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"La Dittatura Democratica"   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #903 di 999 |
"La Dittatura Democratica"

Meno male che, oltre che di derivazione marxista, sono ancor più di
derivazione leninista. Per cui non mi scandalizzo, e anzi un po' mi
diverto, a quanto sta accadendo (e non solo qui da noi). Ormai, dopo
l'epoca delle dittature sudamericane, gli USA hanno sposato la tesi
leniniana secondo cui la forma migliore della dittatura "borghese"
(questo ai tempi di Lenin, oggi va detta capitalistica o anche
semplicemente dei dominanti) è la "democrazia". Le
rivoluzioni "arancione" sono state l'ultima trovata in tal senso, ma
ormai cominciano a far fallimento per la loro terribile corruzione
(non solo economica). Ovviamente, comunque, laddove i popoli
resistono (come in Irak o prima in Jugoslavia, e un domani magari in
Iran o altrove), ci sono sempre i modi tradizionali per "farli
ragionare"; ma anche queste tradizioni, e ciò è incoraggiante,
cominciano a far acqua.

Nel 1989, dopo il crollo del socialismo reale nell'est europeo (che
segnò la fine dell'intera esperienza ormai involutasi
irreversibilmente), molti sciocchi – a partire da Occhetto e dagli
allora ancora piciisti italiani, subito dopo diventati degli
opportunisti "postcomunisti" al soldo delle oligarchie
capitalistiche italiane e statunitensi – pensavano si aprisse l'era
del successo delle loro sporche manovre di venduti, annunciata
quale "millennio di pace e prosperità" (come appunto sostenne lo
scemarello appena citato). Passarono si e no due anni (prima
aggressione all'Irak) e la delusione fu evidente; si era aperta
un'epoca – che come tutte le fasi storiche non sarà certo breve – di
disgregazione del tessuto internazionale, di reinizio di una lotta
più policentrica (effettiva, quella che il socialismo reale, in
completo disfacimento, non poteva più assicurare), di più che
probabile declino dell'impero americano (forse giunto al suo
apogeo), di situazioni via via più drammatiche e incontrollabili.

Partendo da questo quadro, piuttosto avvilente ma almeno di scala un
po' grande, è con dispiacere che torno alle miserie (per di più
contingenti) di casa nostra. Quello che ha fatto vedere questa
campagna elettorale, nella sua meschinità assoluta, è stato molto
istruttivo. Della destra nemmeno tratto, non solo perché considero
finito il suo iter, ma perché è effettivamente rozza e un po'
ignorante (e anche poco astuta) nei metodi di esercizio della
dittatura in forme democratiche; in ogni caso, subirà già da
quest'anno profondi rivoluzionamenti interni. Quella attuale ha
comunque ben poco a che vedere con la "raffinatezza" della sinistra
in tema di dittatura "democratica"; tuttavia tale ultimo
raggruppamento non ha alcuna reale autonomia – e quindi non è in
effetti una vera forza politica con capacità strategiche – rispetto
alle oligarchie parassitarie (e filoamericane) dominanti, il cui
nucleo centrale è rappresentato dal patto di sindacato della RCS
(editrice, fra l'altro, del Corriere della sera). La giornata di
ieri (5 aprile) è stata molto indicativa. Intanto, ha mostrato il
vero volto di questa sedicente par condicio; inoltre ha fatto
cadere – solo per chi ragiona ovviamente – la colossale menzogna del
Cavaliere dominus di ben sei canali TV. Non controlla nemmeno il 5
di Mediaset.

Ma queste sono vere sciocchezzuole; ben altro riserverà il futuro.
Ad un livello molto, molto piccolo, lunedì sera si ripeterà l'evento
della fine del 1989. Una folla di "sinistri" festanti crederà
iniziata l'epoca del risanamento e del risveglio, della pulizia
morale e del riprendere in mano il proprio destino. Tale illusione
si dissiperà già nei sei mesi successivi grazie all'accozzaglia, da
Mastella a Bertinotti, che tenterà di governare. E poi, i veri
padroni, il gruppo precedentemente indicato, inizierà assai presto
le sue manovre "verso il centro", perché non può aspettare a lungo.
Leggere in questi ultimi due mesi il loro giornale ha destato in me
la più profonda sorpresa; sapevo da un bel pezzo chi tale quotidiano
appoggiava, ma che diventasse così rozzamente fazioso dimostra che
simili "potenti" sono alla frutta, vicini ad un grosso fallimento;
per andare avanti ancora qualche anno, e magari riciclare i loro
capitali in qualcosa d'altro (e per lo più all'estero), debbono
veramente operare un tale trasferimento di ricchezza nelle loro
tasche da rischiare di essere assai presto identificati come la più
grossa piovra mai esistita nel nostro paese (ivi compresa la mafia).
Questi potenti debbono perciò mettere il più velocemente possibile a
soqquadro l'intero assetto politico attuale, anche quello della
sinistra che adesso appoggiano.

Per questo, attenderò i festaioli del 10 aprile alla fine di
quest'anno. In molti, quelli più onesti, saranno a Natale con le
alucce basse, basse. Per gli altri aspetteremo un po' di più, ma non
credo si dovrà attendere tanto quanto invece sarà necessario per
constatare l'effettivo declino dell'Impero americano. Per
vedere "cotti" i nostri "poteri forti" – con le loro schiere di
politici e intellettuali di sinistra – basterà la prossima
legislatura; potrebbe anche essere di più, ma ne sarei sorpreso. Non
penso però, vorrei fosse chiaro, che la forte perdita di potere
subita da un certo gruppo capitalistico, oggi temporaneamente
vincente, significhi la vittoria finale di una forza
politica "antisistema" (diciamo così, genericamente); e nemmeno sono
sicuro che si affermerà un capitalismo "meno peggiore". Non sono in
grado di predire simili fausti eventi; sono solo convinto che
l'attuale capitalismo italiano (sempre più legato agli USA e
certamente il peggiore, il meno autonomo, finora esistito) farà una
fine invereconda che mimerà, su scala infinitamente più piccola,
il "crollo del muro" del 1989. Non faccio per il momento previsioni
diverse; sono solo convinto che i "sinistri" faranno bene a godere
al massimo la "vittoria" del 10 aprile nel più breve tempo
possibile, perché non avranno lunga "vita" (politica).

Come coda, di tipo cronachistico, invito a leggere l'inserto
economico del Corriere del 3 aprile. In seconda pagina c'è un elenco
kilometrico di manager in "fila d'attesa" per avere posti
governativi o negli enti pubblici o in grandi concentrazioni
finanziarie (e sono tutti nomi grossi e potenti), dopo la vittoria
elettorale del centrosinistra. Si tratta di personaggi in gran parte
anche legati alla finanza anglo-americana. Per tutti ne cito un
paio: il ben noto Bernabè (già Telecom), che oggi è con la Banca
Rotschild, e Costamagna (bel nome indicativo, nevvero?), fino ad
ieri della tristemente famosa Goldman Sachs e oggi già sulla "rampa
di lancio" per un alto incarico, forse la presidenza dell'Unipol.
C'è invece Guarguaglini (AN) che avrebbe ancora un contratto di due
anni per la presidenza della Finmeccanica; e non si sa come fare per
sostituirlo. E poi ancora altre belle notizie su tutti i preparativi
dei vari amici di Prodi e dei DS per sistemarsi al meglio. Per es.
Chicco Testa (già Enel), oggi con incarichi alla solita Rotschild e
alle metropolitane di Roma, che si aspetta un alto incarico
governativo.

Sempre sul Corriere (del 6 aprile, pag. 11). Vi ricordate la
sollevazione di scudi e l'indignazione alle stelle quando Tremonti
progettò di vendere beni patrimoniali del Demanio (perfino "le
spiagge") per raccogliere soldi onde intaccare il debito pubblico?
Ma Tremonti è della destra e la stampa e i mass media sono al 90%
influenzati dalla sinistra. Ed infatti nessuno fiata più quando il
sinistro Guarino – della stessa genìa dei Monti, dei Padoa-Schioppa
e compagnia cantando – propone il seguente metodo per ottenere
quello scopo con cui i cittadini vengono ossessionati. Secondo
valutazioni dell'Agenzia del Demanio il patrimonio delle
amministrazioni pubbliche ammonterebbe a 1800 miliardi di euro, di
cui 450 sarebbero già reperibili subito. Si tratta però di
valutazioni non a prezzo di mercato perché la gran parte di questi
beni non sono commerciabili, non possono (appunto!) essere portati
sul mercato essendo del Demanio. Cosa immagina allora il
professorone? Che si costituisca una società per azioni; ma non
dello Stato come la Patrimonio dello Stato spa o la Cassa Depositi e
Prestiti. No, una società privata, autonoma, che emetterebbe azioni
da immettere nel mercato (nazionale e mondiale) per un valore
all'incirca ammontante a quello della valutazione dei beni
patrimoniali suddetti (per la loro parte, 450 miliardi,
immediatamente reperibile). E le azioni – nota soddisfatto,
gonfiandosi il petto, il sinistro di turno – sono vendibili sul
mercato, a differenza del patrimonio del Demanio (non era Tremonti
quello della "finanza creativa?). Un 10% o poco più delle azioni
(45, al massimo 60 miliardi) andrebbe riservato a "investitori
istituzionali" (gergo professorale e burocratico per intendere Enti
pubblici, statali) e grandi banche e imprese nazionali (quelle che
hanno ingannato i piccoli risparmiatori con i bond argentini e i
crac Cirio e Parmalat) e anche con la "presenza, fin dall'inizio, di
qualche importante socio estero" (sicuramente americano o
euroamericano).

Il resto (90% circa) andrebbe venduto al libero mercato e collocato
per metà in Italia e per metà all'estero. E l'incasso, man mano che
le azioni andranno vendute, verrebbe impiegato per diminuire il
debito in questione. Poi – questo lo aggiungo io – di fronte
all'imprescindibile necessità di salvare le grandi imprese decotte
(per "aiutare i poveri lavoratori", ecc.), si dirotterebbero tali
risorse verso i manigoldi del suddetto patto di sindacato della RCS,
che poi se le porteranno all'estero nelle loro società (tipo la
Charme di Montezemolo, Della Valle, Merloni, Unicredit, Monte dei
Paschi, con sede in Lussemburgo). Bisognerebbe, una volta per tutte,
demistificare la questione del Debito Pubblico, vero feticcio creato
dai dominanti italiani e internazionali (europei, con in testa
quelli USA) per spaventare la popolazione e favorire le manovre di
ruberia dei risparmi dei cittadini e del patrimonio pubblico,
svenduto ai privati; il tutto per convogliare questi furti verso la
finanza (con al vertice l'americana) e le grandi imprese
inefficienti di imprenditori ladri (che Berlusconi lo è "di
mandarini" in confronto a questi furfanti che saccheggiano l'intera
ricchezza nazionale; solo che questi attuano i furti non
direttamente, presentandosi a faccia scoperta, ma tramite i loro
politicanti-servi e con politiche di privatizzazioni, di rientro dal
debito pubblico e altre malversazioni varie). E certi cittadini si
offendono perché vengono definiti coglioni. Io userei termini molto
più forti! Comunque, ripeto la solita domanda: perché quello che
propone un destro è esposto al ludibrio mediatico, mentre la
stessa "invenzione" (per me ben peggiore) è trattata con rispetto se
la espone un sinistro? La risposta io la conosco, ma vorrei la
traessero indipendentemente anche altri.

Altra notiziola. Liberazione ha fatto una entusiastica recensione al
libro di Bazoli, Mercato e diseguaglianza. La recensione è…..di
Jervolino (questa famiglia non si smentisce mai, in qualsiasi angolo
politico sia) che definisce un banchiere estremamente grifagno e
pericoloso (lo si vede da come ha fatto trattare Geronzi che
era "perplesso" sulla fusione tra Capitalia e Intesa) "esponente di
quella tradizione del cattolicesimo democratico che appartiene alla
storia d'Italia….e ha ancora filo da tessere e cose da dire". La sua
idea "per rendere compatibile capitalismo e democrazia nell'era
della globalizzazione…andando oltre il `capitalismo ben temperato'
che seduce una parte dell'attuale centrosinistra" può avvicinare
moderati e sinistra più radicale, cosicché "si potrebbe aprire un
dialogo fruttuoso". Vi piace? Votateli allora. Così voterete anche
per un bel finanziere, che tenta – è vero – la scalata a Mediobanca-
Generali, ma rappresenta il cattolicesimo democratico (sic!) che
concilierà un capitale, questo sì di autentici rentier parassiti,
con il popolo lavoratore; "il Diavolo e l'acqua santa". Cosa si può
volere di più da "poveri di spirito" come Jervolino e "rifondatori
associati"?

Per finire un bell'articolo di Geronimo (Cirino Pomicino) che irride
(e smerda) un articolo del diessino Salvati (già direttore di Classe
e Stato, rivista sessantottina extraparlamentare; tutti di lì
vengono i mostri attuali del centrosinistra), che propugna sempre,
con la sua mentalità liberaldemocratica da azionista (Giustizia e
Libertà, cui appartenevano Ciampi, Scalfari e altri "maestri
negativi" del genere), la fondazione del partito democratico,
operazione che non verrà mai portata a termine. Cito tutta la parte
finale scritta da Geronimo: "Il cemento che la borghesia azionista
utilizza per tenere insieme ciò che insieme non può stare sono gli
interessi economici di alcuni gruppi imprenditoriali [quelli da me
sempre citati; nota mia] e il corto circuito finanza-informazione
che da due anni a questa parte vede le maggiori banche italiane
legate ad alcuni grandi gruppi editoriali. Le stesse banche che
hanno distribuito a piene mani tra i piccoli risparmiatori i bond e
le azioni Parmalat e Cirio e che oggi sono chiamate da Enrico Bondi
a risarcire l'azienda di Collecchio con alcuni miliardi di euro. Dei
vertici di queste banche nessuno dell'Unione ha mai chiesto le
dimissioni perché, in realtà, non si possono chiedere le dimissioni
ai padroni del proprio partito. Il disegno di Salvati è, sotto altre
spoglie, quello di Agnelli, De Benedetti e di Romiti agli inizi
degli anni novanta che generò Tangentopoli e produsse le macerie
della politica che ancora oggi opprimono il Paese. Come si vede
possono mutare le vesti del progetto, ma la sua illiberalità resta
la stessa. Ieri Di Pietro, oggi il circuito finanza-informazione con
la sua visione elitaria e autoritaria del governo del Paese".

Preve ed io scrivemmo Il Teatro dell'assurdo (gennaio 1995) dicendo,
più diffusamente, cose simili; ed oggi pensiamo le stesse cose
affermate anche in questo pezzo. Le faccio mie non perché scritte da
Geronimo, ma perché le penso da tempo immemorabile.

Concludendo, io non voterò. Intanto per ragioni di principio, per le
quali non voto da non so quanti anni (cioè decenni); e che sono le
ragioni espresse da Lenin, ma rinvigorite dalla fase dell'attuale
dittatura "democratica" del capitalismo (e dell'imperialismo
americano).

Poi, in più, non voto per la destra perché:

1) Sono contro il neoliberismo e le tesi della "mano invisibile" del
mercato (ma sono anche contro le tesi, apparentemente
antagonistiche, della fine degli Stati nazionali e della
contrapposizione tra un generico, e diffuso, Impero e
la "moltitudine"; tesi in realtà complementari, e complici, della
precedente).

2) Sono contro il filoamericanismo e il filosionismo di questa
destra italiana.

Poi per altri minori motivi:

3) Non credo molto nella famiglia, nella pura e semplice "sacralità"
della vita, e non mi entusiasmano per nulla i "diritti
dell'embrione".

4) Non mi piace che si chiamino froci i gay; e per quanto mi
riguarda essi possono fare ciò che vogliono (ma anch'io, sia chiaro,
debbo non sentirmi a disagio, o premoderno, perché sono
rigorosamente eterosessuale).

Per il centrosinistra non voto per motivi più articolati e numerosi.

1) Sono stato comunista, ma per me il comunista non è di sinistra.
Quest'ultima, nella mia testa, si identifica con tutti gli
opportunisti e infami che si sono, ad ondate successive, presentati
nella storia del "movimento operaio". Per me "sinistra" è sinonimo
di socialdemocrazia, e questa è sinonimo di guerre mondiali e
imprese coloniali e altre mostruosità simili.

2) Sono contro il neokeynesimo tanto quanto contro il neoliberismo.
Per quanto riguarda lo Stato sociale, non posso in due battute
esprimere il mio pensiero, ma sono fortemente critico verso tutta
una serie di "miti" e semplificazioni, pur riconoscendo il valore di
certi servizi essenziali alla popolazione. Non sono però favorevole
al "pubblico" in sé e per sé, se non vengono prestati con efficienza
servizi essenziali e non si trova modo di mettere in riga
molti "fancazzisti" ottusi e assolutamente negativi che in tale
settore allignano come vermi in certi formaggi. Non sono favorevole
alla difesa ad oltranza del "lavoratori" che "non lavorano". Sono
contro ogni forma di lassismo e buonismo imbelli, che rendono inetto
un intero paese.

3) Sono contro il sostanziale filoamericanismo e filosionismo
della "sinistra" che si distingue dalla destra solo per la menzogna
e l'ipocrisia. Ricordiamo il Governo D'Alema: appoggio
all'aggressione americana contro la Jugoslavia, ma per "ragioni
umanitarie" (un falso genocidio, smentito dal rapporto OCSE
dell'ottobre 1999); e bombardamenti della nostra aviazione assieme
agli angloamericani sostenendo che noi compivamo operazioni
di "difesa integrata" (linguaggio tipicamente orwelliano, che è il
massimo dell'ipocrisia e dunque dell'infamia). Il programma
dell'Unione non dice, sul ritiro delle truppe dall'Irak, nulla che
si differenzi da quanto affermano Berlusconi o Martino, ecc.; si è
solo più ambigui, da veri "figli di p…" che, secondo la mia
opinione, dovrebbero essere avviati a campi di lavoro forzato e non
in Parlamento a prendersi circa 20.000 euro al mese.

Quindi, starò alla finestra e mi godrò non tanto le elezioni, il cui
esito è troppo evidente e quindi "sportivamente" poco significativo
(che penso sarà compreso tra un 52 contro 48% e un 54 contro 46%),
quanto invece il prosieguo, ciò che avverrà dopo, nei prossimi mesi
e anni. Come nel famoso detto, "siederò sulla riva del fiume….ecc.".
Tuttavia, per carità, se qualcuno non può fare a meno di votare,
altrimenti gli rimorde la coscienza o si sente un cittadino di serie
B o altro, non ho nulla da ridire, data la scarsa importanza che
attribuisco al voto in genere e a questo in particolare. Ho
preferito esprimere con sincerità il mio parere. Poi, dopo il voto,
vedrò però come si comporteranno compagni e amici, e con quali si
potrà intavolare un discorso serio e fattivo e con quali sarà invece
meglio avere soltanto rapporti di cena, cinema, qualche
discussione "esistenziale", qualche simpatica risata e tante
chiacchiere del più e del meno, che servono pur sempre nella vita di
tutti i giorni. Sono però deciso, dopo 53 anni che di fatto sono in
politica, a selezionare bene i tipi con cui discutere di cose serie.
Nei prossimi, tutt'altro che semplici, anni ci vorrà molta forza per
resistere e non cadere nel più bieco conformismo, che è nelle
intenzioni per me chiarissime dei dominanti (sia pure non ancora per
un numero spropositato di anni; ma purtroppo, per me, potrebbero
essere già tanti 10 o anche 5) e della sinistra attuale che giungerà
ai massimi vertici dell'infamia, dell'opportunismo e della
repressione (ovviamente "democratica"). Dopo, la pagherà cara, ne
sono certo; ma, lo ripeto, 10 o anche 5 anni per me sono tanti.

Evviva, evviva il prode Anselmo, che andò in guerra e mise l'elmo


Gianfranco La Grassa








Lun 10 Apr 2006 4:21 pm

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10 Apr 2006
4:22 pm
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