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Il sacro terrorismo   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #947 di 999 |
di Maurizio Blondet

Effedieffe.com, 17 luglio 2006



Livia Rokach, israeliana e sionista convinta, era la figlia di
Israel Rokach, ministro dell'Interno di Israele nel governo laburista
di Moshe Sharett (1954-55).
Quel che vide e visse vivendo in Israele negli ambienti del potere
fece crollare ogni suo sogno di rinnovamento morale dell'ebraismo
nella terra promessa.
Non volle più saperne di sionismo.
Si trasferì a Roma dove, si presentava come "scrittrice italiana di
origine palestinese".
Negli anni '80 pubblicò su quelle sue esperienze ebraiche un
volumetto dal titolo "Sacred Terrorism".
Per scriverlo, Livia ricorse ampiamente al diario privato dell'ex
primo ministro Moshe Sharett, al quale costui, dal 1953 al 1957,
aveva affidato i suoi dubbi e i suoi sgomenti sul modus agendi del
potere ebraico, che non ebbe il coraggio di denunciare pubblicamente.

Sharett ha raccontato in quelle pagine private come già dagli
anni '40 Israele avesse raggiunto la supremazia milutare nella
regione, e il suo governo avesse cessato di credere ad una minaccia
araba all'esistenza dello Stato ebraico.
Ma come continuasse ad agitare cinicamente la questione
della "sicurezza di Israele" (minacciata, diceva la propaganda,
"nella sua stessa esistenza") per i suoi scopi espansionistici.
Di più: Sharett e la Rokach hanno descritto con precisione le
innumerevoli provocazioni messe in atto dal potere israeliano allo
scopo di trascinare i Paesi arabi in conflitti, di cui sapevano in
anticipo che il sionisti sarebbero usciti vincitori, per avere il
pretesto di occupare sempre più territorio palestinese.
Fu deciso ai più alti livelli, scrive la Rokach, "l'uso della
violenza aperta e su vasta scala".
"Il terrorismo e la vendetta dovettero essere glorificati come la
nuova morale, anzi come i sacri valori della società israeliana…le
vite di israeliani dovevano essere sacrificate per creare le
provocazioni che giustificassero le rappresaglie.
Una propaganda martellante e quotidiana, controllata dai censori
[la "democrazia" israelita è soggetta a censura militare, ndr.]
alimentava la popolazione israeliana con immagini della mostruosità
del nemico" (1).
Ben Gurion, esasperato da un periodo di calma sui confini, giunse a
dire che avrebbe pagato "un milione di sterline a uno Stato arabo,
perché ci faccia guerra".
Tra le provocazioni, il libro descrive l'incidente del 12
ottobre '53, quando una granata lanciata contro un insediamento
ebraico ad est di Tel Aviv uccise una donna e due bambini.
La notte seguente, la famigerata Unità 101 agli ordini di Ariel
Sharon massacrò 60 abitanti del villaggio giordano di Kibya.
"Trenta case sono state demolite", scrisse Sharett nel suo diario
(era il primo ministro, aveva tentato di opporsi alla rappresaglia:
invano). Ho camminato su e giù nella stanza, disperato dal mio senso
d'impotenza… posso immaginare la tempesta che esploderà domani nella
capitali arabe e occidentali" (15 ottobre 1953).
Livia Rokach chiama operazioni di "propaganda nera" quelle che oggi
chiamiamo "false flage".
Una avvenne nel marzo '54, quando un pullman ebraico fu assalito
all'incrocio di Ma'aleh Ha'akrabim, e dieci passeggeri trucidati.
Persino la stampa americana riportò allora il dubbio che a compiere
il massacro fossero stati gli israeliani.
In ogni caso, la rappresaglia ebraica si scatenò, con la distruzione
completa del villaggio palestinese di Nahalin presso Betlemme,
e l'uccisione di decine di civili.
Come risposta, gli Stati arabi, convinti (dice Livia) "che
l'escalation di incidenti auto-provocati, terrorismo e rappresaglie
significava che Israele stava preparando il terreno per la guerra,
presero draconiane misure per impedire ogni infiltrazione in
Israele".
Mancarono dunque i fatti a cui "reagire".

Per provocarli, i militari di Giuda moltiplicarono operazioni di
sabotaggio e assassinio oltre i confini usando piccoli gruppi
di commando, tra cui si distinse ancora la unità 101.
Il 28 febbraio 1955, 50 parà israeliani attaccarono un campo
militare egiziano di Gaza (allora sotto controllo del Cairo)
ammazzandone 39 e ferendone 30.
Sharett scrisse di essere "sconvolto" dal numero di vittime,
che "cambia non solo le dimensioni dell'operazione ma la sua stessa
natura".
Poi, però, aggiunge di aver dato ordine alla ambasciate ebraiche nel
mondo di diffondere la falsa versione ufficiale (siamo stati
attaccati), per "contrastare l'impressione generale che mentre noi
piangiamo sul nostro isolamento e la nostra mancanza di sicurezza,
siamo noi a promuovere le aggressioni, rivelandoci assetati di
sangue fino a compiere massacri" (2).
La stampa occidentale eseguì, già allora, il dettato giudaico.
A marzo, Israele, per "la propria sicurezza" messa in pericolo dal
suo attacco, occupò Gaza, come fa ancor oggi.
Gli USA chiesero a Tel Aviv un "impegno definitivo che simili azioni
non si sarebbero ripetute", offrendo in cambio le più ampie garanzie
di sicurezza.
Contro questa proposta Moshe Dayan parlò in questi termini: "Non ci
serve un patto di sicurezza con gli USA…il patto non farebbe che
legarci le mani e negarci la libertà d'azione di cui abbiamo bisogno
negli anni a venire. Le azioni di rappresaglia, che non potremmo
compiere se legati a un patto di sicurezza, sono la nostra linfa
vitale… sono queste che ci rendono possibile mantenere un alto
livello di tensione tra la popolazione e l'esercito" (3).
Ma più interessante e urgente è vedere che cosa Livia Rokach dice
delle mira israeliane sul Libano.

Queste mire, dice, risalgono al 1918, un anno dopo la dichiarazione
Balfour con cui la corona britannica riconosceva il diritto
a un "focolare ebraico" in Palestina.
Gli emissari sionisti fecero allora presente agli inglesi che i
confini settentrionali della futura Israele avrebbero dovuto
includere
l'intero corso del fiume Litani, che corre interamente in Libano.
Ciò per "la vitale importanza di controllare tutte le risorse
acquifere fino alle sorgenti", diceva il rapporto giudaico (4).
Al progetto, nella conferenza di pace del 1919, si oppose la
Francia, protettrice del Libano.
Ma il disegno non fu abbandonato.
In una riunione del governo del 27 febbraio '54, riferisce Sharett
nel suo diario segreto, Ben Gurion sancì:
"E' il momento di spingere il Libano, ossia i maroniti nel Paese, a
proclamare uno Stato cristiano".
Era la prima volta che Israele arruolava "strani cristiani" per i
suoi scopi, e non sarà l'ultima.
Sharett obiettò che i maroniti erano "deboli", e non in grado di
innescare una guerra civile.

Ben Gurion ribatté: "Mandiamo dei nostri uomini e spendiamo quel che
c'è da spendere. Il denaro va trovato, se non nel Tesoro,
nell'Agenzia Ebraica! Per questo progetto vale la pena di buttare…
un milione di dollari.
Un cambiamento decisivo avrà luogo nel Medio Oriente, comincerà
un'era nuova" (5).
Dayan disse che bastava comprare un solo ufficiale libanese, "anche
solo un maggiore", e spingerlo a proclamare "un regime cristiano...
Poi l'esercito israeliano entrerà in Libano e il territorio dal
Litani a sud sarà annesso ad Israele, e tutto andrà per il meglio".

Il progetto verrà attuato solo nel 1978, quando l'"Operazione
Litani" darà a Israele i fiumi Wazzani e Hasbani, fiumi giordani;
e sarà perfezionato nel 1982, con l'operazione "Pace in Galilea", in
cui l'intero corso del Litani finirà sotto dominio israeliano.
Infatti solo nel 1975 i sacri terroristi riusciranno a innescare la
guerra civile in Libano, che durerà fino al 1990 e costerà
almeno 100 mila vittime.
Fino a quando l'esercito libanese, che si sgretolò nel '76, riuscì a
tenere il conto, denunciò una media di 1,4 provocazioni israeliane
al giorno sul confine, e ciò ininterrottamente dal 1968 al 1974 (6).
Irene Benson, una giornalista del Guardian, scrisse che "150 e più
cittadine e Paesi del Libano meridionale sono stati ripetutamente
devastati dalle forze israeliane"; essa parla di un villaggio,
Khiyam, bombardato di continuo dal '68 in poi, i cui tremila
abitanti erano stati ridotti a 32.
Tutti ammazzati dai "cristiani" agli ordini di Giuda, più tardi.
Questo è il sud del Libano, abitato dagli sciiti, oggi dipinti tutti
come terroristi, e come "Hezbollah pagati dall'Iran".

Né sono una novità i bombardamenti cui assistiamo in questi giorni,
e che in una settimana hanno ridotto Beirut come i russi hanno
ridotto Grozny in Cecenia in anni di guerra.
Il 10 luglio 1981, primo ministro Begin e ministro della Difesa
Sharon, gli israeliani colpirono duro avendo di mira le
infrastrutture.
L'ambasciatore americano di allora, Robert Dillon, riferì nei suoi
rapporti di "cinque ponti distrutti nel sud Libano", oltre
a "superstrade, stazioni di pompaggio dell'acqua, centrali
elettriche".
A Fakhani-Tarik presso il campo di rifugiati di Shatila, scrisse
Dillon, "una quantità di edifici sono completamente in macerie, in
una devastazione cher ricorda la seconda guerra mondiale. Le stesse
immagini che vediamo oggi, con crateri di bombe grandi venti metri e
profondi dieci. Evidente, disse l'ambasciatore, la volontà
di "destabilizzare lo Stato e l'economia del Libano.
Ciò è contro gli interessi americani" (7).
Bombardarono ripetutamente, fino a distruggerla del tutto, anche la
raffineria "Medreco", che era di proprietà americana.
Il New York Times ne diede notizia, ma tralasciò che la Medreco era
proprietà USA.



Dedico questa memoria a molti.
- Ai lettori di sinistra che mi chiedono disgustati come mai la
sinistra italiana si è adunata con Pera e Fini sotto la bandiera
d'Israele "in pericolo".
Sì, il coraggio del governo di sinistra (reazione "sproporzionata")
si va indebolendo, ma non lo biasimo.
Sanno bene di avere a che fare con uno Stato terrorista armato di
250 bombe atomiche (più che la Cina) e in piena aggressione
bellicista; capace inoltre, con le sue quinte colonne, di
distruggere politicamente, ed anche fisicamente, qualunque
oppositore in qualunque Paese.
Questa è paura.
La paura che ispira un regime totalitario e malvagio, che per di più
non può essere denunciato senza incorrere nell'accusa
di "antisemitismo".
E' quella paura che forse avrete visto sul volto di Prodi quando fu
apostrofato da Israel Singer nella sede dell'Unione Europea.
E' la paura che ho constatato di persona rendere vili i congressmen
americani a Washington.
Alla paura, la paura vera, per lo più ci si piega obbedienti.

- Ai cattolici e "strani cristiani" che mi danno dello screditato,
del complottista antisemita, e accusano i lettori renitenti
di "ignorare 50 anni di storia".
Qui, ci sono 50 anni di storia narrati da Livia Rokach e da Moshe
Sharett, ebrei entrambi, l'una eroicamente disperata, l'altro un
Pilato sionista.
Imparate dalla storia, voi strani-cristiani.
Questa pagina l'ho scritta per voi: non potrete dire "non sapevamo".
Sapevate, e avete deliberatamente preso le parti della potenza e
della menzogna, dell'ingiustizia e della violenza, contro i deboli e
gli indifesi diffamati.
Dio vi giudicherà.

- Alla Chiesa, contro cui già comincia l'attacco.
"Il Riformista" del 18 luglio già accusa la Chiesa di antisemitismo
per le critiche flebili che ha rivolto a Israele.
Questo è un attacco preventivo.
E viene dal giornale pagato e finanziato per creare un "partito
democratico" di tipo americano, cioè informe e capitalista, che
l'elettorato italiano non richiede.
L'attacco non si fermerà.
I nostri giornalisti, di "destra" o di "sinistra", si sono già
messi l'elmetto, già partecipano alla "guerra contro l'asse del male"
dalle scrivanie; e già denunciano e "smascherano" i "nemici di
Israele" e i "complici dei terroristi", ossia dei bombardati e
massacrati.
E' esattamente quello che succede quando emerge un Quarto Reich vero
e temibile: la stampa libera gareggia liberamente in viltà.
Inutile ogni prudenza e compromesso, per la Chiesa gli esami di
semitismo non finiscono mai.
E non sarà mai abbastanza amica di Israele.

- A quanti si chiedono "che fare?", con senso di impotenza.
La vera battaglia finale, quella in corso, è quella del potere e
della menzogna contro la verità, della cattiveria vile e super-armata
contro la carità e la giustizia.
Loro hanno le bombe atomiche, gli Stati, i media e la
diffamazione, "tutti i prodigi del demonio"; noi solo la verità.
Qualunque sia il nostro personale destino, sappiamo che è la verità
a vincere, non i poteri del mondo.
Sappiamo che gli oppressi saranno vendicati.
"Nella mia debolezza è la Tua forza".
Nella battaglia finale, la sola armatura che conta è mettere la vita
nelle mani di Cristo.

- Infine, a quei lettori che distratti mi chiedono che cosa ho
contro gli ebrei.
Spero che le righe di sopra possano dare una risposta definitiva:
per bocca di Livia Rokach e Sharett.
Non ce l'ho con gli ebrei, direi lo stesso degli svedesi, se
commettessero le stesse atrocità.
Non me lo chiedete più, almeno voi.

Maurizio Blondet




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Note
1) Livia Rokach, "Israel sacred terrorism", pagina 5. Seguiamo qui
l'edizione americana, che fu pubblicata dalla Association of arab-
american university graduates (AAUG).
Contro la pubblicazione del libro e dei diari di Sharett il governo
israeliano ha fatto di tutto, anche ricorrendo alle vie legali.
Esiste anche una versione italiana di Livia Rokach ("Sul terrorismo
israeliano"), ma è irreperibile.
Anche la casa editrice, Graphos di Genova, non risponde alle
chiamate né alle lettere.
[questa annotazione è invero strana: il libro, curato da Serge
Thion, non è introvabile, e il sito dell'editore è
http://www.graphosedizioni.it. Un'ampia recensione del libro "Sul
terrorismo israeliano", firmata da Enrico Galoppini, è apparsa
su "Eurasia" 1/2005]
Livia Rokach è morta nel 1984 a Roma, apparentemente suicida, in
circostanze sospette.
2) Livia Rokach, citata, pagine 39-40.
3) Citata, pagina 47.
4) Citata, nell'introduzione di Nasser Aruri, pagina XIV.
5) Citata, pagina 22
6) Noam Chomsky, "The fateful triangle", edizione USA 1983, pagina
191.
7) Telegramma confidenziale al Dipartimento di Stato, 16 luglio
1981, citato da Stephen Green, "Living by the sword", pagina 155.








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