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Il significato politico del No   Elenco di messaggi  
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Il significato politico del No

:::: 7 Giugno 2005 :::: 15:06 T.U. :::: Analisi :::: Yves Bataille


Ai Francesi non dispiace aver inflitto un solenne ceffone ad
una «partitocrazia» arrogante ed estranea al popolo che essi hanno
come classe politica. I partiti-macchina che occupano il parlamento
(1), i sindacati, i riformisti, gli imprenditori atlantisti e gli
intellettuali televisivi organicamente legati allo show business…,
questo «microcosmo», questa schiuma socio-intellettuale,
questa «società di connivenza» che aveva chiamato al Sì, si è
risvegliata lunedì 30 maggio con la bocca di chi ha una sbornia da
smaltire. Su una partecipazione al voto del 70%, il 55% di «no» ha
dato una risposta chiara ad una costituzione che non era tale.

I motivi del No sono molteplici e più coerenti di quanto si dica:
per cognizione di causa o per istinto, alcuni hanno per prima cosa
detto No ad una Costituzione che sembrava voler dare il potere ad un
areopago anonimo; una parte dell'elettorato ha manifestato il suo
rifiuto di un'Europa liberale ed antisociale segnata dagli effetti
negativi della globalizzazione, altri (spesso gli stessi) hanno
rifiutato un'Europa legata alla NATO vale a dire agli «Americani»;
altri ancora hanno espresso il loro rifiuto di una immigrazione-
colonizzazione di popolamento che, unita al fenomeno delle
delocalizzazioni, grava sull'avvenire nazionale e sui bilanci
sociali. Si è votato No alla politica titubante del governo
Raffarin, un ex giscardiano innalzato al ruolo di primo ministro per
soddisfare i liberali. Si è votato No alla deriva americanista
di «discriminazione positiva» evocata da un certo Sarkozy. Si è
votato No perché la televisione e la carta stampata ("Le Monde" dei
fondi pensione USA, "Libération"-Rothschild e "Le Figaro"-Carlyle)
avevano fratto appello per votare Sì. Si è votato No per dire Sì
all'Europa, ma non a quell'Europa.

Facendosi promotore di una Costituzione (conforme agli auspici degli
atlantisti) che pensava di poter interpretare a suo modo per
apparire come l'artefice dell'Europa in formazione, Jacques Chirac
ha fatto un'autorete. Egli spera di salvarsi in extremis da questo
passo falso designando come nuovo primo ministro l'uomo che aveva
portato alle Nazioni Unite il No della Francia alla guerra americana
in Iraq, il suo fedele e forse successore Dominique de Villepin; ma
eccolo obbligato a comporre in seno al suo stesso movimento (l'UMP)
ed al suo nuovo governo, con Nicolas Sarkozy, il cavallo di Troia
dell'America in una Francia presa di mira.

Nel quadro di un'Europa in sua balia, l'amministrazione USA sperava
nel Sì. Il No imbarazza Washington, che vuole un'Europa unita
dalla "integrazione euro-atlantica". Quest'integrazione euro-
atlantica è l'esatto contrario della Grande Europa dei
nazionaleuropei e degli eurasiatisti. Essa punta ad unificare sotto
i suoi "valori" (borsistici) e la sua ideologia da mercanti le due
ex zone del dopoguerra, l'Europa dell'Ovest e l'Europa dell'Est (New
Europe e Old Europe) in una sola Zona d'Occupazione Americana (ZOA).
Mira ad impedire non solo l'unità continentale dell'Europa in un
blocco geopolitico indipendente, ma inoltre a distruggere la Russia
con il metodo jugoslavo per escludere il fantasma dell'unità gran-
continentale eurasiatica da Vladivostok a Dublino, che segnerebbe
l'inizio della fine del dominio USA sul mondo. Il sostegno americano
all'ingresso della sua attuale pedina turca nella piccola Europa si
inscrive in questo quadro.


"In Francia, "libéral" è divenuto l'insulto peggiore" (André
Glucksmann)

Per Europa gli Americani intendono uno spazio geografico frazionato
come i Balcani in una moltitudine di staterelli che annulli
il «nocciolo duro» franco-tedesco, una zona economica priva di
colonna vertebrale e di direzione politica, una serie di entità
spoliticizzate che fornisca alleati (vassalli) e che commerci con
loro in modo sbilanciato; uno spazio indebolito per mantenere e
rafforzare l'eterna posizione d'inferiorità. L'esempio è fornito dai
nuovi collaborazionisti dei democratici popolari, i quali fanno gara
di servilismo. Bisogna continuare a mettere in orbita nei posti
chiave gli zelanti servitori atlantisti in grado di mettere a
disposizione della "sola nazione indispensabile al mondo" (Madeleine
Albright) la fanteria coloniale della guerra globale. È tutto il
contrario di ciò che alcuni a Parigi chiamano ormai la potenza
Europa. Rappresentata a Bruxelles dall'ex maoista portoghese Barroso
(2), l'Unione Europea di Bernard-Henri Lévy e dei Tour Operators
esce per fortuna scossa dal No francese del 29 maggio (ed il No
olandese che lo ha immediatamente seguito). Il che vuol dire che il
denaro e i mezzi tecnici, in certi momenti, non bastano a fare la
decisione. Senza volerlo lo schermo nemico può divenire amico. È
tanto vero, che un individuo che non ha bisogno di presentazioni,
uno che nel 1999 aveva auspicato ed assistito con gioia ai
bombardamenti canaglieschi sulla Serbia e oggi si augura una Russia
cancellata dalla carta geografica, ossia il partigiano ceceno
parigino André Glucksmann, il 30 maggio si strozzava di rabbia
sul "Corriere della Sera" mentre altri si rallegravano esattamente
per le stesse ragioni:

Per l'ex «nouveau philosophe» questa unione dei poli opposti – che
ha potuto essere definita il "ferro di cavallo dei partiti per la
Nazione" – questo fascio dei No contrari alla Costituzione, la
convergenza politica dell'elettorato socialista, nazionale e
comunista, traduce la forza della corrente "antiliberale ed
antiamericana" e l' "odio per la burocrazia cosmopolita di
Bruxelles". La cosa straordinaria e, va sottolineato, vera, è che
Glucksmann ammette di aver dei dubbi sulla sincerità dei sostenitori
del Sì, i quali per l'occasione si sarebbero consegnati ad una sorta
di non detto, Chirac in testa. Il legame è presto fatto con la
Francia chirachiana che disse No all'invasione anglo-americana
dell'Iraq e chiese di tacere ai galoppini della New Europe che aveva
firmato l'appello del Committee to Expand NATO redatto
dall'americano Bruce Jackson. È proprio la diplomazia francese che
ha l'ossessione dell'«Europa potenza» per controbilanciare
la «superpotenza» americana. Nel No come nel non detto, Glucksmann
scopre l'idea-forza che tende una certa Francia ed esaspera
Brooklyn, il mito motore dell'asse (di partenza) Parigi-Berlino-
Mosca, definito spina dorsale del Continente contro Bruxelles e
Varsavia (che fa rima con Brzezinski).

Ma non è tutto: questo referendum proverebbe che i
Francesi "preferiscono Putin a Bush", il che è un crimine nella
misura in cui Glucksmann, quando dice Putin, pensa Stalin. E quando
Jean Pierre Chevènement urla contro gli «oligarchi di Bruxelles»
svela l'origine putiniana del suo linguaggio. (…) I socialisti che
hanno votato in maggioranza per il No sono stati «degli chirachiani
senza Chirac» e sono colpevoli di «riprendere quella geopolitica a
colpi di populismo». Cosa terribile, «in Francia, liberal è divenuto
il peggiore insulto» si lamenta il maoista riciclato pubblicato da
PNAC – Project for the New American Century. «In Francia, il
quaranta per cento dell'elettorato è antieuropeo ed antidemocratico»
e non si parla che di protezione sociale e di protezionismo di
Stato. La socialdemocrazia tedesca si unisce alla sua sorella
francese nel rifiuto dell'economia aperta e non cessano i "vituperi
antiamericani ed anticapitalisti". Infine «a Berlino come a Parigi,
nessuna forza politica ha riconosciuto che l'evento principale di
questi ultimi mesi è stata la Rivoluzione Arancione» in Ucraina (…).
Per Glucksmann, l'individuo che lo scorso anno si rallegrava
pubblicamente per l'assassinio del presidente ceceno Khadirov e per
l'erezione del Muro di Sharon in Palestina, «l'identità suprema è il
vento di libertà che soffia, più tenace che mai, tra Kiev e
Tbilisi».

Le parole «a caldo» di Glucksmann traducono bene il dispetto
atlantista. Gli Americani, che hanno difficoltà a capire le
sottigliezze del «resto del mondo», colgono male il significato del
No o mostrano di non comprendere. Alla New Atlantic Initiative
dell'American Enterprise Institute (AEI), il neocon polacco-
americano Radek Sikorski si felicita dell'indebolimento del
presidente francese: "Il risultato sembra assai positivo per le
relazioni transatlantiche, perché indebolisce il principale uomo
politico anti-USA in Europa, cioè il presidente francese Jacques
Chirac". Di che cosa è colpevole quest'ultimo ? Di non piegarsi a
sufficienza agli standards mondiali "per educare il suo pubblico
sulle esigenze di un mercato competitivo globale". Ma alla Brookings
Institution la campana suona un po' diversa: Philippe Gordon suppone
che il No francese traduca una volontà d'indipendenza europea,
manifesti la vittoria delle forze contro la globalizzazione, segni
la rottura con la parte del continente che si avvolge nelle pieghe
della bandiera statunitense.

Di conseguenza la linea di frattura francese è duplice: essa si
concretizza da una parte attraverso l'antagonismo governativo tra il
nazional-gollismo rappresentato da Dominique de Villepin divenuto
primo ministro e la tendenza atlantista di Nicolas Sarkozy nominato
ministro dell'interno, dall'altra attraverso l'aspirazione popolare
ad un'alternativa di rottura al Sistema di Bruxelles, al momento non
incarnata da nessun partito da solo. L'avvenire appartiene al
comunitarismo nazionaleuropeo e all'eurasiatismo, quale che sia il
nome dato a questa soluzione.


Note
(1) Salvo il Partito comunista, che aveva fatto appello per il No,
tutti i partiti rappresentati in Parlamento avevano indicato il Sì.
I Verdi legati al Partito socialista hanno mostrato di non essere
altro che un'insalata americana, cosa che si sapeva da tempo.

(2) José Manuel Barroso è stato responsabile del MRPP, un movimento
maoista sostenuto dalla CIA dopo la «rivoluzione dei garofani»
(1974). Si trattava di ostacolare il Partito Comunista Portoghese
(PCP), sostenuto da Mosca e giudicato stalinista e pericoloso.

fonte:
http://www.eurasia-
rivista.org/cogit_content/articoli/IlsignificatopoliticodelNo.shtml









Gio 9 Giu 2005 9:58 am

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9 Giu 2005
9:58 am
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