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Nel muro di gomma resistenziale si è aperta una crepa   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #979 di 999 |
Giorgio Vitali

Non sarà molto, ma sicuramente è un segno. Noi sappiamo, per averlo
imparato in mezzo secolo d'investigazioni e ricerche, che buona parte
della mitologia resistenziale è falsa, mentre i pochi eventi di un
certo valore sono stati gonfiati appositamente per supportare
l'attuale classe dirigente economico-politica tributaria del potere
atlantico. La creazione del mito resistenziale avviene nell'immediato
dopoguerra, ed esattamente in funzione del trattato di pace. Si
trattava in sostanza di ottenere dai "vincitori" condizioni di pace
più miti, dimostrando che non solo la casta militare sabauda,
detestata dagli americani tanto da imporre la vittoria della
repubblica al famoso referendum, aveva saltato il fosso, ma anche il
popolo aveva "collaborato" all'invasione, mosso da sincere ed
entusiastiche "istanze di libertà" (per inciso, il mito olocaustico
nasce negli anni settanta con grandi investimenti economici,
reintegrati di volta in volta con i soldi estorti a banche,
assicurazioni, enti pubblici, singoli cittadini, per garantire il
consolidamento dello Stato israeliano).
Anche l'attentato di via Rasella contiene molti elementi di falsità,
che il tempo demolisce gradualmente, a cominciare da quelle primitive
attestazioni secondo le quali in via Rasella si sarebbe svolto un vero
e proprio combattimento fra partigiani e SS (questo primitivo mito
aveva lo scopo di mostrare il coraggio dei partigiani che avevano
affrontato le temibilissime SS).
Tuttavia il mito della resistenza a Roma, città nota per il suo
torpore e caratterizzata prima del giugno 1944 da traffici di varia
natura, ricatti, delazioni, borsa nera e quant'altro, deve rimanere
intatto o salvaguardato per il maggior tempo possibile. Ecco quindi
che via Rasella deve rimanere l'espressione di un eroismo indomito e
la strage delle Ardeatine deve essere ricordata come prova della
cattiveria dell'occupante tedesco. Qualsiasi tentativo di scalfire il
mito deve essere stroncato.
Anche perché esiste una "tecnica", nata in concomitanza con la
creazione del sistema di condizionamento psichico legato alla
propaganda politica, economica, commerciale, alla quale è stato
assegnato il nome di "debunking".
Il debunking, come scrive Marco della Luna (Nexus, n. 67, ago-sett
2007) consiste nello smontare e confutare, persuadendo della loro
infondatezza e capziosità, teorie ed informazioni che vanno contro il
pensiero ufficiale o dominante, il mainstream, o semplicemente contro
la vulgata della realtà che si vuole preservare.
Il debunking è anche una tecnica di "distrazione" dell'opinione
pubblica, attraverso azioni apparentemente scollegate dal tema che si
vuole occultare. Ad esempio, il crollo delle Torri Gemelle, provocato
come si sa dall'intelligence usisraeliana al fine di giustificare la
corsa agli armamenti e l'invasione dell'Iraq, ha prodotto delle
polveri micidiali, impreviste, sprigionatesi dalle cariche poste per
tutta la lunghezza delle costruzioni, che stanno portando a morte
circa 400.000 cittadini della Grande Mela.
Su di loro il silenzio è assordante, ma puntellato da notizie del
tutto superflue, di gossip, di manifestazioni artistiche musicali
cinematografiche che agiscono pesantemente su quell'individualismo di
massa (il cittadino è isolato di fronte ai messaggi dei media,
televisioni in testa) a suo tempo denunciato da Bernays e da Chomsky.
Ma il monolite ha avuto una crepa. Avvenire, il quotidiano dei vescovi
italiani, contravvenendo alla linea politica che pare espressa dal
Vaticano col noto articolo dell'Osservatore Romano, che pone la
sostanziale differenza fra coloro che combatterono per la libertà e
coloro che invece erano contro, in occasione della nota sentenza della
Cassazione secondo la quale l'attentato di via Rasella fu un atto di
guerra, ha pubblicato l'intervento di due opinionisti di opinioni
differenti se non contrarie sull'argomento, e un editoriale di Paolo
Simoncelli, dal titolo "Ma in via Rasella la Resistenza divenne
rossa". Vi si tratta del diario del sacerdote tedesco Hubert Jedin, in
quegli anni a Roma.
Nell'articolo si sottolinea che mentre Montezemolo aveva escluso atti
di violenza, ben sapendo quali sarebbero state le conseguenze, di
carattere politico più che umano, qualcun altro aveva in mente di
creare una situazione capace di "guastare la riconciliazione della
popolazione civile con la potenza occupante".
L'articolista scrive anche che "non solo all'interno del CLN la
presenza del gruppo azionista di giustizia e libertà era forte ma,
peggio, a sinistra del Pci s'era sviluppata un'organizzazione
politico-militare concorrente, frazionista, Bandiera Rossa".
Conclusione: "Alle Ardeatine morirono 68 esponenti di Bandiera Rossa,
52 azionisti, una trentina di membri della resistenza militare
compreso il colonnello Montezemolo.
Fu in concreto decapitata ogni organizzazione resistenziale
alternativa a quella comunista".
Non è poco. Se si paragona l'immagine di una lotta generosa e pulita
contro l'occupante feroce e spietato, data per decenni agli italiani
con la forza di tutti i mezzi di comunicazione di massa ad iniziare
dalla fase scolastica, e quanto trapela dall'articolo di Avvenire, la
differenza balza con estrema evidenza.
Da lotta popolare a faida interna fra partiti politici di varia
estrazione e natura per il controllo dell'Italia quale sarebbe uscita
alla fine dell'immane conflitto. Un'ultima annotazione: non sembra che
fra i caduti delle Ardeatine ci siano esponenti del partito cristiano,
o almeno non figurano ufficialmente.
Ed anche questo è un dato da ricordare.




Lun 10 Set 2007 1:30 pm

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Inoltra Messaggio #979 di 999 |
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Giorgio Vitali Non sarà molto, ma sicuramente è un segno. Noi sappiamo, per averlo imparato in mezzo secolo d'investigazioni e ricerche, che buona parte ...
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10 Set 2007
1:33 pm
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