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Di vergogna, in questo caso, non si è coperto Priebke   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #971 di 999 |

di Massimo Fini - 24/06/2007

Fonte: www.massimofini.it


"Vergogna! Vergogna! Assassino!", gridavano le donne del rione Monti
al passaggio di Erich Priebke condannato all'ergastolo per l'eccidio
delle Fosse Ardeatine del 1944, che, dopo 11 anni di carcere e di
arresti domiciliari, usufruiva, a 93 anni, del suo primo giorno di
'permesso di lavoro ' concessogli dal giudice di sorveglianza
militare. Riecheggiavano, quelle donne, gli insulti ancor più pesanti
("Tu devi fare la fine di Eichmann", "Devi finire impiccato") che a
Priebke erano stati rivolti alla sua uscita di casa, la mattina
presto, da un centinaio di giovani ebrei romani. Sino a che, alla fine
di quell'unica giornata di semilibertà, i magistrati hanno revocato,
con un cavillo, il 'permesso di lavoro '.
Di vergogna, in questo caso, non si è coperto Priebke.
Dal momento in cui si era saputo che il giudice di sorveglianza
militare Fulvio Salvatori aveva concesso il 'permesso di lavoro ' a
Priebke la Comunità ebraica romana si era mossa e il suo legale Oreste
Bisazza Terracini aveva fatto pressioni sull'altro giudice di
sorveglianza, Isacco Giorgio Giustiniani, perchè il provvedimento
fosse revocato. Il ministro della Difesa Arturo Parisi si è
immediatamente calato le braghe e ha fatto a sua volta pressioni sul
Procuratore generale militare della Cassazione. Così è uscito un
provvedimento d'urgenza che non ha precedenti nella storia della
lentissima giustizia italiana. Insomma, Governo e Magistratura hanno
ceduto alle pressioni della piazza. Anzi di una mini-piazza perché gli
ebrei non sono le sole vittime della rappresaglia delle Ardeatine, ma
ne rappresentano una minoranza.

Non è la prima volta che accade nella vicenda Priebke. Nel 1998 l'ex
capitano delle SS fu condannato all'ergastolo dalla Corte d'Appello
militare, e quindi riconosciuto responsabile del massacro delle
Ardeatine, ma lasciato in libertà per intervenuta prescrizione (erano
passati 55 anni dai fatti). In Tribunale una cinquantina di ebrei
inscenarono una gazzarra contro la sentenza e il Governo, con un
intervento inaudito che violava il fondamentale principio della
separazione dei Poteri, la cancellò d'autorità. E Priebke restò in galera.

Il fatto curioso, ma nient'affatto casuale, è che l'accanimento nei
confronti di questo ectoplasma del nazismo cresce, invece di
diminuire, col passare degli anni. E si può capire perché. Nel 1948
quando iniziò il processo a Herbert Kappler, il comandante del
reggimento a cui Hitler in persona aveva ordinato di eseguire la
rappresaglia dopo l'attentato terroristico dei Gap a via Rasella dove
erano rimasti uccisi 33 riservisti austriaci, la guerra era un fatto
ancora molto recente e se ne conoscevano le dure leggi. Il diritto di
rappresaglia contro formazioni partigiane era ammesso dalla
Convenzione di Ginevra. Tanto che quando gli Alleati occuparono la
Germania lo fissarono in questo modo: 20 a uno gli inglesi, 50 a uno i
russi e 200 a uno gli americani. Questi editti non furono applicati
solo perché nella Germania completamente distrutta non ci fu alcuna
resistenza. Kappler, insieme ad altri suoi cinque subordinati, poté
essere condannato nel 1953 solo perché per eccesso di zelo nella sua
macabra conta, superò il limite della rappresaglia del dieci ad uno,
facendo fucilare 335 persone invece di 330. E fu condannato per
"concorso in violenza con omicidio continuato" perché allora l'ambiguo
reato di 'crimini di guerra' non esisteva nel costume giuridico (era
appena stato inventato dagli americani, con effetto retroattivo, a
Norimberga).

Kappler e gli altri cinque vennero quindi condannati non per la
rappresaglia, ma per un eccesso, diciamo così, contabile di cui furono
ritenuti personalmente responsabili. Tutti gli altri, soldati e
ufficiali, Priebke compreso, furono mandati, sia pur implicitamente,
assolti. Del resto in quel clima, in quel contesto di guerra, non era
assolutamente pensabile che un ufficiale o un soldato tedesco non
ubbidissero a un ordine che veniva direttamente da Hitler. Chi lo
avesse fatto sarebbe stato passato per le armi e sarebbe diventato un
eroe. Ma non è richiesto agli uomini, nemmeno a un soldato, quale
Priebke era, di essere un eroe. E mi piacerebbe vedere quanti di
coloro che oggi fanno gli eroi a buon mercato, nel 1944 si sarebbero
comportati diversamente da Priebke e dai suoi commilitoni.

Quando, nel 1995, Priebke venne estradato dall'Argentina e poi
giudicato e condannato in Italia fu un abuso. Perché Priebke era già
stato giudicato insieme agli altri uomini che componevano il
reggimento di Kappler, nel 1953, e poiché, a differenza di Kappler e
degli altri cinque, non venne condannato, ma implicitamente assolto.
Questo nuovo giudizio violava il basilare principio di civiltà
giuridica chiamato 'ne bis in idem' per cui nessuno può essere
giudicato due volte per lo stesso fatto.

Questa è la storia giuridica dell'ex capitano delle SS Erich Priebke.
Accanto ad essa ne corre però un'altra, parallela. Il vicepresidente
della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici, ha dichiarato: "Non abbiamo
mai cercato la vendetta... Da parte nostra non c'è stata persecuzione.
Abbiamo accettato gli arresti domiciliari, che andasse a Messa e che
passeggiasse nel parco. Ma questa soluzione del lavoro non era
accettabile. Sono orgoglioso per i giovani che hanno protestato. E poi
due giorni fa è morta Ada Anticoli. A sei mesi, nel 1944, era rimasta
orfana di Lazzaro, uno dei 335 martiri delle Ardeatine. Ada stava male
da tempo ma questa situazione non l'ha certo aiutata".

Pacifici parla come se la Comunità ebraica potesse disporre a suo
piacimento delle leggi e delle Istituzioni dello Stato italiano. Non
spetta alla Comunità ebraica decidere se a Priebke, o a qualsiasi
altro Priebke, spettino i 'domiciliari', se possa andare a Messa o
passeggiare nel parco, se abbia diritto o meno a un 'permesso di
lavoro'. Spetta allo Stato italiano che, con tutto il rispetto, non
coincide con la Comunità ebraica. Ed Erich Priebke è poi responsabile
non solo delle vittime delle Ardeatine ma anche della morte naturale
dei loro figli e dei figli dei loro figli fino all'eternità?

Mandare libero un uomo con una regolare sentenza eppoi, sotto la
pressione della piazza, tenerlo ugualmente in carcere, concedergli, a
93 (novantatre) anni, un 'permesso di lavoro ' e poi, sempre su
pressione della piazza, revocarglielo il giorno dopo, non è giustizia,
è tortura. Inoltre nell'intera storia dell'umanità, in tutte le
epoche, in tutti i popoli, in tutte le culture, non si registra un
solo precedente di un uomo perseguito a sessantatré anni dai suoi
crimini per quanto efferati fossero. Bisognava aspettare il 2007 per
vedere questa barbarie. Che esprime proprio quello spirito di
rappresaglia e di vendetta per il quale, alle Ardeatine come altrove,
abbiamo condannato i nazisti.


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Lun 25 Giu 2007 9:13 pm

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