Sondaggio confidenziale del Ministero della Difesa inglese: gli
iracheni giustificano gli attacchi contro le truppe britanniche
Sean Rayment
Sunday Telegraph, 23 ottobre 2005
Milioni di iracheni credono che gli attacchi suicidi contro le
truppe britanniche siano giustificati, rivela un sondaggio militare
confidenziale commissionato da alti ufficiali. Il sondaggio,
effettuato per conto del Ministero della Difesa ed esaminato dal
Sunday Telegraph, indica che fino al 65 per cento dei cittadini
iracheni sostiene gli attacchi e meno dell'uno per cento pensa che
la partecipazione militare alleata stia contribuendo a migliorare la
sicurezza nel loro paese.
Questo dimostra per la prima volta la reale forza del sentimento
anti-occidentale in Iraq dopo più di due anni e mezzo di occupazione
sanguinosa. A livello nazionale il sondaggio indica inoltre che la
coalizione ha perso anche la battaglia per conquistare i cuori e le
menti degli iracheni, che Tony Blair e George W. Bush consideravano
fondamentali per la creazione di un paese tranquillo e sicuro.
I risultati arrivano mentre è stato reso noto che il Tenente
Colonnello Nick Henderson, l'ufficiale comandante del Coldstream
Guards a Bassora, incaricato della sicurezza per la regione, si è
dimesso dall'esercito. Recentemente aveva espresso delle
preoccupazioni riguardo la mancanza di veicoli corazzati per i suoi
uomini, un altro dei quali è stato ucciso in un attacco a Bassora la
scorsa settimana.
Il sondaggio riservato sembra contraddire le rivendicazioni fatte
dal generale Mike Jackson, il capo del General Staff, che solo pochi
giorni fa si congratulava con i soldati britannici per "il sostegno
degli iracheni nella costruzione di un Iraq nuovo e migliore".
Andrew Robathan, un ex membro delle SAS e "ministro ombra" della
difesa per i Tory, ha detto la sera scorsa che il sondaggio ha
mostrato chiaramente il fallimento completo della politica di
governo. Ha detto: "Questo indica chiaramente che la politica
di "cuore-e-menti" del governo è stata disastrosa. La coalizione ora
fa parte del problema e non della soluzione".
"Non sto sostenendo il ritiro, ma se i soldati britannici stanno
mettendo le loro vite in pericolo per una causa che non è sostenuta
dalla popolazione irachena, allora noi dobbiamo porci la
domanda 'che cosa ci facciamo là?'"
Il Sunday Telegraph ha rivelato il mese scorso che un programma per
un ritiro iniziale delle truppe britanniche era stato accantonato
perché mancavano le condizioni di sicurezza, facendo dire che l'Iraq
stava rapidamente diventando "il Vietnam della Gran Bretagna" .
Il sondaggio è stato eseguito da un gruppo di ricerca
dell'Università irachena che, per ragioni di sicurezza, non è stato
informato che i dati sarebbero stati utilizzati dalle forze della
coalizione.
Il sondaggio rivela che:
- Il 50% degli iracheni crede che gli attacchi contro le truppe
britanniche ed americane siano giustificati - aumentando al 65 per
cento nella provincia controllata dai britannici di Maysan;
- L'82% è "fortemente contrario" alla presenza delle truppe di
coalizione;
- Meno dell'1 per cento della popolazione crede che le forze
della coalizione siano responsabili di un miglioramento nella
sicurezza;
- Il 67% degli iracheni si ritengono meno sicuri a causa
dell'occupazione;
- Il 43% degli iracheni crede che le condizioni per la pace e la
stabilità siano peggiorate;
- Il 72% non ha fiducia nelle forze multinazionali.
Il sondaggio di opinione, effettuato in agosto, smentisce anche le
dichiarazioni sia degli Usa sia del governo britannico che il
benessere generale dell'iracheno medio sia migliorato in Iraq nel
dopo Saddam.
I risultati differiscono nettamente da quelli di una indagine
effettuata dalla BBC nel mese di marzo del 2004 in cui l'opinione
prevalente fra i 2.500 iracheni interrogati era che la vita era
buona. Tra gli interpellati, erano più quelli che appoggiavano la
guerra di quelli che la contestavano.
Alla voce "giustificazione per gli attacchi violenti", il nuovo
sondaggio indica che il 65 per cento della popolazione della
provincia di Maysan - una delle quattro province sotto controllo
britannico - crede che gli attacchi contro le forze di coalizione
siano giustificati.
Il rapporto indica che, nell'insieme dell'Iraq, il 45 per cento
della popolazione percepisce gli attacchi come giustificati. A
Bassora, la proporzione è ridotta al 25 per cento.
Il rapporto indica un profilo del potenziale attentatore contro le
truppe britanniche ed americane come una persona di "meno di 26
anni, probabilmente alla ricerca di un lavoro, probabilmente cercato
nelle ultime quattro settimane, e meno probabilmente con soldi
sufficienti per i suoi bisogni basilari".
Subito dopo la guerra la coalizione ha intrapreso una campagna di
ricostruzione con la quale ha sperato di migliorare il rifornimento
di elettricità e la qualità dell'acqua potabile. Questa [campagna]
apparentemente sembra essere fallita, con il sondaggio che mostra
come il 71 per cento della popolazione ottenga raramente acqua
pulita, il 47 per cento non ha mai abbastanza elettricità, il 70 per
cento dica che il loro sistema di fognature raramente funzioni e il
40 per cento degli iracheni del sud sia disoccupato.
Ma il presidente iracheno Jalal Talabani ha parlato la sera scorsa
affinché le truppe britanniche rimangano. "Ci sarebbe caos e forse
guerra civile", ha detto. "Adesso siamo combattendo una guerra
mondiale lanciata dai terroristi contro la civiltà, contro la
democrazia, contro il progresso, contro tutti i valori dell'
umanità". "Se le truppe britanniche si ritirassero, i terroristi
direbbero `guardate, abbiamo imposto la nostra volontà alle forze
armate più esperte nel mondo e il terrore è il mezzo per obbligare
gli europei ad arrendersi a noi'".
(Traduzione di Paola Mirenda)
fonte: IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO
Bollettino del 25 ottobre 2005
http://www.iraqiresistance.info
Henri de Grossouvre in Italia
A Napoli venerdì 28 ottobre alle 16.30 presso la facoltà di Lettere
e Filosofia a via Marina 33, aula A3, Incontro sul tema : Francia
Germania Russia l'asse che fa tremare Washington.
Sarà presente Henri de Grossouvre, autore del libro "Parigi Berlino
Mosca. Geopolitica dell'indipendenza europea".
Henri de Grossouvre è consigliere del ministro dell'industria
francese Loos, dirigente dell'ADA (l'Agenzia per lo sviluppo
dell'Alsazia, un ente che svolge un ruolo centrale nello sviluppo
dell'integrazione europea e della cooperazione tra i paesi che ne
fanno parte) e direttore del think thank "Forum Carolus",
specializzato in studi di strategia geopolitica e geoeconomica.
Henri de Grossouvre è inoltre il figlio dell'ex capo dei servizi di
sicurezza francesi al tempo di Mitterand.
Per ulteriori informazioni:
http://www.paris-berlin-moscou.org/
Il convegno è stato organizzato dall'associazione universitaria
Universitas Scholarum con il patrocinio dell'Università Federico II
di Napoli, in collaborazione con l'ass. cult. Porta del Sud, l'ass.
cult. OIKOS e il centro studi La Contea.
SCUOLA E UNIVERSITA': PROTESTA GIUSTA, OBIETTIVO SBAGLIATO
di Enrico Galoppini
Nelle scuole e nelle università italiane dopo il '68 non è chiaro se
si studia, se i prof. sono preparati, se ha senso andarci; ma cosa è
certa: si protesta.
Mi ricordo dell'occupazione in terza superiore, quando si dormiva in
sacco a pelo nelle aule, e quella volta i cartelli e le caricature
erano contro la Falcucci. Tutti i problemi della scuola erano colpa
sua: oggi nessuno se la ricorda. Poi, all'università, col PCI che
diventa PDS, fu la volta del movimento della "Pantera", che ce
l'aveva con Ruberti. Dimenticato anche lui. "Collettivi", cortei,
occupazioni, autogestioni e professori che facevano paternamente
l'occhiolino a quelli che gli ricordavano "com'erano loro" vent'anni
prima… Un `eterno ritorno' di chi si autocompiace nell'auspicare
l'utopia del "mondo migliore", e perciò di una "scuola migliore".
I capipopolo delle proteste erano sempre "di sinistra", perché il
sistema incoraggia e produce questo, ma anche perché in giro
effettivamente non c'era di meglio. Non mi stavano molto simpatici:
ci vedevo poca sostanza e tanta smania di "arrivare", e, a guardarli
bene, quei prof. che li coccolavano mi parevano l'esatta proiezione
di come quei Masaniello sarebbero poi diventati. Soddisfatti e
arrivati. Le parole d'ordine giravano tutte intorno ai "diritti",
mai ai "doveri". O almeno mai intorno ai "diritti e doveri" che
dovrebbero coesistere per costruire una nazione giusta e coesa.
Altrimenti, si hanno o il Paese di Bengodi o un regime da caserma.
Importante: per l'università si pagava 300mila lire l'anno. Tutti la
stessa cifra, ricchi e poveri, tanto 300mila lire ce le avevano
tutti. I professori e i ricercatori erano stipendiati. Avevano
dunque oneri ed onori del ruolo ricoperto, e per questo li vedevi
spesso a studiare nelle biblioteche, discretamente aggiornate e
aperte anche il sabato. Anche il personale delle portinerie aveva il
posto fisso, e non ingrassava col suo lavoro qualche cooperativa.
Attenzione, non sto parlando della Romania di Ceaucescu. Insomma,
non era il non plus ultra, ma c'era della dignità.
Dopo "Mani pulite" - uno spettacolo con tanto di vedette, Di Pietro,
in cui si fanno fuori i partiti postbellici per sostituirli con
ancor più docili servitori - l'ipocrisia di una supposta equità
basata sulle denunce dei redditi partorisce tasse d'iscrizione
universitarie a sei zeri. Dicono che bisogna adeguarsi: all'Europa,
agli Usa, alle "grandi democrazie" (ma in Germania, ancora,
l'università cosa molto meno che in Italia…). Una manna che non si
capisce dove vada a finire se si considera che tutto nelle
università italiane, nel frattempo, è peggiorato. Inutile aggiungere
che chi da copione dirigeva le proteste nelle scuole era il più
convinto assertore del linciaggio di Craxi e Andreotti, quintessenza
di ogni male come oggi viene dipinto Berlusconi.
Con Berlinguer e il governo dell'Ulivo, un miracolo: le proteste in
grande stile cessano. Tutto va bene: la Sinistra "sta con la gente"
e "ama la cultura". Mica quegli ignoranti di democristiani
baciapile! Ma la Sinistra ha appreso alla perfezione la consumata
tecnica degli Usa: la sostanza è il contrario della facciata. Così,
mentre distrugge l'università, solo pochi chiaroveggenti -
ovviamente alieni dall'identitarismo politico da curva da stadio -
si accorgono che si sta preparando il funerale dell'odiata scuola
gentiliana. Lo dicono e lo scrivono, ma non li ascolta nessuno.
Comunque non è dal '68 che la scuola italiana è moribonda. E' dal
1945, quando l'Italia ha perso la guerra ed è stata occupata dagli
Stati Uniti. Ma per un po', giusto fino al '68, la scuola italiana
ha retto. Lo si vedeva dai risultati: uno usciva con la terza media
e sapeva quello che sa oggi un diplomato al liceo. Addirittura
conosceva piuttosto bene una lingua straniera, e non parliamo della
grammatica italiana, questa illustre sconosciuta dei nostri giorni.
Per vent'anni la scuola italiana ha retto perché, da una parte, la
generazione prebellica (che non era scimunita del tutto) occupava
delle posizioni, dall'altra, perché esisteva l'Urss, quindi gli
americani non potevano colonizzarci completamente imponendoci un
aspetto fondamentale del loro disumano capitalismo quale
la "flessibilità".
Ma dal 1945, comunque, c'è stata una costante: se un ricercatore
italiano vuol progredire deve andarsene all'estero, particolarmente
negli Stati Uniti, perché qui da noi non "scoprirà" mai nulla, se
non l'incompetenza di qualche "barone". Così come in Italia non fa
vita un'impresa che con un'invenzione osi mettere in crisi le
multinazionali americane… con qualche pretesto dovrà lasciar perdere
la sua invenzione, magari davvero utile per tutta l'umanità ma non
per le multinazionali Usa. E' stato dunque architettato un sistema
per cui il ricercatore italiano capace o si mette al servizio
dell'università e dell'imprenditoria statunitense oppure ci scappa
il morto. Straparlano di "integrazione tra istruzione e imprese", ma
in Italia, dal 1945, non è mai stata permessa nell'interesse della
comunità nazionale. La cosiddetta "fuga dei cervelli" è una di
quelle cose che stabiliscono la dipendenza di una nazione da
un'altra. E la dipendenza è il contrario dell'indipendenza.
L'Italia non è un paese indipendente. Ma questo non fa comodo a
nessuno riconoscerlo. Intendiamoci, non fa comodo a nessuno tra
coloro che hanno un tornaconto nel fare orecchie da mercante: in
pratica tutti quelli che occupano posizioni di rilievo. L'Italia è
un posto difficile, dove comandano i peggiori (incapaci ed
immorali), in tutti i campi. I peggiori fanno strada nella politica,
nell'industria, nel giornalismo, nella medicina. Anche in quello
della cultura, che è formato da gente che… legge. E allora glielo do
io un consiglio di lettura. E' appena uscito un articolo di A. B.
Mariantoni dal titolo Dal "Mare Nostrum" al "Gallinarium americanum"
(Eurasia, 3/2005), che oltre a presentare l'elenco dettagliato delle
111 basi Usa e Nato in Italia ci spiega anche che cosa ci stanno a
fare ancora dopo sessant'anni che le hanno costruite, e perché
proliferano. Un articolo documentato, non il delirio di un
visionario. Fatti gravi davanti ai quali il chiacchiericcio intorno
alle "primarie" assume la consistenza di un fuoco fatuo. Leggere
quelle pagine è come scorrere il cappio che gli italiani hanno
attorno al collo dal 1945. Cambiano i governi (e i ministri
dell'istruzione) ma la sostanza non cambia: eseguire gli ordini del
padrone americano e fare i suoi interessi.
Gli ultimi governi dell'Ulivo e del Polo, questi due baracconi messi
in piedi dagli americani dopo "Mani pulite", sono stati addirittura
grotteschi e senza stile nel prostrarsi al padrone, sfasciare tutto
quel che c'è di "Stato sociale", fare la guerra al popolo italiano.
Che, poveretto, attaccato da tutte le parti non ha nemmeno più la
forza di pensarsi come "popolo" e, perciò, di opporre una resistenza
costruttiva e fattiva. O forse "gli italiani" non esistono più. C'è
stato solo un tentativo di "fare gli italiani", fallito, ed stato il
Fascismo. Ma è storia passata, chiusa, da libro di storia, appunto.
Il vero dramma è che a nessuno interessa l'Italia, nemmeno agli
evangelici "ultimi", quelli che restano tagliati fuori dai "giri che
contano" perché in un disastro simile solo i migliori non vogliono
traviarsi, svendersi, prostrarsi moralmente per una qualche
posizione di rilievo, per una notorietà di cartapesta e recitare in
un circo di pagliacci dove nulla e nessuno
è "autorevole", "serio", "credibile".
Non esiste in Italia un anelito comunitario di libertà,
indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica,
culturale e militare. Anche gli "ultimi", nei loro ininfluenti ed
insignificanti ambienti politici, cercano invano di far girare le
cose ad uso e consumo della loro parrocchia. Gli uni agitando un
ritualizzato ed anacronistico (nonché gradito agli Usa per le
ricadute che ha) "antifascismo", gli altri recitando la parte
dei "fascisti come li vuole l'antifascismo", autentiche macchiette
da commedia all'italiana che, mentre si credono dei piccoli Evola
incompresi, da una vita campano alla mensa ora di questo ora di quel
politico dando da intendere a qualche giovanotto traviato in buona
fede che faranno la "rivoluzione". Fazioni contro fazioni, una
guerra per bande degna di Al Capone, con l'Italia che svanisce e
qualche "padre della Patria" che si rigira nella tomba.
E allora tanto vale chiudere baracca e burattini, senza darsi tanta
pena per quale fine farà l'Italia, se questi "italiani" sono così
cretini da non accorgersi di fatti di un'evidenza solare. La
protesta di questi giorni degli studenti e dei docenti, infatti, non
va nella giusta direzione. Si va a far chiasso davanti a
Montecitorio come se quello fosse il centro supremo del potere. Come
se Berlusconi fosse una cosa diversa da un maragià della regina
Vittoria.
Ma i Masaniello del 2005 sono come quelli della mia terza superiore:
figuriamoci se intendono sentir parlare di basi statunitensi in
Italia e, soprattutto, trarne le necessarie conseguenze (lottare per
la libertà, l'indipendenza, l'autodeterminazione e la sovranità
politica, economica, culturale e militare nostra e di tutti i popoli-
nazione del mondo): significherebbe ammettere che anche loro sono
una comparsata in quest'Italia da operetta. Se questa protesta fosse
una cosa seria non si limiterebbe alla vittoria di Pirro delle
dimissioni della Moratti, di un ritiro o di una modifica del
decreto. Ci sarebbe solo una cosa da fare: occupare l'ambasciata
americana come fecero in Iran, perché è da lì che dettano gli ordini
ai lustrascarpe di turno, ministri dell'istruzione compresi.
JABAREEN: Il più moderato degli imam «scomunica» Magdi Allam. Il
religioso di Colle Val d'Elsa respinge la campagna anti-moschee del
Corriere: «Sono luoghi di incontro». Musulmano «da
copertina» «Neanche Israele ha mai vietato la costruzione di
moschee, l'anti-islamismo rischia di assomigliare
all'antisemitismo», dice Jabareen, indicato proprio da Allam per la
Consulta islamica. Nel settembre 2004 era sul Corriere Magazine come
simbolo di «moderazione»
di SHERIF EL SEBAIE, Il Manifesto 20/10/2005
Feras Jabareen, guida spirituale dei musulmani di Colle Val d'Elsa
(Siena), è l'imam «moderato» per antonomasia, un uomo di pace e di
dialogo. Il Corriere gli ha dedicato un anno fa la copertina del
Magazine e Magdi Allam, vicedirettore del quotidiano, l'ha candidato
alla Consulta islamica del ministro Pisanu. A lui però l'etichetta
va un po' stretta: «La moderazione - precisa Jabareen - viene dal
profondo del nostro cuore e della religione, riguarda dunque l'islam
nel suo insieme». Insomma non va usata per dividere i musulmani. «Le
mie idee - aggiunge - sono tutte condivise, da noi non ci sono
minoranze integraliste».
E allora perché Allam, nella sua battaglia contro la costruzione di
nuove moschee in Italia, propone di fermare anche il progetto di
Colle Val D'Elsa?
Ringrazio Magdi Allam per le sue preoccupazioni e per aver sostenuto
le nostre iniziative. Ma il suo appello offende i sentimenti
profondi dei musulmani. In Israele, nonostante il conflitto arabo-
israeliano e la presenza di gruppi come Hamas nelle moschee, non
sono scesi a questo livello. Non hanno mai violato il diritto dei
musulmani di costruire moschee. Allam pretende forse una legge che
vieti la costruzione delle moschee? Perché gli ebrei, i cattolici e
i buddisti possono costruire e noi no? Un domani rischiamo anche il
divieto di costruire e comprare case... ma sarebbe un ragionamento
da dittatori. Una legge così fu varata da Saddam Hussein contro gli
sciiti e dai nazisti contro gli ebrei. Io ho paura, voglio bene a
Magdi Allam, ma non capisco dove voglia arrivare. Prego per lui ma
ho paura che l'anti-islamismo finisca per assomigliare
all'antisemitismo.
Cosa fare per evitarlo?
In Italia abbiamo trovato il diritto e gente cortese. Ma il senso
d'appartenenza a questo paese si nutre di uguaglianza. Se gli
italiani continuano a guardarci come cittadini di seconda categoria,
si rischia di far crescere la rabbia di essere visti come schiavi.
Dunque Allam suscita reazioni che vanno in senso opposto a quello
dell'integrazione dei musulmani in Italia?
Si, esattamente. Costruire una moschea o comprare una casa o mandare
i figli a scuola vuol dire integrazione. Gli italiani quando cercano
un musulmano, quando il papa o altri cercano il dialogo con i
musulmani, vanno nelle moschee. Dove dovrebbero trovarli? Nelle
strade? Nei bar? O nei giornali? Li trovano nelle moschee, che sono
luoghi di incontro. Ho visto italiani più orgogliosi di noi di
costruire una moschea nella loro città. E questo dà la misura della
civiltà moderna. Per me, musulmano, è un vanto poter dire «la
mia chiesa» quando parlo della Chiesa della Natività a Betlemme.
Per i bambini musulmani, meglio la scuola pubblica italiana o la
scuola privata islamica?
In questo momento delicato, i nostri figli dovrebbero andare alla
scuola pubblica. Ma la scuola islamica esiste in tutto il mondo: è
legittima, è un diritto. Quella di Milano l'hanno chiusa non perché
era fuori legge, ma per ragioni di agibilità. Nessuno può dire che
l'hanno chiusa perché islamica.
In che rapporti è con l'Unione delle comunità islamiche in Italia
(Ucoii)?
Personalmente non ho un rapporto con l'Ucoii, che è un coordinamento
di associazioni, ma loro hanno sempre sostenuto le nostre
iniziative. Il nostro centro è stato costruito nel '93 grazie
all'Ucoii. Finché si tratta di coordinamento tra musulmani, o tra
centri islamici e gli altri, sono più che favorevole; non lo sarei
se invece l'Ucoii fosse la casa ideologica di una sola parte.
Lei dunque non condivide l'accusa di fondamentalismo rivolta
all'Ucoii?
Assolutamente no! Abbiamo sostenuto il loro appello contro il
terrorismo e non c'è scritto da nessuna parte che l'Ucoii sia legata
ai Fratelli musulmani. Peraltro non sarebbe la fine del mondo, i
Fratelli musulmani sono fuorilegge solo nei paesi in cui mancano
democrazia e libertà.
Il mistero della sinistra
di Marino Badiale, Massimo Bontempelli.
Fonte: graphos@...
E' uscito presso l'editore Graphos il seguente titolo:
Il mistero della sinistra, di Marino Badiale e Massimo Bontempelli.
Perché i partiti di sinistra hanno la stessa politica economica e
sociale di quelli di destra? Perché la gente di sinistra li vota?
La vita politica dell'Italia e dell'Europa contemporanee è dominata
dallo scontro fra destra e sinistra. Ma se si guarda alla sostanza
delle politiche economiche e sociali, si scopre facilmente che
l'opposizione fra destra e sinistra riguarda la superficie dei
fenomeni, mentre le scelte decisive, quelle che incidono realmente
sulla vita di un paese, sono le stesse qualunque sia la parte al
governo.
Eppure, destra e sinistra hanno rappresentanto opzioni economiche e
sociali ben distinte per almeno due secoli: come si è arrivati a
questa sostanziale omogeneità?
Perché il "popolo di sinistra" evita sistematicamente di
confrontarsi con questa realtà?
Sono questi i misteri che questo libro cerca di chiarire, seguendo
il vecchio principio del leggere "il presente come storia". Il libro
si rivolge a tutte le persone che avvertono il carattere artificiale
dell'opposizione fra destra e sinistra nel mondo contemporaneo, e
nello stesso tempo vivono con preoccupazione gli sviluppi della
nostra società e percepiscono l'avvicinarsi minaccioso di una realtà
di degrado ecologico, guerre, sommovimenti sociali dagli esiti
imprevedibili. Il libro si rivolge quindi a tutte le persone
critiche verso il mondo moderno e verso quella "globalizzazione" che
ne costituirebbe la caratteristica saliente.
Una via d'uscita si può trovare solo rompendo definitivamente con la
sinistra, la destra, e la loro fasulla contrapposizione.
Il testo di Badiale e Bontempelli è seguito da un contributo di
Renata Bruzzone "Sinistra, ma di che cosa?".
Ai lettori che prenotino via e-mail, a mezzo posta o telefonicamente
il volume, la Graphos riserva uno sconto del 25% sul presso di
copertina che è fissato in Euro 22,00. In prenotazione, il libro,
che consta di 288 pagine, è proposto a Euro 16,50, cui si
aggiungeranno le spese di imballo e spedizione (pari a Euro 4,00).
Graphos, Campetto 4, 16123 Genova.
Tel. 010 2470399
E-mail graphos@...
Lettera aperta al senatore americano Norm Coleman
di Gilles Munier
mercoledì, 19 ottobre 2005
"Petrolio contro cibo"...
Signor Senatore,
Ho preso conoscenza del rapporto della commissione d'inchiesta del
Senato degli Stati Uniti che lei presiede, la quale riprende «
informazioni » pubblicate dal giornale iracheno "Al Mada" nel
gennaio 2004 sul fatto che 270 personalità avrebbero beneficiato
di « buoni di petrolio » da parte del Presidente Saddam Hussein.
Rispondendo allora alle domande che mi venivano poste, avevo
riconosciuto che l'Association des Amitiés franco-irakiennes era
stata puntualmente aiutata da una società petrolifera sotto forma di
partecipazione alle spese generate dalle sue attività. Mi sento
dunque oggi nella posizione di poter dire che le accuse rivolte
contro George Galloway e Charles Pasqua sono fallaci e tendenziose.
Attaccando George Galloway, lei se la prende con uno dei più feroci
oppositori britannici all'embargo, all'aggressione americana contro
l'Iraq, all'occupazione di quel paese e … a Tony Blair.
Attaccando Charles Pasqua, lei si vendica della Francia che aveva
aperto, troppo rapidamente per i gusti degli Stati Uniti, una
sezione di interessi economici a Bagdad, che aveva promesso a Tarek
Aziz di ripristinare relazioni diplomatiche con l'Iraq e che si era
opposta allo scatenamento dell'ultima guerra del Golfo.
Prendendosela con lui, lei se la prende con Jacques Chirac nella
prospettiva della sua eventuale candidatura alla prossima elezione
presidenziale.
Attaccando George Galloway e Charles Pasqua, il suo obiettivo non è
solo quello di diffamare le persone citate da "Al Mada", perché esse
avevano reclamato la fine dell'embargo o detto che le sanzioni
contro l'Iraq erano ingiustificate e criminali. Lei vuole anche e
soprattutto mettere paura a coloro che lottano per la liberazione di
questo paese. Non si meravigli se le sue minacce di incolpare gli «
amici dell'Iraq » sono interpretate dalla resistenza irachena come
atti di guerra e se essa un giorno vi risponderà a suo modo.
Lo scandalo, non sono né i « doni » né le « commissioni » che sono
state versate. Esse sono state prelevate – quand'era il caso – sui
redditi d'impresa e mai – come Lei vorrebbe far credere –
sull'insufficiente ammontare fissato dal Comitato delle sanzioni
dell'ONU per l'acquisto di prodotti alimentari o farmaceutici,
autorizzato nel quadro del programma « Petrolio contro cibo ».
Le sole persone condannabili agli occhi del popolo iracheno sembrano
essere quelle che avevano preso l'impegno solenne davanti a Tarek
Aziz di sostenere politicamente la resistenza irachena e che invece
non usano tutti i mezzi di cui dispongono per contrastare la
propaganda di guerra americana e per denunciare i progetti dei neo-
conservatori nel Vicino e nel Medio Oriente.
Faccia pulizia in casa sua, signor Senatore! Altrimenti il popolo
americano potrebbe un giorno ritenerla responsabile della morte di
soldati in Iraq, della detestabile immagine degli Stati Uniti nel
mondo, e di rendere Bill Clinton e George W. Bush debitori di
mazzette per i milioni di dollari versati ufficialmente o
clandestinamente all'opposizione fantoccio irachena.
Il vero scandalo è lo stesso embargo e il programma « Petrolio
contro cibo ». E' il genocidio organizzato del popolo iracheno. Il
numero delle vittime supera il milione e mezzo, ma non c'è nessuno
che osi istruire il processo per questo atto di barbarie occidentale.
Signor Senatore,
quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto che l'Iraq non possedeva
armi di distruzione di massa, tutti hanno capito che la menzogna era
stata inventata per soffocare questo paese, preparare un'aggressione
senza rischi e rovesciare il regime baathista. La vostra
amministrazione ha allora sentito la necessità di stornare
l'attenzione dell'opinione pubblica da quello che appariva un
crimine contro l'umanità. Essa ha fatto fabbricare un controfuoco
chiamato « Affare Petrolio contro cibo ».
Il Rapporto Duelfer del settembre 2004 ha dunque posto l'accento
sulle « rivelazioni » di "Al Mada", un giornale il cui direttore è
un ex tesoriere del Partito Comunista Iracheno manipolato dalla CIA.
Lo sa che è stato proprio lui ad aver diffuso una delle più gravi
menzogne del secolo, ossia il cosiddetto affare dei «bambini in
provetta », che servì da pretesto per scatenare la guerra del Golfo
del 1991 ?
Signor Senatore,
a sostegno delle Sue accuse contro George Galloway e Charles Pasqua,
Lei fa fede a dichiarazioni estorte in carcere al Vicepresidente
Taha Yassin Ramadan e al Vice primo ministro Tarek Aziz. Si può
sapere in quali condizioni sono state ottenute queste affermazioni ?
Affinché sia fatta luce sulle cosiddette « bustarelle di Saddam
Hussein », io chiedo che le personalità e le organizzazioni citate
da "Al Mada" e dalla sua sottocommissione siano poste a confronto
con Taha Yassin Ramadan e con Tarek Aziz, in presenza dei loro
avvocati e in un paese neutrale. Non vedo perché gli Stati Uniti,
che li detengono illegalmente, replichino che questo non è possibile.
Lei, d'altronde, può rispondere a questa domanda : è stata la
società americana Chevron a prelevare importanti quantitativi di
petrolio iracheno quando Condoleezza Rice era membro del suo
consiglio di amministrazione e a versare commissioni agli Stati
Uniti o in Iraq? E a chi?
In un altro campo, può dirmi perché non apre un'inchiesta sulle
malversazioni finanziarie in Nigeria di cui è accusato Dick Cheney
quando dirigeva la Halliburton, e sulle quali il giudice francese
Renaud van Ruymbeke avrebbe importanti rivelazioni da fare ?
Infine, Lei può dimostrare che le accuse rivolte contro George
Galloway e Charles Pasqua non sono state fabbricate per coprire sui
media statunitensi lo scandalo provocato dall'imputazione, nei primi
giorni di maggio, di una "talpa" israeliana, sospettata di aver
passato informazioni militari classificate « top secret » ad un
membro della potente lobby filo-israeliana AIPAC - American Israël
Public Affairs Committee – di cui Lei è un membro importante?
In attesa di risposte alla mia richiesta e alle mie domande, la
prego di gradire, signor Senatore, i miei distinti saluti,
15 maggio 2005
Gilles Munier
Segretario generale delle Amitiés franco-irakiennes
www.iraqtual.com
fonte: http://www.eurasia-rivista.org
(18 ottobre 2005)
L'impero nordamericano minaccia il pianeta
Rinascita | Martedì 18 Ottobre 2005 - 14:14 | Cristiano Tinazzi |
Il discorso del presidente venezuelano è stato, insieme a quello di
Lula e Mugabe, uno dei discorsi più attesi all'incontro tenutosi a
Roma per commemorare i sessant'anni di attività dell'agenzia ONU.
Chávez, che ha parlato per più di mezz'ora, ha esposto con la
massima sincerità e con la chiarezza che da sempre lo
contraddistingue i vari problemi che impediscono ai popoli di tutto
il mondo di sollevarsi dall'indigenza e dal sottosviluppo. Ma ha
anche lanciato un messaggio di speranza: "Il pianeta può essere
salvato, io sono ottimista, soprattutto se si guarda ai giovani, che
potranno guidare la rivoluzione morale per un nuovo socialismo nel
XXI secolo". Dalla tribuna della Fao, il presidente del Venezuela
accusa senza mezzi termini "l'egemonia capitalista, colonialista e
imperialista" di voler uccidere il pianeta: "stiamo uccidendo questo
pianeta e l'impero nordamericano è la principale minaccia alla sua
sopravvivenza. Con i ritmi attuali, quell'obiettivo lo raggiungeremo
tra 200 anni, sempre che la specie umana riesca a sopravvivere",
denunciali presidente venezuelano, che fa sua la tesi
dell'intellettuale radicale americano, Noam Chomsky, sulla strategia
imperialista dopo l'11 settembre per cui l'alternativa è "Egemonia o
sopravvivenza", citando il titolo del suo ultimo libro. "La
sopravvivenza della specie umana è in pericolo, già vediamo gli
effetti del disastro", ripete Chávez, che parla di "uragani
indemoniati, che hanno la potenza di cento, mille bombe atomiche".
Ma, grazie "alla passione e alla purezza che la gioventù ha e che
sono necessarie per fare la rivoluzione", si potrà guidare il mondo
verso "un socialismo fresco, nuovo e dinamico", tuona Chávez, che
rivendica il suo essere "cristiano e cattolico" e invoca Cristo "in
questa città eterna perché annunci il regno dell'eguaglianza e della
libertà. Quanto è distante però l'essere cattolico di Chávez e la
figura del Cristo da lui evocata da quello che la chiesa in realtà
rappresenta! "è l'egemonia del sistema capitalistico e
imperialistico che dobbiamo smontare e distruggere se vogliamo
mettere veramente fine alla fame" attacca ancora Chávez.
Subito dopo gli fa eco Mugabe, che chiama Bush e Blair "uomini
scellerati che hanno creato un'alleanza scellerata, un'alleanza per
attaccare un Paese innocente. La voce di Bush e la voce di Blair non
possono decidere chi deve governare lo Zimbabwe, chi deve governare
in Africa, chi in Venezuela, chi in Iran e chi in Iraq", tuona
ancora il leader africano, che aveva iniziato il suo intervento con
una rivendicazione: "Facciamo anche noi parte delle Nazioni Unite".
Una rivendicazione con la quale Mugabe risponde alla protesta
formale dell'ambasciatore americano presso la Fao, Tony Hall, che
aveva definito la sua presenza al vertice una "beffa", dal momento
che sarebbero proprio le politiche del leader africano - nei cui
confronti l'Unione Europea ha imposto sanzioni tre anni fa - a
provocare la morte di migliaia di persone per fame. E ancora Chávez,
che ha reso onore a Mugabe, "perché toglie le terre a chi non ne ha
bisogno per darle a chi ne ha bisogno per vivere", accusa i Paesi
ricchi di non fare nulla per mantenere la promessa di dimezzare
entro il 2015 la povertà.
Il Venezuela - ha concluso il presidente - è impegnato a
incamminarsi sulla strada della luce, della speranza e della vita
come disse il `libertador' Simon Bolivar. Viva la vita, evviva la
pace".
Dopo avere lasciato la sede romana della Fao, il presidente
venezuelano si è recato a Milano per assistere ad una amichevole tra
la nazionale venezuelana e l'Inter. Chávez stesso è sceso in campo
per dare il calcio d'inizio all'amichevole. "L'Inter - ha detto
Chavez - ha una forte tradizione sociale ed è sempre stata in
sintonia coi popoli alla ricerca di un mondo migliore". "La gara -
ha spiegato Moratti - non ha significato politico, ma solo un valore
sociale. Siamo onorati dell'amicizia del presidente Chavez, un uomo
che ha grande sensibilità nei confronti dei Paesi poveri del mondo".
Cristiano Tinazzi
L'Islam come costitutivo dell'identità italiana ed europea
Recensione di Islam d'Italia di Angela Lano
L'ultimo libro di Angela Lano, giornalista torinese esperta di cose
islamiche e del mondo arabo, è una ventata d'aria fresca in un
panorama abbastanza fosco di testi-spazzatura, instant book sul
mondo islamico ed in ogni caso testi scritti per alimentare l'odio,
la diffidenza e la paura, o comunque con tesi precostituite di
difesa dello "scontro tra le civiltà", dell'irriducibilità
dell'Islam alla democrazia ed altre amenità del genere. Ormai è
diventato lo sport nazionale dare la colpa all'altro, al diverso, al
povero, all'oppresso per qualsiasi cosa non funzioni, compresa la
questione degli autobus pieni e delle metropolitane affollate. La
colpa è degli extracomunitari, non dei tagli del Governo agli enti
locali ed alle aziende autonome. Nello stesso modo le persone
affrontano il tema della convivenza tra le culture. Angela Lano
disvela finalmente in un reportage esauriente delle realtà islamiche
italiane viste nel loro pluralismo e nella loro complessità quanto
si stia realizzando - contro molte aspettative pessimistiche - la
costruzione di un islam d'Italia libero ed indipendente dagli stati
e dagli interessi di attori esterni. L'Autrice sfata preconcetti,
pregiudizi ed etichette fasulle appiccicate ad alcune realtà
islamiche italiane. Critica come inutilizzabile nel mondo islamico
l'aggettivo "laico", etichetta posta su qualunque realtà sia filo-
occidentale e filo-americana. Smonta la questione dell' "Islam
moderato" affermando giustamente che l'Islam non moderato non è
Islam. E che comunque le realtà islamiche italiane stanno andando
verso la democrazia prova ne sia che nessuno chiede il califfato. In
realtà l'Islam è laico in quanto non esiste nel mondo islamico
alcuna Chiesa che possa costruire un mondo separato, mentre è sempre
esistita differenza di piani tra il "sultano", che incarna il potere
amministrativo, e il "califfo", che invece incarna la funzione
religiosa e quella politica.. Ad ogni modo "laico" non significa
democratico, come dimostra l'esempio delle dittature in Tunisia, in
Siria o nello stesso Iraq di Saddam Hussein, dittature laiche e
presuntamene espressione di strati filo-occidentali ed
assimilazionisti. Così come non esiste ateismo in quanto Allah è
dappertutto. Esiste invece tra i musulmani contemporanei un
atteggiamento relativamente diffuso di disimpegno riguardo alla
religione. Ragazzi e ragazze che pur definiti musulmani rifiutano la
pratica religiosa o la rimandano nel tempo sentendola come lontana
rispetto alla loro esperienza.(musulmani senza islam). In ogni caso
sia il rifiuto sia l'accettazione della propria identità islamica
sono comunque -come nota Allievi e come confermano le interviste di
Angela Lano - una prova del fatto che tutte queste persone,
praticanti o no, si definiscono musulmani e membri di una comunità
(umma). Emblematiche di questa situazione le interviste ad alcune
giovanissime, una delle quali aveva sostituito la propria cultura,
religione e tradizione con la mania dello shopping. E' chiaro che
questa ragazza quando si stancherà di comperare e maturerà,
riscoprirà in qualche modo la sua fede e i suoi valori. Le
interviste provano anche - riguardo alla questione dei matrimoni
misti - che i matrimoni funzionano quanto più è alto lo status e il
livello culturale della coppia stessa.. Spesso queste coppie infatti
esplodono per motivi puramente economici o psicologici, specialmente
quando l'uomo non riesce ad integrarsi completamente sul piano
psicologico nella realtà italiana e continua a percepire se stesso
come escluso.
Per quanto riguarda invece la situazione delle principali
associazioni islamiche, Angela Lano traccia un quadro di passaggio
dall'Islam degli immigrati a quello degli italiani; quadro che
coinvolge tutti, dalla moschea di Viale Jenner, che fino a qualche
anno fa rifiutava l'integrazione, fino alle associazioni legate
all'UCOII, a coloro che fanno Da`wa.(appello all'Islam) e alle
associazioni sciite (queste ultime ad esempio si stanno inserendo
nel dialogo islamo-cristiano). L'inserimento dell'Italia tra
i "paesi del patto" o "della pace" (dar al salam) ha reso possibile
il pieno riconoscimento da parte di tutte le associazioni islamiche
delle istituzioni democratiche e l'inserimento di importanti
dirigenti nel lavoro sindacale interreligioso o etnico specialmente
quadri medi. Particolarmente illuminanti sono le belle pagine
dedicate al settore islamico–no global dei musulmani che riempiono
le piazze chiedendo pace e democrazia sulla scia degli insegnamento
di Tareq Ramadan. Alcuni passaggi del libro sono dedicati al
percorso religioso ed esistenziale di Hamza Piccardo, un uomo
generoso ed integro, strenuo difensore della comunità islamica e
delle giuste cause, messo in croce per alcune sue dichiarazioni
risalenti ad una quindicina di anni fa nelle quali lui non si
riconosce più ed eccessivamente rigide rispetto ad alcuni aspetti
della storia e della cultura degli ebrei inserite nelle note alla
redazione italiana di una parafrasi del Sacro Corano. Affermazioni
discusse e discutibili all'interno della comunità stessa,
nient'affatto gratuite in quanto si appoggiavano comunque su testi
tradizionali universalmente riconosciuti (Ibn Kathir ed altri), che
invece sono state prese a pretesto per una campagna di calunnie
contro il fratello, contro l'Ucoii e contro tutti i fratelli
musulmani. Niente di particolarmente scandaloso se si pensa a quello
che dicono certi predicatori medio-orientali quando vogliono
infervorare l'uditorio in funzione antiamericana. Angela Lano mette
in evidenza il superamento di queste posizioni da parte di Hamza
Piccardo e l'approfondimento del suo cammino spirituale. Per lui e
per molti musulmani contemporanei, oggi, assieme alla assoluta
esigenza della giustizia e dell'autodifesa emerge un'esigenza di
rispetto assoluto delle creature e del valore della vita, una
esigenza nella quale mi riconosco pienamente e che rende veramente e
profondamente contemporaneo – nell'accezione migliore - il messaggio
islamico. Un Islam di pace, di misericordia, di pazienza, di
compassione. Come dice il fratello sufi Hashim Cabrera, imam
Andaluso: "El Islam es la mas misericordiosa de las vestiduras".
Tra le esperienze di base che emergono dalla ricerca, alcune molto
conosciute e mediatizzate, vorrei invece sottolineare quelle che per
vari motivi sono rimaste in secondo piano. Sta emergendo nel mondo
islamico il discorso della non-violenza, un discorso che piacerebbe
ad Omar Camilletti, di cui Angela Lano mette in rilievo il
particolare percorso di un Islam fortemente spirituale ed apolitico -
e se esiste un Gandhi in terra d'Islam non può essere altri che
Sheikh Abdelsamad Yassine, l'esponente politico certamente più amato
dai marocchini. A Torino, in Via Chiasso, esiste una moschea i cui
dirigenti fanno riferimento proprio al partito di Yassine e che
applicano i suoi metodi - coniugando Islam sunnita, sufismo e
accettazione del metodo democratico - nella realtà italiana. Il
risultato è una mescolanza di Islam moderato e di sufismo, un
insegnamento fortemente spiritualizzato e fortemente caratterizzato
per l'inserimento nel sociale secondo il principio "la ikraha fi d-
din" ("non c'è costrizione nella religione", Corano). E' noto che
Yassine è anche un sufi, e che il suo movimento si caratterizza per
l'accettazione del dialogo tra islamici e laici, per il rispetto
della libertà di coscienza e dei diritti umani, per la battaglia
affianco delle opposizioni al regime per la democrazia e a favore
dei diritti della donna musulmana senza alcuna concessione al bieco
tradizionalismo che impregna certe realtà rurali marocchine e che
caratterizza invece l'islamismo radicale filo-saudita nella maggior
parte dei paesi islamici. Un'altra caratteristica emergente è il
rifiuto di parecchie associazioni islamiche e moschee di avere
finanziamenti dai paesi d'origine, preferendo affidarsi alla
sottoscrizione popolare e creando piccole imprese (self service,
macellerie halal, ristoranti, call center) per permettere alla
comunità stessa di decollare economicamente. Molte di queste
imprese, costruite per iniziativa di musulmani praticanti, danno
lavoro ad islamici e non, italiani compresi. Altro che terroristi o
ladri di lavoro "italiano"! Altro che racket, poiché i proventi di
queste attività sono modesti anche perché impiegano il maggior
numero di persone possibile per sostenere le famiglie anche con
piccoli guadagni (donne che fanno il pane e lo vendono ecc.).
In questi anni l'Islam si è affacciato come attore rilevante anche
dal punto di vista della beneficenza. Attraverso grandi associazioni
internazionali come l'Islamic Relief Italia, filiale di una
associazione conosciuta e rispettata in tutto il mondo. Ma anche
attraverso l'Associazione di beneficenza col Popolo palestinese di
Genova, che non solo aiuta i palestinesi, cristiani e musulmani
senza distinzione alcuna, ma solidarizza con i non-violenti a
fianco dei pacifisti integrali alla Rachel Corrie: quelli che
praticano la tattica dell'interposizione rischiando la vita nei
Territori occupati della Palestina, per difendere una casa, un
albero, una famiglia.
Completano il quadro le interviste ai fratelli che lavorano fianco a
fianco con i detenuti, con i ragazzi maghrebini di strada, e cercano
di redimere ladri e prostitute. Un'altra attività di cui i giornali
non si occupano troppo. coinvolti nelle inchieste contro presunti
terroristi regolarmente scarcerati per non aver commesso il fatto.
Fino al punto che sembra che in Italia solo le associazioni
cattoliche si occupino dei poveri, e che la poca beneficenza
islamica sia destinata solo a poche famiglie, il che ancora una
volta non è vero… Fratelli come `Abdelaziz Khounati ed Ahmed
Chierkaoui si occupano da anni di situazioni a rischio di devianza
ed esiste una collaborazione tra alcune moschee, gli enti locali ed
alcune associazioni di volontariato che sta dando i suoi frutti
specialmente a Roma, Milano e Torino. Emergono anche situazioni
divertenti e in cui la realtà supera la fantasia. Mi riferisco in
particolare all'intervista al fratello Ismail Castelli di Roma (per
il quale è stato coniato il termine "islam all'amatriciana", per
dire islam vissuto alla romana), una persona che è la negazione del
luogo comune del musulmano arcigno e noioso, che racconta in modo
semplice, ma rivelando una profonda sensibilità della sua
conversione in Somalia davanti ad un cieco che ringraziava Allah
("io invece ho tutto e non ringrazio Dio", si chiese, e fu
l'inizio del suo Islam); e alla situazione del fratello napoletano
che all'inizio del suo cammino islamico gestiva unna norcineria dove
si vendeva carne di maiale, e per un bel po' di tempo i musulmani
locali si riunirono proprio nel retrobottega della norcineria!
Proprio vero che le vie del Signore sono infinite. Consiglio questo
libro in particolare a chi è un neofita della materia perché è di
facile lettura ed è ben scritto.
Amina Donatella Salina
Moro sapeva che a volerlo eliminare erano israeliani e americani
infiltrati nelle BR: così l'ex vicepresidente della DC e del
Consiglio Superiore della Magistratura Galloni
Prendendo spunto dal caso dell'imam egiziano rapito da spie
americane nel nostro Paese, in un'intervista trasmessa il 4 luglio
scorso dal programma di approfondimento quotidiano "Next" di
Rainews24, l'ex vicepresidente della DC Giovanni Galloni ha rivelato
nuovi particolari sul rapimento di Aldo Moro che confermano
l'ipotesi non nuova di un ruolo occulto della Cia e del Mossad in
quella vicenda. "Non posso dimenticare - ha dichiarato Galloni - un
discorso con Moro poche settimane prima del suo rapimento: si
discuteva delle BR, delle difficoltà di trovare i covi. E Moro mi
disse: 'La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la
notizia che i servizi segreti sia americani che israeliani hanno
infiltrati nelle BR ma noi non siamo stati avvertiti di questo,
sennò i covi li avremmo trovati"'.
L'ex vicepresidente del CSM ha aggiunto di essersene ricordato
proprio ora "perché nei 55 giorni di prigionia di Moro avemmo grandi
difficoltà a metterci in contatto con i servizi americani,
difficoltà che non incontrammo poi durante il rapimento del generale
Dozier". Il generale americano della Nato J. L. Dozier fu rapito
dalle "BR" a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato senza colpo
ferire con un blitz delle forze speciali dei Nocs il 28 gennaio
1982. Il modo rapido e apparentemente "brillante" con cui fu risolto
il caso destò subito forti sospetti sulla possibilità che i rapitori
fossero infiltrati dai servizi segreti americani, se non addirittura
che la "liberazione" dell'ostaggio fosse stata in qualche modo
concordata con i rapitori. Galloni conferma questi sospetti,
rivelando una sorta di politica a doppio binario da parte dei
servizi segreti Usa nei due casi: collaborativa nel caso di Dozier,
per nulla collaborativa nel caso del rapimento di Moro.
In effetti Galloni aveva già rivelato qualcosa di simile qualche
anno fa, il 22 luglio 1998 davanti alla Commissione parlamentare
sulle stragi, quando riferì che Moro gli aveva detto: "La cosa che
mi preoccupa è che credo che i Servizi segreti americani e
israeliani abbiano elementi sulle Brigate rosse che ci sarebbero
utili per le nostre indagini, ma non ce li hanno detti". Secondo
questa prima dichiarazione Moro avrebbe lamentato solo una mancanza
di informazioni da parte dei servizi Usa e israeliani, mentre ora
Galloni precisa che il presidente della DC era "certo" che essi
avessero degli infiltrati nelle "BR" e che di questo non tenessero
informate le autorità italiane.
Galloni aggiunge nell'intervista altri particolari significativi,
come l'osservazione che "tutti i magistrati che hanno lavorato sul
rapimento Moro hanno detto che le dichiarazioni delle BR non sono
state del tutto convincenti. I brigatisti interrogati ci dicono di
aver raccontato tutto ma sappiamo che non è così. Qualcosa ci hanno
taciuto, resta da capire che cosa hanno voluto coprire. E
l'interrogativo nasce in relazione anche ai servizi segreti deviati
italiani, che rispondevano prima ai colleghi americani della Cia che
ai loro superiori".
Che gli americani avessero informazioni di prima mano sul rapimento
di Moro, tali che se avessero voluto avrebbero potuto portare
all'individuazione della prigione di Moro di via Montalcini, per
Galloni è dimostrato anche dallo strano preannuncio del rapimento
dello statista democristiano, fatto tre giorni prima in forma
criptica dal giornalista Mino Pecorelli, legato ai servizi
italiani "deviati" e alla Cia, sul suo foglio
scandalistico "OP". "L'assassinio di Pecorelli - aggiunge
l'intervistato – potrebbe essere stato determinato dalle cose che il
giornalista era in grado di rivelare".
Le rivelazioni di Galloni sul coinvolgimento dei servizi segreti
americani nella vicenda Moro sono suffragate anche da una
testimonianza del giornalista de "l'Unità" Luigi Cancrini, che in un
articolo sul suddetto quotidiano del 7 luglio riporta le confidenze
che gli furono fatte nel 1990 in punto di morte dal professor Franco
Ferracuti, docente di psicologia giuridica all'università della
Sapienza, uomo legato ai servizi segreti e alla P2 e facente parte
della commissione del ministero degli Interni istituita da Cossiga
al tempo del sequestro di Moro: il professore gli rivelò che le
riunioni della commisione che coordinava al massimo livello le
azioni di tutte le forze dell'ordine erano "non solo frequentate ma
sostanzialmente dirette da due funzionari della Cia".
Sull'argomento leggere il capitolo dedicato alla strategia della
tensione ne "Quel domani che ci appartenne" di Gabriele Adinolfi,
edito dalle ed. Barbarossa, settembre 2005.
fonte: http://groups.yahoo.com/group/Bollettino_FT
PRIERE DE DIFFUSER:
AFFAIRE « PETROLE CONTRE NOURRITURE »
EN LIBERTE… SOUS CAUTION !
Déclaration de Gilles Munier
Secrétaire général des Amitiés franco-irakiennes
« Je paye mon soutien au peuple irakien… »
J'ai été mis en examen par la justice française, le
jeudi 6 octobre
2005, après 60 heures d'incarcération et
d'interrogatoire, et placé
en liberté sous caution. Je dois régler la somme de 80 000
euros ou
96 600$ en 4 versements mensuels d'ici à février 2006 ou
aller en
prison. On m'a retiré mon passeport et interdit de quitter la
France
métropolitaine. J'ai pris pour avocat Maître Jacques
Vergès.
L'accusation
Le juge français Philippe Courroye, chargé à l'origine
d'une enquête
sur des malversations financières supposées commises par la
société
Total s.a dans ses relations commerciales avec l'Irak, m'a
accusé
de :
- « trafic d'influence passif », c'est à
dire d'avoir
obtenu une aide financière de la société Aredio Petroleum
pour «
défendre les intérêts irakiens et obtenir la levée des
sanctions
contre l'Irak ».
- et de « corruption d'agents publics étrangers
», c'est-à-
dire d'avoir accepté que cette société pétrolière
rétrocède – ce qui
reste à prouver -, sur des comptes irakiens à l'étranger,
une partie
des ventes du pétrole, dans le but d'obtenir de nouvelles
allocations de pétrole.
En d'autres termes, je suis accusé d'avoir violé la
Résolution 986
des Nations unies qui a mis l'Irak sous embargo, sans «
enrichissement personnel ». Dans le même cadre, j'avais
été entendu,
la semaine précédente, par des enquêteurs de la commission
des
Nations unies (Commission Volcker) venus de New York. Leur rapport
sera rendu public fin octobre.
Les faits
Tout d'abord, je n'ai rien à voir avec la société
Total S.a. J'ai
effectivement obtenu un accord de principe de M. Tarek Aziz, Vice-
Premier ministre irakien, pour que la société pétrolière
française
Aredio puisse enlever du pétrole brut dans le cadre du Programme
«
Pétrole contre nourriture ». Cependant, cette société
devait être
agréée préalablement par la Cellule embargo du ministère
français de
la Défense et par le Comité des sanctions de l'ONU, où
les
Américains régnaient en maître.
En contrepartie de mon appui, la société pétrolière
s'était engagée
à prendre en charge certaines de nos activités militantes
liées à la
lutte pour la levée de l'embargo ou empêcher
l'agression de l'Irak.
Ces contributions - après l'obtention par Aredio de
l`agrément de
l'ONU et de la Somo (Société de commercialisation du
pétrole
irakien) – ont été faites sur la seule marge
bénéficiaire de la
société Aredio et non, comme les Américains le
prétendent, sur les
fonds alloués à l'achat de vivres et de médicaments pour
le peuple
irakien.
Le prix du pétrole irakien était en effet fixé par les
Américains
et le montant de la vente, versé sur un compte séquestre
géré par la
BNP à New York auquel les dirigeants irakiens n'avaient pas
accès.
Les ponctions effectuées sur ce compte l'ont été par
l'ONU pour
financer la surveillance de l'Irak et la recherche des armes de
destructions massives : sommes considérables auxquelles
s'ajoutaient
les dommages de guerre réclamés par le Koweït. Au final, il
ne
restait plus à l'Irak qu'1$ par habitant et par mois pour
subvenir
aux besoins vitaux de sa population.
Mon engagement politique
Pour moi, les résolutions des Nations unies étaient
illégales et
génocidaires et la décision des dirigeants irakiens de
contourner
l'embargo pour alléger les souffrances de leur peuple,
légitime. Ces
derniers ont toujours soutenu n'avoir aucune arme de destruction
massive. En conséquence, je considérais de mon devoir, et mon
droit,
de venir en aide au peuple irakien, en danger de mort. Je
considérais aussi qu'il en allait aussi de l'intérêt
de la France.
Comme je l'ai déclaré aux policiers: je ne regrette pas ce
que j'ai
fait et suis prêt à recommencer… si besoin est.
Mon procès doit être aussi celui de l'embargo, du programme
«
Pétrole contre nourriture », de l'agression américaine
contre l'Irak
et du projet déstabilisateur appelé « Grand Moyen-Orient
». Il sera
pour moi une manifestation de mon engagement au côté de la
résistance du peuple irakien.
Rennes, le 16 octobre 2005
Contact : Gilles Munier – 7 rue de Sarzeau – 35700 Rennes -
Courriel : gilmun@...
Fax : 02 23 20 96 58 – Portable : 06 19 74 45 99 - Site Internet
des
AFI : http://www.iraqtual.com
UN PAESE PERICOLOSO
Storia non romanzata degli Stati Uniti d'America
di John Kleeves
Edizioni Barbarossa
pp. 382 - Euro 18
«Kleeves parte da un presupposto abbastanza sorprendente: degli
Stati Uniti si crede di sapere tutto ma in realtà si sa assai poco.
Ciò è dovuto sostanzialmente a due motivi. Il primo è che si tratta
di un paese singolare, con una forte specificità, le cui affinità
con le culture di altre aree del mondo, compresa quell'Europa da cui
provengono, sono più apparenti che reali. Il secondo motivo è che
gli Usa dispiegano una forza propagandistica enorme per essere
percepiti come vogliono essere percepiti ma come in realtà non sono.
In America esiste una United States Information Agency (Usia), con
un budget di tre miliardi di dollari e 50 mila funzionari sparsi in
tutto il mondo, il suo scopo statutario è di «influenzare le
opinioni e le attitudini del pubblico estero in modo da favorire le
politiche degli Stati Uniti d'America». (...) Così gli americani
hanno potuto presentarsi come i vessilliferi dei buoni sentimenti e
della pace, il che è abbastanza straordinario per un paese che dalla
sua nascita ha compiuto più di 200 interventi armati in tutte le
aree del mondo, il cui schiavismo ha provocato 40 milioni di morti,
autore di uno dei più spietati e cinici genocidi della storia,
quello dei Pellerossa, infine l'unico ad aver usato, senza troppi
scrupoli, la bomba atomica.
Kleeves, che fa largo uso della ricerca motivazionale, utilizzata in
psicologia, individua l'origine del «modo di essere americano, di
quella che è una vera e propria teologia, nel protestantesimo
declinato nella sua versione più radicale ed estrema, il
puritanesimo. Ciò dà all'americano medio la certezza di essere dalla
parte degli Eletti, dei Buoni, dei Giusti e agli Stati Uniti la
caratteristica di paese straordinariamente aggressivo, convinto di
avere il diritto, anzi il dovere, di portare il proprio modello
ovunque. Il presidente Roosevelt lo disse
esplicitamente: "L'americanizzazione del mondo è il nostro destino"».
Su questo sentimento (...) si inseriscono gli interessi economici di
quell'oligarchia mercantile che rappresenta il 5% della popolazione,
detiene la metà della ricchezza nazionale e il cui interesse non è
quello di esportare i Buoni Sentimenti ma di omologare l'intero
pianeta al proprio modello per potervi vendere i propri prodotti e
sacrificare così a quello che gli stessi americani chiamano Almighty
Dollar, Il Dollaro Onnipotente. Per ottenere questo scopo sono
disposti a distruggere culture, habitat, diversità, tradizioni,
economie».
(Massimo Fini, "Avvenire", 10 luglio 1999)
Eurasia 3/2005 - Dossier "Il Mediterraneo"
For centuries the Mediterranean Sea has been in the geopolitical
centre of the conflicts between the European powers, and even as
today the stage of geopolitics has expanded on the continental
(Eurasian) level, this area remains the site of possible fracture
between North and South, and the necessary territory of control for
any foreign occupier. Therefore the Mediterranean sea is a very
fortune choice for the fourth issue of the geopolitical
journal "Eurasia".
The Mediterranean Sea is the sacral space for different
traditions and peoples, and also this aspect does not feature
prominently in the considerations of the geopoliticans, the
contribution of Claudio Mutti (Delenda Carthago) on the history and
the end of Carthago brings this question into the view, at least
indirectly when he considers the opposition between the
materialistic civilisation of Carthago with the Graeco-Romanian
culture. Also the difference between an essential land power (Rome)
with its form of Empire, and the sea imperialism can here be tracked
for the first time historically.
A very short article on the island of Malta from Anna Maria Turi
(Malta) can be mentioned here, because this small state lies
approximately between the old Carthagean coast and the Italian
mainland. Malta, which can be called the only Arab member state of
the European Union, deserves special attention because of its long
and eventful history, which concentrates nearly all factors of the
Mediterranean features and also problems.
As the extension of the Mediterranean sea can be seen the Black
Sea. The Black Sea has been long contested between the heirs of the
Byzantine empire, and today, after the dissolution of the Soviet
Union it is one of the places of the aggressive Western penetration
in the Heartland of the Eurasian continent, not at least in the
struggle for the oil of the Caspian sea. This is shown brief but
pronounced by Daniele Scalea (La guerra degli oleodotti intorno al
Mar Nero). A very prominent place of the Black Sea grand space, the
half-island of Krimea, is treated by Stefano Rimini (Crimea: analisi
storica e questioni attuali) and it seems that veritable conflicts
of nationalities are still prevalent in this not much reported area.
The recently deceased Carlo Terracciano, whose very active and
productive life in the struggle for European and Eurasian liberation
is been brought to memory in a special obituary, identifies
beside "our" Mediterranean sea two other comparably regions (I
mediterranei del mondo). These are the Caribbean Sea and the
Southern Chinese Sea. Not only are these three regions seas
surrounded by land or big islands (as in the case of the Southern
Chinese Sea), but also they have each one island in the middle,
which is the strategic key to the dominance of the whole area. These
are: Sicily, Cuba and Formosa (Taiwan). The conquest of Sicily by
the United States of America is the subject of a detailed study by
Alessandro Lattanzio (La Sicilia tra il luglio 1943 e il dicembre
1945) in this issue of "Eurasia". The presence of the Americans also
on the socialist island of Cuba has been made known to the larger
public through the concentration camp for Muslims on Guantanamo Bay,
and Taiwan of course is the American stronghold in direct opposition
to the emerging main rival, China. So all three spots of importance
in the three Mediterranean seas of the Earth are controlled by the
world hegemon.
Alberto B. Mariantoni (Dal "Mare Nostrum" al "Gallinarium
Americanum". Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente)
illustrates the evolution of "our sea" to another "American
backyard" mainly with a list of all the US military and Echelon
(communication espionage) bases in the region, extended into the
Middle East. (There is another interesting article on the military
presence in Central Asia in this volume: Fabrizio Vielmini, La
presenza militare USA in Asia centrale) The appropriate strategy of
this conquest of the European/Eurasian grand space through the
channel of the Mediterranean Sea is analyzed by Antonio Venier (La
geostrategia statunitense nel Mediterraeo e nel Vicino Oriente). But
his analysis reaches the conclusion that the "le operazioni della
grande strategia americana sono state fino ad oggi sostanzialmente
coronate del successo, con il solo ostacolo della tenace resistenza
irachene."
One part of this American strategy is built by the "New
Algeria", which instead of going the democratic way to an authentic
Islamic state, as initiated by the elections of 1991, was forced
into a bloody civil war to re-emerge as a stabile basis for American
penetration of the North-African lands, with the installation of a
US base of telecommunication for the so-called "war on terror". This
chain of events is what Filippo Pederzini does report in his
contribution (La "nuova Algeria". L´ombra statunitense sulle coste
del Mediterraneo sud-occidentale).
An example of Arab resistance in the past against the
imperialist domination through the United States and earlier through
the British Empire, is reflected in the article of Spartaco Alfredo
Puttini (L´immagine della Sfinge: L´Egitto nasseriano e l´opinione
pubblica Italiana), namely the Egypt of Gamal al-Nasser. The
author's focus on the Italian point of view does open in the end to
the perspective of an Euro-Arabic alliance for the Euro-
Mediterranean integration, whose most fundamental obstacle remains
the American cultural hegemony.
The profiteers of the current situation of Western domination
are the different kinds of mafiosi, from the Balcans to the Turkey
as the open gate to the Central Asian narcotic traffic, and to the
Israeli route to the "Russian" Mafiosi, controlling the white
slavery trade. Some aspects of this vast field is treated by Adriano
Scianca in his presentation (Narcotraffico e Mediterraneo), where he
concentrates on the aspect of drugs, and sees mainly the enemies of
his choice, Albanians and Chechens, as main perpetrators.
A festival of groups, dedicated to the spread of "democracy",
being mainly the replacement of national sovereignty through
subordination to the mondialist strategy and the cultural "values"
of the United States of the America, which was held in Tirana in the
June of 2005, is described in interesting details by Silvia Zugno
(Tirana: il festival dell´attivismo mondialista). But she also goes
into the underlying strategy, openly described in American strategy
papers like "Restoring the American leadership: 13 cooperative
steps". A fact remains nevertheless unmentioned: the American
strategy does not only succeed because of the unrealistic
expectations of "freedom" and "prosperty", which are exploited by
the organisers of these Franchise "coloured revolutions", but also
because of the historical unjustice exercised by the Eurasian powers
themselves, be it Moscow, Peking or smaller players. The Eurasian
strategy has to pay attention to this, if it wants to succeed.
One who always does is the philosopher of Marxist background,
Costanzo Preve, who has become a constant contributor to this
geopolitical journal. His critical questions should be highly
welcomed. On the relationship between Europe and "its" Mediterranean
sea (L´Europa e l´area euro-mediterranea), he seems to ask: Which
Europe? Do we know at all what we are talking about? Does a
Christian Europe exist at all? Does a Carolingian Europe? An
enlightened Europe? A bourgeoise Europe? Preve's main point, beside
the philosophical consideration to the mentioned questions, is the
transformation of Europe through the decisive years of 1989-1991,
where the small concepts of Europe have become anachronistic, but at
the same time the "re-unification" of Europe has been a strategic
success for the USA and the Euro-Atlantist strategy. In general the
enlargement of Europe can not be seen in terms of positive/negative,
but in the perspective of an crisis, even of an anthropological
nature. The main obstacle to the constitution of an Euro-
Mediterranean unity is, of course, the demonisation of the Islam,
not of only of the hard variety of the vitriolic hate of a Fallaci,
but also of the soft variety of the mainstream talk of
the "backwardness" of Islam. (See for the subject of the "clash of
civilisations" with the Islamic world also the interview with Enrico
Galoppini, author of Il fascismo e l'Islam, in this same volume
(Mondo islamico e disinformazione: la dimensione mediatica
dello "scontro di civiltà") Preve expects an inevitable
secularisation of the Islamic societies due to the scientific
progress. This shows that he neither considers Islam's cyclic
function nor the special relation between the knowledge and the
sacred, through which the Islamic culture had become the real
inventor of the modern science, although science's place was not in
the centre, but in the framework of the Islamic tradition. This
equilibrium could not be transmitted to Christian Europe and lead
here to the one-sided technological development as an end in itself
and a means for capitalist profit. Not only Islam shall not be
secularised by technology, in the reverse only Islam has the means
to secularise the idolatrous pseudo-religion of capitalism, whose
roots are tracked in one contribution of this volume in the biblical
time (Genesi biblica della rivoluzione iperborghese, by Marek
Glogoczowski).
Preve has recently tackled the questions of European
perspectives on geopolitics in his book Filosofia e geopolitica
which has been published in the same edition house as "Eurasia"
Edizioni all'insegna del Veltro). It is reviewed in this issue by
Daniele Scalea. Another contribution of Costanzo Preve (I referendum
sulla "costituzione europea") has been written at the time of the
two referendums on the European constitution in France and the
Netherlands. Preve gives a detailed panorama on the question of
globalisation and the opposition against it. He sees the rejected
constitution as a step to a neo-liberal Europe, part of the Western
bloc under the hegemony of the USA and therefore lauds the No to the
constitution. This intervention is followed by a shorter answer by
Claudio Mutti (Il bambino e l´acqua sporca), who agrees with Preve´s
critic of the "orribile Europa dei burocrati neoliberali", but
warns against the demolition of the European means to an European
integration and therefore a possible European Empire independent of
Washington. A grave danger lies in the way backward to the "Europe
of the little fatherlands", of those small states who can never
build an counter-weight to the American superpower, and who are
favoured by the populist and right-extremist movements (always
islamophobe and xenophobe in different grades), which are becoming
strong in some European countries, and which, we might add, can
become a second piste for Washington and Tel Aviv, if "the neo-
liberal bureaucrats" should fail to deliver their globalist agenda.
This subject is treated by Claudio Mutti also in a critical
review of the book "Scritti etnonazionalisti. Per un´europa delle
Piccole Patrie" by Federico Prati and Silvano Lorenzoni, which
represents the exact opposite of any Imperial idea and of the
Eurasian current in particular. The latter co-author is known to us
as the author of a rather illuminating study on Chronos. Saggio
sulla metafisica del tempo and an interesting, but also partly odd
study on the Involuzione. Il selvaggio come decaduto, the
degeneration of human races. Strange, he seems not to notice that
the micro-nationalism, proposed by him, is exactly one way to such
derogation of human cultures, "pygmysation" to speak with his words.
But what Mutti demonstrates is another aspect of this idea of "a
small state for every small population group": its compatibility -
to say the least - with the American-Zionist plans of fragmentation
of all possible rivals, as demonstrable in the cases of Kosovo and
Kurdistan. A similar position of an "etnonazionalista völkisch" - a
threefold neologism, as Mutti notes - is held by Guillaume Faye, who
is one of the main agents of influence for the American conversion
of the European Right, old or new, according to Atlantist designs.
Martin A. Schwarz
Dissoluti & Arroganti
di Maurizio Blondet
TORINO - Non è tanto la mistura di eroina, cocaina ed alcol; né
tanto il fatto che Lapo Elkann, l'indecoroso rampollo, se ne sia
riempito fino a ridursi in coma.
Il vero punto è che il giovane, ultimo dissoluto Agnelli, si è
ridotto all'incoscienza nel losco quartierino di un travestito
pugliese cinquantenne, con i labbroni e le tettone gonfiati di
silicone, in compagnia di due altri transessuali: evidentemente il
coktail di droghe gli serviva, al Lapo, per mantenere l'eccitazione
sessuale oltre ogni sazietà, oltre ogni abisso di schifo.
Alcuni lettori mi chiedono di dire la mia.
Ma che dire?
Molti Agnelli sono così.
Il nonno, stimatissimo dai suoi maggiordomi della stampa, era così.
E anche peggio, se a Torino corrono voci di oscurissimi satanismi e
malvagità nefande e gratuite attorno e dentro la «famiglia».
Il tutto circondato dal silenzio servile di una città, Torino, i cui
abitanti si considerano da sempre - sindacati compresi, CGIL e
Partito Comunista inclusi - vassalli della famiglia feudataria e
fannullona.
Quando Edoardo Agnelli si gettò da un ponte dell'autostrada qualche
anno fa, anche lui travolto da droghe e da altre paturnie a sfondo
mistico (suo padre l' «avvocato» pare commentasse, tenero come
sempre: «beh, ha avuto un bel coraggio a gettarsi. Non lo credevo»),
visitai Villar Perosa, sede della «famiglia»: gli abitanti del luogo
parevano i villici de «Il castello» di Kafka, tutti rispettosamente
omertosi, a proteggere gli intoccabili nella loro villona; si
sarebbero messi in costume se solo l'«avvocato» lo avesse loro
ordinato.
E gli Agnelli, nella loro perenne bolla di adulazione, si sono
infatti considerati nobili.
Basta vedere come hanno chiamato i figli: Lapo, Yaki, Ginevra.
Nomi d'alto lignaggio, una ridicola mascherata.
Ma quali nobili: sono per lo più ebrei imparentati con ebrei, ma del
raro genere dei giudei incapaci; i Nasi (turchi d'origine, forse
sabbatei: «nasi» è nome ebraico - turco che significa «principe», ma
principe nella sinagoga), gli Elkann.
Hanno lavorato raramente.
Sempre staccato dividendi e villeggiato nelle loro varie magioni,
Manhattan, Levanto, Portofino, qualche yacht.
Capitalisti senza capitale (glielo abbiamo sempre fornito noi
contribuenti italiani, in un modo o nell'altro) ma ben forniti di
boria.
Come industriali, hanno distrutto più che creato; hanno fornito
all'esercito italiano gli automezzi più tragicamente inadeguati
della seconda guerra mondiale, ed hanno continuato anche dopo.
Bravi a lavorare in regime di monopolio, incapaci di tenere testa a
una seria concorrenza.
Micragnosi con la clientela, a cui pareva di regalare qualcosa
quando facevano pagare come una vera auto una 500 fabbricata in
Polonia del valore, forse, di 300 euro.
Come percettori di cedole, dividendi e coca, insaziabili.
Il padre del dissoluto bisessuale, Alain Elkann, scrittore di
modesta qualità, ha un vantaggio come pubblicista: fa interviste
importanti.
Non dev'essere difficile intervistare «persone importanti» che sono
sul libro paga degli Agnelli.
Alain ha campato decenni intervistando Indro Montanelli, capo dei
maggiordomi della «famiglia».
Alain Elkann ha scritto «Mitzvah», dove si diffonde superfluamente
sul suo orgoglio di essere ebreo, e su come loro ebrei siano
migliori dei goym; ha scritto una biografia di Alberto Moravia,
giustamente dimenticato dittatore delle lettere italiche per mezzo
secolo, in quanto ebreo.
«Moravia» era infatti lo pseudonimo di un Pincherle, della famiglia
imparentata coi Rosselli e il resto del giudaismo livornese, i
Nathan, i Montefiore; era tanto amato dal nostro Ciampi.
Anche Pincherle detto Moravia amava il sesso estremo, anche se la
natura non l'aveva dotato di mezzi biologici; Dacia Maraini, che fu
sua amante se così si può dire, raccontò in un poema come il
Pincherle - Moravia le orinasse nelle mani, essendo incapace di
fare meglio.
Dev'essere uno stile, una razza.
Ma naturalmente, i libri dell'Elkann padre vengono rispettosamente
recensiti, adulati, esaltati dal servidorame mediatico.
In fondo, per matrimonio, è un Agnelli ed ha pure l'erre moscia.
Elkann padre, l'altra sera, mentre certe TV ripugnanti preparavano
in fretta un servizio sul figlio debosciato in rianimazione per
cretinismo vizioso, è stato invitato da Bruno Vespa.
Lui s'è inalberato: «mi vergogno di essere italiano».
Sì, anche noi ci vergogniamo che lui sia italiano.
Ma è italiano poi?
Nato a New York, vissuto a Parigi, per sua ammissione «furiosamente
cosmopolita», è di Villar Perosa dopo aver appeso il cappello
sposando una figlia dell' «avvocato».
E Villar Perosa non è Italia, ma «Il castello» di Kafka, o il
contado di un Dracula da operetta.
Pensi alle sue qualità di padre e di educatore, l'Alain, piuttosto.
Com'è che il suo Lapo è così dissoluto a 29 anni?
Così fesso da non saper gestire la coca, cosa che almeno il nonno
sapeva fare?
E così «cheap» da finire con tre travestiti di quartiere?
E questa sarebbe la classe dirigente?
Dissoluti, e arroganti.
Maurizio Blondet
http://www.effedieffe.com/rx.php?id=681%20&chiave=elkann
Le democrazie non possono resistere alla sovversione americana. Di
questi tempi, meglio un dittatore
Come difendersi dalla Low Intensity War degli Usa
di John Kleeves ("Italicum", gennaio-febbraio 2002)
Nella seconda settimana di gennaio, forse nello stesso giorno, nei
due Paesi più importanti del Mondo Libero, quello ancora non
asservito dagli USA, sono stati presi due provvedimenti di segno
contrario nei riguardi della stessa entità, l'opposizione politica
al governo : in Russia è stata chiusa la rete televisiva TV-6, che
era definita qua da noi, nel Mondo Servo, come " l'ultima rete
nazionale russa indipendente rimasta ", e in Cina è stato scarcerato
anzitempo il dissidente Wang Ce, che ha subito preso l'aereo verso
gli USA. Abbiamo quindi una linea nei riguardi dell'opposizione che
da una parte si indurisce e dall'altra si ammorbidisce. Qualcuno
evidentemente nel Mondo Libero si sta sbagliando: chi dei due?
Non la Russia, direi. Il nostro periodo storico è dominato da un
unico, chiarissimo e fatidico tema: il tentativo della Nazione
chiamata Stati Uniti d'America di assumere il dominio planetario.
Come nel V secolo il tema in Europa erano le invasioni barbariche e
le scorrerie di Attila l'Unno, così ora per tutto il mondo il tema
sono gli assalti americani. Ci sono altre trame, più vicende,
diverse situazioni, ma sono tutte secondarie e di contorno; solo
questo conta, perché da qui dipende il destino dell'umanità, di
tutti quanti per secoli e forse millenni a venire. E' un tentativo
che va respinto a ogni costo, perché gli USA non mirano ad
amministrare l'umanità, e neanche solo a imporle il loro sistema
sociale e di valori, come tanti dicono per sottilissimo equivoco o
per astutissima distorsione, ma mirano gli USA questa umanità a
sfruttarla per fini economici, a schiavizzarla. Allora ogni Paese ha
un obiettivo sopra tutti gli altri: respingere gli
assalti statunitensi e rimanere indipendente, rimanere LIBERO.
Democrazia e dittatura
Bene, assodato ciò c'è questo da dire: i sistemi parlamentari
elettorali, e i governi da essi espressi, non sono adatti a
resistere agli assalti americani.
Gli USA sono i maestri della sovversione. Quasi tutto il loro
apparato federale, il 95% direi, è progettato per la sovversione
all'estero. Adoperano sempre lo stesso sistema. Accompagnando il
tutto con dosi enormi di propaganda e di corruzione ( personale come
nel caso dei mensili a Presidenti di Repubblica e societaria come
nel caso dei finanziamenti a partiti, media, clero eccetera ),
invocando pretesti di tutti i generi come
cooperazioni militari e di polizia (ora in auge la "lotta alla
droga"), come scambi commerciali e culturali, come iniziative
diplomatiche, religiose, scientifiche, "umanitarie" e finanche
sportive, e nascondendosi dietro una galassia di istituzioni
internazionali come ONU e FMI e di Ong come Green Peace e Save the
Children, tutte in realtà ai loro ordini, nei Paesi presi di mira
gli USA seminano zizzania, accentuano le
contrapposizioni di ogni genere, economiche, etniche, religiose,
politiche, persino generazionali, cercano elementi scontenti
disposti a tradire i loro connazionali e elementi labili (tipici gli
studenti e gli intellettuali più giovani) da circuire in tal senso,
e continuano così sino a che non riescono a insediare il governo che
vogliono e a farlo sostenere dalle forze locali che contano.
L'accomodamento che ne risulta è quello cosiddetto neocoloniale,
inventato appunto dagli americani e basato su un governo e un
ceto dirigente locale che è collaborazionista e traditore, e che di
fatto funge da kapò per quegli USA coi quali si spartisce le risorse
del Paese a danno della grande maggioranza dei cittadini, del
popolo. Tecnicamente il governo desiderato è insediato con elezioni
truccate o influenzate, o con colpi di Stato civili o militari, ma a
monte c'è sempre la preparazione descritta, indispensabile.
Ora, si capisce bene che tutto ciò - senza ostacoli in un sistema di
democrazia parlamentare - diventa invece impossibile con una
dittatura. Qui c'è un uomo, il dittatore appunto, che non è
corruttibile e che può bloccare tutte le iniziative sovversive
americane: può chiudere il tale giornale o la tale Chiesa o il tale
istituto culturale che riceve soldi esteri, punire il tale
funzionario corrotto, impedire l'ingresso a qualunque Ong
malintenzionata, arrestare il tale funzionario dell'ONU che fa
spionaggio o che - è capitato - viene a spargere uova di cavallette
o bacilli epidemici, vietare tutto il materiale propagandistico
americano (cominciando dai film di Hollywood) e così via, il tutto
senza correre il rischio di essere bloccato dalla sentenza di un
tribunale corrotto, da una campagna di stampa orchestrata, da una
manifestazione studentesca di giovani allucinati dalle balle di
Internet, da uno sciopero profumatamente pagato, da una elezione
venduta.
Low Intensity War
Si può anche fare un esempio molto preciso. Gli USA decenni fa hanno
messo a punto un tipo di guerra speciale, studiata appositamente
contro le democrazie, per sovvertirle quando i soliti sistemi non
bastano: è la terribile LOW INTENSITY WAR. Essa è chiamata qua da
noi, a seconda del tratto che più si evidenzia, guerra d'attrito,
guerra per procura, terrorismo, narco-terrorismo, guerriglia,
insurrezione armata, rivolta armata, ma ha sempre lo stesso
concetto: fare la guerra a un Paese senza che quel medesimo Paese
possa reagire sullo stesso piano, senza che quel Paese possa
DICHIARARSI IN GUERRA: lo mangiano vivo pian piano e quello non può
difendersi. L'ho chiamata "terribile" perché le vittime sono sempre
molto numerose e sono in genere civili.
La Low Intensity War avviene sempre per procura, tramite elementi
locali o attirati da altri luoghi con la promessa di alto guadagno.
Il guadagno può essere direttamente danaro o la possibilità di
inserirsi in un traffico super lucroso che sinora nei casi
verificatisi è sempre stato quello della droga, cocaina o eroina; le
armi, l'addestramento e la guida tattica, le informazioni
satellitari e di intelligence e certe cose collaterali come la
disinformazione e la stampa di moneta locale falsa sono eseguiti
invece direttamente dagli americani, CIA, Pentagono e gli altri. E'
la guerra dell'Unita in Angola, del MNR in Mozambico, dei Contras in
Nicaragua, dei "ribelli" musulmani in Bosnia, dell'UCK in Kosovo e
in Macedonia, dei mujahedin in Afghanistan, Cecenia, Kashmir e
Xinchiang, di altri non assurti ancora alla cronaca dei nostri
giornali. Guerre sempre con un numero altissimo di vittime civili:
un milione sinora in Mozambico, su diciotto milioni di abitanti,
alcune centinaia di migliaia in Angola, cinquantamila in Nicaragua,
a migliaia ogni volta dalle altre parti, dove le cose non sono
finite dappertutto.
Bene, in tutti quei casi i Paesi aggrediti, aggrediti dagli USA come
è sempre stato lampante, non hanno mai potuto dichiarare lo stato di
guerra, e quindi non hanno mai potuto prendere quei provvedimenti
che soli avrebbero permesso di sconfiggere gli aggressori:
mobilitazione generale di tutti gli abili, instaurazione della
censura e della giurisdizione di guerra, coprifuochi tassativi,
rastrellamenti estesi e insistiti, terra bruciata nelle zone della
guerriglia, niente prigionieri e nel caso condanne a morte
esemplari trattandosi di nemici non in divisa, senza bandiera. E
sapete perché non hanno mai potuto dichiarare lo stato di guerra?
Perché le opposizioni e i loro media, in tutti quei casi entità
sempre infiltrate dagli americani, non lo hanno mai permesso,
sostenendo che il governo voleva cogliere l'occasione per lucrare
vantaggi politici interni, per poter imbavagliare l'opposizione
stessa. Dov'è l'invasore dicevano? Quale nazione ci ha dichiarato
guerra? Sono semplici banditi, una cosa per la polizia!
Ricordate la radio B 92 di Belgrado durante l'assalto dell'UCK nella
regione yugoslava del Kosovo, ricordate le parole di Djngic e degli
altri, cioè di quelli che poi hanno venduto Milosevic? E ricordate
la sollevazione delle opposizioni della Macedonia e le loro
insinuazioni quando Traikovsky chiese la dichiarazione dello stato
di guerra? Tutto matematico, tutto calcolato nella dottrina della
Low Intensity War.
Ha fatto bene Putin
Ecco perché io sostengo che bene ha fatto Putin a togliere dalla
circolazione la rete TV-6. Sapete chi è il proprietario di questa
televisione: Boris Berezowsky, un uomo arricchitosi nel caos del
dopo URSS e che ora, essendo sotto inchiesta in Russia per illeciti
finanziari, addirittura vive a Londra, una roccaforte degli
atlantici. Questa non è una "rete indipendente", è una rete
influenzata dagli americani, e gli americani sono nemici della
Russia da un pezzo. Non solo: hanno addirittura iniziato contro la
medesima le operazioni di Low Intensity War: i mercenari musulmani
che hanno assalito la Bosnia e il Kosovo demolendo la affine
Yugoslavia, e i "ribelli" ceceni che hanno incendiato il Caucaso
russo e che hanno addirittura compiuto attentati terroristici a
Mosca facendo centinaia di morti, sono creazioni USA nell'ambito
preciso di questa
dottrina della Low Intensity War. Fra poco anzi quest'ultima avrà -
ne sono certo - una escalation drammatica: gli USA con la scusa di
Bin Laden hanno ottenuto basi in Uzbekistan, Turkmenistan,
Tagikistan, Kirgizistan e naturalmente Afghanistan e lì faranno come
hanno fatto contro la Macedonia partendo dalle loro basi in Kosovo:
organizzeranno altre bande di "ribelli" musulmani, che pagheranno
con dollari e anche inserendoli nel traffico di droga (precisamente
di eroina prodotta nel Triangolo d'Oro, zona da sempre controllata
dagli USA), e le spingeranno contro i civili russi per espellere la
Russia da tutta l'area. Bene, quando cominceranno queste manovre la
Russia dovrà mobilitare, perché non basteranno operazioni di polizia
o di forze speciali, e non dovranno esserci campagne di stampa
orchestrate per dire: Putin, o chi ci sarà, vuole approfittare
perché la sua poltrona traballa!
Anche la Cina è sotto attacco da molto tempo, e appena il regime ha
liberalizzato un po' la politica per migliorare l'economia gli USA
hanno messo in moto la solita macchina: infiltrazioni, propaganda
(molta su Internet per gli studenti), finanziamenti, iniziative di
molti generi. Allarmante il fenomeno delle sette: sotto i pretesti
spirituali da sempre in Cina le sette sono mezzi di lotta politica e
negli ultimi anni sono cresciute enormemente per via dei soldi che
arrivano da fuori (la setta Falun Gong è accreditata di 80 milioni
di simpatizzanti). Anche la Chiesa Cattolica ha cominciato a
spingere per acquistare spazi: Wojtyla non manca mai di tenere
bordone agli americani. Ed è anche stato appicciato un
focolaio di Low Intensity War: i ribelli musulmani del Xinchiang. Ma
con tutto ciò il governo ha lasciato andare Wang Ce, il presidente
della "Lega per la democrazia in Cina". Non si tratta certo di un
errore fatale. E' una cosa piccola, davvero infinitesimale per il
grande Paese ma ecco, non va nella direzione giusta.
Considerazioni
Forse con quanto sopra ho fatto un discorso un po' nuovo, e in ogni
caso non vorrei essere frainteso. Io non ho detto che la democrazia
è un sistema sbagliato. Magari lo è, ma non è questo l'argomento che
è stato affrontato.
L'argomento affrontato è stata l'attitudine di un sistema politico
di resistere agli assalti USA e la conclusione è stata che il
sistema parlamentare elettorale, la democrazia diciamo, è in merito
assai carente, quasi non ha possibilità. Magari è un sistema
perfetto in ogni altro caso, ma quando si è sottoposti a un attacco
come quello messo a punto dagli USA, anche così atipico, così
subdolo, non è all'altezza e condanna il Paese alla
sconfitta, lo rende servo degli USA.
In questo caso, che è un caso di emergenza, l'unico sistema in grado
di resistere è la dittatura. Del resto è pur vero che gli antichi
Romani, i conquistatori del mondo, quando lo Stato era in pericolo
sospendevano gli ordinamenti repubblicani ed eleggevano un dittatore
in piena regola, con pieni poteri sia militari che civili. Forse il
discorso che ho fatto non era veramente una cosa nuova. Era una cosa
dimenticata.
John Kleeves
MONDO IN PERICOLO
http://www.rivoltaonline.org/Usa.htm
Noi non viviamo in un tempo come un altro, in cui ognuno può
prendersi il lusso di dedicarsi soltanto alle sue cose personali, al
suo lavoro e ai suoi interessi particolari, perché tanto "il mondo
va avanti lo stesso". Il mondo ora sta correndo un pericolo e se
nessuno fa niente non dico che finirà, ma certamente non andrà più
avanti come prima. Il pericolo si chiama Stati Uniti d'America: tale
federazione - in realtà un Paese unico e monolitico - è sul punto di
ottenere il dominio planetario e questo è un pericolo perché gli USA
non vogliono comandare il mondo allo scopo di governarlo, ma allo
scopo di sfruttarlo. Gli USA non sono una riedizione dell'Impero
Romano, come pure vogliono fare credere con la falsa modestia
d'obbligo. Lo fossero qualcuno li potrebbe anche accettare, ma non
lo sono: i Romani assoggettarono sì il mondo con la forza ma poi lo
governarono, gli diedero cioè qualcosa in cambio, una
amministrazione, degli ordinamenti, delle città edificate, delle
infrastrutture (ad esempio 85.000 chilometri di strade, quasi tutte
in contrade che non le avevano mai viste prima); agli Americani
invece gli altri popoli interessano solo come fornitori di materie
prime e di manodopera, come schiavi. Eventualmente come consumatori.
Il problema è che la gente non si rende conto del pericolo. Non se
ne rende conto perché gli USA sono un Paese singolare, di un tipo
unico nel suo genere e che non si era mai visto prima; non se ne
rende conto perché gli USA, nonostante la notorietà e l'abbondanza
delle informazioni, della cronaca e anche dei contatti diretti, sono
in verità degli sconosciuti. C'è quindi un compito impellente in
questi tempi per gli uomini all'altezza e di buona volontà:
contribuire a colmare questa lacuna, informare la gente sulla vera
natura degli Stati Uniti.
Gli USA non sono un argomento semplice. Del resto lo fosse stato non
saremmo qui a parlarne ora. Gli USA innanzitutto sono un sistema,
dove tutte le sue manifestazioni sono collegate e interdipendenti:
non si può veramente capirne un solo aspetto se non si ha capito il
tutto. Il fatto poi che questi aspetti siano tutti negativi, alcuni
addirittura micidiali (le vittime delle guerre e delle repressioni
per procura, che sono decine di milioni), aggrava l'inconveniente
perché la gente stenta a credere a una negatività così completa:
sembra pregiudizio. Quindi gli USA presentano una difficoltà davvero
singolare: la costante dicotomia fra ciò che dicono di essere e di
fare e ciò che invece effettivamente sono e fanno. Sono un Paese che
sembra preda di una ipocrisia congenita e profondissima, si direbbe
patologica, dove i fatti contraddicono costantemente le parole e
dove la pratica sconfessa sistematicamente la teoria. Le nobili
parole della Dichiarazione di Indipendenza nascondevano la
ribellione dei grandi mercanti Puritani del New England nei
confronti della Corona inglese che li aveva tagliati fuori dal
mercato della Cina per favorire la East India Company di Londra. La
Costituzione del 1787 cominciava con le parole WE THE PEOPLE così in
maiuscolo ma stabiliva un sistema oligarchico basato sul danaro così
ferreo da essere arrivato da allora sino ad oggi assolutamente
inalterato. La libertà di stampa e di espressione così decantata e
vantata dagli americani è cosa campata per aria, sterile: si può
stampare e dire ciò che si vuole a patto che ciò non arrivi davvero
al pubblico.
Come con gli oppositori: anche se pacifici, possono esistere se non
mettono in pericolo davvero il sistema, altrimenti sono incarcerati
con pretesti, perseguitati nella vita o anche uccisi dall'FBI per
strada. Teoricamente ci possono essere tutti i partiti politici, e
difatti ce ne sono attualmente 29 negli USA, compreso un Communist
Party USA, ma di fatto per il meccanismo dei finanziamenti e delle
liste se ne possono affermare solo due, quelli infatti sulla ribalta
da sempre, il Democratico e il Repubblicano, che oltretutto sono un
partito solo, o le due facce della medesima medaglia. La politica
estera americana è sempre stata un campionario di belle intenzioni e
di roboanti slogan dietro cui stavano costantemente obiettivi
addirittura sordidi. Si potrebbe continuare per pagine. Gli USA sono
dunque un argomento complesso e difficile. Ma se si vuole fare
qualcosa per il mondo, sì qualcosa per il mondo, questa è una
occasione. Il tempo e le energie che si dedicano alla diffusione
della comprensione degli USA non sono buttati via.
John Kleeves
CHI ERA SIMON WIESENTHAL ?
Mentre manca tutt'ora la prova "fisica" del presunto sterminio di
massa commesso dai nazisti, viene dato ampio credito
ai "sopravissuti dell'Olocausto" in qualità di testimoni oculari, un
credito che tuttavia è malriposto.
Uno dei più famosi sopravissuti della Shoah è Szymon (Simon)
Wiesenthal, ebreo, nato il 31 Dicembre 1908 a Buczacz (ora Buchach,
in Ucraina) a quel tempo città della provincia austro-ungarica della
Galizia. Il padre era un ricco commerciante all'ingrosso di zucchero.
Wiesenthal dopo essere stato internato nel campo austriaco di
Mauthausen, dedicò la sua vita a dare la caccia agli ex nazisti in
tutto il mondo.
Da questi prende il nome un'organizzazione internazionale (Centro
Wiesenthal) con sede a Los Angeles, mirante a tutelare e a
monitorare gli interessi ebraici, nonché a promuovere la propaganda
dello sterminio di massa.
Su Wiesenthal c'è un episodio poco conosciuto: nel 1946 fu
pubblicato il suo libro di memorie dal titolo " KZ Mauthausen, Bild
und Wort " (Campo di Concentramento di Mauthausen, foto e racconti)
il quale contiene una delle più clamorose falsificazioni di tutti i
racconti sull'Olocausto.
Wiesenthal illustrò il suo libro con disegni che si suppone lui fece
quando era a Mauthausen o provenienti da ricordi postumi. Uno dei
disegni più noti del suo libro rappresenta tre ebrei, nel loro
pigiama a strisce, legati ad un palo e fucilati dai nazisti. Il
disegno, in basso a sinistra, porta la sua firma.
Sebbene Wiesenthal descrivesse l'episodio come avvenuto a
Mauthausen, in verità non fece altro che scopiazzare una serie di
foto apparse sulla rivista americana LIFE del Giugno 1945.
Le fotografie illustravano soldati tedeschi catturati durante la
Battaglia delle Ardenne, travestiti da soldati americani e fucilati
da un plotone di esecuzione americano.
Wiesenthal copiò il suo disegno dei " tre ebrei fucilati " da una
stampa fotografica di LIFE che mostrava invece tre tedeschi fucilati
dagli americani.
Una vera e propria impostura! Le foto ed il disegno sono entrambi
disponibili sul sito:
http://www.stormfront.org/whitehistory/wiesenthal.htm
A parte questo "dettaglio", non è ben chiaro, a tutt'oggi, cosa fece
Wiesenthal durante gli anni dell'occupazione tedesca.
Ad esempio: egli diede tre versioni diverse in tre occasioni
altrettanto diverse circa la sua professione durante il tempo di
guerra.
PRIMA VERSIONE
Interrogazione sotto giuramento il 27 e 28 Maggio 1948, durante una
sessione inquisitoria, condotta da Curt Ponger , ufficiale americano
della Commissione Crimini di Guerra di Norimberga, Interrogazione N°
2820, pratica presso il National Archives di Washington, DC, "Atti
degli Interrogatori nei Processi per Crimi di Guerra di Norimberga
1946-1949", Gruppo Atti 238, microfilm M-1019, rullino 79, sequenze
460-469 e 470-476.
Wiesenthal dichiarò che fra il 1939 e il 1941 era un ingegnere-capo
sovietico che lavorò a Leopoli e a Odessa.
SECONDA VERSIONE
Nel gennaio 1949, nell'ambito di una "richiesta di assistenza" del
Comitato Internazionale dei Rifugiati in Austria, disse che dal
Dicembre 1939 all'Aprile 1940 lavorò come architetto nel porto di
Odessa sul Mar Nero.
TERZA VERSIONE
Nella sua autobiografia " The Murderers Among Us " (Gli assassini
fra di noi ), edito da Joseph Wechsberg (New York: McGraw Hill,
1967) a pagina 27 disse che tra la metà del Settembre 1939 al
Giugno 1941 lavorò nella città di Leopoli (allora sovietica) come
meccanico in una fabbrica di molle per letti.
Dopo che le truppe tedesche presero il controllo della Galizia, nel
Giugno 1941, Wiesenthal fu internato nel campo di Janowska (vicino a
Leopoli), dal quale fu trasferito alcuni mesi dopo per andare in un
campo per addetti ai lavori di riparazione della Ostbahn (Ferrovia
dell'Est) nella Polonia occupata dai tedeschi.
Nella sua autobiografia Wiesenthal affermò di aver lavorato come
tecnico, che era trattato bene e che il suo superiore, che
era "segretamente anti-nazista" gli permise perfino di possere due
pistole!
Wiesenthal aveva il suo ufficio in una "piccola casetta di legno",
godeva di "una relativa libertà e gli era concesso di passeggiare in
tutti i cantieri".
Il periodo più oscuro di Wiesenthal fu quello dall'Ottobre 1943 al
Giugno 1944. Durante l'interrogatorio, sotto giuramento, nel 1948,
egli affermò che si unì ad un gruppo partigiano, dal 6 Ottobre 1943
fino al Febbraio del 1944. Egli disse di aver portato i gradi di
tenente e quelli di maggiore e che era responsabile per la
costruzione di bunker e linee di fortificazione.
Sebbene non lo abbia esplicitamente confermato, avrebbe dato da
intendere che il (presunto) gruppo partigiano fosse la ARMIA LUDOWA
(Armata Popolare), forza armata comunista polacca, creata e
controllata dai sovietici.
Il 13 Giugno 1944 la sua unità viene catturata dalla polizia
militare tedesca (e sebbene i partigiani ebrei trovati nascosti
venivano spesso passati per le armi, egli fu, in qualche modo
risparmiato).
Disse di essere fuggito dalla prigionia agli inizi di Ottobre 1943 e
che poi " combattè contro i tedeschi come partigiano nella foresta "
per diversi mesi, fino al Marzo 1944, dopodiché si nascose a Leopoli
fino al Giugno del 1944.
Nella sua autobiografia del 1967 Wiesenthal raccontò tutta un'altra
storia. Afferma che, dopo essere fuggito dal cantiere ferroviario
della Ostbahn il 2 Ottobre 1943, visse nascondendosi in varie case
di amici fino al 13 Giugno 1944, quando fu scoperto dalla polizia
tedesca e polacca e rimandato in un campo di concentramento. Non fa
alcun riferimento alla benché minima appartenenza a gruppi
partigiani.
Tuttavia, sia nell'interrogatorio del 1948 che nell'autobiografia
del 1967, una cosa combacia, cioè il suo tentato suicidio il 15
Giugno 1944 tagliandosi i polsi. Incredibilmente fu salvato dalla
morte dai medici delle SS tedesche e ricoverato in un ospedale
delle SS. Rimase al campo di concentramento di Leopoli "con doppia
razione di cibo" per qualche tempo e poi, sempre secondo la sua
autobiografia, fu trasferito in vari campi di lavoro. Fu liberato a
Mauthausen (vicino a Linz in Austria) dalle forze americane il 5
Maggio 1945.
Insomma, Wiesenthal si è forse inventato un passato da eroico
partigiano? Oppure ha tentato in seguito di eludere il suo passato
da combattente comunista? Oppure la verità è ancora diversa e,
forse, troppo vergognosa da raccontarla?
Il 10 Novembre 1975, l'allora cancelliere federale austriaco, il
socialista Bruno Kreisky (di lontane origini ebraiche), in un
intervista rilasciata a giornalisti stranieri, pubblicata dalla
rivista PROFIL N° 47 del 18 Novembre 1975 a pag 16, 22 e 23, accusò
Wiesenthal di usare "metodi mafiosi", rifiutò la sua
pretesa "autorità morale" ed asserì che fosse un agente dei nazisti.
Qui di seguito sono riportate alcune sue dichiarazioni:
" conosco il Sig. Wiesenthal solo dai rapporti segreti e non sono
per niente buoni. Dico questo in qualità di Cancelliere Federale. E
dico anche che Wiesenthal aveva un rapporto con la Gestapo diverso
dal mio. Ciò può essere provato.
Qualsiasi altra cosa io possa dire in proposito, la dirò solo
davanti ad una corte di tribunale.
Il mio rapporto con la Gestapo è incontestabile. Fui loro
prigioniero e da loro fui interrogato.
I suoi rapporti erano diversi. Questo è quello che dico e che un
giorno si saprà. Ciò che ho detto è già abbastanza negativo.
Ma egli non può discolparsi accusando me di diffamare il suo onore a
mezzo stampa, come vorrebbe che facessi. Non è così semplice in
quanto ciò comporterebbe un eclatante caso legale.
Un uomo come quello non ha il diritto di pretendere di elevarsi ad
autorità morale. Questo è quanto sostengo. Affermo che il Sig.
Wiesenthal ha vissuto a quel tempo nella sfera di influenza nazista
senza essere perseguitato. Ci siamo? Ed ha vissuto liberamente senza
problemi. E' chiaro? E voi forse tutti sapete che, all'epoca, non si
potevano correre rischi.
Non era un "sottomarino" che si immergeva e riemergeva di tanto in
tanto, non ne aveva bisogno.
Penso di aver detto abbastanza. Non aveva bisogno di essere un
agente diretto della Gestapo. Vi erano molti altri incarichi! "
Wiesenthal fece circolare una delle più truculente storie
olocaustiche: l'accusa ai tedeschi di aver fabbricato sapone con i
corpi degli ebrei uccisi.
Egli raccontò che la sigla riportata all'esterno dei pani di
sapone " RIF ", stesse ad indicare "Rein Judisches Fett" (vero
grasso ebraico). In realtà la sigla stava per: Reichsstelle fuer
Industrielle Fettversorgung (Centro Nazionale Approvvigionamento
Grassi Industriali).
La storia del sapone, così come quella dei paralumi fatti con pelle
di ebrei (in verità era pelle di capra) e delle teste mummificate di
ebrei (in verità provenienti da un museo antropologico tedesco in
Sud America e che portavano ancora il numero di inventario), oggi
non fanno più parte degli strumenti accusatori nei confronti del
nazionalsocialismo. Gli storici ufficiali "di regime" e lo stesso
mondo ebraico hanno da tempo smentito ogni accusa basata su
queste "prove", ritenendole a tutti gli effetti false.
La fervida immaginazione di Wiesenthal non si limita solo alla
storia del 20° Secolo. Nel suo libro del 1973 " Sails of Hope " (le
vele della speranza), sostenne che Cristoforo Colombo era
segretamente un ebreo e che nel suo famoso viaggio verso le Indie
del 1492 era alla ricerca di una nuova patria per gli ebrei europei.
Uno dei casi più eclatanti di Wiesenthal fu quando, in una lettera
del 10 Dicembre 1974, accusò un residente di Chicago, Frank Walus,
di aver consegnato ebrei alla Gestapo durante la guerra.
Sette anni dopo, Frank Walus, riuscì a dimostrare, dopo
un'estenuante lotta legale, che colui che fu accusato di essere " il
macellaio di Kielce " non era mai stato in Polonia ma trascorse gli
anni della guerra come tranquillo agricoltore in Germania.
Fu prosciolto da ogni accusa.
Il Washington Post del 10 Maggio 1981, a pag. B5 e B8 scriveva:
" nel gennaio 1977 il governo americano accusò un cittadino di
Chicago, con il nome di Frank Walus, di aver commesso atrocità in
Polonia durante l'ultima guerra. Negli anni seguenti, questo operaio
in pensione finì nei debiti per un prestito di 60.000 Dollari
necessari alla propria difesa.
Se ne stava seduto in un aula di tribunale mentre 11 ebrei,
sopravissuti all'occupazione nazista in Polonia, testimoniarono di
averlo visto uccidere un'anziana, una giovane donna, dei bambini, un
gobbo e altre persone. Prove schiaccianti evidenziano che Walus non
era un criminale di guerra nazista e che durante la Seconda Guerra
Mondiale non si trovava nemmeno in Polonia. "
Qualcosa di preciso tuttavia Wiesenthal lo ha detto. Nell'Aprile
1975 egli affermò a pagina 5 di una lettera inviata al periodico
britannico " Books and Bookmen " che " non c'erano campi di
sterminio sul suolo tedesco ". Egli ha quindi semplicemente
affermato che quanto sostenuto dal Tribunale di Norimberga circa i
campi di sterminio di Buchenwald, Dachau ecc., non era vero.
Più tardi, in modo menzognero, egli smentì tale affermazione in una
lettera del 12 Maggio 1986 indirizzata a Prod. John Gorge della
Central State University di Edmond in Oklahoma, asserendo: " non ho
mai detto che non c'erano campi di sterminio in territorio tedesco.
Questa notizia è falsa. Non avrei mai potuto dire una cosa simile! "
Del resto, lo stesso Dr. Martin Broszat, il 19 Agosto 1960, nel
settimanale di Amburgo DIE ZEIT, col titolo " keine Vergasung in
Dachau " (nessuna gassazione a Dachau), pubblicato anche nella
versione americana del 26 Agosto 1960 (pag. 14), ebbe a dire:
" né a Dachau, né a Bergen-Belsen, né a Buchenwald furono gassati
ebrei o altri prigionieri. La camera a gas di Dachau non fu mai
completata e nemmeno "attivata". Centinaia di migliaia di
prigionieri che perirono a Dachau e in altri campi del Vecchio Reich
(cioè nella Germania con i confini del 1937) furono vittime di
catastrofiche condizioni igieniche e mancanza di approvvigionamenti,
secondo le statistiche ufficiali delle SS durante i 12 mesi che
vanno dal Luglio 1942 al Giugno 1943 "
Il Dr. Martin Broszat scriveva a nome del prestigioso Istituto di
Storia Contemporanea. E' stato anche direttore del Centro Ricerche e
Archivio, con sede a Monaco e finanziato dai contribuenti tedeschi.
Tuttavia Wiesenthal non era il solo "testimone" di avvenimenti
fantasiosi e si trovava in buona compagnia.
Citandone uno (per mancanza di tempo e spazio), si può parlare di
Rudolf Vrba, "testimone oculare", il quale nel 1985 era assistente
alla Canadian University della British Columbia.
La sua testimonianza è stata la base di tutte, o quasi, le
descrizioni delle camere a gas di Auschwitz, essendo egli stato
internato in questo campo.
Tuttavia, nel 1985, in occasione di un processo al revisionista
tedesco-canadese Ernst Zuendel, a Toronto, Vrba testimoniò che il
suo libro " I CANNOT FORGIVE " (non posso perdonare), contenente
tutti i suoi racconti da testimone oculare, altro non era che una "
descrizione artistica " e che lui stesso non era mai stato testimone
di nessuna gassazione.
Il quotidiano canadese TORONTO STAR, il 24 Gennaio 1985, titolava:
" il libro era una descrizione artistica. Il sopravissuto non vide
mai morti gassati "
Incalzato dalle domande, Vrba ammise di non aver visto mai nessuno
venire gassato e che il suo libro su Auschwitz-Birkenau era soltanto
una " descrizione artistica e non un documento per un tribunale ".
Vrba disse al processo che le sue descrizioni e i suoi disegni sul
crematorio di Auschwitz e delle camere a gas erano basate su " ciò
che sentì che sarebbe potuto essere ".
Disse che i suoi disegni del 1944 sulla configurazione del campo di
Auschwitz erano inesatti.
Vrba che scappò dal campo in Polonia nel 1944, insisteva
nell'asserire che fino a quel momento vi sarebbero state ad
Auschwitz la bellezza di 1.765.000 vittime (con un margine di errore
del 10% !).
TRATTO DA: IHR – INSTITUTE FOR HISTORICAL REVIEW (USA)
Questa è solo la punta di un iceberg. I ricercatori e gli scrittori
storici non in sintonia con la storiografia ufficiale straripano di
documentazioni originali dell'epoca e prove che letteralmente
ribaltano la Storia di quel periodo ed i suoi avvenimenti.
Anziché rimbecillire il popolino dell'italietta serva ed intossicata
da veline, Miss Italia, MTV, Celentano , De Filippi e cialtronerie
che portano al nichilismo, quando avremo il piacere di vedere un
serio dibattito a 360° su media televisivi e della carta stampata
che vede le due tesi confrontarsi a tavolino senza timori e senza lo
spauracchio di leggi liberticide emesse "ad hoc" che impediscono di
dibattere in modo critico, e con prove alla mano, sul Dogma
olocaustico del XX° Secolo ?
Quando nei confronti di un imputato, che fino a quel momento è
considerato colpevole, emergono prove che lo scagionano, queste
vengono messe agli atti processuali e inoltrate al giudice affinché
venga dichiarato l'innocenza dell'imputato stesso. Come mai, in
questo caso, non vale la stessa regola ?
Gian Franco SPOTTI
http://www.italiasociale.org/AlzoZero/az250905-1.html
Ciriacono Gianfranco
Le Stragi Dimenticate – Gli eccidi americani di Biscari e Piano
Stella
Cdb Editore, 2004, 96 pagine, € 16,00
I Massacri dimenticati dalla Storia
Finalmente viene sfatata un'altra favola. Le forze americane che nel
luglio 1943 sbarcarono in Sicilia, nell'operazione Husky, si
macchiarono di crimini chiaramente banditi dalle Convenzioni di
Ginevra: fucilarono a sangue freddo dei prigionieri, militari e
civili, eseguendo un ordine diretto del comandante, il generale
George Patton.
Il 10 luglio1943 ebbe inizio il più gigantesco sbarco anfibio sino
allora compiuto nel corso della seconda guerra mondiale: lo sbarco e
l'invasione della Sicilia da parte anglo-americana.
La storia raccontata dai vincitori della seconda guerra
mondiale ha nascosto molto bene fatti che avrebbero rotto da subito
l'immagine dei soldati inglesi e americani che distribuiscono
biscotti e cioccolato, dei soldati americani che sono venuti d'oltre
Atlantico a "liberare" l'Italia dal tallone di ferro tedesco. Si
tratta ad esempio degli eccidi di braccianti, agricoltori e soldati
da parte delle truppe americane appena dopo lo sbarco, in provincia
di Ragusa, all'aeroporto di Biscari e a Piano Stella, il 13 luglio
1943.
Un libro ne parla. Il suo titolo è significativo: Le
stragi dimenticate. Gli eccidi americani di Biscari e Piano Stella.
L'editore? Non è certo un editore noto e presente in tutte le
librerie, ci mancherebbe. L'editore in questione è una cooperativa
locale che ha dato la possibilità al nipote e foglio di una delle
vittime, Gianfranco Ciriacono, di pubblicare una meticolosa
ricostruzione di quel che avvenne ad Acate e in provincia di Ragusa
nei giorni dello sbarco del 1943.
Il libro è rintracciabile, infatti, solo in alcune
librerie siciliane o richiederlo allo stesso autore
(gianfranco.ciriacono@... oppure 339/5891869).
L'autore si è preso la briga di fare delle ricerche sia
attraverso i documenti dell'Archivio di Stato, gli atti della Corte
Marziale negli Stati Uniti che attingendo ad ogni possibile
testimonianza dei sopravvissuti. E ne è risultato un libro-denuncia
di eccidi, stupri, ruberie.
Gli eccidi denunciati riguardano la zona di Gela e del
ragusano, invasa appunto dagli americani.
Gli eccidi americani.
Il 13 luglio, nell'insediamento colonico "Arrigo Maria
Ventimiglia", in contrada Piano Stella, del comune di Caltagirone, 7
braccianti vengono trucidati, inermi e nelle loro case, "scambiati"
dai soldati americani per cecchini.
Il 14 luglio, nei pressi dell'aeroporto di Biscari, dopo
uno scontro a fuoco, ai soldati americani si arrendono 36 italiani,
parecchi dei quali in abiti civili. Il comandante di fanteria cui i
soldati risono arresi ordina che i prigionieri vengano uccisi:
allineati sull'orlo di una vicina forra essi vengono giustiziati da
un plotone di soldati. Nella stessa zona, e lo stesso giorno,
un'altra compagnia di fanteria cattura 37 militari italiani e anche
loro vengono freddamente eliminati. Di questi fatti i vertici
militari furono messi al corrente velocemente, e la loro risposta
fu: dite all'ufficiale responsabile delle fucilazioni di riferire
che gli uomini uccisi erano dei cecchini, o qualcos'altro,
altrimenti la stampa farà il diavolo a quattro e anche i civili si
infurieranno!.
Il libro, naturalmente, entra molto nel dettaglio degli
atti e delle testimonianze, che qui non è il caso di riportare
ampliamente. Ma quel che abbiamo estratto è sufficiente per
denunciare il fatto che l'esercito invasore – "liberatore" della
democrazia più civile e moderna del mondo – quella americana – agiva
alla stregua di popoli che ci hanno fatto intendere feroci ed
incivili.
Per avere il testo: gianfranco.ciriacono@... oppure telefonare al
339 5891869.
SABATO 15 OTTOBRE 2005 – ore 16.30
MODENA
Sala delle Dame dell'Istituto "Venturi"
Via dei Servi n. 21
Conferenza dal titolo:
"L'Italia è una nazione sovrana?
Roma-Washington: alleanza e sudditanza".
Interviene il Dr. JOHN KLEEVES, autore di:
"Vecchi trucchi": saggio sulla politica estera statunitense.
"Sacrifici umani": le tecniche di guerra e la psicologia USA.
"Un paese pericoloso": storia non romanzata degli Stati Uniti
d'America.
"Divi di stato": il controllo politico su Hollywood.
Iniziativa a cura dell'Associazione culturale "Pensieri in Azione"
Info: pensierinazione@...
RUANDA: DOPO GENOCIDIO, TUTSI ABBRACCIANO ISLAM
(RadioRadicale.it, 09 - 14.43) - Nel 1994 il governo del Ruanda
iniziٍ una campagna di sponsorizzazione del genocidio dell'etnia
Tutsi da parte dell'altra etnia ruandese, gli Hutu. 800.000, dice
purtroppo la storia di quel tragico evento, furono i morti.
Oggi, a otto anni di distanza, il masacro avvenuto assume sempre più
una colorazione religiosa. I Tutsi, etnia perdente, si stanno
convertendo in maniera massiccia all'Islam. Dal genocidio in poi,
riporta oggi il NyTimes on line, i ruandesi convertiti all'Islam
sono il 14% degli 8,2 milioni di abitanti di quella che è
considerata una delle nazioni più cattoliche d'Africa.
Il perché, apparentemente, è presto detto: in molti lo fanno per
protesta contro il ruolo avuto da alcuni dei leader della chiese
cattoliche e protestanti proprio nel genocidio. Gli attivisti dei
diritti umani hanno dimostrato infatti alcuni episodi in cui i
clericali cristiani hanno prima permesso ai Tutsi di trovare rifugio
nelle chiese per poi invece consegnarli di fatto alla furia della
persecuzione delle squadre della morte Hutu.
Quattro esponenti del clero sono al proposito sottoposti a processo
di fronte al tribunale ad Hoc per il Ruanda istituito dalle Nazioni
Unite, e l'anno scorso in Belgio due suore sono state condannate di
omicidio per il ruolo di complicità nel genocidio di 7000 tutsi che
cercavano rifugio nel convento dei Benedettini.
La conversione all'Islam porta degli esempi concreti a favore di
questa religione e del ruolo avuto da molti attivisti nel salvare
vite Tutsi: ''So che in America molti pensano che i musulmani sono
terroristi'' - ha detto Jean Pierre Sagahutu, 37enne, un Tutsi
convertitosi di recente all'Islam dopo che suo padre e nove altri
membri della sua famiglia sono stati massacrati - ''Volevo
nascondermi in una chiesa, ma era il posto peggiore dove andare.
Così, mi ha dato ospitalità un musulmano, e mi ha salvato la vita''.
Sagahutu ha detto che suo padre ha lavorato in un ospedale dove era
amico con una famiglia di musulmani, nonostante fossero Hutu. E loro
lo hanno ospitato. ''Li vedevo pregare cinque volte al giorno.
Mangiavo con loro, e ho visto come vivevano'' - ha riportato
Sagahatu - ''E quando pregano Hutu e Tutsi stanno nella stessa
Moschea. Nessuna diferenza. Avevo bisogno di una cosa simile''.
L'altra faccia della società
Grazie a una tecnica denominata "face off" è oggi possibile il
trapianto integrale del viso per motivi estetici quando, in seguito
a qualche incidente o per una malformazione congenita o per una
bruttezza senza speranza, tale viso è considerato impresentabile.
Risparmio al lettore tutti gli orripilanti particolari medici di
questa tecnica, perché preferisco raccontare una storia accaduta una
ventina di anni fa in un piccolo villaggio inglese vicino a
Middlesbrough, che assomiglia a una fiaba, una di quelle cupe fiabe
alla Andersen, che è però cronaca e che ha molto a che fare anzi,
visto il tema di cui parliamo, molto a che vedere con questa nuova
meraviglia della medicina tecnologica che consente di cambiare
completamente il viso di una persona, che non si accontenta più di
sostituire organi interni, segreti e difettosi, ma agisce
sull'identità stessa dell'individuo.
In questo piccolo villaggio inglese viveva un ragazzo, di nome
Stephen Power, brutto, ma così brutto che non osava nemmeno uscire
di casa perché tutti lo prendevano in giro. Il nomignolo più
benevolo che gli davano era "rospo". Era lo zimbello del villaggio.
Il ragazzo soffriva atrocemente questa situazione, si incupiva e si
isolava sempre più. La sua fidanzata - perché il ragazzo, benché
brutto, una fidanzata ce l'aveva - non tollerando di vederlo
consumarsi così, gli consigliò di recarsi a Londra al South Tees
Authority, un ospedale specializzato in chirurgia estetica dove si
diceva che esistessero medici capaci di fare miracoli e di cambiare
completamente il volto delle persone. Il ragazzo andò. I chirurghi
si riunirono in consulto e stabilirono che la cosa si poteva fare.
Ma ci volevano molti soldi. Così la madre di Stephen, una povera
donna, si sfiancò di lavoro per alcuni anni finché ebbe il denaro.
L'operazione durò tre giorni (più o meno lo stesso tempo necessario
per il "face off") e, a detta di tutti, il risultato fu eccezionale.
Il ragazzo ne uscì trasformato: era diventato bello. Lasciato
l'ospedale e tornato a casa Stephen si mise davanti allo specchio. E
inorridì: non si riconosceva. Lo specchio gli rimandava il volto di
un altro, di uno sconosciuto. Non era lui. Invano gli amici, quegli
stessi che prima lo prendevano in giro, tentarono di convincerlo, di
rassicurarlo che il bel giovane riflesso nello specchio era proprio
lui, Stephen Power.
Ma inutilmente. Il ragazzo li cacciò di casa e si chiuse nella sua
stanza. Qualche ora dopo lo trovarono morto.
Cosa insegna ai futuri fruitori del "face off" e a tutti noi questa
storia crudele e affascinante, così densa di significati? Il più
immediato è che nella società del look e dell'immagine non è più
possibile essere brutti. La bellezza è diventata un requisito
indispensabile, un must. Intendiamoci, da che mondo è mondo la
bellezza è sempre stata, almeno in linea di massima, un vantaggio
per quei fortunati che la posseggono. Il fatto nuovo è che nella
società attuale la bruttezza non è più accettata. Poiché oggi, con i
mezzi, medici, tecnologici, estetici, che ci sono, tutti possono,
con qualche sforzo, se non diventare davvero belli almeno sembrare
tali, la bruttezza è considerata un segno di trasandatezza, di
trascuratezza, di mancanza di amor proprio, insomma una colpa.
Ma la storia di Stephen Power reca anche un insegnamento più ampio.
Mai società è stata così totalitaria e liberticida come questa che
si crede e si dice tollerante e permissiva. Essa nega la più
fondamentale delle libertà: quella di essere ciò che si è. Lo
vediamo in tutte le sue manifestazioni. I vecchi sono accettati solo
se fanno i giovani, se si comportano da giovani, se consumano come i
giovani. Non è più lecito lasciarsi andare alla propria età e ai
suoi inevitabili limiti (che, sia detto di passata, è uno dei pochi
piaceri della vecchiaia). Oggi è proibito essere vecchi. Tanto che
in quello stesso programma televisivo che annunciava trionfalmente
l'avvento del "face off", del trapianto di viso, si riportava anche
una statistica secondo la quale l'85\% degli ottantenni si rifiutava
di definirsi "vecchio".
In un certo senso, checché se ne dica, nemmeno gli handicappati, cui
vengono dati nomi ipocriti (audiolesi, non vedenti, motulesi invece
che sordi, ciechi e storpi), sono accettati in quanto tali, si deve
fingere che non siano diversi dagli altri, che rientrino nella
normalità e, per dissimulare la realtà, si organizzano per loro
grottesche olimpiadi, penosi campionati di atletica. Sono accettati
solo se si omologano in qualche modo alla normalità. Persino per
legittimare il pazzo si è dovuto proclamare che "la malattia mentale
non esiste". La società che ha proclamato ai quattro venti "il
diritto alla diversità", in realtà, con una dolorosa e profonda
contraddizione, lo nega. Perché accettare "il diverso" significa,
appunto, accettarlo nella sua diversità, non pretendere di
omologarlo a una impossibile normalità. In questa corsa verso
l'omologazione, la standardizzazione, la normalizzazione la società
moderna ha ucciso l'essere in nome del sembrare.
Il caso di Stephen Power è emblematico e un ammonimento su cui
dovrebbero meditare gli stregoni del "face off" e coloro che si
affideranno alle loro armi. Che cosa mancava a questo ragazzo per
essere felice? Nulla. Benché brutto egli aveva una fidanzata che lo
amava, una madre pronta a tutti i sacrifici per lui. Ma poiché era
brutto, poiché non era uguale agli altri, poiché era diverso, egli
non poteva essere felice agli occhi altrui e quindi, in un gioco di
controspecchi, nemmeno ai suoi. Il tragico errore di Stephen Power
fu quello di credere che il sembrare fosse davvero più importante
dell'essere. Ma quando si è visto allo specchio, da quel ragazzo
sensibile che doveva essere e che proprio la bruttezza aveva
affinato, ha capito che l'apparenza non ha valore e che aveva ucciso
se stesso in nome di nulla. E il suo cuore non ha retto.
Quello di Stephen Power non è che l'estremo apologo di una
vastissima patologia che pervade l'intera società contemporanea dove
tutti, più o meno, paghiamo con la nevrosi e la frustrazione perenne
l'enorme fatica di sembrare ciò che non siamo. Completamente
abbagliati dall'ideologia dell'immagine e delle apparenze, ci
aggiriamo smarriti in una società di maschere, di "face off",
maschere noi stessi, avendo stoltamente dimenticato il profondo e
liberatorio insegnamento di Pindaro: "Diventa ciò che sei".
Massimo Fini
Fonte: www.ilgazzettino.it
4.10.05
Mafia per non dire capitalismo
Rinascita 22 Settembre 2005
di Luca Redig
"Mafia per non dire capitalismo" è il saggio scritto da Carmelo R.
Viola ed edito a cura del Centro Studi biologia Sociale (per la
ricerca e la denuncia sociale).
Questo testo rappresenta una lucida presa di posizione, suffragata
da profondi studi sociologici, contro la rapacità del sistema
capitalistico. Quest'ultimo, essendo finito il pericolo comunista
con il crollo del Muro di Berlino, appare oggi, in puris
naturalibus, cioè senza la correzione socialdemocratica artefice
della promozione dello stato sociale nel quarantennio successivo
alla fine del secondo conflitto mondiale.
Ovviamente il welfare state serviva per creare una diga contro gli
oppositori, che, allora, erano legati a Mosca, e per l'oligarchia
era un prezzo da pagare per continuare a dividersi la torta dei
grandi affari. Essendo, in seguito, imploso il sistema sovietico, il
grande capitale ha ritenuto non più conveniente sostenere l'onere
della protezione sociale e sanitaria per tutti i cittadini,
adducendo pretestuosi vincoli di bilancio, statali e non, imposti,
peraltro, da banche centrali e F. M. I. che sono organici, da
sempre, al grande capitale medesimo.
L'autore, a pagina 178 del libro, ci spiega : "Il conto economico è
il demiurgo o il demone monetario del nuovo ordine il cui decorso si
fa coincidere con la caduta del Muro di Berlino e che prevede la
riduzione della società civile in giungla liberista.
Le masse, ubriache di consumismo e di sogni parassitari (stimolato
anche dalla politica dei premi-lotterie, quiz, giochi vari ed oggi
anche scommesse), non se ne rendono ancora conto mentre i grandi
privilegiati giocano tutto per tutto. E forse nemmeno le sconfinate
folle di affamati dall'altra faccia del mondo capitalista hanno
ancora ben compreso che il loro debito a nodo scorsoio con le
multinazionali dei paesi industrializzati diventerà sempre più
strozzante proprio per effetto della logica asociale del conto
economico estraneo ad ogni ragione umanitaria.
Questo ordine nuovo – che socialdemocratici, socialisti liberali e
affini hanno finito per accreditare – è terreno congeniale per
quella criminalità economica paralegale che i fautori della
criminalità economica legale fingono demagogicamente di distinguere
da questa chiamandola con il nome improprio di mafia.
La socialdemocrazia, ultimo miraggio di un vago capitalismo
illuminato – si direbbe dal volto umano – è un fantasma che non
desta più interesse nemmeno fra coloro che l'hanno partorito. Il
capitalismo è un gioco che può continuare solo se rispetta le regole
della propria naturale iniquità. Esso non può persistere senza
derubare gli uomini del necessario o affogarli nel superfluo, senza
produrre disoccupati, barboni, bambini randagi e assassini per
denaro, senza distruggere sistematicamente l'ecosistema (dalle
foreste ai mari, dal sottosuolo alla stratosfera), senza mentire e
vendere le proprie stesse menzogne e senza tradire quelle verità che
non può nascondere.
La socialdemocrazia – il socialismo capitalista o il capitalismo
socialista – nella misura in cui non è il prodotto di un idealismo
ingenuo, e digiuno di scienza sociale, è una menzogna sconcia nata
dalla mente di raffinati impostori, se è vero che pretende di far
coesistere due fattori (la corsa individuale e individualistica
all'accaparramento della ricchezza e la giustizia sociale) che si
escludono a vicenda. Tale menzogna non serve più nemmeno agli
oppositori della sinistra (non più alternativa al sistema ma polo
dell'alternanza interna al sistema stesso), i quali partecipano
sempre più a pieno titolo ai cori belanti del neo-liberismo con lo
zelo servizievole e masochista dei giuda e di certi neofiti".
"Mafia" – continua Carmelo R. Viola –" è la parola con cui i
vincitori della giungla neoliberista chiamano la versione paralegale
della criminalità strutturale (per altro intrinsecamente non
distinguibile da quella legale) così che, polarizzando l'attenzione
dei più su un aspetto apparentemente estraneo al sistema, si possa
salvare, nell'immaginario collettivo, la credibilità del sistema
stesso e consentirgli di resistere ben oltre la soglia della bio-
socio-compatibilità. Ove non è possibile spacciare la criminalità
economica per "mafia" (cioè per un fenomeno estraneo al sistema), si
assimila la legalità alla liceità (morale) così da non considerare
crimine la ricchezza illimitata (l'altra faccia dell'indigenza),
semmai un merito da premiare magari con il cavalierato, appunto
perché conseguita legalmente (con il crisma della legge). Lo scopo è
sempre quello di alimentare il sistema opponendosi all'avvento, per
crescita, dell'economia del bisogno e della funzione sociale,
tacciando il socialismo di utopismo, in quanto presuntivamente
incompatibile con la natura dell'uomo e quindi irrealizzabile".
Le soluzioni proposte dallo scrittore per la sopravvivenza della
civiltà sono:
1) quello di contrapporre al protagonismo elitario neo-liberista un
protagonismo elitario neo-socialista : un nuovo
movimento "rivoluzionario", possibilmente nonviolento, che sappia
compensare (se non debellare) gli effetti devastanti sulle masse del
crescente protagonismo reazionario.
2) Trasferire nell'ambito della lotta sindacale i motivi della
contestazione e le cause di giustizia, i quali, diventano ordigni
esplosivi per la reazione politica se saputi usare come si deve.
Recessione, inflazione, disoccupazione e soprattutto fisco con
riferimento particolare alle imposte indirette, al taglio delle
spese sociali alla progressiva demolizione della mutualità
assistenziale, sanitaria e pensionistica, sono fenomeni fra i più
consoni a uno scontro frontale con la montagna di menzogne su cui si
regge la cosa pubblica della società capitalistica.
Davanti a un'azienda in crisi, che minaccia di licenziare i propri
dipendenti, è grottesco piatire indulgenza verso i lavoratori.
Infatti, la crisi è fisiologica all'azienda capitalista, la quale
cessa di essere efficiente e funzionale appena decresce il volume
dei suoi affari. L'azienda capitalista non ha alcun compito
istituzionale di dare lavoro a chi non ce l'ha, ha invece bisogno di
comprare lavoro al solo scopo d'investire denaro per la
moltiplicazione dello stesso.
3) Lo strumento della stampa per mezzo del quale l'opposizione,
parlamentare ed extra, politica e sindacale, potrebbe coinvolgere
masse e piazze più di qualunque campagna elettorale: Dovrebbe:
– sconfessare il capitalismo attuale come economia incompatibile con
le esigenze – e i rischi – della civiltà tecnologica denunciandone
la natura di iniquo gioco d'azzardo per speculatori e affaristi –
ovvero come gioco di forza da cui emergono necessariamente i più
forti i quali costituiscono il potere politico di fatto.
– sconfessare l'uso improprio e persistente della parola "mafia",
quella chiamata in causa essendo solo imprenditoria capitalista
paralegale con qualche modalità comportamentale propria di tutte le
attività clandestine, anche quindi della mafia propriamente detta.
– Sconfessare le promesse della piena occupazione e di altri
progetti universali (quali equità fiscale, assistenza sanitaria,
debellamento del crimine economico, riscatto della condizione
femminile, riassesto ecologico e così via) essendo altrettanto
menzogne per uso interno del sistema.
Lo scrittore, rivolgendosi al pubblico dei propri lettori, sostiene:
Ve lo immaginate l'effetto prodotto da affermazioni cubitali sulla
prima pagina di un quotidiano d'opposizione così concepite : "Il
ministro Tal de'Tali è un bugiardo perché, nel nostro sistema, la
disoccupazione non è un fenomeno congiunturale ma strutturale.
Pertanto, la sua ventilata soluzione del problema è solo fumo negli
occhi ai tanti disgraziati che non sanno in che inferno
(capitalista) vivono. Siamo disposti al più ampio confronto teorico
e, se necessario, a un pubblico dibattito". O così: "La tesi,
secondo cui per mantenere in vita l'azienda in causa, sia necessario
ridurre stipendi e salari ai dipendenti, è la proposta di un atto di
violenta prevaricazione a danno dei più deboli, che ci riporta ai
primordi del capitalismo. Le difficoltà del sistema non possono
essere risolte decurtando il necessario di chi lavora, semmai
riducendo il superfluo dei parassiti".
Carmelo R. Viola, nella postfazione, afferma : "Non ho inteso
scrivere (e non ho scritto) un saggio di economia. Ho inteso
esprimere (e spero di esserci riuscito) perché – quella che è
spacciata per "la" economia, è soltanto un insieme di norme
convenzionali, le quali, con il pretesto di rispondere ai diritti
naturali dell'uomo e ai suoi bisogni reali (materiali e civili),
nella realtà costituiscono solo un gioco alla sopravvivenza e
all'arricchimento illimitato. Gioco è termine usato con scrupolosa
proprietà: infatti, è solo da un gioco che si può diventare
straricchi senza lavoro e senza merito o dei poveri totali senza
alcun demerito".
Concludendo, questo saggio esprime, con grande rigore, un'accusa
contro tutto il ciarpame politicamente corretto, che ci tocca vedere
sulla maggior parte dei media nostrani ed esteri.
Per ordinare il Quaderno recensito scrivere all'Autore, Carmelo R.
Viola: crviola@...
Oltre i diritti dell'uomo: per difendere la libertà
Intervista ad Alain de Benoist e Danilo Zolo sui temi del libro di
A. de Benoist "Oltre i diritti dell'uomo-per difendere la libertà"
(a cura di) Maurizio Messina
fonte: www.centroitalicum.it
1. Quale valenza ha il discorso del cosiddetto occidente sui diritti
dell'uomo se è vero, come è vero, che esso ignora o addirittura
attenta al diritto dei popoli per motivi egemonici, culturali,
economici? Così come nell'800 il colonialismo mercantile pretendeva
di arrecare "progresso e civiltà", oggi il fondamentalismo
mercantile del terzo millennio si autoproclama portatore di "diritti
e democrazia": c'è una continuità storica in tutto ciò?
2. Nel volume "Oltre i diritti dell'uomo" si afferma che per
difendere le libertà "… la stessa società che a parole celebra i
diritti dell'individuo, poi di fatto è quella che ha messo a punto i
più asfissianti meccanismi di controllo collettivo". Pensa che la
causa di questa contraddizione reale sia da ascriversi alla
impossibilità di coincidenza tra "unicità" ed "eguaglianza"
nell'individuo? Nessuna persona, insomma, può essere allo stesso
tempo "unica" ed "eguale" ad un'altra persona…
3. Nel 1976, ad Algeri, fu sottoscritta da diverse nazioni la "Carta
dei diritti dei popoli". Si parlava di diritti
all'autodeterminazione, di difesa della propria cultura, delle
proprie ricchezze e risorse naturali ecc… A circa trent'anni di
distanza sembrerebbe che si siano fatti molti passi indietro
rispetto alle aspettative dello scorso secolo. Dovremo
necessariamente augurarci un mondo futuro bi - tri - polare (USA
controbilanciato da Russia, ancora una volta, e dalla nuova Cina
capitalmarxista), per poter vedere un mondo riequilibrato (non
conseguentemente migliore), ma ancora con l'assenza di un soggetto
europeo?
4. C'è un'idea, un concetto, una prassi che ai giorni d'oggi appare
sempre più offuscata, dimenticata nella società europea: la
sovranità. Non si parla di sovranità della persona, non si
affrontano i problemi riguardanti la sovranità di una nazione, di un
popolo, di una comunità. Tutto è mediato attraverso altri concetti -
specchio: umanità, diritti, mercato. Quale, secondo Lei, la
possibilità di una inversione di tendenza o, quantomeno, di una
fuoriuscita da questo percorso obbligato, che nega l'esistenza delle
differenze e quindi la vita?
ALAIN DE BENOIST:
1. Nel corso della sua storia l'Occidente ha costantemente cercato
di controllare il mondo imponendogli di riconoscere
come "universali" valori, tematiche, modi di organizzazione politica
e sociale che erano a lui propri. Il metodo utilizzato per arrivare
a questo scopo è sempre stato quello dell'ingiunzione mascherata.
L'Occidente ha preteso prima di portare alle altre culture le
certezze dogmatiche della "vera fede" (cristiana). In seguito ha
preteso di esportare la "civiltà" e il "progresso", specialmente
attraverso la colonizzazione. Oggi predica lo"sviluppo" e i "diritti
dell'uomo". Successivamente ciò che si è potuto chiamare "le tre M"
(missionari, militari e mercanti) ha tentato di ottenere la
conversione degli altri popoli a una forma di universalismo
religioso, politico o economico di cui oggi si sa bene che non è
null'altro che etnocentrismo mascherato. Da questo punto di vista
c'è una incontestabile continuità.
L'ideologia dei diritti dell'uomo oggi serve a mascherare
l'estensione planetaria del mercato. Quest'ideologia è di origine
occidentale e si può facilmente risalire alla sua storia. A dispetto
delle sue pretese, è difficilmente esportabile o universalizzabile,
poiché si fonda su un'antropologia fondata sul contrattualismo e
soprattutto sull'individualismo, ossia su un'idea di uomo-individuo
astratto, dalla natura prepolitica e fondamentalmente non sociale,
individuo presupposto come autosufficiente che non avrebbe altra
vocazione che la continua ricerca del suo massimo interesse
materiale.
Una simile concezione dell'uomo è estranea alla maggior parte delle
culture della terra che, non segnate dall'eredità dei Lumi, hanno
grandi difficoltà a concepire l'uomo come individuo staccato dalle
sue appartenenze. I diritti dell'uomo sono spesso associati alla
democrazia, ma questa associazione è ingannevole. L'esperienza
storica mostra che l'ideologia dei diritti dell'uomo rappresenta al
contrario una limitazione della sovranità popolare, poiché ne
ammette il pieno esercizio solo nella misura in cui essa non metta
in discussione i suoi principali postulati (un voto popolare che
contraddica i diritti dell'uomo è considerato nullo e non avvenuto).
L'ideologia dei diritti dell'uomo non ha in effetti niente di
politico e questa è la ragione per cui è particolarmente inadatta a
difendere concretamente le libertà concrete di uomini concreti. Si
tratta di un'ideologia morale che attinge dal linguaggio del
diritto. Ma il diritto a cui si richiama non ha niente a che vedere
con ciò che era in origine il diritto, che Aristotele nella sua
Etica Nicomachea definisce come un rapporto di equità all'interno di
una relazione, come una spartizione che ha per oggetto il dare o il
rendere a ciascuno ciò che gli spetta. Il diritto dell'ideologia dei
diritti dell'uomo deriva dall'idea di diritto soggettivo che compare
alla fine del Medioevo, specie nella scia della seconda Scolastica
spagnola. In questa concezione il ! diritto (jus) tende a
confondersi con la norma o la regola morale identificata con la
legge (lex) , mentre i diritti, al plurale, sono percepiti come
attributi della natura umana. In ultima analisi, l'ideologia dei
diritti dell'uomo non è che l'ultimo dei tentativi miranti a
sottomettere la politica alla morale attraverso il diritto.
2. Non è esattamente ciò che ho voluto dire. La sua domanda rivela
in effetti tutti gli equivoci che si legano al concetto di
uguaglianza. È chiaramente impossibile essere allo stesso
tempo "unico" e "uguale" ad altri se si interpreta l'uguaglianza nel
senso della somiglianza o dell'identità. Non possiamo essere allo
stesso tempo identici e diversi! È d'altra parte la ragione per cui
ciò che ho chiamato l'ideologia del Medesimo - etichetta
comprendente tutte le forme di universalismo, religioso o profano,
la cui realizzazione ha come effetto concreto quello di ridurre la
diversità umana - si è costantemente dimostrato allergico alla
differenza. Tuttavia si può dare al concetto di uguaglianza un
contenuto positivo quando, senza più renderla un'astrazione o un
assoluto, la si rapporta a un contesto particolare. Il principio
della democrazia, ad esempio, poggia sull'uguaglianza politica dei
cittadini. Ciò non significa affatto che tutti i cittadini abbiano
capacità uguali in tutti gli ambiti (non si tratta di una
uguaglianza di tipo naturale), ma che essi godono di una uguaglianza
politica nella misura in cui sono tutti ugualmente cittadini, membri
di una stessa unità o comunità politica, poiché per definizione la
nozione di cittadino non è suscettibile di un più o di un meno.
Ciò su cui ho voluto infatti attirare l'attenzione nel passaggio da
lei citato è la constatazione, assai banale, che non sono mai stati
violati tanto i diritti dell'uomo come da quando essi sono stati
resi la chiave di volta del discorso pubblico. Ad un primo livello
se ne potrebbe concludere che addurre i diritti dell'uomo è un bel
modo di mascherare il fatto che li si viola senza esitazioni.
Esempio banale: gli Stati Uniti occupano l'Iraq in nome dei diritti
dell'uomo, dopo di che istituzionalizzano la tortura e massacrano
100.000 civili iracheni. Ad un secondo livello si deve osservare che
numerose forme moderne o postmoderne di alienazione sfuggono
completamente alla critica dei diritti dell'uomo, a cominciare
dall'influenza dei mercati finanziari, i maneggi delle
multinazionali o l'alienazione dell'immaginario simbolico per
effetto dei condizionamenti della pubblicità. Infine, non può non
essere motivo di preoccupazione il vedere che le società
occidentali, pur facendo vistoso riferimento ai diritti dell'uomo,
non cessano di mettere in opera procedure di controllo generalizzato
e di sorveglianza totale che evidentemente ledono le libertà, grazie
a tecniche sempre più sofisticate che i regimi totalitari del secolo
scorso avrebbero potuto solo sognare.
3. L'adozione della carta di Algeri non ha avuto, beninteso, alcuna
conseguenza, non solo perché contravveniva in modo diretto agli
interessi delle superpotenze, ma anche perché esistono delle
contraddizioni insormontabili fra i diritti individuali e i diritti
delle culture o dei popoli. Le attuali discussioni sul chador
islamico non sono che un esempio di ciò fra molti altri. Il crollo
del sistema sovietico ha creato improvvisamente un vuoto in cui si è
inserita la superpotenza americana. Gli Stati Uniti oggi godono di
una sorta di monopolio della potenza. Ma sono anche posti di fronte
a notevoli difficoltà interne, come a una situazione economica e
sociale che non cessa di degradarsi (aumento costante delle
ineguaglianze, enormi deficit di bilancio, diminuzione regolare del
loro ruolo nel commercio mondiale, accresciuta dipendenza nei
confronti dell'estero in conseguenza del fatto che essi consumano
più di quanto producano ecc.). Il loro obiettivo è quindi di
approfittare dei prossimi dieci o quindici anni per tentare di
stabilizzare il monopolio di cui godono oggi. Nell'immediato si
tratta per loro di assumere il controllo delle principali fonti
mondiali di approvvigionamento energetico e di fare del tutto per
prevenire l'emergere nel mondo di una potenza concorrente o rivale.
Hanno fatto un ricorso sempre maggiore e vi si impegnano nella
direzione dell'unilateralismo (che trasforma i loro alleati in
vassalli), ritenendosi completamente svincolati dagli obblighi del
diritto internazionale; vogliono, in altri termini, creare un mondo
unipolare in cui essi giocherebbero il ruolo del "poliziotto
globale" (globalcop). L'interesse di quello che loro chiamano
spregiativamente il "resto del mondo" (rest of the world) è
chiaramente tutto l'opposto. Per l'Europa, la Russia, la Cina,
l'India ecc. l'obiettivo è, al contrario, ricostruire un mondo
multipolare - ciò che Carl Schmitt chiamava un pluriversum - in cui
ciascun polo continentale potrebbe assumere un ruolo regolatore nei
confronti della globalizzazione. Per contribuirvi gli Europei devono
dare la priorità all'approfondimento delle loro strutture politiche
istituzionali, e non ad un allargamento che li condanna
all'impotenza e alla paralisi, e soprattutto porre il problema delle
finalità della costruzione europea: la fondazione di una potenza
autonoma che costituisce allo stesso tempo un progetto di civiltà.
Per il momento, essi non ne hanno evidentemente né il desiderio né
la volontà. L'approfondimento del fossato fra le due sponde
dell'Atlantico, che credo ineluttabile, può nondimeno spingerli in
questa direzione.
4. Quando si parla di sovranità bisogna prima chiedersi in che cosa
essa possa consistere nel mondo attuale e anche quali possano
esserne le ragioni d'essere (poiché la sovranità non è un fine in
sé). Non sono d'accordo con l'idea che la sovranità oggi sia
scomparsa. Essa ha solo abbandonato le sue istanze tradizionali per
riapparire sotto altre forme e/o in altri luoghi. C'è oggi ad
esempio una evidente sovranità dei mercati finanziari, come c'è, sul
piano dei valori, una egemonia incontestabile dell'utilitarismo
mercantile. In fondo è un altro modo di dire che il potere politico
non ha cessato di vedere la sua capacità di autonomia e di decisione
restringersi al profitto della sfera economica e finanziaria (ma
anche tecnologica). Ma quest'ultima, nella stessa misura in cui si
ritrova dotata di un potere sovrano di decisione, assume a sua volta
delle caratteristiche politiche. D'altra parte ci sono concezioni
diverse di sovranità. Nella concezione giacobina, già teorizza! ta
da Jean Bodin, la sovranità è definita dall'indivisibilità,
dall'autosufficienza e dall'indipendenza assoluta. Non è la mia
concezione. In quanto federalista, aderisco a una nozione di
sovranità più flessibile, sovranità che può essere condivisa e che
poggia sul principio di competenza sufficiente, cioè di
sussidiarietà. In qualsiasi modo essa si ripartisca o si
distribuisca, la nozione di sovranità implica tuttavia sempre
l'autonomia e la capacità di decisione. È il problema che si pone
oggi, quando la sfera politica si è trovata progressivamente priva,
per azione dell'economia, della tecnica, della morale e del diritto,
di questa capacità di autonomia e di decisione. Perché se ne possa
riappropriare occorrerebbe già ridefinire in modo rigoroso ciò che
spetta a ciascuno dei suoi ambiti, la cui confusione è incompatibile
con ogni esigenza di pluralità. È chiaro, a mio avviso, che ciò
esige una riorganizzazione completa della società attuale, una
riorganizzazione a partire dalla base, e non dall'alto, che darebbe
un ruolo più importante alle iniziative locali, alla democrazia
diretta e alle comunità.
DANILO ZOLO:
1. A mio parere c'è una sicura continuità storica fra il
colonialismo classico e l'ambizione all'egemonia globale che, dalla
reinterpretazione wilsoniana della dottrina Monroe in poi, ha
animato la politica estera degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno
ereditato dalla vecchia Europa la vocazione razzista, espansionista
e missionaria del colonialismo classico, affermatosi fra ottocento e
novecento nel mondo intero. La guerra in Vietnam è stata sicuramente
l'episodio centrale di questa transizione, che la dura sconfitta
subita dagli Stati Uniti non ha bloccato. Al contrario si può dire
che, vinta la quarta guerra mondiale - la guerra fredda -, gli Stati
Uniti hanno ripreso con grande impeto la loro strategia egemonica,
sino a farne una prospettiva di dominio imperiale del pianeta,
grazie all'uso monopolistico dei grandi mezzi di distruzione di
massa. La retorica contemporanea dei diritti dell'uomo equivale,
entro il repertorio delle giustificazioni occidentali della guerr!
a, alle vecchie retoriche della difesa della cristianità,
dell'esportazione della civiltà e del progresso, della garanzia
della sicurezza e della pace. Oggi, in un tempo di espansione
planetaria degli strumenti di comunicazione di massa,
l'universalismo normativo della dottrina dei diritti dell'uomo si
presta assai bene a fondare il carattere 'giusto' di una guerra di
aggressione e ad assicurare agli aggressori il necessario consenso,
interno e internazionale.
2. Su questo punto dissento un po' da Alain de Benoist. Non credo
che la civiltà politica europea, quella che ha 'inventato' lo Stato
di diritto e il diritto costituzionale moderno, possa essere
accusata di aver messo a punto "i più asfissianti meccanismi di
controllo collettivo". Nonostante tutto, nonostante le recenti,
opprimenti forme di 'videocrazia' che si sono affermate in
occidente, non si può negare che un certo numero di diritti civili
e 'libertà negative' sono stati sempre protetti nella tradizione dei
paesi liberaldemocratici europei. Altro discorso, certo, andrebbe
fatto per i diritti politici e per i cosiddetti 'diritti sociali'.
Ma a negare e sopprimere in radice le libertà individuali sono stati
i regimi autoritari, fascisti, nazisti e sovietici. Detto questo non
c'è dubbio, secondo me, che l'eguaglianza è una nozione politica
ambigua: in realtà, chi lotta per l'eguaglianza, sotto l'insegna di
valori e finalità universalistiche, combatte in realtà non per d!
ivenire eguale ad altri o per rendere altri eguali a se stesso, ma
per abbattere i privilegi di uno specifico avversario e per
affermare le proprie particolari aspettative, la propria individuale
soggettività. Penso che una sinistra moderna dovrebbe archiviare la
nozione, sostanzialmente vuota, di 'eguaglianza' e sostituirla con
quella della autonomia dei soggetti: autonomia economica, politica,
cognitiva.
3. Il diritto di autodeterminazione dei popoli è stato soppiantato
dalla dottrina statunitense, poi divenuta dominante, dell'
humanitarian intervention che, assieme alla sovranità degli Stati,
tende a cancellare anche il potere costituente dei popoli, la loro
autonomia e indipendenza politica. Questo è un gravissimo passo
indietro rispetto allo stesso 'sistema di Vestfalia' che la Carta
delle Nazioni Unite ha tentato di superare. La stessa dottrina
dei 'diritti collettivi' - il diritto alla propria cultura, a
parlare la propria lingua, a professare la propria religione - è
sostenuta da autori non occidentali, mentre i classici Bill of
Rights occidentali tendono a ignorarli, riducendoli al più a puri
diritti individuali. Oggi i diritti collettivi - si pensi
all'etnocidio del popolo palestinese, ad esempio - sono ignorati e
sempre più minacciata è la stessa sovranità degli Stati. E' chiaro
che il sistema del diritto internazionale moderno, che si fonda
sulla sovranità dei s! ingoli governi nazionali, non può funzionare
in presenza di un soggetto - gli Stati Uniti d'America - che si
ritengono e tendono ad essere considerati legibus soluti, al di
sopra della legge. Soltanto una redistribuzione del potere
internazionale che dia vita a un pluralismo di grandi spazi politici
con al centro un'Europa dotata di una forte identità politica e di
una piena autonomia può portarci verso un ordine internazionale, non
dico giusto e pacifico, ma meno spietato e sanguinario.
4. Sono perfettamente d'accordo: occorrerebbe un forte recupero
dell'idea di sovranità, sia pure in un contesto che richiede una
intensa cooperazione transnazionale per affrontare problemi globali
rispetto ai quali il singolo Stato oggi è nettamente fuori scala.
Occorre affermare con forza che il carattere globale dei problemi
che abbiamo di fronte - lo sviluppo economico ed umano, l'equilibrio
ecologico, lo sfruttamento equilibrato delle risorse energetiche,
l'equa distribuzione della risorsa idrica, la lotta contro la
criminalità organizzata, il controllo delle armi nucleari, etc. -
non significa affatto che globale debba essere anche il potere
politico. Non significa che si debba auspicare la formazione di
uno 'Stato globale', di un Leviatano cosmopolitico. Questa
semplicistica idea, di origine kantiana, ignora che un potere
accentrato è un potere meno visibile e controllabile e ignora che,
in presenza di fenomeni di concentrazione del potere internazionale,
i soli sog! getti che sono in grado di gestire tale potere sono le
grandi potenze economiche e militari. Oggi, di fatto, solo gli Stati
Uniti sono in grado di esercitare una piena, assoluta sovranità,
limitando ad libitum - si pensi alla prassi della messa al bando dei
rogue States - la sovranità delle potenze medie e piccole. La via di
uscita, come ho già accennato, è un mondo differenziato e
policentrico, nel quale l'Europa riacquisti un suo decisivo ruolo
strategico, in dialogo sia con le culture dell'altra sponda del
Mediterraneo, sia con i paesi dell'Asia centrale, oggi sottoposti
alla aggressione degli Stati Uniti e dei loro più stretti (più
servili) alleati, a cominciare dall'Italia.
Il mondo a pezzi
http://www.eurasia-rivista.org
16 Settembre 2005
Stefano Vernole
Confermate le fosche previsioni sui "benefici" della
globalizzazione.
Secondo il 16° Rapporto ONU sullo sviluppo umano, diffuso lo scorso
7 settembre, "siamo incamminati verso una prevedibile catastrofe".
Tre sono gli indicatori principali che sono stati presi in
considerazione: l'aspettativa di vita alla nascita, l'istruzione e
il tasso di alfabetizzazione, lo standard di crescita misurato dal
potere di acquisto del PIL pro capite.
Malgrado i buoni propositi della "Dichiarazione del Millennio"
firmata al Palazzo di Vetro nel 2000 i risultati scarseggiano.
I pochi miglioramenti, 130 milioni di persone uscite dalla povertà
assoluta, 1,2 miliardi in più con acqua potabile, 30 milioni di
bambini che sono stati scolarizzati, non possono nascondere una
situazione mondiale ancora drammatica.
Circa 2,5 miliardi di uomini vivono con meno di due dollari al
giorno, 10 milioni di bambini muoiono ogni anno per cause che si
potrebbero prevenire, 1 miliardo non dispone di acqua potabile e 2,6
miliardi di individui sono privi di servizi sanitari, 115 milioni di
bambini non vanno a scuola.
Se alcune nazioni, Vietnam, Uganda, Cina, hanno migliorato i propri
parametri economici, ben 18 Paesi presentano indicatori di sviluppo
peggiori rispetto al '90: 12 nell'Africa sub-sahariana e 6 nell'ex
Unione Sovietica, in tutto 460 milioni di persone che stano peggio
di prima.
D'altronde i cd. Paesi "ricchi" spendono solo lo 0,25% del PIL per
sostenere i più poveri e vincolano l'aiuto all'acquisto dei loro
prodotti.
Il 14 settembre 2005 si è così aperto l'ennesimo vertice delle
Nazioni Unite, in un clima di disaccordo generale.
Più che sui temi dello sviluppo, la riunione verte su alcuni
argomenti cari – more solito – all'establishment statunitense.
Gli Stati Uniti hanno infatti presentato 500 emendamenti alla bozza
generale, sostenendo innanzitutto la rimozione di ogni riferimento
al disarmo nucleare e attirandosi le critiche del ministro della
Difesa di Mosca, Ivanov.
Alla Casa Bianca non è stato sufficiente ridurre l'ONU a una sorta
di agenzia umanitaria dopo la guerra del 1999 contro la Serbia e
quella del 2003 contro l'Iraq.
Con la cd. "Riforma amministrativa" si vuole attribuire più potere
al Segretario Generale delle Nazioni Unite su spesa e mandati,
sottoponendolo però al controllo di revisori "indipendenti"; così
facendo, nel caso il successore di Kofi Annan (alle prese con le
malversazioni del figlio) sia meno ricattabile, qualcuno provvederà.
Nella voce "terrorismo" si vuole classificare come "ingiustificato"
ogni attacco sui civili, al punto che molte nazioni già temono il
ridimensionamento del diritto di resistenza all'occupazione sancito
dalla stessa Carta del'ONU: Afghanistan, Iraq e Palestina,
ovviamente insegnano.
La "responsabilità di protezione", invece, prevede l'intervento in
un Paese sovrano in caso di "genocidio" o "crimini di guerra";
l'esempio del Kosovo calza alla perfezione, ricordando che saranno i
media ammaestrati a decidere quando sarà necessario intervenire.
Con buona pace dei pacifisti nostrani, lo stesso John Bolton –
criticatissimo rappresentante statunitense alle Nazioni Unite – ha
riscosso consensi favorevoli anche dai diplomatici europei.
Come ormai capita da qualche tempo, le uniche resistenze alla linea
di Washington provengono da Russia e Cina (in questo caso con
l'aggiunta del Pakistan), che hanno preso a pretesto la questione
del Consiglio dei diritti umani che dovrà sostituire l'attuale
Commissione definita inefficiente e non credibile, per attaccare
Bush.
Per non farci annoiare, l'ex inquilino della Casa Bianca Bill
Clinton, ha organizzato un controvertice allo Sheraton Hotel di New
York, al quale non potevano mancare i "nostri" Prodi e D'Alema.
Rutelli e Veltroni, pur invitati, hanno dovuto declinare causa
precedenti impegni ma sono stati degnamente sostituiti da Giovanni
Kessler, deputato DS di Trento, vicepresidente dell'OCSE e
patrocinatore di una sezione italiana della Fondazione Clinton.
Il "nobile" intento dei convenuti è creare una "Davos sociale",
grazie al sostegno degli 800 partecipanti tra imprenditori,
ricercatori e docenti, per mettere mano alle emergenze sostanziali
del Pianeta, povertà, cambiamenti climatici, guerre, democrazia …
Tra i presenti, Blair, Zapatero, Abu Mazen, Yushenko, Mbeki … ma
anche Paul Wolfovitz e Rupert Murdoch, in perfetto stile bipartisan.
Pare che lo spettro di George Soros si aggiri nei corridoi …
Si segnala che una copia della pellicola (in videocassetta) "Forze
occulte" - recensita su questa mailing list - è disponibile presso le
Edizioni all'insegna del Veltro: inegnadelveltro1@...
Forze occulte
| Giovedì 15 Settembre 2005 | Antonio Rossiello |
Nel marzo 1943, sotto l'occupazione tedesca in Francia, fu
organizzata da intellettuali, quali WILLIAM GUYEDAN DE ROUSSEL,
BERNARD FAYE, JEAN MARQUES-RIVIERE ed altri collaborazionisti del
governo del generale PETAIN, in stretto rapporto con i nazisti
tedeschi, "L'Exposition Maconnique'' al Gran Palais di Parigi.
Furono esposti tutti gli articoli e gli arnesi, oggetto del bottino
fatto dai tedeschi e dai collaborazionisti francesi, ai danni delle
varie logge massoniche, fra cui v'era la più importante,quella di
Francia, sita in Rue Cadet ai civici 9 e 16 bis, nel quartiere di
Mont Martre, un luogo sporco ed immorale, a dire dei fautori della
mostra.
I promotori erano anche giornalisti pubblicisti che redigevano tra
il 1941 ed il 1944 la rivista mensile "Dictionnaire Maconnique", in
cui si argomentava che le società occulte, la massoneria ed altri,
filo U.S.A. e filo inglesi, avevano provocato lo scoppio della
seconda guerra mondiale.
Essi cercarono gli elenchi specifici degli iscritti alla massoneria
trovandone solo alcuni,dato che in quegli ambienti appena si solleva
il velo sparisce tutto e tutti. Gli organizzatori della mostra
diressero anche un film "Forze occulte",il cui regista era un ex
massone e quindi molto veritiero, JEAN MARQUES - RIVIERE e PAUL
RICHE lo presentarono al pubblico ed ai giornalisti nell'aprile 1943
ai CHAMPS ELYSEES a Parigi.
Protagonista del film era un giovane deputato nazionalista al
Parlamento francese Pierre Avenel, nobile di intenti e di spirito,
ma ingenuo, che incarnava i temi ultracattolici cari a PETAIN ,
ovvero `Dio,Patria,Famiglia e lavoro'.
Nel film i massoni erano accusati di mafia, affarismo,
catastrofismo, di erigere i cadenti principi democratici. Durante
una seduta parlamentare, prende la parola Avenel accusa la destra
capitalista di volere immiserire la classe operaia con il proprio
egoismo liberista, d'altro canto si rivolge agli scranni del P. C.
F. , denunciandoli di voler sfruttare la miseria della classe
lavoratrice voluta dai capitalisti, come in antichità fecero i
tribuni della plebe che spesso erano benestanti e parte integrante
dei meccanismi politici di governo.
Alla fine dell'appassionato, quanto esagitato discorso, più volte
interrotto sia dai bofonchiamenti della destra che dagli insulti,
improperi e versi di animali della sinistra, Avenel dichiara che la
borghesia è egoista e che il popolo è affamato dalla loro
ingordigia, dato che tradiscono gli interessi nazionali francesi a
favore di quelli internazionali.
Inoltre conclude che tutto il Parlamento è corrotto e che Lui non
voterà contro un determinato progetto di legge antipopolare, proprio
per non suscitare dubbi su questa estrema verità. Alcuni deputati
più in vista ammirano la sua franchezza e nobiltà di spirito, ma lo
giudicano un nazionalista puritano che fa solo perdere del tempo e
quindi occorre educare nel metodo e con consigli, disciplinandolo
iniziandolo alla massoneria. La verità non serve e non è amata dalla
gente che desidera le menzogne. Indi Avenel viene contattato da
probi viri deputati e massoni che lo spingono ad entrare in una
delle loro logge, facendogli capire che avrebbe avuto dei vantaggi
anche spirituali per continuare le sue battaglie, in quanto la
massoneria non è una società segreta ma solo discreta.
Avenel si reca a fare domanda di iscrizione al tempio ed officina di
una loggia, ove viene iniziato dapprima con la sua presentazione
alla Commissione dirigente dei fratelli, bendato ed interrogato
sulle sue convinzioni spirituali e politiche per il grado di
Apprendista.
Nel film si vede e si sente il tintinnio risonante dei gladi,
rivolti verso l'alto, al grido - giuramento della
Commissione "Libertè,egalitè,fraternitè''. Avenel è sottoposto a
prove simboliche, la spada puntata sul suo cuore quale simbolo del
rimorso che dilanierà il suo cuore di spergiuro, infatti la
massoneria è una istituzione che avanza da sola e trae la sua forza
dalla dea ragione.
I suoi componenti hanno il dovere di mantenere il segreto su ciò che
sentiranno e scopriranno, vedranno e sapranno. Avenel presta
giuramento su un calice da libagioni in cui è versato dell'amaro
fiele simbolo dell'amarezza e del rimorso. Poi, bendato viene
accompagnato in tre viaggi simbolici da un fratello presentatore che
risponde, per Lui, all'istanza interrogativa del Gran Maestro di
Loggia sul perché l'apprendista vuole entrare in massoneria, ovvero
perché è libero e di sani principi.
Il primo viaggio è nella stanza dell'officina quale emblema della
vita umana,con i rumori delle passioni della vita ed il superamento
degli ostacoli -difficoltà sorpassate con l'aiuto dei propri simili.
Nel secondo viaggio il profano si lava le mani con l'acqua, in segno
di purificazione ed attestazione di cuore limpido. L'ultimo viaggio
lo vede sempre bendato subire la prova del fuoco o passaggio
attraverso le fiamme che lo sfiorano in segno del sacrificio supremo
dell'uomo e quale simbolo della difesa strenua dell'ordine massonico
anche col versamento del proprio sangue. Il profano viene fatto
giurare insieme ai membri della Commissione Massonica in piedi e coi
gladii in mano.
Pierre Avenel giura dinanzi all'Assemblea dei Massoni, sotto la sua
propria e libera volontà, che non rivelerà alcun segreto massonico
confidatogli. Tale giuramento viene rinnovato quando il profano ha
la luce, cioè è sbendato, mentre i massoni si incappucciano,tranne
il Gran Maestro. La luce viene data al profano al cadenzarsi del
terzo colpo di mazza o martello da parte del Gran Maestro.
I fratelli incappucciati con la mano destra sul cuore ed il gladio
puntato contro il profano in segno di soccorso verso di Lui, se
rispetterà ed osserverà le leggi dell'ordine massonico, oppure di
vendetta di tutti i fratelli del mondo nei suoi confronti, cui non
sfuggirà, se tradirà . Il film prosegue con il succedersi di episodi
in cui Avenel trasforma il suo studio di parlamentare in una sorta
di agenzia di espletamento burocratico di favori e raccomandazioni
in aiuto ai Fratelli o ai loro amici.
Un collega parlamentare gli chiede aiuto per far ottenere ad un suo
fratello la licenza per aprire una tabaccheria. Un altro deputato
gli si raccomanda per conseguire la Legion d'Onore, poi salutandosi
con una stretta di mano, gli insegna un segnale che apre tutte le
porte simboliche ai favoritismi, ovvero il pollice dà tre colpi
secchi sul dorso della mano altrui, segno di riconoscimento fra
fratelli. Il deputato nazionalista Avenel, ieri libero, ora è un
fratello succube di una massoneria affaristica e miope. Nella
primavera del 1939 i massoni, lobbysti delle industrie di armi, per
vendere di più istigano il governo francese al conflitto mondiale.
Così scoppia la guerra, Avenel in loggia vi si oppone, dando ai
fratelli l'appellativo di impostori e falsari di una sinistra
commedia, abbandonando la riunione.
Sulla strada di casa, mentre la percorre a piedi, viene avvicinato
da un fratello con una scusa, per poi essere aggredito da alcuni
scagnozzi delle forze occulte, inviategli dai fratelli massoni, che
lo spediscono in ospedale. Uno strano attentato che non ha
colpevoli, grazie al buio, all'omertà, alla velocità del suo
succedersi, che vuole imporre la legge del silenzio dei massoni, ed
in gran parte, gioco forza vi riesce.
http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_cultura/Forzeocculte.shtml
Bankitalia. La Banca del Malaffare
| Venerdi 9 Settembre 2005 - 8:19 | Ugo Gaudenzi |
C'era una volta il gruppo dei quattro. Il suo collante, nel biennio
1992-1993, era l'impegno nel lavoro per il Nemico. E il Nemico –
dello Stato italiano, delle sue imprese pubbliche strategiche, della
sua sovranità residua, seppur limitata - si annidava nelle ovattate
stanze della Grande Finanza, internazionale e nazionale, decisa a
smantellare lo stato sociale, la tutela del lavoro, la gestione
pubblica delle maggiori attività produttive italiane. Con punta di
diamante la compagnia Goldman&Sachs.
Certo, non si trattava di un'offensiva diretta esclusivamente contro
il governo di Roma e il popolo italiano. La caduta del Muro di
Berlino, il crollo dell'Urss, aveva reso gli "Stati nazionali"
ancora gelosi della propria indipendenza politica ed economica –
fino ad allora utilizzati, o, meglio: sopportati dai Signori del
Denaro perché "aree cuscinetto", zone di equilibrio nel mezzo del
confronto tra Washington e Mosca – ormai inutili e da abbattere.
Soltanto così si possono spiegare le ondate di delegittimazione
politica e devastazione economica che hanno travolto in quegli anni
i vari poteri governativi semi-indipendenti alla guida del Giappone
di Tanaka o della Spagna di Gonzalez o del Perù di Garcia,
dell'Italia di Craxi o della Germania di Kohl.
Ondate che dichiaravano la "trasparenza sul commercio
internazionale" (per irreggimentarlo in regole di mercato asfittiche
e privatistiche e che naturalmente escludevano gli Usa, poi
culminate nell'Omc); che operavano per le
cosiddette "liberalizzazioni", "deregolamentazioni", "privatizzazioni
" delle economie nazionali; che culminarono nell'epopea di "Mani
Pulite" e nella contestuale presa del potere di agenti dell'usura e
della speculazione internazionale.
Ecco quel gruppo dei quattro (usiamo una locuzione cara a chi si
intende di politica contemporanea cinese: i detrattori chiamavano
quel gruppo la "banda di Shangai") era allora composto da tali
Ciampi – governatore di Bankitalia – Andreatta – ministro – Draghi
direttore generale del Tesoro, dal 2002 in forza alla Goldman&Sachs –
e Prodi – presidente dell'Iri, consulente del cliente-Iri Unilever,
inventore di Nomisma e oggi leader dell'opposizione naturalmente
finanziato dalla solita Goldman&Sachs. A questo gruppo si unì con
lestezza, alla 8 settembre, anche tale Amato, già delfino di Craxi.
Chi legge questo giornale – o chi ha letto gli scritti dell'EIR,
l'Executive Intelligence Review, o l'Uomo libero, o i saggi di
Blondet – sa di cosa parliamo. Parliamo della doppia grande rapina
ai danni dell'Italia, degli Italiani tutti, compiuta in quegli anni.
Parliamo precisamente di un convegno sul "Britannia", l'allora
panfilo reale di Sua Maesta la Regina d'Inghilterra, dove alcuni di
questi signori negoziarono la svendita del patrimonio pubblico
italiano al peggior offerente, sponsor il governatore della Banca
Centrale britannica. Parliamo della conseguente mancata difesa della
lira dalle speculazioni monetarie (acquistavano le lire all'estero a
minor prezzo e le rivendevano in Italia alla massima quotazione)
organizzate dalle banche d'affari e da speculatori quali Georges
Soros, finanziato dalla Goldman&Sachs, della svalutazione della
nostra moneta, della sua fuoriuscita dalla gabbia di parità del
sistema monetario europeo, della conseguente super-stangata fiscale
ai danni degli italiani iniziata da Amato e ripetuta via via negli
anni dai suoi compagni di merenda. Parliamo della
cosiddetta "collocazione all'estero" dell'indebitamento dello Stato
nazionale con i suoi cittadini: un debito intra-familiare
mefistofelicamente trasformato in un debito con l'estero, con le
banche, le finanziarie, le assicurazioni che operano e speculano
sui "mercati". Parliamo della svendita totale di ogni gioiello
produttivo italiano. Dell'addio alle produzioni strategiche che
avevano fatto dell'Italia il quinto Paese più avanzato del mondo,
della canalizzazione dell'economia nazionale nei binari del
terziario, dei servizi, nel ruolo di camerieri del resto del mondo.
Di un'Italia ridotta da questi Signori a Paese sottosviluppato
fornitore di spettacoli, moda e null'altro.
Ecco. Una dozzina di anni fa si compì un misfatto a irreversibile
danno del popolo italiano. Che da creatore di ricchezza, si trova
oggi nelle secche della disoccupazione, del lavoro precario, della
mancanza di avvenire.
E per quel misfatto, per quella grande rapina del futuro nazionale,
nessuno ha ancora pagato.
Anzi: al grande speculatore Soros è stato lo stesso Prodi a
procurare, all'Università di Bologna, una laurea ad honorem in
economia. Come ringraziamento per aver assestato un colpo mortale
all'economia nazionale, evidentemente.
Già, i nomi sono noti a tutti.
Ma tutti sanno, anche i più sprovveduti, che "lupo non mangia lupo".
Eppure qualcosa può repentinamente mutare. Gli scricchiolii
sotterranei del capitalismo finanziario, hanno aperto crepe nel
terreno, sotto gli occhi di tutti.
La stessa vicenda del "Fazio-gate", un governatore che non ha fatto
altro che seguire imperterrito la corrente dei suoi predecessori,
lottizzando la Bnl all'Unipol diessina e la Antonveneta alla Bpi
leghista, nella sua chiara insignificanza visto come vanno le cose
in Italia dal dopoguerra in poi (altro sarebbe stato chiedere la
testa di Fazio per non aver controllato Tanzi o Cragnotti, o le
piramidi albanesi o i bond argentini… ma ciò non si è dato), è un
evidente bluff di copertura. E l'intervento di Ciampi e dei
governanti bipartisan di questa Repubblica – Berlusconi e Fassino –
ne è la prova.
Non si vuole che, scoperchiata un millimetro la pentola di una
Banca – quella d'Italia – fuoriesca tutta la sua melma. Quella della
sua composizione privatistica, della sua proprietà azionaria (banche
private, assicurazioni private, finanziarie private, banche estere
controllate da banche d'affari cosmopolite). E quella del suo ruolo
usuraio nei confronti dei cittadini – ai quali "vende" ad interesse
la loro stessa moneta – e del suo ruolo di "garante" di tutela degli
interessi speculativi della grande finanza internazionale.
Proprio su quest'ultimo punto – mentre i giornali (in)dipendenti
italiani punteranno le loro cronache e i loro commenti
sulla "ritirata" di Fazio dalla riunione di Manchester, o sul colore
del suo vestito, o sulla caduta di folta forfora sulla sua giacca,
lasciamo la parola al presidente del Consiglio italiano che, al
tempo, si era accorto di questa grande truffa, che l'aveva indicata,
denunciata. Ma che era stato anche azzittito ed ostracizzato, perché
troppo indipendente nei giudizi, perché non suddito degli interessi
di Wall Street o della City.
A Bettino Craxi.
Che da Hammamet, il 2 febbraio 1997, dopo uno scambio di documenti
con Venier, aveva inviato una lettera al Corriere della sera (e poi
a Repubblica), quantificando il danno che Ciampi aveva procurato
all'Italia in 14 mila miliardi di lire. Un saldo negativo di
un'estate, quella del 1992, che proprio il governatore attuale,
il "culo di pietra", come lo chiamano i suoi attuali nemici, Antonio
Fazio, pochi giorni dopo la sua nomina aveva quantificato in 48
miliardi di dollari. Tutti da ascrivere all'allora appena giubilato
in "politica" ex governatore Carlo Azeglio Ciampi.
Che dovrebbe essere lui a rassegnare le dimissioni. E senza
alcuna "moral suasion".
La denuncia di Craxi
Leggo su Repubblica, a proprosito della svalutazione della lira
del `92, tornata agli onori della cronaca giudiziaria e
giornalistica, un articolo a firma Elena Polidori, nel quale vengono
attribuite a Ciampi alcune spiegazioni dalle quali risulterebbe:
1) Che la difesa ad oltranza ed il cedimento del 14/9/92 sarebbero
state decisioni del governo, con Banca d'Italia solo in un ruolo
consultivo. Questa affermazione è in contrasto con ciò che si legge
in un libro di Barucci (pg 52-59). Il "consigliere" Ciampi bene a
conoscenza delle intenzioni tedesche (non intervento a sostegno, con
il che il capitolo era chiuso), delle forze in campo e quant'altro,
sarebbe stato ascoltato o no? Ciampi non dice ora della sua
posizione dell'epoca, che invece risulta descritta in modo chiaro
nel libro dell'ex ministro del Tesoro.
2) Le considerazioni di Ciampi sull'utilità dell'emergenza, la
cultura della stabilità, etc... in relazione all'enorme spreco di
risorse che fu messo in atto, valgono quanto quelle di Barucci a
proposito dei vantaggi che ne avrebbero tratto le "api industriose"
e cioè, nulla. Osserviamo invece che, né Ciampi, né Barucci dicono
se la lira era o non era sopravvalutata in termini reali, rispetto
alle principali monete europee. Non lo era affatto. Secondo i dati
Istat, il grado di copertura della bilancia commerciale italiana è
stato: 91,8% nel 1989 93,5% nel 1990, 92,91% nel 1991. Considerando
l'interscambio beni e servizi, tale grado di copertura risulta del
98% per il `91 e il `92. Si trattava quindi di valori normali.
L'interscambio commerciale dell'Italia era sostanzialmente in
equilibrio e quindi non appariva certo necessaria una consistente
svalutazione per motivi di bilancia commerciale. Lo squilibrio era
provocato solo da transazioni speculative. Di fronte all'attacco
speculativo, il governo e la Banca d'Italia non adottarono alcune
misure eccezionali, necessarie e giustificate, che potevano essere
prese e che erano le sole utili a fronteggiare quella situazione,
mentre invece si gettarono in una solitaria e costosissima difesa
della lira, che finì come finì, e cioè con un capitombolo a tutto
vantaggio della speculazione.
3) Vediamo meglio quanto l'Italia finì con il perdere. Secondo
Eurostat le "disponibilità ufficiali lorde indivise convertibili"
dell'Italia, a fine 1991, erano 33.329 milioni di ecu,
corrispondenti all'epoca a circa 52mila miliardi di lire e a circa
42 miliardi di dollari Usa. La cifra, ripetutamente indicata in 48
miliardi di dollari Usa, gettata nella fornace del mercato in difesa
della lira, sarebbe del tutto comparabile con la disponibilità.
Sempre secondo l'Eurostat la disponibilità italiana in divise
convertibili è diminuita da fine 91 a fine 92, di circa 18 mila
miliardi. La cifra di 14mila miliardi persa nei soli tre mesi tra
luglio e settembre `92 appare concordante con le statistiche
Eurostat.
4) la speculazione fece affari straordinari. Basta, come esempio, il
caso che riguarda l'operatore finanziario internazionale Soros.
Secondo notizie apparse sulla stampa, Soros avrebbe ottenuto un
prestito di un miliardo di dollari Usa al 5 per cento. Con un
esborso di 50 milioni di dollari avrebbe conseguito un profitto di
280 milioni di dollari. Un affare d'oro. Non per niente venne poi
insignito della laurea homoris causa dall'Università di Bologna.
Tanti altri parteciparono all'operazione. Del resto risulta del
tutto credibile la possibilità di realizzare consistenti profitti,
soprattutto se si può stimare con buona sicurezza il momento della
svalutazione".
Bettino Craxi
Pochi giorni prima, il 30 gennaio del 1997, sempre nascosto in una
pagina interna, il Corriere della sera aveva già dato spazio all'ex
presidente del Consiglio, che si chiedeva:
..."certamente sarebbe interessante accertare quali gruppi
finanziari italiani, e se per caso anche istituti di credito
nazionali, abbiano partecipato, rafforzandolo, all'assalto condotto
dalla speculazione internazionale contro la lira".
Bettino Craxi
http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_editoriale/Bankitalia.LaBa
ncadelMalaf.shtml