REALIZZARSI NEL LAVORO: LA GRANDE MISTIFICAZIONE
di Adriano Segatori
"Italicum", sett.-ott. 2005
"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro" – così
recita il 1° articolo della Costituzione. Se già il termine
<<democratica>> mi procura un'emozione di antipatia, la
specificazione <<lavoro>> m'induce un senso d'insofferenza: entrambi
uniti un moto di repulsione. "L'Italia è la Repubblica dei migliori
fondata su una comunità di destino", oppure "L'Italia è una comunità
di migliori fondata sulla memoria dell'onore e su un futuro di
gloria", o ancora "L'Italia è una comunità politica edificata su un
passato eterno ed per un destino glorioso": queste sarebbero delle
alternative accettabili per dare un significato trascendente alla
casualità di essere nati italiani. Come sta, l'articolo 1° è
patetico e indecoroso.
Questo principio è fuorviante e falso. Nel terzo millennio possiamo
ben dire che, anche accettando obtorto collo la buona fede di chi
intende una democrazia come una opportunità di coinvolgere
ampiamente i cittadini nella gestione della vita societaria, questo
tentativo è miseramente fallito in una "degenerazione
individualistica e anarchistico-plebea"[1]. La democrazia è soltanto
un comitato di affari in cui pochi tenutari del potere e gestori di
apparati partitici – al guinzaglio di agenzie esterne forti e
condizionanti le decisioni politiche – gestiscono la vita dei
sudditi indipendentemente dalle volontà individuali, gratificando le
voglie più basse dei singoli e contro il benessere degli stessi. Per
quanto riguarda il lavoro, poi, siamo alla menzogna più sfacciata,
in un sistema che ha rinunciato al minimo delle tutele, con un
precariato in continua espansione ed una flessibilità demotivante e
depressogena.
La questione <<lavoro>> è, per altro, particolarmente complessa per
la falsificazione linguistica alla quale è stato sottoposto questo
termine, e per la distorsione interpretativa che ha subìto a causa
di una demagogica – ed ancora in atto – campagna di mistificazione
[2].
Innanzitutto, diciamo subito che il lavoro non è mai stato
considerato, in uno stato organico, una condizione di merito e di
prestigio. La visione del mondo nell'antichità giudicava il lavoro
come una situazione di svantaggio, una sgradevolezza, una sventura,
un dolore, una condanna del destino, al limite una fastidiosa
necessità alimentare. Il lavoro era direttamente associato al
bisogno, quindi ad un presupposto di per sé squalificante e foriero
di subordinazione, di accettazione, d'interesse materiale. Esso era
anche associato al fare, all'agitazione anonima e al movimento
condizionato, sempre all'insegna del riscontro cronologico, del
controllo quantitativo e della verifica di prestazione; era, perciò,
il negotium, la negazione dell'ozio – sperimentato come il momento
della serenità, della quiete interiore, dell'opportunità alla
meditazione. Il lavoro stava a Cronos come l'ozio stava a Kairos.
All'interno di questa disgrazia, una variante classica del
lavoratore era quella riguardante l'artefice – proprio
nell'intendimento etimologico di colui che opera in senso artistico;
l'artigiano che si poneva al di fuori dei parametri cronologici,
efficientistici e quantitativi, in una attività che sottostava
all'idea di agire, perciò con autonomia decisionale, con
consapevolezza della forma, con distacco commerciale, con ricerca di
perfezione: "A chi gli chiedeva perché dipingesse così lentamente
Zeusi rispose: <<Perché dipingo per l'eternità>>"[3]. Proprio il
cambiamento del parametro e della considerazione del tempo è stata
la condizione primaria per un'ulteriore deformazione del senso del
lavoro in una dimensione apologetica.
Con la comparsa delle macchine e il trionfo
dell'industrializzazione, ogni rapporto personale tra l'opera ed il
suo autore è andata a sfumare fino a scomparire. Al di là delle
dichiarazioni di principio e degli entusiasmi di copertura, è chiaro
a tutti che l'esasperazione tecnologica – e la tecnocrazia che è la
sua divinizzazione – hanno distrutto metodicamente ogni residuo di
anima presente nell'attività artigianale, riducendo il risultato del
lavoro a merce valutabile per vendibilità e comprabilità, quindi
soffocata dalle esigenze del capitale, e l'uomo a mezzo di
produzione e a strumento dell'economia. La robotizzazione del
lavoro, pensata come la massima innovazione possibile per aumentare
il tempo libero dell'individuo e, con esso, ampliare le sue
opportunità di crescita personale, si è rivelata una trappola
mortale per il fisico, per la psiche e per lo spirito. Pensiamo alle
parole profetiche di Friedrich Georg Jünger risalenti al 1939: "Il
potere che l'uomo ottiene attraverso l'automatismo a sua volta si
impadronisce dell'uomo, costretto a dedicargli i suoi movimenti, la
sua attenzione, il suo pensiero. Il suo lavoro, che è collegato alla
macchina, diviene meccanico e si ripete con uniformità meccanica.
L'automatismo afferra l'uomo e non lo lascia più"[4]. E così è
avvenuto.
La tecnica unita al capitale ha determinato uno degli sconvolgimenti
più devastanti – ed irreversibili – che la storia dell'uomo abbia
mai conosciuto: la perdita di senso della vita. All'interno di un
meccanismo perverso, la persona ha perduto ogni caratteristica di
cultura in un appiattimento funzionale all'efficienza e
all'efficacia dell'apparato di appartenenza; questa perdita di
cultura, espropriandolo di qualunque competenza cognitiva, etica e
spirituale, lo ha reso impotente nel giudizio e nella critica del
contesto di azione e dei suoi stessi ruoli assunti. Ciò che doveva
essere uno strumento dell'uomo si è trasformato in dominatore dello
stesso, determinando un vero e proprio cambiamento del paesaggio
esistenziale: "Poiché la tecnica è diventata l'ambiente dell'uomo
moderno, è quest'ultimo che deve adattarsi a lei (e non lei a lui);
essa costituisce il suo quadro di vita"[5]. Un sovvertimento di
valori, perciò, che ha travalicato l'ambito lavorativo per
metastatizzare l'intero campo relazionale della modernità –
famiglia, amicizie, sport, arte, tempo libero.
Il lavoro è passato da una considerazione di calamità ad una mistica
di provvidenza – per non dire di felicità –, in una perversione che
dovutamente è stata caratterizzata da una precisa operazione di
ampia, pressante e pervasiva demagogia.
Ecco che, con seduttiva circonvenzione, si è giunti all'apologia
dell'<<umanesimo del lavoro>> e della sua sublimazione nello <<Stato
del lavoro>>. Si è iniziato a parlare di <<lavoratori del braccio>>
e <<lavoratori della mente>>, di <<lavoro intellettuale>>, di
<<lavoro artigianale>> – il massimo del paradosso e della corruzione
linguistica –, cosicché: "Oggi accade che perfino l'azione e l'arte
assumano i caratteri di un <<lavoro>>, ossia di un'attività
vincolata, opaca e interessata svolta in base non ad una vocazione
ma al bisogno e soprattutto in vista del guadagno, del lucro"[6].
Questa manovra di lusinga si è sempre più affinata e resa molto più
infiltrante. Si è millantato che attraverso il lavoro l'uomo si
sarebbe liberato da ogni necessità contingente, avrebbe potuto
soddisfare qualunque tipo di desiderio e, nella sostanza, sarebbe
stato più libero. Ciò non è avvenuto, ma all`uomo è stato fatto
credere ciò, e lui ci crede. La favola del Re Nudo è sempre attuale
e di grande perspicacia. La sirena di questo abbaglio e di questo
euforico naufragio ha un nome preciso – un misto tra un'evocazione
ed un'invocazione –: benessere. Questo miraggio è il totem
progressista, per il quale si sono uccise culture, decimate
tradizioni, soffocati ideali e sterminate specificità; esso è
diventato un tabù e, contemporaneamente, la parola d'ordine di quel
totalitarismo globalizzante che sta cementificando il globo e
desertificando le coscienze: "Distrugge le culture e apporta il
benessere sopprimendo l'isolamento rurale e sostituendo le leggi di
mercato ai rapporti sociali tradizionali"[7].
Totalmente inconsapevole di chi è, ed altrettanto inconsapevole di
ciò che vuole avere e di ciò che vuole rappresentare, l'uomo della
modernità inizia così ad introiettare in maniera più pregnante
l'indicazione che le è stata insinuata con meticolosa e metodica
penetrazione: la realizzazione è dimostrabile dal benessere esibito.
Il potere economico, a questo punto, una volta costruita dal nulla
una realtà tecnocratica, e attraverso questa schiavizzato l'uomo a
puro fine di stabilizzazione e di espansione di se stesso, ha
approntato dei meccanismi propagandistici molto sofisticati per
giustificarsi e trasmettere in maniera subliminale i nuovi dis-
valori: "Di qui la necessità per chi gestisce il potere per un verso
di giustificare in qualche modo l'invidia sociale, presentandola
come propedeutica ad una sana competizione meritocratica, capace di
favorire la crescita di produzione e consumo, e per l'altro di non
permettere che i conflitti superino una certa misura e finiscano per
mettere in discussione la legittimità del sistema e la lealtà verso
questo dei cittadini consumatori"[8]. In altre parole, il messaggio
è: tutti possono raggiungere qualunque beneficio purchè sia sempre
più elevata la disponibilità al lavoro e la dedizione all'impresa.
Del resto, è di pochi mesi fa l'agghiacciante dichiarazione del
Presidente del Consiglio che invitava la gente a consumare di più
per produrre di più: – un insulto nei confronti della persona e del
suo rimasuglio di dignità, ed una presa in giro del buon senso e
dell'intelligenza residuali dei cittadini che pretende di
rappresentare. Quindi, realizzazione come impegno nell'avere e come
ostentazione del medesimo. Naturalmente, per dimostrare una parvenza
di equità ed una finta democratizzazione degli acquisti, lo stesso
potere economico ha creato dei dispositivi di accesso ai beni di
consumo in diretta connessione con i bisogni indotti che li
incentivano, creando un mostruoso cortocircuito di <<produco-
guadagno-compro-spendo>> in una logica di schiavizzazione spontanea
e masochista: "Diventando lavoratore, consumatore e utente, il
cittadino si sottomette anima e corpo alla macchina. [Il] lavoratore
(…) diventa il proprio <<aguzzino>>, gestendo il proprio
autosfruttamento e autogestendo il proprio sfruttamento"[9]. Un vero
e proprio incaprettamento economico: un cappio alla gola, che lo
induce a desideri superflui da soddisfare ed un laccio ai piedi, che
lo costringono a rimanere immobile nel perverso meccanismo
produttivo.
E la libertà? Annullata totalmente da una finta possibilità di
scelta: o socialmente morto, espulso dal ciclo produttivo-
consumativo, o socialmente schiavo, incatenato alla procedura di
produzione e di consumazione. Tertium non datur.
Ma tutte queste manovre di sudore sicuro e di ricchezza virtuale e
precaria potevano – e possono – andar bene per i rappresentanti di
una cittadinanza di bassa lega, "un errore che li accomuna a tutta
la plebaglia di questo mondo"[10]; una realizzazione di bisogni
primari, vegetativi, sostanzialmente rozzi e popolari. Ben più
ricercate ed appetitose esche dovevano essere approntate dal sistema
per catturare quei soggetti dal palato sensibile e dalle esigenze
più sofisticate, gli insoddisfatti del semplice accumulo – anche se
ragguardevole e ben pubblicizzato – ma che reclamavano il bisogno
interiore di apparire ben oltre le pur sostanziose ricompense
economiche: si inventarono i <<Cavalieri del Lavoro>>, precursori
più discreti degli attuali manager. Chi frequenta per esigenze
vegetative una qualunque azienda ha un'idea precisa di chi parlo.
Sono quelli che arrivano in sede ben prima del <<grande capo>>, al
quale rendono dei servizi assolutamente incompatibili con il ruolo
ufficiale – autista, addetto alle fotocopie, guardia spalle nelle
riunioni allargate, maggiordomo in quelle ristrette, propagandista
delle bontà decisionali –; sono quelli che lodano la bellezza del
manto regale che non c'è – tanto per ritornare nella metafora della
fiaba. Sono sempre loro che chiudono le luci e controllano le porte
per ultimi, che tengono il telefonino acceso durante il tempo delle
ferie – generosamente concesse e mai liberamente trascorse –, che
chiedono il permesso per assentarsi e sbavano per la concessione di
affiancare il <<grande capo>> durante le cerimonie ufficiali. La
<<grande madre azienda>> sa cosa sia la cosa migliore da fare, e
loro si affidano alla vision materna con frustrante ma negata
accondiscendenza: "Ciò che il bambino vede e ciò che la madre
vorrebbe che egli vedesse possono essere qualcosa di molto diverso,
[fino] ad una coazione a non vedere determinati aspetti della
madre"[11]. Qui siamo ad una parodia di realizzazione posta su un
piano perversamente superiore. Non basta più la sirena del denaro,
interviene la lusingatrice del narcisismo. E dove va a parare il
narcisismo se non sul seduzione del potere, su quella attrattiva
manipolata ma incontenibile di essere in una qualche misura padroni
di una certa situazione. Questi figuri credono di essere diversi dai
servi che controllano, in realtà sono ancora più prigionieri perché
accalappiati attraverso un sistema più sottile ed intrigante –
quello psicologico –, a differenza degli altri che sono motivati da
interessi gretti ma concreti. Per essere disposti a sostenere il
manto regale inesistente azzerano ogni dignità ed ogni richiesta
interiore, in una vera e propria liquidazione della personalità. A
proposito, c'è un manuale da studiare approfonditamente che permette
di scoprire queste regole di annullamento – se lo conosci lo eviti –
e che viene invece esaltato come un vangelo del successo[12]. Già i
titoli di alcuni dei 48 capitoli sono significativi: Non fidatevi
troppo degli amici, Mascherate le vostre intenzioni, Atteggiatevi ad
amico, agite come una spia, Non offendete la persona sbagliata, Non
prendete posizione, Siate un perfetto cortigiano, Dissimulate la
fatica, Spogliatevi di qualunque forma; un vero e proprio trattato
di psicopatologia, di lavaggio del cervello nel management, il
manuale indicativo della democrazia: "<<Le repubbliche democratiche
mettono lo spirito di corte alla portata della maggioranza e lo
fanno penetrare simultaneamente in tutte le classi>>. Non è una
corte verticale, come nelle aristocrazie, ma laterale: ciascuno fa
il ruffiano con tutti"[13]. Questi individui pensano di essere
padroni – nel lavorare in maniera indefessa, nel negarsi un briciolo
di dignità, nel soffocare il minimo anelito di autonomia, nel
privarsi di ogni forma interiore, nel soddisfare la volontà di
flessibilità e di genuflessione – in realtà confermano solo una
intramontabile considerazione: che borghesia e plebe partono da una
stessa matrice originaria; se il proletario è solo un borghese
mancato, e il borghese un proletario ripulito, entrambi derivano da
una uguale volontà, quella denunciata da Plutarco, che: "L'adulatore
nasce libero ma decide di vivere da schiavo"[14]. E questa sarebbe
la tanto decantata <<realizzazione nel lavoro>>.
Ma allora, dove si situa la libertà, in quale fetta di cittadinanza
si pone il criterio di <<realizzazione>>, il suo paradigma reale?
Che cosa si intende, quindi, per <<realizzazione>>?
Realizzazione è sempre stata intesa come processo di formazione di
sé, come un simultaneo obiettivo e percorso per soddisfare la
propria vocazione e la specifica interiorità. Questa condizione
dinamica che non ha mai una conclusione, ma è uno stato in perenne
evoluzione di perfezionamento, segue delle direttive precise ed
ineludibili. Innanzitutto la consapevolezza che libertà non
significa soddisfazione indeterminata dei bisogni, ma la capacità di
scindere la necessità vitale dal superfluo indotto ed artatamente
intrappolante; la libertà è la volontà attiva di rinuncia a tutti i
falsi idoli e agli umilianti privilegi che il sistema totalitario
spaccia con disinvoltura, all'unico scopo di mantenere il vero
controllo sui cittadini; la libertà è la ricerca dell'essere, cosa
ben diversa dalla precaria caricatura dell'avere e del
rappresentare; la libertà è la definizione di una propria forma, di
un proprio stile e di una personale armonia, a fronte di un apparato
che esige una confusività, una fluidità ed una conflittualità
contrabbandate come ambizioni e prerogative di carriera; la libertà
è quella condizione perfettamente indicata da Ernst Jünger nella
figura dell'Anarca – sempre più attuale nelle sue indicazioni delle
linee di vetta: "L'Anarca (…) conosce e valuta bene il mondo in cui
si trova ed è capace di ritirarsi da esso quando gli pare. (…)
L'Anarca sa che la libertà ha un prezzo, e sa che chi vuole goderne
gratis dimostra di non meritarla"[15]. Mai, forse, come nell'epoca
che viviamo, la figura dell'Anarca assurge a modello di libertà e di
aristocrazia. Questa è l'unica, vera e assoluta realizzazione.
La decisione sul proprio tempo, che non è il semplice lasciarsi
trascorrere passivamente nel nulla, ma attiva partecipazione a
quelle attività che sono feconde per il proprio spirito e la propria
anima, e che sole permettono il compimento di senso della vita e di
dignità per la persona. Un tempo centellinato nella riscoperta di sé
e non sprecato nella maniacale esigenza di soddisfare le aspettative
degli altri.
La volontà di resistere alle blandizie mistificanti di una società
sempre più malata di competizione e di arrivismo, in una ricerca
tanto spasmodica quanto patologica di una centralità che è come la
corsa parossistica di un parkinsoniano.
Il rifiuto di tutto ciò che può concorrere a catturarci nel vortice
della precarietà e dell'effimero apparire e, con questo, di tutti
quei finti legami e ingannevoli adulazioni che sono la patina
dell'ipocrisia e del perbenismo imperante.
La libertà dalla frequentazione dei risentiti, di tutti coloro che
hanno fatto della carriera un surrogato delle loro mancanze
interiori, della loro fragilità personologica, della loro
insofferenza famigliare, della loro inadeguatezza esistenziale.
La realizzazione è nel distacco aristocratico e nello stile
raffinato di chi è persuaso che: "Occorre riuscire a considerare il
lavoro come un gioco, cui io collaboro, e che nel contempo osservo.
(…) Il tratto particolare che fa di me un anarca è il fatto di
vivere in un mondo che, in ultima analisi, non prendo sul serio. Il
che rafforza la mia libertà: servo come un contemplatore
volontario"[16].
Niente di più, niente di meno. Una lucida e fredda azione
consapevole, senza partecipazione. Perché bisogna sfatare la grande
menzogna della <<realizzazione nel lavoro>>. La realizzazione è,
eventualmente, al di fuori – se non contro – il lavoro.
Adriano Segatori
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[1]Cfr. F.G. FREDA, Platone. Lo Stato secondo giustizia, Edizioni di
Ar, Padova, 1996, p. 10.
[2] Cfr. J. EVOLA, L'arco e la clava, Scheiwiller, Milano, 1971, pp.
39-41.
[3] W. TATARKIEWICZ, Storia dell'estetica, Einaudi, 1988, vol. I, p.
100.
[4] F.G. JÜNGER, La perfezione della tecnica, Settimo Sigillo, Roma,
2000, p. 52.
[5] J. ELLUL, La tecnica rischio del secolo, Giuffré, Milano, 1969
in S. LATOUCHE, La megamacchina, Bollati Boringhieri, Torino, 2000,
p. 62.
[6] J. EVOLA, L'arco e la clava, cit., p. 41.
[7] S. LATOUCHE, L'occidentalizzazione del mondo, Bollati
Boringhieri, Torino, 1996, p. 54.
[8] C. GAMBESCIA, Il migliore dei mondi possibili. Il mito della
società dei consumi, Settimo Sigillo, Roma, 2005, p. 112.
[9] S. LATOUCHE, La megamacchina, cit., p. 41.
[10] F.G. JÜNGER, La perfezione della tecnica, cit., p. 26.
[11] M.F.R. KETS de VRIES, Leader, giullari e impostori, Raffaello
Cortina, Milano, 1998, p. 17.
[12] Cfr. R. GREENE, (a cura di J. ELFFERS) Le 48 leggi del potere,
Baldini&Castoldi, Milano, 1999.
[13] A. de TOCQUEVILLE, La democrazia in america, Milano, Rizzoli,
1992 in R. STENGEL, Manuale del leccaculo, Fazi Editore, Roma, 2004,
p. 204.
[14] Cfr. R. STENGEL, Manuale del leccaculo, cit., p. 96.
[15] A. GNOLI / F. VOLPI, I prossimi titani. Conversazioni con Ernst
Jünger, Adelphi, Milano, 1997, p. 56.
[16] E. JÜNGER, Eumeswil, Guanda, Parma, 2001, pp. 106-107.