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La sola religione rimasta   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #922 di 999 |
Maurizio Blondet
30/05/2006

In Cina esiste da millenni una religione civile pubblica che nemmeno
Mao è riuscito ad abolire: il confucianesimo.
Si può essere buddhisti, taoisti e cristiani - o anche semplicemente
atei - ma bisogna assolutamente compiere gli atti rituali del «culto
degli antenati».
Oggi il culto continua nei soli riti privati, ma v'erano riti
pubblici e grandiosi, eseguiti dall'imperatore e dai funzionari di
ogni grado, e un'etica obbligatoria per tutti - ma anche volentieri
seguita - che comprende, per esempio, il rispetto dei vecchi,
l'assistenza ai genitori, il culto della famiglia intesa come
continuità mistica nella vita e nella morte.
I culti confuciani supponevano la presenza di tutti gli antenati,
anche gli sconosciuti e dimenticati, come viventi nei discendenti.
I gesuiti di padre Ricci capirono bene che questo culto non era una
religione ma una morale civile, e una pedagogia.
Tolta la tonaca, vestirono gli abiti spettanti al loro rango di
intellettuali - la veste lucente di seta dei mandarini - e compirono
quei riti.
Il Vaticano, troppo estraneo al contesto culturale cinese, sospettò
l'idolatria e impose il divieto.
Fu la crisi della penetrazione missionaria cinese: dei portatori di
una religione che però non compivano i riti sociali cinesi,
restavano radicalmente «stranieri» e non assimilabili.
Oggi il Vaticano ha capito che, se non vuole essere spazzato via del
tutto dalla scena del mondo, deve bruciare grani d'incenso alla
religione civile universale.

Non sfuggirà infatti che il laico Occidente ha il
suo «confucianesimo».
L'Occidente è laico in quanto esige da tutte le altre fedi che si
limitino alle sfera privata, non giudichino la società, e compiano
il meno possibile di atti esterni; e rigetta l'Islam proprio perché
esso resiste a questa riduzione alla coscienza intima e individuale.
Però esige che la sua vera religione venga onorata da tutti in culti
aperti e «pubblici».
Di fronte ad essa, non è consentita l'apostasia, e nemmeno il
semplice agnosticismo, che invece è raccomandato come atteggiamento
laico verso tutte le altre.
E' consentito, anzi applaudito, sostenere pubblicamente che Gesù non
è mai esistito, esercitare una critica distruttiva sui Vangeli,
proclamare che le cose e le vicende della prima Chiesa non sono
andate come essi raccontano; ma nessun dubbio è consentito nella
nuova religione.
Essa è protetta per legge da ogni «critica delle fonti», e per legge
penale: non c'è segno più chiaro della natura pubblica della fede
civile di questo suo essere protetta dallo Stato contro ogni
dubbioso o renitente.
Chiunque provi, sulla base di ricerche storiche, a dire che le cose
non sono andate proprio come vuole la fede universale,
è «revisionista», e quindi espulso dalla comunità.
Ritualmente, ma anche concretamente incarcerato.
Il settimanale Spiegel ha appena intervistato l'iraniano Ahmadinejad.

Costui ha ripetuto in sostanza che, «se» l'olocausto c'è stato
veramente, è in ogni caso una colpa degli occidentali, che gli
orientali non hanno commesso; e non si vede perché il Medio Oriente
debba sopportare la conseguenza storica di questa colpa non sua,
ossia lo Stato d'Israele armatissimo, minaccioso e oppressivo verso
tutti i suoi vicini.
Come previsto, quest'argomento non è stato ritenuto accettabile.
Verso le altre religioni, specie l'Islam, è incoraggiata la
derisione blasfema; ma verso la sola unica vera, non è consentito
nemmeno l'agnosticismo.
La semplice professione di estraneità, un semplice «se», bastano a
decretare l'accusa di «negazionismo», ossia della suprema eresia,
che comporta l'esclusione dal genere umano e la perdita di ogni
diritto, anche a quello alla propria difesa legale e militare.
Le altre religioni hanno smesso di bruciare apostati ed eresiarchi;
solo la nuova religione prescrive ancora per gli eretici il rogo,
non escluso quello nucleare.
Per tutti questi motivi, Benedetto XVI ha fatto benissimo a compiere
l'atto di culto richiesto dal nuovo confucianesimo globale.
I cattolici progressisti e conciliari, che spregiano la liturgia
come un vecchiume superfluo, dovrebbero ricavare qualche riflessione
dai resoconti giornalistici della prima visita del nuovo Papa ad
Auschwitz: giornali e TV hanno spiato puntigliosamente fino a che
punto Benedetto si conformava alla liturgia della religione totale,
e hanno sottolineato i punti in cui è parso discostarsene.

Hanno preso nota di quante volte, anziché la parola «olocausto», ha
osato il termine «shoah», più liturgico perché tratto dalla lingua
sacra, e la cui pronuncia è segno esterno di una più intima adesione
alla fede occidentale universale.
Hanno sottolineato compunti che il Papa è entrato ad Auschwitz con
le mani giunte e così ha compiuto tutto il liturgico percorso, la
via crucis ebraica, «in preghiera fin dal primo istante del suo
ingresso» (La Repubblica).
E come non abbia aperto bocca «se non al termine del canto di lutto
del Kaddish», canto altamente liturgico.
Hanno notato con compiacimento la frase papale: «Perché, Signore,
hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? E' in questo
atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro
intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno
sofferto e sono stati messi a morte».
Questa frase è stata vista come adesione dovuta alla neo-teologia
globale, secondo cui «Dio ad Auschwitz non c'era» perché non è
intervenuto a salvare il suo popolo non solo eletto, ma innocente da
ogni colpa; da cui discende che da quel momento, tale popolo si
autorizza a prendersi da sé ciò che Dio gli aveva promesso e che non
ha mantenuto, a cominciare dalla Terra Santa; e a difendersi da sé
con 2-300 bombe atomiche.
Per un cristiano, ciò è ovviamente assurdo.

Non solo dove c'è la sofferenza di uomini, là appunto è Cristo
crocifisso; ma ad Auschwitz Cristo diede prova della sua presenza,
incarnato in padre Kolbe, che diede la vita «per gli amici»,
mostrando così che l'amore è più grande.
E infatti, Benedetto XVI ha visitato anche la cella di padre Kolbe.
Un piccolo strappo alla liturgia, che viene tollerato perché
dopotutto Kolbe ha salvato con la sua vita quella incomparabile di
ebrei.
Quel che conta, per il neo-confucianesimo occidentale, è che gli
atti del culto pubblico vengano compiuti da ogni religione e da ogni
capo religioso.
Atti esterni: sono i segni che contano.
Segni di sottomissione.
Papa Benedetto è stato molto attento.
Come padre Ricci in Cina, ha pronunciato le parole richieste al
momento liturgicamente prescritto, per poter poi concedersi qualche
verità.
Ha detto che gli ebrei ad Auschwitz sono stati suppliziati
come «pecore da macello», espressione che riconosce agli ebrei la
loro innocenza radicale anzi sacrale, che li rende immuni da ogni
giudizio sui loro atti successivi, anche malvagi.

Il Papa ha confermato che i nazionalsocialisti «con l'annientamento
di questo popolo volevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che
parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che
restano validi in eterno».
Non era quello il momento di sottilizzare che Gesù negò quello che
gli ebrei gli ripetevano, «nostro padre è Abramo», e anzi asserì
che «vostro padre è il diavolo».
Nella liturgia del neo-confucianesimo non c'è spazio per parole in
libertà ed espressioni private come ce n'è in abbondanza nella
liturgia cattolica post-conciliare.
Come prescritto, si doveva assolutamente stabilire che uccidere
ebrei equivale ad «uccidere Dio», magari ritraendosi dall'enunciare
il corollario evidente, che dunque gli ebrei e Dio sono una cosa
sola.
In compenso, il Papa ha potuto insinuare parole cristiane.
La memoria dei milioni di morti non vuole, ha detto, «provocare in
noi l'odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l'opera
dell'odio».
Il ricordo delle vittime, ha continuato, vuole «portare la ragione a
riconoscere il male come male e a rifiutarlo; suscitare in noi il
coraggio del bene, della resistenza contro il male».
Questo è infatti cristiano.
Anche se, prudentemente, è stato opportuno farlo citando non Cristo,
ma Sofocle.

Il Papa ha parlato dei «sentimenti che Sofocle mette sulle labbra di
Antigone di fronte all'orrore che la circonda: 'sono qui non per
odiare insieme ma per insieme amare'».
Un bellissimo colpo: non occorre essere cristiani per capire che non
si deve continuare ad odiare, che l'intera umanità, anche i nemici,
sono chiamati ad amare insieme.
Che a questo deve tendere un culto della memoria.
Notevole, e degno della riflessione dei catto-progressisti, è il
tono con cui giornali e TV hanno riportato l'evento cultuale.
Resoconti tutti rigorosamente uguali.
Stesse sottolineature compunte dei medesimi momenti del rito, stessa
commossa unzione, stesse parole.
Evidentemente consci, i giornalisti, che non stavano facendo cronaca
ma essi stessi partecipavano alla liturgia.
Come i fedeli della Messa di un tempo rispondevano con parole
prescritte, anch'essi hanno recitato i responsorii consacrati dalla
neo-tradizione.
Non hanno raccontato, ma suonato sull'organo i motivi sacrali, senza
alcuna variazione («ne varietur», era scritto sugli spartiti
dell'antico gregoriano).
Non più osservatori, ma popolo di fedeli partecipanti al rito
centrale della sola religione a cui loro e tutti noi, Papi e imam,
siamo obbligati ad aderire.

E infatti la cronaca-liturgia è stata accompagnata da liturgiche
rievocazioni della shoah, dai vecchi storici filmati; tutti volti a
riconfermare la fede nella «unicità» dell'evento e della sofferenza
eletta.
Alla quale è vietato congiungere, ed anche lontanamente paragonare,
i milioni di morti nelle tragedie del secolo breve.
Benedetto tuttavia ha ricordato anche i polacchi, i russi (20
milioni di morti nella seconda guerra mondiale) e i «rom» vittime
della stessa mano.
Ciò è consentito, purché non si facciano paragoni fra queste stragi
e l'unica shoah.
Se mai, La Repubblica si è permessa di notare ciò che mancava
nell'elenco del Papa: «nessuna traccia degli omosessuali deportati
nel lager».
Ma i tempi non sono ancora maturi per una liturgia pubblica e
obbligatoria di quest'altro, subordinato «agnello sofferente» della
modernità.
Però sul cuore del rito, per sapere fino a che punto il Papa aveva
rispettato i canoni, i giornalisti non hanno osato esprimere giudizi
proprii.
Si sono rivolti - tutti nessuno escluso - ad esponenti della
comunità ebraica; com'è giusto, essendo questa l'oggetto del culto,
nonché la fondatrice della fede civile globale, e dunque la sola
autorità giudicante della congruità degli ufficii.
Così, i cronisti hanno riportato che dalla comunità era
venuto «qualche appunto».

Per esempio, si è notato, il Papa non ha ripetuto una pubblica
condanna dell'antisemitismo «attuale».
La cosa non deve stupire: anche la Chiesa cattolica conosce la
distinzione fra peccato «originale» e peccato «attuale».
Come infatti ogni discendente di Adamo porta le conseguenze del
peccato «originale» anche se non compie peccati «attuali» personali
(e nel cristianesimo ne va lavato col battesimo), così nella nuova
religione totale tutti i non-ebrei (anche i lontanissimi persiani)
sono colpevoli in quanto discendenti di Hitler; ed essendo la loro
natura indebolita dal peccato originale, sono inclini a commettere
quell'antico peccato anche oggi.
Per esempio, se obiettano alle 200-300 atomiche di Israele, e
all'oppressione che fanno soffrire ai palestinesi, i non-ebrei si
macchiano di «antisemitismo».
Per questo l'anti-sionismo è smascherato costantemente come una
maschera dell'antisemitismo.
E se un palestinese hizbullah spara e uccide un ebreo, non compie un
omicidio, ma un sacrilegio, perché ripete la colpa originaria.
Perciò tutti, anche il Papa, devono costantemente «mettere in
guardia» dall'antisemitismo, dal negazionismo e dal revisionismo.
A questo si congiunge il secondo «appunto».
Infatti Benedetto, ha rilevato il capo della comunità ebreo-polacca
Kadlcik, non ha ricordato «tutte le altre sofferenze patite dagli
ebrei prima e dopo l'olocausto».

Kadlcik ha rilevato che al contrario, Giovanni Paolo II ha sempre
ripetuto: «Le sofferenze degli ebrei non sono cominciate nel '41 e
non sono finite nel '45».
Questo è un punto teologico della più evidente importanza per la
nuova religione: non deve ridursi, come il confucianesimo, ad un
culto degli antenati.
Chi vuole essere ammesso ai benefici sociali del rito pubblico, non
basta dunque che celebri l'olocausto.
Deve proclamare il concorso della sua colpa in ciò che gli ebrei
hanno sofferto «prima e dopo».
Che non significa solo riconoscere che quella degli ebrei è una
sofferenza metafisica, non paragonabile ad alcun'altra; si deve
anche capire, anzi far propria intimamente l'idea che gli ebrei
stanno soffrendo anche oggi per colpa nostra attuale; e per questo
si armano, spingono gli USA a incenerire l'Iraq e l'Iran, e
calpestano i palestinesi.
Israele è infatti minacciata «nella sua stessa esistenza» (recita la
neo-liturgia) in modo permanente - ne segue che, per cercare di
vivere tranquilla, e alleviare almeno un poco la propria sofferenza,
deve per forza destabilizzare attorno a sé una vastissima
popolazione umana, spargendo morte e uranio impoverito, distruggendo
colture e civiltà inferiori nel raggio di migliaia di chilometri.
Perché «Dio ad Auschwitz non c'era» e diciamolo pure, non c'è
nemmeno altrove.
Dunque spetta ad Israele farsi Dio.
E se per questo devono far soffrire altri, non importa: le
sofferenze altrui valgono infinitamente meno di quella eterna e
sacra degli eletti.

Furio Colombo, autorizzato dalla sua triplice veste di giornalista,
ebreo e vittima, non ha avuto bisogno di raccogliere le lagnanze
degli eletti.
Le ha espresse lui stesso con la dovuta crudezza su L'Unità, sotto
il titolo «Un papa revisionista».
Il Papa è revisionista perché ha provato a dire che anche i tedeschi
sono stati vittime ingannate da una dittatura criminale.
«Ha parlato da tedesco», e non da vero adepto della fede pubblica.
«Ha nominato Stalin fra i mali del mondo, mai Hitler».
«Non ha ricordato la Rosa Bianca».
Ha fatto una lista delle «altre vittime» che non è piaciuta, perché
ha dato l'impressione di confondere tra quelle il popolo eletto.
Eccetera, eccetera.
L'accusa peggiore, per le conseguenze che comporta, è la prima.
Infatti il rabbino Di Segni ha sottolineato la frase sul popolo
tedesco, «come fosse egli stesso vittima e non, invece, parte dei
persecutori».
Altri hanno ricordato che i tedeschi furono «i volonterosi carnefici
di Hitler», ed è una risposta adeguata nel quadro della liturgia, di
fronte al maldestro revisionismo pontificale.
In questo revisionismo, c'è il seme di un giudizio «laico» in quanto
storico, che non può essere ammesso nella religione pubblica: come
c'è una sola vittima collettiva e innocente, ci dev'essere un
colpevole collettivo e metafisico, eterno, fissato dal rito una
volta per tutte.

In ogni caso, forse Benedetto ha evitato il peggio, evitando di
menzionare la sofferenza attuale inflitta ai palestinesi, la fame,
il soffocamento, la mancanza di cure.
Quella sofferenza è laica e banale; fa parte della cronaca, non
della storia sacra.
Queste lagnanze tuttavia ci dicono qualcosa di inquietante.
Una religione pubblica sconta e ammette l'inevitabilità di una
qualche ipocrisia, di solito le basta il compimento degli atti
esterni di latria, la cerimonia.
Qui, gli oggetti del culto pretendono dal Papa l'adesione intima
della coscienza al sacro racconto, al sacrificio fondante
dell'ebraismo supremo; senza riguardo per la fede di cui il Papa è
capo, il cui racconto sacro, il cui sacrificio fondante, ai loro
occhi non merita rispetto e non vale nulla.
Nessuno ha rivendicato il diritto del Papa al suo proprio racconto,
perché questo deve restare intimo e privato - come un sogno o un
delirio - e non pretendere lo status di religio riconosciuta.
Questo ci dice chiaramente che il culto dell'olocausto non è solo la
religione civile dell'epoca; è la sola religione rimasta.
Non si contenta di cerimonie, esige riti sacramentali.

E inoltre, questa religione civile non è così innocua (o benefica)
come il confucianesimo.
Essa ha conseguenze politiche su tutta l'umanità, nel nostro oggi.
E conseguenze gravi, in termini di guerre ed oppressioni.
A questo punto, rifiutarsi di bruciare il grano d'incenso al nuovo
Cesare-Dio non sarà uno stretto dovere, per dei cristiani?
Qualche giovane prete, angosciato, mi ha scritto in questo senso.
Ma non ne accusiamo Benedetto: dopo il Concilio, siamo tutti ormai
abituati a dare poca importanza agli atti rituali, abbiamo perso il
senso del loro valore sacramentale.
Per questo è facile aderire alla religione civile totalitaria.
Senza la piena consapevolezza di ciò che questo significa.
Per tornare cristiani, bisogna percorrere una lunga strada a ritroso.
Per adesso, siamo confuciani.

Maurizio Blondet
(Effedieffe.com)








Mar 30 Mag 2006 9:28 pm

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Inoltra Messaggio #922 di 999 |
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Maurizio Blondet 30/05/2006 In Cina esiste da millenni una religione civile pubblica che nemmeno Mao è riuscito ad abolire: il confucianesimo. Si può essere...
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