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Bankitalia. La Banca del Malaffare   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #762 di 999 |
Bankitalia. La Banca del Malaffare

| Venerdi 9 Settembre 2005 - 8:19 | Ugo Gaudenzi |

C'era una volta il gruppo dei quattro. Il suo collante, nel biennio
1992-1993, era l'impegno nel lavoro per il Nemico. E il Nemico –
dello Stato italiano, delle sue imprese pubbliche strategiche, della
sua sovranità residua, seppur limitata - si annidava nelle ovattate
stanze della Grande Finanza, internazionale e nazionale, decisa a
smantellare lo stato sociale, la tutela del lavoro, la gestione
pubblica delle maggiori attività produttive italiane. Con punta di
diamante la compagnia Goldman&Sachs.
Certo, non si trattava di un'offensiva diretta esclusivamente contro
il governo di Roma e il popolo italiano. La caduta del Muro di
Berlino, il crollo dell'Urss, aveva reso gli "Stati nazionali"
ancora gelosi della propria indipendenza politica ed economica –
fino ad allora utilizzati, o, meglio: sopportati dai Signori del
Denaro perché "aree cuscinetto", zone di equilibrio nel mezzo del
confronto tra Washington e Mosca – ormai inutili e da abbattere.
Soltanto così si possono spiegare le ondate di delegittimazione
politica e devastazione economica che hanno travolto in quegli anni
i vari poteri governativi semi-indipendenti alla guida del Giappone
di Tanaka o della Spagna di Gonzalez o del Perù di Garcia,
dell'Italia di Craxi o della Germania di Kohl.
Ondate che dichiaravano la "trasparenza sul commercio
internazionale" (per irreggimentarlo in regole di mercato asfittiche
e privatistiche e che naturalmente escludevano gli Usa, poi
culminate nell'Omc); che operavano per le
cosiddette "liberalizzazioni", "deregolamentazioni", "privatizzazioni
" delle economie nazionali; che culminarono nell'epopea di "Mani
Pulite" e nella contestuale presa del potere di agenti dell'usura e
della speculazione internazionale.
Ecco quel gruppo dei quattro (usiamo una locuzione cara a chi si
intende di politica contemporanea cinese: i detrattori chiamavano
quel gruppo la "banda di Shangai") era allora composto da tali
Ciampi – governatore di Bankitalia – Andreatta – ministro – Draghi
direttore generale del Tesoro, dal 2002 in forza alla Goldman&Sachs –
e Prodi – presidente dell'Iri, consulente del cliente-Iri Unilever,
inventore di Nomisma e oggi leader dell'opposizione naturalmente
finanziato dalla solita Goldman&Sachs. A questo gruppo si unì con
lestezza, alla 8 settembre, anche tale Amato, già delfino di Craxi.
Chi legge questo giornale – o chi ha letto gli scritti dell'EIR,
l'Executive Intelligence Review, o l'Uomo libero, o i saggi di
Blondet – sa di cosa parliamo. Parliamo della doppia grande rapina
ai danni dell'Italia, degli Italiani tutti, compiuta in quegli anni.
Parliamo precisamente di un convegno sul "Britannia", l'allora
panfilo reale di Sua Maesta la Regina d'Inghilterra, dove alcuni di
questi signori negoziarono la svendita del patrimonio pubblico
italiano al peggior offerente, sponsor il governatore della Banca
Centrale britannica. Parliamo della conseguente mancata difesa della
lira dalle speculazioni monetarie (acquistavano le lire all'estero a
minor prezzo e le rivendevano in Italia alla massima quotazione)
organizzate dalle banche d'affari e da speculatori quali Georges
Soros, finanziato dalla Goldman&Sachs, della svalutazione della
nostra moneta, della sua fuoriuscita dalla gabbia di parità del
sistema monetario europeo, della conseguente super-stangata fiscale
ai danni degli italiani iniziata da Amato e ripetuta via via negli
anni dai suoi compagni di merenda. Parliamo della
cosiddetta "collocazione all'estero" dell'indebitamento dello Stato
nazionale con i suoi cittadini: un debito intra-familiare
mefistofelicamente trasformato in un debito con l'estero, con le
banche, le finanziarie, le assicurazioni che operano e speculano
sui "mercati". Parliamo della svendita totale di ogni gioiello
produttivo italiano. Dell'addio alle produzioni strategiche che
avevano fatto dell'Italia il quinto Paese più avanzato del mondo,
della canalizzazione dell'economia nazionale nei binari del
terziario, dei servizi, nel ruolo di camerieri del resto del mondo.
Di un'Italia ridotta da questi Signori a Paese sottosviluppato
fornitore di spettacoli, moda e null'altro.
Ecco. Una dozzina di anni fa si compì un misfatto a irreversibile
danno del popolo italiano. Che da creatore di ricchezza, si trova
oggi nelle secche della disoccupazione, del lavoro precario, della
mancanza di avvenire.
E per quel misfatto, per quella grande rapina del futuro nazionale,
nessuno ha ancora pagato.
Anzi: al grande speculatore Soros è stato lo stesso Prodi a
procurare, all'Università di Bologna, una laurea ad honorem in
economia. Come ringraziamento per aver assestato un colpo mortale
all'economia nazionale, evidentemente.
Già, i nomi sono noti a tutti.
Ma tutti sanno, anche i più sprovveduti, che "lupo non mangia lupo".
Eppure qualcosa può repentinamente mutare. Gli scricchiolii
sotterranei del capitalismo finanziario, hanno aperto crepe nel
terreno, sotto gli occhi di tutti.
La stessa vicenda del "Fazio-gate", un governatore che non ha fatto
altro che seguire imperterrito la corrente dei suoi predecessori,
lottizzando la Bnl all'Unipol diessina e la Antonveneta alla Bpi
leghista, nella sua chiara insignificanza visto come vanno le cose
in Italia dal dopoguerra in poi (altro sarebbe stato chiedere la
testa di Fazio per non aver controllato Tanzi o Cragnotti, o le
piramidi albanesi o i bond argentini… ma ciò non si è dato), è un
evidente bluff di copertura. E l'intervento di Ciampi e dei
governanti bipartisan di questa Repubblica – Berlusconi e Fassino –
ne è la prova.
Non si vuole che, scoperchiata un millimetro la pentola di una
Banca – quella d'Italia – fuoriesca tutta la sua melma. Quella della
sua composizione privatistica, della sua proprietà azionaria (banche
private, assicurazioni private, finanziarie private, banche estere
controllate da banche d'affari cosmopolite). E quella del suo ruolo
usuraio nei confronti dei cittadini – ai quali "vende" ad interesse
la loro stessa moneta – e del suo ruolo di "garante" di tutela degli
interessi speculativi della grande finanza internazionale.
Proprio su quest'ultimo punto – mentre i giornali (in)dipendenti
italiani punteranno le loro cronache e i loro commenti
sulla "ritirata" di Fazio dalla riunione di Manchester, o sul colore
del suo vestito, o sulla caduta di folta forfora sulla sua giacca,
lasciamo la parola al presidente del Consiglio italiano che, al
tempo, si era accorto di questa grande truffa, che l'aveva indicata,
denunciata. Ma che era stato anche azzittito ed ostracizzato, perché
troppo indipendente nei giudizi, perché non suddito degli interessi
di Wall Street o della City.
A Bettino Craxi.
Che da Hammamet, il 2 febbraio 1997, dopo uno scambio di documenti
con Venier, aveva inviato una lettera al Corriere della sera (e poi
a Repubblica), quantificando il danno che Ciampi aveva procurato
all'Italia in 14 mila miliardi di lire. Un saldo negativo di
un'estate, quella del 1992, che proprio il governatore attuale,
il "culo di pietra", come lo chiamano i suoi attuali nemici, Antonio
Fazio, pochi giorni dopo la sua nomina aveva quantificato in 48
miliardi di dollari. Tutti da ascrivere all'allora appena giubilato
in "politica" ex governatore Carlo Azeglio Ciampi.
Che dovrebbe essere lui a rassegnare le dimissioni. E senza
alcuna "moral suasion".



La denuncia di Craxi

Leggo su Repubblica, a proprosito della svalutazione della lira
del `92, tornata agli onori della cronaca giudiziaria e
giornalistica, un articolo a firma Elena Polidori, nel quale vengono
attribuite a Ciampi alcune spiegazioni dalle quali risulterebbe:
1) Che la difesa ad oltranza ed il cedimento del 14/9/92 sarebbero
state decisioni del governo, con Banca d'Italia solo in un ruolo
consultivo. Questa affermazione è in contrasto con ciò che si legge
in un libro di Barucci (pg 52-59). Il "consigliere" Ciampi bene a
conoscenza delle intenzioni tedesche (non intervento a sostegno, con
il che il capitolo era chiuso), delle forze in campo e quant'altro,
sarebbe stato ascoltato o no? Ciampi non dice ora della sua
posizione dell'epoca, che invece risulta descritta in modo chiaro
nel libro dell'ex ministro del Tesoro.
2) Le considerazioni di Ciampi sull'utilità dell'emergenza, la
cultura della stabilità, etc... in relazione all'enorme spreco di
risorse che fu messo in atto, valgono quanto quelle di Barucci a
proposito dei vantaggi che ne avrebbero tratto le "api industriose"
e cioè, nulla. Osserviamo invece che, né Ciampi, né Barucci dicono
se la lira era o non era sopravvalutata in termini reali, rispetto
alle principali monete europee. Non lo era affatto. Secondo i dati
Istat, il grado di copertura della bilancia commerciale italiana è
stato: 91,8% nel 1989 93,5% nel 1990, 92,91% nel 1991. Considerando
l'interscambio beni e servizi, tale grado di copertura risulta del
98% per il `91 e il `92. Si trattava quindi di valori normali.
L'interscambio commerciale dell'Italia era sostanzialmente in
equilibrio e quindi non appariva certo necessaria una consistente
svalutazione per motivi di bilancia commerciale. Lo squilibrio era
provocato solo da transazioni speculative. Di fronte all'attacco
speculativo, il governo e la Banca d'Italia non adottarono alcune
misure eccezionali, necessarie e giustificate, che potevano essere
prese e che erano le sole utili a fronteggiare quella situazione,
mentre invece si gettarono in una solitaria e costosissima difesa
della lira, che finì come finì, e cioè con un capitombolo a tutto
vantaggio della speculazione.
3) Vediamo meglio quanto l'Italia finì con il perdere. Secondo
Eurostat le "disponibilità ufficiali lorde indivise convertibili"
dell'Italia, a fine 1991, erano 33.329 milioni di ecu,
corrispondenti all'epoca a circa 52mila miliardi di lire e a circa
42 miliardi di dollari Usa. La cifra, ripetutamente indicata in 48
miliardi di dollari Usa, gettata nella fornace del mercato in difesa
della lira, sarebbe del tutto comparabile con la disponibilità.
Sempre secondo l'Eurostat la disponibilità italiana in divise
convertibili è diminuita da fine 91 a fine 92, di circa 18 mila
miliardi. La cifra di 14mila miliardi persa nei soli tre mesi tra
luglio e settembre `92 appare concordante con le statistiche
Eurostat.
4) la speculazione fece affari straordinari. Basta, come esempio, il
caso che riguarda l'operatore finanziario internazionale Soros.
Secondo notizie apparse sulla stampa, Soros avrebbe ottenuto un
prestito di un miliardo di dollari Usa al 5 per cento. Con un
esborso di 50 milioni di dollari avrebbe conseguito un profitto di
280 milioni di dollari. Un affare d'oro. Non per niente venne poi
insignito della laurea homoris causa dall'Università di Bologna.
Tanti altri parteciparono all'operazione. Del resto risulta del
tutto credibile la possibilità di realizzare consistenti profitti,
soprattutto se si può stimare con buona sicurezza il momento della
svalutazione".
Bettino Craxi

Pochi giorni prima, il 30 gennaio del 1997, sempre nascosto in una
pagina interna, il Corriere della sera aveva già dato spazio all'ex
presidente del Consiglio, che si chiedeva:
..."certamente sarebbe interessante accertare quali gruppi
finanziari italiani, e se per caso anche istituti di credito
nazionali, abbiano partecipato, rafforzandolo, all'assalto condotto
dalla speculazione internazionale contro la lira".

Bettino Craxi


http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_editoriale/Bankitalia.LaBa
ncadelMalaf.shtml






Lun 12 Set 2005 9:12 pm

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Inoltra Messaggio #762 di 999 |
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