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LALIBI CINESE   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #712 di 999 |
L'ALIBI CINESE

Andrea Fantoni
Rinascita, 15 giugno 2005

Quando si mettono il libero scambio e la concorrenza al di sopra di
ogni altra cosa, elevando il mercato a divinità suprema che regola e
gestisce tutte le umane relazioni, si rischia poi che questa
perversa spirale che abbiamo messo in moto ci si ritorca contro,
proprio come in quei film di fantascienza dove le macchine si
ribellano agli uomini superbi e ambiziosi che le hanno costruite.
Per quanto riguarda la nostra grassa e opulenta società occidentale,
culla dell'edonismo più irriverente, del consumismo più sfrenato,
del lavoro ridotto a merce, dove l'unico credo è ormai il profitto,
questa sacrosanta legge del contrappasso ha un nome e si chiama
Cina.
Da quando la locomotiva europea si è fermata, cioè da quel fatidico
1989 che doveva cambiare il mondo in meglio e che invece ha segnato
l'inarrestabile declino del Continente (e ancor più dopo
l'autoattentato dell'11/9), un nuovo spauracchio si aggira per
l'Unione: il colosso commercial-demografico cinese è diventato la
foglia di fico per continuare a negare il fallimento del nostro
sistema economico e nascondere sotto il tappeto tutte le pecche e
gli ormai vistosissimi limiti del modello capitalista ultraliberale.
Certo il problema della feroce concorrenza delle merci provenienti
dall'estremo oriente esiste ma non è certo il male più grande che
affligge la nostra economia, la sindrome cinese è stata creata,
alimentata e pompata ad arte per tappare le falle della nostra
incapacità (e assoluta mancanza di volontà) a trovare un'alternativa
al liberismo senza regole; e comunque, se anche la Cina fosse il
mostro famelico che ci vogliono far credere, non siamo certo noi
capitalisti occidentali in condizione di potercene lamentare visto
che la Cina non fa altro che applicare, moltiplicati all'ennesima
potenza (e non potrebbe essere altrimenti per un Paese di
1.300.000.000 anime) gli stessi principi della libera e illimitata
concorrenza che noi stessi abbiamo approvato e stabilito come
universalmente validi per tutti i popoli di questo pianeta che
vediamo solo come un unico grande mercato da spremere: la Cina,
questo mostro, lo abbiamo creato noi !
Solo che adesso non ci sta più bene, perché quando qualcuno usando i
nostri stessi sistemi riesce a fare meglio di noi, a fotterci usando
le nostre stesse armi, non lo vogliamo proprio accettare.
In questo le demo-plutocrazie occidentali somigliano molto a quei
bambini che quando il gioco in cui una volta primeggiavano non volge
più a loro favore dicono che l'avversario imbroglia e iniziano a
gridare: "non gioco più!". Però finchè eravamo noi a dettare legge
ci stava bene: allora il sistema capitalista va bene fino a quando
siamo noi a guadagnarci, quando invece sono gli "altri" a trarne
vantaggio, ecco che tiriamo in ballo la concorrenza sleale, i metodi
commerciali scorretti e iniziamo a invocare i dazi, le sanzioni, il
protezionismo… ma queste misure, alle quali in linea di massima non
sono mai stato contrario, non mi stanno bene se auspicate dai Bush,
dai Berlusconi, dai Fini, dagli euroburocrati di Bruxelles: da tutta
quella cricca che ha fatto della concorrenza senza freni
un'ideologia, un dogma, una religione, questo non lo accetto! Non
può appellarsi alla lealtà chi ha abolito ogni regola in nome del
profitto ad ogni costo. Se la Nike paga un dollaro al giorno dei
bambini filippini per fabbricare un paio di scarpe che vengono
vendute da noi a 250 euro, tutto bene; se i cinesi pagano due
dollari i loro operai per fabbricare mutande che poi ci rivendono a
60 centesimi, sono sleali…Se la Zoppas chiude uno stabilimento nel
Nord Italia per aprirne un altro in Romania al fine di risparmiare
sulla mano d'opera nessuno si scandalizza e comunque la lavatrice la
paghiamo quanto e più di quando veniva assemblata in Italia; se i
cinesi mettono in commercio un modello di lavatrice "made in China"
a un prezzo quattro volte inferiore invece è immorale perché
sfruttano i lavoratori…e come si chiama la delocalizzazione e
l'utilizzo di manodopera indigena, spesso minorile e sottopagata,
portata avanti sistematicamente dalle multinazionali occidentali se
non sfruttamento; sfruttamento che è tanto più grave in quanto
implica licenziamenti di massa nei paesi dove gli stabilimenti erano
originariamente ubicati e dal fatto che tutto ciò è messo in atto
per pura ingordigia in quanto la merce così prodotta, dovrebbe avere
prezzi più competitivi come accade per i manufatti cinesi, invece
questo non avviene a dimostrazione che questi signori che invocano
l'onestà in un settore che è disonesto per definizione vogliono
soltanto trarre il massimo dell'utile con il minimo dei costi:
questo direbbero tali signori se avessero un minimo di pudore ma è
molto più facile accusare la Cina piuttosto che dire: "siamo dei
ladroni patentati" ,"siamo degli strozzini" oppure "la nostra
politica economica non vale una sega". Il fatto è che alla nostra
classe dirigente, ai gestori di questo sistema basato sull'usura e
sullo schiavismo serve un alibi per non far capire alla gente che la
stanno prendendo per il culo da sempre e allora ecco che tirano
fuori l'isteria anticinese.
In realtà poi non si sono inventati niente di nuovo: hanno solo
mutuato dall'America il vecchio trucchetto del "pericolo giallo" :
gli americani da più di un secolo tirano in ballo la minaccia
commerciale cinese per giustificare misure protezionistiche che
altrimenti non potrebbero trovare alcuna giustificazione nella
patria della "Libertà di fare i soldi". Basta guardare la notevole
filmografia statunitense per trovare di continuo lo stereotipo del
cinese mercante astuto e delle merci scadenti prodotte in Cina e
vendute negli USA per quattro soldi e questo da molto prima del
nuovo corso del colosso asiatico. Ricordo che in una puntata di
Rintintin (quindi parliamo di un telefilm degli anni cinquanta,
forse quaranta…) facevano vedere un cinese (coi baffetti e il
codino) che vendeva copie di orologi svizzeri per pochi centesimi
fra il disprezzo generale delle anime pie in giubba blù.
La Cina non rispetta i diritti umani, la Cina non protegge i
lavoratori, in Cina non ci sono i sindacati, in Cina c'è la pena di
morte, la Cina è un Paese pericoloso, armato ed aggressivo che
potrebbe ricattare economicamente e militarmente tutto il mondo:
ecco i concetti più usati dai media occidentali, peccato però che
gli stessi concetti potrebbero essere tutti quanti rivolti anche
contro gli Stati uniti d'America. "Ma la Cina è un Paese comunista,
una dittatura!" obietterà qualcuno: a parte il fatto che un Paese
comunista non debba per forza essere una dittatura (nel senso
spregiativo che noi diamo a questa parola), siamo tanto sicuri che
gli USA non siano una dittatura? Una dittatura dell'imprenditoria
dove da due secoli un'èlite ristrettissima di ricconi tiene la
maggioranza della popolazione in uno stato di segregazione
economica, sociale e razziale?…Pensiamoci bene.
La crociata dei nostri media e delle nostre istituzioni nei
confronti della Cina non ha nulla a che vedere con la preoccupazione
per i nostri lavoratori tessili e manifatturieri, ma ha che fare
invece con quella di perdere mercati proficui e accrescere la forza
economica cinese: lo scopo chiarissimo di questa campagna è di
aizzare la classe operaia contro la Cina sulla base dell'allarmismo
legato alla perdita di posti di lavoro. Se davvero i governi e gli
imprenditori occidentali avessero interesse alla sorte dei
lavoratori disoccupati, questi potrebbero continuare a pagare il
personale messo a riposo e nel frattempo riqualificare e collocare i
lavoratori in un'occupazione decentemente retribuita. I metodi per
proteggere le economie nazionali e i il Popolo che produce dalla
concorrenza cinese ci sarebbero pure ma questo implicherebbe un
ripensamento del metodo liberista e, soprattutto la rinuncia al
capitalismo totale che oggi finisce inevitabilmente per favorire la
Cina. Occorrerebbe buttare nel cesso tutte le pretestuose teorie sul
libero mercato (che sono state sconfitte dai fatti e dalla Storia) e
ripensare a una nuova forma di Società in senso sociale, umanistico
e comunitario, una società dove le esigenze del mercato siano
subordinate e compatibili a quelle della collettività, dove il
denaro sia un mezzo e non un fine, nell'interesse comune cinese e
occidentale, perché così ci stiamo cacciando in un vicolo cieco. La
classe operaia dovrebbe iniziare a capire che gli stanno raccontando
un sacco di balle, che il nemico non sono i "musi gialli" di Pechino
ma il capitalismo disumano che sfrutta i lavoratori e poi se ne
sbarazza in Europa, come in Cina, come in tutto il mondo. La Cina è
un falso problema: il problema è la nostra classe politica e il
nostro sistema economico ed è ora di trarne le dovute conseguenze.

Andrea Fantoni





Gio 23 Giu 2005 1:01 pm

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