recensione di "EURASIA" 2/2006
di Martin A. Schwarz
Come sempre, "Eurasia" combina un dossario centrale e una
serie di articoli che oltrepassano l'argomento l'argomento del
dossario. Uno dei fronti più importanti di quella lotta globale tra
dominio e resistenza di cui "Eurasia" tratta regolarmente, è il
destino della Palestina. Questo nuovo numero della rassegna contiene
una breve intervista rilasciata da Khaled Mashaal, dirigente di
Hamas, a un esperto di geopolitica della Duma di Mosca, Ernest
Sultanov. C'è poi un poderoso studio (Israele: dominio della legge o
legge del dominio?) sullo statuto delle minoranze nell'entità
sionista; l'autrice, Susanne Scheidt, da molti anni attiva in Italia
nel movimento di solidarietà coi rifugiati palestinesi Al-Awda,
fornisce un particolareggiato resoconto del sistematico trattamento
razzista che il sistema sionista riserva ai cittadini non ebrei. La
classificazione dei cittadini secondo criteri etnici, e la
contestuale trasformazione delle leggi in strumenti di oppressione,
viene paragonata dall'autrice alle famigerate leggi di Norimberga
(che furono nondimeno applaudite dai sionisti dell'epoca).
L'India è diventata recentemente l'unico - o quasi l'unico -
alleato di "Israele" nella parte orientale del continente
eurasiatico; ed è appunto l'India a costituire il tema del dossario
in questo numero di "Eurasia". L'India, dopo essere stata per un
lungo periodo un baluardo dei paesi non allineati, è diventata un
punto di riferimento per gli USA e "Israele", e ciò in seguito alla
presa del potere da parte degli estremisti neo-indù e alla loro
politica antislamica. L'aver voltato le spalle all'ex alleato
iraniano nella questione dello sviluppo dell'energia nucleare per
scopi pacifici e l'aver allacciato una relazione nucleare
privilegiata con gli USA (dopo che l'India aveva prodotto armi
atomiche da sola!) sono fatti che parlano chiaro. Qui abbiamo
l'esatto contrario dell'analisi effettuata pochi anni fa da
un "geopolitico" (?) islamofobo, secondo cui la Cina sarebbe stata
l'alleata naturale degli USA, e l'India il suo contrappeso
filoeuropeo. Una visione di questo genere non nasceva tanto da
un'analisi, quanto dal pio desiderio di uno stretto rapporto
dell'Europa con un'India erede dell'antica civiltà tradizionale indo-
aria; a tale pio desiderio si connetteva ovviamente la
rappresentazione sentimentale di una Cina "aliena" e di un mondo
islamico "nemico". Nel momento di una situazione internazionale che
è tra le più fluide, sia la Cina sia l'India cercano ciascuna la sua
strada; ma, mentre la latente rivalità fra la Cina e l'Occidente
aumenta di giorno in giorno, aumenta anche la vicinanza della classe
politica indiana all'imperialismo occidentale.
Bisogna però tener conto del fatto che in India, dopo due
decenni di egemonia dei neo-indù filosionisti, guadagnano terreno le
forze di resistenza antimperialiste: i maoisti, i movimenti
regionali e naturalmente la popolazione musulmana. D'altro canto,
l'impressionante sviluppo economico cinese è collegato alla
produzione per gli USA nelle zone economiche specifiche, sicché una
rottura delle relazioni con gli USA sarebbe rifiutata da importanti
componenti del regime. La Russia ha cominciato a svolgere una
funzione equilibratrice fra Cina e India (è una notevole e positiva
differenza rispetto al periodo sovietico) e la "Cooperazione di
Shanghai" è diventata lo strumento principale per una pacifica
integrazione eurasiatica.
Questo numero di "Eurasia" focalizza l'attenzione sulla
prospettiva di un'India eurasiatica; un tale approccio è positivo,
perché, per quanto ottimistico, non indulge a fantasie come quelle
del "geopolitico" di cui si parlava più sopra. E per comprendere
l'India, bisogna rifarsi alla lunga storia indiana, con le sue
contraddizioni e i suoi cambiamenti, ma soprattutto con la sua
sottostante e immutabile tradizione d'origine vedica.
Nella rinascita della tradizione indiana, ha esercitato una
grande influenza l'opera di Bâl Gangâdhar Tilak (1856-1920).
Opportunamente perciò Aldo Braccio ci ricorda, in Orione e i Veda,
gli studi di Tilak sulle scritture vediche. Le prove addotte da
Tilak per dimostrare l'antichità della tradizione vedica e l'origine
polare degli Ariani non corrispondono a una semplice curiosità, ma
sono fondamentali per la geografia sacra, la quale garantisce unità
e stabilità sul livello storico. Come scrive Braccio, "l'idea di
polo è riconducibile a quella di centro. … E il centro indica con
evidente semplicità l'origine, la stabilità dell'Essere in mezzo al
divenire".
La tradizione indiana viene affrontata in una prospettiva
sorprendente nello studio di Claudio Mutti su Dante e l'India. Dopo
aver messo in evidenza le citazioni dell'India presenti nella Divina
Commedia, Mutti fa una rassegna delle analogie esistenti tra il
poema dantesco e le Scritture indù che sono state rintracciate da
alcuni studiosi della tradizione indù, in particolare da Ananda K.
Coomaraswamy. Infine, l'autore si occupa della ricezione dell'opera
di Dante presso i poeti indiani; tra questi ultimi non manca
Muhammad Iqbal, il pensatore musulmano originario del Kashmir che,
grandemente influenzato da Goethe, Dante, Milton e Nietzsche, è
celebre per un poemetto in cui descrive un suo viaggio celeste.
Tra tutti i popoli europei, è stato quello greco ad avere
con l'India i rapporti più stretti e più diretti, rapporti si
innestarono sul tentativo di Alessandro Magno di unire la Grecia e
l'Asia in un nuovo impero eurasiatico. La funzione storica di
Alessandro ha avuto eco in numerose narrazioni orientali; ma è nel
Corano che la figura di Alessandro (Dhul-Qarnayn, "il Bicorne")
compare come l'archetipo di un sovrano fornito di un mandato divino.
Su "Alessandro e l'Asia" esiste un libro del celebre filologo e
storico tedesco Franz Altheim (Alexander und Asien, Tubingen 1953),
dal quale "Eurasia" ha estratto un interessante paragrafo che viene
presentato sotto il titolo Un Greco in India. Da esso apprendiamo
che, poco tempo dopo la morte del Macedone, Megastene si recò in
qualità di ambasciatore di Seleuco alla corte del re indiano
Candragupta e compilò un resoconto che costituisce la principale
fonte ellenistica per la conoscenza del subcontinente indiano.
L'esatto contrario del progetto di impero eurasiatico
concepito da Alessandro si manifestò molti secoli dopo, quando la
Regina Vittoria diventò "imperatrice dell'India" e l'India fu
sottoposta a uno sfruttamento colonialistico che era privo di tutti
i valori tradizionali dell'Impero e fu responsabile di quello che
oggi viene chiamato "olocausto vittoriano dimenticato". Rivolgendo
da Londra la propria attenzione agli eventi indiani e cinesi e
apprezzando positivamente la lotta anticolonialista dell'India, il
critico ebreo-tedesco dell'"economia politica", Karl Marx, si
discostò notevolmente dalle posizioni occidentalistiche ed
eurocentriche che caratterizzavano il suo pensiero. "Marx utilizza
l'espressione latina di combattenti pro aris et focis per
giustificare e approvare la lotta patriottica dei difensori delle
società tradizionalistiche contro gli invasori colonialisti", scrive
Costanzo Preve (Karl Marx e l'India. Note su un paradigma filosofico
e scientifico).
Diversamente dall'Occidente, l'India non ha dimenticato una
eminente figura socialista della lotta per l'indipendenza: Chandra
Bose. Stefano Fabei, che ha recentemente pubblicato alcuni studi sul
sostegno dato dal fascismo italiano alla lotta araba contro il
colonialismo sionista, si occupa di Chandra Bose e la lotta per
l'indipendenza dell'India. Per quanto limitato, il sostegno che Bose
ricevette da Berlino e da Roma rappresenta un capitolo del rapporto
intercorso tra l'Europa e il subcontinente indiano. Bose non fu un
semplice strumento dell'Asse, ma, si può dire, integrò in un quadro
tipicamente indiano le ispirazioni che gli provenivano dalle
esperienze europee. Il suo sistema politico del Samayavada, che
significa anche "sintesi", cercava di conciliare gli aspetti
positivi del comunismo e del fascismo. Essendo innanzitutto un
combattente dell'indipendenza indiana, Bose può essere considerato
un esempio della multiforme lotta eurasiatica per la libertà, al di
là delle limitazioni connesse al piccolo nazionalismo.
In questo numero di "Eurasia", la situazione geopolitica di
oggi si trova riflessa in alcuni articoli dovuti per lo più ad
autori indiani, sicché possiamo avere un'idea delle considerazioni
strategiche dell'élite politico-militare indiana. Ciò vale in
particolare per l'articolo (Chiaroveggenza geopolitica) di un
militare indiano in pensione, il generale Vinod Saighal, che è anche
membro della US Federation of Scientists and Scholars. Questo
articolo è apparso inizialmente sulla rivista "World Affairs", come
d'altronde quello di Come Carpentier de Gourdon (L'India come chiave
di volta della comunità asiatica), che ci dà una più equilibrata
panoramica della situazione geopolitica dell'India e dei paesi
vicini.
Un altro articolo scritto da un militare indiano,
l'ammiraglio Vishnu Bhagwat, è Geopolitica dell'Asia centro-
occidentale e meridionale. Il declinante peso del potere militare.
L'articolo mette a fuoco le sfide dei militari indiani, costituite
per esempio dalla continua occupazione indiana del Kashmir, la cui
legittimità non viene naturalmente presa in esame dall'autore.
Una posizione più indipendente è quella espressa
nell'articolo (Mosse strategiche attraverso l'Eurasia) dell'ex
ambasciatore indiano K. Gajendra Singh, i cui articoli in "Asia
Times" sono sempre interessanti e istruttivi. L'autore abbozza la
strategia americana nell'Asia centrale, così come essa è
rappresentata dalle "rivoluzioni colorate" e dalla costruzione di
basi militari. Tutti concordano nel riconoscere una grande
importanza al futuro sviluppo delle relazioni asiatiche dell'India,
la quale ha lo statuto di osservatore su una scacchiera che vede
l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai protagonista di
un'azione controegemonica.
La dichiarazione rilasciata nel luglio 2005 dai capi degli
Stati membri dell'Organizzazione (Russia, Cina, Cazachistan,
Chirghisia, Tagikistan, Uzbechistan) si trova nella sezione
Documenti di questo stesso fascicolo di "Eurasia". Oltre alle
questioni politiche ed economiche, tale dichiarazione affronta il
tema della diversità delle culture.
Un'altra dichiarazione contenuta nella medesima sezione, il
documento dei primi ministri cinese e indiano, viene discusso
nell'articolo (Le relazioni sino-indiane) di Isabelle Saint-Mézard,
del Centro per gli Studi Asiatici di Hongkong. Dopo aver preso in
considerazione le questioni di confine, le dinamiche economiche e la
modernizzazione militare dei due paesi, l'autrice arriva ad
affrontare la questione del terzo attore: gli Stati Uniti d'America.
Secondo l'autrice, "il nascente triangolo strategico tra l'India, la
Cina e gli Stati Uniti obbedisce a una logica obbedisce a una logica
essenzialmente virtuosa, soprattutto per New Delhi, che,
destreggiandosi abilmente tra le due grandi capitali,, ha
beneficiato simultaneamente dei loro favori.
Infine mi sia concesso menzionare il mio personale
contributo (Martin A. Schwarz, Da Gengis Khan all'ideocrazia: la
visione eurasiatica di Nikolaj S. Trubeckoj), in cui il punto di
vista eurasiatista storico viene presentato attraverso la figura di
Nikolaj S. Trubeckoj, i cui scritti storico-politici sono stati
meritoriamente ripubblicati dall'Accademia Austriaca delle Scienze.
Come Chandra Bose, così anche Trubeckoj trova nella propria
elaborazione ideologica alcune analogie col fascismo e col
bolscevismo, le dottrine del suo tempo, però ne supera i difetti: le
limitazioni nazionalistiche e l'idolatria della lotta di classe. Se
Cina e India non scelgono di percorrere la via
dell'occidentalizzazione totale, dovranno trovare un modello analogo
e abbandonare lo sciovinismo etnico e l'estremismo religioso. La via
è ancora aperta e, se per quanto concerne l'India non nutro lo
stesso ottimismo di altri, spero proprio che il futuro mi dia torto.
***
per ulteriori informazioni: www.eurasia-rivista.org