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L'altra faccia della società   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #770 di 999 |
L'altra faccia della società

Grazie a una tecnica denominata "face off" è oggi possibile il
trapianto integrale del viso per motivi estetici quando, in seguito
a qualche incidente o per una malformazione congenita o per una
bruttezza senza speranza, tale viso è considerato impresentabile.
Risparmio al lettore tutti gli orripilanti particolari medici di
questa tecnica, perché preferisco raccontare una storia accaduta una
ventina di anni fa in un piccolo villaggio inglese vicino a
Middlesbrough, che assomiglia a una fiaba, una di quelle cupe fiabe
alla Andersen, che è però cronaca e che ha molto a che fare anzi,
visto il tema di cui parliamo, molto a che vedere con questa nuova
meraviglia della medicina tecnologica che consente di cambiare
completamente il viso di una persona, che non si accontenta più di
sostituire organi interni, segreti e difettosi, ma agisce
sull'identità stessa dell'individuo.
In questo piccolo villaggio inglese viveva un ragazzo, di nome
Stephen Power, brutto, ma così brutto che non osava nemmeno uscire
di casa perché tutti lo prendevano in giro. Il nomignolo più
benevolo che gli davano era "rospo". Era lo zimbello del villaggio.
Il ragazzo soffriva atrocemente questa situazione, si incupiva e si
isolava sempre più. La sua fidanzata - perché il ragazzo, benché
brutto, una fidanzata ce l'aveva - non tollerando di vederlo
consumarsi così, gli consigliò di recarsi a Londra al South Tees
Authority, un ospedale specializzato in chirurgia estetica dove si
diceva che esistessero medici capaci di fare miracoli e di cambiare
completamente il volto delle persone. Il ragazzo andò. I chirurghi
si riunirono in consulto e stabilirono che la cosa si poteva fare.
Ma ci volevano molti soldi. Così la madre di Stephen, una povera
donna, si sfiancò di lavoro per alcuni anni finché ebbe il denaro.
L'operazione durò tre giorni (più o meno lo stesso tempo necessario
per il "face off") e, a detta di tutti, il risultato fu eccezionale.
Il ragazzo ne uscì trasformato: era diventato bello. Lasciato
l'ospedale e tornato a casa Stephen si mise davanti allo specchio. E
inorridì: non si riconosceva. Lo specchio gli rimandava il volto di
un altro, di uno sconosciuto. Non era lui. Invano gli amici, quegli
stessi che prima lo prendevano in giro, tentarono di convincerlo, di
rassicurarlo che il bel giovane riflesso nello specchio era proprio
lui, Stephen Power.
Ma inutilmente. Il ragazzo li cacciò di casa e si chiuse nella sua
stanza. Qualche ora dopo lo trovarono morto.
Cosa insegna ai futuri fruitori del "face off" e a tutti noi questa
storia crudele e affascinante, così densa di significati? Il più
immediato è che nella società del look e dell'immagine non è più
possibile essere brutti. La bellezza è diventata un requisito
indispensabile, un must. Intendiamoci, da che mondo è mondo la
bellezza è sempre stata, almeno in linea di massima, un vantaggio
per quei fortunati che la posseggono. Il fatto nuovo è che nella
società attuale la bruttezza non è più accettata. Poiché oggi, con i
mezzi, medici, tecnologici, estetici, che ci sono, tutti possono,
con qualche sforzo, se non diventare davvero belli almeno sembrare
tali, la bruttezza è considerata un segno di trasandatezza, di
trascuratezza, di mancanza di amor proprio, insomma una colpa.
Ma la storia di Stephen Power reca anche un insegnamento più ampio.
Mai società è stata così totalitaria e liberticida come questa che
si crede e si dice tollerante e permissiva. Essa nega la più
fondamentale delle libertà: quella di essere ciò che si è. Lo
vediamo in tutte le sue manifestazioni. I vecchi sono accettati solo
se fanno i giovani, se si comportano da giovani, se consumano come i
giovani. Non è più lecito lasciarsi andare alla propria età e ai
suoi inevitabili limiti (che, sia detto di passata, è uno dei pochi
piaceri della vecchiaia). Oggi è proibito essere vecchi. Tanto che
in quello stesso programma televisivo che annunciava trionfalmente
l'avvento del "face off", del trapianto di viso, si riportava anche
una statistica secondo la quale l'85\% degli ottantenni si rifiutava
di definirsi "vecchio".
In un certo senso, checché se ne dica, nemmeno gli handicappati, cui
vengono dati nomi ipocriti (audiolesi, non vedenti, motulesi invece
che sordi, ciechi e storpi), sono accettati in quanto tali, si deve
fingere che non siano diversi dagli altri, che rientrino nella
normalità e, per dissimulare la realtà, si organizzano per loro
grottesche olimpiadi, penosi campionati di atletica. Sono accettati
solo se si omologano in qualche modo alla normalità. Persino per
legittimare il pazzo si è dovuto proclamare che "la malattia mentale
non esiste". La società che ha proclamato ai quattro venti "il
diritto alla diversità", in realtà, con una dolorosa e profonda
contraddizione, lo nega. Perché accettare "il diverso" significa,
appunto, accettarlo nella sua diversità, non pretendere di
omologarlo a una impossibile normalità. In questa corsa verso
l'omologazione, la standardizzazione, la normalizzazione la società
moderna ha ucciso l'essere in nome del sembrare.
Il caso di Stephen Power è emblematico e un ammonimento su cui
dovrebbero meditare gli stregoni del "face off" e coloro che si
affideranno alle loro armi. Che cosa mancava a questo ragazzo per
essere felice? Nulla. Benché brutto egli aveva una fidanzata che lo
amava, una madre pronta a tutti i sacrifici per lui. Ma poiché era
brutto, poiché non era uguale agli altri, poiché era diverso, egli
non poteva essere felice agli occhi altrui e quindi, in un gioco di
controspecchi, nemmeno ai suoi. Il tragico errore di Stephen Power
fu quello di credere che il sembrare fosse davvero più importante
dell'essere. Ma quando si è visto allo specchio, da quel ragazzo
sensibile che doveva essere e che proprio la bruttezza aveva
affinato, ha capito che l'apparenza non ha valore e che aveva ucciso
se stesso in nome di nulla. E il suo cuore non ha retto.
Quello di Stephen Power non è che l'estremo apologo di una
vastissima patologia che pervade l'intera società contemporanea dove
tutti, più o meno, paghiamo con la nevrosi e la frustrazione perenne
l'enorme fatica di sembrare ciò che non siamo. Completamente
abbagliati dall'ideologia dell'immagine e delle apparenze, ci
aggiriamo smarriti in una società di maschere, di "face off",
maschere noi stessi, avendo stoltamente dimenticato il profondo e
liberatorio insegnamento di Pindaro: "Diventa ciò che sei".

Massimo Fini
Fonte: www.ilgazzettino.it
4.10.05






Mer 5 Ott 2005 2:10 pm

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5 Ott 2005
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