi è la stessa che assillava l'antichità
declinante: <<Come rinunciare a tanti dèi per uno solo? " - con
questo correttivo però, che il sacrificio a noi richiesto si colloca
più in basso, al livello delle opinioni e non più degli dèi. Non
appena una divinità, o una dottrina, pretende alla supremazia, la
libertà è minacciata. Se si dà alla tolleranza valore supremo, tutto
ciò che la insidia deve essere considerato un crimine, a cominciare
da quelle imprese di conversione in cui la Chiesa è rimasta
ineguagliata. E se essa ha esagerato la gravita delle persecuzioni
di cui fu oggetto, e amplificato fino al ridicolo il numero dei
martiri, è che essendo stata per molto tempo una forza oppressiva,
le era necessario mascherare i propri misfatti con nobili pretesti:
lasciare impunite certe perniciose dottrine non era forse, da parte
sua, un tradimento nei confronti di coloro che per essa si erano
sacrificati? Fu dunque per lealtà che procedette all'annientamento
degli "Smarriti " e poté, dopo essere stata perseguitata per quattro
secoli, essere persecutrice per quattordici. Questo è il segreto, il
miracolo, della sua perennità. Mai martiri furono vendicati più
sistematicamente, e con maggiore accanimento.
Poiché l'avvento del cristianesimo aveva coinciso con quello
dell'Impero, alcuni Padri (Eusebio, fra gli altri) sostennero che
questa coincidenza aveva un significato profondo: un Dio - un
Imperatore. In realtà fu l'abolizione delle barriere nazionali, fu
la possibilità di circolare attraverso un vasto Stato senza
frontiere, ciò che consentì al cristianesimo d'infiltrarsi e
infierire.
Senza questa facilità di espandersi, sarebbe rimasto una semplice
dissidenza in seno al giudaismo, invece di diventare una religione
invadente e, fatto più increscioso, una religione di propaganda.
Tutto serviva per adescare, affermarsi ed estendersi, fino a quelle
esequie diurne il cui apparato era un vero e proprio affronto per i
pagani non meno che per gli dèi dell'Olimpo. Giuliano osserva che,
secondo le leggi antiche, " poiché la vita e la morte differiscono
tra loro in tutto e per tutto, gli atti relativi all'una e all'altra
devono essere compiuti separatamente ". Una dissociazione che i
cristiani, nel loro sfrenato proselitismo, non erano disposti ad
accettare: conoscevano bene l'utilità del cadavere, il profitto che
si poteva trame. Il paganesimo non aveva occultato la morte, ma si
era guardato bene dall'ostentarla. Suo principio fondamentale era
che essa non si accordava con il giorno, che era un insulto alla
luce: la morte era soggetta alla notate e agli dèi infernali. I
Galilei hanno riempito tutto di sepolcri, diceva Giuliano, che
quando parla di Gesù dice sempre << il morto". Per i pagani degni ,
del loro nome, la nuova superstizione poteva apparire soltanto come
una valorizzazione e uno sfruttamento dell'orrido. Tanto più
dovevano deplorare i progressi che andava facendo in tutti gli
ambienti. Quello che Celso non poteva sapere, ma che Giuliano sapeva
benissimo, era l'esistenza dei velleitari del cristianesimo, coloro
che, pur incapaci di accettarlo pienamente, si sforzavano tuttavia
di seguirlo, temendo, se rimanevano in disparte, di essere esclusi
dall'"avvenire". Fosse opportunismo, fosse paura dell'isolamento,
volevano avanzare al fianco di quegli uomini che, " nati ieri >>,
sarebbero stati chiamati di lì a poco al ruolo di padroni e di
carnefici.
Per quanto legittima fosse la sua passione per gli dèi defunti,
Giuliano non aveva alcuna possibilità di risuscitarli. Invece di
prodigarvisi inutilmente. avrebbe fatto meglio ad allearsi, per
rabbia, con i manichei, e insieme con loro cercare di rovesciare la
Chiesa. Così, pur sacrificando il suo ideale, avrebbe almeno
soddisfatto il suo rancore. Quale altra carta gli rimaneva, se non
la vendetta? Davanti a lui si apriva una splendida carriera di
demolitore, e l'avrebbe forse intrapresa se non l'avesse obnubilato
la nostalgia dell'Olimpo. Non si scatenano battaglie in nome di un
rimpianto. Morì giovane, è vero: soltanto due anni di regno; ne
avesse avuti ancora dieci o venti davanti a sé, che servizio ci
avrebbe reso! Forse non sarebbe riuscito a soffocare il
cristianesimo, ma lo avrebbe costretto a una maggiore modestia. Noi
saremmo meno vulnerabili, perché non saremmo vissuti come se fossimo
il centro dell'universo, come se tutto, perfino Dio, gravitasse
intorno a noi. L'Incarnazione è la lusinga più pericolosa di cui
siamo mai stati oggetto. Ci ha concesso uno status fuori misura, del
tutto sproporzionato rispetto a ciò che siamo. Innalzando l'aneddoto
umano alla dignità di dramma cosmico, il cristianesimo ci ha
ingannati sulla nostra insignificanza. ci ha precipitati
nell'illusione, in questo ottimismo morboso che, in spregio
all'evidenza, confonde il percorso con l'apoteosi. Più riflessiva,
l'antichità pagana lasciava l'uomo al suo posto. Quando Tacito si
domanda se gli eventi siano retti da leggi eterne oppure si svolgano
in balìa del caso, non arriva a darsi una risposta, lascia indecisa
la questione, e questa indecisione esprime bene il sentimento
generale degli antichi. Più di chiunque altro. Io storico, di fronte
a questo intreccio di costanti e di aberrazioni di cui sono formati
i processi storici, è necessariamente portato a oscillare tra
determinismo e casualità, leggi e capriccio. Fisica e Fortuna. Non
esiste quasi sciagura che non si possa, a piacimento, attribuire a
una distrazione della provvidenza oppure all'indifferenza del caso,
o infine all'inflessibilità del destino. Questa trinità, di uso
tanto confortevole per chiunque, e in particolar modo per una mente
disincantata, è quanto di più consolante possa proporci la saggezza
pagana. I moderni provano ripugnanza a servirsene, una ripugnanza
identica a quella per l'idea, propriamente antica, secondo la quale
i beni e i mali rappresentano una somma invariabile, che non
potrebbe subire modifiche di sorta. Con il nostro assillo di
progresso e regresso, noi ammettiamo implicitamente che il male
muti, sia che diminuisca o che aumenti. L'identità del mondo con se
stesso, l'idea che esso sia condannato a essere ciò che è, senza che
l'avvenire possa aggiungere niente d'essenziale ai dati esistenti,
questa bella idea non ha più corso; infatti l'avvenire, oggetto di
speranza o d'orrore, è per l'appunto il nostro vero luogo; noi
viviamo nell'avvenire, per noi esso è tutto. L'ossessione
dell'avvento, di essenza cristiana, col ridurre il tempo al concetto
d'imminente e di possibile, ci rende inadatti a concepire un istante
immutabile, che riposi in se stesso, sottratto al flagello della
successione. Per quanto sprovvista di qualsiasi contenuto, l'attesa
è un vuoto che ci riempie, un'ansia che ci rincuora, tanto impropri
siamo a una visione statica. " Non c'è bisogno che Dio corregga la
sua opera " - questa opinione di Celso, che è propria di tutta una
civiltà, va contro le nostre inclinazioni, contro i nostri istinti,
e contro il nostro stesso essere. Non ci è possibile ratificarla se
non in un momento inconsueto, in un accesso di saggezza. Va contro
anche a ciò che pensa il credente, perché ciò che si rimprovera a
Dio negli ambienti religiosi più ancora che in altri, è la sua buona
coscienza, la sua indifferenza alla qualità della propria opera e il
rifiuto di attenuarne le anomalie. Ci è necessario un futuro, a ogni
costo. La credenza nel Giudizio finale ha creato le condizioni
psicologiche per credere nel senso della storia; meglio: tutta la
filosofìa della storia altro non è se non un sottoprodotto dell'idea
del Giudizio finale. Abbiamo un bei propendere per questa o
quest'altra teoria ciclica, da parte nostra sarà sempre un'adesione
puramente astratta; ci comportiamo infatti come se la storia
seguisse uno svolgimento lineare, come se le varie civiltà che si
succedono fossero solo le tappe che un qualche vasto disegno, il cui
nome varia secondo le nostre credenze o le nostre ideologie,
percorre per compiersi e manifestarsi.
Per noi non vi sono più falsi dèi - c'è forse una prova migliore
della pochezza della nostra fede? Non si vede in qual modo, per un
credente, il dio che egli prega e un altro dio completamente diverso
possano essere parimenti legittimi. La fede è esclusione, sfida.
Proprio perché non riesce più a detestare le altre religioni, perché
le comprende, il cristianesimo è finito; manca sempre più di quella
vitalità da cui procede l'intolleranza. E l'intolleranza era la sua
ragione d'essere. Per sua disgrazia, ha cessato d'essere mostruoso.
Alla stregua del politeismo declinante, è colpito, paralizzato da
una eccessiva larghezza di vedute. Il suo dio non ha su noi maggior
prestigio di quanto ne avesse Giove sugli avviliti pagani. A che si
riducono gli sproloqui sulla " morte di Dio:", se non a certificare
l'avvenuto decesso del cristianesimo? Non osiamo attaccare
frontalmente la religione, e allora ce la prendiamo col suo capo, al
quale rimproveriamo di essere inattuale, moderato, timido. Un dio
che abbia sperperato il proprio capitale di crudeltà, non lo teme
più nessuno, nessuno Io rispetta più. Noi siamo come segnati da
tutti quei secoli quando credere in lui significava temerlo, quando
i nostri terrori lo immaginavano compassionevole e al tempo stesso
privo di scrupoli. Chi mai potrebbe intimidire ora che perfino i
credenti lo sentono sorpassato, e non è più possibile ricollegarlo
al presente, e ancor meno all'avvenire? Come il paganesimo fu
costretto a cedere di fronte al cristianesimo, così quest'ultimo
sarà costretto a inchinarsi di fronte a un qualche nuovo credo;
spogliato dell'aggressività, non costituisce più un ostacolo
all'irrompere di altri dèi. Non hanno più che da farsi avanti, e si
faranno avanti, forse. Può anche darsi che degli dèi non abbiano il
volto, e nemmeno la maschera; non per questo saranno meno temibili.
In coloro per i quali libertà e vertigine si equivalgono, una fede,
da qualsiasi parte provenga, magari addirittura antireligiosa, è un
impedimento salutare, una catena desiderata, sognata, che avrà la
funzione di frenare la curiosità e la febbre, di sospendere
l'angoscia dell'indefinito. Quando una fede simile ha la meglio e
s'insedia, ciò che ne risulta immediatamente è una riduzione del
numero dei problemi da considerare e, insieme, una diminuzione quasi
tragica delle opzioni. Vi è sottratto il peso della scelta: si
decide per voi. Quei pagani raffinati, che si lasciavano tentare
dalla nuova religione, si aspettavano per l'appunto che qualcuno
scegliesse per loro, che indicasse loro dove dirigersi, per non
dover più esitare sulla soglia dei tanti templi, ne destreggiarsi
fra tanti dèi. In stanchezza, nel rifiuto delle peregrinazioni dello
spirito, si concluse così quell'effervescenza religiosa senza credo,
che è il carattere di ogni epoca alessandrina. Si respinge la
coesistenza delle verità, perché il poco offerto da ognuna di esse
non ci soddisfa più; si aspira al tutto, ma a un tutto limitato,
circoscritto, sicuro, tanto grande è la paura di cadere
dall'universale nell'incerto, dall'incerto nel precario e
nell'amorfo. Un capitombolo, questo, che il paganesimo subì a suo
tempo, e che il cristianesimo sperimenta oggi. Affonda, ha fretta di
affondare; e ciò lo rende sopportabile ai miscredenti, sempre più
benigni nei suoi confronti. Il paganesimo, anche vinto, si continuò
a detestarlo: i cristiani erano degli ossessi che non riuscivano a
dimenticare; i1 cristianesimo, invece, oggi lo hanno perdonato
tutti. Già nel Settecento gli argomenti ad esso contrari si erano
esauriti, e ormai, al pari di ogni veleno che abbia perso le sue
virtù, il cristianesimo non può né salvare né condannare nessuno.
Troppi dèi ha però rovesciato perché possa sfuggire, se c'è
giustizia, alla sorte loro serbata. Ed e venuta l'ora della
rivincita. Grande dev'essere la loro gioia nel vedere caduto al loro
stesso livello il loro peggior nemico, se è vero che ora esso li
accetta tutti, senza eccezione. Al tempo del suo trionfo aveva
demolito templi e violato coscienze dovunque gli fosse piaciuto
comparire. Un nuovo dio, fosse anche stato mille volte crocifisso,
ignora la pietà, stritola ogni cosa sul suo cammino, si accanisce a
occupare il massimo spazio. Ci fa pagar caro, così, il non averlo
riconosciuto prima. Oscuro, poteva possedere una certa attrazione:
non si distinguevano ancora, in lui, le stigmate della vittoria. Mai
una religione è più 'nobile' di quando arriva a considerarsi una
superstizione, e assiste con distacco alla propria eclisse. Il
cristianesimo si è formato e affermato nell'odio di tutto ciò che
non era lui, e quell'odio lo ha sostenuto in tutta la sua carriera;
finita la carriera, anche l'odio finisce. Cristo non scenderà più
agli Inferi; lo hanno rimesso nella tomba e questa volta ci resterà,
verosimilmente non ne uscirà mai più: non ha più chi liberare, ne
sulla superficie ne nelle profondità della terra. Quando si pensa
agli eccessi che accompagnarono il suo avvento, non ci si può
impedire di rievocare l'esclamazione di Rutilio Namaziano, l'ultimo
dei poeti pagani: "Piacesse agli dèi, che la Giudea non fosse mai
stata conquistata! ".
Poiché si ammette che tutti gli dèi, senza distinzione, sono veri,
perché fermarsi a metà strada, perché non celebrarli tutti? Sarebbe,
da parte della Chiesa, un compimento supremo: perirebbe inchinandosi
di fronte alle proprie vittime... Alcuni segni annunciano che ne
sente la tentazione. Cosi, non diversamente dai templi antichi,
considererebbe un onore raccogliere le divinità, i relitti di ogni
luogo. Ma, una volta ancora, è necessario che il vero dio si metta
da parte, affinché tutti gli altri possano risorgere.