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Rispondi | Inoltra Messaggio #865 di 999 |
L'Impero eurasiatico del Centro


EURASIA. RIVISTA DI STUDI GEOPOLITICI

Anno III – Numero 1

Gennaio-marzo 2006

(recensione di Martin A. Schwarz)


La crescita economica della Cina è ben nota, così come rimane
ancora sconosciuto e probabilmente incerto l'effetto di tale
crescita nei campi politico e militare (geostrategico). Che cosa
significa questo sviluppo nel contesto dell'Eurasia e come viene
visto in una prospettiva storica e tradizionale che non sia quella
delle correnti d'opinione occidentali? Tale interrogativo
costituisce il tema dominante di questo ponderoso numero
di "Eurasia" che è il primo del 2006 ed è già il quinto di tutta la
serie; in 256 pagine, esso contiene 31 contributi, dei quali solo
alcuni verranno qui di seguito presentati.

La risposta principale all'interrogativo di cui sopra viene fornita
dal direttore della rivista, Tiberio Graziani, già nel titolo stesso
del suo editoriale: L'equilibrio del pianeta passa per Pechino. La
Cina è tradizionalmente considerata come l'Impero del Centro; dopo
l'innaturale e dualistico periodo della "guerra fredda", quando la
Cina cercò di controbilanciare le due superpotenze rimanendo però
alla periferia del sistema mondiale, e dopo l'ancor più innaturale
(e probabilmente molto breve) periodo dominato dalla superpotenza
statunitense, un nuovo equilibrio mondiale basato su un ordine
multipolare potrà essere instaurato e mantenuto con il concorso del
sistema di Pechino, non contro di esso. Non si tratta soltanto di
una questione economica e militare, ma di popolazione e di
territorio, sia sotto il profilo quantitativo sia sotto quello
qualitativo. Le dimensioni territoriali sono ovvie, ma è anche la
qualità strategica che bisogna prendere in considerazione, e ciò non
può avvenire semplicemente dal punto di vista di classici della
geopolitica come Haushofer o Jordis von Lohausen, ma anche dalla
prospettiva del pensiero cinese, sicché è veramente un fatto
notevole che "Eurasia" faccia parlare autori che dispongono di
entrambe le qualificazioni.

Uno di questi è Serge Thion, un sociologo esperto di questione
dell'Asia orientale (Spazio della Cina e Cina dello spazio). Thion
riflette sullo sviluppo cinese dalla fase imperiale alla lotta
comunista nella guerra civile all'attuale periodo di espansione
capitalistica, nonché sull'interazione della Cina coi paesi vicini.

Uno degli aspetti della potenza cinese è l'enorme potenziale
militare, di cui tratta Antonio Venier (Il potenziale militare
cinese) e su cui si sofferma anche Yves Bataille in alcune parti del
lungo articolo intitolato La Cina e la guerra ventura. Quest'ultimo
esamina la dottrina militare cinese e delinea uno scenario di guerra
fredda tra gli Stati Uniti e la Cina, in cui la questione centrale è
la seguente: le altre potenze eurasiatiche si schiereranno a fianco
della Cina o la strategia statunitense del divide et impera verrà
applicata con successo su vasta scala? Una tale intrusione nelle
faccende asiatiche è ostacolata, per il momento, dall'Organizzazione
di Cooperazione di Shanghai (OCS), che viene considerata dall'autore
in questo contesto. L'OCS è anche l'argomento specifico di uno
studio di Daniele Scalea, che già nel titolo (La sfida eurasiatica
parte da Shanghai) parla di una sfida agli USA: la sfida
oggettivamente costituita da una collaborazione sopranazionale che,
a differenza di NATO, ASEAN, NAFTA ecc., esclude la partecipazione
statunitense.

Com'è che la Cina è arrivata al punto in cui si trova? Percorrendo
la "via cinese al socialismo", per quanto tale via possa apparire
strana a chi conosca solo l'attualità ma ignori tutto della storia
cinese. Non è comunque una via molto strana, se si considera che
dietro la fraseologia apparentemente marxista di Mao ci sono gli
eterni principi del pensiero cinese. Su questo argomento è
Massimiliano Carminati a presentare un particolareggiato studio
storico.

Da parte sua, il noto esperto di storia del marxismo Costanzo Preve
interviene con un saggio più filosofico che storico. Dopo un
voegeliniano "originario stato di indistinzione fra il macrocosmo
naturale ed il microcosmo sociale", dice Preve, con lo sviluppo
delle contraddizioni economiche della società capitalistica la
questione delle contraddizioni diventa un problema filosofico-
politico, un problema che Mao Tse Tung ha affrontato in una delle
sue opere teoretiche più famose, Sulla contraddizione. Preve
presenta la teoria di Mao sulla contraddizione evidenziando la
differenza con la concezione confuciana classica; ma alla fine egli
prospetta un ritorno della Cina a Confucio, benché tale concetto sia
espresso in termini problematici fin dal titolo stesso (Ritorno a
Confucio?)

Nella saggezza confuciana molti filosofi e poeti europei hanno
individuato una verità universale, mentre altri "pensatori" hanno
cercato di stabilire una inevitabile opposizione tra le grandi
civiltà mondiali, tra le quali rientra per l'appunto quella
confuciana. Tale diversità di prospettiva è rappresentata, secondo
Claudio Mutti, da Ezra Pound e da Samuel Huntington (Pound contra
Huntington), poiché l'opera del primo si collocherebbe agli antipodi
del paradigma del clash of civilisations. Infatti il famoso poeta,
che per essersi opposto alla "crociata" statunitense del ventesimo
secolo venne rinchiuso prima in una gabbia per animali e poi in un
manicomio, fu grandemente influenzato dal pensiero cinese,
specialmente da Confucio, ma anche dalla scrittura ideogrammatica
cinese. D'altra parte, nella sua lotta letteraria contro l'Usura,
Pound riconobbe il valore dei dettami della Sciaria islamica in
materia di economia, dettami che egli vide applicati nelle monete
d'oro e d'argento fatte coniare dal Califfo Abd el-Malik. È così che
sia Confucio sia Abd el-Malik hanno trovato posto nei Cantos.

Qui va citato anche il contributo di Tahir de la Nive, un esponente
dell'Islam europeo, benché non il Confucianesimo, ma il Taoismo sia
il suo punto di riferimento nel mettere a paragone, sulle tracce di
René Guénon, l'Islam e la tradizione estremo-orientale. L'articolo
L'Islam e il Tao mostra come nozioni fondamentali dell'Islam possano
trovare i loro rispettivi equivalenti nel Taoismo, e viceversa. Per
esempio, tanto la città imperiale cinese quanto la Caaba di Mecca
rappresentano la connessione tra il Cielo e la Terra. Ma anche la
nozione di "Via" (in cinese, per l'appunto, tao) occupa un luogo
centrale nel Messaggio coranico.

Un lungo studio di Enrico Galoppini, docente di storia islamica,
presenta l'incontro fra Il Celeste Impero e la Mezzaluna.
Dall'occupazione cinese dello Xinjiang, patria degli Uiguri
musulmani, si arriva all'epoca attuale. Dopo l'11 settembre i
problemi legati a questa provincia, non particolarmente densa sotto
il profilo demografico ma territorialmente estesa, hanno indotto il
governo a dichiarare la sua "guerra al terrorismo". Galoppini
condivide l'opinione secondo cui le tendenze degli Uiguri
all'indipendenza non procederebbero tanto da motivi religiosi,
quanto da cause etniche.

Un diverso dialogo tra civiltà deve essere intrapreso sul versante
meridionale della Cina, là dove questo paese si avvicina all'India.
La popolazione indiana è in gran parte musulmana, ma Hu Yeping
(Dialogo di civiltà fra India e Cina) si appella all'esempio
buddhista. Come è noto, il buddhismo fiorì in India solo per un
breve periodo, ma conquistò i paesi confinanti. Oggi però
l'influenza buddhista in Cina potrebbe aiutare a comprendere la
civiltà indiana, dalla quale esso ebbe origine.

La violenta occupazione e la sottomissione del Tibet buddhista da
parte dell'esercito cinese è per Stefano Vernole La "spina" tibetana
nella carne dell'impero cinese. Dopo un excursus storico sulle
relazioni cino-tibetane, l'autore correttamente mostra come la
strategia statunitense del divide et impera nel continente
eurasiatico abbia cercato di utilizzare il Tibet come uno strumento
contro la Cina (senza molto successo, a quanto pare). Vi sono segni
di normalizzazione, come si evince dalla panoramica della situazione
attuale presentata da Vernole; A parer nostro, però, la tattica di
Pechino consiste semplicemente nell'aspettare la morte dell'attuale
(possibilmente ultimo) Dalai Lama, accelerando contemporaneamente
l'infiltrazione demografica ed economica cinese in questa civiltà
tradizionale. Si può intravedere all'orizzonte la fine della civiltà
tibetana in Tibet, e questa sarà una grande perdita per il
continente eurasiatico. D'altro canto, la cultura tibetana ha
iniziato una marcia trionfale in Occidente, rendendo possibile la
pratica del buddhismo tibetano (o di qualcosa che gli somiglia) in
molte città europee.

Come quasi tutte le comunità asiatiche, anche quella cinese è
presente in Europa per effetto della globalizzazione. Luca Donadei,
esamina il caso specifico dei Cinesi nella penisola italiana e,
senza nascondere i problemi connessi a questa particolare presenza,
giunge all'ovvia conclusione secondo cui L'Impero di Mezzo è già in
Italia.

Solo qualche decennio fa, e ancora di più negli ultimi secoli,
l'Oriente, se osservato dalla prospettiva europea, sembrava molto
più lontano ed esotico. Uno dei pionieri della "scoperta" europea
dell'Asia orientale fu il transilvano Alessandro Csoma de Körös
(nato nel 1784); il testo di una conferenza pronunciata in suo onore
sessantacinque anni fa dal famoso orientalista Giuseppe Tucci si
trova riprodotto in questo stesso fascicolo di "Eurasia" e viene
accompagnato da una biografia di questo Bodhisattva ungherese
redatta da Claudio Mutti. Csoma de Körös viaggiò dalla Transilvania
fino al Tibet e all'India orientale. Il suo scopo era di recarsi nel
bacino del Tarim tra gli Uiguri, che secondo lui erano i "parenti
asiatici dei Magiari".

I Magiari non furono l'unico popolo che dall'Asia venne a stanziarsi
in Europa; un altro popolo affine ai Magiari che per un certo
periodo occupò una vasta parte del territorio europeo fu quello
degli Unni, un popolo demonizzato quanto altri mai. Della Funzione
eurasiatica degli Unni ci parla un breve testo dello studioso
tedesco Franz Altheim, esperto del culto solare importato a Roma dai
Severi e delle interconnessioni che nell'ultima fase dell'età antica
si intrecciarono tra popoli di diversa origine.

La storia dell'Asia Centrale e quella dell'Europa si sono
intrecciate per un lungo periodo, mentre altri popoli, come ad
esempio gli Arabi, hanno sviluppato ulteriormente queste relazioni.
Il mistero dell'invisibile regno di Agarttha, che riflette la
propria immagine nelle città visibili simboleggianti il centro
dell'universo e il punto di contatto tra cielo e terra (Pechino,
Gerusalemme/Al-Quds, Roma ecc.), ci suggerisce la grande importanza
che si connette alla restaurazione di un equilibrio tra le civiltà
eurasiatiche. Tali civiltà non sono destinate a scontrarsi, bensì a
scambiarsi contributi reciproci e a respingere il nemico comune. Si
tratta di un nemico che è del tutto alieno a questo grande spazio e,
mentre tenta di sfruttare le differenze tra tipi di civiltà
tradizionale tutto sommato analoghi, fa di tutto per nascondere la
fondamentale diversità che contrappone le culture eurasiatiche al
sistema globale di Mammona e a quella inciviltà che costituisce la
way of life dell'intruso.


Martin A. Schwarz







Lun 6 Feb 2006 6:50 pm

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