Euro sì. Euro no
:::: 24 Giugno 2005 :::: 9:31 T.U. :::: Analisi :::: Stefano Vernole
http://www.eurasia-
rivista.org/cogit_content/articoli/Euros.Eurono.shtml
Il dibattito naturalmente sviluppatosi in queste settimane dopo la
vittoria dei no ai referendum sulla Costituzione europea in Francia
e Olanda ha rimesso in discussione l'unico tassello che sembrava
certo nel cammino di costruzione di un soggetto politico
continentale, la moneta unica.
Se le sparate della Lega Nord rimangono soprattutto slogan volti a
cavalcare l'ondata di malcontento generale seguita agli aumenti dei
prezzi, all'impossibilità di svalutare per aumentare le
esportazioni, alla burocrazia asfissiante e spesso pervasiva di
Bruxelles, più motivate appaiono le considerazioni di coloro che
avvertono la necessità di togliere alla BCE il controllo della
moneta unica per trasferirlo al potere di uno Stato sovrano.
Sia le prime che le seconde, comunque, potrebbero risultare utili se
faranno risuonare un campanello d'allarme nei corridoi del potere
comunitario, dove inizialmente si era tentato di minimizzare le
bocciature sancite dalle urne di Parigi e Amsterdam.
Il nodo della questione non riguarda infatti un'eventuale ritorno
alla lira o un'uscita da Maastricht, ma quale tipo di Europa si
voglia costruire e in particolare a chi debba toccare la sovranità
monetaria, fermo restando che le due opzioni massimaliste, ritorno
allo Stato nazione o continuazione dello strapotere delle banche
centrali sono state ormai superate dalla realtà.
Perché se è chiaro che nell'epoca della globalizzazione guidata manu
militari dall'imperialismo di Washington la sovranità nazionale
appare irrealizzabile, allo stesso tempo la conduzione tecnocratica
e virtuale dei massoni di Bruxelles sta suscitando reazioni popolari
sempre più esasperate, al punto da mettere in seria discussione
l'intero progetto di costruzione europea e far temere uno
sprofondamento nel caos.
Il semestre di presidenza britannico si apre peraltro sotto i
peggiori auspici, sia per la visione "liberale" ed economicista
della Gran Bretagna – una nazione che giustamente De Gaulle non
avrebbe mai voluto ammettere in Europa – sia per la supina
accettazione all'ONU dei piani statunitensi relativi all'occupazione
dell'Iraq.
Sembra quasi che mentre i popoli europei rimangono inconsciamente
ancorati a una visione culturale, politica ed economica opposta a
quella angloamericana e cerchino così disperatamente di opporsi
al "nuovo che avanza", i loro dirigenti abbiano già saltato il guado
e non vedano l'ora di applicare i provvedimenti della famigerata
Direttiva Bolkestein o di mettere fine a qualsiasi velleità di un
esercito continentale autonomo dalla NATO.
Il problema maggiore riguarda proprio il modello sociale europeo,
che dopo il 1989 appare sempre più simile a quello statunitense, in
un diluvio di privatizzazioni e speculazioni finanziarie che hanno
irrimediabilmente consegnato il potere alle lobbies mondialiste.
Eppure l'euro fa paura a Wall Street e tutto ciò che è successo
negli ultimi due anni sembra confermarlo, dalla guerra all'Iraq (1)
all'assedio nei confronti dei cd. paesi dell'"Asse del male" (2).
Se interpretiamo correttamente le parole di Aleksandr Dugin, padre
del neoeurasiatismo, secondo il quale nell'epoca postmoderna la
riproposizione virtuale di un mito può divenire reale se così è
recepita dalla maggior parte delle persone, rimane perciò
indispensabile sottolineare le contraddizioni esistenti tra le due
sponde dell'Atlantico se si vuole che esse si verifichino
concretamente.
Lasciamo perciò la parola al generale Carlo Jean, esponente di punta
dell'euroatlantismo italiano, sulle possibilità rivoluzionarie
insite in un adeguato utilizzo della moneta unica europea:
" … Avvalendosi della forza dell'euro rispetto al dollaro, l'Europa
potrebbe contrastare l'egemonia finanziaria, e quindi quella
globale, americana. L'euro, come dimostra Paolo Savona, è
sicuramente un moltiplicatore della potenza europea. Potrebbe trarre
giovamento dalla debolezza del dollaro e dal fatto che gli Stati
Uniti sono una potenza <>. Risparmiano poco e consumano molto.
Dipendono e sono comunque obbligati ad esternalizzare i loro debiti –
commerciali e di bilancio – attirando centinaia di miliardi di
dollari ogni anno dal resto del mondo, specie dall'Europa e
dall'Asia Orientale e del Sud-Est. L'euro potrebbe attirare gli
attuali finanziatori della Federal Reserve , imponendo agli Stati
Uniti anche un drastico ridimensionamento dei fondi disponibili per
la loro politica estera egemonica. Facendo così, l'Europa
rischierebbe però di provocare il crollo del dollaro, una guerra
monetaria con gli Stati Uniti e conseguentemente il blocco della
crescita dell'economia mondiale. Potrebbe così determinarsi una
crisi forse ancora peggiore di quella del 1929, con un'ondata
protezionistica e, forse, il collasso della globalizzazione e
l'impossibilità di sostenere lo sviluppo del Terzo Mondo …(3)".
Quest'ultimo, aggiungiamo noi, liberato dalla cappa del debito
usurocratico, non potrebbe che rinascere, insieme ad un'Europa
finalmente libera e sovrana.
Seguiamo con attenzione il dibattito odierno, allora, magari
sostenendo le proposte di legge volte a sottoporre a referendum le
materie riguardanti i trattati internazionali, anche perché se oggi
il popolo fosse chiamato ad esprimersi su Maastricht, domani
potremmo portarlo ad esprimersi sulla NATO.
Note
1)Ricordiamo che dal novembre 2000 l'Iraq aveva deciso di convertire
in euro il pagamento di tutte le sue riserve petrolifere, la moneta
unica europea si era rivalutata immediatamente del 17%. Agli inizi
del 2003 l'Iraq viene perciò invaso.
2)Tra i paesi dell'"Asse del male" o nel mirino di Washington
figurano nell'ordine: l'Iran, che nel 2002 aveva cambiato molte
delle riserve in valuta della propria Banca centrale da dollari in
euro e aveva emesso eurobond; la Corea del Nord, che dal dicembre
2002 annuncia ufficialmente il passaggio all'euro per i suoi
commerci; Cina, Venezuela e Russia, che tra il 2002 e il 2003
iniziano a convertire parzialmente in euro le loro riserve di
valuta, facendo balenare la stessa idea per quanto riguarda la
vendita del petrolio all'OPEC.
3)Carlo Jean in "Liberal Risk", n. 6 – 2005, pp. 12 e 13.