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Analisi del NO al referendum del 29 maggio 2005   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #710 di 999 |
Analisi del NO al referendum del 29 maggio 2005

DI ALAIN DE BENOIST

Il voto con cui i francesi hanno in massa respinto il progetto di
trattato costituzionale che era stato sottoposto loro per referendum
è senza alcun dubbio un voto storico. Ma non è storico solo per il
risultato: 55% di "no" contrari a un testo confuso in cui si
potevano contemporaneamente trovare cose positive, ma anche e
soprattutto orientamenti generali inaccettabili. Lo è tanto più
perché ha di nuovo fatto emergere, in modo clamoroso, il divario che
divide oggi il popolo dalla classe politico-mediatica e dai suoi
supposti "rappresentanti".

Il 28 febbraio scorso, i deputati e i senatori francesi riuniti in
Congresso a Versailles avevano adottato con il 91,7% dei suffragi il
progetto di legge costituzionale preliminare per la ratifica del
trattato. Nel caso in cui il progetto fosse stato sottomesso in
Francia solo al voto del Parlamento, come si è verificato in Italia,
in Germania e in Austria, il testo sarebbe stato dunque adottato con
più del 90% dei voti. Ora, esso è stato respinto dal 55% degli
elettori, con un tasso di partecipazione allo scrutinio del 70% e
uno scarto tra i "sì" e i "no" di 2,5 milioni di voti. 90% da un
lato, e 55% dall'altro: il facile confronto di queste due cifre
mostra che la rappresentanza nazionale non rappresenta più nulla.
Tutti i grandi partiti di "governo", a cominciare dal partito
socialista e dall'UMP di Jacques Chirac, si erano in effetti
pronunciati a favore del "sì". Avevano preso la stessa posizione
tutti i grandi quotidiani, tutti i grandi settimanali, tutte le
grandi reti della radio e della televisione, tutti i grandi
editorialisti, in breve tutto ciò che in Francia comanda, si
pavoneggia, fa la morale e pretende di parlare a nome dell'opinione
pubblica. È tuttavia il "no" che ha prevalso. Si misura così la
frattura tra le preoccupazioni dei cittadini e le risposte
dell'oligarchia che detiene il potere.

A questo contrasto tra il popolo e le élites si aggiunge la
divisione che separa gli elettorati dalla direzione dei loro
partiti. Ciò è particolarmente evidente a sinistra. Il partito
socialista, la cui direzione si era pronunciata per il "sì", è stata
disconosciuta in massa dagli elettori (55% di no). Si è verificata
la stessa cosa per i Verdi (62% di no), che si osti- nano da anni in
una alleanza contro natura con i socialisti, e che hanno condotto a
favore del "sì" una campagna impercettibile e senza convinzione. Il
segretario generale del PS, Francois Hollande, già noto per la sua
mancanza di carisma e di autorità, ha subìto una sconfitta personale
che minaccia la sua posizione. Si ritrova a capo di un partito
dilaniato, in totale smarrimento, nel quale lo scontro delle
ambizioni sta sempre più prendendo il sopravvento sul confronto
delle idee e in procinto di affrontare la scadenza presidenziale
dell'aprile 2007 nella peggiore delle posizioni, senza una chiara
linea politica e senza dirigenti indiscussi. Il referendum traduce
infatti ciò che il centrista Francois Bayrou ha definito
una "gravissima crisi francese". Una crisi non creata dal voto, ma
che il voto ha mostrato palesemente.

La frattura non è soltanto politica, ma anche sociologica. L'analisi
del voto mostra che il 60% dei giovani, l'80% degli operai e il 60%
degli impiegati hanno votato "no". Ma anche, contrariamente a ciò
che si era verificato al momento del referendum sul trattato di
Maastricht, che si è comportato nello stesso modo la maggioranza dei
salariati, di cui quasi il 56% dei quadri medi (contro il 38% nel
1992). Il "sì" è risultato alla fine vincente solo tra l'alta
borghesia, tra i quadri superiori, e i pensionati. Questo
cambiamento di direzione di una notevole frazione delle classi medie
verso il campo del "no" è un fatto nuovo. Quanto alla distinzione
destra-sinistra, essa appare ancora una volta obsoleta, poiché
c'erano a destra così come a sinistra dei "sì" e dei "no".
I sostenitori del "sì", denunciando il carattere eterogeneo
del "no", del resto hanno chiaramente fatto capire che il "sì" di
Valéry Giscard d'Estaing o di Nicolas Sarkozy era "compatibile" con
quello di Francois Hollande o di Lionel Jospin.

Ma la cosa più notevole all'indomani del voto è stato constatare che
la classe politico- mediatica, che aveva creduto sin dall'inizio che
il voto a favore del "sì" era acquisito a priori, non ha
apparentemente tratto nessuna lezione dal suo disconoscimento.
Invece di fare autocritica, si è semplicemente pentita amaramente di
aver fatto ricorso al referendum. Per essere chiari: di aver
praticato la democrazia diretta dando la parola al popolo. La
conclusione che ne deriva è visibilmente che è necessario dare il
meno possibile la parola al popolo, il cui
comportamento "imprevedibile" va sempre temuto. Vale la stessa cosa
per Jacques Chirac che, essendosi personalmente impegnato con forza
nella campagna a favore del "sì" a rischio di incoraggiare gli
oppositori alla sua politica a pronunciarsi per il "no", si è
limitato ad annunciare un "nuovo impulso", ossia la nomina di un
nuovo Primo ministro, nel momento in cui ha subìto un incredibile
affronto personale e la sua popolarità è in caduta libera, proprio
come Silvio Berlusconi, Tony Blair o Gerhard Schroder. È chiaro che
Philippe de Villiers, sostenitore del "no", che reclamava le
elezioni anticipate, non abbia potuto fare a meno di citare la
celebre frase di Bertold Brecht che diceva, ironicamente, che in
caso di divergenza totale tra il popolo e il governo, non ci sono
che due soluzioni: cambiare il governo o cambiare il popolo!

Tutto ciò significa, ha scritto il sociologo Jean Baudrillard, «il
fallimento del principio stesso di rappresentanza, nella misura in
cui le istituzioni rappresentative non funzionano più nel
senso "democratico", cioè dal popolo e dai cittadini verso il
potere, ma esattamente al contrario, dal potere verso il basso».
Intorno al progetto di Costituzione si è ugualmente svolto, per la
prima volta da molto tempo, un vero dibattito, nel quale le
informazioni diffuse da internet hanno giocato un ruolo di contro-
potere esemplare. Più di un milione di libri sul trattato
costituzionale sono stati venduti nelle settimane precedenti il
voto, il che ne evidenza la portata. Il 29 maggio il popolo francese
ha espresso un voto di insurrezione democratica.

Utilizzando il proprio diritto di disporre di se stesso, il popolo
ha manifestato contemporaneamente il suo pessimismo e la sua
collera. Non si è pronunciato contro l'Europa, ma contro
l'orientamento attuale della costruzione europea. In molti casi il
suo "no" è stato un "no pro-europeo", come ha sostenuto il
socialista Jean Luc Mélanchon. Un "no" a ciò che è presentato da
anni come l'"impero del Bene", un "no" all'Europa tecnocratica e
alla mondializzazione liberale, cosa che non gli impedirà domani di
dire "sì" ad un'altra Europa. L'ultima lezione di questo voto, e
certamente non la minore, è che la vittoria globale del "no" è stata
possibile solo con la somma del "no di destra" e del "no di
sinistra", poiché nessuno dei due avrebbe potuto accreditare la
vittoria a se stesso. Una constatazione su cui meditare.

Alain De Benoist
Fonte:www.eurasia-rivista.org
Link:http://www.eurasia-
rivista.org /cogit_content/articoli /AnalisidelNOalreferendumde.shtml
17.06.05 Si ringrazia l'Autore per aver accordato il permesso di
pubblicazione nel sito www.eurasia-rivista.org. Da: www.grece-fr.net








Mer 22 Giu 2005 11:04 am

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Inoltra Messaggio #710 di 999 |
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22 Giu 2005
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