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#761 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Lun 12 Set 2005 9:11 pm
Oggetto: Questione morale? “Rockfeller paga, Agnelli incassa, Berlinguer governa”
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Questione morale?
"Rockfeller paga, Agnelli incassa, Berlinguer governa"


di Stefano Vernole

"Rinascita", 31 agosto 2005


L'intero mese di agosto ha visto l'opinione pubblica italiana
dibattere su un tema che si credeva ormai dimenticato, la
cd. "questione morale", che ha interessato in primo luogo i rapporti
tra DS, COOP e Unipol.
Questa polemica risolleva il problema degli intrecci tra politica,
economia e finanza, un connubio al quale l'ex Partito Comunista
Italiano ha sempre partecipato da protagonista, stante il
ruolo "reazionario" da lui assunto nella cd. "Guerra Fredda".
Charles Levinson lo spiegò esattamente alcuni anni fa: "La tendenza
favorevole alla distensione si delineò quando le aziende
capitalistiche capirono che i bisogni essenziali delle economie
comuniste potevano essere fonte di grandi profitti: si trattava di
valorizzare al massimo i vantaggi offerti dai Paesi dell'Est, bassi
salari, assenza di scioperi, costi di produzione meno elevati. Il
sistema così realizzato si fonda su un finanziamento costituito da
crediti occidentali concessi a tassi d'interesse estremamente bassi.
Come contropartita alla concessione di tecnologia capitalista, i
Paesi dell'Est pagano cedendo a queste società private parte della
produzione, che può essere riesportata verso i mercati occidentali
…"(1). L'Italia iniziò nel 1961 con un prestito all'URSS di 100
milioni di dollari, cui seguì quello del 1966 di 363 milioni di
dollari; entrambi erano a favore della fabbrica automobilistica FIAT
(per veicoli e pezzi di ricambio) e tra le banche coinvolte troviamo
Bank of America, Chase Manhattan Bank, Banca Commerciale Italiana,
Banco di Roma, BNL, Credito Italiano …(2). I crediti italiani furono
concessi sotto la pressione delle grandi multinazionali, delle
banche e del PCI e prevedevano ad es. gli accordi di cooperazione in
Bulgaria, quelli per l'ENI (chimica), Pirelli (gomma) e Montedison
(etilene e propilene) in URSS: la vendita di questi prodotti in
Italia fu una delle cause di chiusura delle fabbriche e del numero
crescente di licenziamenti negli anni sessanta, come ad es. alle
Montefibre. Pur non figurando nell'organigramma ufficiale del PCI,
Enzo Gemma fu uno degli artefici del potere economico parallelo
costruito dal partito. Tutte le trattative tra Finmeccanica e URSS o
altri Paesi socialisti furono condotte tramite la Restital, una
società d'import-export creata nel 1966 a Milano, amministrata da
Gemma e appartenente completamente al PCI.
Tra le truffe che videro protagonista il partito, è sufficiente
ricordare quella condotta dalla Italcoop e dalla Moresco all'inizio
degli anni Settanta (3). D'intesa con le autorità della Germania
Orientale, che acquistavano la carne a un prezzo preferenziale in
Bulgaria, Ungheria e Romania per poi nazionalizzarla; i carichi
venivano inoltrati in Italia attraverso una società di camion
frigoriferi, ovviamente appartenente al PCI, per essere rivenduti
allo stesso prezzo dei prodotti acquistati realmente sul mercato
europeo. Un'enorme frode, che portò nelle casse del PCI oltre 40
miliardi di lire e rese ancora più critica la situazione degli
agricoltori italiani.
Ma gli affari erano in realtà l'iceberg di un chiaro progetto
politico.
Le significative dichiarazioni dei principali esponenti del PCI che
si preparavano ad entrare nei "Governi di Solidarietà Nazionale"
(1976-1978) furono frutto di un lavoro sotterraneo svolto dai
principali esponenti dell'intellighentia mondialista. Intervistato
dal "Business Week", Giorgio Napolitano – responsabile dei problemi
economici nell'Ufficio politico – dichiarò: "Noi non ci opponiamo
alle multinazionali. L'impresa privata lavorerà meglio in un'Italia
governata in modo migliore". Luciano Barca, noto economista del PCI,
confermò: "Quello che ci preoccupa non è il fatto che le
multinazionali siano presenti nel nostro paese, ma che lo
abbandonino". Sergio Segre, responsabile per la politica estera del
PCI, arrivò addirittura a pubblicare un articolo sulla questione
comunista in Italia nel prestigioso "Foreign Affairs", la bibbia
mensile del CFR, nel quale descrisse "Roma città aperta agli uomini
d'affari internazionali anche dopo l'accesso dei comunisti al
governo" (4).
L'entrata al governo di un PCI stabilizzatore che controllasse gli
elementi più attivi dei sindacati fu considerata una necessità dal
grande padronato; essa si svolse sotto la regia attenta della
Trilateral Commission, fondata nel 1973, che finanziò in Italia
l'acquisto da parte di nuovi proprietari della quasi totalità dei
quotidiani e settimanali (5). Tra il 1975 e il 1976, il PCI
beneficiò di una campagna di stampa intensiva, "Corriere della Sera"
e "La Stampa" in testa, che mise in luce il suo attaccamento
all'indipendenza nazionale, la sua serietà, la sua moderazione e
soprattutto la sua pulizia rispetto alla corruzione ambientale.
L'affidabilità del PCI fu testata in precedenza da numerosi episodi.
Secondo il Levinson, Michele Sindona, prima di cadere, fece qualche
regalo a Botteghe Oscure durante le sue speculazioni. Carlo Bardoni,
ex braccio destro di Sindona poi detenuto nelle carceri di Caracas,
ricordò come l'Amincor Bank AG con sede in Svizzera e di proprietà
dello stesso banchiere siciliano, avesse un conto fiduciario segreto
sotto il nome di SIDCO, sigla che stava per Sindona-Comunisti e
fosse usato per il passaggio di fondi al PCI (6).
Il 20 maggio 1975 arrivò nella sede del PCI una lettera per Segre
inviata dal CFR; in essa gli venne proposto un viaggio a Washington
per il 24-25-26 ottobre 1975. Nel giugno 1975, Giovanni Agnelli
atterrò a Mosca per trattare con German Vishyany l'aumento della
produzione negli stabilimenti di Togliattigrad, che sarebbero dovuto
passare da 700.000 a 1 milione di veicoli all'anno. Agnelli fu
accompagnato da Sargent Shriver, cognato di Kennedy, già
ambasciatore americano a Parigi e avvocato commercialista
responsabile del Kaplan Fund, fondazione collegata alla CIA. Essi
saranno raggiunti e aiutati per tutto il corso del negoziato da
Piero Savoretti, principale intermediario del PCI per le operazioni
commerciali con l'Est. Raggiunto l'accordo anche grazie al mediatore
libico Ahmed Jallud, l'operazione vide la partecipazione anche di
Don Mintoff, Primo Ministro dell'isola di Malta legato a Vincenzo
Galetti, dirigente della Lega delle Cooperative controllate dai
comunisti. Insieme alle conferenze a Roma di Zbigniew Brzezinski del
novembre 1974 sul futuro della politica statunitense, durante le
quali grazie alla mediazione di Altiero Spinelli (7) il noto
esponente della Trilateral incontrò Segre per due volte, l'affare
moscovita svolse un ruolo decisivo per completare la triangolazione
USA-PCI-URSS. Il PCI fu l'unico partito italiano ad essere
preventivamente informato dell'entrata dei libici nella FIAT,
Agnelli ne parlò infatti con Segre che decise d'inviare una missione
a Tripoli per perorare presso Gheddafi la causa della casa
automobilistica torinese. Il premier libico decise inoltre di
affidare a una società d'import-export italiana controllata dal PCI
la mediazione per una serie di forniture dall'Italia (8).
Il mese successivo (luglio 1975) a Villa Serbelloni di Bellagio, sul
Lago di Como, appartenenti alla Fondazione Rockfeller s'incontrarono
con Zygmunt Nagorsky e Sergio Segre; Nagorsky, alto funzionario del
CFR, aveva lavorato negli ultimi due anni sul caso dell'Italia,
paese definito ingovernabile ma nel quale l'avanzata di un partito
comunista di tipo riformista sarebbe risultato un fattore di
stabilità. Nel suo viaggio a Washington, Segre avrebbe dovuto
incontrare David Rockfeller, George Ball, il prof. Luigi Einaudi –
specialista di problemi italiani alla Rand Corporation e Jimmy
Carter. Il 1° settembre 1975, però, l'ambasciatore statunitense a
Roma, John Volpe, concesse al settimanale "Epoca" un'intervista che
fece scalpore: "Washington non tollererà mai la partecipazione dei
comunisti ad un governo di uno Stato membro della NATO".
L'operazione Segre era venuta a conoscenza della
frazione "irredentista" del Dipartimento di Stato, contraria alla
collaborazione attiva di Kissinger con il PCI; scopo dell'intervista
di Volpe fu di mettere in guardia il Segretario di Stato USA
dall'opposizione di James Schlesinger, ex Ministro della Difesa e di
Eagleton, ex direttore del Controspionaggio.
Dopo le elezioni amministrative del 1975, il "New York Times" affidò
allora la cura degli affari italiani a Cyrus L. Sulzberger, membro
del CFR; dopo il suo incontro con Berlinguer, tutta l'avversione
verso i comunisti improvvisamente si dissipò, grazie anche al parere
positivo di Richard Gardner, che sarà ambasciatore statunitense in
Italia dal 1977 al 1981 e membro di Trilateral, CFR e Comitato per
le relazioni USA-URSS, delegato Fiat a New York, favorevole
all'entrata del PCI nel governo.
Rimarrà il gioco delle parti e così sia Kissinger sia Berlinguer
dichiareranno che "la CIA si oppone a un governo comprendente il
PCI", in realtà il servizio d'informazioni statunitense in 15 fogli
dattiloscritti elaborati dalla sua sezione romana e dal suo nuovo
capo, Hughes Montgomery, giudicò la partecipazione comunista al
governo italiano "non solo probabile, ma auspicabile" (9).
La conferma arrivò nel luglio 1976, quando la Chase Manhattan Bank e
la First National City Bank concessero rispettivamente 790 e 637
milioni di dollari all'Italia, un paese che secondo l'immagine
popolare nordamericana era in quegli anni sul punto di cadere sotto
il dominio comunista … In realtà sia David Rockfeller sia Arthur
Wriston, così come i loro colleghi banchieri del Bilderberg e della
Trilateral erano favorevoli all'apporto politico del PCI, destinato
a rappresentare in Italia un fattore di moderazione e stabilità.
Concludendo, nulla sembra cambiato rispetto ieri e non si può oggi
non essere d'accordo con la definizione data allora dal Levinson: "
Il PCI è un'immensa impresa capitalistica grazie alle sue numerose
società commerciali,, completamente legate alle banche di tutto il
mondo, comprese quelle dei paradisi fiscali" (10).



Note:

1) Charles Levinson, "Wodka Cola", Firenze, 1978, p. 7. Charles
Levinson è stato Segretario generale della Federazione
internazionale dei sindacati dei lavoratori chimici.
2) Levinson, op. cit., p. 34.
3) Per i particolari cfr. Eric Laurent, "Mosca a Wall Street",
Cles, 1989, pp. 66-67.
4) Sul ruolo di Segre e Napolitano rimando al mio: "L'ala
sinistra del mondialismo" su "Rinascita.net" 27/7/2005.
5) Si scoprirà alla fine della campagna elettorale che 50
giornalisti tra i più attivi nella denuncia degli affari
compromettenti della DC avevano la tessera del PCI. Anche il
settimanale "L'Espresso" sarà estremamente impegnato su questo
versante; per le trame intorno ad esso si cfr. ancora "L'ala
sinistra del mondialismo", cit.
6) Levinson, op.cit., p. 157.
7) Altiero Spinelli presiedeva l'Istituto Affari Internazionali
di Roma e si dimetterà dalla sua carica nel 1976 per potersi
presentare alle elezioni nelle liste del PCI. L' IAI, diretta
emanazione del CFR statunitense, era incaricato di coordinare i
punti di vista degli ambienti d'affari europei, americani e
giapponesi e di lottare contro ogni seria tendenza progressista
potesse svilupparsi in Italia.
8) L'accordo FIAT-Gheddafi che prevedeva l'inserimento di un
membro libico nel CDA e di due membri designati da Tripoli (su
cinque) nel Consiglio di Direzione della Casa automobilistica
torinese non piacque invece al filo-sionista Carlo De Benedetti, che
nei mesi successivi darà misteriosamente le dimissioni.
9) Levinson, op. cit., p. 317.
10) Levinson, op. cit., p. 254.

#759 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Dom 31 Lu 2005 7:34 pm
Oggetto: Lettera d'Informazione va in vacanza
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Cari Lettori,

per tutto il periodo di Agosto, l'invio di articoli viene sospeso.

Il servizio riprenderà a Settembre.

Sarebbe importante ricevere un riscontro da parte Vostra in merito ad
un'eventuale Vostra attivazione nell'ulteriore diffusione degli
articoli da noi inoltrati, come auspicato nel messaggio di
presentazione della lista.

A fronte di un apparato di disinformazione praticamente inaccessibile
alle tesi qui - e in altre mailing list d'informazione - divulgate,
l'unico strumento in nostro possesso è infatti il 'tam tam
informatico'.

Saluti Cordiali

Ld'I

#758 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Sab 30 Lu 2005 5:15 pm
Oggetto: A LONDRA E' INIZIATA LA GUERRA CONTRO L'IRAN
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A LONDRA E' INIZIATA LA GUERRA CONTRO L'IRAN


DI MICHEL COLLON
Si chiamava Jack. O Robert. Oppure Hassan. Era contro la guerra e
detestava Bush e Blair. Come molti dei Londinesi che, giovedì
mattina, stavano andando al lavoro. Non sapeva che sarebbe stato il
suo ultimo viaggio. La maggior parte dei londinesi è contraria
all'occupazione in Iraq e aveva votato un sindaco, contrario anche
lui. E molte altre vittime, influenzate dai media, semplicemente,
non avevano capito la natura economica di questa guerra.
Condannare l'atto barbarico commesso a Londra, significa difendere
il ricordo delle vittime. Perché Bush e Blair tenteranno di
utilizzare la loro morte per imporre ancora aggressione e
sofferenza. Là e qui. Quello stesso giorno, Bush se l'è presa con
l'Iran.
Vittime del terrorismo? Sì. Ma, soprattutto, del grande terrorismo
di Stato. Il terrorismo dei più forti che, per restare tali,
bombardano e torturano un popolo. La cui unica colpa è quella di
voler restare padrone del proprio petrolio, della propria vita e del
futuro dei propri figli.
E in questo periodo, a Bagdad è ogni giorno King's Cross. A causa di
Blair.

Domande preoccupanti

In questi momenti di emozione intesta e di manipolazione politico-
mediatica dell'emozione, bisogna mantenere il sangue freddo per
farsi due domande:
1. Che cosa ci nascondono?
2. A chi giova il crimine?

Che cosa ci nascondono?

Venerdi, un alto funzionario della polizia londinese ha
dichiarato: "Nessun segno premonitore avrebbe permesso di intuire
cosa sarebbe successo" (Reuters, 8 luglio). Davvero? Il mondo intero
sapeva che dopo New York e Madrid, sarebbe stato il turno di Londra.
Da mesi si annunciava lo svolgimento del G8 in Gran Bretagna, un
momento propizio, chiaramente. Ora, stranamente, a giugno, i servizi
segreti britannici avevano abassato il "livello di allerta"
da "arancione" a "giallo".
Dopo l'11 settembre inoltre, i servizi segreti statunitensi avevano
affermato che non avevano presagito e visto niente. Ma varie
indagini hanno dimostrato che sapevano molte cose e si erano
mostrati stranamente negligenti, per non dire peggio. (v. nello
specifico "11 settembre, perché hanno lasciato agire i pirati
dell'aria", Peter Franssen ed. www.epo.be, 2002).

A chi giova?

Gli attentanti di Londra arrivano al momento giusto per chi va alla
guerra. Bush era sempre più in difficoltà a causa del suo evidente
fallimento in Iraq. All'interno del suo stesso partito, alcune voci
chiedevano il ritiro. Il suo ultimo discorso su "un mondo più sicuro
e più libero" non aveva convinto nessuno. E Blair rimaneva isolato
in Europa.
La soluzione? "Per unirci, abbiamo bisogno di un nemico comune",
aveva detto recentemente Condoleeza Rice. E come arrivarci? Ecco la
risposta di David Rockfeller (dirigente dell'Esso, della Chase
Manhattan Bank, ma anche dell'onnipotente Consiglio per le relazioni
estere, dove la crema degli industriali e dei politici del pianeta
elabora la strategia generale per la direzione del mondo): "Siamo
alla vigilia di una trasformazione globale. Tutto quello di cui
abbiamo bisogno è la grande crisi risolutiva, e le nazioni
accetteranno il nuovo ordine mondiale".
Bush e Blair hanno bisogno del terrorismo, hanno bisogno che le
popolazioni si sentano in pericolo. Per legittimare la loro guerra
globale, per nascondere che questa fa il gioco esclusivamente delle
multinazionali, bisogna fare paura ai cittadini perché sostengano la
politica violenta dei loro governanti, come ha mostrato molto bene
Michael Moore nel suo film Bowling for Columbine.

Gli attentati di Londra sono pericolosi per la pace. I loro autori
non hanno niente in comune con la vera resistenza che se la prende
con i militari o con i collaboratori, non con i civili. Assassinare
civili innocenti aiuta Blair e Bush a riunire i ranghi, a provocare
una falsa identificazione. "Siamo tutti in pericolo" quando, in
realtà, la loro guerra si rivolta anche contro la popolazione degli
USA e della Gran Bretagna. Ma ci ritorneremo.
Dopo l'11 settembre 2001, in una sola settimana, Bush è riuscito a
fare approvare il suo programma di guerra in Afghanistan e in Iraq,
preparato da tempo. E, in un tempo record, la sua legge "Patriot
Act" offensiva generale contro la libertà negli stessi USA. Un
pacchetto di legge talmente imponente e complesso che aveva
richiesto almeno un anno di preparazione. Non dimentichiamo che, la
sera stessa dell'11 settembre, il ministro statunitense Rumsfeld
aveva dichiarato: "Quello che è accaduto oggi basta a convincervi
che questo paese deve urgentemente aumentare le spese destinate alla
Difesa e che il denaro per finanziare le spese militari deve essere
prelevato, se necessario, dalle casse della previdenza sociale?".
Programmi pianificati da lungo tempo, dunque, dal complesso militare-
industriale.
Ecco chi risponde alla domanda "A chi giova il crimine?". Domani,
sicuramente, Blair e anche altri come Saskozy torneranno a spiegarci
che "per la nostra sicurezza", bisogna "prelevare dalla previdenza
sociale per aumentare le spese militari" e repressive. In effetti,
puntare i riflettori sul terrorismo serve a deviare l'attenzione dal
fallimento delle cosiddette "politiche anti-povertà".
Chi è responsabile della povertà?

Dopo gli attentati, abbiamo visto Bush uscire dal castello di
Glenneagles e rivolgersi alle telecamere, con la voce tremolante,
per celebrare "le persone che qui (al G8), cercano il modo di
risolvere la questione della povertà in Africa".
In realtà, se ogni tre secondi un bambino muore di povertà è proprio
a causa di Bush e delle multinazionali.
La povertà del terzo mondo non cade dal cielo. È la conseguenza di
cinque secoli di brutale saccheggio delle materie prime e, ancora
oggi, dei rapporti economici imposti alle colonie, parola che rimane
valida. Con i loro rapporti ingiusti, le multinazionali continuano a
succhiare le ricchezze del terzo mondo e a scavare una distanza in
modo sempre più drammatico.
E quando un paese desidera assicurare il proprio sviluppo
nell'indipendenza, quando vuole soltanto trarre profitto dal proprio
petrolio, dalle proprie ricchezze naturale o dalla propria mano
d'opera, come reagiscono le super potenze? Prima di tutto, tentano
di sottometterlo con il ricatto del FMI e della banca mondiale
perché quel paese abbandoni le proprie attività, i propri servizi
pubblici per la popolazione e affinché diventi una docile pedina
delle multinazionali. Se ciò non basta, si passa all'embargo
economico, alle guerre civili, alimentate o importate e, alla fine,
ai bombardamenti o ai colpi di stato della CIA.

La guerra dei cent'anni

Alla caduta del muro, il capitalismo in trionfo ci aveva promesso un
nuovo ordine mondiale fatto di democrazia e di una pace durevole. Ma
il primo diritto dell'uomo, quello di poter mangiare, è ancora
rifiutato a gran parte dell'umanità. E le guerre statunitensi,
dirette o indirette, si sono moltiplicate: Iraq, Jugoslavia,
Afghanistam, Congo, Caucaso. E Washington ha già designato i
prossimi bersagli: Iran, Siria, Corea, Cuba, Venezuela, Zimbabwe
etc. In realtà, dopo la caduta dell'Unione Sovietica e lo
sconvolgimento dei rapporti di forza internazionali, gli USA si sono
lanciati in una nuova guerra dei cent'anni, di cui ognuna delle
guerre parziali non rappresenta che una tappa. Questa guerra globale
persegue tre obiettivi, strettamente collegati:
1. Controllare le materie prime, soprattutto l'energia, e poterne
privare i rivali.
2. Smembrare qualsiasi Stato del terzo mondo che sia troppo
indipendente.
3. Subordinare le altre super-potenze: Europa, Giappone, Russia.

Questa guerra dei cent'anni per colonizzare nuovamente il pianeta,
questa militarizzazione delle relazioni internazionali è, per le
multinazionali statunitensi, la sola "soluzione" per sfuggire alla
crisi che loro stesse hanno creato.

Come hanno provocato questa crisi?

Impoverendo da una parte i loro lavoratori e dall'altra quelli del
terzo mondo colonizzato. Cosa che ha per effetto l'aggravarsi dello
scarto delle ricchezze e la rovina di quelli che dovrebbero
acquistare i loro prodotti. Circolo vizioso.
Questa crisi economica strutturale è irrisolvibile perché è una
crisi dovuta al fossato tra ricchi e poveri, è la crisi inevitabile
di un sistema ingiusto. E la guerra non è imputabile al carattere di
Bush o della sua équipe, no, è semplicemente una strategia
per "uscire dalla crisi" rafforzando il dominio sul mondo e sulle
sue ricchezze. La guerra militare è la conseguena delle leggi della
guerra economica. Controllare le materia prime serve ad assicurarsi
un vantaggio decisivo nella concorrenza esacerbata tra
multinazionali. Chi non approfitta di questo vantaggio non
sopravvivrà alla guerra economica. E poiché i mezzi di guadagno non
sono limitati da nessuna legge morale, la guerra è uno di quei mezzi.

Perché attaccare l'Iran?

Perché il prossimo bersaglio è l'Iran?
Perché questo Paese possiede delle importanti riserve petrolifere,
perché è la principale potenza della regione che rifiuta di
sottomettersi a Israele, perché i recenti tentativi di far
capitolare Teheran sono falliti.
Attaccare l'Iran significa in realtà tentare di controllare
l'insieme del petrolio in Medio-Oriente, come del resto, in tutto il
pianeta. Per permettere agli USA di esercitare una sorta di ricatto
sull'approvvigionamento petrolifero dei rivali: Europa, Giappone,
Cina. Chi vuole dominare il mondo, deve controllare tutte le fonti
di energia.

Ma si tratta anche di ostacolare e impedire la costituzione di
un'alleanza tra potenze resistenti in Asia. In "La guerre globale à
commencé" (La guerra globale è iniziata), proprio dopo l'11
settembre, avevamo scritto: "Certo, il principio fondamentale di
ogni politica imperialista è ancora quello di dividere per regnare.
Brzezinski continua spiegando che sul continente asiatico gli USA
sono attanagliati dalla paura e che la Cina potrebbe essere il
pilastro di un'alleanza anti-egemonica stretta da Cina, Russia e
Iran". Si tratta, chiaramente, dell'ultimo bersaglio della guerra
globale, essendo il più vasto mercato del futuro e il più potente
tra i Paesi resistenti. Infatti, gli Stati Uniti, per continuare a
essere la sola super potenza, hanno già da tempo riconosciuto nella
Cina il loro nemico numero uno. Tutto ciò che fanno sul continente
asiatico è da valutare in questa prospettiva. Soprattutto
l'accerchiamento della Cina, acceleratosi con le basi militare
stabilite in Afghanistan e che proseguirà nel corso degli eventi
della guerra globale.

Ogni guerra è una guerra contro ognuno di noi

Bush e Blair vogliono farci credere che, con queste guerre,
difenderanno il nostro livello di vita, in Europa e negli USA. Che
avremmo gli stessi interessi di fronte ai paesi "canaglia". Falso.
Attaccare l'Iraq ha giovato solo alle multinazionali del petrolio,
delle armi, dell'edilizia e della finanza. Così come attaccare la
Jugoslavia, andando al di là delle bugie medianiche, non è stato un
atto umanitario ma una privatizzazione per mezzo delle bombe. Il
vero scopo delle super potenze - attestato dai loro documenti
strategici - era quello di assumere il controllo di un'economia che
era rimasta indipendente dalle multinazionali e di una manodopera
che voleva mantenere i diritti sociali dell'autogestione.
Distruggendo questi sogni di indipendenza, si lanciava un
avvertimento all'Europa dell'est e alla Russia: abbandonate i vostri
sogni di sfuggire alle multinazionali! Facendo ciò, si prendeva
possesso della manodopera dell'Est. Per stabilirvi fabbriche, per
importare i lavoratori polacchi, in concorrenza con i lavoratori
occidentali, con l'obiettivo di diminuire i salari e aumentare i
benefici.
È per questo che la globalizzazione e la guerra sono due facce della
stessa medaglia. La globalizzazione mira a soggiogare tutti i Paesi
del mondo alla pressione totale delle multinazionali, sotto il
ricatto generalizzato delle condizioni di lavoro. E la guerra è il
manganello per chi rifiuta questo ricatto.
Ciò mostra che una guerra di aggressione da parte di Bush e Blair
(o, dell'EU, magari, più in là), non fa gli interessi del lavoratori
statunitensi o europei. Al contrario, sono proprio i lavoratori a
pagare. Per prima cosa, fornendo le vittime, sia come soldati che
come bersagli degli attentati, ma anche e soprattutto trovandosi
vittime di un ricatto anti-sociale che li farà sprofondare nella
disoccupazione o nell'iper precarietà del lavoro.
In sintesi, la guerra di Bush e Blair, è la guerra dei ricchi contro
i poveri. Una guerra contro il futuro dell'umanità. Mettere fine
alla guerra, mettere fine alla povertà, significa combattere Bush e
Blair. Non c'è una via di mezzo.

Prossima fermata Teheran

Dopo gli attentati di Londra, Bush si è affrettato a denunciare
la "minaccia iraniana". Ma, di fatto, sta preprando da molto tempo
la sua guerra a questo Paese. Perché le guerre non iniziano dalle
bombe; hanno bisogno di una preparazione:
- Militare: preparare la logistica e le basi d'appoggio per
l'assalto (argomento sul quale torneremo).
- Mediatica: preparare l'opinione pubblica demonizzando il Paese da
colpire.

Questa preparazione mediatica consiste in una propaganda della
guerrache fa leva sulle coscienze ma anche sull'inconscio.

Argomento n. 1. Le armi di distruzione di massa. Sì, di nuovo. Da
mesi, i grandi media occidentali puntano i riflettori, come Bush,
sulla "minaccia nucleare iraniana". Mentre Israele possiede già
duecento testate nucleari clandestine e ha già aggredito tutti i
Paesi vicini, il solo pericolo che voglio farci temere è Teheran.
Certo, le armi nucleari sono un flagello da eliminare, ma perché
dovremmo fidarci di quelle di Bush e di Sharon? Come possiamo negare
a un Paese il diritto di difendersi da un'aggressione? Sappiamo che
Bagdad e Belgrado sono state attaccate impunemente, solo perché non
avevano modo di difendersi.
Argomento n. 2. Il "terrorismo islamico". La storia delle armi aveva
ridicolizzato Bush nel caso Iraq, dunque bisogna aggiungere "il
terrorismo islamico". Un tema che ci fa paura "in casa nostra".
Domani, forse, delle pseudo-rivelazioni dei servici segreti
statunitensi o britannici, dandosi il cambio, tenteranno di
convincerci che dietro gli attentati c'era Teheran. Proprio come il
tentativo di Bush di collegare Saddam ad Al-Qaida.
Argomento n. 3. La democrazia. Visto il fallimento dell'argomento
numero 2 nel caso iracheno, i redattori dei discorsi di Bush ci
vendono, adesso, la guerra come un argomento di marketing: la
democrazia. Si tratterebbe di garantire ai numerosi Paesi attaccati
la "libertà". Buffo, considerando che la famiglia Bush ha costruito
la sua fortuna collaborando con Hitler, poi con Bin Laden. E che
Bush padre, quando era a capo della CIA, ha protetto i peggiori
dell'America latina e non solo. Ma se i media tralasciano questo
cupo passato, l'argomento della democrazia funziona ancora. Sul
piano delle libertà, ognuno può pensare quello che crede sui
governanti iraniani, ma una cosa è certa: non è quello il problema.
Non è per la bella faccia della democrazia che Bush cerca di fare
man bassa in quel Paese, ma solo per l'oro nero.
D'altronde, è credibile che gli Stati Uniti vogliano importare la
democrazia in Iran? Nel 1953, un colpo di stato organizzato dalla
CIA aveva rovesciato il primo ministro Mossadegh, troppo
indipendente sulla questione del petrolio. Poi, i sei successivi
presidenti americani, imposero al popolo iraniano la dittatura
fascista dello scià Pahlevi, insieme ai terribili seviziatori, della
Savak: 300 000 persone torturate in vent'anni. I professorini
sembrano soffrire di amnesia!

Smettiamola con le ciance del "né, né" e della "guerra per la
democrazia"! "Né Bush né gli ayatollah"? Assisteremo preso al
ritorno di questa penosa parola d'ordine molto diffusa tra una certa
rammollita, dopo che ha causato tanto male in Iraq e in Jugoslavia?
Nel 2001, denunciavamo l'effetto nefasto degli slogan "Né Bush né
Saddam", "Né la NATO né Milosevic", "Né Sharon né Arafat": "Dopo
dodici anni, questa posizione dominante nella sinistra intellettuale
europea condanna il movimento pacifista alla passività. Perché pone
sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Se tutti sono malvagi
allo stesso modo, non abbiamo motivo di fare di tutto per arrestare
l'aggressione.
Il "né, né" è il cancro del movimento pacifista. Bisogna porvi fine.
A minacciare il mondo non è Saddam o Milosevic, è Bush. Non è la
Jugoslavia o l'Iraq che ogni giorno condanna a morte 35000 bambini
del terzo mondo, sono le multinazionali.
Gli Stati Uniti minacciano la pace in ogni angolo del mondo.
Anteponendo i rimproveri agli USA, corretti o meno che siano, si fa
il gioco dell'aggressione. Non spetta ai governi occidentali
dirigere i Paesi del terzo mondo e secondo quali interessi. Spetta a
quelle popolazioni decidere. Ma se si permette a Washington di
occupare quella regione, nessuna lotta sociale e nessuna democrazia
diventerà più semplice, anzi. A guadagnarci sono solo le
multinazionali".
(Citazione da : Où en est la Yougoslavie: La prova più recente è
l'occupazione dell'Iraq. Ha risolto uno solo dei problemi del Paese
che, anzi, ha drammaticamente aggravato? Speriamo di non sentire più
questa litania smobilitante del "né, né".

Il contro-esempio del Venezuela

Possiamo ancora accordare un briciolo di credito alla "guerra per la
democrazia"? Per vederci chiaro, esaminiamo il caso del Venezuela.
Lì c'è un presidente, Hugo Chavez, che ha vinto le elezioni nove
volte in sei anni. Che fa Bush? Versa diverse decine di milioni di
dollari alla CIA (secondo gli stessi documenti statunitensi) per
destituire un presidente eletto democraticamente. Con ogni mezzo
possibile. 2002: tentativo di colpo di stato, fallito. 2003:
sabotaggio dell'industria petrolifera, fallito. 2004: campagna
propagandistica con un budget enorme per tentare di escluderlo
attraverso un referendum, fallimento. Furioso, Bush muore dalla
voglia di invadere il Venezuela. Sotto qualsiasi pretesto. Per
esempio, "scoprendo" che lì ci sono dei terroristi o decretando che
la vicina Colombia è "minacciata". Ma non può farlo, perché è
impelagato in Iraq. Non c'è modo di condurre contemporaneamente due
grosse guerre. Di fatto, la resistenza del popolo iracheno salva gli
altri Paesi minacciati.

Bush non rimprovera a Chavez l'assenza di democrazia (bisognerebbe
andare in Venezuela per valutare fino a che punto la gente del
popolo si mobilita per i problemi della vita e del futuro). No, Bush
rimprovera a Chavez il fatto che i proventi del petrolio del
Venezuela sono "sottratti" per finanziare dei progetti di
alfabetizzazione, di lotta contro la miseria e di cure mediche per i
cittadini, anziché essere utilizzati, come avviene altrove, per
arricchire la Esso o la Shell. Abbasso Chavez, allora, il ribelle,
il "populista", che dà il cattivo esempio facendo credere che il
petrolio appartiene al popolo! L'esempio del Venezuela prova, se ce
ne fosse bisogno, che le guerre degli USA non hanno per obiettivo la
libertà o la democrazia, ma solo l'oro nero e il dominio sul mondo.
Supponiamo che domani i dirigenti di Teheran si sottometano ala
volontà della Esso e della Shell, come fanno i regimi "amici" del
Kuwait o degli Emirati. Sentiremmo ancora tutte queste campagne di
critica sugli armamenti o sulla concezione della donna?
Dividere attraverso la religione?

In breve, da qualsiasi parte si guardi, nessuno degli argomenti
dell'attuale propaganda di guerra - nucleare, terrorismo, dittatura -
  resiste a un'analisi obiettiva. È per questo che la propaganda si
rivolge soprattutto all'inconscio...
Quando si parla di "terrorismo islamico", si manipola l'opinione
pubblica. Si fa crede alla gente che una particolare religione è
pericolosa. Anche se a parole, ovviamente, si afferma solennemente
che i musulmani sono brava gente, etc. ma l'espressione stessa che
lega il terrorismo a una religione è una trappola.
Immaginiamo. Considerato che gli atti di aggressione commessi da
Bush e Blair violano sistematicamente il diritto internazionale che
possono, giuridicamente, essere qualificati come terrore di Stato,
che diremmo che la stampa dei Paesi musulmani venisse a parlarci
di "terrorismo cristiano"? Risponderemmo, ovviamente, che la maggior
parte dei cristiani nel mondo condanna Bush e che la spiegazione,
quindi, è altrove.
In effetti, la guerra globale non è una guerra di religione, ma una
guerra economica. Sono Bush e Blair che hanno interesse a dividere i
loro oppositori demonizzando una religione. Se il terrorismo
è "islamico", allora ogni musulmano diventa un potenziale sospetto,
in aereo, in metro o nella moschea. Non c'è molto da aggiungere.
Secoli di disprezzo coloniale, decenni di discussioni sugli arabi
che vengono a rubarci il lavoro (quando siamo noi che li abbiamo
privati delle loro ricchezze), tutto questo costituisce una rampa di
lancio per la demonizzazione dei musulmani. Proprio come erano stati
demonizzati gli ebrei negli anni '30.
L'argomento della "religione pericolosa" serve a dividere i popoli
del mondo, ad attirare l'attenzione su fenomeni particolari per
nascondere la natura generale della guerra globale. Ma il Venezuela,
un paese cristiano, è un altro bersaglio di Bush. Allora?

La guerra contro l'Iran è già iniziata

Domani Bush e Blair "scopriranno", forse, delle prove del
coinvolgimento di Teheran negli attentati. E vorranno agire con
delle "rappresaglie".

Sarà la campagna psicologica sull'opinione publica secondo le regole
classiche della propaganda della guerra. In realtà, la guerra contro
l'Iran è già iniziata, come mostra l'ex ufficiale statunitense Scott
Ritter, diventato analista militare:
"Il 16 ottobre 2002, il presidente Bush dichiarava al popolo
americano: "Non ho ordinato l'uso della forza contro l'Iraq. Spero
che non sia necessario". Oggi sappiamo che era una bugia. Infatti,
alla fine dell'agosto 2002, il presidente aveva firmato un ordine
che autorizzava i militari americani a cominciare le operazioni
militari attive in Iraq. Nel settembre 2002, l'US Air Force, con il
supporto della British Royal Air Force, cominciava a bombardare
degli obiettivi all'interno dell'Iraq per indebolire le capacità di
difesa anti-aerea e di comando. Nella primavera 2002, il presidente
Bush aveva firmato un ordine segreto che autorizzava la CIA e le
forze speciali a impiegare unità clandestine in Iraq". Sarà lo
stesso ora per l'Iran. Ritter sostiene di sì: "Nel momento in cui
noi parliamo, aerei americani sorvolano l'Iran, con aerei privi di
piloti e altre attrezzature molto sofisticate. Violare lo spazio
aereo è già un atto di guerra. Al nord, nel vicino Azerbaijan,
l'esercito statunitense prepara la base operativa per una presenza
militare massiccia che preannuncia una campagna terreste mirata a
impadronirsi di Teheran. L'aviazione statunitense, operando dalle
basi in Azerbaijan, a accorciato di molto le distanze da percorrere
per colpire degli obiettivi a Teheran. Infatti, una volta iniziate
le ostilità, sarà in grado di mantenere una presenza pressoché
costante, 24 ore su 24, nello spazio aereo iraniano" (Pubblicato sul
sito di Al-Jazeera).
Strategicamente, l'Iran si trova attualmente accerchiato da basi
militari statunitensi disposte su tre fronti: 1 Afghanistan, 2 Iraq,
3 Azerbaijan. Est, Ovest, Nord. Interessante: l'installazione in
Azerbaijan è iniziata da molto tempo. Nel 2000, all'indomani della
guerra contro la Jugoslavia, scrivevamo: "Un vice segretario agli
affari esteri statunitense si occupa solo del Caucaso. Una visita
solenne di Javier Solana dimostra che la NATO è molto interessata a
questa regione strategica. La NATO si estende in Caucaso per
cacciarne la Russia. La principale testa di ponte statunitense in
Caucaso, è l'Azerbaijan. Washington non può installarsi militarmente
in modo troppo evidente (ma) affida alla Turchia il compito di
formare l'esercito dellAzerbaijan" (Michel Collon, Monopoly, p. 114-
116.
Cinque anni dopo, vediamo che le basi militari statunitensi si sono
installate e che l'Azerbaijan è stato trasformato in una specie di
Israele del Caucaso, per mirare alla Russa ma forse ancora di più
all'Iran. Gli strateghi americani calcolano a lungo termine e
preparano in anticipo i loro colpi.

Le guerre iniziato sempre prima della data ufficiale

Ritter ha ragione: una guerra di Washington comincia molto prima
della sua dichiarazione ufficiale. Bisogna analizzare, al di là dei
discorsi ufficiali e mediatici, gli antecedenti e i retroscena delle
ultime guerre.
Primo esempio. Ufficialmente, la prima guerra contro l'Iraq comincia
nell'agosto del '90 quando Saddam Hussein occupa il Kuwait. In
realtà, un anno prima, il Congresso aveva decretato un embargo (un
atto di guerra che non rivela il proprio nome) contro l'Iraq. La
decisione di guerra scaturì da un discorso di saddam che chiamava i
Paesi del Golfo a unirsi per essere più indipendenti dagli USA. Si
rischiava di lasciarsi sfuggire Medio-Oriente. Il seguito non fu
altro che una preparazione militare e mediatica.
Secondo esempio. Ufficialmente, gli Stati Uniti e la NATO si
impegnano contro i Serbi nel 1995, dopo aver aspettato quattro anni
dall'inizio dei combattimenti locali. In realtà, fin dal 1979, la
Germania manda i proprio agenti segreti per far esplodere la
Jugoslavia e controllare i Balcani. Quanto agli USA, adottano
sanzioni contro la Jugoslavia già dal 1990!
Terzo esempio. Ufficialmente, Bush decide di attaccare l'Afghanistan
dopo l'11 settembre 2001. In realtà, già un anno prima, gli
strateghi del Pentagono sottolineavano la necessità di "cambiare
regime" a Kabul, perché i Talebani rifiutavano di firmare l'accordo
per un oleodotto statunitense verso l'Asia del sud. Anche la guerra
contro l'Iran è iniziata ben prima del giorno in cui ci verrà
annunciata.

I media aiutano Bush?

Ogni guerra è collegata a una guerra dell'informazione, che ha un
ruolo decisivo. Si tratta di portare, con ogni mezzo, i cittadini a
sostenere la politica dei governanti. Uno dei metodi consiste nel
trattare le vittime in modo diverso.
Per i grandi media, i morti non hanno tutti lo stesso peso.
L'impiegato londinese colpito da una bomba mentre andata al lavoro
pesa mille volte di più del panettiere di Bagdad ucciso da un
missile americano mentre cuoceva il pane.
Lo scorso 1 luglio, un bombardiere B-52 lanciava dei missili
teleguidati su un blocco di case nella provincia di Kunar in
Afghanistan, uccidendo almeno 17 persone, soprattutto donne e
bambini. Quale uomo politico europeo ha protestato contro questa
barbarie? Quale media ha dato alla sofferenza degli afgani lo stesso
valore che ha dato a quella dei londinesi?
È una legge giornalistica inevitabile, vi risponderanno. La
famosa "legge del morto chilometro". Ci si aspetta che vi
interessiate di più a qualcuno che è morto nella vostra strada che a
dieci che sono morti nella città vicini o a mille che sono morti in
un altro continente. Ma ciò che si dimentica di dire, è che molto
dipende dal valore attribuito a questo morti dai media che li
presentano. Se vi mostrano un'immagine toccante della vittima, se un
caro descrive in modo concreto la sa vita e la sua morte, se la
sofferenza della famiglia è davvero tenuta in conto, allora una
vittima lontana può diventare vicina. Un esempio.
Quando i media occidentali hanno deciso, ne 1991, che dovevano farci
piangere per e "vittime di Saddam", ci hanno propinato
insistentemente i pianti della giovane infermiera del Kuwait che
raccontava come i soldati iracheni avessero rubato centinaia di
incubatrici a Kuwait City, uccidendo così dei neonati, e noi avevamo
pianto. Benché fosse lontano.
Ma dopo abbiamo saputo che la ragazza non era un'infermiera, che non
era mai stata alla maternità e che mentiva secondo una messa in
scena hollywoodiana, perché quelle incubatrici non erano mai state
rubate. Questa bugia mediatica a avuto un impatto enorme,
permettendo a Bush padre di fare approvare la sua guerra
dall'opinione pubblica internazionale. Ciò dimostra che ciò che
conta non è il numero dei kilometri. Ma la decisione mediatica di
considerare importanti certe vittime a dispetto di altre.

Nei periodi di guerra, calda o fredda, i nostri "amici" morti pesano
mille volte di più dei nostri nemici, quelli che resistono alle
nostre multinazionali. Questo "due pesi e due misure" est in realtà
la conseguenza di una visione "etnocentrica", che fa dell'Europa e
degli USA il centro del monto, incaricato di portare la democrazia e
al civiltà nel reso del mondo, arretrato e obbligato a mettersi al
passo. Questo schema dissimula il colonialismo e il nostro dominio
imperiale sul mondo. Non svilupperemo ulteriormente il tema, certo
importante, del ruolo guerriero dei media. Rimandiamo al testo sui
principi della propaganda di guerra: Le droit à l'information, un
combat (Il diritto all'informazione, un combattimento) Non c'è
fatalità. È un dato di fatto. Non siamo riusciti a impedire né la
guerra contro l'Iraq né quella contro la Jugoslavia né quella contro
l'Afghanistan, per non parlare della Palestina o del Congo. Siamo,
in quando movimento pacifista, condannati a perdere sempre? No, non
c'è fatalità. Nel 2003, le manifestazioni contro la guerra,
organizzate in tutto il mondo, hanno riunito più gente di quanto non
fosse mai successo. E in ogni Paese in cui andiamo, constatiamo che
Bush preoccupa sempre di più, che l'ipocrisia dei pretesti di
smaschera sempre più, che la rabbia cresce. Ne abbiamo abbastanza
delle guerre!
Certo, ognuno si chiede: a chi gioveranno gli attentati di Londra? E
quelli che rischiano di aver luogo a Roma, a Copenaghen o ad
Amsterdam? E a Bruxelles, se permettiamo che la NATO si lasci
coinvolgere da una complicità maggiore con Bush in Iraq. A chi
gioveranno questi attentati? A Bush e a Blair che ne approfitteranno
per rinforzare i ranghi e per intraprendere nuove guerre
all'infinito? O alle forze di pace che potranno dimostrare che ci
sono stati morti a sufficienza, a Londra come a Bagdad, e che
l'occupazione per il petrolio deve concludersi perché il terrore
genera terrore e senza giustizia il mondo non sarà mai in pace.

Qui si dimostrerà i più forte? I loro media o i nostri?
L'aggressività di Bush e Blair non deve ingannare: è un segno di
debolezza. La loro unica possibilità di continuare la guerra è
quella di dividere i popoli. La loro "forza" si basa
sull'informazione mutilata, sulle bugie medianiche di
demonizzazione, sulla dissimulazione degli interessi economici, ed è
quindi una loro debolezza se ci lanciamo tutti nella battaglia della
contro-informazione. La creazione di un'informazione alternativa
attraverso Internet, attraverso il lavoro di discussione, paziente,
concreto, argomentato, ecco, se lo applichiamo su larga scala,
l'antidoto contro la propaganda di guerra. A noi spetta il compito
di costruire la propaganda per la pace!
Questa contro informazione è indispensabile per salvare delle vite
umane. Perché i morti di Londra sono le vittime delle guerre
perpetrate nel loro nome. E del fatto che le popolazioni occidentali
non hanno ancora compreso del tutto la natura criminale di questa
occupazione-saccheggio dell'Iraq. Il giorno in cui la presa di
coscienza sarà più forte, la consapevolezza metterà fine a questa
guerra come mise fine a quella del Vietnam.
Sono troppo forti? Tre esempi recenti mostrano che non lo sono. 1.
Aznar ha tentato di imbrogliare durante le elezioni spagnole del
2004 demonizzando l'ETA per gli attentati di Madrid. Ed è stato
sconfitto dall'informazione di base: Internet e gli SMS.
2. In occasione del colpo di stato anti-Chavez del 2002, i media pro-
USA, quasi monopolistici, hanno sostenuto i golpisti, nascondendo al
Paese la resistenza del popolo di Caracas. Ma l'informazione ha
circolato comunque anche grazie a Internet, agli SMS, e ai
motociclisti che andavano di quartiere in quartiere.
3. Tutti i media francesi hanno appoggiato il "sì" al referendum
sulla costituzione, violando i principi della deontologia
giornalistica. Sono stati battuti da Internet e dalla mobilizzazione
di base proprio su Internet.
Questi esempi recenti dimostrano che i media del sistema non sono
invincibili e che l'informazione del popolo può rivelarsi più forte.
In questo senso, il movimento belga Stop USA, del quale faccio parte
a Bruxelles, ha lanciato delle petizioni indirizzate al primo
ministro belga. Con un notevole progetto di Matiz sull'occupazione
dell'Iraq. Il suo testo: " Disapprovo le guerre di Bush, per il
petrolio o per dominare il mondo. E rifiuto di esserne complice. Con
il silenzio o la partecipazione, seppure indiretta, del Belgio".
Facendole firmare dappertutto, coi gruppi di base di Stop USA,
notiamo un'ottima accoglienza. Ma anche che la gente è ancora
scarsamente informata. Pochi sanno che il Belgio mette a
disposizione di Bush il porto di Anversa per il transito delle armi
verso l'Iraq, pochi sanno che armi nucleari statunitensi stazionano
clandestinamente sul nostro territorio e che l'invio delle nostre
truppe in Afghanistan serve a liberare forze americane perché
possano aggredire l'Iraq. Ma quando li informiamo, constatiamo una
volontà generale di diventare più attivi contro le guerre di Bush.
Da cui la nostra responsabilità. Qui, in Europa, bisogna
assolutamente aumentare la pressione per isolare Bush e Blair.
Il popolo spagnolo è stato capace di imporre il ritiro delle truppe.
Bisogna andare oltre, con l'informazione, le discussioni e le
petizioni. Affinché nessun governo europeo possa più aiutare la
guerra in Iraq, nemmeno in modo indiretto e limitato! Una
campagna "Non voglio essere complice" dovrebbe essere organizzata su
scala europea.
Se noi tutti ci impegniamo, allora la morte di Jack, di Robert o di
Hassan non sarà stata vana.

Michel Collon
www.michelcollon.info/
Bruxelles, 11 luglio 2005
Tratto da:Fonte:www.peacelink.it
Tradotto da Chiara Manfrinato per www.peacelink.it

#757 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Ven 29 Lu 2005 3:49 pm
Oggetto: Un regime di polizia
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Un regime di polizia

Giovedì 28 Luglio 2005 - 8:55 | Paolo Emiliani |

http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_editoriale/Unregimedipoliz
ia.shtml


L'Italia sta combattendo in Iraq al fianco degli atlantici.
Inizialmente ci presentarono l'impresa bellica come una sorta di
operazione di polizia internazionale, per disarmare il cattivo di
turno che minacciava il mondo con armi terribili; poi si venne a
sapere che quelle armi non erano mai esistite e che il dossier
presentato da chi voleva scatenare la guerra era un clamoroso falso.
A Washington e a Londra non si sono persi d'animo, hanno solo
cambiato il titolo alla loro guerra: ora si combatte per portare in
Iraq la democrazia e la libertà.
E l'Italia, docile come una nazione a sovranità limitata deve
essere, è ancora lì a combattere a fianco dell'invasore contro un
popolo che lotta per la sua libertà.
Viene però da domandarsi: chi pretende di esportare la libertà e la
democrazia è in casa sua libertario e democratico?
La risposta è fin troppo facile: no, non lo è. Negli Usa il
presidente, un vero sovrano pro tempore, anche se è di fatto solo la
marionetta delle lobby che lo fanno eleggere, non rappresenta la
maggioranza dei cittadini. Bush, sempre ammesso e non concesso che
abbia effettivamente avuto più voti del suo rivale, può contare
sull'adesione di meno di un americano su quattro, perché tanti sono
i diseredati, gli emarginati o comunque coloro che non vedono
differenza tra un inquilino repubblicano e uno democratico alla Casa
Bianca e per questo non votano.
Negli Usa esistono così tante "agenzie" che nemmeno la Cia o l'Fbi
sanno effettivamente quante sono e molte di queste hanno "mission"
che definirle criminali è poco.
La Gran Bretagna, la culla della liberaldemocrazia, ha invece un
sistema elettorale che di fatto tappa la bocca a tutte le voci fuori
dal coro. Una nazione tanto libera e democratica che la polizia, in
borghese, può inseguire un cittadino innocente, immobilizzarlo e
scaricargli addosso un intero caricatore. Poi dice "ci dispiace, ma
era un possibile terrorista" e tutto va avanti come se nulla fosse
successo.
E l'Italia? Si sta adeguando, ovviamente.
Dopo l'introduzione del maggioritario pensavano di aver risolto per
sempre ogni problema, ma quando hanno scioperto che non era così
hanno pensato ad un ritorno al proporzionale, ma con uno sbarramento
tale da impedire per sempre l'affermazione di nuovi partiti.
Quanto alle libertà individuali, da tempo minacciate da leggi
liberticide come la Scelba o la Mancino, stanno per subire un nuovo
definitivo attacco.
Approfittando del clima di emergenza scatenato dagli attentati di
Londra e rinforzato dalle bombe di Sharm, stanno per far sprofondare
l'Italia in un regime di polizia. Vogliono affidare alle forze
armate compiti di polizia giudiziaria, ovvero consentire ai militari
fermi e perquisizioni personali. Una cosa del genere già avvenne in
Sicilia per l'operazione "Vespri Siciliani", ma quella era una
misura limitata nel tempo e circoscritta ad una sola area, questo è
regime.
E se prima questa funzione era comunque delegata ad un esercito di
popolo, in qualche modo una garanzia di libertà, oggi con
l'abolizione della leva viene concesso un potere enorme ad un
esercito di professionisti con tutto quel che ne consegue. Questo
regime, come quello americano o quello britannico, hanno una
democrazia solo formale, ma assomigliano sempre più a dittature che
operano contro gli interessi nazionali e del popolo. Non abbiamo,
ancora, i rastrellamenti, lo stadio Olimpico trasformato in lager
come a Santiago del Cile, non abbbiamo notizie di desaparecidos,
come in Argentina, ma solo perché questi regimi sono più scaltri sul
piano mediatico, gli effetti a breve potrebbero essere gli stessi:
l'impedimento ad operare per qualsiasi reale opposizione; quella
attuale di Palazzo non disturba certo i manovratori e serve invece
per far credere che siano possibili alternative al regime
liberaldemcoratico, che in effetti non esistono più.
Allora? Cosa dobbiamo sperare? Che qualcuno ci venga a bombardare
per portarci la libertà? Così come stiamo pretendendo di fare in
Iraq? Perché oggi l'Italia è assai meno libera e democratica di
quanto fosse l'Iraq ba'athista. E così anche la Gran Bretagna o gli
Usa.
Dovrebbero bombardare le coscienze degli italiani, degli europei e
degli americani che stanno perdendo la residua libertà senza nemmeno
accorgersene, anzi con un consenso estorto, camuffato come misura
necessaria per contrastare un terrorismo che ci minaccia. Visti però
i risultati diventa sempre più difficile credere alla storia
dell'integralista cattivo, perché la minaccia sta procurando
vantaggi a chi vuole un regime planetario.
Gli Uomini Liberi devono ribellarsi oggi, prima che sia troppo
tardi. Scoprirebbero così che i nostri naturali alleati sono tutti i
popoli che combattono per la libertà, come la resistenza irachena
che combatte anche per la libertà di noi italiani, per gli europei
ed anche per gli americani, che, per fortuna, non si chiamano tutti
Bush..

#756 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Gio 28 Lu 2005 11:08 pm
Oggetto: Prigionieri afgani torturati a morte
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Prigionieri afgani torturati a morte

di Justin Huggler


Sono emersi dettagliati e sconvolgenti resoconti di come due
prigionieri afgani siano stati torturati a morte da carcerieri ed
addetti agli interrogatori americani nella base aerea di Bagram,
appena fuori Kabul.

Un rapporto in 2000 pagine su un'investigazione interna condotta dai
militari americani arrivato al New York Times e pubblicato ieri (due
settimane fa, ndt) fornisce dettagli esaustivi su come i due
prigionieri furono tenuti incatenati in posizioni innaturali e presi
a calci fino a morirne.

Le terrificanti storie dell'assassinio di Habibullah e di Dilawar
raccontate nel rapporto potrebbero danneggiare, se rese pubbliche,
l'immagine degli USA tanto quanto le immagini delle sevizie ai
prigionieri nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq. Il rapporto rivela
che Dilawar, un tassista, fu ucciso nonostante il fatto che la
maggior parte degli addetti agli interrogatori fossero convinti
della sua innocenza.

Vi sono timori di reazioni esplosive in Afghanistan. Il rapporto del
New York Times giunge ad una settimana di distanza dall'uccisione di
15 persone durante una serie di proteste scatenate da un articolo di
Newsweek che rivelava come copie del Corano siano state gettate
nelle latrine da carcerieri di Guantanamo. Newsweek aveva poi
ritrattato le dichiarazioni, sostenendo fossero basate su fonti non
verificabili.

La storia del New York Times, tuttavia, non sarà messa a tacere così
facilmente dall'amministrazione Bush. La sua fonte e'
un'investigazione degli stessi militari. Giunge inoltre in un
momento molto delicato per l'Afghanistan, con un forte aumento della
violenza e segnali sul ritorno dei Taliban.

Il rapporto contiene dettagli raccapriccianti sulla cultura
dell'abuso a Bagram, dove vengono trattenuti i detenuti nell'attesa
che gli USA decidano se spedirli o meno a Guantanamo. Rivela di una
donna addetta agli interrogatori, che mostrava un gusto sadico per
l'umiliazione, nota per essere saltata coi piedi sul collo di un
detenuto e per aver preso a calci nei genitali un altro.

Racconta di un altro addetto agli interrogatori - lo specialista
Damien Corsetti - chiamato "Mostro" a causa della parola tatuata in
italiano sul petto, che un sergente esaltava come "il re della
tortura". Un detenuto saudita ha testimoniato che lo specialista
Corsetti gli sfregava il pene sulla faccia, minacciandolo di stupro.

Il rapporto include i nomi di tutti i militari USA coinvolti. Narra
dettagliatamente il caso dei due afghani uccisi mentre erano in
custodia USA. Il primo, Habibullah, fu catturato nel novembre 2002.
Fu chiuso in una cella d'isolamento con le mani legate ad un filo
metallico che pendeva dal soffitto. L'articolo descrive il modo in
cui fu letteralmente ucciso a calci in un periodo di alcuni giorni.
I carcerieri lo definirono "non cooperativo" e gli procurarono una
serie di "botte peronali" - colpi disabilitanti inflitti alla gamba
appena sopra il ginocchio. "Era una cosa piuttosto comune, picchiare
qualcuno sulle gambe", ha dichiarato agli investigatori l'ex
sergente Thomas Curtis.

L'avvocato di una delle guardie che picchiarono in tale modo
Habibullah ha dichiarato agli investigatori USA: "Il mio cliente
agiva in linea con il procedimento operativo che vigeva nel carcere
di Bagram".
Quando Habibullah cominciò a tossire sangue e a lamentare forti
dolori al petto, le guardie risero di lui. In seguito, il suo
cadavere fu ritrovato ancora penzolante dal soffitto, con le mani
legate al filo di ferro usato per le torture. Un esame del corpo
rivelò che l'uomo era stato ucciso da un grumo di sangue, provocato
dalle ferite alle gambe, che aveva bloccato l'accesso di sangue ai
polmoni.

Dilawar, il tassista, fu sequestrato nel dicembre 2002 mentre
guidava nei pressi di una base USA precedentemente presa di mira da
un attacco con razzi. I passeggeri che egli trasportava portavano
della "merce sospetta". Lo specialista Corey Jones, addetto agli
interrogatori, dichiarò che Dilawar gli aveva sputato in faccia, al
che lui aveva risposto con un paio di colpi alle gambe. "Gridava:
Allah! Allah! Allah!, e la mia prima reazione fu che stava urlando
al suo Dio", dichiarò lo specialista Jones. "Tutti lo sentivamo
gridare, e pensavamo che fosse buffo". Il rapporto dice che la cosa
divenne una barzelletta abituale e che le guardie carcerarie lo
prendevano a calci solo per sentirlo gridare "Allah!". "Continuammo
per 24 ore, credo che gli infliggemmo 100 colpi", disse.

Durante un interrogatorio, Dilawar, gravemente ferito, chiese
all'interprete che venisse chiamato un dottore. Il traduttore ha
dichiarato di averlo detto agli addetti all'interrogatorio, ma che
uno di essi rispose: "Sta benissimo. Cerca solo di sottrarsi alle
botte".

L'autopsia rivelò che Dilawar era morto di crisi cardiaca causata
da "ferite gravissime inflitte alle estremità inferiori". Il
coroner, colonnello Elizabeth Rouse, in un'audizione antecedente il
processo,  dichiarò  che le sue gambe "erano state ridotte
praticamente in poltiglia ... Ho visto ferite simili in individui
investiti da un pullman".



traduzione a cura di www.arabcomint.com
da The Guardian Unlimited

#755 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Gio 28 Lu 2005 12:42 pm
Oggetto: L’ala sinistra del mondialismo
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L'ala sinistra del mondialismo

di Stefano Vernole
Rinascita, 27 luglio 2005


Il recente voto alla Camera dei Deputati da parte del centro-
sinistra contro il prolungamento della missione militare italiana in
Iraq, unica eccezione l'Udeur di Mastella, non può ingannare
nessuno, in quanto non rappresenta un'autentica svolta rispetto alle
posizioni atlantiste della c.d. "opposizione". Le stesse reazioni
d'indignazione ai gravissimi episodi che hanno visto coinvolti Roma
e Washington, l'uccisione di Nicola Calipari e il rapimento di Abu
Omar, sono paradossalmente sfociate nel viaggio di Francesco Rutelli
e Lamberto Dini negli Stati Uniti.
Dal 27 al 30 giugno i due hanno incontrato tra gli altri il
finanziere George Soros e lo stratega Henry Kissinger, grazie alla
mediazione di Aryeh Neier dell'Open Society Institute e di John
Podesta, ex Chief of staff di Bill Clinton, nonché rappresentante
del Center of American Progress.
L'occasione è stata fornita dalla presentazione di un manifesto
comune tra i "democratici" delle due sponde dell'Atlantico, molto
probabilmente un pretesto per accedere ai finanziamenti del Soros
Fund Management, sempre generoso quando si tratta di fornire i mezzi
per esportare la "libertà".
Ma anche per ricevere il via libera statunitense al voto contrario
alla missione in Iraq, specchietto per le allodole (leggasi
moltitudini colorate pacifinte) che si spera dia i suoi frutti in
campagna elettorale. Molti, ingenuamente, ritengono che questi
rapporti ad alto livello siano dovuti all'opera di revisione storica
e politica intrapresa dalla sinistra italiana dopo la caduta del
Muro di Berlino e la fine dell'identificazione tra Partito Comunista
e nemico sovietico.
Ancora oggi suscitano scalpore, perciò, le rivelazioni di ex
partigiani che affermano candidamente di aver lavorato per l'OSS
(nel 1948 verrà ribattezzato CIA) durante la Seconda guerra mondiale
(1), rifiutando invece le offerte di rimanere nel servizio segreto
americano dopo la fine del conflitto.
In realtà furono decine i militanti del PCI e del PSI arruolati
dall'OSS con il pieno consenso di Palmiro Togliatti e Pietro Nenni,
così come testimoniato dalle ricerche condotte nei National Archives
di Washington dal prof. Giorgio Petracchi(2).
Quello che la vulgata ufficiale non dice è che con ogni evidenza
l'unità comunista voluta dall'ufficiale statunitense Irving Goff e
messa al servizio del generale William Donovan non fu mai
definitivamente smantellata, bensì solo congelata in attesa degli
sviluppi della "guerra fredda".
Il ruolo sotterraneo di collegamento tra USA e URSS svolto da alcuni
esponenti di primo piano del Cumer, il comando unico militare
dell'Emilia Romagna, rimase vivo fino al 1989, riflettendo i
rapporti tra le due superpotenze e soprattutto le diverse strategie
che dividevano Dipartimento di Stato e CIA da una parte, PCUS e KGB
dall'altra.
Fino al 1953, anno della morte di Stalin, il confronto fu
sicuramente aspro, in quanto con l'innalzamento della Cortina di
ferro e il completo rinnovamento degli organi dirigenti interni il
dittatore georgiano intendeva conservare all'Unione Sovietica il
ruolo di grande potenza, in alleanza con l'altro gigante
eurasiatico, la Cina di Mao Zedong.
Le direttive mondialiste, finita la guerra, erano allora chiare:
combattere il comunismo staliniano favorendo l'emergere di
tendenze "nazionalcomuniste" (leggasi "revisioniste") nei paesi
dell'Europa orientale, un esempio per tutti la Jugoslavia
del "fratello trepuntini" Tito, che romperà clamorosamente con Mosca.
I successori di Stalin, Malenkov, Kruscev e Berja furono così
sottoposti a una costante pressione dai cd. "liberali"
angloamericani, affinché acconsentissero a un'intesa e ad una
cooperazione a tutto campo con l'Occidente.
La loro idea era quella di un condominio russo-americano sul
continente europeo e di uno giapponese-americano nel Sud-Est
asiatico, la stessa proposta che ancora oggi viene formulata alla
dirigenza cinese dibattuta tra una politica di "appeasement" e una
di confronto a tutto campo.
Secondo i dettagli di questa offerta, Mosca avrebbe avuto la
garanzia che in nessun caso le nazioni baltiche, dell'Europa
centrale e del Sud avrebbero minacciato i suoi interessi, in quanto
esse sarebbero rimaste sotto il controllo della NATO.
Una sorta di zona grigia che si sarebbe sviluppata economicamente ma
che non avrebbe goduto di alcuna sovranità politica.
D'altronde l'Europa occidentale si trovava già sotto il controllo
dei tecnocrati di Washington, che ne avevano lautamente finanziato
il processo di unificazione sotto la direzione dell'ACUE (Comitato
Americano per un'Europa Unita), organo creato nell'estate del 1948
da Allen Dulles(3).
Dai primi fondi messi a disposizione dall'OSS, passando per il
sostegno economico delle due conferenze tenutesi a Bruxelles e a
Westminster nel 1949, all'edificazione del Movimento europeo, del
gruppo Bilderberg e del Comitato d'Azione di Jean Monnet per gli
Stati Uniti d'Europa, fino ai contributi della CIA alla fine degli
anni settanta, questa assistenza si rivelò decisiva per l'adozione
del Piano Schumann, della CED e dell'Assemblea europea.
Divenuta operativa nel 1966 la strategia sovietica di compromesso e
distensione con l'Occidente capitalista, gli effetti del
condizionamento occulto non tardarono a manifestarsi presso i più
importanti funzionari del Partito comunista italiano.
Giorgio Napolitano, ad esempio, alto dirigente di Botteghe Oscure
negli anni settanta (divenuto Presidente della Camera dei Deputati
negli anni novanta), fu il solo in quel periodo a soggiornare negli
Stati Uniti a spese del Council on Foreign Relations, mentre si
elaboravano il lancio e il finanziamento dell'eurocomunismo sotto il
controllo del Royal Institutes di Londra, di alcuni membri della
Trilateral Commission e dell'Aspen Institute, della Conferenza di
Darmouth e della sezione sovietico-americana dell'Irex.
Appena tornato da Washington insieme all'altro deputato del PCI,
Sergio Segre, egli si attivò per mettere in moto questa nuova
opzione mondialista, in sintonia con il KGB di Yuri Andropov(4).
La crisi della manovra trilateralista fu provocata dall'assassinio
di Aldo Moro in Italia e dall'opposizione della dirigenza moscovita
riunitasi attorno al successore di Andropov, Konstantin Cernenko,
contraria all'intesa con gli Stati Uniti.
Ma i tentativi non finirono lì e per rilanciare l'operazione
dell'eurocomunismo fu necessario  salvare anche il "diavolo".
Il 4 ottobre 1984, Giulio Andreotti dovette affrontare una mozione
parlamentare che reclamava le sue dimissioni, in ragione della lunga
protezione da lui accordata al banchiere Michele Sindona e altri
personaggi in odore di mafia.
Questa mozione fu però respinta con 199 voti contrari, 101 a favore
e 154 astensioni dei deputati comunisti, sollecitati in tal senso da
Napolitano e Segre.
48 ore dopo, mutati come detto gli orientamenti del PCUS, Alessandro
Natta (successore di Enrico Berlinguer alla direzione del PCI)
decise di rivoltarsi contro gli ordini impartiti dai sodali del CFR
e reclamò le dimissioni di Andreotti con una nuova votazione; ma per
gli umori del Parlamento italiano era già troppo tardi e il senatore
democristiano riuscì a salvarsi ancora una volta(5).
Abbiamo parlato di Sindona e subito il pensiero corre a Licio Gelli,
agente triplo (sovietico, inglese e statunitense) e capo della P2,
loggia massonica di accertata fedeltà atlantica.
In un'interessante intervista al quotidiano italiano "La
Repubblica", un sicuro conoscitore dei misteri italiani, Francesco
Cossiga, sottolineò le amicizie dell'ex partigiano e senatore
comunista Ugo Pecchioli con il piduista Giulio Grassini, allora al
vertice dei servizi segreti con gli altri massoni Giuseppe Santovito
e Walter Pelosi.
Soffermandosi sul ruolo avuto da Pecchioli e altri esponenti del PCI
nella nomina dei vertici dei Servizi, l'ex Presidente della
Repubblica confermò che proprio Gelli e la P2 fecero arrivare a
Botteghe Oscure attraverso il Banco Ambrosiano il prestito per il
giornale "Paese Sera"(6).
Un modo elegante per evidenziare come la figura di Pecchioli, allora
vicepresidente dell'organo di coordinamento e supervisione dei
Servizi Segreti, fosse decisiva nella scelta dei generali piduisti
del Sismi Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, condannati per
depistaggio nelle indagini sulla strage alla stazione di Bologna del
2 agosto 1980, così come  nell'ascesa del dirigente del Sisde
Silvano Russomanno, autore del depistaggio del 28 agosto(7).
Cossiga aggiunse anche come non fosse "nemmeno vero che la politica
di Moro dispiacesse agli USA, almeno non più dal momento in cui
nasce il governo Andreotti", giusto per ribadire il via libera di
Washington all'operazione euro-comunista (il senatore a vita in
passato aveva già confermato all'opinione pubblica il timbro CIA sui
governi di centro-sinistra)(8). Nominato nel 1993 Presidente della
Commissione di controllo sui Servizi Segreti e intervistato da RAI
1, Pecchioli confessò candidamente che il principale nemico
combattuto durante il suo mandato fu il Patto di Varsavia…
In questa panoramica non vanno dimenticati gli interventi
parlamentari di due deputati di Alleanza Nazionale, Mirko Tremaglia
e Altero Matteoli. Il primo fece parte della Commissione d'inchiesta
sulla P2 e fece notare come negli atti esaminati comparisse per
almeno una sessantina di volte il nome di Eugenio Scalfari,
direttore del progressista quotidiano "La Repubblica"(9).
Tra gli affari citati nel dossier spiccano l'accordo tra Caracciolo-
Scalfari e Tassan Din-Rizzoli, rinvenuto in originale a Castiglion
Fibocchi e siglato dallo stesso Gelli.
Ma anche gli affari strettissimi con il faccendiere Flavio Carboni e
i Servizi Segreti, le manovre per un finanziamento di tre miliardi
di lire al Banco Ambrosiano, le memorie del braccio destro dello
stesso Carboni, Emilio Pellicani.
Matteoli, relatore di minoranza nella medesima Commissione, rincarò
la dose, ricordando il documento firmato da Gelli e
ridenominato "Appunto 22z/Riz", cioè l'accordo fra Rizzoli per il
gruppo "Corriere" e Caracciolo-Scalfari per il gruppo "Espresso-
Repubblica".
Questo patto sigillò la reciproca non belligeranza tra i due gruppi,
alfine di avere le massime possibilità di espansione nelle zone di
maggiore diffusione: "Il gruppo "Corriere" non doveva disturbare nel
settore periodici, il gruppo Caracciolo-Scalfari non avrebbe preso
iniziative che potessero infastidire il "Mondo". A Caracciolo-
Scalfari venivano garantite entrature sul Banco Ambrosiano"(10).
Il documento porta la data del 5 luglio 1979 ma già nel 1981 tutto
venne confermato davanti al tribunale di Milano dagli stessi
Rizzoli, Tassan Din, Caracciolo e Scalfari.
A pag. 60 della relazione di minoranza della Commissione
parlamentare d'inchiesta sulla Loggia P2, un altro deputato, l'On.
Massimo Teodori invece scrisse: "Caso tipico quello del giornalista
… Eugenio Scalfari, che dapprima sostiene la scalata di Cefis alla
presidenza della Montedison ed appoggia la sua spinta accentratrice
e poi combatte per appoggiare contro di lui Michele Sindona,
nell'operazione mirata al controllo della Bastogi".
In quegli anni, infatti, Carboni riuscì ad intrecciare le alleanze
più solide in direzione degli ambienti repubblicani, dei settori
della sinistra democristiana e della stampa progressista, facente
capo al gruppo Scalfari-Caracciolo.
Lo stesso gruppo che, insieme all'ingegnere Carlo De Benedetti,
sostenne negli anni Ottanta le proposte di "rinnovamento"
democristiano di Eugenio De Mita e oggi punta tutte le sue carte sul
progetto dell'Ulivo (o dell'Unione) di Romano Prodi.
Di quest'ultimo, tipico rappresentante dell'establishment
mondialista, passato dalle sedute spiritiche per trovare la prigione
di Moro alle consulenze per la multinazionale Unilever, è
sufficiente ricordare il viaggio negli Stati Uniti del maggio 1998
(11), nel quale si distinse per aver domandato a più
riprese "l'instaurazione di una zona di libero scambio
transatlantico" all'interno della quale imprigionare l'Europa unita.
L'intermezzo di Massimo D'Alema, protagonista dei bombardamenti
sulla Serbia nel 1999 (dopo una telefonata di Clinton) con un
governo sostenuto da Verdi e Comunisti italiani(12), completò il
presunto sdoganamento della "sinistra" tricolore, rifinito in
seguito dalla retromarcia di Bertinotti(13) e dall'adesione di
Fassino alla "Dottrina Bush"(14).
Il duopolio USA-URSS condiziona tutte le varie tappe
della "politica" italiana, compresa la strategia della tensione,
il "compromesso storico" e i governi di solidarietà nazionale,
grazie a una dinamica molto simile a quella attuale. Oggi, infatti,
due grandi contenitori partitici privi di contenuto fingono di
affrontarsi nella competizione elettorale ma finiscono – in nome
dell' "emergenza terrorismo" - per compattarsi sui principali
provvedimenti.
L'obiettivo ultimo dei burattinai di sempre è quello del "grande
centro", un enorme guscio vuoto all'interno del quale rinchiudere
tutti i movimenti politici, da AN ai DS (questo è il motivo
principale delle manovre di disturbo compiute recentemente da Fini e
Rutelli verso i rispettivi schieramenti), passando per l'intermezzo
del partito unico di centro-destra e di centro-sinistra.
Alle "estreme", probabilmente, verranno lasciati liberi di ruotare
Lega Nord da una parte e Rifondazione Comunista dall'altra, giusto
per dimostrare che esiste ancora un'opposizione: in realtà, il
potere rimarrà più che mai saldo nelle mani delle "centrali" di
Washington.


STEFANO VERNOLE

Note

1) Cfr. un'intera pagina della "Gazzetta di Modena" del
10/7/2005. Il libro di Ennio Tassinari s'intitola
significativamente "Un americano nella Resistenza".
2) Petracchi Giorgio, "Al tempo che Berta filava: Alleati e
patrioti sulla Linea Gotica, 1943-1945", Milano, 1995. Si confronti
anche Claudio Mutti: "L'amblimoro antifascista" su
www.italiasociale.org
3) La Fondazione Ford, in particolare, aveva il compito di
finanziare i gruppi federalisti. Cfr. Centre Européen d'Information,
La lettre de Pierre de Villemarest, 15 mai 1998, n.5.
4) Ibidem, 7 juin 1994, n.6.
5) Ibidem.
6) « Le confessioni di Cossiga : Io, Gelli e la massoneria », «
La Repubblica », 11 ottobre 2003.
7) "Orientamenti e ricerca", Inverno 1994, n. 22, p. 26.
8) "Cossiga contro i complottardi", "Il Resto del Carlino", 7
novembre 1997.
9) "P2, Eugenio ha la memoria corta", "Secolo d'Italia", 4
febbraio 1995.
10) "Scalfari e la P2: qualche fatto oltre la
demagogia", "Secolo d'Italia", 12 febbraio 1995.
11) "Centre Européen d'Information", op. cit., 15 mai 1998, n.5.
12) Si confronti il mio « Clinton : una vita da bugiardo » su
www.italiasociale.org
13) Cfr. anche "La lunga marcia del compagno Fausto" su
www.italiasociale.org
14) Cfr. ancora "Fassino show" su www.italiasociale.org

#754 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Mar 26 Lu 2005 9:33 pm
Oggetto: Alexandre Del Valle, La Turquie dans l’Europe
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Alexandre Del Valle, La Turquie dans l'Europe. Un cheval de Troie
islamiste, Éditions des Syrtes, Paris 2004, pp. 460, € 23,00


	 Alexandre Del Valle ama presentarsi come discendente di
ebrei sefarditi e come marito di una donna la cui famiglia è
miracolosamente scampata alla "Shoah".
  Da anni Alexandre Del Valle è uno dei più influenti maîtres à
penser dell'estrema destra francese, in particolare di quella che
agita tematiche "identitarie" declinandole in senso antislamico. A
lui si deve la clamorosa conversione occidentalista di alcuni
intellettuali d'Oltralpe (come ad esempio Guillaume Faye), che in
passato avevano sostenuto le tesi europeiste e antiamericane di De
Benoist. L'evoluzione di Del Valle (e, di riflesso, dei suoi
allievi) è stata sinteticamente spiegata dallo scrittore
eurasiatista Christian Bouchet, che in una recente intervista ha
dichiarato: "Alexandre Del Valle ha scelto in maniera chiara e
netta, coerentemente col suo antislamismo idrofobo, di attestarsi su
posizioni di filosionismo militante. Non invento nulla: ci si può
riferire ai testi che egli ha pubblicato sul `Figaro' dell'11 aprile
2001, nel quindicinale `Le Lien Israel-Diaspora', pubblicato dagli
elementi più estremisti della comunità ebraica in Francia, o sul
sito internet vicino al Likud `Les Amis d'Israel'
(www.amisraelhai.org)".
Alcuni mesi or sono, Del Valle ha pubblicato presso le parigine
Editions des Syrtes un libro, La Turquie dans l'Europe. Un cheval de
Troie islamiste, il cui titolo sarebbe sufficiente per confermare
l'idrofobia antislamica diagnosticata da Christian Bouchet.
Ma vale la pena di dare un'occhiata al libro, perché vi troveremo
alcune tesi che sono circolate anche in Italia, in alcuni ambienti
dell'estrema destra.
Del Valle esordisce dunque enunciando la formuletta levinasiana "la
Bible plus les Grecs", con la quale vorrebbe risolvere la questione
dell'identità europea, indicandone come componente fondamentale
l'apporto greco-romano accanto alla matrice spirituale giudeo-
cristiana. Ci si aspetterebbe dunque da lui una adeguata conoscenza
del patrimonio culturale antico, quanto meno dell'epica omerica. E
invece, fin dalle prime righe di questo volume ponderoso (ponderoso,
non poderoso), ci rendiamo conto che l'autore non conosce neppure
l'Iliade. O forse confonde il poema di Omero con la recente
pellicola americana. Altrimenti non esordirebbe affermando
testualmente: "L'Iliade racconta che i re micenei avevano
abbandonato davanti a Troia (…) un gigantesco cavallo di legno" (p.
15).  Ed è probabilmente una qualche produzione hollywoodiana la
fonte della notizia secondo cui "Europa è il nome di una dea di
Tiro" (p. 16 nota); se Del Valle avesse letto l'Iliade (XIV, 321) o
le Metamorfosi ovidiane (II, 858), saprebbe che Europa era una
fanciulla mortale.
	 Evidentemente la specialità di Del Valle non è la cultura
greca (nella trasmissione della quale, secondo la sua personalissima
opinione, l'Islam non avrebbe svolto alcun ruolo, p. 285). Ma il
nostro, proprio lui che alle pp. 20-21 scaglia contro i Turchi
l'accusa di ignoranza della storia nonché le ancor più micidiali
accuse di revisionismo e negazionismo, non ha le carte in regola
neanche per quanto concerne la conoscenza della storia turca; e
saranno sufficienti pochi esempi per dimostrarlo.  A p. 21 Mehmed II
Fatih viene collocato nel XVI secolo anziché nel XV; a p. 98 Selim
III (1789-1807) e Mahmud II (1808-1839) passano per essere "due
degli ultimi sultani ottomani", mentre in realtà dopo Mahmud II ce
ne furono altri sette; a p. 290 mostra di ritenere che l'invasione
della Russia da parte dell'Orda d'Oro sia contemporanea alla
battaglia di Lepanto e all'assedio di Vienna del 1629.  Per chiarire
l'estensione delle conoscenze turcologiche di Del Valle, d'altra
parte, sarebbe sufficiente far notare che, secondo lui, l'Armenia e
la Georgia sarebbero zone turcofone (p. 22).
	 Con il turco, e anche con le altre lingue, il nostro non se
la cava molto meglio. A p. 88 l'epiteto tradizionalmente riferito
all'Anticristo (arabo dajj&#257;l, turco daccal, ossia "impostore")
diventa dadjal e viene reso con "apostata", mentre a p. 418 è
tradotto col sintagma "re degli apostati"; a p. 90 troviamo che il
nome personale Kemal ("perfezione") vuol dire "il Perfetto"; a p.
102 leggiamo che "millat o millet significa `nazionale'", quando
invece significa"comunità"; a p. 228 apprendiamo che i Musulmani
bosniaci e del Sangiaccato parlano inglese, dato che, secondo Del
Valle, "tra loro si chiamano turkish [sic]". La scarsa familiarità
con le lingue induce l'autore a ribattezzare il Baath con lo strano
nome di Baa (pp. 109 e 170) e a scambiare un mese islamico per una
casa editrice (p. 97, n.11).
	 Ma non si tratta solo di incompetenza linguistica. La
dimestichezza di Del Valle con la cultura islamica è ai minimi
termini, poiché è convinto che l'ummah (la comunità dei Credenti)
sia un "califfato di fatto" (p. 111). D'altronde, sembra che egli
non abbia mai sfogliato nemmeno una traduzione del Corano, visto che
a p. 150 riesce a sbagliare perfino nel citare l'incipit della
Fatihah, che nella sua traduzione diventa testualmente: "Lode a Dio,
Signore dei due [sic] mondi"!
	 Per il resto, Del Valle è persuaso che il taoismo sia un
fenomeno tipicamente giapponese (p. 286), che Nietzsche abbia
elaborato la "teoria dei `nuovi'" [???] (p. 222, n. 3) e che
Giovanni Boccaccio sia un esponente della letteratura turcofila
fiorita in Europa nei secc. XVII e XVIII (p. 182).
	 Su questi solidi fondamenti di cultura generale e
specialistica, Del Valle costruisce la sua teoria, che può essere
sintetizzata nei termini seguenti: "in base ai quattro principali
criteri che consentono di definire l'appartenenza all'Europa
(geografico, linguistico, etnico e storico-religioso)" (p. 298), la
Turchia non è Europa.
Per quanto riguarda i confini geografici dell'Europa, siccome Del
Valle si richiama ripetutamente ai Greci, gli consigliamo di dare
un'occhiata a Erodoto, IV, 45: scoprirà che il padre della
storiografia greca situava i limiti orientali dell'Europa oltre la
penisola anatolica, sulle coste della Georgia. Ma Erodoto, obietterà
il nostro, era un extraeuropeo anche lui, in quanto nativo della
Caria… Rinviamo allora Del Valle al più grande poeta dell'Europa
cristiana, Dante Alighieri, che situava "lo stremo d'Europa" proprio
in Anatolia (Paradiso, VI, 5). O anche Dante era, come Boccaccio, un
letterato turcofilo?
Venendo al punto di vista linguistico, è fuor di dubbio che "la
lingua turca non appartiene al gruppo degli idiomi `indoeuropei'"
(p. 299). Ma neanche il basco appartiene alla famiglia linguistica
indoeuropea, né lingue come l'ungherese, il finlandese, l'estone, il
lappone e tutti gli altri idiomi ugrofinnici parlati al di qua degli
Urali. E allora? I popoli che parlano queste lingue non sono popoli
europei? Viceversa, dovrebbero essere considerati europei gli
abitanti delle Americhe e dell'Australia, per il semplice fatto che
da qualche secolo parlano lingue d'origine indoeuropea?
Anche l'appartenenza etnica, secondo Del Valle, renderebbe i Turchi
estranei all'Europa, tant'è vero, dice, che "l'ideologia ufficiale
dello Stato kemalista turco rammenta con fierezza l'origine
specifica, asiatica e turano-altaica, dei Turchi" (p. 300). Qui si
potrebbe obiettare che una cosa è l'ideologia kemalista, ma
tutt'altra cosa è la reale etnogenesi dell'attuale popolazione
anatolica, nella quale l'elemento turco rappresenta soltanto lo
strato più recente, venutosi ad aggiungere a una molteplicità di
componenti etniche d'origine ariana. In ogni caso, potremmo
ricordare a Del Valle che c'è in Europa un'altra etnia che rivendica
un'origine turano-altaica: sono i Székely della Romania, che
orgogliosamente si dichiarano discendenti degli Unni. Che ne
facciamo? Li scacciamo dai Carpazi e li rimandiamo in Asia? E
assieme a loro ricacciamo in Asia i Tartari della Romania, della
Polonia e della Finlandia? E delle comunità turche dei Balcani,
della Bessarabia, della Russia, che dobbiamo farne? E delle varie
popolazioni finniche stanziate tra il Golfo di Botnia, il Baltico,
la Volga e gli Urali?
L'ultimo criterio che Del Valle accampa per negare l'appartenenza
dei Turchi all'Europa è quello "storico-religioso". Richiamandosi al
principium auctoritatis, Del Valle cita questa apodittica sentenza
del suo "amico e avvocato" (p. 7) Gilles-William Goldnagel,
vicepresidente dell'Association France-Israël e dedicatario del
libro: "La Turchia non ha nulla a che fare con l'Europa (…) e il
fatto che essa sia alleata di Israele, dell'Europa o degli Stati
Uniti non implica in alcun modo la sua adesione all'Unione, perché
l'Europa è prima di tutto un insieme di cultura giudeo-cristiana"
(pp. 70-71). La Turchia, in quanto paese musulmano, è stato
dunque, "fino a una data recente, il nemico principale dell'Europa"
(p. 302).
Che l'affermazione di una presunta identità giudaico-cristiana
dell'Europa fosse uno strumento ideologico funzionale alla "difesa
dell'Occidente" e alla strategia atlantista dello scontro di
civiltà, per noi era chiaro da un pezzo. Così come ci era chiaro che
tale strumento ideologico doveva avere, tra l'altro, la funzione di
allontanare la prospettiva dell'ingresso della Turchia nell'Unione,
in quanto ciò costituirebbe un ostacolo a certi disegni americani. E
a confermarcelo sono proprio l'avvocato Goldnagel e il suo
cliente. "La Turchia in Europa – scrive Del Valle – significherebbe
che l'Unione, diventata la potenza geopolitica eurasiatica tanto
temuta da tutti gli strateghi anglosassoni da Mackinder fino a
Zbigniew Brzezinski, sfuggirebbe al controllo della potenza
marittima americana e poi, successivamente, sarebbe in grado di
rivoltarsi contro Washington" (p. 69).
In altre parole: qualora la Turchia venisse accolta nell'Unione
Europea, la "coerenza geopolitica" (p. 28) dell'Europa egemonizzata
dagli USA risulterebbe gravemente compromessa. È quindi necessario,
se si vuole che la Turchia continui ad essere "un amico e un
incontestabile alleato dell'Occidente" (p. 21), tenerla
rigorosamente separata dal resto dell'Europa.

Claudio Mutti

"Eurasia", 1/2004

#753 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Mar 26 Lu 2005 4:37 pm
Oggetto: A proposito della richiesta del Ministro Calderoli di "mettere fuori legge l'isl
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A proposito della richiesta del Ministro Calderoli di "mettere fuori
legge l'islam


L´Islam ci insegna ad essere pazienti, a perseverare nelle avversità
e nelle situazioni difficili, in quanto << per ogni difficoltà c´è
una facilità >>, e nessuna creatura è caricata di una peso supe-
riore a quanto possa sopportare. A ciò si aggiunge il senso di
responsabilità, il doveroso equilibrio cui il credente deve rifarsi
nell´ambito della propria esperienza spirituale, improntando di
conse-guenza anche la sua azione e comportamento sociale. A livello
personale, molti di noi hanno avuto modo ( l´ultimo episodio risale
a pochi giorni fa ) di verificare sulla propria pelle quanto sia
forte e vada alimentandosi nel nostro Paese il pregiudizio ed il
risentimento anti-islamico, sull´onda di emotività che non
giustificano assolutamente l´ignoranza e la più becera xenofobia.
Chi, italiano, ha sposato una donna musulmana, negli ultimi anni ha
potuto constatare con sempre maggiore frequenza la differenza di
trattamento ed atteggiamento a seconda che si trovasse a circolare
da solo o in compagnia di sua moglie, abbigliata islamicamente e
quindi collocabile ( da alcuni ) in una de-terminata categoria
sociale. Non che la cosa in sé disturbi più di tanto ( a parte un
ovvio sentimento di pena ), ma tutto ciò è altamente indicativo del
clima che si respira nel nostro Paese. Questa e non solo è una delle
tante ragioni che ci inducono ad esprimere alcune considerazioni in
merito alle recenti dichiarazioni del Ministro Calderoli, apparse in
un´agenzia di sabato 9 luglio.

Come italiani, già il vedere personaggi come Calderoli o Castelli
nel ruolo di Ministri della Repubblica è motivo di profonda
tristezza e disappunto, non solo per l´intrinseca e palese
inadeguatezza, ma anche in quanto fanno parte di un partito che, fin
dalle sue origini, non ha perso occasione per vilipendere il
tricolore, le Istituzioni dello Stato ed i suoi rappresentanti più
autorevoli.

I tragici avvenimenti di Londra e la matrice che si è individuata
relativamente ai mandanti ed agli esecutori - senza voler entrare in
questa sede in analisi geopolitiche o di correttezza del mondo dei
media in generale, italiani in particolare - rischiano di aggravare
in maniera significativa i rapporti di convivenza tra la comunità
islamica presente nel nostro Paese e la cosiddetta società ci-vile.
Nonostante il processo di dialogo interreligioso abbia fatto
registrare in questi ultimi anni dei notevoli passi in avanti, la
ricorrente volgarità e violenza con cui dalle pagine del loro
quotidiano di riferimento o in pubbliche dichiarazioni i vari
esponenti della Lega Nord istigano alla violenza nei confronti
dell´Islam e dei musulmani in genere, crediamo debba essere motivo
di seria preoccupazione.

Non che questo partito abbia mai avuto troppa fortuna con i propri
ideologi di riferimento ( pare che ora sia in gran voga Oriana
Fallaci ), ma il livello culturale e di responsabilità civile di chi
si riconosce nei proclami dei già citati Ministri è di tale infima
natura da far presagire la possibilità di pericolose e violente
derive razziste.

    Nella nota d´agenzia il Ministro Calderoli dichiara che <<
l´Islam va messo fuori legge >>, ed è curioso, qualunque cosa voglia
dire questa strampalata affermazione, che ta-le proclama venga da
chi, pur avendo pronunciato un giuramento di fedeltà alla Repub-
blica ed ai suoi valori fondanti, si colloca con ostinata frequenza
al di fuori o al di sopra della medesima ( legge ), specie in
relazione al testo della cosiddetta Legge Mancino in materia di
istigazione all´odio su base razziale e religiosa, ma non solo. Il
passaggio suc-cessivo della nota merita particolare attenzione, per
l´insulsaggine da un lato e la gravità dall´altro delle affermazioni
ivi contenute.

L´Islam propaganda l´odio e noi, dopo aver tentato di proporre
l´amore, ora dobbiamo rispondere con le crociate di quel popolo del
mondo occidentale che ancora bene ha in mente la battaglia di
Lepanto".

  Omettendo di commentare la prima parte, va detto che, francamente,
di tutto questo amore nei confronti dei musulmani - a parte la
lodevole apertura da parte di singole persone o associazioni
impegnate nel dialogo interreligioso - non è che ve siano poi grandi
tracce, né a livello istituzionale né nel mondo dei mass media o
nelle ristrette cerchie di in-tellettuali nostrani; vi è un maggiore
interesse, questo sì ( specie dopo l´11 settembre ), ma parlare di
amore sembra azzardato, anche se ci rendiamo conto che per un
sensibile e raf-finato poeta come Calderoli sia del tutto naturale
incedere in questo tipo di rappresenta-zione antinomica ( amore /
odio ) per dimostrare ( in maniera del tutto riuscita ) la supe-
riorità della cultura occidentale nei confronti di quella arabo-
islamica.

Ma la parte più grave e delirante sta proprio in quel suo richiamo
alle crociate e a quell´enfasi sulla battaglia di Lepanto ( in altri
ambienti si esalta Poitiers o Las Navas de Tolosa ), storicamente
poco rilevante ma dal forte sapore simbolico. Sarà contento, il Mini-
stro, di sapere che anche l´Amministrazione Bush, all´indomani
dell´attacco alle torri ge-melle, aveva suggerito di intitolare The
Noble Eagle ( Aquila Nobile, formula che riecheggia una campagna
crociata nel Vicino Oriente ), prima di approdare al
più "politically correct" Enduring Freedom, la campagna della
cosiddetta lotta al terrorismo internazionale; ma, al di là delle
autorevoli compagnie, la sparata del Ministro è decisamente
inaccettabile, irre-sponsabile e potenzialmente pericolosa.

Rivolta a gente che ritiene del tutto normale irrigare con "urina di
porco" il terreno su cui si ipotizza possa sorgere una moschea, o
che trova logico stabilire una distanza mi-nima di avvicinamento
alle chiese oltre la quale gli extracomunitari non possono avvici-
narsi ( non ci sembra che nel testo del Concordato e successivi
aggiornamenti si sia voluto equiparare i luoghi di culto cattolici
ad obiettivi militari ), tali affermazioni potrebbero in-durre a
credere che vi possa essere una copertura politica a determinate
azioni violente, xenofobe in genere o islamofobe nello specifico.

Dopo il tramontare dell´epopea celtica, con tanto di riti nuziali
sul mitico fiume Po e giochi olimpici degni del migliore Obelix
d´annata, la cosiddetta "Padania" si è riscoperta di colpo
cristiana, in chiave severamente anti-islamica. Esaurita la spinta
pseudo-riformista in uscita da Tangentopoli, abbeveratosi alle fonti
tiberine, a questo minuscolo partitino di nostalgici non è rimasto
più molto da dire, se non attaccare con sempre mag-gior violenza e
volgare protervia gli stranieri, i musulmani ( naturalmente senza
perdere il vizio di "impallinare" qualche zelante magistrato reo di
avere a cuore le leggi dello Stato, e chissà di pretendere pure che
vengano applicate) e tutto ciò che, a suo dire, potesse in qualche
modo contaminare la purezza e le tradizioni della razza padana. Ecco
allora que-sta rinnovata enfasi sulle radici cristiane d´Europa,
mischiata a improbabili polpettoni pro-tezionistici in chiave
nazionalista e anti-cinese ( ora i leghisti vorrebbero tornare alla
lira, a suo tempo invitavano gli italiani a comprare marchi
tedeschi ); non contenti di dire fesserie sul suolo patrio, trovano
anche il tempo di contestare platealmente il nostro Presidente della
Repubblica in visita ufficiale a Bruxelles.



Che dire di questi "grandi uomini", "eroi padani" della resistenza
anti-islamica che si difendono dalle proprie malefatte a colpi
d´immunità parlamentare, evocando "leggi speciali" quando già -
parlamentari - non rispettano quelle normali...



La storia d´Italia è piena di eroi veri che hanno offerto il proprio
petto alla violenza criminale del nemico, che dell´impegno civile
hanno fatto una bandiera, che condannati ingiustamente non han
giurato vendetta agli oppressori: non confondiamo i caduti di cui
l´Italia va fiera, con simile gentucola da balera.

Certo ne avremmo fatto volentieri a meno, ma la cronaca recente ci
ha dato due esempi da seguire con fermezza: l´equilibrio spagnolo e
la compostezza britannica, quando altrove non si è stati capaci di
agire con ugual rigore e buon senso, con politici alla ricerca del
facile consenso. Solo se riusciremo a non reagire istericamente alle
incombenti minacce del nuovo "disordine mondiale", garantendo
sicurezza civile e impegno sociale, forse potremo dire un giorno, a
noi e ai nostri figli, che l´Europa non è una semplice parola ma
l´Unione di popoli, idee e culture che si arricchiscono a vicenda e
guardano con speranza al proprio futuro. E chissà che per allora il
Nord e il Sud siano tornati ad essere solamente dei punti cardinali.


per il collettivo editoriale di islam-online.it

  12 luglio '05
Abu Yasin Merighi

#752 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Lun 25 Lu 2005 4:11 pm
Oggetto: "Le grandi bugie del piccolo Tony Blair"
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"Le grandi bugie del piccolo Tony Blair"

RINASCITA | Lunedi 25 Luglio 2005 - 9:31 | Guglielmo Maria Lolli-
Ghetti |

Ammesso, ma non concesso, che la pista islamica debba essere, per
volere dei neocons repubblicani, l'unica e storicamente giusta via
da perseguire evitando di scoprire altri filoni ben mimetizzati e
pulsanti all'interno della trilaterale Usa-Uk-Israele, Tony Blair
non può negare, come fa, il tragico rapporto causa-effetto che lega
le invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq e le reazioni legittime
del mondo arabo (che è anche) musulmano: e questa è la prima bugia
del premier britannico. Purtroppo, recita l'antico adagio latino:
chi è causa del suo mal pianga se stesso, ma Downing street non ci
vuole stare.
Il goffo tentativo di nascondere e ridimensionare l'entità ed il
numero dei morti del 7 luglio scorso perché non si vuole ammettere
che la strage abbia eguagliato quella dell'11 marzo 2004 di Madrid e
perché i terroristi non si possono permettere di umiliare gli
onnipotenti servizi segreti MI 5 e MI 6 della "Rule Britania" come
hanno fatto con la "invincibile armada" spagnola: e questa è la
seconda bugia di Tony Blair.
La gigantesca caccia all'uomo promossa dalla stampa inglese
orientata sempre solamente su presunte spie musulmane presenti a
Londra, è stata ridicolizzata dalla Tv Al-Jazeera sabato 9 luglio
scorso che ha intervistato il ricercatissimo Mohamed Al Gerbuzi
facente parte delle brigate Abu Afs Al Masri, che se fosse stato
identificato, sarebbe stato come minimo cannibalizzato dai
londinesi. Ma come rinunciare a sbattere il mostro in prima pagina
per nascondere di brancolare nel più buio fumo di Londra? Come
giustificare la propria albionica impotenza di fronte ad una
opinione pubblica che si è risvegliata nel sangue dal sonno
mediatico?
E così siamo arrivati alla terza bugia blairiana.
La stampa e la televisione italiana hanno fatto a gara nel tributare
onore e gloria al duo Bush-Blair, nonostante l'opposizione dei
sudditi e lo strombazzamento mediatico quotidiano sulla assoluta
sicurezza e impossibilità che mai e poi mai quei zozzoni arabi
avrebbero osato fare a loro quello che fanno al mondo intero (vedi
pirateria del `600 - schiavismo del `700 - guerra dell'oppio contro
i cinesi dell'800 - I e II guerra mondiale e bomba atomica sui
civili giapponesi), per quell'attacco all'Iraq con il pretesto delle
armi nascoste di Saddam Hussein; un'aggressione che sia Blair che
Bush hanno sempre centrifugato all'esterno in nome della democrazia
e della libertà. Il frutto di tutte le peggiori e dolorose
contraddizioni di una società tiranneggiata e usurpata dalle
corporazioni delle industrie della guerra. Non dimentichiamo che il
corpo dei marines Usa e dell'ammiragliato britannico sono
delle "limited" ossia società private. Ma se Berlusconi, dopo una
strage analoga italiana, si fosse permesso di mostrare anche lui la
sua "virile impotenza" come minimo sarebbe stato deriso a morte e
soffocato da una montagna di merda.
E questa è la quarta bugia di Tony Blair; da sempre, fin
dall'ottocentesco gold standard liberaldemocratico inglese prodotto
dalla creazione della sterlina di carta, con la truffa del debito
nazionale inventato da banchieri colonialisti delle compagnie delle
Indie, Londra ha saldato i conti con i paesi poveri, scambiando oro
con materie prime attraverso banconote di carta straccia e con la
politica delle cannoniere e con la lager-politica dell'"Heart Land"
del massone Fabiano J. Mackinder.
Usa-Uk-Israele: un trio di Stati indebitati. Gli Usa sul crinale
dell'irreversibile implosione economica, ogni inglese con un debito
individuale superiore al 110% e un Israele che viaggia con una
inflazione alle soglie del 500%. E tutto per mantenere questo
standard consumista di vita e sostenere la propria superiorità
bellica, in tutti gli scacchieri del mondo, avendo l'accortezza di
controllare tutte le energie non rinnovabili ed impedire
contemporanemante a tutti i popoli di attingere liberamente a quelli
rinnovabili, la guerra secondo il ragionamento atlantico è la
scorciatoia indispensabile.
Come fa dunque il primo ministro britannico a confessare ai suo
concittadini che la guerra preventiva asimmetrica ed inflitta,
teorizzata insieme ai cugini neocons Usa, è stata elaborata nelle
università yankee con l'equazione del caos strutturato Z n+1 = Z n –
c?
Quindi non potendo e volendo autoaccusare se stesso, deve giocoforza
prendersela con il terrorismo musulmano. La strage di Londra si
rivela quel sacrificio di vite umane tanto orribile quanto
funzionale a quella guerra pianificata dai signori delle armi e dai
loro sponsor finanziari della City di Londra che hanno brindato al
record del rialzo della borsa, ormai certi di aver rimosso una volta
per tutte, ogni remora contraria al conflitto globale.
Questa dunque è la quinta bugia di Tony Blair & Co.
Ma non basta perché essendo arrivato al suo terzo mandato
governativo Tony Blair, volando spinto dai venti di guerra, ormai
può omologare se stesso, i poteri forti della più bassa e squallida
finanza azionista dell'ammiragliato britannico Spa allo stato stesso
ed al volere popolare, che ha sempre osteggiato l'invasione
dell'Iraq e condannato le bugie sulle armi di Saddam Hussein,
affermando in sostanza "L'etat se moi", come Luigi XVI di Francia,
mistificando ancora sulla verità del suo esile consenso elettorale.
E così abbiamo svelato la sua sesta bugia.
Il burattino Blair con G. W. Bush, procede ormai speditamente a
recitare la sua parte sul teatrino insanguinato del III millennio,
su un copione scritto fin dagli anni dell'800 (vedi
articolo "Imperial Temptation" pubblicato dalla rivista
americana "Foreign Affairs"). Così si da' concreto supporto pseudo
culturale allo scontro di civiltà immaginato, ipotizzato e messo in
esecuzione da Washington.
Ma di quale civiltà parlano, ma chi rappresentano gli accoliti che
germinano sui governi della triplice Usa-UK-Israele? Al massimo
rappresentano una decina di milioni di novelli paperon de' paperoni –
  neocons –evangelici, battisti, etc.. contro 6 miliardi di cittadini
del mondo!
Intanto il gregge bello della nostra stampa e televisione non trema,
anzi: continua a masturbarsi, sognando una guerra apocalittica, che
veda scannarsi 1,56 miliardi di cristiani-cattolici contro 1,5
miliardi di islamici.
Papa Benedetto XVI non ci è cascato minimamente; e neanche gli imam
di tutto il mondo arabo.
Se si vuole veramente abbattere il terrorismo, l'unica strada
responsabile e razionale è quella di ritirare gli eserciti della
coalizione dall'Iraq ed abbattere il muro della vergogna dalla
Palestina che ha sottratto agli arabi anche tutte le falde idriche
potabili!
Tony Blair non può che continuare a recitare la sua parte fino in
fondo come Bush, burattinato da un grande fratello, descritto da
Orwell e che, guardate il caso, si chiamava G. Blair (ironia della
sorte) e questa è la settima mediatica globale bugia di questo
piccolo ma proprio piccolo e rosso (di sangue?) Tony Blair.

#751 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Lun 25 Lu 2005 3:49 pm
Oggetto: SESSO E POLITICA
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SESSO E POLITICA


Di Gilad Atzmon

Una conversazione da Bookmarks, libreria marxista di Londra, 17.6.05

Oggi mi accingo a parlare di un uomo che è stato rimosso dai nostri
discorsi intellettuali.
Considerando la sua immensa influenza nella prima metà del ventesimo
secolo, la sua totale scomparsa suscita alcune domande. Wittengstein
lo considerava di un'influenza rilevante, James Joyce attinse a lui
nella stesura di Ulysses. Il signore in questione ispirò Robert
Musil e Herman Broch. Riesco a rintracciare facilmente il suo
pensiero nelle opere di Lacan e Heidegger. Freud stava discutendo
sulle sue idee e pure Hitler lo menzionò, ammettendo che "c'era un
unico ebreo decente ma anche lui si è ammazzato". Otto Weininger è
stato una delle figure intellettuali più influenti dei primi quattro
decenni del ventesimo secolo e, tuttavia, suppongo che in questa
stanza non molti siano a conoscenza del suo pensiero o abbiano anche
sentito il suo nome prima d'ora. Suppongo che vi debba spiegare
perché. Signori e Signore, Otto Weininger era un razzista, un
antisemita e un misogino radicale. Non gli piacevano gli ebrei né le
donne ma indovinate, era lui stesso un ebreo e, per quanto le
ricerche storiche possano rivelare una qualche verità, era un
effeminato.

Vi assicuro che non sono interessato alle tendenze sessiste e
antisemite di Weininger. Se mai, trovo questi due aspetti dei suoi
scritti piuttosto divertenti. Molte delle sue affermazioni non
possono essere prese sul serio. Le sue declamazioni contro le donne
ne dipingono un'immagine di scolaro impertinente che lotta per
vivere il rapporto con il mondo degli adulti, e tuttavia, è uno dei
più straordinari pensatori nei quali mi sia mai imbattuto. La sua
conoscenza del concetto di genio trova facilmente strada nelle
ultime pagine della terza critica di Kant. La sua comprensione della
sessualità è schiacciante e considerando il fatto che il suo libro
fu pubblicato quando era solo ventunenne, anche i suoi molti
oppositori ammettono che quest'uomo fu un talento straordinario. In
breve, c'è fin troppa saggezza in Weininger per metterlo da parte
senza osservarlo. In più, personalmente devo ammettere che Weininger
mi ha aiutato ad afferrare chi sono, o piuttosto chi potrei essere,
quello che faccio, quello che cerco di ottenere e perché alcune
persone cercano così tanto di fermarmi.

Weininger pubblicò Sesso e carattere, il suo solo e unico libro nel
1903. All'epoca aveva appena 21 anni. Il libro fu presentato come
studio filosofico sulla sessualità. E' un attacco feroce sul
concetto della donna, sia sull'idea che sull'apparenza. Ma non sono
solo le donne che Weininger sembra disprezzare, la descrizione che
fa degli Ebrei in quanto esseri degradati è lungi dall'esser
lusinghiera. L'uomo Inglese è descritto come un personaggio
effeminato. Lasciatemelo dire ad alta voce, Weininger è oltraggioso.
Alcune delle mie associate che videro il testo l'hanno congedato
prima di finire il primo paragrafo e nonostante ciò, insisto che
quasi ogni frase del libro di Weininger cade nella prestigiosa
categoria della letteratura provocatoria. Davvero Weininger è un
razzista, un sessista, odia le Donne, odia gli Ebrei, odia tutto ciò
che viene meno alla mascolinità Ariana, la sua propensione per le
formulazioni matematiche è leggermente infantile e senza dubbio
datata. Commette degli errori categorici ma mi ha fatto pensare. E
con il vostro permesso vorrei condividere con voi le mie opinioni su
questo uomo.

Sessualità

Il punto dal quale Weininger parte non è molto originale. Uomini e
Donne, dice, sono soltanto dei modelli. Ogni individuo è un composto
dei due modelli sessuali in proporzioni differenti. Alcuni uomini
sono più mascolini di altri, alcune donne sono più femminili delle
loro sorelle. Questa idea è supportata ovviamente da molte
osservazioni psicologiche così come da scoperte genetiche e
biologiche.

Ma Weininger non si ferma qui. Va avanti e formula la "legge
dell'attrazione sessuale".
Secondo Weininger: "Per una vera unione sessuale è necessario che si
uniscano un maschio assoluto e una femmina assoluta". (Weininger,
2003:29). Il legame tra l'uomo e la donna si risolve in un'unità di
mascolinità e femminilità, alla quale i due partner contribuiscono
reciprocamente. In pratica qui Weininger parla del completamento tra
uomo e donna. Entrambi i partner contribuiscono reciprocamente alla
formazione di una più grande femminilità e mascolinità. Per esempio,
se Tony ha una componente maschile dell'80% e femminile del 20% e
Sue ha una componente del 20% maschile e dell'80% femminile allora
la somma delle due componenti avrà come risultato una unione
perfetta con il 100% di femminile e 100% di maschile. In parole
povere, per quanto riguarda l'attrazione sessuale possiamo presumere
che Tony e Sue siano altamente eccitati l'uno dall'altro. La loro
relazione riunisce una assoluta unità al 100% tra uomo e donna.

Superfluo dire che il riferimento di Weininger al genere umano in
quanto dato statistico è lievemente bizzarro tanto quanto
problematico.

Quando facciamo delle prospezioni sulle persone intorno a noi non
vediamo delle figure matematiche o divisioni ben definite tra la
parte maschile e quella femminile. Vediamo piuttosto esseri umani
con voglie, desideri, intenzioni, speranze e bisogni sessuali. E,
nonostante ciò, l'opinione di Weininger, senza badare alle sue
implicazioni pratiche, è tutt'altro che stupida. L'idea che Tony e
Sue siano impegnati in una relazione complementare è molto
esplicativa. Tony sta cercando la sua parte maschile smarrita mentre
Sue sta celebrando il ritrovamento della sua femminilità smarrita.
Tony è attratto da Sue non solo per le sue qualità femminili ma
anche perché possiede ciò che a Tony manca. Secondo Weininger noi
siamo attratti da chi ci porta vicino all'unità.

Naturalmente ci aspettiamo che il legame tra estrema mascolinità e
estrema femminilità risulti in una forte attrazione sessuale. Ma
come Weininger fa notare, questa attrazione è collegata con una così
scarsa comprensione incrociata dei due generi: "Più femminilità
possiederà una donna e meno capirà un uomo… Così come più un uomo
sarà mascolino e meno capirà le donne " (Weininger, 2003:57). Il
motivo è chiaro, più femminilità possiede la donna, e meno la sua
parte maschile viene mostrata nel suo insieme fisico e psichico.

Questo acume weiningeriano può spiegare perché gli uomini vogliono
le loro donne a letto in pigiama mentre le loro amanti a letto con
calze e giarrettiere. Con la moglie si preferisce parlare di tanto
in tanto. Si vuole che sia comprensiva, si vuole che ascolti quelle
noiose e ripetitive storie sulla giornata di lavoro. Lei vuole
lamentarsi dei figli. Entrambi desiderano condividere il più
possibile: notte dopo notte, si raccontano storie, a volte si
leggono anche dei libri insieme, poi si spegne la luce e ci si gira
dall'altra parte. L'amante è tutta un'altra storia: lei
è "l'assenza", non è lì per parlare ma piuttosto per "l'azione". Si
fa l'amore, poi ci si fa una doccia e si ritorna in ufficio.
Piuttosto che condividere, si è entrambi coinvolti in una
silenziosa "consumazione" l'uno dell'altro. Supponendo per esempio
che Tony è molto maschile e Sue molto femminile, allora si
attrarranno sessualmente, ma le possibilità di comunicare sono
insignificanti.

Questa idea è sconvolgente nella sua semplicità, ma le implicazioni
sono di una devastazione totale. Come appare, lascia il pensiero di
sinistra in rovina. Se Weininger è corretto, allora la comprensione
dell'Altro è fondamentalmente una forma di auto realizzazione. Se
Weiniger è corretto, allora i concetti di empatia e diversità sono
completamente fuorvianti. Il concetto di "Altro" che fu abbracciato
entusiasticamente dal pensiero di sinistra post Seconda Guerra
Mondiale (Levinas), cade a pezzi. Se Weininger ha ragione non c'è
spazio per una dissertazione riguardo il concetto di empatia solo
come un suggerimento normativo. In altre parole, potrebbe non
esserci motivo per credere che questo uomo sia un essere empatico.
Tony può capire Sue purché Sue sia ben presentata nel suo regno
psichico. Comprendo la mia beneamata fintanto che possiedo
abbastanza di lei dentro di me. Così di fatto, la comunicazione con
il mio partner è fondamentalmente una conversazione che conduco con:
me, me stesso e il mio io. Apparentemente, uomini e donne tendono a
lamentarsi della mancanza di comunicazione tra i due sessi. Da quel
che sembra, Weininger riesce a gettare un po' di luce sull'argomento.

Il genio e l'artista

Questo assoluto concetto di conoscenza approfondita delle differenti
caratteristiche psicologiche è esplorata da Weininger nella sua
trattazione del genio. Per Weininger è più che ovvio che il genio
non è solo un essere dotato, il genio non è un talento e non è una
qualità che può essere appresa o sviluppata. Il Genio è "un uomo che
scopre molti `Altri' in se stesso. E' un uomo con molti uomini nella
sua personalità. Ma allora il genio può capire gli altri più di
quanto gli altri possano capire se stessi, perché dentro di sé non
ha la sola personalità che sta stringendo, ma anche il suo opposto.
La dualità è necessaria per l'osservazione e la comprensione… in
breve, capire l'uomo vuol dire avere in parti uguali se stesso e il
suo contrario in un unico individuo" (Weininger, 2003:110).

In un certo senso, il Genio è una persona che ospita un dinamismo
dialettico che permette a un ricco prospetto del mondo e del suo
panorama umano di animarsi. Fino a un certo punto, Weiniger qui sta
alludendo alle qualità positive della schizofrenia. Idee che vennero
poi esaminate anni dopo da Lacan. Il Genio ospita dentro di se un
vivace dibattito. Può esplorare differenti punti di vista mentre
simultaneamente esamina prospettive diverse e i loro antagonismi.

Il Genio ci racconta sempre qualcosa sul mondo, qualcosa che non
conoscevamo prima d'ora. Lo scienziato osserva il mondo materiale e
fisico, il filosofo esamina a fondo il regno delle idee e l'artista
esamina se stesso. Bizzarro come può sembrare, l'artista ci dice
qualcosa sul mondo solo osservando il suo mondo
interiore; "nell'arte, l'esplorazione del se è l'esplorazione del
mondo…" (Weininger,2003 :Author's preface pg.1).

Weininger sostiene che il genio è esposto alle "passioni più strane"
e "agli istinti più ripugnanti". Ma queste passioni sono contrastate
da altre personalità interne. Per esempio, "Zola che ha descritto
così fedelmente l'impulso a commettere omicidio non ha egli stesso
commesso omicidio perché in lui vi erano molte altre personalità"
(Weininger, 2003:109). Zola, secondo Weininger, riconoscerebbe
l'impulso omicida più dell'omicida stesso proprio perché avrebbe la
capacità di riconoscere l'impulso piuttosto che rimanervi
sottomesso. L'abilità di convogliare una autentica personalità
immaginaria è dovuta al fatto che la personalità e i suoi opposti
sono ben orientati dentro la psiche dell'artista.

Confessione

Come alcuni di voi possono capire, è qui dove io stesso comincio a
prendere seriamente in considerazione Weininger. Da alcuni anni a
questa parte sono stato impegnato a scrivere su Israele, il Sionismo
e l'esser Ebreo. Nei miei lavori di narrativa mi sono specializzato
nel dar vita ad alcuni affascinanti e nello stesso tempo spaventosi
personaggi israeliani: sono tutti dei perdenti che corrono a tutta
velocità contro un muro di cemento. Scrivo di gente che non riuscirà
mai a vivere un buon rapporto con le condizioni che loro stessi si
impongono, gente che non troverà mai la strada di casa. Nei miei
scritti politici e ideologici cerco di affermare un modello
filosofico che possa evidenziare la complessità insita dell'esser
Ebreo. Sto cercando il nocciolo metafisico della differente visione
della supremazia mondiale. Sto cercando di seguire le tracce delle
identità umiliate moralmente e eticamente. Ma poi, penso sempre a me
stesso come ad un pensatore autonomo che si colloca in una
archimedea posizione distaccata di esplorazione, aspiravo a
costruire una ricerca imparziale sulle condizioni del conflitto
Israelo-Palestinese.

Signori e Signore, mi sbagliavo. Weininger me lo ha reso chiaro, non
sono distaccato dalla realtà di cui scrivo e mai lo sarò. Non guardo
agli Ebrei o alla loro Identità. Non osservo gli Israeliani. Sto
guardando dentro di me, sto osservando ciò che io possiedo, il mio
interiore e anche eterno essere Ebreo. Ma l'ebreo dentro di me non
vive su di un'isola, è circondato da molti nemici ostili e
personalità opposte proprio all'interno della mia stessa psiche.
Proprio qui dentro di me, una guerra si sta prendendo il suo
tributo. Molte personalità si combattono l'un l'altra. Ma però
credetemi, non è così terribile come può sembrare. Infatti. è
alquanto produttivo.

L'antisemita

Secondo il proprio paradigma Weininger sostiene che "la gente ama
negli altri le qualità che vorrebbe avere ma di cui difetta in
grande misura. Quindi detestiamo negli altri solo ciò che non
desideriamo essere, e ciò di cui purtroppo siamo in parte. Odiamo
solo le qualità alle quali ci avviciniamo, ma che vediamo prima in
altre persone… Di conseguenza, il fatto è spiegato, i più accaniti
Antisemiti sono da cercarsi tra gli stessi Ebrei" (Weininger,
2003:304)

Evidentemente alcuni Ebrei si oppongono a ciò che disprezzano in
loro. Questa tendenza è chiamata antisemitismo ma come ben sappiamo
gli Ebrei non sono i soli. Alcuni tra i non Ebrei trovano una
inclinazione ebrea dentro di se. Secondo Weininger, neanche Richard
Wagner, il più accanito antisemita poteva essere immune
dall'accrescimento di "ebraicità nella propria arte" (Weininger,
2003:305). Perciò mi permetterei di affermare che per Weininger
l'ebraicità non è affatto una categoria razziale. E' chiaramente una
forma mentis che alcuni di noi possiedono e un bel po' di noi
cercano di contrastare.

Ma allora non è questa una ripetizione del trattato di Marx
sull'identità Ebraica come viene indagato nel suo famoso e
controverso saggio "La questione ebraica"? Nel suo saggio Marx
equipara gli Ebrei con il capitalismo, gli interessi personali e
l'avidità di denaro. Per Marx il capitalismo è giudaismo e il
giudaismo è capitalismo. Il denaro è divenuto un potere mondiale, e
il pratico spirito ebraico è divenuto lo spirito pratico dei paesi
cristiani.

Gli Ebrei si sono emancipati a tal punto che i Cristiani sono
diventati Ebrei. Agli occhi di Marx gli Ebrei sono sia i creatori
che la creazione, letteralmente escrementi del capitalismo borghese.
Così conclude ferocemente: "L'emancipazione sociale della comunità
Ebraica è l'emancipazione della società dagli Ebrei."

Ma poi, giudicando i concetti di Marx usando lo stile Weiningeriano
appare:

1 – Che Marx non considerava l'ebraicità in quanto identità razziale
ma piuttosto come forma mentis. In pratica sono i paesi Cristiani ad
adottare la forma mentis ebraica.

2- Che l'analisi di Marx è la conseguenza che lo stesso Marx era in
parte ebreo. In altre parole, essendo un genio alla Weininger, Marx
cercò di porre resistenza alla propria mentalità ebrea.

Come possiamo notare, Weininger ci fornisce dei mezzi di analisi
abbastanza utili.
Dobbiamo ammettere che ci sta dando la capacità di osservazione
sull'argomento `odio e odio nei confronti di se stessi'. Weininger
va oltre affermando che "l'Ariano deve ringraziare l'Ebreo perché
attraverso lui impara a guardarsi dal Giudaismo insito in se".
Quando odiamo gli ebrei odiamo l'ebreo che è in noi. Questo potrebbe
spiegare l'odio cieco dei nazisti nei confronti di tutto ciò che
anche remotamente poteva odorare di ebreo. Ma allora se l'odio è una
forma di negazione di se, a questo punto dovrei ammettere che la mia
guerra contro lo Sionismo si dovrebbe attuare in una guerra che
dichiaro a me stesso. E lasciatemi fare un passo oltre, fintanto che
qualcuno in questa stanza è d'accordo con me che Sionismo e Razzismo
devono essere sconfitti, allora noi tutti dobbiamo ammettere di
avere un piccolo caro sionista razzista dentro la nostra mente.
Combattere sionismo e razzismo è combattere noi stessi. E
lasciatemelo dire, questa è proprio la strada giusta da percorrere.

Conclusione

Senza dubbio Weininger ci offre in quantità mezzi di analisi per
decostruire il suo stesso lavoro. Ci si dovrebbe chiedere, come fa a
sapere così tanto sulle Donne? Come mai le odia così tanto? Come fa
a sapere così tanto sugli Ebrei? Perché li odia così tanto? La
risposta ce la rivela il pensiero di Weininger ma non in parole sue.
Weininger odia le Donne e gli Ebrei perché lui stesso è Ebreo e
Donna. Adora la virilità Ariana perché in lui non ve n'è una goccia.
Ed è probabilmente questa rivelazione a condurre Weininger al
suicidio alcuni mesi dopo la pubblicazione del suo libro. Alla fine
arrivò a comprendere di cosa trattava il suo libro.

Oggi ho deciso di parlarvi di Otto Weininger principalmente perché
uno dei più grandi filosofi è stato rimosso dai nostri scaffali e
praticamente bandito dalle nostre protezioni del PC. E' perché non
aveva nulla da dire? Esattamente il contrario, aveva di gran lunga
molto da dire. Molto più di quanti di noi vogliono ammettere.
Weininger, uno degli ultimi giganteschi filosofi tedeschi, getta una
luce sugli aspetti più vivi del nostro essere. Ecome tutti noi
sappiamo, raramente vediamo ciò che ci sta sotto il naso.

Ma c'è dell'altro su cui volete riflettere. Potreste aver notato che
mentre stavate entrando in libreria un gruppo rumoroso di "ebrei
antisionisti" sta picchettando in strada. Stavano picchettando
contro di me, amici miei, contro il mio messaggio, il nostro
messaggio o anche qualsiasi messaggio in generale. Vi posso
assicurare che, sia io che la libreria, li abbiamo invitati a
prendere parte a questo dibattito. Come potete immaginare,
chiaramente hanno rifiutato. Weininger ci spiega perché.
Evidentemente mi odiano, odiano tutto quello per cui sono a favore.
Ma allora perché mi odiano così tanto? Perché mi conoscono bene,
molto bene. Vi chiederete come mai mi conoscono così bene? Semplice,
io sono là, nel profondo di ognuno di loro, sono colui che solleva
quelle domande insopportabilmente irritanti: Sono quello che chiede
che cosa rappresenta l'ebraicità, che cos'è la laicità ebraica.
Metto in discussione il rapporto intrinseco tra Sionismo e
Ebraicità. Sono felice di discutere apertamente ogni narrazione
storica Ebraica incluso l'Olocausto e semplicemente mi odiano.
Grazie a Weininger ora dovremmo intuire che mi disprezzano perché
proprio quelle domande tolgono sonno ai loro occhi. Fanno fronte a
questi interrogativi quotidianamente, ma non riescono a trovare
dentro di se i mezzi per affrontare le conseguenze per aver
fronteggiato quelle domande. Non osano nemmeno sedersi qui con noi.
Stare qui tra di noi significherebbe stare con se stessi.
Significherebbe confrontarsi. Invece di fare questo sono impegnati
nel solito Talmudico gioco simbolico di etichettare e calunniare il
messaggero. Ammettiamo, uccidere il messaggero è una parte
intrinseca della narrativa storica ebraica.

Seguendo il mio stesso confronto con gli scritti di Weininger ora mi
sto rendendo davvero conto che il mio lavoro sta traendo potere
dall'auto riflessione. Piuttosto di guardare il mondo,
sostanzialmente osservo me stesso. Io esco con la musica, la
letteratura e le idee. Se il mio operato è di una qualsivoglia
qualità sta a voi decidere. Se riesco a dire qualcosa sul mondo, lo
dirà il tempo. Alcuni di voi leggeranno i miei libri e sono quasi
sicuro che voi possiate prendere una decisione. Ma quando toccherà a
coloro che prima stavano picchettando lì fuori, è categoricamente
chiaro, non prenderanno nessuna decisione; non desiderano stare in
mezzo agli altri, o per esser più precisi, non hanno alcuna
intenzione di guardarsi dentro. Mentre noi ci trovavamo qui in
questa libreria, loro erano occupati a bruciare libri. Questo è il
vero significato dei muri del ghetto ebraico, che sia il muro
dell'apartheid in Palestina o solo un piccolo muro divisorio qui
fuori da Bookmarks, Londra. Il Sionismo sta tutto nella
segregazione, è là per separare gli Ebrei dal resto dell'umanità. E'
triste scoprire che questo male politico ha contaminato anche i
pochi ebrei che si sono dichiarati suoi oppositori. Auguro del bene
a questi ebrei antisionisti e voglio credere che prima o poi si
emancipino. Allora poi verranno a sedersi con noi.

Gilad Atzmon
Fonte:http://www.gilad.co.uk/
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LAURA

Note

1. Otto Weininger, Sex and character (ed. Howard Fertig : New York,
2003)
2. Karl Marx, La questione ebraica, 1844 www.marxists.org

#750 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Dom 24 Lu 2005 4:36 pm
Oggetto: nuovo numero di ITALICUM
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E' in distribuzione il nuovo numero di ITALICUM, maggio – giugno 2005

periodico di cultura, attualità e informazione, direttore Luigi
Tedeschi

Potete richiederlo:



- presso il CENTRO CULTURALE ITALICUM,


-         mediante e-mail, il nostro indirizzo è
posta@...

-         il nostro sito è all'URL www.centroitalicum.it



  Editoriali

E. Cipriano: Referendum & referendum: i popoli rifiutano le
oligarchie

Da Internet: Da "www.eurasia-rivista.org": Analisi del NO al
referendum del 29 maggio 2005 di Alain De Benoist



Focus: Che fare?

Da "Che fare?" di Lenin: "Che cosa significa <libertà di critica>"

Da "La forza della verità" di Gandhi: "Compromesso sulle cose non
essenziali"


Da "L'avvenire del lavoratore" di B. Mussolini: "La virtù
dell'attesa"

L.T.: Promuovere la partecipazione attiva dei popoli alle scelte

L.L. Rimbotti: Darwinismo etnico e protezione della
vita

C. Gambescia: Il problema dei fini nell'azione politica

G. Adinolfi: "Mutuo sociale" e cultura comunitaria

C. Preve: Che fare? Alcune modeste proposte di cultura politica

A. Sinagra: Il perchè del nostro impegno

Da "Fede, verità e tolleranza" di Benedetto XVI: brani
scelti

Da Internet: Manifesto del sottosviluppo - Elaborato da S. Latouche
nell'ambito del "Cercle François Partant"



Contrappunti

M. Porrini: Eurasia: strategie di potenza

L. Tedeschi: Sistema Italia: un declino annunciato e globalizzato

Da Internet: Da "www.reporterassociati.org": La guerra dei pozzi
(dell'Eni) di Reporter Associati

S. Tringali: Gli assordanti silenzi della colonia Italia



Cultura:

Intervista con Antonello Cresti e Stefano Boninsegni  coautori del
libro di AA.VV. "L'immaginazione al Podere"a cura di Italicum

E. Landolfi: Le metamorfosi della sinistra: da Gramsci a
Blair

Da Internet: Da "www.ariannaeditrice.it": Terzo mondo tra debiti e
speculazioni di Massimo Fini

R. Olivieri: Siamo Papa (Wir sind Papst)

P. Paiusco: Il relativismo nelle parole di Benedetto XVI e Gainni
Pozzo

B. De Padova: Filippo Anfuso, l'ambasciatore che a Berlino difese
l'onore d'Italia

B. Gatta: Mazzini, una vita per un sogno

#749 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Dom 24 Lu 2005 8:55 am
Oggetto: L’INTEGRALISMO ISLAMICO E GLI ERRORI DELL’OCCIDENTE
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L'INTEGRALISMO ISLAMICO E GLI ERRORI DELL'OCCIDENTE

di Filippo Gaja

Con cinquant'anni di ininterrotti interventi militari, compiuti per
mantenere il controllo della regione da cui sgorga il petrolio,
linfa vitale della civiltà dei consumi, l'Occidente, con alla testa
gli Stati Uniti, ha creato una condizione di contrapposizione
frontale con le popolazioni che la abitano. Dei tredici paesi
mediorientali e nordafricani esportatori di petrolio, undici sono
islamici o a maggioranza islamica. La politica di potenza fin qui
tenuta, tutta basata sulla stabilità dei governi, e che non ha
tenuto in conto alcuno le masse islamiche, potrebbe rivelarsi un
colossale errore di calcolo.

L'ONU stessa ammette che da 56 anni le popolazioni del Medio Oriente
e del Nordafrica vivono "in un clima di amarezza, di frustrazione e
di speranze deluse". Fra il 1936 e il 1939 l'"invasione" sionista
provocò la prima "grande rivolta" dei Palestinesi, ...

... sedata nel sangue dagli occupanti inglesi e dalle milizie
sioniste.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale Libano, Siria, Irak,
Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco sono stati costretti alla lotta
per ottenere l'indipendenza dal colonialismo inglese e francese. Nel
1947-48 gli Stati Uniti hanno appoggiato l'offensiva militare dei
coloni sionisti imponendo in Palestina la nascita dello Stato di
Israele, appoggiati dall'Europa. Sorto mediante l'espulsione manu
militari di 700.000 Palestinesi dalle loro case e dalle loro terre,
nato come "guardiano" armato degli interessi occidentali in Medio
Oriente, Israele, che ogni arabo e musulmano considera un intruso,
si è ingrandito con cinque successive guerre (1948, 1956, 1967,
1973, 1982), annettendosi territori siriani, giordani, egiziani e
libanesi, e si è progressivamente rafforzato militarmente fino a
divenire nella regione la incontrastata potenza egemone che ha
paralizzato l'evoluzione spontanea degli Stati arabi e musulmani in
ogni settore, politico, economico e sociale. Ora terrorizza i popoli
con la minaccia atomica.
L'Occidente ha frustrato tutte le speranze di una unità araba. Le
rivoluzioni laiche o socialiste sono state oggetto di un
boicottaggio sistematico, che le ha condotte al crollo o
all'impotenza. La serie di colpi che l'Occidente ha inferto al mondo
arabo e musulmano è senza fine.

Dopo la sconfitta nella prima guerra arabo-israeliana del 1948, nel
1953 i servizi segreti americani hanno organizzato il colpo di Stato
per abbattere in Iran il governo Mossadeq colpevole di avere
nazionalizzato il petrolio. Nel 1956 Inghilterra e Francia hanno
mandato una flotta da sbarco con centinaia di aerei e 100.000
soldati a occupare il canale di Suez nazionalizzato da Nasser. Nel
1958 gli Stati Uniti hanno sbarcato 14.000 marines intervenendo
nella guerra civile libanese per proteggere le forze filo-
occidentali. Per ventisette anni consecutivi gli israeliani hanno
condotto una sanguinosa repressione con migliaia di morti nei
territori occupati, e hanno compiuto una incessante serie di raids,
invasioni, bombardamenti nel Libano, culminati nel 1982 con
l'assedio di Beyruth durato tre mesi, e i massacri nei campi
profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Francesi e americani hanno
inviato nel 1983 un nuovo corpo di spedizione a Beyruth per impedire
l'egemonia araba sul Libano.

Alcuni gesti israeliani hanno assunto la caratteristica di una
aperta sfida alla coscienza araba, come il bombardamento israeliano
del quartier generale dell'OLP a Tunisi, o la spedizione punitiva in
Tunisia di un commando israeliano per assassinare il dirigente
palestinese Abu Jihad. Con il bombardamento di Tripoli e Bengasi, i
ripetuti interventi aereo-navali e l'embargo degli Stati Uniti
contro la Libia, gli americani si sono a loro volta presentati, una
volta di più, come una potenza brutale animata da una cieca volontà
distruttiva.

A corollario di tutto questo, nel 1980 e 1981 aerei israeliani hanno
distrutto la centrale atomica irakena "Osirak". La guerra del Golfo
del 1991 contro l'Irak, con la partecipazione di tutte le nazioni
occidentali, con l'uso di armi di sterminio che hanno provocato la
morte di decine di migliaia di soldati iracheni in ritirata dal
Kuwait ha colmato la misura.

Ognuno di questi fatti è stampato a lettere indelebili nella mente
di ogni arabo e ogni musulmano. A ciò si aggiunge la costante
mancata applicazione delle risoluzioni dell'ONU riguardanti i
diritti dei Palestinesi, percepita come una manifestazione di
disprezzo verso gli arabi.

Il fallimento dell'esperimento liberista che ha provocato solo
l'aggravamento delle differenze sociali e della povertà, completa il
quadro. Le masse arabo-musulmane, perfettamente coscienti del valore
del petrolio, sono offese dall'odioso destino di vedere altri
sfruttare le proprie ricchezze ed essere condannate al
sottosviluppo. Fin qui tutto è andato bene, ma questa politica è
stata storicamente sbagliata e prima o poi ci vedremo presentare il
conto finale.

L'integralismo islamico è una forza difficilmente sopprimibile
perché cresce nella misura in cui è repressa, si alimenta nella
lotta. E' sostanzialmente una forza spirituale che si è impadronita
delle masse islamiche e che si trasforma in una forza materiale
secondo schemi che la storia ha già sperimentato. Per usare le
parole di un autorevole commentatore francese,
l'integralismo "capitalizza le frustrazioni del mondo arabo e sorge
come una forza passionale" e " canalizza una formidabile collera
popolare, un desiderio rivoluzionario di fare "tabula rasa"".
Guardando la cosa con tutto il cinismo possibile, il problema che si
presenta ora al comune cittadino occidentale è quello di sapere
quali probabilità esistono che la brutalità imperiale possa
continuare ad assicurare nel futuro alle nazioni industrializzate il
controllo assoluto delle fonti energetiche mediorientali. Un dilemma
ogni giorno più drammatico: il Medio Oriente è la chiave della
prosperità o della crisi della cosiddetta "civiltà occidentale". E'
nel Medio Oriente, e più in particolarmente nel Medio Oriente arabo,
che è concentrata la maggior parte delle riserve petrolifere
mondiali.

Fra trent'anni la maggioranza degli altri paesi del mondo che
producono petrolio avrà esaurito i propri giacimenti e il Medio
Oriente rimarrà la sola fonte.

I termini dei rapporti di forze sono racchiusi in poche cifre.
Israele, sentinella avanzata dell'Occidente e primo guardiano del
petrolio in Medio Oriente, ha una popolazione di 5 milioni di
abitanti. Il mondo arabo musulmano mediorientale ne conta più di
300, e i musulmani nel mondo sono ben oltre un miliardo. Basteranno
le armi di distruzione di massa e le atomiche israeliane a mantenere
la regione petrolifera nella soggezione? Qui risiede il dubbio.
L'Occidente non ha fanteria e non è attrezzato, né moralmente, né
psicologicamente, né materialmente, per resistere a un logoramento
infinito.

http://www.luogocomune.net
23 luglio 2005

#748 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Gio 21 Lu 2005 8:24 pm
Oggetto: La Resistenza irachena e la Francia
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La Resistenza irachena e la Francia

:::: 20 Luglio 2005 :::: 6:01 T.U. :::: Intervista :::: AFI
http://www.eurasia-
rivista.org/cogit_content/articoli/LaResistenzairachenaelaFra.shtml


Intervista a Gilles Munier, segretario generale delle Amitiés franco-
irakiennes

L'associazione delle Amitiés franco-irakiennes (AFI) è stata fondata
nel 1985 dall'orientalista Jacques Berque e da personalità francesi
favorevoli alla politica araba della Francia.

Questa associazione ha apportato il suo sostegno all'Iraq nel suo
conflitto con l'Iran - scoppiato alcuni anni più tardi - poi si è
opposta alla partecipazione della Francia alla guerra del Golfo del
1991. In seguito, essa si è battuta per togliere l'embargo imposto
all'Iraq e ha denunciato - prove alla mano e sul campo - la menzogna
delle armi di distruzione di massa. Nella sua assemblea generale del
giugno 2003, è stato deciso di sostenere senza riserve la resistenza
irachena.

Gilles Munier è segretario generale delle AFI dal 1986 ed è anche
autore di una guida politico-turistica dell'Iraq, tradotta in
inglese l'anno scorso. [1]

***

Domanda : Dopo l'unilaterale proclamazione di vittoria degli
invasori, che cosa ne pensa della posizione della Francia nei
confronti del " governo " iracheno ?

Risposta : La presa di posizione della Francia e il discorso di
Dominique de Villepin alle Nazioni Unite sono ora storia vecchia.
Gli Iracheni ci sono riconoscenti per il gesto, ma si rammaricano
che Jacques Chirac non abbia allora avuto il coraggio di pretendere
una votazione dell'ONU che avrebbe potuto impedire agli Stati Uniti
ed alla Gran Bretagna di aggredire l'Iraq.

Gli Iracheni ci rimproverano di aver ripristinato relazioni
diplomatiche con il loro paese senza attendere la partenza delle
truppe USA e di aver accettato di formare poliziotti iracheni nel
quadro della NATO.

Inoltre, trovano che noi abbiamo dimenticato un po' in fretta la
proposta, fatta l'anno scorso da Michel Barnier, di invitare la
resistenza a partecipare alle conferenze internazionali organizzate
per discutere sull'avvenire del paese.

Esiste nella resistenza una corrente detta anti-francese, che accusa
Parigi di doppio gioco, d'ipocrisia. I suoi membri mettono in dubbio
la sincerità della politica francese del periodo dell'embargo. La
risoluzione 1559 contro la Siria - ispirata dalla Francia - e le
pressioni franco-americane su questo paese sono percepite dai
nazionalisti panarabi radicali e dagli islamisti come dei
tradimenti. Il recente annuncio del "Washington Post" circa
l'esistenza a Parigi, dal 2002, di un centro segreto di spionaggio
CIA-DGSE battezzato "Alleanza Base" non farà loro cambiare idea.
Anzi...


D: Da quali tendenze politiche è composta la resistenza irachena ?

R: La resistenza irachena comprende patrioti di tutte le tendenze
politiche, di tutte le etnie e di tutte le tribù o comunità
religiose esistenti in Iraq. Le componenti principali sono
baathiste, islamico-baathiste ed islamiche di obbedienza sunnita,
sciita o sufi. Non va tuttavia dimenticata la partecipazione di
nasseriani, comunisti e Curdi: non tutti sono seguaci di Barzani e
Talabani, da quelle parti.


D: Secondo lei, si può dire che la resistenza irachena è unita ?

R: Sì, unita su un obiettivo: sbattere gli anglo-sassoni e i loro
ausiliari locali fuori dall'Iraq! Esiste pure un abbozzo di
Consiglio Nazionale della Resistenza, presieduto da Izzat Ibrahim Al-
Douri, ma al momento si tratta di un coordinamento non centralizzato
[2]. Non si può paragonare la resistenza irachena a quella dei
Vietnamiti o degli Algerini, perché i mezzi di cui dispongono gli
Stati Uniti per annientarla sono considerevoli. Le cellule
combattenti sono dunque autonome. Esse lo resteranno per il tempo
necessario a controbattere ogni rischio d'infiltrazione.


D: Il Partito Baath ha ancora un'esistenza politica al di fuori
del " triangolo sunnita " ?

R: Il Partito Baath non era unicamente composto da Sunniti o da
Tikriti. In esso erano numerosi gli Sciiti. Per convincersene, basta
conoscere l'appartenenza religiosa dei dirigenti raggruppati
nel "mazzo di carte". Dopo l'aggressione, nelle regioni a
maggioranza sciita si è assistito ad una vera caccia all'uomo per
eliminare gli Iracheni sospettati di essere baathisti. Intere
famiglie sono state massacrate dalla Brigata filoiraniana Badr e dai
sicari di Ahmed Chalabi. In seguito, per fortuna, la paura ha
cambiato campo. I collaborazionisti ora camminano rasentando i
muri... Sì, il Partito Baath è presente al di fuori del " triangolo
sunnita ".


D: Perché il Partito Baath non compare apertamente come
organizzazione di lotta ?

R: Per evidenti ragioni tattiche. La guerra di liberazione deve
essere dell'intero popolo iracheno, non di un partito. Ma esistono
un Partito Baath clandestino e cellule dormienti baathiste in tutto
il paese.

Se i Baathisti sono la spina dorsale della resistenza, è perché i
dirigenti iracheni hanno avuto 13 anni per preparare il loro popolo
al combattimento. Saddam Hussein e alcuni generali selezionati con
cura hanno scelto e formato uomini e donne tratti dal vivaio
dell'Esercito di Al Quds, dai ranghi dei Fedayin, della Guardia
Repubblicana o dei servizi d'informazione.


D: Secondo lei i partiti sciiti filoiraniani possono sollevarsi
contro gli occupanti ?

R: Sì, se l'Iran viene aggredito dagli Stati Uniti o da Israele.
L'Ayatollah Al Sistani, Abdul-Aziz Al-Hakim - capo del Consiglio
Supremo per la rivoluzione islamica in Iraq - e Ibrahim Al-Jaafari
di Al-Dawa, potrebbero approfittare dell'occasione per ripulirsi
dalle accuse portate contro di loro dalla resistenza.

Non bisogna credere che nel sud la resistenza sia assente. Vi sono
imboscate ed attentati quasi tutti i giorni dalle parti di Nassiriya
o di Bassora.


D: Che ne è della fazione di Moqtada Al-Sadr ?

R: Sotto l'ombrello americano, il clan che oggi dirige l'Iraq è
composto da Iracheni di origine persiana o semplicemente Iraniani
arruolati nella Brigata Badr.

Il risveglio degli Sciiti, che abbiamo appena ventilato,
avvantaggerebbe di più dirigenti come Moqtada Al-Sadr, Jawad Al-
Khalissi o l'Ayatollah Al-Baghdadi che sono Arabi e patrioti.
L'Esercito del Mahdi creato da Moqtada Al-Sadr si è riorganizzato. È
presente ovunque. Mon è più una fazione, ma una delle principali
componenti del movimento di liberazione nazionale.


D: Prima delle elezioni, certuni contavano sul ritorno politico del
partito comunista iracheno; perché esso ha ottenuto un risultato
così ridicolo? Gli esiti sono stati proporzionali al numero dei
militanti ?

Le elezioni legislative sono state una grande buffonata [3]. Il
ritorno del Partito Comunista iracheno era impossibile, perché è
completamente screditato ! Dalla guerra del Golfo del '91 e,
soprattutto, dalla scomparsa dell'Unione Sovietica, esso gioca
decisamente la carta americana. Agli Americani i comunisti non
servono che a calmare certe rivendicazioni sociali, in particolare
la collera dei lavoratori del petrolio.

Per fortuna, alcuni comunisti hanno fatto una scissione e si sono
uniti alla resistenza. Esiste un Partito Comunista iracheno (Quadri
di base) e un Partito comunista iracheno - Fronte patriottico che
lottano nella clandestinità con dei gruppi nasseriani.


D: Secondo le sue fonti, il numero delle perdite americane (circa
1700) è sottovalutato? E se sì, di quanto ?

R : Il numero delle perdite è nettamente sottovalutato. Il Pentagono
non tiene conto dei GI's di origine straniera, cioè di quelli che si
sono arruolati nella speranza di ottenere la nazionalità americana
alla loro smobilitazione. Non tiene conto, inoltre, dei feriti che
sono morti negli ospedali delle basi USA in Germania o altrove. Al
numero delle perdite militari, si dovrebbe aggiungere anche quello
dei mercenari, dei " contrattisti ", che si avvicina ai 400 morti.

Infatti, il numero delle vittime USA sarebbe di circa 9000 morti. Se
lo si paragona alle perdite registrate all'inizio della guerra del
Vietnam, è enorme. E non si tratta, ancora, che di una stima [4].

Per quanto riguarda i civili iracheni uccisi dagli Americani e dalle
loro truppe ausiliarie a partire dall'aprile 2003, il dr. Hatim Al-
Alwani, che dirige a Bagdad l' "Organizzazione umanitaria irachena",
valuta il loro numero in 128.000 persone [5]. Egli afferma che il
55% di esse sarebbero donne e bambini di meno di 12 anni.


D: Esistono in Iraq combattenti stranieri non islamisti ?

R: Sì, naturalmente, come c'erano combattenti di altri paesi arabi
tra i maquis algerini, o comunisti e anarchici venuti da tutto il
mondo nei ranghi repubblicani in Spagna. Ma essi non sono molto
numerosi.


D: E' credibile la nomina di un portavoce (Ibrahim Yusef al-
Shammari) di numerosi gruppi di resistenza iracheni ?

R: E' disinformazione, anche se esistono "discussioni segrete" tra
membri dei servizi segreti americani e personalità prossime alla
resistenza. Il 4 luglio scorso, Abu Jandal Al-Shammari, comandante
in capo dell'Esercito dei Mugiahidin, ha reso noto che Ibrahim
Yussef Al-Shammari non rappresenta la sua organizzazione. È uno che
racconta frottole, oppure un agente americano.

Si parla di negoziato, ma che cosa c'è da negoziare? Unicamente la
partenza dall'Iraq degli Americani e dei loro ausiliari. E ancora...
numerosi sono i patrioti iracheni che sognano di infliggere agli
Stati Uniti una sconfitta in campo aperto e di passare per le armi i
loro collaboratori locali !


D: Gli Stati Uniti possono ancora raggiungere i loro obiettivi in
Iraq ?

R: Forse alcuni, come ad esempio: dare ai coloni israeliani qualche
decina d'anni in più in Palestina, creare uno Stato curdo,
privatizzare il petrolio, suddividere provvisoriamente l'Iraq,
mettere le mani sull'approvvigionamento idrico della regione.... Si
tratta di vittorie di Pirro, di una fuga in avanti.

Il progetto americano di "Grande Medio Oriente" è sinonimo di caos.
Il suo perseguimento provocherà terribili ripercussioni in Europa.
Gli attentati di Londra - dopo quelli di Madrid - danno un'idea di
quello che diventa la mondializzazione delle guerre di liberazione.
La Francia e l'Europa devono fare la loro scelta di campo. È chiaro
che esso non è quello dei neo-conservatori americani.

16 luglio 2005.

Note
[1] " Guide de l'Irak " (2000 - Jean Picollec Editeur), " Iraq, an
illustrated history " (2004 -
http://www.interlinkbooks.com/BooksI/Iraq.html

[2] Al Moqawama, la résistance irakienne :
http://www.iraqtual.com/divers/flash/2004-12-07-AFI-FLASH-38.pdf

[3] - La mascarade électorale :
http://www.iraqtual.com/divers/flash/2005-01-04-AFI-FLASH-39.pdf

- La journée des dupes : http://www.iraqtual.com/divers/flash/2005-
02-11-AFI-FLASH-41.pdf

[4] Iraqi civilian casualties (UPI): http://www.uruknet.info/?
s1=1&p=13663&s2=14

[5] 9000 dead GIs in Iraq? http://www.uruknet.info/?p=12306

#747 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Gio 21 Lu 2005 5:43 pm
Oggetto: ANCORA NON CI RENDIAMO CONTO DI QUANTO CI MANCHERA' JOE VIALLS
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ANCORA NON CI RENDIAMO CONTO DI QUANTO CI MANCHERA' JOE VIALLS

DI JOHN KAMINSKI
Joe Vialls potrebbe benissimo risultare lo scrittore più importante
che sia finora apparso in rete. Grazie alle sue sorprendenti
connessioni col mondo dell'intelligence e la sua profonda conoscenza
della minaccia globale sionista, Joe era in grado di fare acute
analisi e di predire il probabile corso degli eventi mondiali in
questi tempi difficili, a un tale stupefacente livello da spaventare
funzionari di governo corrotti e spiazzare giornalisti compromessi
col potere in tutto il mondo.


Coi suoi tempestivi classici sugli attentati "false flag" e le
perverse atrocità commesse dalle elite al potere, Joe ha stabilito
uno standard di perspicacia, capacità di leggere il contesto e
attenzione per i dettagli, che altri scrittori nel mondo, desiderosi
di diffondere la verità e portare allo scoperto i criminali che
vogliono renderci schiavi, potrebbero sperare di eguagliare solo nei
loro sogni più sfrenati.

Sono più che fiero di essere uno dei pochi scrittori i cui lavori
siano stati inclusi da Joe nel suo sito (e sono anche fiero del
fatto che l'altra sia la Dr. Annie Higgins, guerriera per la pace in
Medioriente).

L'autentico valore di quest'uomo straordinario è che egli ha capito
cosa doveva fare e l'ha fatto, e facendolo ha penetrato con un
raggio di luce i meccanismi della tirannia che anche adesso minaccia
di distruggere tutto ciò che è caro alle persone oneste. Siamo stati
avvertiti che se non lacereremo il velo di ottundimento che i
malvagi hanno imposto alla cultura ufficiale, finiremo per essere
distrutti. E nessuno ha trasmesso quest'avvertimento con più
chiarezza e in modo più convincente di Joe Vialls. Ora che non c'è
più dovremo tutti lavorare con più lena, ma il patrimonio dei suoi
articoli costituisce un compendio fecondo per la nostra difesa
contro i mostri amorali di un capitalismo disumano.

A te faccio il saluto, Joe. Per il tuo magistero, grazie. E spero
che qualcuno tra noi riesca a raggiungere le altezze che hai
conquistato, perché moltissimi non ne saranno in grado di sicuro.

John Kaminski
Fonte:www.thetruthseeker.co.uk
Link:http://www.thetruthseeker.co.uk/article.asp?ID=3369
21.07.05

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D'AMICO

[commento del sito The Thruth Seeker]: Non possiamo che essere
d'accordo con quanto scritto sopra. Joe Vialls è stato uno dei
pionieri del giornalismo in rete, e il suo lavoro ha rappresentato
tutto ciò che c'è di indipendente, acuto, talvolta anche di un po'
stravagante, ma comunque sempre estremamente coinvolgente. I suoi
contributi a questo sito ci mancheranno tantissimo, data la sua
capacità di trovare il senso di eventi che lasciavano smarriti altri
commentatori. Joe Vialls era davvero un grande giornalista
investigativo, e per assicurare la conservazione della sua eredità,
questo sito sta lavorando a un archivio permanente di tutti i suoi
contributi.

Ed.

#746 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Gio 21 Lu 2005 1:20 pm
Oggetto: Cambiate fronte. Difendete l'Europa. Sgomberate l'Iraq
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Cambiate fronte. Difendete l'Europa. Sgomberate l'Iraq

di Ugo Gaudenzi


Oggi [21 luglio 2005, poiché è stato posticipato] il voto sul
rifinanziamento della missione militare italiana a sostegno
dell'occupazione anglo-americana del Paese arabo. Optare per il
rimpatrio non è "cedere ai ricatti del terrorismo". Si tratta invece
di salvare in extremis la nostra dignità nazionale, rigettando il
ruolo di mercenari dei poteri atlantici.



E' indubbio che le schermate del sito Internet che ha
riportato "l'avviso" di rappresaglie contro Italia, Danimarca, Gran
Bretagna "ed altri Paesi che hanno ancora i loro eserciti sul suolo
iracheno", peseranno assai sul voto parlamentare di oggi, in Italia,
per il rifinanziamento della cosiddetta "missione umanitaria" (al
soldo degli anglo-americani) dei nostri soldati in Iraq.
L'ultimatum - 'Ritirate le truppe. Vi diamo un mese di tempo. Poi
agiremo provocando una guerra sanguinosa nel cuore dell'Europa' -
delle Brigate Abu Hafs al Masri, sarà infatti un ottimo pretesto,
per gli atlantici di caso nostra, per dichiarare la
propria "fermezza" e la propria fedeltà a Washington e Londra. E non
solo a casa del centrodestra. Anche, la falsa opposizione, il
centrosinistra, si presenta al voto sul rifinanziamento delle nostre
truppe in Iraq, mutatis mutandis, con lo stesso schieramento che,
nel 1999 consentì al governo allora di "sinistra" di partecipare ai
bombardamenti della Serbia e alla guerra aggressiva degli atlantici
nei Balcani.
Da Fassino a Prodi, da Rutelli a Boselli, giù, giù fino alla
Sbarbati, gli elementi cosiddetti "riformisti" - e cioè più proni ai
voleri d'oltreoceano - parlano così di "exit strategy". Praticamente
fanno il verso al "ritiro graduale" già promesso dal centrodestra.
Gli altri, Bertinotti e Verdi in testa - ma anche i comunisti
italiani illuminati sulla via di Damasco dopo l'inciucio cossuttiano
anti-serbo del 1999 - non apprezzano e ricordano che la maggioranza
del popolo italiano non vuole il prolungamento della missione
cosiddetta "umanitaria" in Iraq.
Parole pacifinte a parte, la questione dell rimpatrio è di estrema
attualità, ma non perché sia opportuna una "ritirata strategica" per
evitare rappresaglie dei fonamentalisti sul nostro territorio. Ma
perché l'Italia deve ritrovare orgoglio, decoro e dignità, deve
ritrovare la propria sovranità - ora soggiogata al carro atlantico -
deve ritrovare il virtuoso ruolo di "ponte" tra l'Europa e il
Mediterraneo. Rigettando le vergognose "crociate", i "conflitti di
civiltà" con i popoli dell'altra sponda del nostro mare.
L'Italia deve riprendere il cammino di amicizia e di solidarietà con
dei popoli che certo non ci hanno né aggredito, né invaso, né
occupato. Un cammino peraltro che è stato fino agli Novanta la
strada maestra della nostra politica estera: quella fascista,
beninteso, ma anche quella degli Enrico Mattei, dei Moro, dei Craxi.
Perché, checché dicano gli attuali governatori - di destra o di
sinistra, non importa - della nostra patria colonizzata,
l'alternativa alla folle politica di conquista planetaria globale
portata avanti da Washington e dal suo cagnolino inglese, esiste,
eccome. E si è vista formare con il no di Parigi, Berlino e Mosca
proprio di fronte all'aggressione angloamericana della nazione
irachena: una nazione laica, socialista e panaraba così, proprio
dagli invasori, trasformata in misteriosa culla di altrettanto
misteriose organizzazione "fondamentaliste islamiche".
Non è un caso che il messaggio-ultimatum anti-italiano firmato
dalla "sigla" brigate al Masri sia stato diffuso su un sito web che
gli stessi "esperti di intelliogence" dichiarano con pudore da
tempo "un semplice contenitore" e sulla cui attendibilità gli stessi
si dividono tra i fautori di un' "organizzazione credibile" o di un
pessimo "marchio mediatico"...
Una sigla senza padroni, senza paternità, insomma. Come sanno bene
gli esperti del Comitato di Analisi strategica antiterrorismo che
ieri si sono riuniti al Viminale.
Un messaggio che, sebbene non possa definirsi "attendibile", ha
ottenuto già un risultato: il compattamento lib-lab, destra-
sinistra, degli atlantici di casa nostra.

Rinascita, 19 luglio 2005

#745 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Gio 21 Lu 2005 1:19 pm
Oggetto: La Siria nel mirino
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La Siria nel mirino

| Mercoledì 20 Luglio 2005 - 12:39 | Ugo Gaudenzi |

Gli 007 stanno inventando un nuovo "Carlos", un "Grande Vecchio" del
terrorismo islamico. Naturalmente siriano. Per esportare
la "democrazia" anche a Damasco.


Come non aspettarlo? Noi, qui di Rinascita, lo avevamo addiittura
anticipato. Gli attentati di Londra dovevano servire da "ultimo
pretesto" per normalizzare (e cioè per esportare la pace e la
democrazia come in Iraq) l'altra "canaglia" del Vicino Oriente, la
Siria.
Ovviamente nulla vale ricordare e sottolineare che a Damasco è al
potere un sistema di governo laico, socialista, panarabo. Per
la "triade" (Usa-Uk-Israele) che è ormai all'assalto del mondo, la
Siria è un nemico da abbattere, da omologare al pianeta atlantico ed
al pensiero unico liberaldemocratico.
Ed ecco che, più veloci della luce, i servizi segreti di buona parte
dei paesi Nato sudditi di Washington, Londra e Tel Aviv diramano in
ogni dove "mattinali" e "rapportini" che additano in Setmarian
Naser, siriano di Aleppo, 47 anni, nome di battaglia Abu Musab al-
Asuri, come nuovo "Sciacallo" (ricordate la "primula rossa", il
terrorista-dei-terroristi, Carlos, del quale abbiamo più volte
pubblicato sue lettere dal cercere?), come nuova "diabolica mente"
che ordisce la trama internazionale del terrorimo islamico in Europa.
Abu Musab al-Asuri, dicono le "cifre segrete" (poi abilmente
diffuise via etere, via carta stampata in giro per tutto il mondo),
ha passaporto spagnolo, ha vissuto in Gran Bretagna a metà degli
anni Novanta e si è assunto un compito in al Qaida di primo piano:
organizzare in Europa le cellule clandestine che possono essere
attivate in qualsiasi momento. Secondo il servizio segreto inglese
MI5, già alla vigilia del voto di maggio in Gran Bretagna, Abu Musab
sarebbe stato lì per lì per far saltare le stesse bombe che poi sono
esplose il 7 luglio.
La cosa buffa è che Abu Musab sarebbe una vecchia conoscenza anche
dei servizi segreti italiani. (No, non quelli di Giovannone o di
Miceli: quelli erano "amici" degli arabi. Quelli attuali, che sono
amici del Mossad) Secondo i nostri arguti 007 Occidental Style del
Sismi in Libano era suo - "o quasi"... - lo scorso anno il progetto
di attentato alla nostra ambasciata a Beirut, da far saltare con
trecento chili di esplosivo.
Ovviamente dietro Madrid e Londra ci sarebbe proprio lui, il neo-
Sciacallo, un "capo" arruolatosi - dicono al Sismi - in al-Qaida fin
dal 1988 (cioè quando al-Qaida era una neo-sigla per reclutare, con
fondi Usa graziosamente elargiti dal presidente Carter, guerriglieri
islamici da scagliare contro i russi e il governo loro alleato di
Kabul) e in grado oggi di controllare "basi" di Asbat al Anasar (la
lega dei patrioti) nei campi profughi palestinesi di Ayn el Helweh
(Sidone) o di Nahr al Bared vicino a Tripoli del Libano.
Tutti "nucei di fuoco", lo giurano che hanno rapporti con la rete di
Abu Mus'ab Al Zarqawi.
Mamma mia, come sono bravi questi nostri agenti segreti tricolori!
Sanno tutto, anzi, sapevano già tutto. Chissà come mai non hanno
fornito queste notizie "prima", per evitare gli attentati... Mah.
Ma forse oggi è tutto più logico. La campagna di pulizia etnico-
politica degli Stati-non-conformi o comunque riottosi ad accettare
la forzata democratizzazione del pianeta è in pieno svolgimento.
La Siria è un obiettivo privilegiato per continuare
la "normalizzazione" del mondo diabolicamente non conforme agli usi,
ai costumi e alle direttive del "libero mercato" aatlantico. E se
non ci sono fondamentalisti islamici al potere, basta individuarne
uno, a caso, in qualche angolo di quel Paese, magari nato ad Aleppo.
E il gioco è fatto.
Almeno così credono. Stanno invece - e non se ne accorgono -
preparando una rivolta corale, mondiale, contro una tale arrogante
sete di dominio globale.
Scherzano con il fuoco e poi le fiamme divampano.

http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_editoriale/LaSirianelmirin
o.shtml

#744 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Mar 19 Lu 2005 12:31 pm
Oggetto: Lettera aperta ad un giornalista sull'argomento Srebrenica
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Argomento: Srebrenica

:::: 19 Luglio 2005 :::: 3:47 T.U.
:::: Polemiche :::: Yves Bataille

Lettera aperta ad un giornalista sull'argomento Srebrenica


Signor Bernard Revel,

Questo martedì ho trovato particolarmente desolante il suo
editoriale de "L'Indépendant" (1) sulla questione di Srebrenica.
Infatti vi figurano tutti i luoghi comuni divulgati da dieci anni in
qua: lo statuto automatico di povere vittime conferito ai "
Musulmani " bosniaci, il carattere criminale dei Serbi, la loro
colpevolezza collettiva, il loro doversi pentire e così via, mentre
è ben chiaro che il contesto della questione non viene mai
affrontato. Metto la maiuscola e le virgolette a "Musulmano", perché
questo termine, ereditato dalla Jugoslavia titoista, inizialmente
designava una nazionalità senza territorio e in secondo luogo, ma
solo in secondo luogo, una religione. Uno dei tanti rimproveri che
si possono fare agli Occidentali è di aver voluto inventare uno
Stato per tale nazionalità, provocando una guerra civile che
qualcuno hanno ritenuto bene trasformare in guerra di religione.

Se, ad esempio, viene rivelato che i Serbi erano minoritari a
Srebrenica, si passano sotto silenzio le aggressioni di cui furono
vittime in questa città, tra il 1992 e il 1995, i 3297 Serbi
assassinati: questi formalmente identificati e sepolti una volta
sola, senza telecamere né diplomatici stranieri. Le nuove tombe dei
cimiteri ortodossi della regione parlano da sole, a partire dal
1992. Si passa pure sotto silenzio il fatto che durante la seconda
guerra mondiale quegli stessi Serbi - i loro genitori, i loro nonni -
  furono cacciati dal posto dagli Ustascia che costituirono la
Divisione SS Handzar, di cui forse lei ha sentito parlare.

Si accusano i Serbi di aver massacrato da 7000 a 8000 " Musulmani "
bosniaci, e questo senza citare la fonte delle cifre e senza addurre
una prova. Ricordo, all'epoca della caduta dell'enclave, un articolo
del giornale francese "La Croix" (per essere precisi) che faceva
riferimento ad un rapporto preliminare della Croce Rossa
Internazionale. E che diceva questo testo, il cui titolo terminava
con un punto interrogativo? Si domandava se a Srebrenica vi fossero
stati 8000 morti. Da allora esce sempre il medesimo numero, ma da un
pezzo il punto interrogativo è scomparso. Da una semplice domanda si
è così passati, per un'omissione surrettizia, ad una ripetuta
affermazione, trasformata in verità ufficiale dalle società di
comunicazione d'oltreatlantico - quali la Ruder Finn - che hanno
avuto tutto il tempo per alimentare la leggenda.

Secondo funzionari francesi da me incontrati nella regione e che
sono al corrente di molte cose, a cominciare dagli attentati
effettuati a Sarajevo dai "Musulmani" contro la propria popolazione
per addossarne la responsabilità ai Serbi e beneficiare così di
maggiori sostegni dall'estero, le perdite bosniache a Srebrenica non
superano il numero di alcune centinaia e sarebbero dovute ai
tentativi di penetrazione di uomini in armi dopo la resa con tutte
le formalità da parte delle autorità civili della città. Secondo
l'ex consigliere di Radovan Karadzic, Zvonimir Trajkovic, era stato
anche creato un ferro di cavallo attorno all'enclave per incanalare
i fuggitivi e non molestarli, ma certi gruppi di "mugiahidin"
avevano superato questo perimetro di sicurezza e minacciavano
parecchi villaggi e la città di Zvornik. Ecco perché vi fu bisogno
d'intervenire, come avrebbe fatto qualsiasi esercito regolare (e
l'Esercito della Republika Srpska (VRS) era appunto un esercito
regolare, professionale e disciplinato). In quei giorni mi trovavo
sul posto ed ebbi tra le mani un documento dell'ONU attestante che
le operazioni successive alla caduta dell'enclave si erano svolte
secondo le norme internazionali e che la popolazione civile era
stata trattata correttamente. In seguito furono incriminati i Caschi
Blu olandesi, che non poterono difendersi e testimoniare
correttamente perché fu loro impedito di farlo. Zvonimir Trajkovic
ha fatto anche con pertinenza notare che non è stato detto niente
sulla liberazione dell'altra enclave presa dai Serbi, quella di
Zepa, da cui tutti gli uomini armati dovevano essere evacuati in
Serbia, dopo essere stati affidati agli organismi dell'ONU e della
Croce Rossa prima di poter partire dalla zona musulmana di Bosnia. A
Srebrenica non è accaduto niente di più che a Zepa. Semplicemente si
cercava una Guernica da agitare contro i Serbi per le necessità
della propaganda e la si è fabbricata con Srebrenica. Dopo
l'evacuazione dei "Musulmani" bosniaci da Srebrenica, ho discusso
per tre ore con Radovan Karadzic a Pale e posso affermarvi che egli
ci teneva in modo particolare che le popolazioni civili dell'enclave
fossero trattate bene.

Stessa manovra USA con il medico legale finlandese Elena Ranta nel
Kossovo per quanto riguarda il " massacro " di Racak, che servì da
pretesto per i bombardamenti del 1999. Dopo una perizia che
scagionava i Serbi del crimine loro attribuito, le si fece capire
che aveva interesse a starsene zitta. L'affaire era stato montato di
sana pianta dall'agente americano William Walzer, introdotto come
capo della missione di verifica dell'OCSE; in precedenza costui
aveva operato in Salvador per conto della SOA, la Scuola delle
Americhe, per la formazione degli Squadroni della Morte al servizio
dello Zio Sam in America Latina. Per quanto riguarda Racak, sono in
possesso della testimonianza di una persona di nazionalità francese
che ha seguito l'andirivieni di William Walker, diciamo... a due
passi da questo individuo in servizio comandato. In quel luogo
furono raccolti dei cadaveri di individui dell'UCK, fatti passare
per poveri abitanti di villaggio assassinati dalle forze serbe, il
che permise di orchestrare il baccano mediatico che servì da
pretesto per i bombardamenti della NATO.

E' vero, l'enclave di Srebrenica era sotto la " protezione
dell'ONU ", ma in teoria lo era anche la Krajina " ripulita "; e
quando i Serbi furono cacciati manu militari e i loro cadaveri
gettati nel fiume Sava, nessun democratico occidentale protestò.
Dall'antichità i militari sanno che forzare un blocco è un esercizio
estremamente pericoloso, che generalmente si traduce in perdite
pesanti. Questo è quanto accadde in tale enclave, non un'esecuzione
collettiva di civili. Un esempio di menzogna (piccola menzogna in
rapporto alle grandi) è il famoso video che mostrava la liquidazione
di sei bosniaci, presentata come un anticipo di ciò che sarebbe
accaduto a Sebrenica: esso proviene dalla località di trovo, 170
chilometri da Srebrenica. Questo documento, guarda caso, è stato
diffuso sui circuiti televisivi giusto prima della commemorazione
annuale del "massacro". In certe circostanze è innegabile che la
guerra civile jugoslava abbia dato luogo a regolamenti di conti, ma
l'obiettività consiste nel mostrare tutto. In caso contrario, si
tratta di propaganda. Anche i Serbi hanno il loro lotto di immagini
e di video di esecuzioni sommarie e di atti di barbarie di cui sono
stati vittime, ma tutto ciò non è mai stato diffuso sulla grande
stampa occidentale. Io posso inviargliene, se vuole, a condizione
che lei abbia lo stomaco di guardarli.

D'altra parte, si fece mostra di accusare la "comunità
internazionale" di passività, di mancata assistenza a enclave in
pericolo. Ma questo rimprovero non c'è stato nel caso dei Serbi di
Krajina, "ripuliti etnicamente" dalla milizia croata con il sostegno
della NATO; né c'è stato nel caso dei Serbi del Kossovo, anch'essi
ripuliti da altre piccole pedine della NATO che coi fuochi
d'artificio del 1999 trovò un bel modo per festeggiare il suo
cinquantesimo anniversario.

Ci viene detto con voce tremante che questa comunità internazionale
avrebbe potuto impedire " la più grave barbarie verificatasi in
Europa dalla seconda guerra mondiale": è quello che si può leggere
da più parti, mentre è proprio questa "comunità internazionale",
termine che designa prima di tutto gli Anglosassoni (Russia e Cina
non rientrano nel concetto) ad aggravare volutamente la situazione e
a gettar benzina sul fuoco con manovre che ricordano le Guerre
dell'Oppio e con una ideologia battezzata "dovere d'ingerenza" -
ingerenza in un conflitto che riguardava solo gli Jugoslavi.

La Francia è andata deprecabilmente a rimorchio di questi
guerrafondai ed abbiamo avuto, dopo i bombardamenti della Republika
Srpska nel 1995, quelli della Repubblica Federale di Jugoslavia
(Serbia-Montenegro) nel 1999 (bombardamenti della NATO tanto
illegittimi ed illegali quanto la sporca guerra fatta poi all'Iraq).
È in quest'occasione che si è sentito parlare di "guerra del
diritto" e di "guerra umanitaria", eufemismi che designano i crimini
di guerra dei democratici. Migliaia di persone - che non hanno
diritto a spettacoli cinematografici come la cerimonia annuale di
Srebrenica ritrasmessa nel mondo intero, dove stavolta si è visto un
Paul Wolfowitz, presidente della Banca Mondiale e notorio grande
amico dell'Islam, abbandonarsi ad un simulacro di compassione in
compagnia di emiri wahhabiti - sono state uccise senza che alcun
giornale occidentale abbia loro dedicato una sola riga. Eppure nelle
nostre democrazie sembra che la stampa sia " libera e pluralista ".

Quelli che ieri facevano e oggi fanno mostra di lamentarsi delle
disgrazie, vere o presunte, dei "Musulmani" bosniaco-secessionisti,
questi inquisitori del diritto e della morale che si guardano allo
specchio e definiscono Radovan Karadzic e Ratko Mladic "criminali di
guerra", questi nuovi crociati dell'Atlantismo sono gli stessi che
danno la caccia ai Musulmani in Afghanistan, in Iraq ed in Palestina
in nome della "guerra contro il terrore": un terrore risvegliato,
quando serve, da qualche attentato clamoroso ed opportuno nella
città giusta.

E' risaputo che l'Intelligence Service britannico a manipolò
l'organizzazione dei Fratelli Musulmani, alla quale era legato
l'autoproclamatosi presidente bosniaco Alija Izetbegovic; e non si
dimentichi il ruolo assegnato ai fondamentalisti "islamici",
decretati "combattenti della libertà" dagli Americani che volevano
cacciare i Russi dall'Afghanistan e dall'Asia Centrale. Ebbene, una
simile operazione è stata organizzata in Jugoslavia, dove gli stessi
mestatori hanno fatto di tutto per montare le comunità etniche e
religiose le une contro le altre, al fine di installare loro basi e
indebolire l'Europa: quella vera, non la comunità "euro-atlantica"
del panzer-liberismo.

Allora la prego, signor Revel, lei ed i suoi colleghi allineati
sulle gazzette anglosassoni dei complessi militar-industriali:
smettetela di prendere tutti per idioti e di versare lacrime di
coccodrillo su avvenimenti montati di sana pianta, su "massacri"
aventi come attori Ben Laden, Saddam Hussein e Radovan Karadzic, in
film dai grossi budget destinati a provocare "lo scontro di civiltà"
e ad impressionare un pubblico disinformato. I Serbi ed i loro amici
sono stati fin qui troppo passivi nei confronti dei loro diffamatori
e sono in diritto di chiedere conto a coloro i quali partecipano ad
un'attività di demonizzazione collettiva che deve cessare.

Ecco che cosa ci tenevo a dire su questo argomento. Lei capisce che,
in ragione di quanto precede, ci tengo a dispensarmi dalla consueta
formula di cortesia.

Yves Bataille

14 luglio 2005

Note
(1) Quotidiano di Perpignan, Pirenei orientali.

Si ringrazia l'Autore per aver permesso la pubblicazione di questa
lettera

fonte: http://www.eurasia-
rivista.org/cogit_content/articoli/ArgomentoSrebrenica.shtml

#743 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Lun 18 Lu 2005 10:22 pm
Oggetto: LA SCOMPARSA DI CECILIA GATTO TROCCHI
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LA SCOMPARSA DI CECILIA GATTO TROCCHI

Cecilia Gatto Trocchi, nota antropologa italiana, docente e studiosa
di storia delle religioni e della " new Age" si è uccisa gettandosi
dalle scale ( una fine molto simile a quella di Primo Levi) all' età
di 66 anni . Non aveva accettato la morte del figlio, avvenuta due
anni or sono in seguito a un incidente .
La prof. Trocchi, partiva da posizioni cattolico-ortodosse ( per non
dire " tradizionaliste") pur senza potersi considerare "
lefevriana". Ma se ella fu ortodossa finché si vuole, non si può
altrettanto affermare che fosse una grezza beghina rincretinita o
una " sacrestana" . Per intenderci non aveva nulla in comune con,
poniamo, un Vittorio  Messori ( che giustifica il taglio della
foresta amazzonica, in nome dell' odio di certo cattolicesimo per la
Natura), di un Piero Vassallo e, nemmeno, di un Gianni Baget-Bozzo o
una Pivetti di dieci anni fa. Lei dialogava con chiunque, era  una
brillante conversatrice. La conobbi nel 1998 al Salone del Libro di
Torino, dove tenne una conferenza con il monaco progressista Enzo
Bianchi  della comunità di Bose e con l'islamico di origine
messicana Miguel. Il tema era " la sfida di Internet nel 2000", dove
ci si chiedeva per caso se qualche forza  "magica" , positiva o
negativa che fosse passasse nelle reti telematiche. Naturalmente ci
furono non poche divergenze tra i tre, ma ciascuno ebbe un profondo
rispetto per gli altri due, in un dialogo improntato alla cortesia e
al serio confronto.
E non poteva essere diversamente. La prof. Trocchi, proveniva dall'
Italia Centrale e, dopo essere stata iscritta al PCI per alcuni
anni, si era formata in quello stesso ambiente che fu del Cenacolo
fondato da Giovanni Papini, da dove a partire dal dopo guerra si
erano formati intelettualmente vari personaggi che seguiranno
differenti e a volte contrastanti conseguenze politiche e
ideologiche. Così a sinistra avremo un Giorgio La Pira, un Lorenzo
Milani e un Ernesto Balducci fino a don  Enzo Mazzi dell' Isolotto (
ma non ci stupiremmo se anche un Dossetti o un Enrico Mattei
fossero, per lo meno, transitati in quell' ambiente ), e a "destra"
( se di destra si può parlare e non invece di un porsi al di fuori
di ogni terminologia parlamentare ) un Attilio Mordini ( 1923/ 1966,
autore di "Il Tempio del cristianesimo", che si era iscritto anche
alla "progressista" per l' epoca , Associazione per l' Amicizia
Ebraico-Cristiana) e più tardi il noto storico medievista Franco
Cardini ( il cui " tradizionalismo" però non gli ha impedito di
scrivere su " L' Unità" o " Il Calendario del Popolo" della Teti
Editore e al contempo su " Il Sabato" e " Diorama Letterario " ).
Tutte queste persone e chissà quante altre, in questi ultimi 50 anni
hanno sempre dialogato tra loro  in quel di Firenze, al di là delle
posizioni politiche che ciascuna di esse aveva scelto.
Evidentemente sia i cattolici " tradizionalisti" che
quelli "progressisti" della ridente , gioviale e casereccia  Italia
centrale sono meno settari, meno truci, meno pallosi e pesanti, e
più disponibili al dialogo di quelli del c.d." triangolo
industriale" o del " nord-est italiano" dove il tradizionalista
subalpino o veronese manderebbe al rogo il prete operaio o quello
impegnato per il Terzo Mondo e, viceversa, fatte  naturalmente le
sacrosante eccezioni.
Cecilia Gatto Trocchi scrisse numerose opere sulle sètte ( in alcune
delle quali si era " infiltrata" per studiarle bene dall' interno),
e sulle " nuove religioni" e su alcune si era mostrata critica
intransigente, a differenza di altri che finiranno per giustificarle
( magari per essere loro stessi accusati appartenere a "sètte" ).
Come laico e libertario non la condividevo di certo, come non
condividevo le sue inutili polemiche verso il vegetarianesimo e la
medicina naturale ( anche se ci tengo a precisare che non mi
considero un fondamentalista nemmeno di questi ) .
Ma il suo modo di esprimersi metteva voglia di ascoltarla, anche se
non ne condividevi le idee.
Qualche anno fa la Trocchi scrisse un articolo su di una rivista
massonica, esprimendo soltanto  il suo punto di vista di cattolica e
senza cedimento alcuno. Bastò questo perché alcuni codini della
periferia subalpina la "scomunicassero" e troncassero con  lei
qualsiasi collaborazione.
La Trocchi, che conosceva bene René Guénon ( ma molti  cattolici di
sinistra  che sbrigativamente lo annoverano tra gli autori di
destra, dovrebbero sapere che anche Simone Weil fu lettrice del
futuro Sufi franco-egiziano, col quale ebbe anche contatti
epistolari ), Julius Evola, Mircea Eliade e, ultimo, Elèmire Zolla,
era a volte sarcastica, oltre che sulle sètte, anche su certo "
spiritualismo contemporaneo" . E non sempre aveva torto. Solo
alienati e robotizzanti  cittadini delle grandi metropoli possono
prestare fede a  post "ecce-bombi" imbroglioni, ciarlatani e
tenebrosi microcefali, nanerottoli mentali, con una psiche inferiore
alla materia che si danno arie da " iniziati" , attraverso i
celeberrimi " corsi" di cui  molti ne hanno ormai  piene le scatole
( come laico non sono sicuro che esistano forze" sovrasensibili" o "
magiche" ma se esistono, certamente non passano attraverso certi
ceffi o ceffe) .

Da laico e da libertario ho voluto ricordare una "avversaria" degna
del più profondo rispetto.

Gianni Donaudi

#742 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Lun 18 Lu 2005 8:48 pm
Oggetto: IL FASCISMO E L'ISLAM
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IL FASCISMO E L'ISLAM


«Storia del XX secolo», apr. 1997, pp. 43-49

di Claudio Mutti



Fin dai primi anni, la politica estera del Fascismo manifestò
l'intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell'Italia coi
paesi musulmani, e non solo con quelli dell'area mediterranea e
dell'Africa orientale. Infatti già nell'ottobre del 1923 il Duce
volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica
guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno1, la quale avrebbe dovuto
studiare un piano di assistenza e, al contempo, cercare di attrarre
nell'orbita fascista l'emiro riformatore Amânullâh, restio a
rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e sovietici.

Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di
svolgere una "politica islamica" pienamente autonoma, per la
semplice ragione che la politica estera di Roma nei confronti dei
paesi musulmani dipendeva dall'andamento dei rapporti dell'Italia
con la Gran Bretagna. Inoltre la "riconquista" della Libia, in corso
in quegli anni, rendeva difficile un approccio politico dell'Italia
nei confronti del mondo musulmano. Infine, l'influenza degli
ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una politica
estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti
più dinamici.

Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell'Italia
assunse un profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930
fu inaugurata a Bari la Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934
furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei GUF, due convegni
degli studenti asiatici. Nel maggio del 1934 Radio Bari cominciò a
trasmettere in lingua araba. Il 18 marzo del 1934 Mussolini aveva
detto: "Gli obiettivi storici dell'Italia hanno due nomi: Asia ed
Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che devono suscitare la
volontà e l'interesse degli Italiani (...) Questi nostri obiettivi
hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia. Di
tutte le grandi potenze occidentali d'Europa, la più vicina
all'Africa e all'Asia è l'Italia. Nessuno fraintenda la portata di
questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni
italiane di domani. Non si tratta di conquiste territoriali, e
questo sia inteso da tutti, vicini e lontani, ma di un'espansione
naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l'Italia e le
nazioni dell'Oriente mediato e immediato (...) L'Italia può far
questo. Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la
sua funzione storica di collegamento fra l'Oriente e l'Occidente, le
dà questo diritto e le impone questo dovere. Non intendiamo
rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere
che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a
bloccare da ogni parte l'espansione spirituale, politica, economica
dell'Italia fascista".

Nel contesto di questa nuova politica estera si inserisce la
creazione, nel giugno 1935 al Cairo, dell'Agenzia d'Egitto e
d'Oriente, la quale, oltre ad avere le ordinarie funzioni di
un'agenzia di stampa, svolgeva attività di penetrazione nel mondo
dell'informazione araba, sovvenzionando giornali e giornalisti.
Anche la nascita dell'Istituto per l'Oriente "si inserisce nel
dibattito che attraversò quei settori dell'intellettualità nazionale
interessata alle questioni orientali o più precisamente coloniali"2.

La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel
1937, l'anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende
omaggio alla tomba del mugiàhid Sidi Rafa, impugna la Spada
dell'Islam3, riceve gli elogi delle autorità islamiche4 e nel
discorso di Piazza del Castello proclama da parte sua: "L'Italia
fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e
dell'Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle
leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia
all'Islam ed ai Musulmani del mondo intero".

Tuttavia ancora in questa fase, stando a De Felice, "negli intenti
di Mussolini e di Ciano la carta araba" continuava ad essere
considerata "moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco
per un'effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra
Roma e Londra; tanto è vero che, sull'onda delle speranze suscitate
dalla conclusione degli 'accordi di Pasqua', Roma bloccò
immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e
moderò il tono delle trasmissioni di radio Bari"5.

Dopo l'entrata in guerra, la politica islamica dell'Italia assumerà
nella strategia mussoliniana "un valore permanente e non meramente
strumentale"6, caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in
relazione al Medio Oriente, poiché nel Nordafrica la condotta
italiana sarà sempre, nonostante le migliori intenzioni del
Fascismo, quella che Hitler ha deprecato nel suo testamento politico
nei termini seguenti: "L'alleato italiano (...) ci ha impedito di
condurre una politica rivoluzionaria nell'Africa del Nord (...)
perché i nostri amici islamici d'un tratto hanno visto in noi i
complici, volontari o involontari, dei loro oppressori"7.

E' dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il
Fascismo e l'Islam si consolida notevolmente. La pubblicistica
fascista di quegli anni ci mostra infatti tutta una serie di prese
di posizione che vanno dal filoislamismo pragmatico e determinato da
ragioni geopolitiche fino all'affermazione di una affinità
dottrinale tra Fascismo e Islam. A tale proposito, accanto ad alcuni
fatti isolati ma significativi, quali la comparsa di un libro in cui
Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente italiano in
Palestina) assegna all'Italia una funzione mediterranea di "potenza
islamica"8, vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui
interventi della Vita Italiana (diretta da Giovanni Preziosi) a
favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam. Sulla
rivista di Preziosi, Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad
Bey, secondo cui "il Fascismo può, in un certo senso, essere
chiamato l'Islam del secolo ventesimo"9, e aggiunge: "l'offerta
della Spada dell'Islam al Duce è il documento più probatorio che
l'Islam vede nel Fascismo un qualcosa d'assomigliante, un certo
punto conclusivo con le proprie vedute. (...) Il Fascismo ha
orientato la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile
consapevolezza, rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi,
costumi. (...) Saggia politica che a poco a poco ha conquistato la
simpatia e l'attenzione di tutto il mondo islamico (...) L'Islam
s'indirizza verso la luce di Roma convinto come è della potenza e
della saggezza della nuova Italia fascista per un desiderio
dell'anima, riconoscente della grande comprensione che è il rispetto
delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi"10. Con Fascismo
e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella
ripropone la stessa tesi. E nel settembre del 1938, nel messaggio da
lui rivolto all' "Internazionale fascista" di Erfurt, il presidente
dei CAUR Eugenio Coselschi si richiamava tra l'altro alla "saggezza
del Corano" in opposizione alle "nefaste dottrine che propongono
l'assoggettamento di tutte le nazioni e di tutte le razze alla
tirannia di un'unica razza sottomessa alle prescrizioni del
Talmud"11. Si fanno insomma sempre più frequenti, nel corso degli
anni trenta, i richiami ad una "costruttiva collaborazione fra due
inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l'Islamismo"12.

Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini
di tale collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi:
Enrico Insabato e Carlo Arturo Enderle. Il primo era stato direttore
della rivista italo-araba Il Convito - An-Nâdî, uscita al Cairo dal
1904 al 1907, sulla quale erano apparsi scritti ispirati dallo
shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr13, l'iniziatore di René Guénon
al Sufismo. Fedele alla sua vocazione di mediatore tra l'Italia e il
mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato proseguirà anche negli anni
della guerra mondiale il tentativo di allacciare il Fascismo
all'Islam. Nell'aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della
rivista Albania si conclude con queste parole: "L'Islam albanese
(...) va pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che
l'Italia (...) ha saputo, col fascino della titanica figura di
Benito Mussolini, inspirare in tutti i seguaci del Profeta
Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione". Una sua opera,
pubblicata a Roma l'anno seguente, reca questo titolo significativo:
L'Islam vivente nel nuovo ordine mondiale.

Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel
1892 da genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria
alla Regia Università di Roma, consulente neurologo dell'ONB, ex
ufficiale medico, "fu uno dei più efficienti contatti segreti
italiani che operarono con gli esponenti del nazionalismo arabo e
del mondo islamico"14. I rapporti del governo fascista con i
nazionalisti siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân al-Giabri, col
segretario generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ ed-Dîn
Tabatabai e col Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano
stati curati inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto
collaboratore, il musulmano indiano Iqbal Shedai.

Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti
furono ampiamente ricambiate da parte musulmana. Il maggior poeta
dell'India musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal
(1877-1938), che nel 1932, prima di presiedere il Congresso
Musulmano di Gerusalemme, era stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto
un discorso all'Accademia d'Italia, vede nel Fascismo una forza in
lotta contro gli stessi nemici dell'Islam e dedica una poesia a
Benito Mussolini, che "ha messo a nudo senza pietà i segreti della
politica europea". Parlando della rigenerazione dell'Italia
all'insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice: "La nazione
erede di Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata,
giovane. Nello spirito dell'Islam vibra oggi la medesima ansia". Nel
1938 canta la definitiva sconfitta del materialismo classista "entro
le mura antiche della grande Roma" e celebra la ricomparsa
dell'Impero: "Alla stirpe di Cesare è riapparso il sogno imperiale
di Cesare".

Meno poetiche, ma altrettanto entusiastiche e forse ancora più
esplicite nel loro significato di adesione alla politica dell'Italia
fascista, sono le dichiarazioni che in quegli stessi anni vennero
rilasciate da un'autorità islamica di primo piano dell'Africa
Orientale: la Sceriffa di Massaua, Haleuia el-Morgani, discendente
di Abû Tâlib e maestra (shaykha) della confraternita sufica katmia
(tarîqa katmiyya). Ricevuta da Mussolini a Palazzo Venezia assieme
ad altri dignitari islamici, la Sceriffa Haleuia ebbe ad affermare
tra l'altro: "Da quando Allâh ha voluto che il Duce assumesse la
protezione e la difesa dell'Islam, anche la Tarîqa ha assunto
importanza maggiore nel quadro della vita religiosa dell'Impero.
Nessuno è stato con la mia religione e con me così nobilmente largo
di ogni aiuto quanto il Duce. Egli si è detto lieto e fortunato di
conoscere in me la Sceriffa discendente del Profeta Muhammad, su di
lui benedizione e pace. Il Duce è nel cuore dei musulmani di tutto
il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la
loro fede".

Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un'azione
solidale dell'Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa
dal Gran Muftì di Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî. La celebre
fotografia che lo ritrae in visita al "Covo" di Via Paolo da
Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica di un'attività culminata
con la proclamazione del gihàd e con la costituzione di divisioni
militari musulmane che combatterono a fianco dell'Italia e della
Germania15.



Note

1. La missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall'ing.
Piperno, il quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu
ucciso da un paio di fucilate mentre si trovava sul terrazzo della
legazione italiana di Kabul, mentre sul gruppo degli italiani si
riversò l'indignazione popolare .

2. M. Giro, L'Istituto per l'Oriente dalla fondazione alla seconda
guerra mondiale, in Storia contemporanea, a. XVII, n. 6, dicembre
1986, p. 1139.

3. Alle domande che alcuni si sono poste circa la sorte della Spada
dell'Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna
Rachele in un'intervista pubblicata postuma tre anni fa: la Spada
dell'Islam, che il Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca
delle Caminate, fu democraticamente rubata durante l'assenza dei
Mussolini, quando la Rocca venne devastata dagli
antifascisti. "Hanno portato via tutto (...) perfino la culla di
Romano" (L. Romersa, Benito e Rachele Mussolini nella tragedia, in
Storia Verità, a. III, n. 17, sett.-ott. 1994, pp. 2-8).

4. Il Cadi di Apollonia tenne questo discorso: "Sia lodato Iddio,
Che ha infuso il segreto del genio negli uomini di Sua elezione,
affinché in loro si manifesti la Sua grandezza, superiore ad ogni
concezione umana, e affinché attraverso questa manifestazione si
possa arrivare a glorificare la Divinità. O Duce, la tua fama ha
raggiunto tutto e tutti e le tue virtù vengono cantate dai vicini e
dai lontani. La tua visita al sepolcro di questo Compagno del
Profeta, su di lui benedizione e pace, verso cui sono protesi in
atto di venerazione i cuori di tutti i Musulmani, raddoppia la
nostra gratitudine per te e ci rivela un altro lato della tua
grandezza, quella cioè che ti congiunge con gli spiriti dei grandi
di tutte le epoche. Al Grande Creatore che ti ha rivelato il segreto
di guidare l'Italia sul cammino della potenza e della gloria e che
ti ha ispirato i sentimenti di affetto e di bene verso i Musulmani,
nonché il rispetto delle loro tradizioni religiose, rivolgiamo le
nostre preghiere nell'umile raccoglimento di chi sente tutta la Sua
potenza e fervidamente crede nella Sua infinita misericordia, perché
ti protegga, ti conservi e ti conceda di spiegare sul mondo intero
lo stendardo della pace e dell'amicizia". E il Cadi di
Bengasi: "Benvenuto, o Duce, in questa città fedele e in questo
antico tempio. I Musulmani di questo paese, che hanno seguito con
profonda ammirazione le tappe del cammino trionfale percorso
dall'Italia fascista sotto la tua guida e che hanno servito ai tuoi
ordini con lealtà e con devozione, ti sono sinceramente grati per
questa fausta visita che conferma la tua simpatia verso i Libici e
il rispetto per la loro religione. Mi sento veramente fiero di
rinnovarti a nome di tutti, sulla soglia di questo sacro luogo, la
promessa assoluta di fedeltà, invocando il Signore Onnipotente e
Generoso perché ti assista nel guidare l'Italia sulla via di una
sempre maggiore grandezza. Egli ti conceda di vedere realizzata la
tua volontà di portare il paese ad un livello superiore in tutti i
campi, sì da offrire al mondo l'esempio di quanto l'Italia può fare
per il bene dei popoli che essa accoglie nel suo grembo sotto il
segno del Littorio, simbolo di giustizia e di umanità".

5. R. De Felice, Il Fascismo e l'Oriente. Arabi, ebrei e indiani
nella politica di Mussolini, Bologna 1988, p. 21.

6. R. De Felice, Op. cit., ibidem.

7. Le testament politique de Hitler, a cura di H.R. Trevor-Roper,
Paris 1959, p. 61. Cfr. C. Mutti, Il nazismo e l'Islam, Saluzzo 1986
e S. Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Parma 1988.

8. G. Pesenti, In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande
Guerra, Milano 1932, p. 12.

9. Essad Bey, Maometto, Firenze 1935, p. V.

10. G. Tucci, Il Fascismo e l'Islam, in La Vita Italiana, maggio
1937, pp. 597-601.

11. R. De Felice, Op. cit., p. 20, nota 12. Sui CAUR e i congressi
di Erfurt cfr. M: Ledeen, L'internazionale fascista, Bari 1973 e I.
Motza, Corrispondenza col Welt-Dienst, Parma 1996.

12. P. Balbis, rec. di G. Caniglia, La Tarica Katmia, in
Bibliografia fascista, 1939, p. 194.

13. Biografia in: Michel Vâlsan, L'Islam e la funzione di René
Guénon, Parma 1985, pp. 87-93.

14. L. Goglia, Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui
rapporti tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta,
in Storia contemporanea, a. XVII, n. 6, dicembre 1986., p. 1237,
nota 39.

15. Sull'impegno militante del Muftì, si vedano i nostri articoli:
Una vita per la Terrasanta, in Storia del XX secolo, 7, nov. 1995 e
Il sangue contro l'oro, ibidem, 10, febbr. 199

#741 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Lun 18 Lu 2005 8:14 pm
Oggetto: Intervista a John Kleeves sugli attentati di Londra
lettera_info...
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Intervista a John Kleeves della Radio satellitare iraniana in lingua
italiana ( HotBird 3, 13° Est, 12.437 Mhz, H ); argomento: attentato
a Londra del 7 luglio 2005.



****************************************


Domanda 1 : Dottor Kleeves, cosa pensa dell'attentato avvenuto a
Londra lo scorso giovedì 7 luglio 2005 ?

Risposta 1.

E' un attentato molto simile a quello di Madrid dell'11 marzo dello
scorso anno. Nella capitale spagnola esplosero simultaneamente varie
bombe, piazzate in treni e stazioni ferroviarie, che provocarono un
totale di 200 morti e 1400 feriti. A Londra ad esplodere
simultaneamente sono stati degli ordigni posti in carrozze della
metropolitana e in almeno un autobus di superficie, che hanno
causato 700 feriti e un numero di morti calcolato per il momento in
70 ma destinato sicuramente ad aumentare. Anche l'ora degli
attentati è simile, collocata in entrambi i casi verso le 8.30 del
mattino, quando operai e impiegati si recano al lavoro. Anche il
giorno : in entrambi i casi era un giovedì, un giovedì lavorativo.
Attentati di questo genere, così complessi e insieme così ben
studiati e puntualmente eseguiti, non sono alla portata di gruppi
terroristici " privati ", nati e cresciuti al di fuori di strutture
in qualche modo ufficiali, ma possono essere realizzati solo dai
servizi segreti di una qualche Nazione, o di più Nazioni allo scopo
associate. Per queste operazioni i servizi segreti possono agire in
due modi : o in prima persona oppure infiltrando un ignaro gruppo
terroristico " privato ", che inducono all'azione fornendogli il
necessario, cioè il danaro, le armi e gli esplosivi con i relativi
accessori, e soprattutto fornendogli le informazioni esclusive sugli
obiettivi.
Così ad organizzare questi attentati di Madrid e Londra è stato
sicuramente un governo, o i governi associati di più Paesi. Riuscire
a convergere verso qualcuno in particolare non è come cercare un ago
in un pagliaio. Infatti, non sono molti i Paesi che hanno la
consuetudine di ricorrere a questi sistemi in tempi di pace. In
passato si sono distinti in tal senso la Gran Bretagna, gli Stati
Uniti, la Turchia e la Francia, e forse qualche volta la Germania e
la Russia. Negli ultimi decenni, e attualmente, si può dire che solo
gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, Israele e la Francia ricorrono a
questi sistemi. I Paesi più e più volte accusati dagli USA e dai
loro alleati, e dai vari e variopinti pulpiti internazionali loro
legati, di essere dei " rogue States ", dei " Paesi canaglia " che
fomentano il " terrorismo internazionale " e si macchiano di ogni
altra infamia, sono al contrario completamente innocenti, e specie
col terrorismo non hanno nulla a che fare. A dirlo non sono io ma è
la storia e la cronaca : si leggano i libri e si vadano a rileggere
i giornali degli anni e decenni passati e questa verità balzerà
evidente.
Quindi i sospetti si riducono a USA, GB, Israele, Francia. Per
focalizzare su quale o su quali di loro ( nel caso si sia formata
una associazione ) non c'è che porsi la solita, vecchia ma
generalmente infallibile domanda : cui prodest ? A chi l'operazione
ha fatto comodo ? a chi l'attentato ha portato vantaggi ?
Nel caso dell'attentato di Madrid io, ragionando in questi termini,
avevo concluso che il colpevole erano gli USA. Gli USA hanno alle
spalle una storia lunghissima di covert operations realizzate sotto
mentite spoglie, una storia cominciata così precocemente come nel
1773, con la faccenda del Boston Tea Party, quando alcuni ribelli
coloniali americani travestiti da indiani buttarono a mare il carico
di tè di un mercantile inglese, e poi continuata con l'impresa dei
sedicenti coloni di Sam Houston che nel 1836 avrebbe fruttato la
regione messicana del Tejas  ( poi diviso in Texas, New Mexico,
Colorado e Arizona ) ; una storia ripetuta con la costituzione di
bande armate apparentemente locali cui far condurre le proprie
guerre ( i Contras del Nicaragua, le AUC  della Colombia, la Mano
Bianca degli esuli cubani, gli Squadroni della Morte di un po' tutta
l'America Latina, la Al Qaeda dell'Afghanistan, l'UCK del Kossovo e
della Macedonia, le bande della Cecenia, altri ) ; e una storia
andata avanti con l'esecuzione di una miriade di attentati e omicidi
politici compiuti strisciando nell'ombra di qualcun altro ( Mattei-
Mafia, Moro-Brigate Rosse, M.L.King-Uomo squilibrato, John Lennon-
Uomo squilibrato, H.M.Schleyer-Rote Armee Fraction, D'Antona-Brigate
Rosse, Biagi-Brigate Rosse, altri ).
Non solo, ma gli USA hanno mostrato di apprezzare a tal punto i
vantaggi dell'atto terroristico attribuito ad altri da essere
arrivati a organizzare degli attentati contro se stessi, contro
cittadini, beni e territorio degli USA stessi ! Di nuovo non sono io
ma è la storia a dirlo, fornendo degli esempi davvero notevoli e
incontrovertibili, riconosciuti da qualunque studioso animato da un
minimo di obiettività : nel 1898 furono agenti del governo USA a far
saltare la corazzata USS Maine e i suoi 160 uomini di equipaggio nel
porto dell'Avana, ottenendo così il pretesto per dichiarare quella
guerra alla Spagna che avrebbe fruttato Cuba, Guam e le Filippine ;
nel 1915 furono i funzionari doganali americani a lasciar trapelare
la presenza nelle stive del Lusitania di ingenti rifornimenti
bellici per la Gran Bretagna, rendendo così la nave una preda ambita
per gli U Boote tedeschi ; fu il presidente Franklin Delano
Roosevelt in persona ( il buono e sofferente paralitico ), e il suo
staff più intimo guidato dal gen. George Marshall, a provocare
deliberatamente l'attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre
1941 e a congegnare perché provocasse più morti possibile fra il
personale americano, al solito scopo di avere il pretesto per la
guerra.
E, ormai è certo, l'attentato alle Torri Gemelle di New York dell'11
settembre 2001 è stato un autoattentato, organizzato dai servizi USA
per avere la scusa di lanciare la " guerra al terrorismo
internazionale ", cioè in altre parole di partire alla conquista del
pianeta cominciando con il Medioriente, il suo petrolio, e la sua
collocazione strategica nei confronti di Russia e Cina. Ho detto che
è certo essersi trattato di un autoattentato perché se ne sono
ottenute le prove materiali ; ad esempio, è stato dimostrato con
fotografie che l'11 settembre 2001 il Pentagono non fu colpito da un
aereo di linea dirottato ma da un missile da crociera. In questo
autoattentato sono periti circa 2700 cittadini statunitensi ; per
gli ascoltatori della radio satellitare iraniana in lingua italiana
che ci stanno ascoltando questo sembra incredibile, sembra un
abominio impensabile, un crimine che nessuno mai si sognerebbe di
compiere verso il proprio popolo, ma per combinazione è circa lo
stesso numero dei soldati statunitensi morti a Pearl Harbor.
L'abominio era già stato commesso una volta.
Di questa disponibilità statunitense all'autoattentato è rimasta
addirittura una testimonianza scritta : il piano denominato "
Northwoods ", preparato dal gen. Lemnitzer nel 1962 e recentemente
venuto alla luce in forma integrale, che prevedeva l'esecuzione di
vari e alcuni assai efferati attentati terroristici contro cittadini
e mezzi statunitensi dei quali incolpare Cuba e il solito "
malvagio " Fidel Castro. Il piano, aggiungono le fonti USA, fu
respinto dal presidente Kennedy : attendibile o no questa
conclusione, questo " lieto fine " un po' hollywoodiano, rimane il
fatto che il piano fu preparato  e ciò basta a testimoniare un
cinismo intollerabile.
Nel caso dell'attentato di Madrid il cui prodest ? per gli USA stava
nelle intenzioni. Eseguendo l'attentato di Madrid, o facendolo
eseguire da chissà quale scheggia impazzita del sottobosco politico
europeo o musulmano, gli USA agitavano lo spauracchio del terrorismo
in Europa, contando che con ciò gli europei avrebbero rotto gli
indugi e avrebbero seguito gli USA nella loro crociata
mediorientale, spacciata appunto per crociata contro il terrorismo
internazionale. In particolare e in concreto l'obiettivo era di
affidare alla NATO la continuazione della guerra coloniale in Iraq,
liberando così truppa americana per altre conquiste. Per quanto
riguardava le elezioni politiche generali spagnole, che si sarebbero
svolte tre giorni dopo, gli USA pensavano che il PPE dell'alleato
Aznar avrebbe potuto trarre solo vantaggio da un attentato del
genere, e anche in caso contrario il pronostico favorevole non si
sarebbe sovvertito visto il vantaggio che i sondaggi assegnavano ad
Aznar. Ma non andò così. Gli Spagnoli confermarono l'infallibile
fiuto che li aveva tenuti fuori dalla prima e dalla seconda guerra
mondiale : Aznar perse le elezioni nei confronti del socialista
Zapatero, che come primo atto stabilì il ritiro del contingente
spagnolo dall'Iraq. E ciò bloccò tutto il programma circa la NATO in
Iraq.
In conclusione, a mio parere l'attentato di Madrid fu una covert
operation andata male, che anzi aveva ottenuto un risultato
contrario al previsto, una covert operation che aveva avuto un
effetto boomerang, che aveva backfired. Non è una cosa così rara
come si può pensare.
In ogni caso non ci sono alternative a questo scenario. Qualcuno
potrebbe dire che l'attentato fu compiuto da qualcuno che voleva
proprio quel risultato, il rovesciamento di Aznar, la vittoria di
Zapatero e di conseguenza il ritiro della Spagna dall'Iraq e la
paralisi della NATO nel teatro. E cioè che l'attentato fu compiuto
non da chi voleva gli Occidentali in Iraq, come gli USA, ma da chi
non li voleva, ad esempio la Russia, la Cina o l'Iran. Ma non è
possibile. A parte che si tratta di Paesi che non seguono la prassi
degli attentati terroristici, né palesi né covert, c'è da dire che
se così fosse stato allora un attentato del genere si sarebbe
ripetuto in ogni Paese europeo dove c'era una elezione sensibile
sull'Iraq, perché così si sarebbe potuto determinare il risultato
voluto, e invece ciò non si è verificato. Anzi, a dimostrazione del
fatto che in Europa - ma credo si possa dire nel mondo - non esiste
ciò che viene chiamato " terrorismo islamico ", ognuno può
constatare che in Europa dopo l'attentato di Madrid non ci sono
stati attentati attribuibili agli islamici, come del resto non
c'erano mai stati prima.

……………………………………..


Invece il primo attentato " islamico " in Europa dopo quello di
Madrid è stato quello di Londra. Perché ?
Perché, appunto, non è un attentato terroristico islamico. E' anche
questo una covert operation, e anche questo - credo - è opera dello
Zio Sam. Il cui prodest ? è chiaro e netto. In effetti, è lo stesso
dell'attentato di Madrid : portare la NATO in Iraq. Vincere le
resistenze della Francia e della Germania e porre senza remore la
NATO alle dipendenze dirette degli USA. Gli USA non avevano certo
rinunciato all'obiettivo, che è una tappa indispensabile,
ineludibile, necessaria verso il dominio totale del pianeta.
L'obiettivo è in questi tempi ancora più pregnante, ancora più
fatidico. In Europa si è sviluppato un braccio di ferro terribile
fra Francia e Gran Bretagna, fra Chirac e Blair. Il nodo su chi
comanda nella Europa Unita ( nella UE ) stando in Europa è venuto al
pettine. Si è sempre saputo sin dall'inizio che l'alternativa era
tra Francia e Gran Bretagna, perché sono gli unici due Paesi con
armi nucleari, e cioè sono gli unici due Paesi che contano ; gli
altri sono comparse, compresa la Germania nonostante la sua economia
gigantesca. Ora appunto bisogna decidere, perché i Due Grandi hanno
preso due strade divergenti nei confronti degli USA : la GB di
totale e acritico appoggio, la F di aperto dissenso, addirittura di
concorrenza ( vedi fra le altre cose la lotta per la supremazia
aerea civile tra Airbus e Boeing, che in prospettiva può portare
alla supremazia nell'aviazione militare : la F ha già messo in
produzione il caccia senza pilota, mentre gli USA hanno difficoltà
in proposito ). La GB vuole una UE da lei GB guidata alla piena
sottomissione agli USA ; la F vuole una UE da lei F guidata e in
concorrenza con gli USA.
Il momento è critico anche per l'accumularsi di due eventi : i
referendum di Francia e Olanda che hanno respinto la Carta
Costituzionale europea poche settimane fa, e l'inizio del semestre
inglese alla presidenza europea. E' una congiuntura esplosiva. Il
referendum francese non è avvenuto per caso : è stato Chirac a
volerlo, non per " far decidere al popolo " per democrazia, come ha
detto e sperando che il popolo dicesse sì, ma per respingere la
Carta sapendo e sperando che il popolo avrebbe detto no. In pratica
Chirac tramite quel referendum ha fatto la seguente affermazione : o
l'Unione Europea accetta la leadership della Francia ( messa in
discussione da alcune recenti risoluzioni, come per l'ammissione
della Turchia e il boicottaggio dell'esercito autonomo europeo ) o
l'UE non si fa. E ora alla presidenza dell'UE c'è, per i prossimi
sei mesi, Tony Blair, che ha già dichiarato che il suo scopo è di
aggirare, di sovvertire, di annullare gli effetti del referendum
francese.

Solo pochi decenni fa per un dissidio del genere in Europa sarebbe
scoppiata una guerra.

E sono interessati alla vicenda anche gli USA. C'è da crederci : in
Europa si sta svolgendo ora un confronto che per loro vale il
dominio del Pianeta.
Chiaro che gli USA non si fermeranno di fronte a niente. E neanche
la GB si fermerà di fronte a niente : per stabilire la supremazia
della GB in Europa la dirigenza inglese non ha esitato a scatenare
prima la prima e poi la seconda guerra mondiale. Un grande attentato
in Inghilterra, quasi sicuramente a Londra, probabilmente era stato
studiato da molto, forse dall'indomani dell'attentato fallito di
Madrid : la riunione del G8 a Glenneagles, in Scozia, è servita per
dargli l'approvazione finale.
E' stato Blair informato ? Ha dato il suo assenso alla strage
londinese ? Chissà, ma in ogni caso non era necessario : da tempo
Blair sa a che gioco si sta giocando ; non lo sapesse non
ricoprirebbe il posto che copre. Lo stesso si può dire della signora
regina Elisabetta e degli esponenti della più interna cerchia del
potere inglese.
Vale la pena di osservare che anche nell'attentato di Londra, come
in quello delle Torri Gemelle e in quello di Madrid, le vittime sono
state in maggioranza dei poveri pendolari, spesso degli immigrati
senza cittadinanza ( nella strage di Madrid su 200 vittime 90 erano
immigrati romeni ). In effetti questi attentati sembrano proprio
essere stati studiati per essere essenzialmente degli eventi
mediatici, col più alto rapporto possibile fra risonanza politica e
danni umani, specie danni umani nella parte più " pregiata " della
popolazione, quella appartenente all'establishment. Al proposito si
può anche osservare che se veramente gli autori dell'attentato
fossero stati degli islamici animati da malanimo nei confronti degli
europei, non avrebbero scelto per le esplosioni quei luoghi e
quell'orario ; semmai avrebbero pensato a stadi di calcio affollati,
o concentrazioni equivalenti di folla inerme e possibilmente
pregiata, come nelle tribune dei concorsi ippici.

Comunque, avvenuto l'attentato, Blair si è comportato proprio
secondo il copione che l'ottica sin qui seguita avrebbe suggerito.
Ha pungolato l'orgoglio inglese, dissuadendo in via preventiva la
popolazione dal chiedere un ritiro dall'Iraq. Hanno aiutato in ciò
le disposizioni date in precedenza durante le esercitazioni di
nascondere i brandelli umani sparsi dietro tende istantaneamente
innalzate sui luoghi, il divieto di trasmettere immagini di feriti
agonizzanti e di trasmettere interviste con sopravvissuti
particolarmente scossi : si sono visti in effetti alla televisione
solo volti insanguinati, ma integri e in buono spirito : people
wounded but with grace. Nel contempo Blair ha soffiato sul fuoco
dell'allarmismo : dal giorno dell'attentato si sono succeduti
incalzanti e continui gli allarmi bomba a Londra e in altri luoghi
come Birmingham, tutti rivelatisi infondati. E' la tipica
combinazione di rassicurazioni ( niente crudezze in vista sui media,
cioè : non ci sono reali pericoli da fronteggiare ) e di psicosi
allarmistica che mira a far accettare ai popoli una guerra assai
pericolosa. Poi Blair ha invitato l'UE a rinserrare i ranghi contro
il " terrorismo internazionale ", implicitamente invitandola anche
ad accettare la leadership inglese naturalmente, una nomina oramai
d'obbligo visti i danni subiti. Ha alluso a nuove iniziative da
prendere in sede comunitaria ( e il presidente Barroso ha annunciato
proprio oggi martedì 12 luglio che sarà approvato domani un nuovo
pacchetto di misure comunitarie contro il terrorismo ), ha
cominciato a parlare di NATO. Per quanto riguarda l'Iran, Blair
aveva minacciato questo Paese solo pochi giorni prima, quando lo
aveva ammonito a non sottovalutare la determinazione inglese a
privarlo della tecnologia nucleare, il che è poco meno di una
dichiarazione di guerra. Probabilmente verrà scoperto qualche
iraniano fra i sospetti attentatori. Già mi pare che ci sia un
siriano.

Mi si lasci un'ultima considerazione su Bush e Blair. Sono due
poveri uomini patetici, due patetici capi di due patetici Paesi
senza spirito e senza futuro. Questi Paesi ebbero un'epopea durante
la seconda guerra mondiale. Fu un'epopea in gran parte falsa e
frutto di circostanze, ma in ogni caso l'effetto nel mondo fu
grande. E ora tutto ciò che sanno fare è guardare a quelle glorie
passate e cercare di riprodurle : Bush cerca di fare rivivere il
mito di Pearl Harbor ( che fu falso, ripeto, ma la gente non lo
sa ), il mito dell'America attaccata proditoriamente che reagisce e
alla fine vince, e Blair rifà il verso a Churchill e al suo famoso
discorso sulle " tears and blood ", le lacrime e sangue che
precederanno l'immancabile vittoria ; fra poco saluterà con le dita
a V. Da qui si vede che sono due Paesi che sembrano sulla cresta
dell'onda ma che invece sono finiti, che tra breve saranno travolti
dall'umanità in movimento.


Domanda 2 : Dottor Kleeves, lei individua un ruolo di Israele nella
vicenda ?

Risposta 2.

Israele è un Paese di secondo piano, anzi ancora meno che così. E'
una scelta, una strategia degli USA iniziata nel 1967, di spacciare
Israele come eminenza grigia della politica estera USA. Gli USA in
tale modo si nascondono dietro Israele, fingono di essere mal
consigliati da una entità malevola, fingono di essere dei bonaccioni
traviati da amicizie equivoche. Molti dei personaggi più esposti
nella gestione del potere statunitense sono di origine ebraica, come
oggi Brezinsky, Wolfowitz, Feith, Perle, eccetera e come ieri altri
tipo la Albright e Kissinger, perché i Veri Americani che detengono
il potere, che sono esponenti dei WASP ( White Anglo Saxon
Protestants ), vogliono creare l'apparenza di una certa situazione
che in realtà non c'è. Se si studia la storia della diaspora ebraica
si vede che questa situazione si è ripetuta molte volte, sia per la
disponibilità oggettiva degli ebrei, cioè la loro presenza come
corpi estranei nella varie società, che per la loro disponibilità
soggettiva a fare da parafulmini, magari per vanità, e anche per
bramosia perché ci sono vantaggi materiali nel ruolo.
Così, è vero che Israele figura assieme agli USA in quasi tutti i
loro malaffari mondiali, e va da sé in quelli mediorientali, ma
ricoprendo il ruolo del gregario e non quello del caposquadra. Non
bisogna lasciarsi ingannare : chi comanda sono gli USA, e da loro
vengono i problemi. Anche se naturalmente chi approfitta tanto della
loro protezione, come fa senza ritegno Israele, ha le sue colpe.
Per quanto riguarda gli autoattentati può anche darsi che i servizi
israeliani abbiano giocato un ruolo di supporto, anche se sarebbe
strano che gli americani si siano fidati di loro per cose tanto
delicate. Per l'autoattentato delle Torri Gemelle di New York è
documentata una presenza dei servizi israeliani, però non si sa a
quale titolo. Sicuramente erano al corrente dell'attentato prima che
avvenisse, ma non è certo che ne conoscessero la vera logica. Forse
hanno anche rischiato di mandare tutto all'aria perché hanno pensato
di avvertire gli ebrei che lavoravano alle Torri di stare a casa
quel giorno.
In sostanza, ciò che voglio dire è che mi sembra sbagliato pensare
che gli attentati di New York, Madrid e Londra, o uno o due di loro,
siano stati organizzati o pilotati dai servizi israeliani allo scopo
di dirigere l'ira USA verso certi Paesi vicini che Israele vuole
vedere distrutti. Gli USA non sono così babbei, e neanche lo è la
Gran Bretagna, e Israele non potrebbe evitare una punizione
micidiale. So che invece la credenza nella onnipotenza dell'ebraismo
mondiale è molto diffusa, e che molti pensano che il mondo sia
diretto a forza di diabolici complotti ebraici. Mi sembra un grave
errore di prospettiva, che distoglie l'attenzione dai veri
congiurati ed ostacola alla fine la soluzione dei problemi.


fonte: http://www.irib.ir/worldservice/italyRADIO/default.htm
12 luglio 2005

#740 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Lun 18 Lu 2005 8:12 pm
Oggetto: La morte di Cecilia Gatto Trocchi
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La morte di Cecilia Gatto Trocchi

di Stefano Vernole
Rinascita, 15 luglio 2005

Si è spenta lunedì 11 luglio, nella sua abitazione romana di Via
Eusebio Chini 69, la nota antropologa Cecilia Gatto Trocchi, docente
universitario presso la Facoltà di Scienze Sociali a Chieti.
Pare che la professoressa di antropologia culturale, nota per i suoi
numerosi viaggi di studio sulle tematiche magico-simboliche e sui
rituali primitivi in Africa, America Latina e India secondo il
metodo dell'osservazione partecipante, si sia suicidata gettandosi
dal quinto piano della palazzina nella quale abitava.
Da una prima ricostruzione, Cecilia Gatto Trocchi avrebbe
addirittura bloccato l'ascensore per impedire eventuali soccorsi e
si sarebbe lanciata nel vuoto stringendo nelle mani la foto del
figlio, morto due anni fa in un incidente stradale.
Le cronache dicono che la studiosa soffrisse da tempo di depressione
e avesse già tentato una volta il suicidio, non essendosi mai
ripresa dal tragico lutto familiare.
Eppure la ricordiamo solo pochi mesi fa, in una trasmissione
televisiva della RAI dedicata alle sette esoteriche e all'occulto,
ricostruire con spigliatezza e autorevolezza le radici culturali di
questi fenomeni, spingendosi fino ad ipotizzare importanti legami
tra logge massoniche ed alta finanza.
I ben informati sottolineano anche le diverse minacce e lettere
minatorie da lei ricevute negli ultimi tempi.
Secondo le statistiche riportate nei suoi libri, due italiani su
dieci (8 milioni e mezzo di persone) vanno dal mago almeno una volta
all'anno, per un business complessivo di 5000 miliardi.
Esistono solo nel nostro paese circa 75000 operatori dell'occulto,
iscritti a due sindacati, che sfruttano come argutamente scriveva la
Gatto-Trocchi "il bisogno di aggregazione, mai così forte nella
nostra specie umana come da quando si è determinato uno stile di
vita basato sull'isolamento urbano e su una generica e piatta
elargizione di servizi sociali".
La stessa proliferazione dei siti internet dedicati alla magia,
oltre diecimila, sembra dovuta "alla "speranza di realizzare una
comunità, magari sulle chat lines"; anche Papa Benedetto XVI, quando
era ancora ancora soltanto cardinale, polemizzò duramente sui falsi
miti propinati da libri e film dedicati al genere come Harry Potter
( da lui definiti "una distorsione del cristianesimo").
I suoi studi non hanno però riguardato solo i gruppi satanisti o i
ciarlatani di turno, ma anche gli strani rapporti tra i cd. "poteri
forti" e l'esoterismo, seguendo le importanti testimonianze
rilasciate da pensatori "tradizionalisti" quali Mircea Eliade, René
Guénon e Julius Evola e le ricerche più recenti condotte da
giornalisti indipendenti come Maurizio Blondet e Giorgio Galli.
Alcuni libri da lei scritti negli ultimi anni fanno affiorare
l'impronta occulta di tutti i principali avvenimenti italiani a
partire dal Risorgimento fino ai giorni nostri, arrivando a
delineare una serie d'intrecci non sempre coerenti ma comunque degni
di nota.
Suo anche il tentativo di sottrarre l'opera di Nietzsche allo
sfruttamento operato da gruppuscoli nichilisti, incapaci di
riconoscere nel patrimonio culturale del filosofo tedesco "una
dottrina virile che impone all'uomo di rispondere di ogni momento
della propria vita perché, lo voglia o no, rimane eterna".
La sua forte personalità non si era piegata nemmeno durante la
polemica con lo studioso del Cesnur, Massimo Introvigne; pur essendo
entrambi cattolici, i due avevano separato le proprie strade quando
la Gatto Trocchi aveva denunciato senza riserve la pericolosità di
sette come Scientology,  il Movimento Raeliano e l'adorazione del
diavolo negli Stati Uniti "dove le varie chiese sataniche godono di
un riconoscimento ufficiale ed hanno i loro cappellani militari
all'interno dell'esercito americano".
Una persona scomoda, quindi, la cui scomparsa certo lascerà un vuoto
nel settore degli studi dedicati all'esoterismo.
Ma anche una donna capace di cogliere gli insegnamenti di René
Guénon, non a caso convertitosi all'Islam dopo un lungo percorso
spirituale, che "consideratosi un iniziato negava l'autenticità del
cd. occultismo moderno occidentale e la capacità dell'uomo di oggi
di entrare in contatto con organizzazioni esoteriche valide".


STEFANO VERNOLE

#739 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Ven 15 Lu 2005 3:07 pm
Oggetto: La Federal Reserve è una proprietà privata
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La Federal Reserve è una proprietà privata

di Thomas D. Schauf

L'articolo 1, Sezione 8 della Costituzione Usa stabilisce che il
Congresso deve avere il potere di coniare moneta (creare) e di
stabilirne il valore. Tuttavia, attualmente, la FED, che è una
società privata, controlla e trae profitto dal produrre moneta
attraverso il Tesoro, e controllandone il valore.

La FED ebbe inizio con circa 300 persone o banche, che diventarono
proprietari (azionisti che hanno comprato il capitale azionario a $
100 per azione – il capitale azionario non è commercializzato
pubblicamente) del Sistema Bancario della Federal Reserve. Essi
formarono un cartello bancario internazionale di ricchezza senza
confronto (Riferimento 1, 14) Il sistema bancario della FED
raccoglie miliardi di dollari (riferimento 8, 17) di interessi annui
e distribuisce i profitti ai suoi azionisti. Illegalmente, il
Congresso ha dato alla FED il diritto di stampare moneta (attraverso
il Tesoro) senza alcun onere per la FED. La FED ha creato denaro dal
nulla, e lo presta a noi attraverso le banche, e carica gli
interessi sulla nostra moneta. La FED compra anche i debiti del
Governo (ndr: obbligazioni) con il denaro stampato con una semplice
pressa tipografica e carica gli interessi sui contribuenti degli
Stati Uniti.
Molti deputati e presidenti dicono che questa è una frode
(riferimento 1,2,3,5,17)

Chi possiede attualmente le Banche Centrali della Federal Reserve?
La proprietà delle 12 banche Centrali, un segreto ben mantenuto, è
stato svelato:

La Banca Rothschild di Londra
La Banca Warburg di Amburgo
La Banca Rothschild di Berlino
La Lehman Brothers di New York
La Lazard Brothers di Parigi
La Banca Kuhln Loeb di New York
Banche Israel Moses Seif in Italia
La Goldman, Sachs di New York
La Banca Warburg di Amsterdam
La Chase Manhattam Bank di New York
(Rif. 14, P, 13, Rif.12, P, 152)

Questi banchieri sono collegati ad Istituti bancari londinesi che
ultimamente controllano la FED. Quando l'Inghilterra ha perso la
guerra di Rivoluzione Americana (i nostri antenati stavano
combattendo contro il loro governo) essi programmarono di
controllarci controllando il nostro sistema bancario, lo stampaggio
del denaro, ed il nostro debito (Riferimento 4, 22).

Gli individui elencati di seguito possedevano banche che a loro
volta possedevano azioni della FED: Le banche elencate di seguito
hanno un controllo significativo sul New York FED District, che
controlla gli altri 11 FED Districts. Queste banche sono in parte
possedute da stranieri e controllano la New York FED District Bank.
(Riferimento 22).

First National Bank di New York
James Stllman National City Bank, New York
Mary W. Harnman
National Bank of Commerce, New York
A.D. Jiullard
Hanover National Bank, New York
Jacob Schiff
Chase National Bank, N.Y.
Thomas f: Ryan
Paul Warburg
William Rockfeller
Levi P: Morton
M.P. Pyne
George F. Baker
Percy Pyne
Mrs.G.F. St. George
J.W. Sterling
Katherine St. George
H.P. Davidson
J.P. Morgan (Equitable Life/Mutual Life)
Edith Brevour T. Baker

(Rif. 4, per quanto sopra, Rif. 22 in dettagli, P. 92,93,96,179)

Come è successo? Dopo il precedente tentativo di promuovere la legge
per la Federal Reserve attraverso il Congresso, un gruppo di
banchieri fondò e fornì di personale la campagna di Woodrow Wilson
come Presidente. Egli si era impegnato a firmare questa legge. Nel
1913, un Senatore, Nelson Aldrich, nonno da parte materna dei
Rockfeller, promosse la legge sulla Federal Reserve attraverso il
Congresso proprio prima di Natale quando la maggior parte del
Congresso era in vacanza (Riferimento 3,4,5,). Quando fu eletto,
Wilson approvò la FED. In seguito, Wilson, pentito, disse
(riferendosi alla FED), "ho, inconsapevolmente rovinato il mio
paese" (riferimento 17, P, 31).


Ora le banche sostengono finanziariamente i candidati condiscendenti.
Non sorprende che la maggior parte di questi candidati vengano
eletti (Riferimento 1, P. 2°8-210, Riferimento 12, P. 235,
Riferimenti 14, P. 36). I banchieri impiegano i Membri del Congresso
durante i weekends (Nomignolo T&T club- fuori giovedì…..dentro
martedì) con lucrosi salari (Riferimento 1, P. 209). Inoltre, la FED
cominciò a comprare i media negli anni 30 ed ora ne possiede o
influenza in modo rilevante la maggioranza (Riferimento 3, 10, 11 P.
145).

I Presidenti Lincoln, Jackson e Kennedy cercarono di fermare questa
famiglia di banchieri stampando dollari degli S.U. senza caricare
gli interessi sui contribuenti (Riferimento 4). Oggi, se il governo
presenta una gestione passiva, la FED stampa dollari tramite il
Tesoro degli S.U, compra i debiti, ed i dollari circolano
nell'economia. Nel 1992, i contribuenti hanno pagato al sistema
bancario della FED 286 miliardi di dollari di interessi sul debito
che la FED ha acquistato stampando denaro di fatto a costo zero
(riferimento 12, P. 265). Il quaranta per cento di tasse del nostro
introito personale federale serve a pagare questo interesse. I
registri della FED non sono aperti al pubblico. Il Congresso deve
ancora verificarli.,

Il CongressistaWright Patman è stato presidente del Comitato alla
Camera dei Rappresentanti per il Sistema Bancario e la circolazione
Monetaria per 40 anni. Per 20 di quegli anni ha presentato una legge
per abrogare la legge sulla Federal Reserve Banking del 1913.

Il congressista Henry Gonzales, Presidente di un comitato bancario
presenta una legge per abrogare la legge sulla Federal Reserve
Banking del 1913 quasi ogni anno. Viene sempre sconfitto, i media
restano in silenzio ed il pubblico non sa mai la verità. Gli stessi
banchieri che posseggono la FED controllano i media e danno enormi
contributi politici ai membri simpatizzanti del Congresso
(Riferimento 12, P.155-163, Rif. 22, P. 158,159,166)


LA FED TEME CHE IL PUBBLICO DIVENTI CONSAPEVOLE DI QUESTA FRODE E
CHIEDA DEI CAMBIAMENTI

Il rappresentante Louis McFadden (R:Pa) da fattorino diventò
cassiere e poi presidente della First National Bank di Canton
nell'Ohio. Per 12 anni fu presidente del Comitato per il Sistema
Bancario e la Circolazione Monetaria, facendone un'eminente autorità
in America. Egli combattè continuamente per l'integrità fiscale ed
il ritorno al governo costituzionale (rif:1). Quello che segue sono
parti del discorso del rappresentante McFadden inserite nelle
annotazioni del Congresso, pagine 12595-12603:

"IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DELLA FEDERAL RESERVE, UN CONSIGLIO
DI AMMINISTRAZIONE DEL GOVERNO HA TRUFFATO IL GOVERNO DEGLI STATI
UNITI ED IL POPOLO DEGLI STATI UNITI PER UN AMMONTARE DI DENARO
SUFFICIENTE A PAGARE IL DEBITO NAZIONALE .
I saccheggi e le iniquità del Consiglio di Amministrazione della
Federal Reserve e delle banche della Federal Reserve che agiscono
insieme sono costati a questo Paese ABBASTANZA DENARO PER PAGARE IL
DEBITO NAZIONALE DIVERSE VOLTE"

Per quanto riguarda le banche della Federal Reserve, il Rap.
McFadden ha detto, "Esse sono monopoli di credito privati che
predano il popolo degli Stati Uniti per il loro beneficio e per i
clienti stranieri;speculatori e truffatori stranieri e nazionali; i
ricchi predatori mutuanti di denaro. Questa è un'era di ristrettezze
economiche ed il Consiglio di amministrazione della Federal Reserve
e le banche della Federal Reserve ne sono in pieno responsabili".

Sull'argomento del controllo dei media ha affermato, "è stato speso
mezzo milione di dollari per una parte della propaganda organizzata
da quegli stessi banchieri europei al fine di deviare l'opinione
pubblica a questo riguardo".

Il rappresentante McFadden ha continuato, "Il Consiglio di
amministrazione della Federal Reserve ha fatto ogni sforzo per
occultare il suo potere ma la verità è che il Consiglio di
Amministrazione della Federal Reserve HA USURPATO IL GOVERNO DEGLI
STATI UNITI. ESSO CONTROLLA TUTTO QUI E CONTROLLA TUTTI I NOSTRI
RAPPORTI INTERNAZIONALI. FA E DISFA I GOVERNI A SUO VOLERE.

Nessuno ha un potere più consolidato dell'arrogante monopolio del
credito che gestisce il Consiglio di amministrazione della Federal
Reserve e le banche della Federal Reserve. Questi malfattori hanno
derubato questo paese di più denaro di quanto ne serve per pagare il
debito nazionale. Quello che il governo ha permesso al Consiglio di
Amministrazione della Federal Reserve di rubare al popolo dovrebbe
ora essere restituito al popolo.
"il denaro del nostro popolo pari a $1.200.000.000, negli ultimi
pochi mesi è stato mandato all'estero per riscattare le banconote
della Federal Reservee per pagare i debiti speculativi dei traditori
del Consiglio di amministrazione della Federal Reserve e delle
banche della Federal Reserve. La maggior parte delle nostre reserve
monetarie è stata inviata agli stranieri.Perché dovremmo promettere
di pagare i debiti degli stranieri agli stranieri? Perché i
contadini ed i salariati americani dovrebbero aggiungere milioni di
stranieri al numero dei loro dipendenti? Perche al Consiglio di
amministrazione della Federal Reserve e alle banche della Federal
Reserve dovrebbe essere consentito di finanziare i nostri
concorrenti in tutte le parti del mondo?" chiese il Rap. McFadden.

"La legge sulla Federal Reserve dovrebbe essere revocata e le banche
della Federal Reserve dovrebbero essere abrogate e le banche della
Federal Reserve, avendo violato i loro statuti, dovrebbero essere
liquidate immediatamente".

I FUNZIONARI GOVERNATIVI INFEDELI CHE HANNO VIOLATO I LORO
GIURAMENTI DOVREBBERO ESSERE INCRIMINATI E PORTATI IN
GIUIDIZIO",concluse il Rap. McFadden (Rif.1 Contiene un intero
capitolo sul discorso del Rap:McFadden).-

Se i media sono imparziali, indipendenti e completamente attenti
perché non hanno messo in discussione la FED? Attualmente la metà
degli stati ha almeno un movimento popolare in azione per abolire la
FED ma non c'è copertura da parte della stampa. Nel mese di luglio
del 1968il sottocomitato dell'istituto bancario ha riferito che
Rockfeller, tramite la Chase Manhattan Bank controllava il 5,9%delle
reserve della CBS. Inoltre, la banca, ha ottenuto consigli di
amministrazione comuni con ABC

Nel 1974, il Congresso diramò un rapporto che affermava che la quota
di partecipazione della Chase Manhattan Bank nella CBS era salita al
14,1% e nella NBC al 4,5% (tramite l'RCA, la società madre della
NBC). Lo stesso rapporto diceva che la Chase Manhattan Bank deteneva
risorse in 28 emittenti. Dopo questo rapporto, la Chase Manhattan
Bank ottenne il 6,7% della ABC,ed oggi la percentuale potrebbe
essere molto maggiore. Ci vuole soltanto il 5% della proprietà per
influenzare i media in maniera significativa (Rif: 14,P. 56-57).

rinascita 11/7

#738 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Ven 15 Lu 2005 7:51 am
Oggetto: IL SERVIZIO MONDIALE (WELT-DIENST) DI ERFURT
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IL SERVIZIO MONDIALE (WELT-DIENST) DI ERFURT
Gestazione e nascita del Welt-Dienst

di Claudio Mutti (da "A ORIENTE DI ROMA E DI BERLINO", ed. Effepi)


Nel 1919 un profugo baltico diplomato in architettura, Alfred
Rosenberg, ebbe a Monaco di Baviera un incontro che doveva rivelarsi
decisivo per la sua carriera. Desiderando scrivere sulle sue
esperienze in Russia, dove aveva assistito da vicino agli eventi
della rivoluzione bolscevica, si presentò a Dietrich Eckart, che
all'epoca era direttore del giornale "Auf Gut Deutsch" [In buon
tedesco], e lo apostrofò domandandogli: "Avete bisogno di un
combattente contro la Giudea?" "Certamente!", gli rispose Eckart
ridendo. Allora Rosenberg gli consegnò una sua opera manoscritta dal
titolo La rivoluzione russo-ebraica, la quale ben si sarebbe
inserita in una serie di testi che Eckart stava pubblicando sotto il
titolo generico I giudei di casa nostra e di fuori.
In quel medesimo anno un amico di Dietrich Eckart, Ulrich
Fleischhauer, un colonnello in pensione discepolo di Theodor Fritsch
(uno degli editori dei Protocolli dei Savi di Sion), dava vita, ad
Erfurt, alla casa editrice U. Bodung, che avrebbe affiancato le
battaglie politiche dei gruppi nazionalisti e antiebraici. Una
ventina d'anni più tardi, i destini di Fleischhauer e di Rosenberg
si sarebbero intrecciati.
Nel 1933, quando Adolf Hitler diventò cancelliere del Reich, Ulrich
Fleischhauer ricevette da vari paesi (Olanda, Belgio, Lussemburgo,
Svizzera, Austria, Ungheria) ripetute sollecitazioni a creare
un "ufficio di assistenza tecnica"; tale ufficio avrebbe dovuto
costituire il nucleo di una "internazionale" dei nazionalisti.
L'idea, che ebbe in Fleischhauer un convinto sostenitore, trovò
consenso e appoggio ufficiale negli ambienti del nazionalsocialismo
tedesco, sicché il nuovo organismo, denominato Welt-Dienst [Servizio
Mondiale], dal 1933 al 1937 venne finanziato dal Ministero della
Propaganda; quindi, a partire dal 1937, sarebbe stato finanziato
dall'Aussenpolitischesamt, l'ufficio di relazioni estere della NSDAP
controllato da Rosenberg, sotto la guida delegata di Julius
Streicher. Solo dopo lo scoppio del conflitto il Servizio Mondiale
verrà assorbito nel francofortese Istituto della NSDAP per la
ricerca sulla questione ebraica.
Per tutto il periodo della sua esistenza, il Servizio Mondiale trovò
nel finanziamento governativo i mezzi per effettuare una propaganda
multiforme. Innanzitutto venne dato il via alla pubblicazione di un
giornale, intitolato anch'esso "Weltdienst", il cui obiettivo,
dichiarato nella testata di ogni numero, era il seguente:
"Illuminare i gentili male informati, indipendentemente dallo stato
dal paese al quale essi appartengono. Questi fogli d'informazione,
che trattano delle macchinazioni dell'inferno ebraico, costituiscono
quindi una parte indispensabile del bagaglio intellettuale di ogni
gentile".
Altre dichiarazioni ufficiali affermano che "il Servizio Mondiale
lotta per l'intesa tra i popoli e per il mantenimento della pace tra
le nazioni civili; infatti solo la pace è il pegno della vera
civiltà e della vera umanità, il pegno del superiore sviluppo del
genere umano, fonte di felicità per tutti i popoli.
"Uniti in questa lotta, dei patrioti di tutto il mondo, pronti ad
ogni sacrificio, si sono organizzati per consentire al Servizio
Mondiale di compiere la sua opera culturale, e ciò in totale
indipendenza da qualunque governo".
Tutto ciò viene continuamente ribadito dai dirigenti del Servizio
Mondiale, anche nella corrispondenza privata che essi intrattengono
con personalità politiche di ogni paese.
Così, ad esempio, la centrale di Erfurt scriverà nel 1935 a un
cittadino belga, tale Hubert d'Ydewalle, subito dopo che questi
aveva pubblicato un articolo per denunciare la concorrenza ebraica
nel settore della fabbricazione e del commercio dei guanti: "L'unico
scopo del Servizio Mondiale è di fornire documentazione ai gentili,
quale che sia la loro nazionalità e la loro patria. Le nostre
informazioni sulle mene del mondo sotterraneo ebraico sono dunque
chiamate a perfezionare le armi intellettuali di ogni gentile.
Inoltre, è auspicabile che le notizie da noi pubblicate passino
sulla stampa bene orientata di tutti i paesi".
Il periodico, così come i supplementi che spesso lo accompagnavano,
veniva pubblicato in diverse edizioni, a seconda dell'area
linguistica di diffusione. Dalle sei lingue iniziali, negli anni del
conflitto si arrivò a diciotto.
Il Servizio Mondiale organizzava anche conferenze internazionali
che, diversamente da quelle organizzate da Julius Streicher,
avvenivano nella massima riservatezza.



Un monsignore cattolico e il figlio di un pope ortodosso

In alcuni paesi, Ulrich Fleischhauer aveva già dei contatti che
risalivano agli anni precedenti alla fondazione del Servizio
Mondiale. Infatti tanto Fleischhauer quanto il barone De Potters (o
De Pottere, un diplomatico austriaco che lo affiancava
nell'iniziativa del Welt-Dienst e che si firmava anche con lo
pseudonimo "Farmer") erano dei militanti di vecchia data, "ambedue
sopravvissuti dell'antisemitismo della fine del secolo XIX", come li
definisce uno storico spagnolo1. Lo stesso De Potters, che in una
sua lettera a Ion Motza ricordava "i tempi della nostra Monarchia
(absburgica)", dichiarava che "il movimento di Erfurt non è se non
la continuazione del Movimento Panariano di Vienna e Parigi".
Nel settembre del 1925 Fleischhauer e De Potters avevano partecipato
al Congresso Mondiale Antiebraico organizzato a Budapest da Gyula
Gömbös e Tibor Eckhardt. In tale occasione essi avevano conosciuto
alcune eminenti personalità dell'antiebraismo europeo. Ci limitiamo
a citarne un paio: il romeno Ion Motza (1902-1937) e l'italiano
monsignor Umberto Benigni (1862-1934).
Il primo, che aveva accompagnato nella capitale ungherese il
professor A. C. Cuza (una sorta di Maurras romeno), sarebbe stato di
lì a poco uno dei fondatori della Legione Arcangelo Michele, il
movimento noto anche come Guardia di Ferro; nel 1925 il giovane
Motza aveva già al suo attivo l'edizione romena dei Protocolli dei
Savi di Sion, stampata nel 1923 nella tipografia di suo padre, un
pope ortodosso transilvano. Ion Motza, braccio destro del Capitano
del movimento legionario, Corneliu Codreanu, morirà in combattimento
nella guerra di Spagna, il 13 gennaio 1937. Nel biennio 1934-'35
Motza terrà con il centro fondato da Fleischhauer una corrispondenza
regolare: è una documentazione preziosa che getta luce sulle
attività del Servizio Mondiale2.
Quanto a monsignor Benigni, si trattava di "uno dei primi cristiano-
sociali italiani di livello europeo"3. Scrittore fecondo, autore in
particolare di una Storia sociale della Chiesa in sette tomi
pubblicata tra il 1907 e il 1933, Umberto Benigni era diventato
all'inizio del Novecento "il genio malefico di Pio X"4, se vogliamo
riferire la delicata definizione che ne diede Giovanni Spadolini.
Infatti Benigni aveva appoggiato la battaglia antimodernista del
Papa fondando "una specie di contromassoneria, allo scopo di
combattere l'infiltrazione settaria nella Chiesa"5. Il "servizio
segreto" del monsignore, chiamato Sodalitium Pianum in omaggio al
santo patrono del pontefice regnante, era stato "avversario non
soltanto della Rivoluzione giacobina e del radicalismo settario, ma
ugualmente del liberalismo religioso e sociale"6 ed aveva
individuato i nemici esterni ed interni della Chiesa Cattolica,
rispettivamente, nelle "sette giudaico-massoniche" e nei modernisti
e demoliberali. All'attività del Sodalitium Pianum posero fine "la
morte di Pio X e l'influenza dei gesuiti in Vaticano [...]; ma il
prelato aveva continuato a combattere la sua battaglia da
irregolare, mettendo a frutto le relazioni internazionali poste in
essere nel periodo aureo"7.
Era stato dunque "da irregolare", tre anni dopo lo scioglimento del
Sodalitium, che monsignor Umberto Benigni aveva incontrato, al
congresso antiebraico di Budapest, Ulrich Fleischhauer e Ion Motza.
E fu sempre "da irregolare", con molta probabilità, che Benigni
coltivò i rapporti con il Servizio Mondiale, il quale dovette
verosimilmente trarre un considerevole vantaggio dall'esperienza che
il monsignore aveva accumulata: l'attività svolta da Umberto Benigni
aveva in qualche modo anticipato l'azione della centrale di Erfurt.
Nei primi anni del secolo, infatti, mons. Benigni aveva dato vita
alla "Corrispondenza Romana", che sarebbe poi diventata "La
Correspondance de Rome"; si trattava, per riportare le parole con
cui si presentava ai lettori il notiziario stesso, di "una
pubblicazione di informazioni e di note dimostrative, il cui genere
sta a metà strada tra il giornale e la semplice agenzia di notizie.
Non è periodica, ma appare quasi quotidianamente, senza contare i
supplementi straordinari. La 'Correspondance de Rome' è pubblicata
in lingua francese; tuttavia essa pubblicherà, in altre lingue e a
seconda dei casi, note e anche supplementi di importanza speciale"8.
Monsignor Benigni avrebbe dovuto partecipare, ai primi di marzo del
1934, a una conferenza del Servizio Mondiale. Morì otto giorni
prima, il 28 febbraio.



La corrispondenza tra Ulrich Fleischhauer e Ion Motza

A quell'epoca il Servizio Mondiale funziona a pieno ritmo. Il
notiziario ha già pubblicato una dozzina di numeri, che vengono
distribuiti in una trentina di paesi. Il bollettino esce in edizione
tedesca, francese, russa, ungherese, polacca, inglese, danese,
spagnola.
In una lettera del 26 giugno 1934 indirizzata a Ion Motza, un
funzionario della centrale di Erfurt (probabilmente lo stesso De
Potters) delinea la strategia del Welt-Dienst. Riproduciamo un brano
della lettera, che ci consente di apprezzare direttamente la linea
strategica seguita dal Servizio Mondiale.
"Mi piacerebbe, inoltre, che lei insistesse presso i giornali del
vostro movimento affinché riproducano, di quando in quando, l'uno o
l'altro dei nostri articoletti, a seconda dell'interesse che possono
avere per i lettori. [...] L'importanza e la forza di questi
articoli consiste nel fatto che sono tutti redatti secondo una
stessa tendenza ben precisa. Finché questa tendenza non diventerà
l'opinione pubblica del mondo ariano laico, nessuno dei nostri paesi
potrà liberarsi seriamente dalla morsa del nostro nemico comune, che
è l'Internazionale Sotterranea. Ceterum censeo...
"Non bisogna mai dimenticare che il motto del nostro movimento
panariano dice: 'L'unione fa la forza'. Tale unione esige la
collaborazione, la vicinanza. Non c'è alcun dubbio che, senza
avvicinarci reciprocamente su una piattaforma comune, non arriveremo
mai a nulla. Oltre a ciò, la nostra legge ci dice: che ogni paese
conservi la propria totale indipendenza quanto agli interessi
specifici e anche quanto alla forma personale e specifica della
lotta da combattere".
L'estensore della lettera proseguiva quindi invitando formalmente il
destinatario (e i camerati che lo accompagneranno) a intervenire ad
una riunione internazionale degli amici e dei collaboratori del
Servizio Mondiale che avrebbe avuto luogo il 26 agosto.
"Alla Conferenza questa volta incontrerà una serie di persone di
diversi paesi, la cui conoscenza personale le potrà essere utile".
In effetti, alla conferenza furono presenti i delegati di una
ventina di paesi.
L'incontro successivo avrebbe avuto luogo nella primavera del 1935.
Nell'estendere l'invito a Ion Motza, Fleischhauer gli allegava
una "velina" da piazzare su qualche giornale romeno.
Nel febbraio 1935, Fleischhauer si dice "deluso" per non essere
stato invitato, a causa del suo "antigiudaismo troppo pronunciato",
al congresso organizzato dai Centri d'Azione per l'Universalità di
Roma a Montreux e chiede a Motza, che invece vi è andato, di fargli
pervenire un resoconto sul dibattito congressuale. In una lettera
successiva, nello stesso mese, espone il punto di vista dell'ufficio
di Erfurt circa il Congresso di Montreux:
Noi di Erfurt troviamo che i diversi fascismi non sembrano aver
capito a fondo la questione ebraica. Ogni movimento di rigenerazione
nazionale è condannato a morte, se trascura la questione ebraica.
[...] Abbiamo esposto in poche righe il nostro punto di vista su
questo argomento nel 'Servizio Mondiale', di cui mi permetto di
sottoporle in allegato due numeri, dato che da mesi il nostro foglio
d'informazioni è vietato in Romania e noi non osiamo più spedirlo
nel vostro paese, per risparmiare eventuali noie ai nostri amici
romeni. [...] Comprendo benissimo che a Montreux si sia evitato di
costruire una dottrina filosofica basata unicamente sul razzismo,
così come io, personalmente, conosco molto bene i lati deboli del
razzismo esagerato. Ma in fin dei conti noi dobbiamo assolutamente
esigere che un movimento di rigenerazione nazionale, quale che ne
sia il nome, non esiti ad abbordare il problema ebraico. [...] Per
il resto, condivido il suo punto di vista e non ammetto che la
religione sia basata sullo specifico della razza. Non dimentichiamo
che la religione rientra nel dominio della trascendenza, mentre la
razza e il sangue appartengono a quello della materialità. [...]
Parimenti condivido la sua idea che la ricerca della purezza del
sangue deve essere limitata all'origine ebraica o non ebraica. [...]
Non esiste una razza romena o una razza tedesca: c'è solo la razza
ariana (suddivisa in varie nazioni) e la razza ebraica".
Come ha notato Constantin Papanace, la concessione che Fleischhauer
fa a Ion Motza è essenziale: "Con essa si evade dalla concezione
materialista e pagana della dottrina nazista". In ogni caso, non si
può certo dire che ad Erfurt dominasse un razzismo di tipo
biologistico.
Le difficoltà per la diffusione del notiziario, scrive altrove
Fleischhauer., sono dovute al fatto che il Servizio Mondiale ha
prese posizione a favore della Guardia di Ferro. Si tratta dunque di
trovare il modo per aggirare l'ostacolo:
"Siccome i nostri fascicoli ci vengono regolarmente rispediti dalla
frontiera romena, in questo modo noi perdiamo ogni mese una parte
dei nostri amici di laggiù. E' un disastro, e lei dovrebbe discutere
tale situazione col suo camerata Z.C. [Corneliu Zelea Codreanu, n.
d. r.]. Il professor Cuza aveva presentato alla Camera
un'interpellanza a questo proposito, ma senza alcun effetto, a
quanto pare. Che fare? Ci sarebbe il modo di far pervenire, ogni
quindici giorni, l'intera spedizione di un solo numero in un unico
pacco a una persona di fiducia in Romania, la quale si
incaricherebbe poi della distribuzione all'interno del paese,
tramite la posta locale? O bisognerebbe fare la stessa cosa inviando
questi pacchi di circa cento fascicoli di un solo numero a una
persona in Francia, che si incaricherebbe di farne la spedizione al
dettaglio ai nostri amici in Romania? Noi ci serviamo di
quest'ultimo sistema per quanto riguarda l'Austria, dove è stato
parimenti interdetto il 'Servizio Mondiale'. Che cosa ci consiglia?
Sarebbe in grado di indicare persone sicure e fidate in Romania o in
Francia, cui dare l'incarico di questa missione delicata? Bisogna
trovare una soluzione, perché altrimenti la nostra opera di
irradiamento finirà per essere soppressa per quel che riguarda la
Romania. Ho già pensato più volte di far fare nel vostro paese
stesso un'edizione romena".



L'azione del Welt-Dienst nel mondo arabo

Mentre ad Erfurt si preparava la conferenza del Servizio Mondiale,
in Algeria, a Constantine, scoppiavano quei moti popolari
antiebraici che molti hanno attribuito, in parte, alla propaganda
del Servizio Mondiale9.
Comunque sia, è un dato di fatto che, dopo la salita di Hitler al
potere, la Germania continuò a manifestare per i paesi del
Nordafrica colonizzati dalla Francia quell'interesse che già aveva
caratterizzato la politica del Secondo Reich, sicché è più che
naturale che il Servizio Mondiale abbia avuto una funzione di primo
piano nella propaganda tra gli Algerini. D'altronde, "tutti i
nazionalisti arabi cercarono di ottenere il sostegno nazista ai loro
movimenti di liberazione nazionale. In Algeria il governo centrale
fu avvertito del desiderio formulato da numerosi giovani e studenti
algerini di apprendere la lingua tedesca. Gli studenti della
madrasah di Algeri si appassionavano allo studio dell'opera di
Friedrich Nietzsche10 e ciò era considerato molto pericoloso dalle
autorità francesi.
"A giudicare dalla stampa nazista, la Germania si interessava molto
ai paesi del Maghreb posti sotto la dominazione francese. Dopo le
prime agitazioni rivendicative ed il pogrom di Costantina nel 1934,
l'Africa del Nord fu sempre più presentata come il tallone d'Achille
della Francia"11.
Secondo "Al-Ahrâm" (Il Cairo) del 9 settembre 1934, "sono stati
stampati finora sessanta volumi in arabo per essere distribuiti nei
paesi arabi. La propaganda nazista mira ad eccitare l'elemento arabo
contro gli ebrei e contro la Francia e l'Inghilterra e a preparare
la rivolta dell'Africa Settentrionale nell'eventualità di una guerra
europea".
Già nel 1933, dunque, il Fichte Bund aveva distribuito migliaia di
volantini tra la popolazione araba. Le autorità francesi, convinte
che ciò avesse influito sugli incidenti del mese di maggio,
protestarono con le autorità di Tétouan, le quali, a loro volta,
sottoposero a indagini, perquisizioni e interrogatori i numerosi
Tedeschi residenti nel Marocco spagnolo. In un rapporto del 28
agosto 1933, il console tedesco a Larrache scriveva: "si teme che la
propaganda tedesca susciti disordini tra gli Arabi e renda ancor più
difficile la pacificazione delle colonie. A ciò si aggiunge
l'atteggiamento ostile degli Arabi nei confronti degli ebrei,
atteggiamento che si trova rafforzato da detta propaganda".
Le misure prese dalle autorità coloniali non scoraggiarono
l'organizzatore della propaganda nazionalsocialista in Marocco, Karl
Schlichting, che il 5 gennaio 1934 scriveva da Tétouan:
"Qui la cosa assume proporzioni sempre più grandi, perché oltre a
Tangeri bisogna prendere in considerazione anche Orano. Il mese
prossimo, bisognerà anche penetrare più in profondità nella zona
francese".
La propaganda tedesca non mancò di preoccupare anche le gerarchie
colonial-missionarie. "La Tunisie catholique", organo
dell'arcivescovado di Tunisi, il 16 agosto 1936 si rivolgeva alla
popolazione francese, mettendola in guardia contro la propaganda
antisemita ed esortandola a "ripudiare questa follia e ogni
connivenza con questi fautori della guerra civile, che vorrebbero
riportare il nostro Nordafrica a quell'effervescenza di disordini e
di lotte intestine che l'Algeria conobbe nel triste periodo compreso
tra il 1890 e il 1902, sotto il mandato legislativo di Édouard
Drumont e il regno di Max Régis". Prestare orecchio alla propaganda
tedesca, secondo l'organo cattolico, significava "incoraggiare i
dirigenti del Destour", i quali facevano della spoliazione degli
ebrei la parte più popolare del loro programma.



Il congresso di Erfurt del 1938

Per quanto riguarda l'Asia, i contatti del Servizio Mondiale si
erano sviluppati soprattutto in India e in Giappone (a parte la
Manciuria, dove avevano sede alcune organizzazioni dell'emigrazione
russa).
Nel 1937, Fleischhauer stabilisce un buon rapporto con il capo del
Hindu Mahasabba (India nutrice), il dr. M.K. Mukherjee, fondatore e
direttore del periodico "New Mercury". L'importante funzione che
M.K. Mukherjee ricoprì nel quadro dei rapporti dell'India col Terzo
Reich è bene evidenziata in Souvenirs et reflexions d'une aryenne,
un libro scritto da un'europea che egli avrebbe sposata nel 1940 e
che sarebbe diventata celebre col nome di Savitri Devi12.
Al congresso internazionale del Servizio Mondiale che si tenne a
Erfurt dal 1 al 4 settembre 1938, il delegato giapponese M. Fujiwara
pronunciò un discorso che fu poi riprodotto sul bollettino V/19 del
1 ottobre. Dopo avere spiegato come il Giappone fosse stato
costretto a difendersi contro un'aggressione della massoneria ("Non
è con la Cina che il Giappone è in guerra, ma con la massoneria,
rappresentata dal generale Ciang Kai-Scek, successore del massone
Sun Yat-Sen"), Fujiwara chiedeva agli altri delegati di adoperarsi
per aiutare il Giappone, "bastione isolato nell'Estremo Oriente".
Fujiwara non chiedeva né l'invio di truppe né di materiale bellico;
chiedeva solo che venissero aperti gli occhi delle
nazioni, "ingannate dalle notizie false delle agenzie asservite
all'ebraismo" e che si facesse capire al mondo intero che "la lotta
attuale non è altro che la guerra voluta e preparata dalla
massoneria". L'oratore terminava il suo intervento assicurando i
congressisti che il Giappone si sarebbe sentito "ancor più
strettamente legato a questa meravigliosa organizzazione umanitaria
e civile del 'Servizio mondiale'", se questa gli avesse consentito
di uscire dall'isolamento aiutandolo a spiegare al mondo la verità
sul conflitto cino-giapponese.
Anche il generale giapponese Shioden si recò nel Reich, dove prese
contatti con Julius Streicher e con il Servizio Mondiale e visitò il
museo antimassonico di Norimberga. Nel luglio del 1939 lo "Stürmer"
pubblicò una sua lettera:
"Ho il piacere di informarla che le numerose notizie e l'abbondante
materiale da me raccolto durante il mio viaggio in Germania sono ora
stati tradotti in giapponese da esperti. Ciò contribuirà a
illuminare i Giapponesi sul piano ebraico di dominio mondiale".
Tra coloro che presero la parola in quel medesimo congresso, vi fu
anche un delegato francese, rappresentante del Francismo, il quale
faceva ricadere sugli ebrei la responsabilità di un eventuale
conflitto armato e metteva in guardia gli ascoltatori contro la
stampa francese asservita al denaro ebraico.
Per l'Italia intervenne il generale Eugenio Coselschi, presidente
del Comitato d'Azione per l'Universalità di Roma, presidente
dell'Associazione dei Volontari di Guerra, direttore della "Volontà
d'Italia" e deputato al Parlamento italiano. Convinto sostenitore
della necessità di "organizzare la legittima difesa di tutti i
popoli che non vogliono morire nell'oppressione, nell'abiezione e
nella schiavitù", Coselschi indicava nella lotta contro l'ebraismo
la difesa dei valori spirituali ed esprimeva i più fervidi
sentimenti di "amicizia e cameratismo al popolo arabo, che da tanto
tempo, senza sosta, versa il proprio sangue per difendere la sua
terra contro la contaminazione e l'oppressione ebraica".
Intervenne anche lo specialista dei Protocolli dei Savi di Sion, M.
de Vries de Heekelingen, professore di paleografia e diplomatica
all'università olandese di Nimega. Il belga De Launoy, presidente
dell'associazione Action et Civilisation, espresse "i più fervidi
sentimenti di fratellanza, di solidarietà e di unione nella lotta
contro il nemico comune". Il presidente dello Zwarte Front,
l'olandese Arnold Meijer, come pure Louis T. Weichardt, capo delle
Camicie Grigie sudafricane, assicurarono tutta la loro solidarietà
al Servizio Mondiale.



1. Francisco Veiga, Istoria Garzii de Fier 1919-1941, Humanitas,
Bucarest 1993, p. 252.
2. Ion Motza, Corrispondenza col Welt-Dienst (1934-1936), Edizioni
all'insegna del Veltro, Parma 1996.
3. Giovanni Vannoni, Le società segrete dal Seicento al Novecento,
Sansoni, Firenze 195, p. 258.
4. Giovanni Spadolini (a cura di), Il cardinale Gasparri e la
questione romana, Firenze 1972, p. 27.
5. Giovanni Vannoni, Massoneria, Fascismo e Chiesa Cattolica,
Laterza, Bari 1979, p. 171.
6. Ampi stralci del testo programmatico del Sodalitium Pianum sono
riportati in: U. Carandino, Il Sodalitium Pianum di Mons. Benigni
(prima parte), "La Tradizione Cattolica" (Torino), a. VII, n. 1
(28), 1996, pp. 27-32.
7. G. Vannoni, Le società segrete, cit., p. 258.
8. Jean Robin, Les sociétés secrètes au rendez-vous de l'Apocalypse,
Trédaniel, Paris 1985, p. 105.
9. Henri Rollin, L'Apocalypse de notre temps, Allia, Paris 1991, p
657.
10. Sulla prospettiva islamica del pensiero di Nietzsche, cfr.
Claudio Mutti, Nietzsche e l'Islam, in Avium voces, Edizioni
all'insegna del Veltro, Parma 1998.
11. Stefano Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Edizioni
all'insegna del Veltro, Parma, s.d. (ma: 1987), p. 11.
12. Savitri Devi, L'India e il nazismo, Edizioni all'insegna del
Veltro, Parma 1979, pp. 26-28.

#737 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Mer 13 Lu 2005 10:47 pm
Oggetto: Intervista a Giovanni Galloni
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Intervista a Giovanni Galloni
Tratto da RaiNews24 -
www.rainews24.it/ran24/magazine/next/default.htm

L'eco suscitato dalle clamorose dichiarazioni rilasciate martedì 5
luglio dall'On. Giovanni Galloni, Vice Segretario Vicario della DC
ai tempi del rapimento di Aldo Moro, aprono squarci nuovi su cosa
accadde in quella primavera del 1978. Perché uno dei più importanti
leader politici italiani fu rapito? Perché rimase 55 giorni nelle
mani degli uomini delle Brigate Rosse senza che i servizi segreti
riuscissero a trovare il covo dove era detenuto? Perché uno Stato
sovrano come il nostro non riuscì a salvare la vita di uno dei suoi
politici di maggior prestigio? Quale è stato il vero ruolo giocato
dai servizi segreti stranieri sull'intera vicenda? Quale era il
quadro storico-politico di riferimento che determinò le scelte e in
ultima analisi il destino di Aldo Moro e della Repubblica? Di fronte
agli eventi di queste ore, sembrano domande relegate al passato
remoto della nostra memoria collettiva, ma anche di fronte ad una
generazione intera di italiani che non sa o non ricorda che cosa
accadde non si può lasciare che questi interrogativi rimangano tali
in eterno. Fino a quando ci sarà qualcuno a conoscenza di fatti che
possono illuminare un tratto di quel buio e sia disposto a parlarne,
abbiamo il dovere di ascoltarlo.

A questo link potete ascoltare l'intervista a Giovanni Galloni sul
Caso Moro.

Dice Galloni: "Moro mi disse che sapeva per certo che i servizi
segreti sia americani sia israeliani avevano degli infiltrati
all'interno delle Brigate Rosse. Però non erano stati avvertiti di
questo"

http://www.rainews24.it/ran24/clips/Video/galloni.asx

#736 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Mer 13 Lu 2005 1:51 pm
Oggetto: VISITA A ROMA DI HUGO CHAVEZ
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Dal COMITATO PER LA VISITA A ROMA DI HUGO CHAVEZ, PRESIDENTE DELLA
REPUBBLICA BOLIVARIANA DEL VENEZUELA

Dalla DELEGAZIONE ANTIMPERIALISTA ITALIANA AL FESTIVAL MONDIALE
DELLA GIOVENTU' E DEGLI STUDENTI A CARACAS

Il giorno 16 luglio prossimo, alle ore 10, nell'aula della Facoltà
di Genetica dell'Università La Sapienza a Roma (ingresso da Via de
Lollis, primo edificio a destra), avrà luogo:

UN CONVEGNO-DIBATTITO SULLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA E SUI PIANI DI
AGGRESSIONE USA AL VENEZUELA;

LA PRESENTAZIONE DELLA DELEGAZIONE ANTIMPERIALISTA ITALIANA
AL "FESTIVAL MONDIALE DELLA GIOVENTù E DEGLI STUDENTI" A  CARACAS,
DAL 7 AL 15 AGOSTO, SUOI CONTENUTI E OBIETTIVI;

L'ILLUSTRAZIONE DELLA VISITA DEL PRESIDENTE CHAVEZ A ROMA, IL 15
AGOSTO, IN OCCASIONE DELLA RICORRENZA DEL GIURAMENTO DEL MONTESACRO
DI SIMON BOLIVAR;

L'ILLUSTRAZIONE DEL CONVEGNO SULLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA DEL
VENEZUELA A ROMA DAL 13 AL 15 AGOSTO, IN OCCASIONE DELLA V ISITA DEL
PRESIDENTE CHAVEZ.

All'iniziativa parteciperanno l'ambasciatore della Repubblica
Bolivariana del Venezuela in Italia, parlamentari, analisti
latinoamericani, esponenti di partiti e associazioni.

#735 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Mar 12 Lu 2005 9:58 pm
Oggetto: TERRORISMO CONTRO TERRORISMO
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A proposito degli attentati di Londra

TERRORISMO CONTRO TERRORISMO


                         di Carmelo R. Viola

"Il terrorismo è un'ignominia senza attenuanti". Non so quante volte
io abbia scritto queste parole di cui sono sempre più convinto, come
dovrebbe esserlo, penso, ogni persona di sufficiente sensibilità
socio-affettiva.
Soggetti, diretti o indiretti, di terrorismo, sono detentori di
potere: è ovvio che ad esserne maggiormente responsabili sono quelli
che detengono maggiore potere e che sanno di più, non foss'altro
perché per loro il terrorismo è un'opzione politica. E' un dato di
fatto che autori sostenitori di terrorismo sono – e non da ora – le
maggiori potenze del mondo (con in testa gli Usa e la Gran Bretagna)
e, come risposta, le loro vittime.  Ma solo quando i vari Bush e
Blair ed eventuali complici (come Aznar) sono presi di mira dal
terrorismo "di risposta", padroni e servi gridano all'unisono al
terrorismo e recitano la barzelletta, ormai vecchia, che il mondo è
minacciato dal terrorismo, nemico numero uno contro cui tutto il
mondo sedicente civile si dovrebbe armare e combattere.
Ma le cose non stanno così: l'Afghanistan e soprattutto l'Iraq sono
vittime quotidiane del terrorismo angloamericano. Se Bush e Blair,
invece di starsene a fare i padreterni con tanto di aureola e un
sorriso ironico e sfottente, lasciassero le loro vittime,
affidandole ad una commissione interaraba sotto la gestione dell'Onu
e si costituissero alla Corte di Giustizia Internazionale dell'Aja
per essere processati dei loro crimini imprescrittibili contro
l'umanità, le cose potrebbero cambiare. Invece se la spassano come
gente perbene mentre continuano ad infliggere ogni forma di
terrorismo a carico di Stati illegittimamente occupati minacciando
di fare la stessa cosa contro Stati indocili.
Quando le loro vittime ricorrono all'ignominia del terrorismo,
recitano – loro! – la parte delle vittime e chiamano il mondo a
raccolta contro il nemico che gli tende degli agguati e per un
momento perdono la serenità dei padreterni. E l'ignominia, che
offende la storia non è tanto il terrorismo per se stesso quanto il
fatto che loro – i più potenti, i più violenti e i più bugiardi –
fanno la parte delle vittime, degli innocenti, anzi dei paladini del
bene con la piaggeria ipocrita del popolo, delle opposizioni
parlamentari e dei sindacati e di quanti con il pretesto di essere
imparziali davanti al dolore, finiscono per essere parziali con
coloro che, come i responsabili delle grandi potenze e dei loro
complici, ne sono i veri responsabili.
Vero è che il mondo è minacciato dal terrorismo- l`ignominia senza
attenuanti – ma non è affatto vero che esso sia diviso in due parti:
quella che lo commette e quella che lo subisce. Non è affatto vero
che a consumarlo sia una parte del mondo islamico e meno che mai
agli ordini di un certo Bin Laden, fondatore e dirigente di Al
Qaeda. Questa semplificazione è opera dei veri produttori di
terrorismo, i quali, per aggredire gli Stati indocili,
definiti "canaglia", hanno bisogno di un pretesto per camuffare il
loro terrorismo come azione legale, legittima e perfino liberatrice.
Ciò spiega perché i "pupari" occulti della Cia e della politica
estera degli Usa facciano parlare Bin Laden ogni volta che ce ne sia
bisogno, e soprattutto attribuiscono puntualmente a Bin Laden la
regia dei vari attentati terroristici come se ne fossero
puntualmente informati.
Quando la Casa Bianca decise di aggredire l'Iraq per ragioni
tutt'altro che democratiche, gli aggressori ripeterono essere quello
Stato al servizio di Al Qaeda,  il che non poté mai essere
dimostrato. Il mondo è sì diviso in Stati docili e Stati-canaglia ma
anche questa risulta essere una semplificazione di propaganda
demagogico-terroristica perché consente ad Usa e Gran Bretagna di
minacciare ed aggredire terroristicamente gli Stati avversari. La
realtà è un pochino diversa: è tripolare. Un polo è rappresentato
dai padroni e dai loro accoliti. Un secondo polo è rappresentato dai
paesi di fatto soggiogati di cui l'Iraq è una zona sui generis di
resistenza partigiana senza fine. Il terzo polo è rappresentato da
Stati che non intendono affatto essere soggiogati e che gli Alleati
anglo-americani non sono in grado di "occupare con una passeggiata".
Il gesto di Zapatero nel cuore dell'Europa con accanto una Francia
nucleare è  un gesto assai significativo.
L'imperialismo anglo-americano trova proprio nella resistenza
terroristica extraterritoriale ciò che non si aspettava. Che
l'Iraq "ribelle" aggredisca se stesso, ma quando colpisce i
liberatori o porta fuori casa, per esempio a Londra, la propria
rabbia, allora è un'altra cosa. Il mostro dell'imperialismo divora
se stesso ed è esso stesso a distribuire alla propria gente il
terrore della morte e il panico. Si dà il caso che la fede islamica
nell'amore per la propria terra occupata e massacrata, produca
soggetti capaci di sacrificare la propria vita con un eroismo che
ricorderebbe i primi cristiani se non si confondesse con il
terrorismo.
I vari Bush, Blair e diretti complici hanno fatto male i loro conti
non pensando all'universalizzazione della resistenza partigiana
delle loro vittime e del terrorismo di ritorno. Liberatisi del polo
sovietico, hanno creduto di trovarsi davanti ad una strada spianata.
La biologia sociale c'insegna che in un mondo di antropozoi (animali-
uomini) in universale lotta predatoria (predonomica), dapprima
emerge il gruppo più forte, il quale, per soggiogare il resto del
mondo, ricorre ad ogni forma di terrorismo. Ma, nello stesso tempo,
ingegna quest'arte ignobile e si espone vieppiù a quanto esso stesso
ha insegnato.
L'imperialismo sta perendo di se stesso. L'11 settembre delle Due
Torri, con molta probabilità, fu anche un auto-attentato come Pearl
Harbour: la superpotenza sa anche giocare con se stessa. Ma con i
fatti di Madrid e con quelli di Londra, le cose sono ben diverse.
Soprattutto sono vere. La possibilità che in un momento qualsiasi
esploda qualcosa: questo è il peggio che al mostro dell'imperialismo
potesse capitare. Ed è quanto sta capitando. Non si tratta di
ripristinare la vita normale: proprio adoperandosi perché ciò
avvenga, il padronato politico – anche di casa nostra – dimostra di
non avere capito in quale "sabbia mobile" sia finito. Dietro la
forza antropozoica si cela una grande stupidità: la guerra
terroristica è la peggiore che il padronato potesse dichiarare ai
deboli e ai poveri e quindi a se stesso perché la risposta
terroristica non ha limiti di tempo né di luogo. E più si accusano
deboli e i poveri di fare terrorismo più si suggerisce loro di farlo
effettivamente. Il mondo è quello che i vari Bush, Blair e complici
diretti hanno fatto effettivamente: un campo minato dove da un
momento all'altro costoro possono saltare per aria assieme,
purtroppo, ad innocenti che per malaugurato caso, si trovino accanto
a loro.

Gli attentati di Londra sono capitati nel bel mezzo degli incontri
dei "G-8", come dire degli Otto Grandi ovvero dei rappresentanti di
quegli Stati la cui storia conta lo sfruttamento coloniale e
selvaggio dei paesi africani, a cui ora forniscono povertà ed armi,
cioè che continuano a sfruttare ancora e che "ripetono" di volere
redimere. Non credo si tratti di una coincidenza. Gli attentati
confermano quanto abbiamo detto più sopra: la possibilità che i
deboli e i poveri abbiano imparato a restituire il terrorismo
colpendo dove e quando vogliono. L'importanza non è tanto nella
quantità della morte e del terrore quanto nell'imprevedibilità e nel
costante "stato di allerta".
Lo sviluppo, di cui si parla a proposito dei "grandi" si riferisce
solo alla tecnologia e al commercio, non certo al livello morale
cioè antropologico. Si tratta, infatti, degli Stati che continuano a
massacrare l'Afghanistan e l'Iraq, dopo avere fatto la stessa cosa
con la Serbia e il Kosovo, sempre per adeguarli forzatamente agli
interessi dei padroni Usa. I rappresentanti dei "G-8", seppure
volessero come persone, liberare i paesi africani del debito a nodo
scorsoio, dovrebbero fare i conti con il potere della moneta
espresso da istituti monetocratici tutt'altro che umanitari come la
Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale e, per la parte
italiana, anche con la Banca d'Italia. Sono quindi dei "giocolieri"
(di parole) e dei bugiardi, che non hanno il coraggio di essere
uomini.
La circostanza ha consentito agli italiani di conoscere i
trecentomila inservienti "umanitari" in missione in Iraq a servizio
del Pentagono, tenuto conto che la stessa Opposizione, quando non è
concorde, manca del coraggio "costituzionale" di gridare tutti i
giorni il prezzo della servitù feudale ai padroni americani. La
paura fa novanta, si dice, e il novanta di Berlusconi è la promessa
di ritirare un primo minuscolo contingente a settembre: se poi
questo non avverrà, fa parte del comportamento di chi crede di
potere ingannare gli iracheni e i connazionali alla stregua dei
padroni finché gli attentati non esploderanno sotto casa. Questo
tira e molla è molto simile a bambini che giocano a chi prende la
scossa finché qualcuno non ci resta stecchito o a ragazzi che fanno
gare di corsa finché qualcuno non ci resta travolto. Giochi del
genere al livello politico sono indice di poca serietà, intelligenza
e responsabilità.
Le vittime di Londra pare che superino di molto le cinquanta. Non le
conosciamo e ciò non c'impedisce di sentire per costoro una grande
pena e per i familiari che le piangono. Altrettanto grande è il
nostro disprezzo per coloro che, per amore di potere, mentre fanno
finta di dolersene, solo perché la "scossa" ha dato loro una brutta
sensazione, continuano a semirare le ragioni emotive ed "animali"
del terrorismo, l'ignominia senza attenuanti della storia.

Carmelo R. Viola
Centro Studi Biologia Sociale

#734 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Mar 12 Lu 2005 9:03 am
Oggetto: QUANDO LE GUARDIE SONO I LADRI
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QUANDO LE GUARDIE SONO I LADRI


di John Kaminski

La messa in scena degli attentati diffonde il terrore, mentre i veri
colpevoli continuano ad arricchirsi

Per quanto ancora permetteremo a questa perversa assurdità di
continuare? Incidenti imbarazzanti in continuazione, la denuncia di
abusi di potere, o la rivelazione di qualche inquietante copertura,
e i poteri che inscenano un attacco terroristico (colpendo nel
mucchio e sacrificando un numero casuale di vite innocenti) per
poter dare la colpa a un nemico di fantasia, e avere il pretesto di
appesantire l'immorale oppressione sulla gente comune.

E' notevole che i presunti colpevoli non vengano mai catturati (e
spesso, come è successo per l'11 settembre, nemmeno identificati con
certezza), oppure, se vengono presi, si rivelano uomini di paglia
riprogrammati come John Hinckley o Thimothy Mc Veigh, tutti e due
(come è sempre successo con lo stereotipo del sicario identificato,
catturato e quindi eliminato, sin dai tempi dell'assassinio di JFK)
manifestamente incapaci di portare a termine senza un valido aiuto i
diabolici piani di cui erano magniloquentemente accusati.

Gli attentati di Londra mi ricordano quelli di Madrid, Istanbul e
Bali. Nessun colpevole catturato. Si addossa la responsabilità ai
soliti arabi assetati di sangue. E gli innocenti ne pagano le
conseguenze. Quando ci decideremo a ricomporre il quadro e capire
che la minaccia terroristica globale di cui straparla una stampa di
regime totalmente corrotta, non è altro che un caos preordinato,
progettato per rafforzare il potere rapace dei super-ricchi, che
tutti questi assurdi omicidi sono soltanto un secondario sacrificio
statistico nei piani finanziari dei titani capitalistici che
controllano gran parte del mondo, e bramano quel che resta? Ci
renderemo mai conto della vera natura di questo orribile gioco? Non
ce n'è mancata l'occasione, nel corso di perlomeno mezzo secolo. Ma
ogni volta l'abbiamo sprecata. Ogni volta siamo stati incapaci di
ostacolare la diabolica ascesa del totalitarismo corporativo. E come
risultato diretto, ogni mossa di calcolato terrore è stata peggiore
della precedente.

Certo, sono in molti a vedere questo gioco insano per quello che è,
ma non sono loro ad avere il potere. Il fatto che nemmeno un membro
del governo rappresentativo degli Stati Uniti abbia avuto il
coraggio almeno di riconoscere i gravi dubbi sulle stragi di stato
dell'11 settembre a New York o del 19 aprile a Oklahoma City, resta
un'eterna vergogna del popolo americano. E sì, certo, qualche
liberal-chic ha saggiato col piedino la temperatura dell'acqua,
lasciandosi sfuggire, in un bisbiglio udibile a malapena, che magari
la guerra in Iraq (sicuramente la più crudele e irresponsabile
iniziativa mai presa dal governo statunitense, in una pur lunga e
disgraziata serie di azioni sconsiderate basate su evidenti
menzogne) non è proprio il massimo dei massimi, ma anche questi
timorosi aspiranti patrioti non hanno ricevuto il minimo sostegno da
un'industria mediatica coi paraocchi. E allora la gente ha paura di
esprimersi, per paura di perdere il lavoro, o adirittura la
famiglia, o (in casi come quelli di Paul Wellstone[1] o Hunter S.
Thompson [2]) la vita.

E' questo che vorrei sapere, per quanto ancora ci faremo piccoli
dalla paura, per quanto continueremo a far finta che i grandi
giornali e le grandi tv degli Stati Uniti dicano la verità, mentre
dovrebbe essere chiaro (oh, ma è solo la mia umile opinione) che,
come fanno Presidente e Congresso, mentono praticamente su tutto?
Ormai dovrebbe essere chiaro che se continuiamo così, saremo tolti
di mezzo uno dopo l'altro. Ma chi avrà il fegato di restare dritto e
dire: ehi, un momento! E' il nostro stesso governo a farci tutto
questo, agli ordini della gente influente che lo controlla. Come
farebbe se no la Halliburton a ottenere contratti su contratti, coi
giudici che guardano dall'altra parte se si solleva la questione?
Come farebbero se no tutte quelle industrie farmaceutiche a ottenere
dai senatori l'immunità dopo aver messo nei loro farmaci veleni che
riducono in stato vegetativo milioni di bambini? Per quanto ancora
tollereremo quest'impressionante livello di corruzione?

Di certo dobbiamo renderci conto che questi comportamenti hanno già
distrutto tutto quello a cui tenevamo. Per capirci: non è che tutti
segretamente nutrono il desiderio di trasformarsi in Kenneth Lay,
frodare la collettività per centinaia di milioni di dolari e poi
farla franca per via dei contributi versati al Comitato Nazionale
Repubblicano? E' questo il nuovo Sogno Americano? E' a cose del
genere che pensavo su un treno per New York, qualche giorno fa,
mentre scrutavo il magnifico profilo di questa città, ovviamente
mutilato per sempre di quelle due alte torri squadrate una volta
simbolo della potenza del'America. Nella mia mente sono ancora lì,
torri fantasma tra le ombre della memoria, che esalano orribili
ricordi di fumo e polvere e minuscole figure che continuano
eternamente a precipitare nello spietato abisso del tempo. E pensavo
al perché non ci fossero più, quelle due torri slanciate, e
ricordavo alcune delle cose che ho detto al riguardo nei tre anni
passati, e forse pensavo a come continuare a parlarne, mentre il
treno sferragliava sulle rotaie verso Secaucus.

Tra l'altro ho affermato che l'intero Congresso, insieme a migliaia
di persone che lavorano per il governo federale, dovrebbero essere
incriminati per complicità in strage e tradimento, per aver favorito
tutte le cose orrende che il governo americano ha fatto al resto del
mondo (per non menzionare la sua stessa popolazione) negli ultimi
anni, e a questo pensavo. Sono stato uno di quelli che sostengono
l'inutilità del voto, vista la corruzione raggiunta dal processo
politico, e ho insistito sul fatto che per riparare i guasti
dell'America e del mondo prima tutto questo sistema corrotto deve
crollare. Mandate tutti gli eletti al Congresso a Guantanamo, e
lasciate tornare tutti quegli arabi e afgani innocenti alle famiglie
a cui appartengono!

Ma poi ho pensato a come davvero funziona il sistema, persone che si
affidano al proprio governo per l'assegno di invalidità che li farà
respirare e mangiare per un altro giorno ancora; milioni di
impiegati pubblici di ogni livello che mantengono la famiglia col
loro stipendio, preoccupati del conto del dottore, e che cercano di
mandare i figli al college; e milioni di altri che sopravviverebbero
solo pochi giorni a un collasso del sistema. Ed reccolo lì a
fissarmi negli occhi, proprio dove sorgeva lo spettro delle due
torri. Il sistema che ha reso l'esistenza di tanta gente (me
compreso) così gradevole, godibile, vitale, era lo stesso sistema
che ha fabbricato (con l'aiuto dei servizi israeliani, dei banchieri
inglesi e dei Fratelli Musulmani) l'idea di al-Qaeda come
organizzazione terroristica, e che con l'assistenza di Mossad, MI-5
e CIA, va piazzando bombe in tutto il mondo, dando la colpa ad arabi
di fantasia, così che tristi mutilati prendano l'autobus nel Queens,
e che agli unti angoli di Manhattan i giornalai possano vendere il
venefico (e fomentatore di crimini razziali) New York Post, per
mantenere così la famiglia e avere un po' di felicità nella loro
piccola vita, in realtà non molto diversa dalla mia. E ho pensato,
visto che ne avevo il tempo, a che razza di patto contorto sia
questo. Dobbiamo per forza ucciderne così tanti, mentire così tanto,
per ottenere in cambio tanto poco, anche se quel poco ci è così
necessario?

Poi sono tornato con la mente al treno affollato dai miei simili,
pensando a quanto fossi fortunato a ritrovarmi in questo tempo e
spazio, in salute e felice (anche se un po' troppo critico e
introspettivo). Più tardi avrei pensato che a questo mondo ognuno di
noi è solo, e se non insistiamo a essere sinceri e a non uccidere
quelli che non dovremmo uccidere, forse che cascherà il mondo per
questo? In altre parole, tutte queste terribili uccisioni sono
necessarie per permettere a noi americani di condurre la prospera
esistenza cui siamo abituati? E se sono necessarie, se la visione
del mondo di George W. Bush è giusta, è un mondo di cui vorrei far
parte? Non credo.

Eppure, essendo talvolta un incosciente americano, anch'io prendo la
mia fetta, riscuoto il dividendo del (relativo) benessere e
divertimento che l'America mi permette, e che chiunque nel mondo
continua a desiderare. In questo senso, perciò, ho la mia parte di
responsabilità per le ferite che la macchina da guerra americana
arreca al mondo. Se fossi costretto a farne una, quale sarebbe la
mia scelta? Questa potenza continua far saltare in aria innocenti
per rendere l'America un posto dolce e gradevole in cui vivere. Un
posto del genere potrebbe esistere senza massacri? Senza menzogne?
Il diletto che ci danno il Super Bowl e lo Xanax dipendono
direttamente dall'assassinio di gente di colore che per caso si è
ritrovata seduta sul petrolio che vogliamo? E' per questo che la
maggior parte di noi non dice niente su quello che il nostro governo
fa a civili innocenti, perché in fondo la nostra natura è la stessa
di George W. Bush e Dick Cheney, e quindi possiamo distogliere lo
sguardo quando bisogna eliminare qualcuno per rifornirci di beni
materiali? Se siamo persone del genere non dovremmo preoccuparci
dell'11 settembre, del fatto che il nostro governo abbia ucciso
tremila nostri concittadini, né di un po' di gente fatta saltare a
Londra, perché era necessario che fosse fatto, per permetterci di
ascoltare in pace i nostri iPod.

Ma se non siamo questo tipo di persona, non è forse ora che ci
rendiamo conto che il massacro dell'11 settembre (come gli attentati
di Londra) è qualcosa che ci colpirà inevitabilmente, perché abbiamo
tollerato la violenza in nome del profitto per più di 200 anni, un
profitto che è stato in gran parte anche nostro. Credete davvero che
la nostra vita passerà senza che dobbiamo pagare per quello che
abbiamo fatto al resto del mondo?

Tu che in questo momento mi stai leggendo, fa finta, solo per amor
di discussione, di essere un americano.

Quale ti sembrerebbe il giusto prezzo da pagare per quello che hai
fatto al mondo? E visto che le guardie sono i ladri, a chi chiederai
aiuto quando un bel giorno la bomba che l'elite al potere ha deciso
di piazzare per convincere il pubblico che il nemico è alle porte,
quando quella bomba ticchetterà sul TUO autobus?

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D'AMICO

note del traduttore:

(1) Senatore Democratico, molto impegnato per l'ambiente e i diritti
civili, si oppose a entrambe le guerre contro l'Iraq. E' morto in un
incidente aereo nel 2002.

(2) E' il sardonico autore (tra gli altri) di "Paura e Delirio a Las
Vegas", morto suicida il 20 febbraio di quest'anno.

#733 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Mar 12 Lu 2005 8:09 am
Oggetto: Il lupo perde il pelo ma non il vizio
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Il lupo perde il pelo ma non il vizio

RINASCITA - Lunedi 11 Luglio 2005

  Andrea Fantoni


Se fossimo maligni diremmo che queste bombe di Londra cascano
proprio "a fagiolo", guardacaso durante il G8 che si tiene, pensate
un po', proprio in Gran Bretagna. Se fossimo maliziosi diremmo che
gli attentati che hanno scosso la City hanno tolto parecchie
castagne dal fuoco a Sir Tony Blair duramente contestato dai
dimostranti antiglobalizzatori di Gleneagle e non solo da loro ma da
una nazione intera che rinfaccia al più fedele dei vassalli USA
l'infame e disastrosa guerra irachena, una politica iperliberista,
antipopolare e la totale sottomissione ai voleri di Washington, di
Tel Aviv e del grande Capitale internazionale oltre all'accusa,
gravissima per la morale comune inglese, di aver mentito al suo
Popolo. Già il cosiddetto "Live-8", autentica orgia global-popolare
studiata ad arte dai falsi profeti nonché menestrelli prezzolati del
Sistema Bono e Geldof, altro non era se non un abile tentativo di
ridare un volto umano ai potenti del pianeta, Blair in primis, e
boicottare la prevedibile contestazione di piazza al vertice
criminale che si stava svolgendo in Scozia. Ma evidentemente questo
non bastava: occorreva nuovamente far scorrere del sangue innocente,
agitare lo spauracchio del terrorismo islamico buono per ogni
occasione, gettare fumo negli occhi alla gente per centrare
l'obiettivo di far fallire le manifestazioni anti-G8 (che,
evidentemente, stanno colpendo nel segno), mettere un bavaglio alle
voci di protesta (come potranno ora i no-global continuare la loro
sacrosanta rivolta mentre tutti si stringono intorno ai morti di
Londra, senza essere tacciati di insensibilità e di sacrilego
sostegno ai "terroristi"?), far spostare la discussione fra i
partecipanti al summit di Gleneagle dai problemi climatici e del
continente africano (argomenti assai poco graditi agli USA) alla
solita solfa trita e ritrita sul pericolo islamico oltre,
naturalmente, a servire come spettacolare pretesto per ricompattare
l'occidente industrializzato nella ridicola crociata (che ormai
appariva piuttosto appannata) contro il fantomatico Bin Laden.
Sono anni che si parla di un'imminente attacco alla capitale
britannica: i servizi inglesi e stranieri erano da tempo sul "chi
vive" e stati d'allerta con relativi allarmi gialli, arancioni,
rossi venivano continuamente tirati fuori dalle autorità e
rilanciati dai media ammaestrati per tenere alta la tensione nelle
masse. Non si capisce quindi come un attentato del genere, che
necessita una certa capacità d'organizzazione e non è certo opera di
qualche improvvisato bombarolo, possa essere stato messo in atto in
una città che da quattro anni è praticamente blindata, guardata a
vista sorvegliata ad ogni incrocio, ad ogni angolo da agenti,
telecamere, occhi elettronici; una città che è il secondo centro
nevralgico dell'alta finanza mondiale e la vice-capitale dell'impero
capitalista planetario: le possibilità che ciò avvenga sono
praticamente nulle, a meno che "qualcuno" non lo voglia; a meno che
lo stesso "qualcuno" non lasci che questo avvenga, magari dando
anche una mano.
I fatti di Londra puzzano tanto di autoattentato: troppe le
coincidenze, i casi fortuiti, le inspiegabili leggerezze, l'assoluto
tempismo…le immagini provenienti da oltremanica, il cordoglio peloso
le frasi fatte dei capi di Stato, i servizi preconfezionati dei
media di regime ci ricordano troppo da vicino un film già visto a
New York e a Madrid, una tragedia che però è anche una farsa,
l'ultimo episodio di una malefica commedia studiata e preparata da
tempo nelle segrete stanze del potere per garantirsi il dominio
assoluto sulla Terra, sulle sue ricchezze e sulle menti credulone
dei suoi poveri abitanti. Naturalmente questa non sarà l'ultima
puntata. Pensiamo che questo, come quello dell' 11 Settembre che ha
dato inizio alla biblica guerra "del bene contro il male" del Messia
dei poveri (anzi dei super-ricconi) George Bush II e dei suoi
leccapiedi, sia un vile, agghiacciante e clamoroso autoattentato, lo
pensiamo ma non lo diciamo perché non vorremmo vederci accusati di
far parte del complotto islamo-nazi-comunista (che i signori del
Capitale hanno inventato per trovare un facile capro espiatorio alla
loro malvagità e un ottimo pretesto per legittimare i loro genocidi
e le loro guerre coloniali). Ma se è vero come è vero che la prima
gallina che canta ha fatto l'uovo, allora il nostro sospetto (più
reale che mai) è che i veri terroristi siano proprio coloro che in
questo momento stanno piangendo finte lacrime peri i loro morti
mentre preparano nell'ombra, con questa ennesima scusa, la loro
prossima, ennesima guerra.

#732 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Mar 12 Lu 2005 8:10 am
Oggetto: LONDRA, TERRORISTI, "AVVERTIMENTI"
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LONDRA, TERRORISTI, "AVVERTIMENTI"

di Maurizio Blondet

lunedì, 11 luglio 2005

Londinesi in strada subito dopo le esplosioni



Ai lettori che chiedono notizie sugli attentati di Londra dell'8
luglio, suggerirei di alzare lo sguardo oltre le immancabili
rivendicazioni di "Al Qaeda" e della Brigata Al-Masri.
Portiamoci a qualche giorno prima: 5 luglio.
La scena: Roma, Italia.
Nel programma mattutino di RaiNews24, appare dal passato remoto
Giovanni Galloni, già vicesegretario della DC e vicepresidente del
Consiglio Supremo della Magistratura.
E racconta: pochi giorni prima di essere rapito, Aldo Moro mi
disse: "ho per certo la notizia che i servizi segreti sia americano
sia israeliano hanno degli infiltrati all'interno delle Brigate
Rosse, però non siamo stati avvertiti di questo; se fossimo stati
avvertiti, probabilmente i covi li avremmo trovati".

Poi parla di Mino Pecorelli, il giornalista di OP anche lui
trucidato da Al-Qaeda – pardon, dalle Brigate Rosse: "Pecorelli
aveva preannunciato sulla sua agenzia che il 15 marzo si sarebbe
verificato un fatto gravissimo in Italia".
Moro fu rapito il 16 marzo 1978, ma Galloni dice: "sapemmo poi che
Moro doveva essere sequestrato il giorno prima, Pecorelli aveva
imbroccato… E io faccio risalire l'uccisione (di Pecorelli) al fatto
che minacciasse di rivelare la fonte di quelle notizie. Fu fatto
fuori scientificamente, probabilmente da servizi".

Il lettore ha diritto di chiedere: ma cosa c'entrano gli attentati a
Londra con Moro e le Brigate Rosse?
Ma forse c'entra.
Forse Galloni è uscito allo scoperto dopo quasi trent'anni con le
sue rivelazioni per dare un "avvertimento" a chi di dovere: sappiamo
che siete i mandanti di quel che "sta per succedere", come foste
allora i mandanti delle Brigate Rosse.
Tali avvertimenti hanno un senso nei rapporti tesi fra servizi
segreti.
Forse Galloni stava tentando di sventare quell'attentato che "Al-
Qaeda" minaccia di fare anche in Italia, minacciando di rivelare "la
fonte" vera del terrore?

Perché la nuova fase di attentati "islamici" è cominciata, andava
rinfrescato l'orrore – l'11 settembre è ormai lontano – e bisogna
dare nuovi motivi all'imminente avventura contro l'Iran.
Lo ha detto alla Fox News la fonte più certa: Juval Aviv, esperto
israeliano di terrorismo, uno dei capi del Mossad ed oggi privato
gestore di "sicurezza".
"Prevedo imminenti attacchi in USA, al massimo entro 90 giorni", ha
profetizzato Aviv, come se guardasse nella sfera di cristallo.
Ed ha parlato di attacchi indiscriminati contro la popolazione
comune, proprio come quelli di Londra, "in sei, sette, otto città
simultaneamente, e non solo le grandi città". I terroristi "arabi",
ha detto Aviv, vogliono terrorizzare la popolazione e mostrare la
loro geometrica potenza con stragi simultanee.

Ci sono avvertimenti ante-factum e post-factum.
Qui a Londra Robin Cook, l'ex ministro degli Esteri laburista, che
si dimise per protesta contro l'aggressione all'Iraq di Tony Blair,
ha scritto sul Guardian dell'8 luglio – a cose fatte – quanto
segue: "per quanto ne so io, 'Al-Qaeda' (letteralmente "La Base") è
originariamente il nome di una database del governo USA.
Con i nomi di migliaia di mujaheddin arruolati dalla CIA per
combattere contro i russi in Afghanistan".
Nella lista c'erano nomi che saltano fuori anche adesso: fra cui
quello di Abu Hafs detto "al Masri" (l'egiziano), ai tempi accusato
dell'attentato a Sadat, braccio destro di bin Laden e a lui
congiunto per matrimonio.

Fatto strano, proprio in quelle ore la strage di Londra veniva
rivendicata dalla fantomatica "Brigata Al Masri".
E Cook non è uno qualunque: è stato anche uno dei controllori dei
servizi segreti britannici.
Nella sua posizione di socialista perdente, ricorda un po' Rino
Formica.
Che c'entra?
C'entra.
Quando avvenne l'attentato alla stazione di Bologna, Rino Formica
disse che gli autori venivano da "un piccolo Paese medio-orientale"
che ci vuol mettere in cattiva luce presso gli americani.
Poi si chiuse nel silenzio.
Anche Galloni si è ri-murato nel suo trentennale silenzio.
Fatti strani.

Come la notizia apparsa a Londra: Bibi Netanyahu, ministro ed ex
premier israeliano era qui, ed è stato avvertito in anticipo dai
servizi israeliani di non uscire dall'albergo nel giorno fatale.
Notizia subito corretta: i servizi non l'hanno avvertito "prima",
ma "subito dopo" l'attentato.
Come la rivendicazione di "Al Qaeda", la prima.
E' apparsa sul sito di un dottor Saad Al-Faqih, saudita.
Uno che sostiene di essere un "riformatore democratico" del regno
dei Saud, che si è presentato per anni come una specie di Chalabi
saudita, vantando buoni contatti con gli USA.
Oggi, da dicembre, gli USA lo hanno messo nella lista dei
terroristi.
E Al Faqih continua ad abitare indisturbato a Londra.
E il suo sito fa capo ad un server di Houston, Texas.

Fatti strani.
Da collegare anche con il sequestro a Milano, da parte di agenti
USA, del povero imam egiziano.
C'è chi dice che fosse un informatore dei nostri servizi, in
difficoltà dopo l'uccisione di Calipari, che teneva le fila della
rete di informazione in Iraq.
C'è chi dice che ci sia stato sottratto così un testimone prezioso,
essenziale.
Fatti strani.
Avvertimenti.
Grandi manovre sanguinose.
Perciò non aspettatevi notizie da Scotland Yard.
Qui a Londra, gli investigatori raccolgono indizi minimi, e
confessano di non avere nulla di certo in mano.
E' difficile trovare prove, non si cercano – non si "devono", non si
vogliono cercare - nella direzione giusta.
Magari nella direzione di una "false flag operation", di cui sono
maestri gli agenti di un piccolo paese del Medio Oriente.

di Maurizio Blondet

fonte: Effedieffe.com

#731 Da: "lettera_informazione" <lettera.informazione@...>
Data: Sab 9 Lu 2005 6:10 pm
Oggetto: La Convenzione di Ginevra
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La Convenzione di Ginevra

| Mercoledì 6 Luglio 2005 - 9:31 | |

Il 6 luglio 1906 venne sottoscritta in Svizzera da molte nazioni una
prima convenzione che regolava le modalità di trattamento dei
prigionieri e feriti di guerra. Dopo questa ne seguiranno altre il
cui insieme regola quel diritto umanitario universalmente noto come
Convenzione di Ginevra.
Il Diritto umanitario è il corpo di norme internazionali che
governano le situazioni di conflitto armato, sia di carattere
nazionale che internazionale. Fanno parte del diritto umanitario:
1. Quei diritti umani che sono comunque e sempre inderogabili, anche
nelle situazioni più estreme: ad esempio il divieto della tortura e
della schiavitù, la libertà di pensiero e di religione, il principio
di non discriminazione. Il diritto alla vita, ovviamente violato
dalla stessa natura della guerra, è comunque ribadito nella misura
del possibile, ad esempio attraverso il divieto di esecuzioni
arbitrarie; mentre sono riconosciute legittime dal diritto
internazionale alcune deroghe ai diritti civili e politici
(specificamente indicate dall'art.4 dell'ICCPR) nelle situazioni di
pubblica emergenza che minacciano la vita della nazione.
2. I diritti e doveri specificamente legati alla situazione che si
crea in caso di conflitti armati, relativi a questioni come il
trattamento dei feriti e dei prigionieri, i diritti delle
popolazioni civili ecc.
I principali strumenti del diritto umanitario sono le quattro
convenzioni di Ginevra del 1949 e i due protocolli aggiuntivi, del
1977. Tali convenzioni sono state sottoscritte da quasi tutti i
paesi, ed è forte anche la tendenza ad un'adesione universale ai due
protocolli.
La prima e la seconda convenzione di Ginevra riguardano la
protezione dei feriti e dei malati nelle forze armate di terra,
dell'aereonautica e della Marina. La terza convenzione contiene le
norme relative alla tutela dei prigionieri di guerra. Le donne
rientrano nei termini di queste tre convenzioni in quanto membri
delle forze armate, per quei paesi dove il servizio militare è
consentito alla popolazione femminile (quindi anche l'Italia,
dall'anno 2000).
La quarta convenzione è la Convenzione di Ginevra per la protezione
delle persone civili in tempo di guerra del 12 agosto 1949 diversi
articoli della quale hanno rilevanza diretta per le donne, perché
tesi a prevenire comportamenti che spesso vengono usati come armi di
guerra, quali lo stupro e le violenze sessuali.
Le quattro convenzioni di Ginevra contengono un articolo comune,
l'articolo 3, che riguarda i conflitti armati a carattere non
internazionale, che si verificano nel territorio di uno degli stati
contraenti. Tale articolo contiene un insieme di divieti
inderogabili, in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza. Esso
vieta:
a. la violenza contro la vita e le persone;
b. la cattura di ostaggi;
c. l'oltraggio alla dignità personale, e in particolare i
trattamenti umilianti e degradanti;
d. l'emissione di sentenze di condanna e le esecuzioni effettuate
senza regolare processo.
Le gravi violazioni ("grave breaches") delle convenzioni di Ginevra
rientrano nei crimini di cui si occuperà la Corte penale
internazionale, unitamente ai crimini di genocidio, ai crimini
contro l'umanità e a tutti i crimini di guerra, siano essi trattati
o meno dalle convenzioni di Ginevra.

I diritti di un prigioniero di guerra
I soldati che vengono catturati dall'uno o dall'altro schieramento
devono essere trattati secondo la Convenzione di Ginevra del 1949.
Ma in caso di infrazioni, di fatto non esiste un tribunale
competente.

Le Convenzioni sono applicabili non solo dopo lo scoppio delle
ostilità ma immediatamente allo scoppio stesso (art. 2).
- Le Convenzioni si applicano anche se l'occupazione di un
territorio avviene in modo pacifico (art. 2).
- Se uno degli Stati coinvolti nel conflitto non avesse ratificato
le Convenzioni gli altri Stati ne saranno egualmente vincolati (art.
2).

Sanzioni penali:
Fino al 1949, il diritto di guerra non prevedeva sanzioni.
In quell'anno, articoli praticamente identici furono introdotti
nelle quattro Convenzioni di Ginevra (art. 49-52 della Convenzione
1) per la repressione delle infrazioni.
Il principale provvedimento prevede che ogni infrazione sia da
imputarsi allo Stato che la commette.
L'applicazione delle sanzioni si verifica nei casi di gravi
infrazioni verso le Convenzioni.
Uno degli articoli comuni alle quattro Convenzioni (art. 132 della
Convenzione 3) prevede che su richiesta di una Parte si possa aprire
una inchiesta sulle violazioni alle Convenzioni.
Anche il Tribunale penale internazionale, creato ufficialmente nel
2001, potrebbe "vegliare" sul rispetto della Convenzione. Ma uno dei
problemi principali è che gli Usa non hanno ancora firmato la loro
adesione, e quindi sarebbero per definizione "non giudicabili" da
questo tribunale

Gli articoli principali della Convenzione 3:
Ma vediamo alcuni degli articolo principali, tratti dalla
convenzione di Ginevra relativa al trattamento dei prigionieri di
guerra.

Articolo 4: Definizione di prigioniero di guerra
Sono prigionieri di guerra, nel senso della presente Convenzione, le
persone che, appartenendo ad una delle seguenti categorie, sono
cadute in potere del nemico:
1. i membri delle forze armate di una Parte belligerante, come pure
i membri delle milizie e dei corpi di volontari che fanno parte di
queste forze armate;
2. i membri delle altre milizie e degli altri corpi di volontari,
compresi quelli dei movimenti di resistenza organizzati,
appartenenti ad una Parte belligerante e che operano fuori o
all'interno del loro proprio territorio, anche se questo territorio
è occupato, sempre che queste milizie o questi corpi di volontari,
compresi detti movimenti di resistenza organizzati, adempiano le
seguenti condizioni:
a. abbiano alla loro testa una persona responsabile dei propri
subordinati;
b. rechino un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza;
c. portino apertamente le armi;
d. si uniformino, nelle loro operazioni, alle leggi e agli usi della
guerra;
3. i membri delle forze armate regolari che sottostiano ad un
governo o ad un'autorità non riconosciuti dalla Potenza detentrice;
4. la popolazione di un territorio non occupato che, all'avvicinarsi
del nemico, prenda spontaneamente le armi per combattere le truppe
d'invasione senza aver avuto il tempo di organizzarsi come forze
armate regolari, purché porti apertamente le armi e rispetti le
leggi e gli usi della guerra.

Articolo 12: I singoli militari non hanno "potere" sui prigionieri
I prigionieri di guerra sono in potere della Potenza nemica, ma non
degli individui o dei corpi di truppa che li hanno catturati.
Indipendentemente dalle responsabilità individuali che possano
esistere, la Potenza detentrice è responsabile del trattamento loro
applicato.
Articolo 13: Trattamento umano
I prigionieri di guerra devono essere trattati sempre con umanità.
Ogni atto od omissione illecita da parte della Potenza detentrice
che provochi la morte o metta gravemente in pericolo la salute di un
prigioniero di guerra in suo potere è proibito e sarà considerato
come una infrazione grave della presente Convenzione. In
particolare, nessun prigioniero di guerra potrà essere sottoposto ad
una mutilazione corporale o ad un esperimento medico o scientifico
di qualsiasi natura, che non sia giustificato dalla cura medica del
prigioniero interessato e che non sia nel suo interesse.
I prigionieri di guerra devono parimenti essere protetti in ogni
tempo specialmente contro gli atti di violenza e d'intimidazione,
contro gli insulti e la pubblica curiosità.

Articolo 17: Modalità per gli interrogatori
(...) L'interrogatorio dei prigionieri di guerra deve essere fatto
in una lingua che essi comprendano.

Articolo 18: Effetti personali
Tutti gli effetti e gli oggetti d'uso personale - eccettuate le
armi, i cavalli, l'equipaggiamento militare e le carte militari -
resteranno in possesso dei prigionieri di guerra, come pure gli
elmetti metallici, le maschere contro i gas e qualsiasi altro
oggetto loro consegnato per la loro protezione personale. Resteranno
parimenti in loro possesso gli effetti ed oggetti che servono al
loro abbigliamento e al loro nutrimento, anche se questi effetti ed
oggetti fanno parte del loro equipaggiamento militare ufficiale.
I prigionieri di guerra non dovranno trovarsi, in nessun momento,
senza carta d'identità. La Potenza detentrice fornirà tale documento
a coloro che non lo possedessero.
Le insegne del grado e della nazionalità, le decorazioni e gli
oggetti aventi sopra tutto valore personale o sentimentale non
potranno essere tolti ai prigionieri di guerra.

Articolo 20: I trasferimenti dei prigionieri
Il trasferimento del prigioniero di guerra si farà sempre con
umanità e in condizioni analoghe a quelle osservate per gli
spostamenti delle truppe della Potenza detentrice.
La Potenza detentrice fornirà ai prigionieri di guerra trasferiti
acqua potabile e vitto in sufficienza, come pure il vestiario e le
cure mediche necessarie; essa prenderà tutte le precauzioni utili
per provvedere alla loro sicurezza durante il trasferimento ed
allestirà, il più presto possibile, un elenco dei prigionieri
trasferiti.

Articolo 25: L'alloggio dei prigionieri
Le condizioni di alloggio dei prigionieri di guerra saranno
altrettanto favorevoli in confronto di quelle riservate alle truppe
della Potenza detentrice accantonate nella stessa regione. Queste
condizioni dovranno tener conto delle usanze e delle consuetudini
dei prigionieri e non dovranno, in nessun caso, essere dannose alla
loro salute.

Articolo 34: Libertà di culto
I prigionieri di guerra godranno della più ampia libertà per la
pratica della loro religione, compresa l'assistenza alle funzioni di
culto, a condizione che si informino alle norme correnti di
disciplina prescritte dall'autorità militare.
Locali convenienti saranno riservati alle funzioni religiose.

Articolo 118:La fine della guerra deve coincidere con il rimpatrio
I prigionieri di guerra saranno liberati e rimpatriati
immediatamente dopo la fine delle ostilità attive.

Adesso ricordate il carcere di Abu Grahib o le gabbie di Guantanamo,
oppure i talebani lasciati morire a centinaia dentro container
lasciati al sole: chi sono i criminali?

fonte:
http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_analisi/LaConvenzionediGin
evra.shtml

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