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fonte: Rinascita
Nessuna svolta sarà possibile senza il consenso popolare
Gheddafi!
Anche se ha finto di capitolare, in realtà è proprio Gheddafi a
condurre il gioco: promette all'Unione europea collaborazione nel
reprimere l'immigrazione clandestina ottenendo dai membri di questa
(Italia in primis) denaro, mezzi e tecnologia; risarcisce le
famiglie delle vittime americane ed europee degli attentati degli
anni '80 e si impegna a combattere fantomatiche organizzazioni
terroristiche di matrice islamica in territorio libico in cambio di
aiuti economici e ripresa delle normali relazioni commerciali;
inizia le operazioni per interrompere un improbabile programma
nucleare e procede allo smantellamento di un pericolosissimo
arsenale di armi di distruzione di massa che, in verità, non c'è mai
stato, ricevendo come ricompensa legittimazione politica e
cancellazione della Libia dalla lista nera degli "Stati canaglia".
Gheddafi, vista la fine che è stata riservata ai vari Saddam,
Arafat, etc., ha deciso di non assaltare frontalmente lo scoglio, ma
di fare come l'acqua, girarci intorno, gabbare il sovrano che si
sbrodola con le lusinghe e intanto rimanere a galla, spezzando
l'isolamento: è una strategia opportunista che, alla lunga, potrebbe
anche rivelarsi vincente. In realtà siamo convinti che Gheddafi non
abbia mai rinunciato veramente al suo disegno ( e infatti, continua
a non riconoscere Israele) e che la sua presa di distanza dal
panarabismo sia, più che un'autentica rinuncia, l'estremo tentativo
di rilanciare un azione politica mediorientale impantanata evitando
compromessi al ribasso; tuttavia chi, come noi, di quest'uomo ha
amato l'orgoglio, la fierezza indomita, lo spirito battagliero
generoso e pieno di dignità, non può non essere rattristato da
questo suo recente atteggiamento "moderato" perché è sempre
avvilente e penoso vedere un anziano leone che si inchina davanti a
una pecora, anche quando lo fa per finta.
Ora però il Colonnello deve stare veramente attento perché, dalle
ultime notizie che ci giungono da Tripoli, il "nuovo corso" da
questi inaugurato potrebbe dimostrarsi, a breve, un'arma a doppio
taglio capace di ritorcersi contro di lui. Infatti se l' "apertura"
(reale o di comodo che sia) di Gheddafi all'Occidente è stata
accolta da tutti i suoi nuovi "amici" internazionali come un fattore
positivo e incoraggiante, di tutt'altro avviso sembra la reazione
interna del Popolo libico il quale, dopo trent'anni di Rivoluzione
culturale che ne ha forgiato il carattere e la coscienza politica,
non sembra ora disposto ad ingoiare tanto facilmente questa pillola
amara e a seguire il proprio leader sulla strada del camaleontismo e
della vergogna. Consideriamo poi che se Gheddafi bluffa quando tende
la mano agli atlantici, il figlio non bluffa affatto ed è anzi un
entusiasta sostenitore delle "riforme" filo-occidentali ma il suo
augusto padre non sembra (o non vuole) rendersene conto. Questo è
molto grave perché può portare all'impopolarità un capo il cui
potere si basa da sempre sul consenso del Popolo con i relativi
rischi di regolamenti di conti nel partito, spaccature insanabili e,
incredibile a dirlo, eventuali colpi di mano da parte dell'ala dura
e pura (che è numericamente maggioritaria). Fino a qualche mese fa,
tutti gli analisti erano concordi nel credere che Gheddafi fosse
ancora il comandante assoluto della Grande Jamahirya e che il suo
primogenito Seif al Islam fosse destinato a diventarne il successore
incontrastato. Ma il tandem politico-affaristico creatosi fra Seif
ed il primo ministro ultra-liberale Shucri Ghanem, dopo aver
condotto nell'ombra una battaglia senza esclusione di colpi per
mettere le mani suoi settori chiave del potere non ha tardato a
mostrare agli occhi dei cittadini i suoi veri scopi. I Comitati
rivoluzionari (struttura storica che gestisce ai vari livelli il
potere popolare), dopo un iniziale disorientamento, non sono rimasti
con le mani in mano e hanno iniziato a mostrare gli artigli; la
risposta è avvenuta in modo chiaro e la contestazione è uscita allo
scoperto: non si voltano le spalle a trent'anni di indottrinamento
rivoluzionario. Le ultime prese di posizione delle varie correnti,
spina dorsale del regime, per replicare alle iniziative della
sciagurata accoppiata Seif-Ghanem hanno dimostrato che una "svolta",
così come presentata all'interno e "venduta" all'estero, non sarà
una salutare passeggiata e che tutto può essere messo in
discussione, compresa la guida del Colonnello. I vari clan hanno
fatto sapere che se finora hanno obbedito agli ordini del grande
leader, adesso non hanno nessuna intenzione di sottomettersi a
quelli del suo "signor figlio". C'è stato un momento in cui
Gheddafi è riuscito a convincere certe figure di punta del regime
che la salvaguardia di quest'ultimo imponeva concessioni dolorose e
questa correzione di rotta, presentata come indispensabile per
salvare la Libia dal tracollo, non ha incontrato all'inizio
particolari resistenze ma gli sviluppi successivi hanno lasciato
intravedere i presupposti di una catastrofica scivolata filo-
imperialista. La goccia che ha fatto trabboccare il vaso è stata la
proposta di Seif e di Ghanem di risarcire (per far piacere alla
Comunità internazionale) gli ebrei d'origine libica che avevano
lasciato volontariamente il Paese, la quale ha suscitato una
violenta indignazione nei clan, da sempre schierati col Popolo
palestinese. La campagna contro Seif e Ghanem si è fatta sempre più
serrata. Il portavoce dei Comitati rivoluzionari Abderrahmane al
Hodeiri ha invitato provocatoriamente Gheddafi a dissociarsi dalle
idee del figlio o a rinunciare al titolo di "Guida della
Rivoluzione" per farsi chiamare semplicemente "Presidente";
Gheddafi, indispettito, ha fatto chiudere il giornale su cui questo
scriveva ma, in seguito alle proteste popolari, si è visto costretto
a revocare il provvedimento pochi giorni dopo. Mohamed al Mistrati,
ministro della giustizia, ha usato la vicenda del sangue
contaminato in cui erano implicati medici e infermieri bulgari per
assestare un sonoro schiaffone morale alla vanagloria del "delfino"
Seif (il quale premeva per chiudere l'affare per consolidare la
propria immagine all'estero) condannando gli imputati alla pena
capitale: un plateale eccesso di zelo giudiziario mirante a
screditare internazionalmente l'erede designato, tanto per ribadire
che le istituzioni della Libia non sono di proprietà privata della
famiglia Gheddafi.
Sempre nel quadro di questa vasta fronda anti-Seif , lo scorso mese
di novembre centinaia di migliaia di libici hanno sfilato per le vie
di Tripoli manifestando il loro totale sostegno alla Resistenza
irachena e agli abitanti di Fallujah; durante il percorso del corteo
i manifestanti hanno bruciato bandiere israeliane e americane e
scandito pesanti slogan di contestazione all'indirizzo di Seif.
Significativa la presenza attiva tra le fila dei dimostranti del
colonnello Mutassem, genero di Gheddafi e cognato di Saif, e di
Khaled Lahmidi, fidanzato della figlia di Gheddafi, Aisha.
Importanti gerarchi e funzionari d'altissimo livello del governo
libico hanno spiegato ad accreditati interlocutori europei che
nessuno, in Libia, è in grado di garantire qualsiasi "svolta" senza
il benestare di tutte le componenti del sistema. Lo stesso ministro
degli esteri di Tripoli, Chalgan, in visita a Parigi ha sorpreso il
presidente Chirac suggerendo "ai nostri amici francesi di smetterla
di contare sui figli e i cugini" , lasciando intendere ai
diplomatici e ai padroni delle grandi multinazionali transalpine di
non dare tanto per scontata la successione al potere di Seif al
Islam. Proprio per la stima profonda e il rispetto che proviamo per
Muammar Gheddafi, ci auguriamo che prenda prima possibile le
distanze dallo sciagurato figlio e che ritorni sui suoi passi
raccogliendo nuovamente la bandiera dei Popoli oppressi e della
critica anti-imperialista altrimenti sarà la stessa sua gente che lo
portò in trionfo a scaraventarlo nella polvere, riuscendo là dove
anche gli americani hanno fallito. Uomo
avvisato…
Andrea Fantoni
***
Paragonare il leader libico a Craxi è blasfemo
Gheddafi, l'amico di nessuno
Caro camerata Paolo,
stavolta, l'articolo a pag. 12-13 (giovedì c.m.) a firma Andrea
Fantoni, intitolato "Attento Gheddafi", mi ha indignato.
Mio fratello ed io veniamo dalla Libia. Io, mia moglie e mio figlio
di un anno e mezzo ne uscimmo nel dicembre 1963, causa la situazione
politica locale che andava profilandosi aleatoria per il nostro
futuro di residenti. Mio fratello, invece, restò in Libia. Nel
frattempo la situazione, dopo un breve periodo di turbolenza, andò
sensibilmente migliorando, sì da lasciare sperare che le acque si
calmassero, dopo i moti susseguenti alla guerra Paesi arabi-Israele
del 1967… In effetti, il clima politico nello spazio di pochi giorni
andò rasserenandosi.
Fino al 1969, colpo di Stato, ancorché incruento, mentre Idris si
trovava in Egitto (se la memoria mi sorregge, comunque stava
all'estero).
Sui muri dei palazzi comparvero delle scritte "Italiani fratelli".
Era il cauto tentativo di tranquillizzare l'opinione pubblica
internazionale. Ma poco dopo, mentre il nuovo regime si consolidava
e le condanne a morte fioccavano a carico di un gruppo di ufficiali
che cercavano di rovesciare il Gheddafi e far rientrare Idris, poco
dopo, dicevo, cominciarono le minacce contro gli Italiani legalmente
residenti, fino a giungere alla confisca di ogni bene ed alla
espulsione, dopo aver loro inflitto umiliazioni di ogni genere.
Quanto affermo è facilmente verificabile, basta telefonare alla
Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, l'AIRL, via Nizza 45,
Roma, e parlare con la Presidentessa, Dr.ssa Giovanna Ortu.
Il nostro democratico Governo, invece di protestare vivamente per la
confisca e la espulsione in condizione di reietti di 20.000 nostri
connazionali in violazione degli accordi liberamente sottoscritti
fra il nostro Governo e quello libico nato dall'indipendenza, ingoiò
il rospo, ed accolse i nostri connazionali in campo profughi. Fra
questi c'era mio fratello, con moglie e tre figli piccoli, sradicato
dalla terra che tutti gli espulsi amavano come propria seconda
Patria. Si noti che i rapporti fra residenti Italiani e Libici erano
più che cordiali, ottimi, fino all'espulsione.
Tanto per rammentare agli immemori il dramma dell'espulsione e della
confisca, perfino, dei contributi assicurativi, riconosciuti dopo
anni di richieste e di rinvii, dallo Stato italiano; che dopo anni
ed anni di attesa, iniziò ad indennizzare gli esproprianti,
rinunciando a reclamarli dal Governo libico; tacendo, senz'ombra di
protesta, per il sopruso subito.
Il nostro Giornale/movimento è contro il colonialismo. E' bene
rammentare tuttavia, che fino ad un paio di decenni orsono, buona
parte dell'Africa ed anche dell'Asia erano colonizzati dall'Europa e
nessuno se ne scandalizzava. Il Gheddafi, che tuona contro il
colonialismo, lo sa bene. Aggiungerò che i popoli africani soggetti
all'Europa, non si massacravano a milioni, non morivano di fame e di
Aids, vivevano pacificamente, anche se sotto bandiere straniere,
l'ordine regnava sovrano, non c'era per questo repressione
poliziesca (ad eccezione dell'India, che da decenni reclamava
l'indipendenza dalla Gran Bretagna). Tanto per verità storica, anche
se le mie affermazioni suoneranno scandalose per la Chiesa e per la
mia parte politica e per le vestali dell'anticolonialismo e per
tutto "l'arco democratico".
Paragonare Gheddafi a Craxi, mi sembra addirittura blasfemo.
Gheddafi ha accortamente profittato della vita italiana per portare
a segno il colpo di mano che gli ha permesso di impossessarsi di
beni che gli Italiani avevano costruito con grande fatica e
dedizione e senza rubare niente a nessuno. Per non parlare delle
immense opere di autentica civiltà compiute dai coloni italiani,
patrimonio della Libia tanto amata e lasciata con lacrime amarissime.
Ben diversamente, dopo aver tentato di "traccheggiare" per lungo
tempo, il Nostro si è comportato con Americani, Inglesi e Francesi,
che hanno le prove di dirette azioni di terrorismo contro aerei
civili, risarcendo i parenti delle vittime con centinaia di milioni
di dollari.
Ma il Nostro aereo Itavia, inabissatosi con 81 persone a bordo, è
probabile lo abbiano abbattuto gli Americani, ma non è detto;
potrebbe essere stato il Mig libico, l'aereo che lanciò il missile
assassino. Dopo una vita di indagini, vere o finte, chi è stato? Boh!
Potrebbe non sottacere, l'Andrea Fantoni estensore dell'articolo,
l'opera di colonizzazione del deserto compiuta dagli Italiani,
patrimonio della Libia, massimo promotore il nostro Italo Balbo,
caduto nei cieli di Tobruk. Che fosse amico degli Americani, nulla
toglie ai suoi immensi meriti. Sappiamo, però, che il detto
dice: "il nemico del nostro nemico è nostro amico".
Ma il detto non vale per Gheddafi, imprevedibile e contraddittorio
personaggio amico di nessuno.
Alfio Faro
***
Risposta ad Alfio faro
Colonialismo
Leggo su Rinascita di venerdì 11 febbraio a pag. 7 , la polemica di
Alfio Faro il quale mi chiama in causa per un articolo da me scritto
su Muammar Gheddafi per il quale il signor Faro si
sente "indignato". Credo quindi che sia necessaria una mia replica
alle argomentazioni di questo lettore che molti (non io) avranno
anche ritenuto giuste. Umanamente e moralmente posso capire i
sentimenti di Faro, politicamente no. Conosco tanta e tanta gente,
italiani, che vivevano "oltremare", in Libia soprattutto (proprio
come Faro) ma anche nella Tunisia "francese" e in altri posti
ancora. Non metto in dubbio che costoro amassero veramente quelle
terre, per le quali tuttora provano una struggente nostalgia, e sono
certo che il loro apporto alle società che li ospitava sia stato
sicuramente fervido e produttivo. Sicuramente costoro, o almeno la
maggior parte di essi, non si erano macchiati di alcun crimine nei
confronti dei nativi e vivevano in pace ed in armonia con essi.
Avevano dunque questi italiani pieno diritto a vivere lì ? Credo di
no.
Credo di no perché la loro presenza, in Libia ed altrove, è stata
viziata fin dal principio da un peccato originale che si chiama
colonialismo. Io credo che il colonialismo sia SEMPRE sbagliato
perché si fonda sulla pretesa che un popolo sia più "civile" di un
altro e che in virtù di ciò abbia il diritto di diffondere questa
sua "civiltà" armi in pugno contro la volontà e la dignità di popoli
che della loro opera civilizzatrice farebbero volentieri a meno.
Spesso i colonizzatori si camuffano da liberatori: "veniamo a
liberarvi dalla tirannia!" , "veniamo a portarvi il progresso, la
libertà!". Di solito poi questi "nobili scopi" nascondono interessi
ben più venali, vale a dire lo sfruttamento delle ricchezze e delle
risorse materiali e umane di quel Paese. Sarebbe ora di finirla una
buona volta con il falso mito del colonialismo italiano buono, degli
italiani brava gente: il nostro colonialismo non è stato ne migliore
ne peggiore degli altri. All'epoca in cui l'Italia si lanciò alla
conquista della Tripolitania, quel posto era universalmente ritenuto
un'inutile scatolone di sabbia; del petrolio ancora non se ne
sentiva lontanamente l'odore e l'impresa libica sembrava più che mai
dettata da pura vanagloria. Per scimmiottare la grandeur di ben
altri imperi ci prendemmo la terra di un popolo fratello che nulla
ci aveva fatto e lo facemmo a suon di bombardamenti all'iprite,
deportazioni di massa, stragi di civili, rappresaglie
indiscriminate, pubbliche impiccagioni, confische di beni e
terreni. Dopo aver firmato nel 1925 un trattato con altri
venticinque paesi che prevedeva la messa al bando delle armi
chimiche e batteriologiche, l'Italia tre anni dopo violava il
solenne impegno gasando col fosgene e col mostarda l'indifesa
popolazione libica. Ma questa gente fiera ed orgogliosa resisteva,
così costruimmo per loro dei veri e propri campi di sterminio.
Graziani fece erigere nella Sirtica (uno dei luoghi più inospitali
del Nordafrica) alcuni campi di concentramento in cui vennero
internati oltre 100.000 civili della Marmarica e del Gebel: di
questi oltre la metà morirono per le pessime condizioni igieniche e
sanitarie, per il cibo insufficiente e avariato, per la durissima
detenzione, le violenze dei loro carcerieri e le esecuzioni sommarie
di chi tentava la fuga.
Ma i libici resistevano ancora nel Fezzan, così i nostri spinsero
alcuni mujahiddin con tutte le loro famiglie verso il confine
algerino per poi lanciare su quella povera gente in fuga tutto il
potenziale militare a disposizione della Regia Aeronautica: fu una
tempesta di fuoco che durò per due giorni consecutivi e in cui
trovarono la morte, oltre ai resistenti armati, migliaia di donne,
bambini, vecchi, tanto che molti fra gli italiani stessi ne rimasero
disgustati. In seguito all'aggressione italiana e alla successiva
repressione perirono alcune centinaia di migliaia di libici; se
consideriamo che stiamo parlando di un Paese che attualmente conta
appena quattro milioni di abitanti e che all'epoca dei fatti ne avrà
avuti, si e no, la metà, le proporzioni del crimine di cui l'Italia,
purtroppo, si è macchiata appaiono immani. Non c'è un libico che non
abbia nella sua famiglia almeno un parente ucciso dagli italiani.
Questa è la cruda verità. Un matrimonio iniziato con queste
premesse, per quanto abbia pure dei giorni lieti, alla fine non può
concludersi bene: i nostri connazionali che sono stati cacciati da
Gheddafi hanno pagato il prezzo di colpe non loro ma che su di loro
sono ricadute. Gheddafi si è limitato a riprendere per se e per il
suo Popolo la terra che a suo tempo gli fu rubata (si, rubata!!!);
altri non si sarebbero limitati a questo ma avrebbero fatto scorrere
del sangue. Capisco le ragioni dei nostri connazionali ma capisco
anche quelle dei libici e credo che al posto loro probabilmente
sarei stato molto meno tollerante. Al governo italiano e non a
quello libico spettava l'onere di risarcire, giustamente, i nostri
profughi, di dar loro nuove terre, togliendole magari ai
latifondisti, creando appositamente per loro nuovi alloggi, nuovi
posti di lavoro, rendendone più facile il reinserimento nella
comunità nazionale; ma come si poteva pretendere ciò da un governo
che ha pagato e continua a pagare pensioni (a spese del
contribuente) agli infoibatori slavi o nostrani che oggi ancora
vivono in Slovenia e Croazia perché, un tempo, erano cittadini della
Venezia Giulia, quella sì terra italiana! Facile per i nostri
governanti democristiani dare la colpa a Gheddafi e scrollarsi di
dosso le proprie responsabilità di occupanti prima e di inetti dopo!
Che "dopo anni di attesa Roma abbia iniziato ad indennizzare gli
espropriati rinunciando a reclamare i soldi dal Governo libico" mi
sembra cosa del tutto naturale e non vedo come questo possa essere
considerato un "sopruso subito". Per quanto riguarda poi la solita
vecchia solfa delle "immense opere di autentica civiltà compiute dai
coloni italiani, patrimonio della Libia tanto amata e lasciata con
lacrime amarissime", nessuno ha invitato gli italiani a costruire
palazzi, strade e ferrovie in quella terra: se i libici avessero
voluto quelle strade avrebbero ben potuto costruirsele da soli
oppure avrebbero potuto continuare a viaggiare a dorso di cammello
come del resto hanno sempre fatto senza chiedere niente a nessuno.
Anche gli statunitensi hanno costruito superbi grattacieli ed
efficientissime autostrade a sei corsie sul suolo dei nativi
pellirosse ma sono sicuro che questi avrebbero preferito continuare
a cavalcare sulla nuda prateria e a cacciare il bisonte liberi senza
l' "aiuto" dell'uomo bianco colonizzatore e "civilizzatore". Sono
poi assolutamente in disaccordo col Signor Faro quando fa l'apologia
del colonialismo affermando, in maniera semplicistica, che ai bei
tempi degli imperi d'oltre mare (i quali evidentemente lui
rimpiange) "i popoli africani soggetti all'Europa non si
massacravano a milioni, non morivano di fame e di Aids, vivevano
pacificamente anche se sotto bandiere straniere e l'ordine regnava
sovrano". Non vorrei essere io a dover spiegare a Faro e a chiunque,
anche in buona fede, la pensasse come lui che prima dell'arrivo
degli europei l'Africa non era assolutamente la valle di lacrime che
è oggi: al contrario era un luogo felice, che non conosceva la fame
e i cui abitanti vivevano di autosussistenza grazie alle enormi
ricchezze che questo continente ha e che noi occidentali abbiamo
sfruttato, saccheggiato, depredato senza vergogna. Non sazi di ciò
che abbiamo fatto a questi poveracci, seguitiamo a spremerli e a
ricattarli con il debito. Sarebbe questa la "civiltà" di cui ci
vantiamo?!
Certi discorsi non li accetto e, soprattutto, non accetto certi toni
velati di razzismo e di imperialismo caritatevole. Certe
argomentazioni possono essere valide per quelli della destra
reazionaria; io sono di sinistra, socialista nazionale, e non mi
vengono i brividi quando sento le note di "faccetta nera" né tanto
meno quelle di "Tripoli bel suol d'amore". Sono altre le cose che mi
rendono fiero del mio Paese. Io sono contro il colonialismo in ogni
sua forma e manifestazione, sia esso quello americano in Iraq,
quello israeliano in Palestina o quello italiano in Libia: quello
stesso colonialismo del quale Alfio Faro e tante altre persone sono
stati a loro volta vittime inconsapevoli.
Cordialmente.
Andrea Fantoni
***
Ma il colonialismo non è né soltanto quello italiano, né degli
israeliani, né quello degli altri occidentali, ben più vecchio e
ben più duro – e che prosegue, magari sotto altre forme, tuttora –
anche gli arabi, e i turchi,e gli aztechi, e i mongoli, e i romani,
e i greci, e gli armeni, e i sumeri e gli ittiti, e tutti gli altri
popoli del mondo, in particolari momenti della loro storia, sono
stati colonialisti. O… no?
E allora bisogna guardare il contesto storico nel quale si svolgono
o si sono svolti questi atti coloniali. E non fare sempre di tutta
l'erba un fascio. Quindi, Fantoni ha razionalmente ragione.
Culturalmente, no. O almeno soltanto in parte.
Ma non è compito nostro – ancora – stilare dei libri di storia.
Rinascita, nelle sue analisi storiche, lascia gettare dei sassi
nello stagno. Perché vuole che tutto torni a muoversi. Perché
preferisce analizzare il presente per costruire il futuro.
R.
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