GENEALOGIA DI NAPOLITANO
DI MAURIZIO BLONDET
Perfino al Ministero dell'Interno- il ministero della Polizia,
l'organo a cui il PDS (ex Pci) non rinuncerà assolutamente (ha un
progetto storico per assoggettare tutte le polizie al suo potere
politico) - viene messo sì un membro del Partito; ma è l'unico post
comunista noto e gradito al "governo mondiale di fatto". S'introduca
qui Giorgio Napolitano, già presidente della Camera, la cui stella
ha cominciato a brillare più fulgida sotto il governo Ciampi.
Napolitano: il solo comunista con il visto permanente per gli USA,
anche negli anni della guerra fredda. Il gentiluomo di casa alla
Fondazione Agnelli. Il compagno per cui votano 30 mila compagni
elettori di Caserta, fedeli al motto: non capisco, ma mi adeguo. Lo
zoccolo duro, si sa, è lento a capire.
Lui, il Migliorista, aveva chiara la traiettoria del Partito Operaio
già nell'85: "E' il riformismo europeo il punto di approdo del PCI".
E' stato ancora più chiaro, questo compagno gentiluomo, così
somigliante a Re Umberto (forse per questo parlando di sé, usa il
plurale majestatis?) in un'intervista rilasciata il 6 marzo '92: "Ci
caratterizza l'antica convinzione che il Pci abbia tardato a
trasformarsi in un partito socialista democratico di stampo
europeo". Ora che l'Italia è in amministrazione controllata per
conto del Sistema angloamericano, Napolitano sente (o s'illude) che
sia venuto il momento di dar corpo alla sua antica
convinzione. "Serve uno sforzo per trovare nuove aggregazioni", ha
dichiarato: il sistema maggioritario uninominale "rende possibile
una scelta chiara da parte dei cittadini di raggruppamenti che
tendano ad alternarsi nel governo del Paese".
Il suo progetto è dunque chiaro. Napolitano condivide da antica data
il disegno che vorrebbe ridurre la scena politica italiana al
modello del "bipartitismo perfetto" made in United Kingdom,
della "democrazia funzionante" made in Usa: due formazioni,
una "conservatrice" e una progressista", ma entrambe "laiche", che
si alternano al governo di facciata, obbedienti al governo mondiale
di fatto che, dietro, comanda in perpetuo da Wall Street.
Lo stesso identico progetto di La Malfa, di Maccanico, di Segni:
quello a cui si allude, nel Nuovo che Avanza, come al "problema
dell'alternanza". Chissà che, visto da Wall Street, proprio
Napolitano non sia uno dei possibili candidati alla guida del futuro
Democratic Party italiano.
Dopotutto Napolitano, all'indomani del crollo del comunismo all'Est,
auspicava per il Pci "un ricongiungimento fecondo con la
cultura "laica" nel passato confrontatasi aspramente con la cultura
marxista".
Un segnale chiaro per gli Iniziati.
Di fatto, Napolitano, sembra l'erede di un progetto "laico -
borghese" che è annidato da generazioni nel Pci e, come un virus
opportunista, ha aspettato le condizioni per diventare attivo. Non a
caso, quando i grandi giornali parlano di Napolitano, lo
definiscono "l'allievo più brillante di Amendola". Il riferimento è
a Giorgio Amendola. Comunista sui generis, a cui lo stesso
Napolitano ha attribuito la paternità del progetto: "La ricerca sul
piano ideale, culturale e politico di una saldatura tra liberalismo
e socialismo".
Giorgio Amendola partì da gobettiano e "arrabbiato anticomunista".
Negli anni '30 la sua tesi di laurea sul "credito al consumo", ossia
sulle vendite rateali, finanziate dal venditore, come mezzo
per "facilitare l'incontro tra domanda e offerta e allontanare così
i rischi di sovrapproduzione": un cavallo di battaglia del
neocapitalismo Americano. "Adoratore dell'economia classica inglese"
(la free market economy), Giorgio Amendola si avvicinò ai comunisti
solo perchè convintosi che il fascismo "colpiva principi comuni al
liberalismo e al socialismo".
Del socialismo, del resto Giorgio Amendola aveva un'idea
sua: "Socialismo", scriveva, "non è il frutto dell'antitesi
economica del lavoro contro il capitale (…) Socialismo è l'idea
liberale formulata ideologicamente dalla forza più efficiente della
nostra epoca: il proletariato". Un'idea da far rivoltare Marx nella
tomba, ma non molto lontana dal preconizzare quella "alleanza fra
produttori" (capitalisti e lavoratori, le due forze "più
efficienti") proposta, non molti anni fa, da Cesare Romiti. Detto
tra noi, è questa segreta simpatia, questa voglia di adottarsi l'un
l'altro delle due forze "efficienti" che spiega l'annosa cordialità
dei rapporti tra Fiat e Cgil, tra Fiat e i sindaci torinesi targati
Pci.
Amendola fu il precursore del percorso inevitabile del comunismo da
avanguardia del proletariato a partito radicale di massa, neo-
borghese aspirante a collaborare con il neocapitalismo. Conclusione
inevitabile: definendosi Giorgio Amendola "materialista storico, ma
non nell'interpretazione dei signori positivisti", gli era
ineluttabile finire per ammirare il solito materialismo storico
vincente: quello che considera la Finanza (il Capitale) la sola
realtà, e tutto il resto - patrie, religioni, tradizioni umane -
mera sovrastruttura, fastidiosi inciampi per il mercato che aspira a
farsi mondiale. Ciò che Amendola scriveva nel 1929, sul punto di
farsi o credersi comunista, potrebbe essere del resto sottoscritto
da ogni iniziato del Bilderberg e del Mercato Unico: "Ci dobbiamo
accingere all'opera della nuova costruzione di un'Italia europea e
occidentale, ossia liberale". Pensiero vicinissimo a quello di
Monnet, di Agnelli, di Kissinger, e lontanissimo da Cipputi.
Non ci si deve quindi stupire se Giorgio Amendola ha avuto, finchè
visse, un seggio accanto a Gianni Agnelli nell'Istituto di Affari
Internazionali (Iai), una fondazione culturale ricalcata sul Council
for Foreign Relations di Rockfeller, e fondata da Altiero Spinelli,
altro anomalo socialista- tecnocrate votato a un europeismo
oligarchico. Ancor meno stupirà sapere che Giorgio Amendola era, già
nel 1924, amico intimo di Ugo La Malfa (come testimonia Napolitano,
suo devoto biografo) e di Raffele Mattioli: il banchiere della
Commerciale, il congiurato-promotore del Partito d'Azione. Quel
Mattioli, insomma, che alla Comit allevò tutti i cuccioli italiani
del supercapitalismo con ambizioni internazionaliste: da Enrico
Cuccia a Adolfo Tino, da Maccanico a La Malfa, da Merzagora a
Fenoaltea a Colorni, fino a Giovanni Malagodi. Personaggi con
profili "conservatori" o "progressisti" che si spargeranno in
partiti "di destra" o "di sinistra", poco importa: li univa il
comune Progetto.
Ma per capire meglio la radice profonda del Progetto, bisogna
risalire ancora di una generazione. Come da Napolitano siamo
risaliti al suo padre spirituale, Giorgio Amendola, così da Giorgio
dobbiamo arrivare, ripercorrendo il tempo a rebours, al papa fisico:
Giovanni Amendola.
L'austero aventiniano, l'antifascista storico, il fondatore de Il
Mondo nel 1922. Fu Giovanni Amendola a introdurre il figlio nel
mondo della Banca Commerciale, e anche qui non c'è da stupire:
Giovanni Amendola era uomo di vasti interessi, non solo politici ma,
come dire?, occultistici. Conobbe suo moglie, l'ebrea lituana Eva
Kuhn, nella sede romana della Società Teosofica; e antifascista
com'era, frequentava anche Arturi Reghini, massone "esoterico"
e "mago" pitagorico, anticlericale d'estrema destra, scopritore di
Julius Evola. Nel 1905, Giovanni Amendola fu iniziato alla
Loggia "Romagnosi" di Roma; e quando fondò Il Mondo, furono molti
i "fratelli" che patrocinarono il giornale come loro organo
ufficioso. Quanto all'altra creatura di Amendola-padre,
l'antifascista Unione Democratica Nazionale, vi affluirono- come
scrive Aldo A. Mola nella sua Storia della Massoneria
Italiana", "consensi forze e iniziative dietro cui non era
impossibile scorgere colleganze rafforzate da una tradizione più
antica delle precarie formule partitiche": perifrasi laboriosa per
alludere alla Muratoria.
A questa "tradizione più antica" importa poca delle etichette
partitiche, sempre "precarie". Nelle sue logge, "destra"
e "sinistra" sono polarità complementari, che perdono significato in
una sintesi più alta, che possono essere manovrate nel Progetto
iniziatico.
L'Istituzione non manca dei mezzi, nè della pazienza storica, per
insinuare uomini suoi anche ai vertici del Partito di classe,
dell'Avanguardia del Proletariato: magari tre generazioni
amendoliane in attesa (dormienti ma vigili) del momento opportuno.
Come quello che è parso prodursi nel maggio del 1993, al momento di
formare il governo Ciampi. Lassù in alto, si è desiderato che il Pds
fornisse due o tre ministri al governo del Banchiere: un po' per
dare una copertura "a sinistra" all'operazione, un po' per fare al
Pds l'esame di ammissione all'Occidente: avrebbe accettato, l'ex
partito dei lavoratori, di sporcarsi le mani nella politica
del "rigore", nel taglio della spesa pubblica, nello sbaraccamento
dello Stato sociale, nei licenziamenti, nelle privatizzazioni volute
dal Fondo Monetario?
Achille Occhetto, come sappiamo, s'è tirato indietro: ha offerto tre
ministri "indipendenti di sinistra" per poi subito ritirarli,
pentito.
Non se l'è sentita di rischiare: va bene partecipare alla
repressione economica per conto della Finanza, ma non con il rischio-
allora concreto- di elezioni anticipate imminenti, e di un crollo
di popolarità.
Fateci caso: da quel momento, i giudici di Mani Pulite han
cominciato a indagare anche sulle tangenti del Pds, cercando di
intaccarne la "diversità". E Occhetto è stato sostituito: chiamatelo
un caso o forse, un avvertimento.
Maurizio Blondet
Tratto da: "Complotti III - Genocidi, eresie, nomenklature"
Il Minotauro, Febbraio 1997