http://www.iniziativameridionale.it/index.asp?IdSezione=11&IdArticolo=1359
CANZANO – Allora, il 19 giugno a Controcorrente, su Sky, c'è stata una
significativa svolta per la vicenda Faurisson …
MOFFA - Direi proprio di sì. Al di là della solita arroganza di
qualcuno, il passaggio più significativo è stato quando Nicola
Tranfaglia ha accettato l'idea di un contraddittorio pubblico con
Faurisson: smentiti dunque i "negazionisti" dei "negazionisti". Non si
può continuare a tacere, chi– come Tranfaglia – vuole veramente
battere il revisionismo olocaustico è opportuno che si cimenti in un
dibattito pubblico. E discutere fa sempre bene, a tutti …
CANZANO – Come ci si è arrivati nella trasmissione?
MOFFA - La puntata è iniziata sul caso Priebke, in studio Tranfaglia
ed io, in teleconferenza il prof. Faurisson e Victor Magiar della
Comunità ebraica romana. Poi a un certo punto è uscito fuori il tema
della libertà di espressione, e si è passati alla vicenda di Teramo e
a Faurisson. Magiar ha attaccato frontalmente lo studioso francese, ma
se l'è presa anche col master e col mio invito, sostenendo che ero
stato unilaterale, e che non avrei proposto il contraddittorio. Ho
replicato snocciolando i nomi di tutti gli studiosi, storici ed
esponenti della comunità ebraica da me invitati, citando fra gli altri
Sarfatti, Pisanty e Pezzetti, e dicendo che per un motivo o per
l'altro (Sarfatti all'inizio, prima ancora che avessi pensato ad
invitare Faurisson) non erano voluti venire. E' stato a questo punto
che Tranfaglia ha detto che se avessi invitato lui, lui sarebbe venuto
a Teramo. Ho "rilanciato", e l'ho invitato per il prossimo anno ad un
contraddittorio con Faurisson. Ha accettato: mi pare una svolta
positiva per tutti, compresi gli storici antinegazionisti, che alla
fine se insistono a rifiutare ogni confronto, rischiano di perdere la
faccia. Non leggo nessuna indulgenza in Tranfaglia, solo un
atteggiamento corretto e responsabile di storico e di intellettuale.
CANZANO - Andiamo all'inizio di questa vicenda. Quando è nata l'idea
di fare il master in Medio Oriente e parlare dell'olocausto?
MOFFA – Il master Enrico Matteo Medio Oriente è un master
multidisciplinare che tratta di storia, politica internazionale,
culture e religioni, economia, diritto e informazione. Il corso dura
in tutto trecento ore, di cui 120 di lingua araba e 180 appunto di
argomenti multidisciplinari: nulla di più normale è stato dunque
dedicare un po' di spazio anche al tema dell'Olocausto, ivi compreso
il revisionismo sull'argomento, e non solo per il noto convegno di
Teheran – emblema dell'uso politico dell'olocausto anche da parte
iraniana – ma più in generale per il ruolo svolto dal dogma
olocaustico in tutta la storia di Israele dalla fine della II guerra
mondiale ad oggi. Come ricordano Norman Finkelstein e Tom Segev,
l'olocausto è utilizzato da Israele per avere una patente di impunità
riguardo alla violazione del diritto internazione almeno a partire dal
'67. Inizialmente, secondo il programma caricato sul sito fin dal
dicembre 2006, era prevista una settimana intera dedicata a "il medio
oriente e l'olocausto". Nei fatti, alla questione sono state dedicate
teoricamente quattro ore (la lezione di Thion, e quella, però saltata,
di Faurisson) più un convegno della durata complessiva di 16 ore
spalmate su tre giorni - "La storia imbavagliata" - ma di carattere
prevalentemente giuridico, e con una forte presenza di storici e
studiosi anti Faurisson.
CANZANO – Perché questo titolo?
MOFFA – Perché in tutta Europa si vanno affermando leggi liberticide
che pretendono di imporre una "verità di stato" protetta dal codice
penale su alcuni eventi chiave del secolo passato: non c'è solo
l'Olocausto, c'è anche il genocidio armeno – la cui negazione e la cui
affermazione sono condannate rispettivamente in Francia e in Turchia:
assurdo!! – e ci sono, nella repubblica ceca i "crimini del comunismo"
la cui negazione è appunto punita. Ecco l'imbavagliamento della
storia. Dai giuristi che hanno partecipato al convegno, come Ainis e
Sinagra è venuto fuori il dato allarmante di una tendenza
totalitaristica strisciante, resa ancora più pericolosa dalla spada di
Damocle dal mandato di cattura europeo. Dentro questo quadro generale,
sicuramente il negazionismo gioca un ruolo notevole, perché la legge
colpisce soprattutto questa tendenza storiografica. Se per ipotesi è
totalmente infondata e propagandistica, oppure se ci possono essere
degli appigli di parziale verità o comunque c [testo troncato nel sito]
CANZANO – Perché continuare ad usare il termine olocausto o shoa?
MOFFA – Siamo di fronte ad un fatto storico, che da alcuni viene
interpretato o in chiave religiosa, da cui il termine come la shoa e
l'olocausto che ricorda il sacrificio della vittima a Dio, o con
finalità politica. A parlare di queste cose sono gli studiosi a
livello di Finkelstein da me invitato per primo in Italia, a Teramo
nel 2002, dove lui parlò per la prima volta di un'industria
dell'olocausto. Neppure Faurisson che riduce drasticamente le cifre
fino a 150.000 gli ebrei morti nei campi di concentramento, che sono
comunque una cifra enorme orribile, nega lo sterminio degli ebrei.
CANZANO – Allora l'aggressione che avete subito non è giustificata?
MOFFA - Quelli che ci hanno aggredito non sono dentro questo
meccanismo. C'è un clima di intossicazione creato dalla stampa, che
dice quasi sempre le stesse cose ed emargina le voci dissenzienti.
Alcune testate hanno raccontato su Teramo fatti completamente diversi
da quelli effettivamente svoltisi, omettendo e falsificando i dati.
C'è poi un clima generale che riguarda la stessa comunità ebraica
italiana e l'intellettualità ad essa vicina. Fino all'82, esisteva una
dialettica fra sionisti e antisionisti, ricordo uno studioso come
Guido Valabrega, una giornalista come Livia Rokach di Repubblica, o
altre voci dentro il vecchio PCI. Oggi tutto è cambiato: il
martellamento della stampa, la politica di recupero dei vertici della
comunità ebraica italiana, hanno portato alla formazione di
generazioni che sono sempre allineate con Israele, qualsiasi cosa
faccia, e che accrescono di anno in anno la loro attenzione e la loro
"memoria" degli eventi della II guerra mondiale. Il rischio è sfociare
in una sorta di ossessione mistica religiosa. Faccio un esempio,
prendersela con Faurisson perché avrebbe "negato il lutto" di
qualcuno, intendo dire di qualche specifica famiglia di deportato ben
individuabile con nome e cognome, come ha scritto su Repubblica una
persona di solito intelligente come Michele Serra, è un'assurdità,
oltre che una sorta di istigazione a reiterare quanto accaduto a
Teramo: la riduzione drastica del numero delle vittime dello sterminio
di ebrei nei lager, operata da Faurisson - giusto o sbagliato che sia
- non comporta certo automaticamente l'esclusione dal nuovo computo
del deportato Tizio o della deportata Caia. Per cui la reazione
ossessiva alle tesi dello studioso francese e degli altri
"negazionisti", non riguarda affatto i sentimenti individuali offesi,
ma il dogma dell'Olocausto: uno sterminio di ebrei che sarebbe
avvenuto secondo modalità e quantità ormai "accertate" per sempre: 6
milioni di ebrei, uccisi con le camere a gas. E' accettabile un dogma
da un punto di vista storiografico? In realtà la storiografia è
revisione continua: uno storico serio deve valutare tutte le fonti e
ascoltare tutte le voci: e un coordinatore di master, anche se non è
esperto di questo o quell'argomento, può proporre agli studenti con
pieno diritto voci diverse su uno stesso argomento: senza che questo
voglia dire condividerle.
CANZANO – Perché la venuta di Faurisson in Italia ha dato così tanto
fastidio?
MOFFA – C'è il fatto oggettivo di uno studioso inviso alle comunità
ebraiche europee. Ma di Faurisson hanno in qualche modo approfittato
coloro cui comunque il master ha sempre dato fastidio, fin dal suo
inizio: in realtà il primo attacco al corso di studi intitolato a
Enrico Mattei risale nientemeno che al 16 novembre del 2005, giorno in
cui il sito di un tal Institut for Jewish History di Londra, ha
pubblicato l'articolo di un allora collaboratore del Foglio di
Ferrara, Emanuele Ottolenghi, che, parlando dell'antisemitismo in
Italia, mi dedicava sedici righe per un articolo datato … 2001. Come
mai tanto ritardo, fino alla data in cui scadevano le domande di
iscrizione alla prima edizione del master? Quelle sedici righe poi
erano e sono piene di menzogne, come ho documentato sul sito:
Ottolenghi mi attribuiva infatti fra virgolette frasi tratte dal
Corriere della Sera o da altri giornali, e scriveva "according to
Moffa", invece che citare le mie fonti; sosteneva poi che queste
consistevano in "unquoted articles", cosa non vera vista le date dei
giornali citati, il titolo dell'articolo e l'autore. Insomma, un
attacco preventivo nella speranza che il master fallisse alla prima
edizione, perché mi conoscevano come un "pericoloso" intellettuale e
giornalista libero, che non ha paura di affrontare i problemi spinosi.
Poi il secondo attacco, all'inizio della seconda edizione: un convegno
su Medio Oriente e Mass media colpevole di aver ospitato giornalisti
controcorrente come Blondet e Fini, e soprattutto gli ambasciatori
iraniano e siriano; e ancora di più colpevole per aver dato la parola
in quella stessa settimana anche a Dan Vittorio Segre, e per aver
invitato l'ambasciatore israeliano. Per i settori oltranzisti
filoisraeliani ciò è inconcepibile: per essi, quello che è effettivo
pluralismo di un corso di studi, diventa inaccettabile
"legittimazione" del Nemico. Un Nemico che per loro è da annientare,
non da interloquire o affrontare in un dibattito civile. Ritengo che
proprio questa apertura del master sia stata la causa di tante
reazioni isteriche: un master a cui sono state ripetutamente invitati
esponenti e intellettuali della comunità ebraica italiana come Renzo
Gattegna, Marcello Pezzetti del Centro di documentazione ebraica,
Valentina Pisanty autrice del libro "le irritanti questioni delle
camere a Gas", o Furio Colombo. Tutti a parlare di assenza di
contradditorio al master, e contemporaneamente a rifiutare l'invito
che, se accettato, avrebbe reso possibile il contraddittorio stesso.
In un crescendo di isteria, fino al 18 maggio …
CANZANO – … Il giorno dell'aggressione a lei, a Faurisson e alle forze
di polizia: per concludere, qual è il suo giudizio sui fatti di Teramo?
MOFFA – Ci sono tanti aspetti. Quello che sottolinerei più di altri è
questo: in Italia non esiste per fortuna una legge liberticida come la
francese Gayssot-Fabius. Ma ecco che all'occorrenza si scatena la
violenza di piazza, che finisce per creare un problema di presunto
"ordine pubblico", e dunque per impedire nei fatti la libertà di
insegnamento, di parola e di pensiero. A Teramo è andata così: la
legge non ci poteva impedire né la conferenza né la lezione di
Faurisson all'Università. E' stata la piazza ad imporre la sua
"legge", scavalcando il Parlamento sovrano: la legge della violenza.
Non è certo una cosa edificante per lo stato di salute della
democrazia nel nostro paese.
CURRICULUM Claudio Moffa, è professore ordinario di Storia ed
Istituzioni dei Paesi afroasiatici presso la Facoltà di Scienze
Politiche dell'Università di Teramo. Come studioso, saggista e notista
di problemi internazionali, si è occupato in particolare, sia da un
punto di vista politologico che (per quel che riguarda in particolare
l'Africa) etno-antropologico, delle seguenti aree di crisi, prima e
soprattutto dopo la fine del bipolarismo Est-Ovest: Medio Oriente:
Iraq, conflitto israelo-palestinese (fin dal suo primo libro, La
resistenza palestinese, Roma 1976), Afghanistan. Africa: tutta, e in
particolare Etiopia-Eritrea (due libri: Etiopia dietro la trincea,
Milano 1978, e La rivoluzione etiopica Testi e documenti, Urbino) e
Somalia; Ruanda e Burundi (conflitto tutsi-hutu) e Regione dei Grandi
laghi, Zaire-Congo e "prima guerra mondiale africana", Sierra Leone,
Costa d'Avorio, Liberia, Nigeria, Zimbabwe, Sudan, Angola, Namibia,
Sudafrica. Quanto alle problematiche "traversali" si è occupato
diffusamente del "fattore etnico" in Africa, della "questione
nazionale" nell'età postcoloniale e postbipolare, e della sua
proiezione giuridica, il "principio di autodecisione dei popoli",
proponendo già nel 1988 (Quaderni Internazionali n. 2-3, "La questione
nazionale dopo la decolonizzazione") "una rilettura del principio di
autodecisione dei popoli", alla luce sia della nuova epoca storica
(fine del bipolarismo, "globalizzazione" anche finanziaria, crisi
dell'assetto interstatuale sortito dalla II guerra mondiale e dalla
decolonizzazione), sia della multietnicità della maggioranza degli
stati teatro delle più gravi crisi di fine secolo (i secessionismi
africani, ma anche, in questo quadro, i Balcani e l'Est Europa).
Inoltre si è occupato, come membro del Comitato Scientifico
"Intemigra" (un progetto internazionale diretto dalla Regione
Abruzzo), e come Direttore scientifico e Coordinatore dell' ODEG -
Osservatorio contro le discriminazioni etniche e di genere, progetto
internazionale finanziato dall'UE e che ha coinvolto (anni 1999-2001)
quattro Università Europee, del problema dell'immigrazione, proponendo
anche in questo caso una revisione ponderata della "sociologia
dell'immigrazione `facile'" e della questione delle "identità" e delle
"differenze", e cercando di collegare la questione immigrazione -
oltre una visione immediatistico-microsociologica - agli scenari di
crisi internazionali, con particolare riferimento ai Balcani e al
Curdistan. Attualmente svolge un corso su "I conflitti in Africa e
Medio Oriente dopo la fine del bipolarismo", presso l'Università di
Teramo, tema che è stato oggetto anche (attraverso una selezione degli
scenari di crisi) di un seminario presso la SIOI; ed è impegnato in un
progetto di ricerca sulla questione chiave – da un punto di vista non
solo giuridico, ma anche politico e diplomatico – dei due Tribunali
internazionali operanti in Africa, quello di Arusha (Ruanda) e quello
della Sierra Leone. Collaboratore di diverse testate giornalistiche
sin dagli anni Ottanta e Novanta (Paese sera, Corriere della Sera, Gr
RAI direttore Gianni Raviele, RadioRaitre di Enzo Forcella - ciclo di
trasmissioni sulla storia dell'Africa - Panorama, Espresso, L'Ora, Il
Centro, La Sicilia, La Stampa,etc.) e più recentemente delGR-RAI,
RAI-news 24, Il Terzo Anello, L'Eco di Bergamo, ha scritto numerosi
saggi per riviste specialistiche italiane e straniere (Politique
Africaine, Le monde diplomatique, Limes, Studi Piacentini, Politica
Internazionale, Africa, Africana, Estudia Africana, Rivista di Storia
contemporanea, Giano, Marxismo oggi, Euntes Docete). Fra i suoi libri,
Saggi di Storia Africana (Milano 1996), L'etnia fra invenzione e
realtà (Torino 1999), Storia dell'Africa (Milano 1999), e L'Africa
alla periferia della Storia (Napoli 1993, Parigi 1995), premio cultura
Presidenza del Consiglio 1996. I suoi ultimi lavori sono i volumi La
favola multietnica. Per una critica della sociologia dell'
"immigrazione facile", Harmattan, Torino 2002, con prefazione di
Umberto Melotti che qui si allega; Msiri e il capitano Bodson.
Colonialismo yeke e colonialismo europeo nel Katanga dell'Ottocento,
Aracne, Roma 2003; Lamerica. Ideologie e realtà dell'immigrazione,
Aracne, Atti del Convegno, Roma 2004, e un libro di prossima
pubblicazione sul Tribunale penale internazionale per il Ruanda.
di Giancarlo Chetoni
Russo Spena e la partigiana 83enne senatrice Menapace parlano di…
evento simbolico. L'importante - spiegano - è che ci siano le sigle
del movimento pacifista, la Fiom, l'Arci e l'Arci Gay, il PdCI, i
Verdi, Lega Ambiente e la Tavola della Pace.
Sulla piazza, sotto il palco rocchettaro e gli striscioni di "facciamo
l'amore (etero?), non la guerra", ci sono meno di un centinaio di
sostenitori. Sono arrivati da tutta Italia con tanto di tagliandone
Trenitalia pagato dal sindacato e cestino viaggio.
Giordano, anche lui della partita, sbotta invelenito. Gli
organizzatori dell'altra manifestazione, senza nominarli, stanno
usando Bush ma hanno un solo bersaglio: Rifondazione.
"Non mi piace", dice serio Diliberto. Stiamo facendo ridere. A giro ci
sono più palloncini colorati che manifestanti. Gli slogan che partono
dagli altoparlanti sono soft, l'antiamericanismo è in sordina. Quel
corteo (l'altro, l'innominato), dice Russo Spena, è un partito contro
di noi. Hanno aspettato Bush per attaccarci. Lo facciano apertamente
quando non c'è il presidente americano (senza K). Voglio vedere –
sostiene, altrettanto invelenito, Migliore - quanta gente riescono a
mettere insieme quando verranno a Roma e non ci sarà da contestare la
Casa Bianca.
Casa Bianca. Sì, proprio così. A forza di bertinottite sono diventati
educatissimi, bambini di scuola con il grembiulino bianco e fiocco rosso.
Mi sono sbagliato, rosa come quello che mette Grillino (i), deputato
del Partito Democratico di Fassino e Rutellona.
La vignetta di Vauro ad Anno Zero di Santoro gli ha dato 7+.
L'abbraccio di Prodi a Bush è solo un segno di buona educazione.
Nient'altro - commenta uno scheletrico sostenitore "rasta" fasciato
in una gigantesca bandiera della pace. La ragazza che gli sta accanto
ha la faccia dipinta, male, da guerriero indiano. Che abbia usato
ceretta da scarpe? I due si passano senza soste uno spinellone.
"Noi siamo - sostengono davanti alle telecamere della tivvi - con
l'altra-America".
La musica che esce da giganteschi amplificatori è da sballo. La band
che suona è quella dei Gang. Il leader prova a scaldare la platea.
L'articolo 11 della Costituzione dice che Bush lo possiamo mandare a
quel Paese.
Educatino anche lui. Sotto sotto ci deve essere stato un ordine di
scuderia. Al cloroformio.
Flash di una sinistra, radicale, che scricchiola.
La destra, anche questa "radicale", la si puo vedere, già
scricchiolata, da un bel pezzo, sul sito, rinnovato, del Fronte
Nazionale e su quelli degli "amichetti-e" di bordone alla corte dei
miracoli di Arcore. Eppure non mollano. A dispetto ognivolta degli O.O
che raccattano qua e là, nei paesetti di periferia, dove l'accordo
con la Casa delle Libertà non conta.
Che ci sia altro sotto?
Non abbiamo visto firme celebri sulla lista di solidarietà a Moffa.
Un caso?
Certo che no.
Eppure tutte le mattine a colazione inzuppano nel caffelatte,
bollente, sionisti, ebrei e neocon!
Che facciano finta?
Stiamo raccogliendo con qualche anno di ritardo un po' di materiale
su numero e qualità delle centinaia di missili e di bombe sganciate
dall'Aeronautica Militare Italiana sulla Serbia e sul Kossovo.
L'appena sufficiente per dare a d'Alema la patente di flagrante
assassino.
A Palazzo Chigi, passando in rassegna la soldataglia della Repubblica
delle Banane, il criminale di guerra Bush ha stretto con vigore la
mano al tagliagole di Gallipoli. Accompagnando il gesto con un sorriso
eloquente e una pacca sulla spalla.
A Gaza e in Cisgiordania, in Libano e in Afghanistan, ma anche in
Iraq, il Vicepresidente del Consiglio e la sua band stanno facendo
tutto, ma proprio tutto il loro dovere.
Prodi dal canto suo ha abbracciato e baciato con trasporto sulle
guance l'ebete sniffato di Washington. Ributtante. Che dire del resto
della sceneggiata!
A Palazzo Chigi, nel corso della conferenza stampa, sotto i trespoli
dei Vip c'era il logo della Presidenza del Consiglio. Il rosso della
bandiera italiana si fondeva con le bande rosse della "star and stripes".
Il Presidente Bush, entrando in Vaticano, riporta la stampa, si è
commosso nel salutare per un'ultima volta Benedetto XVI. Vedere,
faccia a faccia, dal vivo, sul Seggio di Pietro un Agente della Cia
non è cosa di tutti i giorni.
Dal 1945 tra Usa, Alleati e Italia l'intesa tra stupratori e stuprati,
felici e contenti, non fa una grinza.
La fine della Sinistra Radicale verrà ritardata dalla presenza di
Giordano e Compagni in tutti i Tg e i Porta a Porta della Tv di Stato.
Un po' esattamente come succede da Aprile 2006 al democristiano per le
autonomie Rotondi con il suo O.3%.
Scricchiolano. Scricchiolano.
di Giancarlo Chetoni
"Lo spettacolo andato in scena al Senato è una danza macabra per il
Paese. Appare difficile andare avanti perché quello che è accaduto in
questi giorni (si riferisce al caso Visco-Speciale) è ben più grave di
una indecorosa rissa politica: è uno scricchiolio della nostra (la
sua) Repubblica".
Più in là Giuseppe D'Avanzo non è riuscito ad andare.
La Finegil di De Benedetti lo ha plagiato.
Gli ha fatto perdere, con la disponibilità del danaro e la
frequentazione del gossip, dei vip di affari & politica, la lucidità e
la prontezza nel vedere, sentire e denunciare.
Minimizza, riduce i cigolii a "uno" o giù di lì.
In realtà… ce ne sono molti. Altri seguiranno, tutti di prevedibile e
crescente intensità. E finiranno per scuotere dalle fondamenta i
Palazzi del Potere. Lo scrivo con soddisfazione. Annuso.
Lo smottamento della massa franosa che lambisce la Repubblica delle
Banane è inarrestabile.
La torsione dei tondini arrugginiti che scolla il cemento fradicio,
sta uscendo all'esterno con il rumore, secco, sinistro, che precede
l'implosione, i cumuli di macerie a terra con tanto di polvere
nell'aria e un silenzio spettrale, da catastrofe.
D'Alema appena qualche pagina dietro avverte "avanti così e il Paese è
perduto".
Il suo appello non ci strappa né commozione né lacrime. A dirla tutta
non ce ne frega niente. Anzi. Quando la maionese impazzisce è meglio
buttar via tutto.
La spazzatura che sommerge Napoli è un segno inequivocabile della
paralisi progressiva dei poteri di comuni, provincie, regioni e stato,
di un degrado della qualità della vita che trascina in un buco sempre
più nero milioni di italiani.
Bertolaso e Bassolino, Napolitano e il Sindaco di Montecorvino.
E' il segno tangibile del fallimento epocale di un intero ceto
politico, come lo chiama Fassino.
La lordura che assedia le strade di Posilipo, di Ischia, di Capri, la
delinquenza, la camorra, il degrado che assedia la Campania è un segno
di un collasso incipiente molto più profondo ed esteso. Ferite
infette che degenerano in cancrene a macchia di leopardo.
L'elettroencefalogramma della Repubblica è irriversibilmente piatto.
Tra centro è periferia il black-out è pressoché totale.
La credibilità del sistema politico ha raggiunto il fondo. La sua
capacità di comunicazione è ormai largamente fallimentare. Le alchimie
di incessante trasformazione alla ricerca di una stabilità precaria
senza catalizzatori e sedimentazioni.
L'Italia pressoché ingovernabile, sempre più povera e febbricitante.
Per sindaci e presidenti di provincia, neoeletti, o candidati al
ballottaggio, alle amministrative di maggio, intervistati dai TG nelle
sedi istituzionali o di partito questa volta non ci sono stati né baci
né abbracci, né sostenitori. Fine della kermesse.
Sulla pelle della Repubblica spira un vento gelido, artico. Niente
dati definitivi dal Ministero degli Interni sull'astensione. A Genova
i voti bianchi e annullati, al primo turno, hanno superato i 180.000.
Brandelli di verità difficili da tirar via anche da Internet.
Per continuare a coltivare dei vergognosi privilegi di casta, ad
occupare spazi di visibilità, la politica ha un solo mezzo: sviluppare
un sistema educativo e sociale capace di annientare la fibra delle
nuove generazioni comprimendo tutti gli spazi di libertà e adulterando
sempre più massicciamente la comunicazione.
Il Ministro degli Esteri, dal canto suo, ha lanciato i suoi allarmi:
"Mentre sono in videoconferenza con la Rice e con i ministri di
Francia e Germania per dare un futuro al Kossovo, il parlamento
italiano è bloccato nella discussione su un generale".
Il bombardatore folle della Serbia si è dimenticato che quel
problemino lui ha contribuito a crearlo dando il via libera da Aviano
e Istrana ai cacciabombardieri degli Usa e della Nato e ai Tornado IDS
dell'Aeronautica Militare. Quella volta senza l'assenso dell'Onu.
Fa differenza tra Belgrado e Kabul?
Un massacro da 10.000 uomini, donne, anziani e bambini. E all'uranio
impoverito degli A 10.
L'allora Presidente del Consiglio, per giustificare un'aggressione
aerea, vigliacca, infame, nel 1999 parlò di diritti umani calpestati
inventandosi fosse di cadaveri e la pulizia etnica di Belgrado contro
gli albanesi
Delinquenza politica da salvatore dell'ordine internazionale per conto
di Clinton e della Nato.
I nodi per lui per Prodi e Berlusconi stanno venendo al pettine. La
Russia ha detto un chiaro e definitivo "no" al Palazzo di Vetro sulla
secessione organizzata dall'UCK, dalla Cia e dal Pentagono.
Non sono ancora riuscito a cacciare dalla testa le scene agghiaccianti
di intere famiglie serbe strappate a forza dai convogli organizzati
dall'Onu, lapidate, bruciate con la benzina, i monasteri ortodossi
dinamitati, ad aver dimenticato - letto nel "Rapporto Pristina" sulle
sparizioni - i colpi alla nuca, gli stupri in un crescendo di violenza
e di follia inflitti dai "vincitori" ai "vinti".
Spatafora al Consiglio di Sicurezza rialzerà la mano a comando come
vuole Bush.
Per la politica estera del Bel Paese il crack è dietro l'angolo. In
Libano e in Afghanistan.
Le pastette, le furbizie cerchiobottiste dei comunicati della
Farnesina non bastano più a nascondere la solidità dell'asse Roma
Washington. E la commistione sempre più estesa, putrida e
condizionante del centro-centro-sinistra con il sistema finanziario e
industriale nazionale e internazionale.
Al di là di un nostro giudizio fortemente negativo sull'operato di
ampi settori giudiziari negli anni di piombo, c'è da dire che oggi,
la magistratura esercita, anche nei formidabili limiti che gli sono
imposti dal Parlamento e dallo Stato, l'azione penale con sufficiente
libertà e trasparenza.
L'apposizione del segreto di stato sul caso Abù Omar, il ricorso alla
Consulta, il trasferimento di Pompa al Ministero della Difesa, la
firma degli accordi Finmeccanica con la Loockeed per la produzione a
Cameri dell'F 35, e potremmo continuare per un bel pezzo, fino alla
difesa di Cappato e di Luxuria a Mosca, dimostrano al di là di ogni
ragionevole dubbio che l'Italietta del Partito Democratico è
perfettamente sovrapponibile a quella della Casa delle Libertà.
Padroni del Vapore a bordone, che si avvicendano.
Le corse affannose a Damasco del Baffo di Gallipoli non salveranno il
Bel Paese da una durissima lezione.
Il Capogruppo al Senato del Partito Democratico Anna Finocchiaro è
stata molto chiara.
"Attenti – ha detto rivolgendo lo sguardo verso i banchi
dell'opposizione - ad accendere focolai di polemiche distruttive. La
credibilità e la tenuta del sistema non riguarda solo la sinistra ma
anche la destra".
Dai, continuate così!
Se Amato pensa che lo salvi Storace, la destra radicale, Giordano o i
"no global" di Casarini sta fresco!
Tutta roba da Otpor.
Dietro l'angolo c'è una mezza rivoluzione.
Ne vedremo delle belle.
Kleiaat: un gran brutto affare
di Giancarlo Chetoni
In "Libano: venti di guerra" ( www.ariannaeditrice.it ) avevamo dato
conto, oltre che dell'elenco delle armi in arrivo al porto di Beirut,
anche della decisione dell'Amministrazione Bush di approntare una
base aerea e logistica Usa e della Forza di Intervento Rapido della
Nato, e quindi anche dell'Italia, a Klieaat nl Libano del Nord con
autorizzazione del governo di Beirut e della strategia di "influenza
" sul Paese dei Cedri portata avanti da Pentagono, Cia e ONU.
Un rapporto di Wayne Madsen pubblicato sulla stampa araba il 24 Aprile
afferma che Washington ha già affidato il progetto di
ristrutturazione e di ampliamento di Kleiaat alla società di
ingegneria Jacobs-Sverdrup di Pasadena e al gruppo Usa Bechtel.
La struttura militare, abbandonata dall'esercito libanese, è a 25 km a
nord di Tripoli e a meno di 15 km dal confine della Siria, e verrebbe
a costituire, una volta potenziata, un nodo strategico di importanza
fondamentale nel quadro degli attuali equilibri militari tra Siria e
Iran, da una parte, e Usa e Israele dall'altra.
L'insediamento di una base USA e Nato nel Libano del Nord, con o senza
autorizzazione del Palazzo di Vetro, dietro richiesta anche formale
del governo fantoccio di Fu'ad Siniora, sarebbe al di là di ogni
ragionevole dubbio una flagrante interferenza negli affari interni del
Libano e un fattore di ulteriore destabilizzazione dei già precari
equilibri su cui si regge, ormai da anni, l'intera regione del Medio
Oriente e del Golfo Persico.
Dopo l'ultima aggressione del Luglio Agosto 2006 e l'accordo di tregua
raggiunto con il Libano con la risoluzione 1701, Israele mantiene
l'occupazione armata sulle fattorie di Sheba e sul Golan, senza
doverne rendere conto alla cosiddetta "Comunità Internazionale".
Israele è l'unico paese del mondo che non ha depositato presso alcun
organismo internazionale di controllo le linee dei suoi confini di
Stato.
I rapporti di Tel Aviv con Damasco continuano ad essere apertamente
conflittuali mentre gli Stati Uniti non perdono occasione di soffiare
sul fuoco delle divisioni etniche e religiose del Paese dei Cedri
per incrinare i fragili equilibri politici e interconfessionali di
Beirut.
Sul terreno di demarcazione tra il Libano del Sud e Israele la
tensione è momentaneamente contenuta da Unifil 2, ma tra Damasco e Tel
Aviv non passa giorno che si accendano polemiche diplomatiche e che ci
siano esercitazioni militari contrapposte con lo schieramento di
batterie missilistiche, di artiglieria, di unità d'assalto, di
reggimenti blindati e di formazioni corazzate.
Israele saggiando le difese della Siria ha preso atto che la sua
superiorità militare è ormai "out".
Attaccare Damasco comporterebbe per Tel Aviv una formidabile usura del
suo apparato aereo, incasserebbe disastrose perdite economiche e una
massiccia reazione missilistica terra-terra senza ottenere sul terreno
alcun vantaggio definitivo.
Le sue divisioni blindate e corazzate sarebbero inoltre esposte a
forti perdite di personale.
La lezione rimediata da Tsahal ad opera di Hizbollah, senza l'uso di
un solo missile antiaereo, nella fascia Sud del Libano nello scorso
anno, ha messo in luce una gravissima e costante perdita di
deterrenza militare di Israele.
I successi ottenuti nel '67 e nel '72, l'incontrastata superiorità
tecnologica di cui godeva lo Stato ebraico si è dissolta strada facendo.
Dal 1999 la Siria ha potenziato la quantità e la qualità del suo
apparato di difesa aerea e terrestre dotandosi per la prima volta di
una elevata capacità di rappresaglia.
La Siria dispone oggi di Sukhoi 30 MK armati di missili aria-aria R 33
e R 77 Vympel dotati di una precisione e di un raggio d'azione
superiore ai sistemi d'arma antiaerei imbarcati sugli F 15 e F 16 di
Israele.
In quell'area niente è più come una volta.
Israele, in caso di guerra, ha un solo corridoio per entrare nello
spazio aereo della Siria: le alture del Golan e, dal territorio
libanese, le Fattorie di Sheba.
Uno spazio, dove a ridosso, in territorio siriano, è concentrata una
formidabile protezione antiaerea di postazioni missilistiche a medio e
lungo raggio S 200 modificate e S 300 mobili, interi reggimenti di
fanteria controcarro armati di Kornet E, batterie di Pantsyr e unità
di fanteria munite di SA 18 che coprono la difesa aerea a breve
raggio. Il resto della lista e delle "sorprese" lo si può agevolmente
trovare sui dispacci di Ria Novosti e di Itar Tass.
Avventurarsi su quello spazio aereo e su quel terreno rappresenterebbe
per Israele un autentico suicidio militare. Sorvolare il Libano per
attaccare Damasco darebbe a Hizbollah la motivazione di aprire un
secondo fronte di risposta dopo l'aggressione di Israele al Libano del
Luglio-Agosto 2006.
La guerra finirebbe per passare sulla testa del contingente a guida
italiana di Unifil 2 con qualche "effetto collaterale" anche
rivendicando la più stretta neutralità tra le parti.
Israele per poter colpire obbiettivi strategici in Siria deve
assolutamente ridurre la concentrazione di batterie antiaeree nella
zona del Golan e delle Fattorie di Sheba.
Attraversare lo spazio aereo della Giordania, con o senza
autorizzazione del re di cartone Abdallah, metterebbe a rischio la
stabilità del regime hashemita, l'unico Stato della regione che con
l'Egitto di Mubarak ha rapporti diplomatici con Tel Aviv.
Se ad Amman si tremerebbe, al Cairo ci si abbandonerebbe al panico.
La stabilità dei due regimi è in ogni caso sempre più a rischio. Per
Israele occorrerebbe in caso di attacco alla Siria aprire un altro
fronte.
L'IDS, con i suoi F 15 e F 16 dotati di serbatoi supplementari,
avrebbe una disperata necessità di sorvolare al di fuori delle acque
territoriali di Beirut le coste del Libano per attaccare alle spalle
la Siria e infliggere dei danni alla sua rete di controllo radar, di
comunicazione e centri di fuoco.
Il potenziamento da parte Usa e Nato di Kleiaat con parabole di
scoperta puntate sul territorio di Damasco e di radioassistenza ai
cacciabombardieri con la "stella di davide" potrebbe prestarsi
egregiamente allo scopo di mappare il sistema di difesa di Damasco e
facilitare con lancio di shaff da aerei od elicotteri di appoggio e
con misure di inganno elettronico l'avvicinamento, il più possibile
sicuro, allo spazio aereo della Siria con deviazione dal Mediterraneo
Sud Orientale in prossimità di Tripoli.
L'attacco di Israele alla Siria potrebbe coincidere con quello delle
elezioni presidenziali in Russia, in un momento in cui a Mosca possa
esserci un trasferimento di poteri tra il Presidente uscente Putin e
il subentrante eletto.
Alla periferia della città c'è il campo profughi palestinese di Nahr
Al-Barad che conta attualmente oltre 40.000 residenti. All'interno di
quella che con il tempo da villaggio si è trasformata in una
città-enclave, l'autorità amministrativa e politica, nel quadro della
frammentazione seguita al conflitto con "Israele" e ai lunghi anni di
guerra civile in Libano, è espressa dal gruppo Fath Al-Islam.
Il 20 Maggio l'Ansa dà conto di un attacco di questa formazione -
definita sbrigativamente come appendice dei terroristi di Al-Qaeda -
nella zona alle forze di sicurezza libanesi, che ha lasciato sul
terreno morti e feriti da ambo le parti.
La faccenda non stava esattamente così.
Nelle 24 ore predenti la polizia del governo Siniora ha dato l'assalto
a un appartamento nel centro di Tripoli dove risiedevano 3 militanti
di Fath Al-Islam apparentemente accusati dalle autorità di una rapina
in una banca del Gruppo Med di proprietà della famiglia Hariri, con
un bottino, presunto, di 125.000 dollari, avvenuta, a quanto
riportato da "Al-Manar Tv", il giorno prima ad Amioun, uccidendoli.
Non è la prima volta che si ricorre a prove false per fabbricare
"mostri" da abbattere, da dipingere come terroristi di Al-Qaeda.
La reazione non si è fatta attendere.
Fath al-Islam, dopo aver accusato l'ISF (esercito libanese) del
Governo Siniora di collaborare con i nemici del Libano è passata alle
vie di fatto colpendo una pattuglia delle forze di sicurezza di Beirut
nei pressi di Koura al Kelhatia.
Da uno scontro limitato, nel giro di qualche ora si è passati a uno
stato di propria e vera guerra.
L'ISF ha circondato con blindati e artiglieria (
www.ariannaeditrice.it ) Nahr Al Barad cannoneggiando le vie d'accesso
e i palazzi della città infliggendo perdite definite " serie " dal
direttore generale Ashraf Rifi ai militanti di Fathat Al Islami. A
quanto riferito da fonti indipendenti sono stati uccisi oltre 40
residenti tra cui 4 bambini.
Nel comunicato l'esercito libanese dà conto di aver a sua volta subìto
la perdita di 29 militari e 7 feriti, di cui uno in stato critico.
Il capo di Fath Al-Islam, Abu Abassi, conosciuto come Abu Yussef,
ricercato dal Pentagono come terrorista legato ad Al-Zarqawi (siamo
alle solite), è stato condannato a morte in contumacia da una corte
militare della Giordania per la sua presunta partecipazione
all'omicidio del diplomatico Usa Lawrence Foley di USAID, avvenuta ad
Amman nel 2002.
Non sappiamo se tra la decisione Usa e Nato di riattivare la base
Kleiaat e gli scontri a Nahr Al-Barad ci sia un legame. Gli
avvenimenti che prenderanno corpo nei prossimi giorni ci daranno la
risposta giusta.
La Tv Al-Arabiya in un striscia in sopraimpressione, dando notizia
degli scontri tra ISF e Fath Al-Islam, ha riferito di un bilancio
ancora più pesante. Per la Tv di Riyad, al bilancio dei morti e dei
feriti si aggiungerebbe anche la scomparsa di 8 soldati delle forze di
sicurezza libanesi.
Gli attori sulla scena del Paese dei Cedri sono moltissimi, e dare un
interpretazione corretta degli avvenimenti in corso è pressoché
impossibile. Certo è che si sta andando con il passo delle sette leghe
incontro alla destabilizzazione del Libano con effetti a cascata. Il
Ministro degli Esteri D'Alema farebbe bene a pesare una ad una le
parole che usa nei suoi contatti, nelle sue dichiarazioni alla stampa.
Non vorremmo che il contingente Unifil 2 dovesse seguire in Libano la
sorte di quello dell'Etiopia e dell'Uganda, con mandato del Consiglio
di Sicurezza dell'Onu, a Mogadiscio e in Somalia.
La strategia applicata dal Baath in Iraq sta facendo scuola e
proseliti, dal Corno d'Africa all'Asia Centrale. Con effetti
devastanti per l'Occidente.
E' di queste ore un attentato a Beirut in un centro commerciale che ha
fatto 2 morti e 4 feriti, oltre a ingentissimi danni.
All'ingerenza degli Usa e dei suoi fratelli siamesi Israele e Gran
Bretagna nel Paese dei Cedri si sommano le continue pressioni del
Consiglio di Sicurezza dell'Onu su Beirut perché accetti la clausola 7
della cosiddetta Carta delle Nazioni Unite per l'istituzione del
Tribunale Hariri da insediare a Beirut al fine di addossare alla Siria
la responsabilità dell'omicidio dell'ex leader libanese.
Già oggi si parla di nuovi scontri tra le forze dell'ISF e militanti
palestinesi alla periferia di Beirut.
Esportatori della " pace e della libertà"... occhio alla penna!
di Marco Cedolin
Il Corriere della Sera e gli altri quotidiani stanno dando grande
risalto all'ultimo rapporto dell'Eurispes concernente i quinquennio
2000/2005 le cui conclusioni si manifestano poco lusinghiere per il
nostro paese.
I salari italiani in termini di potere di acquisto risultano essere
fra i più bassi d'Europa, inferiori perfino a quelli della Grecia e
superiori solo a quelli del Portogallo e questi dati stanno
suscitando forbiti contraddittori fra economisti ed analisti di
mercato che li interpretano nell'ottica di un'aumentata
competitività delle imprese nostrane.
Ci sarebbe molto da riflettere sulla reale valenza di tale
competitività quando si tratta di provvedere al mantenimento di una
famiglia, ma credo sia meglio soffermarci su quello che invece
L'Eurispes non dice.
Purtroppo per larga parte dei lavoratori italiani (la maggior parte
per quanto concerne i giovani) l'esiguità dei salari non è neppure
il problema peggiore …
… che si prospetta dinanzi a loro. La riforma Biagi, voluta dal
governo Berlusconi e coccolata con amore da Romano Prodi ha reso
infatti il concetto stesso di "salario" una chimera inarrivabile ai
più.
La legge 30 venne presentata come un farmaco miracoloso in grado di
coniugare una ritrovata competitività dell'imprenditoria nostrana,
con il benessere dei lavoratori più flessibili e felici, il tutto
attraverso un'iniezione di modernità assoluta che ci poneva ai
vertici nel mondo per quanto concerne la materia. In realtà, essa
nacque con lo scopo precipuo di regolamentare ed ampliare il sistema
del lavoro in affitto già introdotto negli anni precedenti dal
governo di sinistra, con la compiacenza del mondo sindacale ed
imprenditoriale.
Il progetto mirava a sovvertire completamente il concetto stesso di
lavoro così come lo si era inteso fino ad allora, sostituendo gli
uffici di collocamento pubblici con fantomatiche "agenzie del
lavoro", organismi privati o privato sociali ai quali veniva data la
possibilità di perseguire un profitto attraverso un sistema di
gestione utilitaristica del lavoratore, assunto a tempo determinato
dalle agenzie stesse e poi dato in affitto alle aziende.
La possibilità di agire in questo senso fu data alle agenzie
interinali, ai sindacati, ai consulenti del lavoro ed alle
università. Nell'ambito della riforma furono inseriti il "lavoro a
progetto" con lo scopo di aggirare il minimo salariale di
retribuzione oraria, il "lavoro occasionale" che non può durare più
di un mese all'anno né ricevere un compenso superiore ai 5000 euro,
il "contratto intermittente" ed il "lavoro a coppia" nell'ambito del
quale due lavoratori sono costretti a dividersi un misero salario.
Oggi possiamo affermare con sicurezza che la rivoluzione del mercato
lavoro da molti ritenuta indispensabile, nell'ambito della quale la
riforma Biagi ha dato un corposo contributo, è andata ben al di là
di quanto potessero supporre gli stessi sostenitori della
flessibilità esasperata.
In realtà più che di un mercato nell'accezione propria del termine
(dove s'incontrano chi compra e chi vende) si tratta di una sorta di
bazar, variopinto e colorato, all'interno del quale tutti tentano di
vendere qualcosa, ma ben pochi sembrano disporre dei soldi necessari
all'acquisto, nonostante i prezzi siano da saldo di fine stagione.
Sono nate come funghi le agenzie interinali, con un tasso di
proliferazione sconosciuto nel regno vegetale.
Le agenzie interinali, che attecchiscono come zecche sulle spalle
ammorbidite dai maglioncini di cachemire degli imprenditori e su
quelle ricoperte da indumenti molto meno chic della massa sempre più
imponente di coloro che sono alla disperata ricerca di
un'occupazione. Le agenzie interinali, piccole nello spirito grandi
nei numeri, essendo esse ormai parecchie centinaia, sanguisughe alle
quali è stato permesso di monopolizzare ogni centimetro quadrato
delle pubblicazioni, cartacee e non, dedicate alla ricerca lavoro.
Le agenzie interinali risultano di proprietà dei grandi gruppi
bancari, assicurativi ed industriali, delle associazioni sindacali
quali Cgil Cisl e Uil e di quelle appartenenti al mondo cattolico
come le Acli. Si tratta di un panorama quanto mai eterogeneo,
accomunato nel perseguire facili guadagni ai quali aggiungere un
controllo sempre più diretto sulle prospettive di quelle persone che
oggi si ama definire "risorse umane" quasi si trattasse di semplici
oggetti di consumo da usare e poi cestinare allorquando non risulta
più remunerativo il loro sfruttamento.
Le agenzie interinali possiedono uffici eleganti, quasi sempre nel
centro delle città, hanno nomi accattivanti, spesso parlano inglese,
talvolta promettono molto, alcune cercano d'ispirare fiducia, altre
sprizzano ottimismo da tutti i pori.
Si passa dalla macabra aggressività di "Heads Hunters" alla quasi
monastica e rassicurante " Opera Labori" dalla bonaria e
comprensiva "Umana" all'avveniristica "Space Work". Per chi ama
l'iperattività e la persegue come traguardo di vita la scelta
risulta ampia ed assai variegata. Si può scegliere fra
l'anglosassone "Work & Work" e l'italianissima "Lavoropiù" la
stakanovista "Obiettivo Lavoro" e la "Start" che se rappresenta una
partenza viene voglia di mettersi le mani nei capelli immaginando
quale possa essere il punto di arrivo.
Si attraversa l'aperto maschilismo di "Men at Work" e "Manpower" il
pacato comunitarismo di "Team Work" e la sublimazione della
filosofia Unieuro di "GEVI (generazione vincente)" che non si
trattasse di quella del 68 lo si era in fondo capito subito.
Alcune levano subito dal capo dell'aspirante risorsa ogni cattiva
illusione che possa per errore albergarvi. "Ad Interim" e se con il
latino avete qualche difficoltà di traduzione perché a scuola
stavate sempre a filosofeggiare con la vicina di banco "A Tempo" che
più chiaro di così non si potrebbe dirlo. Se poi amate espandere i
vostri confini c'è "Eurointerim" per sottolineare il fatto che le
disgrazie non sono esclusivo appannaggio di casa nostra.
Nel caso qualcuno avesse ancora degli irragionevoli dubbi può
contattare "Quandoccorre Interinale" che chiarisce in maniera
oltremodo esaustiva il concetto che lavorerai finché ci servi e non
un giorno di più.
Per tornare alle reminescenze intelletualoidi da liceo classico
c'è "Flessolabor" nel qual caso è severamente vietato togliere la
prima l.
"Sinterim", "Tempor " e "Temporary" rendono perfettamente l'idea
della precarietà di qualcosa che sta già per finire pur non essendo
ancora neppure iniziato. Ma c'è anche il messaggio rassicurante
di "Easy Job" che ti dice che non è poi così difficile ed in fondo
in fondo a sopravvivere qualche mese ce la puoi fare, quello
complice che ti strizza l'occhio di "Lavoro Mio" una porta
spalancata verso il futuro puoi trovarla da "Openjob" ed i fans di
Eta Beta possono deliziarsi con la lampadina di "Idea Lavoro".
Quanto mai italiana e quasi simile ad uno slogan del
ventennio "Italia Lavora" a singhiozzo e con stipendi da fame
aggiungerei.
Proviamo ora ad addentrarci nelle bacheche delle agenzie interinali,
quelle fisicamente appese alle vetrine delle stesse, quelle stampate
sulle pubblicazioni cartacee e quelle virtuali che compaiono sui
loro siti internet.
Scopriamo che c'è una grossa richiesta di "Dialogatori" ma ci sfugge
quale possa essere l'esatta mansione degli stessi e poi viene
richiesta un'età massima di 25 anni e comprovata esperienza nel
campo, che trattandosi di dialogo credo appartenga ad ogni essere
umano che non abbia avuto la sventura di nascere muto. Si richiede
un "Collaboratore polivalente" massimo 30 anni con esperienza (nella
collaborazione o nella polivalenza?) per mesi 1.
Si ricercano 40, avete letto bene, 40 in onore
all'abbondanza, "Operatori di call center outbound" che tradotto in
linguaggio volgare significa esecutori di proposte telefoniche di
offerte commerciali, ma scopriamo approfondendo l'argomento che la
paga di 300 euro mensili copre a malapena i costi di viaggio e più
che di un salario si tratta di un rimborso spese. E' richiesto
un "magazziniere" ma l'entusiasmo per avere finalmente trovato un
lavoro normale viene subito stemperato dal fatto che il magazziniere
con contratto di 1 mese deve possedere conoscenza dell'inglese,
diploma, esperienza ed avere massimo 25 anni.
Dopo aver attraversato la richiesta di 5 "Hostess di cassa" bella
presenza massimo 25 anni, contratto di mesi due, un "Operatore cuoco
per servizi educativi" due "Mulettisti con esperienza su muletto
elettrico" uno "Sbavatore" e 5 " Carropontisti" ci soffermiamo sulla
richiesta di uno " Specialist risk management" con contratto di mesi
tre, è richiesta la laurea, ottima conoscenza inglese e tedesco,
esperienza quinquennale nel ruolo, massimo 30 anni e ci domandiamo
per quale arcana ragione un siffatto ragazzo prodigio dovrebbe
inseguire un'occupazione precaria trimestrale.
Troviamo anche richiesta di un "Life sales manager bankinsurance" e
3 "Business solution aggregator" ma la domanda di "1+1
a.d.e.s.f/o.s.s." c'induce a desistere da ogni ulteriore contatto
con il mondo dell'interinale.
In realtà cercare un lavoro tramite le bacheche (virtuali o non)
delle agenzie interinali, così come una volta lo si cercava sul
giornale è impresa impossibile al limite dell'autolesionismo. Per
avere una minima speranza, sempre che si abbia meno di 35 anni,
occorre iscriversi presso le agenzie stesse, presentare loro il
proprio curriculum, sperando sia il più possibile specialistico e
comprenda dei mestieri ancora in voga, magari avere qualche piccola
raccomandazione di amici o parenti presso il personale dell'agenzia
stessa o meglio ancora presso qualche sindacato che farà da
intermediario.
Poi occorre aspettare, accettare di perdere il proprio tempo
seguendo gli inutili corsi di formazione ai quali l'agenzia ci
consiglierà caldamente di partecipare anche se non hanno nulla a che
fare con il nostro percorso lavorativo e che generalmente si
svolgono nelle sue sedi, indi accettare il primo lavoro che
l'agenzia propone, anche se la sede dello stesso risulta molto
lontana da casa nostra e le spese di viaggio si porteranno via buona
parte del misero salario, anche se si tratta di un lavoro per il
quale non siamo portati. In caso contrario l'agenzia ci depennerà e
non riceveremo più telefonate.
Concludendo questa riflessione il mondo del lavoro che troviamo
intorno a noi risulta estremamente precarizzato e ricco di
contraddizioni. La maggior parte della richiesta si concentra o su
mansioni estremamente specialistiche per le quali occorre specifica
esperienza o sui lavori di call center il più delle volte
sottopagati e con richieste di disponibilità orarie al limite della
decenza. L'età massima per aspirare a lavorare si sta livellando
sempre più verso il basso, tagliando fuori una grande fascia di
lavoratori e la prospettiva di occupazione è mediamente intorno ai 3
mesi.
La richiesta di requisiti per il candidato continua ad aumentare in
maniera esponenziale fino alla pretesa del diploma e della
conoscenza della lingua inglese nel caso di un operaio generico, di
comprovate esperienze triennali per giovani massimo venticinquenni.
La laurea, l'età inferiore ai 30 anni ed un'esperienza pluriennale
nel ruolo sono diventate ormai prerogative di qualunque posizione
appena superiore a quella impiegatizia.
La quasi totalità dei giovani e di coloro che hanno perso un lavoro
a tempo indeterminato o si sono visti costretti dal mercato a
cessare la propria attività professionale sono oggi costretti a
rivolgersi alla fiera dell'interinale, ma con quali prospettive?
Innanzitutto quella di non potere mantenere né se stessi né
un'eventuale famiglia, poiché purtroppo ogni persona necessita di
mangiare tutti i giorni e non ad interim, e non può pagare l'affitto
o il mutuo 3 mesi si e 3 no ed allo stesso modo le bollette ed ogni
altra spesa fissa che gli compete. In secondo luogo chi lavora
temporaneamente non può neppure fruire del credito al consumo per il
quale banche e finanziarie richiedono la busta paga di un lavoro a
tempo indeterminato.
Per non parlare del percorso pensionistico che procedendo ad
intermittenza costringe il lavoratore a pagare dei contributi, senza
avere la minima speranza che essi un giorno si tradurranno in
pensione.
Era davvero necessario tutto ciò? Quali benefici potrà mai portare
al paese immolare ogni giorno che passa un numero maggiore
d'italiani, sull'altare di una flessibilità esasperata che non ha
alcuna ragione d'essere, condannandoli a vivere un presente da
inferno, con la prospettiva di dover costruire il proprio futuro
sulle sabbie mobili? L'impressione palpabile è che attraverso la
riforma Biagi si sia dato il colpo di grazia ad un sistema lavoro
che versava già in una grave crisi ed occorra porre rimedio ad una
situazione che sta degenerando, creando nuova povertà e togliendo
ogni potere d'acquisto e talvolta di sopravvivenza ad una larga
fascia della popolazione.
La sensazione è che di un problema così grande e complesso nessuno
purtroppo abbia politicamente intenzione di farsi carico. Il centro
sinistra ed il mondo sindacale sono in realtà stati i primi ad
aprire le porte a questa sorta di legalizzazione del caporalato e
non mancano di trarre sontuosi profitti dalla situazione attuale. Il
centro destra resta attaccato come un geco alla propria "vocazione
imprenditoriale" e tutti quanti prendono ad esmpio i deliri onirici
dell'Istat che è riuscita a rilevare in Italia una diminuzione della
disoccupazione, mentre in realtà con l'eutanasia degli uffici di
collocamento e la proliferazione dei contratti a termine è diventato
assolutamente impossibile comporre una statistica realistica
dell'indice di occupazione.
Tutto ciò accade mentre la gente comune, i lavoratori, i giovani
continuano a vivere il dramma che attanaglia il loro quotidiano, un
dramma che giorno dopo giorno li sta trasformando in persone ad
interim le quali rischiano di perdere anche la propria dignità,
oltre a quel salario che l'Eurispes ci ricorda essere fra i più
bassi d'Europa.
Marco Cedolin
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1749
di Giancarlo Chetoni
Il Segretario di Stato Sen. Gianni Vernetti (Ulivo) rilascia il 31
Maggio 2006 al Ministero degli Affari Esteri un'intervista
al "Corriere della Sera" sull'Afghanistan. Il giornalista che
formulerà le domande e ne raccoglierà le risposte pubblicandole sul
quotidiano della RCS è Massimo Caprara.
A quel giorno il contingente italiano a Kabul ha un organico di 834
militari (interarma) a Kabul e di 522 ad Herat, in prevalenza
appartenenti all'A.M.I. e ai R.O.S., per una presenza complessiva di
1.356 unità sul terreno più 149 funzionari del Ministero degli
esteri e addetti alla cooperazione divisi tra il distaccamento nella
capitale e il P.R.T.
A distanza di 10 mesi l'impegno militare del Belpaese da quelle
parti supera, con qualche fluttuazione in più o in meno, i 2.200
uomini, e arriverà a 2500-2600 a Giugno 2007 con il supporto del
personale addetto agli UAV Predator, agli elicotteri d'attacco A
109 Mangusta e ai mortai da 120 mm in aggiunta agli elicotteri AB
212, ai C 47 e ai C 130 J con base a Doha.
Evidentemente il Gen. Satta, come sostituto di Errico, l'ha spuntata
alla grande. Avrà tutto quello che serve per garantire una cornice
di "sicurezza" ai militari italiani. Si manderà da quelle parti -
le dichiarazioni del Ministro della Difesa e del suo Vice al
riguardo sono state esplicite - i materiali e i rinforzi necessari.
Le sollecitazioni dei Palazzi del Potere anche.
Per ora, ha affermato Parisi, si sta valutando le circostanze e si
adeguerà quanto prima la risposta alle necessità che spuntano dalle
minacce sul terreno.
Andrà irrobustita, se servirà - ha avvertito -, anche la capacità di
difesa dall'aria perché la forza nazionale sia in grado di far
fronte ai venti di guerra che si stanno avvicinando ad Herat e a
Kabul. Tradotto in soldoni si torna ad agitare l'uso degli AMX, di
vettori aerei specializzati in strike, per l'attacco al suolo.
Tutta roba compatibile, come si vede, con il programma di
ricostruzione e di assistenza sanitaria e alimentare alle
popolazioni locali sponsorizzato a suo tempo, Novembre 2001, dal
Fondo delle Nazioni Unite.
Al di là del forte incremento di scarponi registrato sul terreno in
un anno, il contingente italiano in Afghanistan ha via via
radicalmente cambiato la natura della sua missione. Dovendo rimanere
nel Paese delle Montagne come ci ha anticipato il Ministro della
Difesa… almeno fino al 2011… la scelta diventa di fatto obbligata.
L'arrivo sul teatro di operazioni di unità di incursori del 9° rgt
Col. Moschin, del Consubin, di reparti del 185° Btg RAO della
Folgore, hanno finito per assegnare ai nostri reparti una proiezione
sul campo di forza "combat-ready" inserita nel dispositivo dei
Comandi ISAF e USA.
Sta uscendo lentamente allo scoperto il coinvolgimento forzato dell'
Italia in un altra guerra "altrui" a ridosso dei confini dell'Iran e
della Cina. All'altro capo del mondo.
La trappola al formaggio accortamente preparata da Martino & Soci e
dal Partito Amerikano è ormai pronta a scattare.
Una guerra in cui Bush e Blair ci stanno tirando dentro un po' alla
volta e che rischia di costarci nel segno di malintese solidarietà,
come a Nassiriyya e nella provincia di Dhi Qar, particolarmente
cara.
Dalla ipocrisia del peace-keeping per la difesa della democrazia
kabulista di Karzai, l'Italia è scivolata lentamente nel tormentone
dell`enforcing per la impermeabilizzazione del territorio di 4
province, l'intero ovest dell'Afghanistan, da formazioni
dai "terroristi" Taliban di etnia pashtun.
E siamo solo alle prime battute. Il conflitto in Afghanistan si sta
rapidamente irachizzando.
L'uso di autobombe, di esplosivo interrato e di agguati diventerà
sempre più frequente. In un Paese dove le distanze da superare sono
enormemente allungate, i collegamenti stradali tradizionali
pressoché inesistenti, il territorio esterno alle città disabitato e
incontrollabile, gli sterrati fatti di saliscendi tortuosi, privi di
protezioni laterali ed esposti ad azioni di guerriglia per essere
incassati tra posizioni sopraelevate, aver permesso alla Nato di
assumere il controllo delle forze nazionali consentendone l'utilizzo
per il pattugliamento armato e il trasporto logistico è un
gravissimo atto di irresponsabilità politica e militare. Il Ministro
della Difesa Parisi, il Sottosegretario Forcieri e il Comando
Operativo Interforze ne dovranno rispondere, prima o poi, al
Parlamento e al Paese.
Il gen. Mini su "Repubblica" del 25 Marzo, a pag. 4, ha bacchettato
i Palazzi del Potere. Senza preoccuparsi troppo di alchimie
politiche ha detto chiaro e forte che l'Italia, a dispetto di un
profluvio di contributi a fondo perduto e di amicizie rivendicate, a
Kabul non conta niente e che da Herat i militari italiani devono
controllare un territorio grande come l'Italia dove siamo stati
costretti a coordinare le attività di 2.000 uomini tra unità
nazionali, spagnoli e sloveni e dove c'è un centinaio di soldati Usa
che la fanno da padrone.
Le affermazioni di Mini sono state trancianti. L'arrivo degli
elicotteri d'attacco A 109 Mangusta rischia a suo giudizio di
complicare le cose. "Non migliora la capacità operativa dei nostri
reparti ma ne aumenta la vulnerabilità". "Per un guerrigliero – ci
ha fatto sapere - abbattere un elicottero con un lanciamissili è
sempre una grande tentazione".
"Abbiamo già veicoli e armi di gran lunga più efficienti di quelle
di qualsiasi banda avversaria".
Insomma, per l'alto ufficiale si rischia di alzare solo il livello
dello scontro senza poterne ottenere alcun beneficio operativo.
Dal Giugno al Novembre 2006 Usa e Isaf hanno seppellito
l'Afghanistan sotto un tappeto di bombe da 250 a 1.000 Kg, i raids
della NATO sui "target" del nemico sono stati 2.100, 18 la media
delle missioni al giorno, gli "effetti collaterali" su città e
villaggi in proporzione al numero degli ordigni e al tonnellaggio
sganciato. Il grosso è stato distribuito sul terreno dai B 52 che
hanno vuotato le stive seminando il loro carico di morte senza
badare troppo alle collimazioni, ai bersagli da colpire. La caduta
libera, come si sa, raggiunge il risultato con
l'effetto "saturazione da cratere".
Dal 21 Marzo l'offensiva aerea della Nato ha avuto come epicentro
Lashkar Gah, la città dove ha sede l'ospedale di Emergency e dove è
stato liberato Mastrogiacomo con gli effetti collaterali denunciati
da Gino Strada dopo 24 ore di centinaia e centinaia di morti
ammazzati.
Nell'orrore della guerra ci sono dei particolari da chiosare.
Da quando è scattata nella provincia di Helmand
l'operazione "attacca e distruggi" Achille non si parla più né di
Bin Laden né di Al Qa'ida né si ha notizia di mujahidin catturati
durante azioni di combattimento e di rastrellamento. Elemento che
potrebbe portare dritto dritto a far capire, attraverso il contatto
dei prigionieri con fonti indipendenti, la costruzione artificiosa
delle motivazioni che determinarono nel 2001 l'intervento USA in
Afghanistan.
Al di là della realtà di una nuova guerra che "durerà decenni", l'
ONU esce dall'Afghanistan a pezzi per credibilità e capacità di
intervento umanitario sul terreno.
Quello che occorre fare è circuitare pericolosi riflessi
condizionati avviando una profonda, ragionata riflessione critica
sul Palazzo di Vetro come espressione della Comunità Internazionale
e centro di mediazione e composizione "super partes" lle
controversie tra gli Stati Aderenti.
L'occasione ce l'ha offerta in questi giorni Hans Von Sponeck,
Former Assistant Secretary General of UN, che ha denunciato per
complicità in crimini di guerra il Palazzo di Vetro per la gestione
della crisi in Iraq dopo l'invasione di Usa e GB del Marzo-Aprile
del 2003.
"It is the time to change the sistem completely", ha affermato a New
York davanti a una platea di giornalisti, di corrispondenti esteri e
di catene televisive. Gli echi della sua conferenza stampa,
attraversando l'atlantico, si sono misteriosamente spenti.
I network dell'Europa di Barroso e della Germania della Merkel,
presidente di turno dell'Unione Europea, e, quel che è peggio, del
Parlamento di Bruxelles, hanno semplicemente espunto l'appello di
Von Sponeck dalla cronaca politica.
Le sue clamorose dichiarazioni sulla subalternità dell'ONU alle
decisioni adottate a livello politico e militare dalle
Amministrazioni Usa a giro per il mondo nel vecchio e nel nuovo
continente sono state totalmente ignorate. La mole della
documentazione fatta di appunti ufficiali redatti dagli Ispettori
delle Nazioni Unite in Iraq dal 1991 al 2006 non hanno fatto batter
ciglio alle agenzie di stampa del Bel Paese oltre che ai
corrispondenti, superpagati e allineatissimi, dei TG della
televisione di Stato. C'è una gran voglia di gente alla Lucio
Manisco, alla Maria Giovanna Maglie.
La stagione dei Paesi Non Allineati è ormai morta e sepolta. La
caduta del Muro di Berlino e l'implosione dell' URSS hanno avviato
con l'emergere degli Usa come unica superpotenza una devastante
mutazione genetica nella struttura, nelle attribuzioni, nella
trasparenza e nell'equità delle risoluzioni adottate dal Palazzo di
Vetro, creando le premesse di un'ulteriore crescita dei fattori di
instabilità a livello planetario.
di Giancarlo Chetoni
Il 2 Giugno 2006 il generale Errico, durante una manifestazione che
ha richiamato al Forward Support Base di Herat i più alti vertici
militari della Nato, ha assunto il controllo operativo delle forze
militari ISAF di tutta la regione occidentale dell' Afghanistan.
Da quella data l'alto ufficiale italiano ha esteso il suo comando
oltre che sulla provincia dove è dislocato il nostro contingente
anche su quelle di Farah, di Baghdis e di Ghor.
Con la nomina decisa nell'ambito dell'Alleanza Atlantica, Errico ha
esteso, di fatto, la sua autorità oltre che sulle forze nazionali
anche su quelle di Usa, Spagna e Lituania acquartierate su un
territorio di decine e decine di migliaia di kmq, l'equivalente di
intere regioni del nostro Paese. Alla sud coreana s'intende.
Come si intuisce, si tratta di una clamorosa estensione sul terreno
del mandato parlamentare che limitava l'intervento militare italiano
a zone geograficamente limitate, al di là della storiella delle
missioni di peace-keeping e dell'«esportazione della democrazia».
Signori della guerra da redimere, narcotraffico da abbattere, gente
da sfamare, burqa da bruciare.
Nell'Agosto del 2000 il mullah Omar aveva imposto, con le buone e
con le cattive, agli agricoltori afghani il sequestro dei semi di
papavero, e l'Onu aveva già previsto per l'anno successivo, il 2001,
una caduta verticale della produzione di oppio.
L'amministrazione Bush, con la scusa dell' 11 Settembre e di Bin
Laden, l'ha messo in fuga a suon di «tagliamargherite» da 2
tonnellate su Tora Bora e sul resto dell'Afghanistan.
Mentre le provincie di Herat e di Farah confinano ad ovest col
territorio dell'Iran, in una zona di fondamentale importanza
strategica nel quadro di una possibile aggressione di Usa e GB alle
installazioni nucleari di Teheran, ad est le zone sotto controllo
dei 4 PRT dell'ISAF con direttrice sud-nord sono, neanche a farlo
apposta, a ridosso della provincia di Helmand, dove in questi giorni
si è sviluppato l'attacco della Nato ai combattenti pashtum con
l'operazione «Achille».
Un'operazione arrivata dopo un'intensa campagna di preparazione di
bombardamenti a tappeto con B-1 F 15, F 16 e F 18 per «ammorbidire»
le posizioni del «nemico», a cui sono seguiti raid con l'uso di A 10
con proiettili da 30 mm, in Iraq e in Serbia all'uranio impoverito,
e una pioggia di missili e razzi anticarro e a frammentazione
sui «bersagli» isolati, induriti o postazioni del «terrorismo
qaedista» con elicotteri Apache e Black Hawk.
Un volume di fuoco dall'aria, mirato e non, che ha lasciato sul
campo come «effetti collaterali» un numero imprecisato di morti e
di feriti tra la popolazione dei villaggi sottoposti a «ripulitura».
La censura di guerra intanto continua a fare il suo sporco,
efficientissimo lavoro, dove c'è da nascondere le dimensioni e
l'orrore delle stragi.
Quello che arriva in frammenti con l'Ansa è solo la punta
dell'iceberg.
Il 18 dello stesso mese, siamo a Giugno, a 3 mesi grossomodo dal 19
Aprile, il generale Errico ha chiesto a Parisi l'invio aggiuntivo di
3 A 109 Agusta e di una compagnia fucilieri per "…la protezione dei
perimetri esterni ed interni dei P.R.T per il rafforzamento
delle «cornici di sicurezza», non senza aver polemicamente fatto
rilevare, indirizzando la protesta al Ministro della Difesa, che il
contingente italiano per poter affrontare i compiti che gli sono
stati affidati ha urgente necessità di ampi e qualificati rinforzi
di personale".
Le pressioni di Spogli, di Hoop de Scheffer, degli Usa e della
Nato al vertice di Siviglia e quelle di Blair da Londra hanno
finito per esaudire nella sostanza le richieste del `nostro'
generale di brigata Danilo Errico. Un soggettino che sa da che parte
stare.
Passerà un po' di tempo e con centrosinistra o centrodestra ce lo
ritroveremo prima o poi C.S.M. delle Forze Armate.
Sono arrivati così nel teatro di operazione degli UAV Predator.
Roba, si afferma, da utilizzare per la ricognizione. Insomma il
solito cerchiobottismo all'ita(g)liana.
Una posizione che cerca di mediare tra spinte contrapposte, alla
lunga insostenibili. Con varianti imprevedibili come quella del
sequestro Mastrogiacomo. Gatte da pelare grosse. Dove niente può
essere dato per scontato.
Da una parte i diktat degli Usa e della Nato che ci chiedono senza
giri di parole di rispettare gli impegni sottoscritti, senza
scadenze (su varrebbe la pena di discutere alla grande), e
dall'altra l'esigenza di mantenere in equilibrio una coalizione
claudicante e il consenso di un elettorato, e più in generale, di
un'opinione pubblica, che non ne vuole sapere di morti ammazzati e
vede con profondo fastidio le `guerre' dell'Amministrazione Bush e
dei suoi Alleati in giro per il mondo a fare sfracelli da
un'eternità. Vicenza e Sigonella comprese.
Insomma, l'impressione è che qualche rappresentante delle Forze
Armate in trasferta faccia gioco a parte, e che Roma cerchi di
cavarsela come può per salvare capra e cavoli.
Passi per il C 130 J, ma per i Predators, come abbiamo detto, la
faccenda può essere molto, molto seria e portarsi dietro qualche
problemino.
Siamo pronti a scommettere che prima o poi un altro di questi
aggeggi finirà in briciole per aver violato lo spazio aereo degli
ayatollah.
Ormai gli UAV degli USA abbattuti dalla contraerea dell'Iran nel
Golfo Persico e in Afghanistan sono decine.
Con una guida remota che li indirizza sul target provvisti di
telecamere, spiano quello che possono mettendo in allarme la difesa
missilistica del «nemico». A terra si saggiano efficienza e tempi di
reazione.
Per lo più fanno pochi km, poi vengono abbattuti. Cercano, come si
dice, i «punti morti» della copertura radar in previsione del via
libera ad un'altra aggressione aerea.
A Herat ci sono già da un bel po' di tempo l'aeroporto,
l'attrezzatura elettronica e il personale dell'A.M.I. per fare
questo lavoretto.
Se a qualche testa calda venisse voglia di dare il via al progettino
non mancherebbero di certo le scuse. Si potrebbe sostenere che si è
perso il controllo dell'aereo senza pilota.
I Predator Usa e quelli dell'Italia sono identici. Anche nel colore.
Non hanno né elementi né insegne di riconoscimento…
E poi chi ci dice che gli amici amerikani non ne facciano volare uno
sulla provincia di Herat da Farah per farlo sembrare nostro? Tanto
per tirarci dentro un altro po'!
Ci vengono a mente le sonde oblique che gli USA usavano in Kuwait
per depredare il petrolio dell'Iraq.
Da quelle parti, ad ovest dell'Afghanistan, si parla il farsi non il
pathsum. Prodi, D'Alema e Parisi faranno bene a tenerlo a mente.
Quello che è già successo non ci basta ?
Vogliamo andare a cercare più rogne di quelle che già abbiamo
come «stranieri» in casa altrui?
di Giancarlo Chetoni
L'avevamo detto e scritto. La politica estera dell'Italia in
Afghanistan e in Libano non la decidono Prodi, d'Alema, Parisi o
Spogli, ma il mullah Omar e sayyid Nasrallah.
Prima del 19 Aprile era successo lo stesso alla troika Berlusconi-
Fini-Martino in Iraq. Exit strategy conclusasi a Dicembre 2006 con
l'ammaina bandiera a Camp Mittica, 1 miliardo e 750 milioni di euro
buttati via e un bel carico di morti ammazzati da trasferire da
Tallil a S. Maria Novella e al Vittoriano.
Nella nota precedente abbiamo omesso erroneamente uno zero.
L'aereoporto di Herat è di 500.000 mq di cemento spessorato, 2.000 e
rotti metri lineari per lato quadrato, il sufficiente per il decollo
e l'atterraggio di ogni genere di aereo da carico, da ricognizione e
da guerra in dotazione all'ISAF in Afghanistan.
Ha fatto bene Sircana a confermare che da quelle parti "non arriverà
un uomo in più né si costruirà un altro mq di piste o piazzali".
D'Alema dal canto suo da Bruxelles ha confermato che "l'Italia non
invierà nuove truppe in Afghanistan" anche se il Cavaliere di Arcore
si è immediatamente dissociato dalla dichiarazione del titolare
della Farnesina invitando a prendere in considerazione l'appello di
Blair a tutti i Paesi Europei a rafforzare il loro dispositivo
militare nella Regione.
"Il compito più prezioso – è stato detto dai collaboratori del
Ministro degli Esteri - è puntare sulla sicurezza, e la sicurezza
non si costruisce sulle baionette".
Le dichiarazioni più impegnative, quelle suscettibili di far
drizzare le orecchie a Wastington, il baffo di Gallipoli le ha
affidate al suo staff.
Con tutta evidenza il Vicepresidente del Consiglio ha una paura
folle di contrariare l'Amministrazione Bush o, come dice Chavez,
l'ubriaco fradicio della Casa Bianca.
Scorrono ancora come incubi nella memoria di D'Alema gli "affaire"
Ocalan, Mitrokhin e roba del genere.
E quella volta si trattò di regalini di un amicone, alla mano, come
Clinton, che non esitò a fare nella carta politica dei Balcani un
bel buco bianco perché dal Mediterraneo non ci fossero direttrici di
transito energetico e rotabile con la Russia.
E qui ci sarebbe da abbandonare dei pieni colmi di menzogne
accreditate, per calarsi anche per l'Afghanistan in un vuoto da
riempire un po' alla volta con qualche osservazione geopolitica e
macroeconomica che apra la porta ai perché non manipolati della
guerra scatenata a partire dal 2001 dagli Usa e dalla Nato nel
Centro-Asia.
La stiamo prendendo lunga, converrà tornare alla cronaca...
I rischi da evitare a tutti i costi per il nostro Vicepresidente del
Consiglio sono gli agguati e gli irrigidimenti sul "fronte interno"
del partito amerikano, al Senato e nei palazzi del potere
finanziario, industriale e militare del Paese.
L'ambasciatore-banchiere è un gran brutto cliente. Il raddoppio di
Ederle è cascato come il cacio sui maccheroni. Ed altro succederà
strada facendo.
Andrebbe a puttane anche la costruzione, laboriosissima, del Partito
Democratico. Verrebbe a mancare il tempo per tentare qualche
limatura, per riequilibrare degli handicap nella coalizione per
aprire al "nuovo". Il centrodestra in ogni caso rimane molto, molto
più affidabile per gli USA del centro-centro-sinistra.
Riallinearsi a Bruxelles allontana fatalmente l'Italia dalla Russia
oltre che da Gaza e Cisgiordania, ma senza il sostegno della
Commissione Europea il Bel Paese è una barca che affonda.
Il Governo del Professore nel frattempo si sta dando una clamorosa
regolata per Herat e Kabul. "Non siamo lì a raccogliere margherite -
si dichiara -, ci ripromettiamo di svolgere una serie di operazioni
per garantire ad esempio la scorta ai convogli umanitari, la difesa
dei campi civili e dei cantieri così come nel prestare assistenza
alle O.N.G".
Il sequestro di Mastrogiacomo in contemporanea con l'avvio
dell'operazione "Achille" dell'ISAF nella provincia di Helmand,
l'attacco di mujahidin armati di RPG nella Musay Valley a 8 Km da
Kabul a 2 blindati PUMA VBL degli Alpini, per stare, a quanto ci
riguarda, nelle ultime 72 ore, devono aver convinto Presidente del
Consiglio e Ministro degli Esteri a ingranare la retromarcia dopo
l'invio a Herat dei Predator e del C 130 J deciso da Parisi a
margine del summit Nato di Siviglia.
Un Parisi in questi ore silenziosissimo, defilato tanto da farlo
sospettare contrariato della piega che hanno preso gli avvenimenti
in Afghanistan.
Alle chiappe del pupillo di Prodi, non bisogna dimenticarlo, c'è la
Legion of Merit del C.S.M. Ammiraglio Di Paola, i vertici del
Comando Operativo Interforze di Centocelle e non solo.
La cattura dell'inviato di "Repubblica" ha centrato il bersaglio
grosso e rischia di mettere in serie difficoltà l'Esecutivo
alla "Rutelli & Fassino" a passo felpato in avvicinamento
ai "teocon" con la benedizione di Ratzinger e del nuovo presidente
della C.E.I. Bagnasco, un generalone di Corpo d'Armata a riposo.
Questa volta non ci potrà essere l'uso sul campo dei Servizi di
Informazione come nel rapimento Sgrena né tantomeno si può mettere
nel conto perdite dolorose come quelle di Calipari.
Occorrerà trattare con pazienza certosina con quelli che appena
qualche giorno fa si definiva molto strumentalmente "assassini di
comunisti" per imbarcare a forza in una nuova avventura coloniale
la sinistra che non ci sta.
L'Afghanistan è qualcosa di molto diverso dall'Irak, dove
preesistevano da ben prima del 1991 una struttura affidabile e
organizzata di intelligence e rodati rapporti di collaborazione con
gli "Alleati" a partire dall'Aprile 2003.
Guardie Nazionali latino americane alla Lozano & Soci della CIA a
parte.
Non è che Mastella sia il Ministro della Giustizia per qualche
alchimìa?
Il Paese delle Montagne è un immenso buco nero che inghiotte
eserciti di migliaia di uomini, dove qualsiasi contatto è affidato
a "fonti" legate a territori e strutture come l' I.S.I. di Karachi
o le tribù pathsun impossibili da avvicinare e da infiltrare.
La liberazione del prigioniero Mastrogiacomo potrà avvenire solo
sulla base di pesanti concessioni politiche. Il danaro da quelle
parti ha un valore molto relativo, può facilitare la costruzione di
una catena di contatti utili ma non può influenzare in alcun modo la
conclusione di una trattativa.
I tempi della liberazione dell'inviato de "La Repubblica" saranno
decisamente lunghi a meno che, come ha maliziosamente sostenuto
Kossiga, non si tratti di un sequestro organizzato da amici inglesi
e americani.
Per stare al recente, la cattura, la prigionia e la liberazione del
free-lance Torsello in Afghanistan ha sollevato da parte di qualche
osservatore indipendente più di un dubbio.
Erano accrediti in uscita?
Le Edizioni all'insegna del Veltro hanno pubblicato la traduzione
italiana dell'introduzione agli studi revisionisti di Robert
Faurisson. È quanto mai opportuna la pubblicazione di questo volume
in un momento in cui l'intolleranza verso la cultura antagonista
diventa sempre più feroce e determinata, come ha mostrato il caso di
David Irving, che dovrebbe far riflettere le coscienze libere su
quale sia la natura della «libertà d'opinione» nella democrazia
moderna. L'introduzione di Faurisson fa il punto sullo stato della
ricerca storica cosiddetta «revisionista» in merito al tema della
persecuzione antiebraica da parte dei regimi fascisti.
Sul piano scientifico la storiografia revisionista ha ottenuto una
vittoria totale smascherando molte delle mitologie create attorno al
tema dell'«Olocausto», sia per quanto riguarda il numero delle
vittime, sia per le modalità con cui sarebbe stato condotto lo
sterminio. Inoltre la disponibilità di materiale attraverso internet
rende possibile aggirare, almeno in parte, l'apparato della censura
che vigila sui dogmi democratici. Tuttavia, nonostante questi
successi, man mano che ci si allontana dagli avvenimenti della
seconda guerra mondiale, la repressione contro gli storici
revisionisti diviene sempre più soffocante, e non mancano i casi di
studiosi che hanno raccolto un'imponente mole di documenti e le cui
biblioteche sono state condannate... al rogo! Esattamente come
avrebbe fatto la Santa Inquisizione nei secoli passati. Episodi di
questo tipo dimostrano quanto la democrazia occidentale tenda ad
assumere il carattere di una teocrazia ebraica. Lo stesso Faurisson
è stato privato della cattedra universitaria per decisione
ministeriale non motivata, ed ha subito aggressioni fisiche da parte
di milizie armate (Faurisson afferma che in Francia gli ebrei hanno
il privilegio di formare milizie armate con l'assenso del Ministero
dell'Interno!). Come se non bastasse, è stato accusato per reati
d'opinione e condannato più d'una volta nei tribunali
della «democratica» Francia.
Nonostante la via crucis che ha dovuto sopportare, Faurisson è
ancora convinto che la tattica migliore della storiografia
revisionista sia quella dell'attacco frontale: gli avversari non se
l'aspettano e ne rimangono disorientati, poiché sono incapaci di
comprendere le motivazioni di studiosi spinti soltanto dall'onestà
intellettuale, e non da un tornaconto economico o politico, mentre
la storiografia «ufficiale» ha essenzialmente il compito di tutelare
gli interessi del sionismo.
Faurisson analizza, oltre alle difficoltà di carattere legale della
battaglia revisionista, anche quelle di tipo ideologico e culturale.
Infatti il mito dell'Olocausto, inculcato da una propaganda
martellante, è ormai accettato dall'opinione pubblica in modo
assolutamente acritico, ed ha assunto il carattere di una
superstizione religiosa. Di conseguenza i brillanti risultati
scientifici ottenuti dal revisionismo, oltre ad essere osteggiati
dalla censura della cultura «ufficiale», vengono difficilmente
recepiti dal pubblico dei lettori appassionati di storia.
Il futuro certamente non lascia presagire nulla di buono per chi
vuole diffondere una cultura alternativa, e la «democrazia» ha
ancora un lungo cammino da fare per garantire un livello accettabile
di libertà d'opinione. Faurisson ritiene che chi vorrà affrontare la
strada della storiografia revisionista, dovrà avere «l'eroismo di
Antigone e una singolare abnegazione», e conclude esortando
al «dovere di resistere» e ricordando che il compito dello storico è
quello di far luce sulla verità e non di incaricarsi della «vendetta
dei popoli» e, ancor meno, della vendetta di un popolo che si
pretende eletto da Dio.
Michele Fabbri
Robert Faurisson, Introduzione a «Écrits Révisionnistes», Edizioni
all'insegna del Veltro, Parma 2005, pp.80, euro 9,00.
http://www.centrostudilaruna.it/index.html
Ciao,
desideriamo farti sapere che, nella sezione File del gruppo
lettera_informazione, troverai un nuovo file appena caricato.
File : /toaff.pdf
Caricato da : lettera_informazione <lettera.informazione@...>
Descrizione : Rassegna stampa sul "caso Ariel Toaff" (libro "Pasque di
sangue")
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iscritti al tuo gruppo, vai invece alla sezione di Aiuto al seguente
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Cordiali saluti,
lettera_informazione <lettera.informazione@...>
Le fantastiche trovate del «Tg1 Storia»: Iran e Olocausto
di Eresiarca
Il 12 febbraio 2007, il "Tg1 Storia", sovente dedicato ad
una "unica" storia ammantata del crisma della "unicità", ha
trasmesso una puntata su "Olocausto e Iran" che ha dimostrato, una
volta ancora, il legame esistente tra "Olocausto" e politica.
Politica pro-Usa, s'intende, "adesso che - come ha affermato il
conduttore - soffiano venti di guerra sull'Iran...": l'abitudine
all'ineluttabilità di un'aggressione la si fa anche attraverso
queste frasette inframmezzate ai discorsi cosiddetti "seri". E, a
seguire, in un delirio d'onnipotenza, come se Ahmadinejad seguisse
l'insignificante televisione di un Paese di burletta, il conduttore
ha introdotto così la puntata: "Al presidente Ahmadinejad
ricordiamo...".
E che cosa gli "ha ricordato"? La storia di un "giusto", di un
funzionario dell'ambasciata iraniana nella Parigi occupata dai
tedeschi. Il 'Perlasca iraniano' dunque c'è, e si chiama Sardari
Qajar. Quindi, se solo lui è "buono", gli altri iraniani, di ieri e
di oggi, sono tutti più o meno "cattivi".
L'unico intervento serio è stato quello di Farian Sabahi (autrice di
una Storia dell'Iran), la quale ha osservato che in Iran "gli ebrei
non sono perseguitati", che sono 30.000 circa ed hanno varie
sinagoghe ed un rappresentante in Parlamento; "in Iran la gente non
ce l'ha con gli ebrei", ma il problema per l'Iran è solo il
Sionismo, ha aggiunto la Sabahi. Ecco il perché dell'apparente
contraddizione tra le posizioni ufficiali dell'Iran sulle
persecuzioni antiebraiche da parte dei nazionalsocialisti e la messa
in onda, imminente, sulla tv nazionale, di uno sceneggiato dedicato
al 'Perlasca iraniano'.
Ai cantori della "libertà d'espressione" delle "democrazie
occidentali" va perciò fatto osservare che in Iran esiste una
maggiore "libertà d'espressione" che in Italia, dove assistiamo solo
agli sceneggiati olocaustici, mentre nessuna
posizione "revisionista", anche la più documentata, ha libero
accesso a tv e giornali.
Ma l'exploit della trasmissione l'ha prodotto un "giovane storico
dell'Iran", Houman Sarshar, in diretta da New York: "Molti sionisti
associano la creazione dello Stato d'Israele all'Olocausto, così
negando l'Olocausto si finisce per negare allo Stato israeliano il
diritto di esistere. Ma il diritto di Israele di esistere risale
alle sacre scritture, alla Bibbia. La Bibbia degli ebrei viene
venerata anche dai musulmani. E' il Corano che prescrive la
venerazione della Bibbia. Negare il diritto di esistere allo Stato
d'Israele era uno dei modi usati in Iran dall'intellighenzia di
sinistra per criticare il regime dello Shah".
Si mediti bene questa frase – "negando l'Olocausto si finisce per
negare allo Stato israeliano il diritto di esistere" - e allora si
capirà il perché dell'uscita di Napolitano sull'equazione
tra "antisemitismo" e "antisionismo". Siccome ci hanno fatto credere
che tutto comincia, come per incanto, col 1948, il timore è che il
ristabilimento della verità storica provochi un crollo verticale
del "credito morale" di cui gode il cosiddetto "Stato d'Israele"
presso il gran pubblico.
Sulle storie veicolate da "sacre scritture", poi, stendiamo un velo
pietoso, poiché ciascuno può cantarsi e suonarsi tutte le "verità"
che desidera e farle dire da un "libro sacro", per non parlare
dell'evidente contraddizione tra l'antirazzismo predicato dagli
ebrei sionisti e la pretesa di "discendere dagli ebrei della
Bibbia", al confronto della quale anche le teorie di Himmler e
Rosenberg sulla pura "razza ariana" fanno una ben magra figura. Ma
se proprio vogliamo dire qualcosa nello specifico, i musulmani non
sono per nulla tenuti a "venerare la Bibbia degli ebrei", poiché il
Corano distingue tra Banû Isrâ'îl ("Figli d'Israele"), depositari di
una "Rivelazione divina" consegnata a Mosè; Alladhîna hâdû, ovvero i
giudaizzati; i Yahûd (da Giuda, figlio di Giacobbe/Israele), cioè
coloro che usano la religione per scopi antispirituali e di mero
potere, che il Corano condanna – per ogni tempo e luogo - con netta
severità: è, appunto, il caso dei Sionisti, condannati anche
dai "rabbini ortodossi contro il Sionismo".
Il finale, dopo aver presentato un "sopravvissuto iraniano alla
shoà", non poteva non prevedere "l'esperto di Auschwitz" di turno,
Marcello Pezzetti, già ridimensionato a suo tempo da Carlo Mattogno
(Olocausto: dilettanti a convegno, Genova 2002, pp. 93-117): "Il
presidente Ahmadinejad non sta solo negando la Shoà, diciamo che sta
negando anche una pagina di storia dell'Iran". "Ahmadinejad fa
esattamente quello che fanno i negazionisti italiani: cioè, nega una
parte importante della propria storia".
Come non vedere che tutto ciò serve interessi (formare un'opinione
pubblica favorevole ad un attacco all'Iran) che con la Storia non
hanno nulla a che fare? Ma tant'è, citando il conduttore, anche
questa puntata di «Tg1 Storia»
(http://www.raiclicktv.it/raiclickpc/secure/stream.srv?
id=10964&idCnt=45617&pagina=1&path=RaiClickWeb^Home^Notizie^Culture#1
) è un contributo "utile a tutti, e soprattutto alla pace". "Tutti"
perché siamo "tutti americani", "pace" perché preparano una guerra.
Mastella e le parole ideologiche
26 gennaio 2007
http://www.identitaeuropea.org/archivio/articoli/blondet_mastella.htm
l
Lì per lì, sembra un pasticcio di Mastella, come ci si può aspettare
da un dilapidatore di denaro pubblico, ruspante, di scarso impegno
ideologico.
La sua cosiddetta legge commina fino a 12 anni (dodici) a chi si
macchia del reato di «istigazione a commettere crimini contro
l'umanità e di apologia dei crimini contro l'umanità». Che io
sappia, nemmeno David Irving ha mai incitato o fatto l'apologia
dello sterminio: ha solo negato che esistesse un ordine scritto di
Hitler a compierlo.
A prima vista, questa legge mette piuttosto in pericolo, mettiamo,
Giuliano Ferrara, che approva la volontà di Israele di incenerire
l'Iran con un attacco atomico (incitamento sicuro ad un «crimine
contro l'umanità»). Potrebbe portare all'arresto, in occasione di
una loro visita in Italia, di Paul Wolfowitz, attuale capo della
Banca Mondiale, o di qualunque altro neocon americano, che
hanno «istigato» - e con quanta efficacia – all'invasione dell'Iraq
su falsi pretesti, con le atrocità che ne sono seguite. Diffondere
uranio impoverito su una popolazione intera, carbonizzare Falluja
con il fosforo, saranno pure crimini contro l'umanità. Quanto al
delitto di «apologia dell'olocausto», questo potrebbe configurare
persino una legge anti-ebraica.
Potrebbe obbligare alla condanna di Riccardo Pacifici, rabbi Di
Segni, Gad Lerner e tutti gli altri membri dell'onorata comunità.
Sono loro che fanno «apologia dell'olocausto», nel senso che lo
esaltano - quello ebraico - come fatto unico e sacrale, un mistico
sacrificio del tutto diverso dalle sofferenze di altri popoli e
gruppi etnici nella seconda guerra mondiale. Anche il presidente
Napolitano ha fatto, nel cosiddetto giorno della memoria, la stessa
apologia dell'olocausto. I cosiddetti «negazionisti» non esaltano
l'olocausto: anzi, secondo i loro accusatori, negano che sia
avvenuto. Peggio: il Mastella legislatore commina «fino ad un anno e
sei mesi a chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio
razziale o etnico». Oriana Fallaci, la sola incitatrice pubblica che
io ricordi all'odio per i musulmani (con scritti atti ad istigare
azioni violente), s'è sottratta alla punizione defungendo.
Ma la legge è lì per colpire tutti coloro che diffondono i suoi
libri e che li hanno recensiti con favore, da Ferrara a Feltri, e
decine di altri giornalisti. E potrei indicare all'inquisizione
alcuni testi di Guzzanti che cadono sicuramente sotto questa
fattispecie. Ancora: «E' vietata ogni organizzazione, associazione,
movimento o gruppo che abbia tra i propri scopi l'incitamento alla
discriminazione o alla violenza per motivi razziali». Come noto, la
comunità ebraica, i suoi rabbini in prima fila, scoraggia
attivamente i matrimoni dei suoi figli con giovani goym. E'
sicuramente «incitamento alla discriminazione»: sciogliere, e
subito, la comunità? Quanto all'incitamento alla violenza, è facile
dimostrare che l'associazione dei Lubavitcher (o gruppo, o movimento
che sia), ben presente anche in Italia, rientra nel caso. Un passo
dagli scritti del loro fondatore, rabbi Schneerson: «Il corpo di un
ebreo è di qualità totalmente diversa dal corpo di ogni altro
individuo della nazioni del mondo […]. L'intera realtà non ebraica è
solo vanità. Sta scritto: 'E gli stranieri cureranno le vostre
greggi' (Isaia, 61:5). L'intera creazione esiste solo per il bene
degli ebrei».
Da questo, Schneerson fa seguire alcuni ovvi corollari: per esempio,
nel caso di trapianti: «se un giudeo ha bisogno di un fegato, può
prendere il fegato di un non-ebreo innocente per salvare il primo».
E' tutto scritto. Su richiesta degli inquisitori, posso esibire i
documenti. Posso provare altresì che era un membro dei Lubavitcher
quel Baruch Goldstein che, nel 1994, massacrò 29 palestinesi in
preghiera nella tomba di Rachele perché incitato all'odio razziale
dalla dottrina di Schneerson. Con ciò, attendo con ferma speranza
lo scioglimento d'autorità della setta Lubavitcher, altresì detta
Habad o Chabad, per predicazione di superiorità razziale e
incitamento all'odio etnico. E la punizione dei loro dirigenti con
condanne «da uno a sei anni», come previsto dal giurista Mastella.
Ma allora il nostro dilapidatore ha fatto una legge antisemita? Ha
voluto scatenare una persecuzione anti-ebraica? Ma no, ma no.
Naturalmente, non è questo l'intenzione del nostro furbo governante.
Egli sa benissimo come attaccare l'asino dove vuole il padrone. E
difatti, nel testo, si legge il punto essenziale, quello caldeggiato
da Ruben: «La pena è aumentata se l'istigazione a commettere crimini
contro l'umanità, o atti di discriminazione, è stata commessa
negando in tutto o in parte l'esistenza di genocidi o di crimini
contro l'umanità per i quali vi sia stata una sentenza definitiva di
condanna da parte dell'autorità giudiziaria italiana o
internazionale».
E' lì che si voleva arrivare. Punire chi nega, anche solo «in
parte», genocidi per cui esiste «una definitiva condanna
dell'autorità internazionale», evidentemente a Norimberga. I crimini
e genocidi in corso non interessano, mancando la «condanna
definitiva della magistratura»; interessa quello solo degli anni '40
dell'altro secolo. L'unico, l'inimitabile. Il furbo presidente
Napolitano del resto ha delimitato ben bene il senso della legge
mastelloide. Non è contro chiunque inciti ecc., ecc., ma contro
qualcuno soltanto. Ha detto, Napolitano che sa dove attaccare
l'asino, che «l'antisemitismo si maschera da antisionismo»,
giungendo a negare «il principio costitutivo dello Stato d'Israele»:
principio razzista, come ha mostrato quell'antisemita di Israel
Shahak (ex internato nei lager), in quanto la cittadinanza
israeliana non è data se non a chi possa vantare almeno una nonna
ebrea. E tuttavia, il discorso non è chiuso qui.
La legge Mastella starà lì, nel codice penale: e come abbiamo
visto, «in altre mani», non oggi ma in un domani possibile, può
colpire proprio gli ebrei. La stessa identica norma può rovesciarsi
contro i suoi promotori. E' un rischio che parrà inesistente oggi a
costoro, finchè sono loro a controllare l'applicazione della legge,
e ad assegnare il significato alle parole di cui è composta. Ma già
questo rivela la natura di questa norma. Le parole di cui è composta
sono infatti, eminentemente, parole «ideologiche». Parole cioè che
per la loro vastità (o vacuità) semantica, possono essere intese in
modi contrastanti o addirittura opposti. O parole la cui pronuncia
già contiene in sé la condanna, o il disprezzo. Il regime bolscevico
era maestro in questo uso ideologico delle parole. Era la sua
specialità, al punto che fu chiamato una «logocrazia», perché quando
non riusciva ormai più a dominare la realtà (l'economia socialista
deperiva, la statalizzazione era fallita), manteneva il dominio
assoluto sulle parole. Nella convinzione (Orwell insegna) che chi
controlla le parole controlla il pensiero.
Così, la burocrazia parassitaria dominante si
autodefiniva «avanguardia del proletariato». E il dominio
burocratico della nomenklatura era «la dittatura del proletariato»,
quando invece era una dittatura «sul» proletariato. «Solidarietà
socialista» e «aiuto fraterno» significò l'invasione dell'Ungheria e
della Cecoslovacchia. Si fecero processi contro «deviazionisti»
e «revisionisti», parole del cui vero significato - che poteva
mutare a piacere - era depositario il Politburo. Si poteva sperare
di non vedere più questo esercizio, così screditato. Invece,
rieccoci alle parole ideologiche.
Il nostro governo ne è pieno. Abbiamo imparato a nostre spese che
ciò che Bersani chiama «riforme» è tutto quello che lui può
escogitare per favorire le coop rosse. Per Montezemolo e
Draghi, «riforme» significa invece taglio delle pensioni e riduzione
dello Stato sociale. Padoa Schioppa ripete costantemente la
parola «equità», con cui nessuno sa bene cosa intenda, ma che ci
prepara a spoliazioni fiscali. «Guerra al terrorismo globale» è
ovviamente una locuzione ideologica, che può comprendere
(come «terrorista») realtà infinitamente diverse ed estendibili ad
libitum, ed escluderne altre: l'Arabia Saudita no, i Talebani sì e
anche la Corea del Nord. Lo stesso termine «terrorismo» è diventato
profondamente ideologico: all'indomani dell'11 settembre Arafat, già
premio Nobel per la pace, era diventato un «terrorista» con cui non
si poteva più trattare. Hamas ed Hezbollah sono «terroristi», l'ISI
pakistano no.
«Islamofascismo» è un termine ideologico che non ha avuto, per ora e
nonostante la zelante promozione mediatica, completa fortuna.
Ahmadinejad «nuovo Hitler» ne ha di più. Ovviamente, i due termini
non hanno nulla a che vedere con la realtà del fascismo o
dell'hitlerismo storici, ma così sono le parole ideologiche: non
servono a definire ma a bollare, e ad incitare all'azione. In questo
caso, le centrali che le hanno formulate e diffuse vogliono incitare
alla guerra dell'intero Occidente «democratico» contro l'Iran. Non è
dovuto di meno, ai nuovi Hitler. «Negazionismo» è una parola dello
stesso genere. A rigore di termini, non esiste nemmeno un
negazionista, ossia uno che neghi completamente che gli ebrei nella
seconda guerra mondiale hanno subìto persecuzioni e massacri. Ci
sono invece alcuni che pensano di poter dimostrare che quelle che
vengono indicate come camere a gas nei vecchi lager, non lo potevano
essere per motivi tecnici. Altri che contestano il numero esatto e
sacrale dei morti israeliti, i sei milioni tondi. Altri esibiscono
documenti della Croce Rossa che visitò i lager durante la guerra, e
non ebbe contezza dello sterminio in atto.
Qualcuno nota che un certo forno crematorio, così indicato ai
visitatori di un certo lager, non ha il camino, e dunque non poteva
funzionare. Altri ancora tendono ad inserire la tragica sorte degli
ebrei nelle immani atrocità della guerra mondiale: 22 milioni di
russi morirono per la guerra contro Hitler, altre decine di milioni
nel Gulag staliniano. Si potrà parlare di «olocausto russo»? No, non
si deve. Tale tentativo viene interpretato come un trucco per
sminuire il solo olocausto che conti - processo alle intenzioni,
tipico dei totalitarismi ideologici. Infine, tutte queste diverse
posizioni vengono bollate - anche se non lo sono –
come «negazionismo»: una parola che è fatta per marchiare, per
troncare la discussione e mettere in galera chi parla. Come in URSS,
esiste una «verità ufficiale» presidiata col codice penale, e chi la
discute è condannato in anticipo, e ora anche con 12 anni di
carcere. Anche attorno alla «verità ufficiale sull'11 settembre» c'è
una sorveglianza corale, che impedisce il discorso. La cosa non ci
stupisce, ma ci stanca. Ci dice in che mondo viviamo, e fino a che
punto siamo caduti da una illibertà ad un'altra. La cosa non
preoccupa i promotori, perché ritengono di essere in grado di
controllare la fabbrica delle parole ideologiche, controllando essi
la stampa e gli altri media. Ma può un giorno rivolgersi contro di
loro, non ce ne rallegreremo. Per conto nostro, è igiene civile e
politica, oltrechè morale, rigettare le parole
ideologiche. «Negazionismo», non lo diremo mai più.
Ciao,
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RAI di… Margherita e Quercia
di Giancarlo Chetoni
Quando ormai da ore le immagini dell'orrore di Qana correvano a
briglia sciolta per il mondo e la gente del villaggio continuava ad
estrarre dalle macerie i corpi straziati di quei bambini del Libano
per ricomporli con infinita piètà all'esterno, per un'ultima volta
alla luce del sole, togliendo loro, con un gesto d'amore, dal viso,
dalla bocca, dagli occhi ormai spenti, la polvere di cemento dei
solai crollati, la troupe del TG1 accendeva faretti, telecamere e
sonoro a Neot Mordechai, un kibbutz dell'Alta Galilea per realizzare
la solita, quotidiana, corrispondenza da "Israele" di Claudio
Pagliara.
Quel giorno le riprese della RAI andarono ad altri bambini, con
abiti puliti, sorridenti, che giocavano a rincorrersi in un rifugio
superprotetto, tra giocattoli e adulti.
Il cruccio dell'inviato di Mimun era che i "nipotini di Olmert" non
potessero restare all'aperto.
Ieri su Internet ho trovato F.N.S.I. (Sindacato Unitario dei
Giornalisti Italiani) e U.S.I.G.R.A.I. (Unione Sindacato Italiano
Giornalisti RAI). Sono le sigle che garantiscono al cialtrone
Pagliara, insieme alla "sua" libertà di espressione, anche dei
principeschi benefit.
In vista, a firma del Segretario Roberto Natale, c'è un comunicato
in cui si respinge, con bonarietà, le critiche piovute
sull'Associazione dall'On. Furio Colombo, attraverso "L'Unità" di
Fassino, e quelle di Massimo Gramellini, Redattore Capo
della "Stampa" dei Lapo Elkann e delle Nirestein, per… la politica
anti-israeliana adottata dalle Redazioni dei TG… nella copertura
degli avvenimenti in Libano.
Alla Neliana Tersigni, dopo qualche giorno, hanno imposto per la
diretta lo sfondo intatto del centro "chic" di Beirut piuttosto che
quello annientato dalle bombe della periferia Sud.
Pagliara. Claudio Pagliara. Claudio Pagliara di "American On
Line". "Profiles" by Amik Rosenthal.
Kossiga e dintorni
di Giancarlo Chetoni
Ci devono essere ragioni di eccezionale urgenza e gravità per
giustificare ieri [26/8/06] la presenza a "Gerusalemme", allo Yad
Vashem, del Senatore Kossiga. L'ex ministro degli Interni durante il
rapimento Moro - casca sempre tutto a fagiolo - è da mesi un malato
terminale per un cancro all'intestino. Fatica a stare in piedi,
eppure a oltre settant'anni di età, con uno stato di salute
precarissimo, ha trovato lo spunto per affrontare il calvario di un
viaggio segnato dalla somministrazione di flebo e antidolorifici.
Nella "capitale", unica, indivisibile ed eterna, così almeno dicono
da quelle parti, dello "Stato di Israele", l'ex Presidente della
Repubblica si è dichiarato "amico degli ebrei".
"… sono quì – ha affermato - perché Israele è l'unico Stato
democratico del Medio Oriente. Difenderlo significa difendere
l'Occidente dalla «guerra santa», dall'estremismo contro «ebrei e
crociati…»" (evidentemente ha assimilato bene anche da "grande
vecchio" il linguaggio di Al Qaeda da Langley). Ha poi definito
Hezbollah un movimento che pratica il terrorismo anche se
considerato da alcuni politici italiani un legittimo partito
politico (evidentemente l'attacco è a D'alema che va a braccetto con
deputati del partito di Dio a Beirut).
La sua ultima uscita, in ordine di tempo, è stata quella di
presentare una denuncia, molto fumosa, al Procuratore della
Repubblica di Brescia Tarquini perché togliesse a quella di Milano
le indagini sul rapimento Abu Omar. Dove c'è una strage, un
attentato o un rapimento o qualche brutto affare del
SISMI "deviato" c'è sempre l'uomo con la "r" arrotata e isolana di
Gladio e Soci.
Per identificare il "lavoro" del massone Kossiga basterà sapere che
è un abilitato a viaggiare sui sommergibili atomici d'attacco della
US Navy che stazionano alla Maddalena e che più volte in passato lo
hanno imbarcato al largo di Civitavecchia per accompagnarlo in
Sardegna (vuoi vedere che lo scalo segreto di Villa Certosa serve
all'ex Presidente del Consiglio di Arcore per ricevere anche le
visite, in gommome da sbarco, e le soffiate di Kossiga?).
Le performance stakanoviste del "senatore" in questi giorni non si
sono limitate agli scali del Ben Gurion. Si è fatto intervistare,
dopo aver assunto 1 Kg di integratori proetici e vitaminici per
tenersi un po' su, anche da La7, nella trasmissione "Omnibus"
registrata con l'acceleratore pigiato.
Le sue dichiarazioni a Montecarlo, dove bazzicano Gad Lerner
e "ciccipotamo" Ferrara ? Eccole.
"… Il Libano potrebbe essere per Prodi quello che la Crimea fu per
Cavour…". "… è un grosso errore - ha aggiunto a proposito della
scelta dell'Italia di rendersi disponibile per comandare la missione
in Libano – continuare a considerarci una grande potenza come
Francia, Germania e Gran Bretagna…".
Perdoniamo a Kossiga, per la malattia e l'arterioscelosi che lo
affligge, qualche equiparazione fuori tiro e i sogni di gloria
dei "bei tempi" della DC. In fondo è stato per oltre cinquant'anni
un seguace, squadra e compasso, di Piazza del Gesù. Più o meno.
Viaggi, denunce e interviste di Kossiga ci mettono sul chi va là.
Insomma parlano e dicono che... "Israele" non vuole il Bel Paese in
Libano e che quello che ha raccontato la Sign.ra Tipzi a D'Alema
alla Farnesina, poi a Gerusalemme, e poi ancora questa mattina
[27/8/06] a Roma, sono, insomma, niente altro che vergognose
menzogne.
Attento D'Alema, attento Parisi, attenti "amici" del Comando
Operativo Interforze!
In circolo ci sono "amici degli amici", c'è qualche quinta colonna
all'opera, tipo Guzzanti, nascostissima, influente, mimetizzata,
alla grande.
Chirac ha mille ragioni per andarci con i piedi di piombo.
Un'ultima frettolosissima analisi. La Sign.ra Tipzi in visita al
Ministro degli Esteri francese Blazy non si è permessa di
colloquiare con esponenti dell'opposizione. In Italia sì. Ha
scelto, ricambiata, di parlare con l'anale biforcuto Fini e il
papista, anche lui, biforcuto osseo, Casini. In un Paese normale si
potrebbe parlare di "indebita ingerenza" negli affari interni di uno
Stato.
Qui da noi i media infeudati al sionismo spacciano per "normalità",
per "prassi consolidata" tentativi neanche tanto nascosti di
condizionare le scelte dell'Esecutivo. Specie se arrivano da Bush,
Blair e Tel Aviv. Non me la sento di mettere in ballo "Gerusalemme".
La sua sacralità e la sua storia non appartengono all'apolidismo.
Lo diciamo senza essere in nessun modo, compagni di viaggio,
della "sinistra" e del "centro", come qualche mese fa eravamo degli
avversari del centrodestra e dei suoi sodali di merende sullo
strapuntino.
Si vede che conserviamo "dentro" un briciolo di dignità che altri
hanno perso per strada o non hanno mai avuto. Noi siamo uomini
liberi.
Il «Ministero della Verità»
di Maurizio Blondet
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1323¶metro=esteri
«Non c'è mai andata così bene», ha detto Gideon Meir, portavoce del
ministero degli Esteri israeliano: «il lavoro dell'hasbara è una
macchina perfettamente oliata». (1)
«Hasbara» significa «propaganda» in ebraico.
Ma il termine è solo per uso interno: per l'esterno, il termine
usato è «informazione corretta», oppure «oggettiva», soprattutto non
macchiata di «pregiudizi anti-ebraici», ossia di «antisemitismo».
Come deve essere l'informazione corretta l'ha intimato un tizio
chiamato Gianni Riotta, uno dei direttori minori de Il Corriere
assolutamente voglioso di carriera: «Chi diffonde su internet le
foto dei bambini libanesi dilaniati farebbe bene a ricordare anche
la quindicenne arabo-israeliana, uccisa innocente nel villaggio di
Mghar da un ordigno Hezbollah. Applicare la logica notarile del 'chi
fa di peggio?' in Medio Oriente significa rassegnarsi alla
mattanza». (2)
Il Corriere non cadrà nella logica notarile e antisemita; per questo
le foto dei bambini libanesi (non dilaniati, Riotta: carbonizzati
dal fosforo) circolano solo su internet, e mai sul grande giornale.
Per non sbagliare, le TV di Berlusconi non hanno mandato nemmeno i
loro inviati a Beirut ridotta a macerie; li hanno mandati ad Haifa,
che giorno per giorno dipingono come la stoica, eroica città martire
di Sion.
Nessuna contabilità notarile: le sofferenze della popolazione
giudaica, i 19 morti israeliani -invariabilmente si
aggiunge: «innocenti» - sono un'immane tragedia, niente in comune
con gli almeno 600 morti libanesi, un terzo bambini, e il milione di
profughi privati di tutto dai bombardamenti a tappeto.
Un intero Paese distrutto dalle fondamenta vale meno di 19 morti.
Non si faccia contabilità.
«Corretta» è l'informazione che tace dei massacri compiuti in questi
giorni, insieme all'attacco al Libano, sulla gente di Gaza, perché
non perda l'abitudine.
I morti qui sono almeno 130.
L'associazione Médecins du Monde ha segnalato «la particolare
gravità delle ferite», dovute all'uso di armi proibite di nuovo tipo.
I medici dicono di non aver mai visto «ustioni così specifiche,
concentrate nella parte inferiore del corpo e che provocano una così
alta propensione alle amputazioni».
Il ministero palestinese invoca un'inchiesta indipendente.
Ed esibisce schegge «traslucide e invisibili ai raggi X», con sopra
la scritta «test», che paiono essere la causa delle bruciature che
portano inevitabilmente alle amputazioni. (3)
Ma chi ascolta i medici palestinesi e francesi?
Chi domanda che cosa giustifica un'aggressione sterminatrice sulla
gente di Gaza?
Non certo Emilio Fede, né Toni Capuozzo.
Perciò l'addetto-stampa di Olmert, Assaf Shariv, ha tutto il diritto
di rallegrarsi sul Jerusalem Post: «La stampa estera intervista
quattro volte più israeliani che libanesi o palestinesi». E cita i
risultati: «Un sondaggio di Sky News mostra che l'80 % dei
telespettatori ritiene giustificata la devastazione del Libano, e
danno la colpa agli Hezbollah».
Conosco la faccenda: una lettrice scrive anche a me, «per fortuna
non sono bianca o nera come lei, ma mi sembra che il suo
accanimento, più che per la ricerca della verità, sia per la
denigrazione degli ebrei in quanto tali».
Dire la verità equivale a denigrare.
Indignarsi per lo sterminio in corso, è bianco-e-nero.
Goebbels non riuscì mai a far passare le «buone ragioni del Terzo
Reich» a proposito dei lager.
Sono i successi dell'hasbara.
Come esulta il Jerusalem Post, «Israele ha richiamato in servizio
le 'riserve' medianiche», per far trionfare la verità senza bianco-e-
nero.
Il «Ministero della Verità» israeliano lavora a pieno ritmo.
Gli arruolati sono i professionisti, probabilmente pagati.
Poi ci sono i volontari dilettanti.
Il ministero degli Esteri ha creato un software «gratuito, sicuro e
utile» che gli attivisti possono scaricare per organizzare la
disinformazione e l'intimidazione della stampa.
Una volta scaricato lo strumento, che si chiama
Megaphone, «riceverete aggiornamenti e link istantanei ad importanti
sondaggi internet, la segnalazione di articoli che richiedono una
reazione, ecc.», spiega una lettera del suddetto ministero firmata
da Amiri Gissim, capo dell'Hasbara Department.
Insomma, poniamo che CNN, la 7 o Canale Cinque facciano
un «sondaggio» (pseudo-sondaggio) fra gli ascoltatori, sul Libano e
la Palestina.
«Megaphone» ve lo segnala all'istante, sicchè voi potere «votare»
immediatamente cliccando su un pulsante elettronico.
Oppure, poniamo che il Guardian o Blondet scrivano un
articolo «problematico, che richiede una risposta»: Megaphone ve lo
segnala, e potete subissare i colpevoli di mail minacciose, insulti
di antisemitismo, razzismo, negazionismo.
Se sono giornalisti dipendenti, potete chiedere il loro
licenziamento all'editore.
«Le guerre odierne si vincono con l'opinione pubblica», dice il
proclama ministeriale ebraico:
«è il momento di attivarsi e dare voce alla parte israeliana nel
mondo… abbiamo bisogno di 100 mila utenti di Megaphone per fare la
differenza».
L'utile strumento, cari lettori non in bianco-e-nero, è scaricabile
al sito Giyus.org: approfittatene. «Giyus», in inglese, sta
per «Give Israel your united support», ma in ebraico è la parola che
significa «mobilitazione».
Mobilitazione bellica, propaganda bellica: ossia la verità più
oggettiva.
Attenzione, perché qualche menzogna antisemita continua a filtrare,
nonostante la vigilanza.
Per esempio, la notizia che Bush «ha accelerato la spedizione ad
Israele di bombe a laser» per spezzare l'imprevista resistenza
Hezbollah.
«Due Airbus 310 pieni di bombe al laser GBU 28 sono atterrati a
Prestwick presso Glasgow per rifornimento di carburante… è lo stesso
aeroporto usato dalla CIA per le renditions», scrive il Telegraph.
Ecco un'informazione scorretta, da sopprimere - e Riotta l'ha
soppressa.
Le GBU destinate in fretta a Israele, almeno cento, sono bombe da
250 chili guidate al laser, concepite per spaccare i bunker, e
perciò appesantite con uranio impoverito: la civiltà occidentale,
dopo le devastazioni, regala ai libanesi anche la prossima epidemia
di cancro.
E la spedizione è avvenuta nelle ore in cui, secondo Channel 4
inglese, Condi Rice era a Roma come «onesto mediatore» per
una «tregua» che ha - apparentemente - bloccato.
Il 16 luglio, la BBC ha sparato una «breaking news»: «Grave
escalation del conflitto».
Ma il servizio non riguardava le duemila missioni di bombardamento
di Giuda che quel giorno stavano distruggendo ogni ponte, strada,
centrale elettrica e persino la centrale del latte del Libano; bensì
un razzo Hezbollah su Haifa.
Questa la grave escalation.
Idem Channel 4, reportage dal titolo «Lebanon burns»: ma del video
di quattro minuti, tre erano dedicati ad Haifa, la città martire.
Il Telegraph ha presto imparato (subissato da mail) ad adeguarsi
alla verità.
Il 15, breve notizia sui morti del villaggio di Marwahen in Libano,
dove i bombardieri di Sion hanno attaccato dal cielo un paio di
pulmini di famiglie in fuga dall'inferno: 20 massacrati, nove dei
quali bambini.
Ma la notizia è affondata in un articolo con il seguente
titolo: «Iran sotto accusa mentre si estende la battaglia in Libano».
Quale battaglia?
Questa è guerra unilaterale, protesta Uri Avneri: la protesta di
questo ebreo coraggioso resta confinata su internet, Riotta e Il
Corriere non la vogliono.
Nei servizi di informazione corretta (corretta dal Ministero)
Israele invariabilmente «risponde», «reagisce»: l'iniziativa è
sempre degli altri, i «terroristi» (anche il Terzo Reich chiamava i
partigiani «banditen» e «terroristen»). (4)
Se l'atrocità del giorno è troppo grossa, se su internet circolano
troppe foto di bambini carbonizzati, scattate da coraggiosi
fotoreporter che rischiano la vita, allora si allestisce un servizio
speciale che ricorda: Israele «combatte per la sua stessa
esistenza», messa «in pericolo».
Israele ha diritto «all'auto-difesa».
E parte un filmato sull'olocausto...
La diretta TV sul cosiddetto vertice di Roma voleva essere completa.
Ma quando il ministro libanese Siniora ha evocato le 17 mila
violazioni della sovranità libanese compiute da Israele, una mano
corretta ha troncato la diretta: non si faccia contabilità notarile,
siamo qui per «la pace», il corridoio umanitario, non si parli di
aggressori e di aggrediti.
Il corridoio umanitario, beninteso, è stato liquidato dalla Rice.
In caso estremi, interviene l'ambasciatore.
Alla radio svizzera del Ticino è arrivata la protesta
dell'ambasciatore Aviv Shir-On.
Tra l'altro, nella sua protesta si legge: l'islamismo «è una cosa
che dovrebbe preoccupare voi, così come preoccupa me, perché dopo
aver raggiunto i loro obiettivi in Medio Oriente, potrebbero
mettersi a dare la caccia anche a voi. Non dimenticatevi i missili
di 3.000 chilometri di gittata che sono in mano degli iraniani, i
quali hanno creato gli Hezbollah, li hanno addestrati e li hanno
dotati dei razzi che uccidono i civili israeliani».
Qui c'è una deliberata menzogna in un atto ufficiale: l'Iran non
dispone affatto di missili di gittata 3 mila chilometri, anche se
l'hasbara ebraica continua a ripeterlo.
Ed anche se li avessero, perché dovrebbero puntarli su Berna?
La Svizzera non minaccia Teheran di annichilimento…
Beh, questo genere di menzogne non funziona tanto bene in Europa.
Funziona meglio in USA, su una popolazione in piena paranoia
apocalittica.
E perciò la macchina dell'hasbara là non si limita a frenare la
verità, emette fumi di menzogne senza il minimo pudore.
La Fox News il 26 luglio ha mostrato i soliti filmati di Beirut su
cui si alzano colonne di fumo dei bombardamenti.
Il titolo in sovrimpressione però diceva: «La minaccia nucleare».
I due giornalisti titolari della speciale, Hannity and Colmes, hanno
mostrato dei contatori Geiger.
A che scopo?
L'ha spiegato l'esperto, ospite della serata, Chaim Dallas;
sedicente direttore di un fantomatico «Center for Mass Destruction
Defense».
Questo ebreo ha ripetuto una dozzina di volte il concetto: «Non ho
il minimo dubbio che in futuro i terroristi useranno una bomba
nucleare contro gli Stati Uniti, e un sacco di radioattività cadrà
sugli americani».
Battere il ferro: stessa serata, sempre su Fox, programma «The big
story» di John Gibson: intervista all'«esperto antiterrorismo»
Robert Strang.
Il quale asserisce: «Cellule di Hezbollah sono già qui in territorio
americano.
Sono una grossa presenza in USA, e sono qui già prima di Al Qaeda».
Conclusione: «sì, guardiamo quello che succede in Israele e Libano;
ma ciò di cui noi esperti siamo davvero preoccupati è la possibilità
di un altro attentato terroristico sul suolo americano o agli
interessi americani all'estero». (5)
E' proprio quello che dice l'ambasciatore agli svizzeri;: attenti,
Hezbollah può colpire anche voi. Con il pubblico americano si può
osare di più: Hezbollah è già tra noi, forse ne avete uno sotto il
letto.
E subito dopo, è apparso il ricorrente messaggio di Al Qaeda, con il
solito «Al-Zawahiri» meglio truccato del solito (un cachet argento
sulla barba) che parlava, probabilmente, da Hollywood.
E' questa l'informazione corretta approvata da Riotta, questo
maestro di giornalismo, come da Emilio Fede.
In Israele da cui origina, almeno la chiamano «hasbara», propaganda.
Maurizio Blondet
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Note
1) Gil Hofman, «Israel calls up media 'reserves' », Jerusalem Post,
17 luglio 2006
2) Gianni Riotta, «Primo: fermare gli Hezbollah», Corriere della
Sera, 26 luglio 2006.
3) Jennie Matthew, «Misterious wounds from israeli shells in Gaza»,
Middle East Online, 27 luglio 2006.
4) «Chi controlla le parole controlla il pensiero» (Orwell, 1984),
il sistema sovietico ha fatto immenso uso di questa tecnica. Qui si
può aggiungere che, alla fine, l'uso di parole «corrette» finisce
per controllare il pensiero non solo dei soggetti dominati, ma anche
dei dominanti. Per esempio, già Golda Meir in una celebre intervista
alla BBC disse che «non c'è una nazione palestinese, i palestinesi
non esistono». Questa è la politica israeliana: i palestinesi non ci
sono, non sono nulla. Il genocidio è già nella mente prima che negli
atti.
5) «Hezbollah and Al Qaeda are here in USA and ready to spring at
any moment», Newshound, 27 luglio 2006.
INIZIATIVA BELGA PER OTTENERE LA CONDANNA DI "ISRAELE" PER CRIMINI
DI GUERRA
di Dagoberto Husayn Bellucci - direttore responsabile Agenzia di
Stampa "Islam Italia" da Beirut sud
Un gruppo di cittadini belgi di origini libanesi ha preso
l'iniziativa di condurre i dirigenti dell'entita' sionista davanti
alla Corte Suprema del Tribunale Internazionale dell'Aja con
l'accusa di crimini di guerra.
Secondo Ali Abdoul-Sater e sua moglie Farkad el Hussein , che si
sono visti distrutto il loro appartamento nella capitale Beirut
dalle incursioni aeree israeliane, i dirigenti dello stato ebraico
sono "responsabili di crimini di guerra" e come tali "dovranno
subire un processo regolare" davanti al Tribunale Internazionale
dell'Aja dove - per analoghe accuse - nel recente passato furono
condotti i politici e i militari della ex Yugoslavia.
Il primo ministro israeliano Ehud Olmert, il ministro della difesa
Amir Peretz e il capo di stato maggiore dell'esercito sionista Dan
Halutz sarebbero i principali responsabili dell'escalation di
violenza , dei bombardamenti indiscriminati e dell'aggressione
quotidiana al quale sono sottoposti i civili libanesi da due
settimane a questa parte.
Secondo i firmatari dell'iniziativa - sostenuti da alcune
associazioni libanesi e belghe che reclamano l'immediato cessate il
fuoco - "secondo le leggi del Belgio il Tribunale potrebbe giudicare
per crimini internazionali i dirigenti sionisti in poco tempo. E'
solo una questione di volonta'." hanno affermato.
Ricordiamo come gia' nel 1999 una analoga iniziativa per condurre
l'ex ministro della Difesa, poi premier, dello stato ebraico Ariel
Sharon davanti al Tribunale Internazionale dell'Aja fosse abortita.
Sharon, il boia di Sabra e Chatila responsabile dello scoppio della
seconda Intifadah palestinese dopo la provocatoria passeggiata sulla
Spianata delle Moschee a Gerusalemme nel settembre 2000 (rivolta che
ha provocato la morte di quasi cinquemila palestinesi in sei anni di
scontri quasi quotidiani) , non venne mai ufficialmente imputato per
i massacri commessi dai suoi soldati e dai loro alleati delle
Falangi Libanesi durante l'invasione del Libano e l'assedio di
Beirut dell'estate 1982.
Le vittime di Sabra e Chatila, tremila forse cinquemila a seconda
delle fonti, come quelle di Cana, Nabathiye e Mansouri (aprile 1996)
e di tutte le altre aggressioni israeliane nella regione vicino
orientale non hanno mai avuto diritto ad un processo equo contro i
loro aggressori.
Quando sembrava che uno spiraglio di verita' potesse fuoriuscire
dalla coltre di omerta' che copre da sempre i crimini commessi dai
sionisti un autobomba esplose , a Beirut, ponendo fine alla vita di
Eliah Hobeika ex comandante delle Falangi pronto , di li' a pochi
giorni, a vuotare il sacco sui misfatti commessi dai suoi uomini e
dai loro alleati israeliani in quella maledetta notte tra del 16
settembre 1982.
Una pace senza giustizia non sara' mai possibile in questa
martoriata regione.
Una pace giusta sara' possibile solo ed esclusivamente quando
l'Entita' Criminale Sionista verra' portata sul banco degli imputati
nel piu' importante dei processi della storia moderna.
Un evento che anche il piu' ottimista degli osservatori di politica
internazionale riterrebbe assolutamente eccezionale, unico
sostanzialmente impossibile fintanto che l'Occidente continuera' a
prostrarsi vilmente dinanzi ai ricatti di questo sedicente "Stato
d'Israele" che rappresenta la piu' efficiente, influente e arrogante
organizzazione criminale statale che la storia ricordi.
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI da Beirut
COMUNICATO STAMPA del MNP
La conferenza di Roma di ieri 26 luglio sul Libano e
sull'aggressione israeliana si è rivelata nei fatti assolutamente
fallimentare e ha dimostratro l'inconsistenza e i limiti della
politica estera italiana ed europea. Da un lato il ministro degli
esteri D'Alema ha mostrato tutta la sua mediocrità facendosi
trattare come un pivellino (agli osservatori non è sfuggito il velo
di amarezza nella dichiarazione finale) da Condoleza Rice, ministro
degli esteri e portavoce dell'amministrazione gangsteristica di
Bush e dall'altro l'Europa non ha saputo esprimere una posizione
unitaria, forte e condizionante nei confronti dei falchi della
guerra americani e israeliani. Al di là infatti di una dichiarazione
di intenti non si è andati e se la Rice ha posto il veto su un
immediato cessate il fuoco, richiesto dalla Francia - l'unica
nazione, le va riconosciuto, che ha tentato di fermare la macchina
della morte israeliana, l'esercito di Tel Aviv ha simultaneamente
fatto sapere che l'offensiva militare durerà per settimane. Così
in Libano si continua a morire sotto le bombe ebraiche e a poco
serviranno le ipocrite iniziative del corridoio umanitario e del
sostegno economico a Beirut nel momento in cui la capitale libanese
ogni giorno, al pari di quanto accaduto a Bagdad ,viene ridotta ad
un cumulo di macerie.
Il Movimento Nazional Popolare esprime la sua solidarietà a chi
combatte per l'indipendenza della propria patria contro
l'aggressione ebraico-americana e stigmatizza la debolezza del
governo italiano. Ancora una volta appare chiaro a tutto il mondo
come i regimi liberaldemocratici europei non siano in grado di
affrancarsi dalla sudditanza agli USA e ad Israele cui di fatto
hanno riconosciuto il diritto di uccidere. Il MNP rileva infine la
faziosità dei giornalisti dei notiziari nazionali televisivi e
radiofonici che non hanno perso occasione per offrire i propri
servigi ai terroristi della stella di David.
IL MOVIMENTO NAZIONAL POPOLARE
DIREZIONE NAZIONALE
ROMA
telefax n. 06/35344399
cell. 339/3547515
| Mercoledì 26 Luglio 2006 - 14:56 | Francesco Fatica |
http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_cultura/Lager_tedeschi_e_a
lleati_a.shtml
Mi è stato regalato un libro in cui è riportato il diario di un
marinaio italiano arresosi ai tedeschi, assieme ai suoi commilitoni,
in Grecia, il 9 settembre 1943, e deportato in Germania.
L'autore, giovandosi di una veste tipografica elegante, si dilunga
per oltre trecento pagine a lamentare il freddo e le deficienze del
vitto.
E' stata una lettura utile, che ho voluto continuare fino alla fine
e che mi ha fatto tornare alla mente altri campi di prigionia di cui
nessuno parla perché la discriminazione manichea imposta dal regime
vigente asservito pecorescamente alla Sinarchia Universale, non
consente ancora l'emergere della Verità.
Dunque, il povero giovane marinaio, abbandonato da Badoglio e dal re
al suo destino, era alloggiato in uno di quei "famigerati lager"
attrezzato però con baracche prefabbricate in cemento armato,
corredate di normali finestre, regolarmente munite di vetri e
imposte. Le camerate erano arredate con brande e con stipetti
ordinatamente assegnati ad ogni ospite. Tutte le baracche erano
riscaldate da stufe a carbone per cui l'autore però lamentava che
fossero forniti "solo 5 kg di carbone al giorno", trascurando di
considerare le restrizioni di guerra a cui era sottoposto tutto il
popolo tedesco.
A questo punto vorrei esplorare i campi di prigionia "alleati" per
constatare che nessuno di coloro che ebbero la ventura di esservi
ristretti ha mai lamentato la deficienza del carbone per il
riscaldamento, infatti semplicemente non c'erano né le stufe, né
ovviamente, altro sistema di riscaldamento. Il solito benpensante
potrebbe argomentare che in Italia non c'era bisogno di stufe, ma
spesso non c'erano neanche le baracche e quando c'erano le tende,
non si poteva stare in piedi e se pioveva non si poteva stare
neanche sdraiati perché anche l'interno della tenda si allagava e
quindi si era costretti a passare la notte in piedi sotto la
pioggia. Ma non sempre c'erano neppure le tende e i prigionieri si
arrangiavano con qualche pezzo di cartone, o paglia, se riuscivano
ad avere il privilegio di trovarne.
Qualche rara volta potevano capitare delle baracche semisconnesse di
lamiera, gelide d'inverno ed infuocate d'estate, come nel campo di
smistamento di Torrette di Ancona.
Ma accadde pure che qualche volta si utilizzassero strutture
industriali dismesse, come avvenne per il "R. Civilian Internee
Camp" di Collescipoli (Terni), o anche si utilizzò addirittura una
certosa abbandonata, come avvenne per la certosa di Padula in
provincia di Salerno ( 371 PW camp di Padula.)
Il nostro ex marinaio insoddisfatto lamenta pure che il vitto era da
fame, ma in quel periodo anche i civili tedeschi non avevano da
scialare e ciononostante accadeva pure che qualcuno gli offrisse
qualche fettina di pane e margarina. A tal proposito vorrei
raccontare cosa forniva all'epoca l'amministrazione
carceraria "badogliana" del carcere di "Poggioreale" a Napoli. Tutti
i giorni, dal 1944 al luglio del 1946, data in cui potei usufruire
dell'amnistia, veniva distribuito una sola volta al giorno, un
mestolo di "minestra", costituita invariabilmente, dalla famigerata
polvere di piselli senza condimento alcuno, cotta molto male perché
la caldaia era un mezzo fusto di benzina con spigoli vivi in cui si
raggrumava la polvere di piselli la quale acquistava pertanto un
sapore di bruciaticcio aspro che infiammava irreparabilmente la gola
e l'esofago e, nonostante la fame nera, non si riusciva a mandare
giù. Si poteva, è vero, pescare alcuni torsoli di cavolo. Ma i
torsoli di cavolo erano di consistenza legnosa e accuratamente
mondati dalle foglie per cui si doveva cercare di rosicchiare
qualche resto di peduncolo rimasto attaccato per sbaglio al torsolo.
Tutti i giorni così, ineluttabilmente. Veniva distribuito anche un
panino di scarsi cento grammi, che poi divenne truffaldinamente
bianchissimo, ma peggiorò perché senza sapore e senza sostanza,
tanto che non riuscire a capire che miscela di farine americane si
era usata per infornarlo; forse la farina di frumento non c'era per
niente e si rimpiangeva il minuscolo panino nero.
Cosa si mangiava nei famigerati lager tedeschi? Secondo la
testimonianza del marinaio deportato veniva distribuito una volta al
giorno "un mestolo di minestra costituita da patate, rape,
barbabietole e verdure", più "un quartino di pane" e "un pezzettino
di margarina", che poteva essere sostituito di tanto in tanto
da "due fettine di salame" o anche da "due cucchiai di marmellata" a
cui venivano aggiunti a Natale, Capodanno, Pasqua e in qualche altra
più rara occasione la pasta e addirittura "due cucchiai di budino".
Cosa si mangiava nei lager "alleati"? Molto di meno e molto peggio:
gli inglesi non si vergognarono di infierire fino al punto di
alimentare i civili italiani reclusi nel campo di Padula, perché
fascisti o ritenuti tali, nei primi tempi esclusivamente con
ghiande; si, avete letto bene: esclusivamente con ghiande. Poi, col
passare del tempo, il vitto fu meno bestiale, ma sempre scarso ed
insufficiente, al punto che, quando furono tagliati degli ulivi,
molti reclusi si lanciarono a divorare le olive di quei rami,
nonostante fossero ancora immature ed amarissime. Nei gelidi ed
umidi cameroni della certosa, i cui finestroni erano assolutamente
privi di vetri e di alcun riparo, si dormiva per terra sulla paglia,
in cento per ogni camerone. Gli indiani incaricati della
sorveglianza si facevano strada a pedate ed a scudisciate.
Ma il nostro connazionale deportato dai tedeschi si lamentava invece
che il capo campo tedesco lo considerasse "un traditore" e lo
apostrofasse talvolta con voce burbera. Cattivone!
La principessa Pignatelli, ci ha testimoniato l'episodio allucinante
della prigioniera Nicoletta de Terlizzi, uccisa nel campo di
Collescipoli, sotto gli occhi delle sue compagne allibite soltanto
perché si era sdegnosamente rifiutata di andare a ballare con un
soldato inglese. Nello stesso campo venivano inflitte inumane
umiliazioni ai prigionieri maschi: Ha scritto ancora la
principessa "Ricordate Terni, ove per punizione un colonnello
polacco amico degli inglesi e che si era costruito un campo ostacoli
per cavalcare, si divertiva con una lunga frusta da maneggio a far
correre ai ragazzi italiani gli stessi ostacoli dei suoi cavalli".
(Lettera che la principessa scrisse verso la fine del 1949 a David
Rousset,)
Nel campo di Coltano, (PWE 336 e 337 nella tenuta dell'O.N.C. di
Coltano) tenuto dagli americani, a guerra ormai finita, un caporale
americano, riveritissimo capo campo, entrava con lo scudiscio di
nervo di bue e non si peritava di schiaffeggiare qualche malcapitato
prigioniero ex combattente della Rsi e in qualche caso usava
pesantemente e senza misericordia anche lo scudiscio. (Mariano Dal
Dosso, Quelli di Coltano, Editore Giachini, Milano, terza edizione,
1950.)
Il vitto era assolutamente insufficiente e i prigionieri, quando
potevano si arrangiavano con i rifiuti della cucina.(bucce di patate
e quanto altro) Niente baracche, ma solo piccole tende canadesi, che
si dovevano obbligatoriamente smontare di giorno. Tende anche nel
campo PWE 339 di S. Rossore . Nel campo di punizione PWE 335 di
Metato, sempre in Toscana, al posto delle tende vi erano delle
gabbie senza altra copertura che il filo spinato, addirittura peggio
delle tristemente famose gabbie per i prigionieri afghani a
Guantanamo, che almeno hanno un tettuccio di lamiera. In una di
quelle gabbie fu rinchiuso Ezra Pound.
Ma i lager tedeschi hanno goduto e continuano dopo sessant'anni
persistentemente a godere una pessima fama; si è detto che ebrei e
partigiani fossero addirittura gasati. Eppure in un impianto del
genere furono fatti passare anche il nostro giovane marinaio e tutti
gli altri suoi commilitoni, e ne uscirono vivi e disinfestati dai
parassiti assieme agli indumenti ed ai rispettivi zaini. Non ho
svolto degli studi particolari sull'argomento, tuttavia ho avuto
occasione di leggere qualche pubblicazione e mi sono fatta una mia
opinione sugli errori grossolani commessi da chi ha sostenuto la
colpevolezza dei tedeschi, ma non voglio, né potrei addentrarmi in
una discussione che comporterebbe dissertazioni tecniche, formule
chimiche e calcoli piuttosto ostici. ( Franco Deana, Studi
revisionistici, Graphos, Genova, 2002) Mi limiterò a considerare che
se effettivamente si volevano eliminare degli oppositori, sarebbe
stato un imperdonabile spreco, oltre tutto controproducente
alloggiarli in baracche accoglienti, sarebbe bastato usare i
metodi "alleati" culminati nell'organizzazione di sterminio
preordinata e fortemente voluta dal comandante in capo dell'esercito
americano Dwigt Eishenower detto Ike, che fece rinchiudere gli ex
combattenti tedeschi in enormi campi di sterminio in Germania, dove
si dormiva sulla nuda terra, esposti al gelo e per ripararsi in
qualche modo si scavava una tana nel terreno, ma venivano nottetempo
azionate le ruspe che ripianavano la superficie del campo:
settecentomila morti di stenti e di malattie; duecentomila nei campi
gestiti dai francesi. Naturalmente era proibito a chiunque portare
aiuto ai prigionieri, o anche soltanto avvicinarsi al campo La
guerra, si diceva infatti, era finita; gli uomini erano stati
liberati dalla schiavitù…ecc. ecc.
Ma allora che bisogno avevano i tedeschi cattivi e feroci, di
alloggiare i prigionieri in accoglienti baracche, pure riscaldate e
di fornire loro un vitto passabile, compatibilmente con le
deficienze dei tempi?
Ike ci ha insegnato molte cose; dobbiamo riconoscere che quando ci
si metteva era veramente bravo. E infatti la Sinarchia Universale lo
volle Presidente degli Stai Uniti d'America.
Francesco Fatica
Dalle 18 alle 22,30 del prossimo venerdì 28 luglio a Roma, presso la
sala Capranichetta di Piazza Montecitorio, il quotidiano Rinascita
propone un incontro di solidarietà ai popoli del Vicino Oriente – di
Palestina, Libano, Iraq, Siria e Iran – oggetto di violente
aggressioni e pressioni da parte del blocco atlantico anglo-americano
e del suo gendarme regionale israeliano.
Un incontro assolutamente libero da interferenze di partito e aperto a
chiunque voglia manifestare, senza simboli di parte ma soltanto con le
bandiere delle Nazioni aggredite, il proprio sostegno alle vittime non
soltanto di una feroce ed unilaterale pulizia etnica ma anche del
pavido e complice silenzio dei media embedded sudditi del pensiero
unico di marca occidentale.
Rinascita
063218203 – redazione@...
di Maurizio Blondet
Effedieffe.com, 17 luglio 2006
Livia Rokach, israeliana e sionista convinta, era la figlia di
Israel Rokach, ministro dell'Interno di Israele nel governo laburista
di Moshe Sharett (1954-55).
Quel che vide e visse vivendo in Israele negli ambienti del potere
fece crollare ogni suo sogno di rinnovamento morale dell'ebraismo
nella terra promessa.
Non volle più saperne di sionismo.
Si trasferì a Roma dove, si presentava come "scrittrice italiana di
origine palestinese".
Negli anni '80 pubblicò su quelle sue esperienze ebraiche un
volumetto dal titolo "Sacred Terrorism".
Per scriverlo, Livia ricorse ampiamente al diario privato dell'ex
primo ministro Moshe Sharett, al quale costui, dal 1953 al 1957,
aveva affidato i suoi dubbi e i suoi sgomenti sul modus agendi del
potere ebraico, che non ebbe il coraggio di denunciare pubblicamente.
Sharett ha raccontato in quelle pagine private come già dagli
anni '40 Israele avesse raggiunto la supremazia milutare nella
regione, e il suo governo avesse cessato di credere ad una minaccia
araba all'esistenza dello Stato ebraico.
Ma come continuasse ad agitare cinicamente la questione
della "sicurezza di Israele" (minacciata, diceva la propaganda,
"nella sua stessa esistenza") per i suoi scopi espansionistici.
Di più: Sharett e la Rokach hanno descritto con precisione le
innumerevoli provocazioni messe in atto dal potere israeliano allo
scopo di trascinare i Paesi arabi in conflitti, di cui sapevano in
anticipo che il sionisti sarebbero usciti vincitori, per avere il
pretesto di occupare sempre più territorio palestinese.
Fu deciso ai più alti livelli, scrive la Rokach, "l'uso della
violenza aperta e su vasta scala".
"Il terrorismo e la vendetta dovettero essere glorificati come la
nuova morale, anzi come i sacri valori della società israeliana…le
vite di israeliani dovevano essere sacrificate per creare le
provocazioni che giustificassero le rappresaglie.
Una propaganda martellante e quotidiana, controllata dai censori
[la "democrazia" israelita è soggetta a censura militare, ndr.]
alimentava la popolazione israeliana con immagini della mostruosità
del nemico" (1).
Ben Gurion, esasperato da un periodo di calma sui confini, giunse a
dire che avrebbe pagato "un milione di sterline a uno Stato arabo,
perché ci faccia guerra".
Tra le provocazioni, il libro descrive l'incidente del 12
ottobre '53, quando una granata lanciata contro un insediamento
ebraico ad est di Tel Aviv uccise una donna e due bambini.
La notte seguente, la famigerata Unità 101 agli ordini di Ariel
Sharon massacrò 60 abitanti del villaggio giordano di Kibya.
"Trenta case sono state demolite", scrisse Sharett nel suo diario
(era il primo ministro, aveva tentato di opporsi alla rappresaglia:
invano). Ho camminato su e giù nella stanza, disperato dal mio senso
d'impotenza… posso immaginare la tempesta che esploderà domani nella
capitali arabe e occidentali" (15 ottobre 1953).
Livia Rokach chiama operazioni di "propaganda nera" quelle che oggi
chiamiamo "false flage".
Una avvenne nel marzo '54, quando un pullman ebraico fu assalito
all'incrocio di Ma'aleh Ha'akrabim, e dieci passeggeri trucidati.
Persino la stampa americana riportò allora il dubbio che a compiere
il massacro fossero stati gli israeliani.
In ogni caso, la rappresaglia ebraica si scatenò, con la distruzione
completa del villaggio palestinese di Nahalin presso Betlemme,
e l'uccisione di decine di civili.
Come risposta, gli Stati arabi, convinti (dice Livia) "che
l'escalation di incidenti auto-provocati, terrorismo e rappresaglie
significava che Israele stava preparando il terreno per la guerra,
presero draconiane misure per impedire ogni infiltrazione in
Israele".
Mancarono dunque i fatti a cui "reagire".
Per provocarli, i militari di Giuda moltiplicarono operazioni di
sabotaggio e assassinio oltre i confini usando piccoli gruppi
di commando, tra cui si distinse ancora la unità 101.
Il 28 febbraio 1955, 50 parà israeliani attaccarono un campo
militare egiziano di Gaza (allora sotto controllo del Cairo)
ammazzandone 39 e ferendone 30.
Sharett scrisse di essere "sconvolto" dal numero di vittime,
che "cambia non solo le dimensioni dell'operazione ma la sua stessa
natura".
Poi, però, aggiunge di aver dato ordine alla ambasciate ebraiche nel
mondo di diffondere la falsa versione ufficiale (siamo stati
attaccati), per "contrastare l'impressione generale che mentre noi
piangiamo sul nostro isolamento e la nostra mancanza di sicurezza,
siamo noi a promuovere le aggressioni, rivelandoci assetati di
sangue fino a compiere massacri" (2).
La stampa occidentale eseguì, già allora, il dettato giudaico.
A marzo, Israele, per "la propria sicurezza" messa in pericolo dal
suo attacco, occupò Gaza, come fa ancor oggi.
Gli USA chiesero a Tel Aviv un "impegno definitivo che simili azioni
non si sarebbero ripetute", offrendo in cambio le più ampie garanzie
di sicurezza.
Contro questa proposta Moshe Dayan parlò in questi termini: "Non ci
serve un patto di sicurezza con gli USA…il patto non farebbe che
legarci le mani e negarci la libertà d'azione di cui abbiamo bisogno
negli anni a venire. Le azioni di rappresaglia, che non potremmo
compiere se legati a un patto di sicurezza, sono la nostra linfa
vitale… sono queste che ci rendono possibile mantenere un alto
livello di tensione tra la popolazione e l'esercito" (3).
Ma più interessante e urgente è vedere che cosa Livia Rokach dice
delle mira israeliane sul Libano.
Queste mire, dice, risalgono al 1918, un anno dopo la dichiarazione
Balfour con cui la corona britannica riconosceva il diritto
a un "focolare ebraico" in Palestina.
Gli emissari sionisti fecero allora presente agli inglesi che i
confini settentrionali della futura Israele avrebbero dovuto
includere
l'intero corso del fiume Litani, che corre interamente in Libano.
Ciò per "la vitale importanza di controllare tutte le risorse
acquifere fino alle sorgenti", diceva il rapporto giudaico (4).
Al progetto, nella conferenza di pace del 1919, si oppose la
Francia, protettrice del Libano.
Ma il disegno non fu abbandonato.
In una riunione del governo del 27 febbraio '54, riferisce Sharett
nel suo diario segreto, Ben Gurion sancì:
"E' il momento di spingere il Libano, ossia i maroniti nel Paese, a
proclamare uno Stato cristiano".
Era la prima volta che Israele arruolava "strani cristiani" per i
suoi scopi, e non sarà l'ultima.
Sharett obiettò che i maroniti erano "deboli", e non in grado di
innescare una guerra civile.
Ben Gurion ribatté: "Mandiamo dei nostri uomini e spendiamo quel che
c'è da spendere. Il denaro va trovato, se non nel Tesoro,
nell'Agenzia Ebraica! Per questo progetto vale la pena di buttare…
un milione di dollari.
Un cambiamento decisivo avrà luogo nel Medio Oriente, comincerà
un'era nuova" (5).
Dayan disse che bastava comprare un solo ufficiale libanese, "anche
solo un maggiore", e spingerlo a proclamare "un regime cristiano...
Poi l'esercito israeliano entrerà in Libano e il territorio dal
Litani a sud sarà annesso ad Israele, e tutto andrà per il meglio".
Il progetto verrà attuato solo nel 1978, quando l'"Operazione
Litani" darà a Israele i fiumi Wazzani e Hasbani, fiumi giordani;
e sarà perfezionato nel 1982, con l'operazione "Pace in Galilea", in
cui l'intero corso del Litani finirà sotto dominio israeliano.
Infatti solo nel 1975 i sacri terroristi riusciranno a innescare la
guerra civile in Libano, che durerà fino al 1990 e costerà
almeno 100 mila vittime.
Fino a quando l'esercito libanese, che si sgretolò nel '76, riuscì a
tenere il conto, denunciò una media di 1,4 provocazioni israeliane
al giorno sul confine, e ciò ininterrottamente dal 1968 al 1974 (6).
Irene Benson, una giornalista del Guardian, scrisse che "150 e più
cittadine e Paesi del Libano meridionale sono stati ripetutamente
devastati dalle forze israeliane"; essa parla di un villaggio,
Khiyam, bombardato di continuo dal '68 in poi, i cui tremila
abitanti erano stati ridotti a 32.
Tutti ammazzati dai "cristiani" agli ordini di Giuda, più tardi.
Questo è il sud del Libano, abitato dagli sciiti, oggi dipinti tutti
come terroristi, e come "Hezbollah pagati dall'Iran".
Né sono una novità i bombardamenti cui assistiamo in questi giorni,
e che in una settimana hanno ridotto Beirut come i russi hanno
ridotto Grozny in Cecenia in anni di guerra.
Il 10 luglio 1981, primo ministro Begin e ministro della Difesa
Sharon, gli israeliani colpirono duro avendo di mira le
infrastrutture.
L'ambasciatore americano di allora, Robert Dillon, riferì nei suoi
rapporti di "cinque ponti distrutti nel sud Libano", oltre
a "superstrade, stazioni di pompaggio dell'acqua, centrali
elettriche".
A Fakhani-Tarik presso il campo di rifugiati di Shatila, scrisse
Dillon, "una quantità di edifici sono completamente in macerie, in
una devastazione cher ricorda la seconda guerra mondiale. Le stesse
immagini che vediamo oggi, con crateri di bombe grandi venti metri e
profondi dieci. Evidente, disse l'ambasciatore, la volontà
di "destabilizzare lo Stato e l'economia del Libano.
Ciò è contro gli interessi americani" (7).
Bombardarono ripetutamente, fino a distruggerla del tutto, anche la
raffineria "Medreco", che era di proprietà americana.
Il New York Times ne diede notizia, ma tralasciò che la Medreco era
proprietà USA.
Dedico questa memoria a molti.
- Ai lettori di sinistra che mi chiedono disgustati come mai la
sinistra italiana si è adunata con Pera e Fini sotto la bandiera
d'Israele "in pericolo".
Sì, il coraggio del governo di sinistra (reazione "sproporzionata")
si va indebolendo, ma non lo biasimo.
Sanno bene di avere a che fare con uno Stato terrorista armato di
250 bombe atomiche (più che la Cina) e in piena aggressione
bellicista; capace inoltre, con le sue quinte colonne, di
distruggere politicamente, ed anche fisicamente, qualunque
oppositore in qualunque Paese.
Questa è paura.
La paura che ispira un regime totalitario e malvagio, che per di più
non può essere denunciato senza incorrere nell'accusa
di "antisemitismo".
E' quella paura che forse avrete visto sul volto di Prodi quando fu
apostrofato da Israel Singer nella sede dell'Unione Europea.
E' la paura che ho constatato di persona rendere vili i congressmen
americani a Washington.
Alla paura, la paura vera, per lo più ci si piega obbedienti.
- Ai cattolici e "strani cristiani" che mi danno dello screditato,
del complottista antisemita, e accusano i lettori renitenti
di "ignorare 50 anni di storia".
Qui, ci sono 50 anni di storia narrati da Livia Rokach e da Moshe
Sharett, ebrei entrambi, l'una eroicamente disperata, l'altro un
Pilato sionista.
Imparate dalla storia, voi strani-cristiani.
Questa pagina l'ho scritta per voi: non potrete dire "non sapevamo".
Sapevate, e avete deliberatamente preso le parti della potenza e
della menzogna, dell'ingiustizia e della violenza, contro i deboli e
gli indifesi diffamati.
Dio vi giudicherà.
- Alla Chiesa, contro cui già comincia l'attacco.
"Il Riformista" del 18 luglio già accusa la Chiesa di antisemitismo
per le critiche flebili che ha rivolto a Israele.
Questo è un attacco preventivo.
E viene dal giornale pagato e finanziato per creare un "partito
democratico" di tipo americano, cioè informe e capitalista, che
l'elettorato italiano non richiede.
L'attacco non si fermerà.
I nostri giornalisti, di "destra" o di "sinistra", si sono già
messi l'elmetto, già partecipano alla "guerra contro l'asse del male"
dalle scrivanie; e già denunciano e "smascherano" i "nemici di
Israele" e i "complici dei terroristi", ossia dei bombardati e
massacrati.
E' esattamente quello che succede quando emerge un Quarto Reich vero
e temibile: la stampa libera gareggia liberamente in viltà.
Inutile ogni prudenza e compromesso, per la Chiesa gli esami di
semitismo non finiscono mai.
E non sarà mai abbastanza amica di Israele.
- A quanti si chiedono "che fare?", con senso di impotenza.
La vera battaglia finale, quella in corso, è quella del potere e
della menzogna contro la verità, della cattiveria vile e super-armata
contro la carità e la giustizia.
Loro hanno le bombe atomiche, gli Stati, i media e la
diffamazione, "tutti i prodigi del demonio"; noi solo la verità.
Qualunque sia il nostro personale destino, sappiamo che è la verità
a vincere, non i poteri del mondo.
Sappiamo che gli oppressi saranno vendicati.
"Nella mia debolezza è la Tua forza".
Nella battaglia finale, la sola armatura che conta è mettere la vita
nelle mani di Cristo.
- Infine, a quei lettori che distratti mi chiedono che cosa ho
contro gli ebrei.
Spero che le righe di sopra possano dare una risposta definitiva:
per bocca di Livia Rokach e Sharett.
Non ce l'ho con gli ebrei, direi lo stesso degli svedesi, se
commettessero le stesse atrocità.
Non me lo chiedete più, almeno voi.
Maurizio Blondet
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Note
1) Livia Rokach, "Israel sacred terrorism", pagina 5. Seguiamo qui
l'edizione americana, che fu pubblicata dalla Association of arab-
american university graduates (AAUG).
Contro la pubblicazione del libro e dei diari di Sharett il governo
israeliano ha fatto di tutto, anche ricorrendo alle vie legali.
Esiste anche una versione italiana di Livia Rokach ("Sul terrorismo
israeliano"), ma è irreperibile.
Anche la casa editrice, Graphos di Genova, non risponde alle
chiamate né alle lettere.
[questa annotazione è invero strana: il libro, curato da Serge
Thion, non è introvabile, e il sito dell'editore è
http://www.graphosedizioni.it. Un'ampia recensione del libro "Sul
terrorismo israeliano", firmata da Enrico Galoppini, è apparsa
su "Eurasia" 1/2005]
Livia Rokach è morta nel 1984 a Roma, apparentemente suicida, in
circostanze sospette.
2) Livia Rokach, citata, pagine 39-40.
3) Citata, pagina 47.
4) Citata, nell'introduzione di Nasser Aruri, pagina XIV.
5) Citata, pagina 22
6) Noam Chomsky, "The fateful triangle", edizione USA 1983, pagina
191.
7) Telegramma confidenziale al Dipartimento di Stato, 16 luglio
1981, citato da Stephen Green, "Living by the sword", pagina 155.
INTERVISTA a DAGOBERTO BELLUCCI
"La gazzetta di Modena", 19 luglio 2006
L'escalation militare nel Vicino oriente, pare aggravarsi ogni
giorno di più. Lo stato libanese è tornato a rivivere di colpo gli
anni cupi della guerra civile e come si assiste da diversi giorni,
oltre la popolazione locale, in fuga dalle zone di guerra verso
nord, anche tutti i cittadini stranieri si stanno ammassando verso
la frontiera siriana per lasciare il paese. Mentre un primo
contingente di italiani è già giunto a Roma, Dagoberto Bellucci,
livornese di origini, ma residente a Modena è in partenza per
raggiungere il Libano, dove vive e lavora da oltre due anni.
L'abbiamo incontrato poche ore prima della partenza per conoscere le
ragioni del suo ritorno a Beirut in questo particolare momento.
Bellucci, cosa la riporta in Libano proprio adesso?
Direi tutto. A Beirut mi sono ricostruito una nuova vita. Ho una
famiglia, una ragazza che mi aspetta, tanti amici e fratelli, che
attualmente si trovano sotto i bombardamenti.
Lei conosce bene il Libano. In quale occasione ha visitato per la
prima volta il paese dei cedri e che cosa l'ha spinta a trasferirsi
definitivamente laggiù?
Il primo viaggio risale a dieci anni fa, nel 1996. In quel periodo
la zona meridionale era ancora occupata e ho assistito
all'aggressione dell'aprile di quell'anno; una delle molte. Sono
ritornato in Libano diverse volte, fino a quando non ho deciso di
trasferirmi stabilmente a Beirut nell'estate 2004, facendo
occasionalmente qualche puntata in Italia. Là ho trovato gente
meravigliosa che, dopo gli anni dell'occupazione stava cercando di
tornare ai fasti degli anni'70, quando il paese dei cedri era
considerato come la Svizzera del Vicino Oriente. Mi occupavo di
corrispondenze estere per alcuni quotidiani e siti internet,
seguendo l'evoluzione della politica internazionale dell'intera area.
Esattamente con quali media collabora?
Collaboro con i siti di Aljiazira, Italia Sociale, Il Dialogo; con
il quotidiano "Rinascita" e con il trimestrale di
geopolitica "Eurasia". Sono direttore di un'agenzia di stampa
denominata "Islam-Italia", che collabora attivamente con il mensile
del centro Italo-arabo e del Mediterraneo "Assadakah", di Roma.
Questa organizzazione si occupa di tessere i rapporti culturali,
commerciali ed economici tra l'Italia e il Mondo Arabo, promuovendo
progetti come quelli che hanno interessato la ricostruzione del sud
del Libano in collaborazione con le principali istituzioni italiane.
Nel 2002 ricevemmo una delegazione parlamentare libanese a Roma e a
Milano. Tutti questi progetti oggi sono andati in fumo, come
dimostra inequivocabilmente la distruzione di una serie di ponti tra
cui quello che collegava Beirut a Damasco, nella valle della Bekaa,
realizzato con il contributo delle maestranze italiane.
Cosa conta di trovare una volta rientrato a Beirut?
Ammesso che ci arrivi, avevo fino a una settimana fa una casa ad
Haret Hreik, alla periferia meridionale della capitale nella zona
dell'aeroporto. Oggi non ho idea di quello che troverò. I
bombardamenti di questi giorni sono stati pesanti ed hanno proprio
interessato quell'area a maggioranza sciita. Sono stato infatti
privo di contatti diretti nei primi tre giorni di ostilità. Solo
sabato mattina sono riuscito ad avere un contatto telefonico di
pochissimi minuti con la mia donna, la sua famiglia ed alcuni amici.
Stanno bene, ma anche loro sono stati costretti alla fuga e di
conseguenza hanno perso tutto.
Quale effetto le hanno fatto le immagini di questi giorni?
Posso solo dire che vedere in tv strade, negozi, abitazioni e zone
dove quotidianamente passavo sconquassati in quel modo è davvero una
gran pena. Penso sia inutile descrivere lo stato emotivo in cui mi
trovo da mercoledì scorso. Molti libanesi residenti in Italia coi
quali mi sento, provano lo stesso dolore, rabbia e indignazione per
quel che sta accadendo.
Come pensa di raggiungere la capitale, vista l'impraticabilità
dell'aeroporto?
L'unico passaggio è rimasto quello della frontiera settentrionale,
lungo la costa. Ho un volo per Damasco e da lì raggiungerò Latakia,
sulla costa siriana, quindi con un automezzo si farà il possibile
per attraversare la frontiera. Una volta in territorio libanese sarà
una vera e propria avventura viste le condizioni delle strade.
Come si adopererà una volta giunto in Libano?
Innanzitutto cercherò di vedere la mia donna e le persone a me care.
Ma soprattutto mai come in questo momento quella popolazione ha
bisogno di aiuti. Le immagini parlano chiaro. Andrò a nome del
centro Italo-arabo "Assadakah", con medicinali e altri generi di
prima necessità. È un'iniziativa presa sul momento dal direttivo di
Roma per dimostrare la sua solidarietà con dei gesti concreti: serve
di tutto e tutto in questo momento è indispensabile.
Non resta che augurarle buona fortuna.
Ne avrò sicuramente bisogno.
Filippo Pederzini.
Manifestazione al Consolato libanese di Milano
"Rinascita", 19 luglio 2006
Circa duecento libanesi si sono ritrovati ieri in piazza Velasca a
Milano per protestare contro l'ingiustificata aggressione sionista
perpetrata a sangue freddo contro la popolazione inerme di quel
Paese. La manifestazione, organizzata dalla comunità libanese e
dall'A.S.Ri, si è svolta senza particolari tensioni, ma gli slogan
gridati e i volti commossi e tesi delle persone che vi
partecipavano, esprimevano tutto il dolore e l'impotenza che si
trova ancora una volta ad affrontare il popolo libanese di fronte
alla tracotanza e alla violenza sistematica dell'Entità sionista.
Una impotenza e un dolore che ben esprimeva il volto piangente di
una anziana donna, mentre le persone si accalcavano per raccontare
le proprie dolorose storie. "Ho perso mio fratello durante la guerra
civile" urla disperata una donna, "ora ho paura per i miei
familiari. Non riusciamo a parlare con loro, gli israeliani hanno
distrutto le linee telefoniche, non sappiamo dove sono andati".
E questo vale per tutti: chi ha moglie e figli dispersi, chi ha due
bambini handicappati e non ha più loro notizie, è un continuo
rincorrersi di voci, le urla si sovrappongono e ognuno vuole
raccontare la propria storia. I libanesi raccontano degli ospedali
distrutti, dei civili massacrati, delle loro case bruciate dai
cannoni e dagli aerei con la stella di David. Un uomo con gli occhi
lucidi urla sopra tutti e si chiede il perché di tutto questo, del
perché l'occidente non sta alzando un dito. Il suo silenzio lo rende
partecipe almeno quanto la macchina da guerra sionista in questi
veri e propri genocidi. "Stanno distruggendo un Paese che abbiamo
ricostruito dopo tanti anni di guerra per che cosa? Per due soldati?
Si può uccidere un popolo per due soldati?" urla un'altra persona.
Sunniti, sciiti, cristiani. Li si riconosce, soprattutto le donne,
dal loro modo di vestire. Sono tutti qui, indistintamente dal loro
credo religioso per gridare la loro rabbia contro chi sta radendo al
suolo il loro Paese. I cori aumentano di intensità. Due pacifisti
(italiani) ingenuamente cercano di portare nel gruppo uno striscione
con scritto "disarmo". Glielo impediscono. Disarmo per chi? Forse
non capiscono o non vogliono sentire gli slogan che inneggiano a
Nasrallah. Forse non vogliono sentire o fanno finta di non sentire
le grida che inneggiano alla "morte di Israele".
Perché questa è la verità che molti non vogliono accettare. Buona
parte dei libanesi accetta le azioni dei resistenti Hizbollah. Buona
parte dei libanesi e oggi e ogni giorno che passa saranno sempre di
più, odierà lo Stato occupante che affligge i loro fratelli
palestinesi. Perché stanno ancora una volta provando che cosa
significhi la volontà omicida dell'esercito sionista.
Dov'è l'Onu? Che fanno i Paesi che contano a livello internazionale?
Perché non si chiede a Tel Aviv di liberare le migliaia di ostaggi
libanesi ancora detenuti nelle carceri sioniste? Intanto un
gruppetto rumoreggia alla vista del quotidiano `Rinascita' che passa
nelle mani di alcuni giovani libanesi: evidentemente ritengono di
avere il monopolio sui dolori dei popoli, non rendendosi conto di
fare soltanto la parte degli sciacalli. Ringraziamo quindi il
consigliere provinciale Pietro Maria Maestri di Rifondazione
Comunista per aver espresso `democraticamente' il diritto alla
libera informazione bollando il sottoscritto (invitato dagli
organizzatori) come un nazista senza diritto di parola.
Cristiano Tinazzi
INTERVISTA
Wasim Mehdi, giovane libanese, italiano da parte di padre, ci
racconta che in Libano la situazione è molto grave. Qualcuno dice
anche peggio della precedente invasione sionista. "Noi vogliamo fare
una protesta oggi contro i bombardamenti continui dell'esercito
sionista. Abbiamo visto tantissimi civili morire e l'ONU è rimasta
ferma davanti a queste tragedie. Noi vogliamo che la nostra nazione
venga liberata e che l'ONU non si muova soltanto quando ci sono
degli interessi politici o economici. Chiediamo al mondo di muoversi
affinché possa fermare gli attacchi dell'esercito sionista" .
Voi pensate che la reazione spropositata israeliana in seguito al
rapimento dei due soldati sia soltanto una scusa per estendere il
conflitto a Siria e Iran?
"Sicuramente, il tentativo è anche quello da parte dell'esercito
sionista è quello di coinvolgere Iran e Siria. Hanno già tentato di
coinvolgere la Repubblica Islamica accusandoli di aver fornito
missili a lunga gittata e personale militare agli Hezbollah. L'Iran
ha negato ogni forma di coinvolgimento e anche la Siria. A me dà
fastidio, sinceramente, questa differenza di valutazione che si sta
attuando nei mezzi di informazione a riguardo della situazione
libanese: i due soldati non sono ostaggi, ma prigionieri di guerra,
e ci sono migliaia di ostaggi, non detenuti, libanesi e palestinesi.
L'esercito sionista non ha rispettato i patti che sono stati presi
tramite la Germania con Hezbollah per quanto riguardava la
liberazione di molti ostaggi. E per la loro liberazione Hezbollah
non poteva fare altro che prendere dei prigionieri di guerra per
fare maggiore pressione su Tel Aviv. Abbiamo visto tutti poi come è
andata. L'esercito sionista non riconosce il valore dei diritti
umani ma soltanto la violenza dei missili. Mi dispiace che molti
canali di informazione italiani diano una informazione distorta di
ciò che sta succedendo. Fortunatamente c'è internet e ci si può
informare diversamente."
Come vedono i libanesi Hezbollah? Ora è l'unica forza che sta
combattendo contro gli invasori.
"In generale bene, e non soltanto i musulmani sciiti. Abbiamo visto
anche nelle manifestazioni di qualche mese fa più di un milione di
persone scendere in piazza per garantire l'esistenza di Hezbollah.
In generale, la maggior parte dei libanesi sostiene la lotta per
l'indipendenza. Ricordiamoci che esistono ancora alcune zone del
Paese che sono tuttora occupate dall'esercito sionista. Ricordiamo
che esistono ancora migliaia di ostaggi nelle mani di Tel Aviv.
Ricordiamo le centinaia di incursioni fatte dagli aerei con la
stella di Davide. Oggi ci sono cristiani, musulmani sciiti e
sanniti tutti insieme per protestare contro questo crimine."
Tu hai parenti in Libano?
"Sì, io ho molti parenti, mio padre è italiano però adesso si trova
in Libano. Sono molto preoccupato per la situazione dei miei
familiari, soprattutto nei quartieri sciiti continuamente
bombardati. Mi duole il cuore vedere Beirut, dove ho passato la mia
infanzia, distrutta, vedere un fiume di sangue. Lascia un senso di
impotenza, perché l'unica cosa che posso fare è venire qui a Milano
a manifestare o tentare di chiamare i miei genitori per sapere
qualche cosa. Più di questo non posso fare."
C.T.
PRIMA CORRISPONDENZA DAL LIBANO IN GUERRA
di Dagoberto Husayn Bellucci , direttore responsabile Agenzia di
Stampa "Islam Italia" da Tripoli
Dopo una serie di 'peripezie' legate ai voli e ai relativi visti
d'accesso finalmente siamo riusciti , oggi mercoledi' 19 luglio, a
passare la frontiera tra la Siria e il Libano.
Arrivati via Vienna ieri notte all'aeroporto internazionale di
Damasco ci siamo successivamente spostati con un volo interno a
Latakia sulla costa sud-occidentale siriana e da li', anche grazie
all'interessamento davvero squisito delle autorita' di polizia
locali, abbiamo continuato il nostro viaggio di avvicinamento alla
frontiera libanese.
Al posto di frontiere di Arida abbiamo potuto assistere alla fiumana
di pullman ed auto in fuga dal paese dei cedri. Diciamo che, con una
buona dose di precisione percentuale, siamo tra i pochi occidentali
che andavano nella direzione opposta nell'ultima settimana.
Questa prima corrispondenza da Tripoli - dove non sono mancati nei
giorni scorsi gli attacchi dell'aviazione israeliana (ne abbiamo
purtroppo constatate le conseguenze visto che un intero posto di
pattugliamento dell'esercito libanese e' andato completamente
distrutto all'entrata della citta') - 'coincide' con una delle piu'
violente giornate di scontri tra la Resistenza Islamica e l'esercito
d'occupazione sionista.
Per tutta la giornata la Resistenza Islamica ha lanciato i suoi
katiusha contro i centri abitati dell'Alta Galilea contro obiettivi
militari. Colpite le citta' di Nazareth e Kiriat Schmona.
In risposta l'entita' sionista ha sferrato una serie di violenti
cannoneggiamenti d'artiglieria oltre frontiera: si contano almeno
190 vittime la cifra piu' alta dall'inizio del conflitto che porta
cosi' drammaticamente a superare quota 400 vittime libanesi.
Bombardati anche i quartieri di Da'he alla periferia meridionale
della capitale, l'aeroporto e la zona del porto.
La televisione "Al Manar" ha mandato in onda continuamente le
dirette di questi ennesimi attacchi contribuendo a fornire un quadro
meno incerto della situazione soprattutto per quanto riguarda i
villaggi alla frontiera meridionale.
Meno di quarant'otto ore fa "Israele" aveva 'invitato' tutti gli
abitanti del Libano meridionale ad abbandonare i loro villaggi
facendo intendere di essere pronto a sferrare una offensiva
terrestre su vasta scala.
Nel silenzio della comunita' internazionale questo paese isolato
resiste indomito. Tutto il Libano e' con la Resistenza tutti questa
volta sono al fianco di HezbAllah. E' quello che si respira anche
qua a Tripoli, prima tappa del nostro viaggio di avvicinamento alla
capitale in fiamme, nei discorsi e nell'umore dei libanesi solidali
come mai con i rifugiati dalla Beka'a, dal sud e dalle banlieu
meridionali di Beirut.
Migliaia di profughi sono stati ospitati nelle principali scuole
della citta' (approssimativamente dalle stime forniteci questo primo
pomeriggio dall'Amministrazione comunale della citta' - che
ringraziamo per la calorosa accoglienza riservataci - non meno di
seimila sarebbero i rifugiati che hano trovato un tetto, del cibo e
un posto letto messi a disposizione dalla citta' di Tripoli) e altre
migliaia sono stati sparpagliati nei villaggi della provincia fino
al confine con la Siria.
Domani cercheremo di arrivare a Beirut. Sara' probabilmente tutta un
altra 'storia' da raccontare: Da'he - il quartiere sciita a sud
della capitale che per mesi e mesi ci ha 'ospitato' - praticamente
non esiste piu'. Tutto e' stato spazzato via dalla furia bestiale
sionista.
Vedremo di raggiungere le zone 'calde' del "fronte"
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
ULTIMORA LIBANO: LA FURIA ASSASSINA DELL'ENTITA' GIUDAICA OCCUPANTE
LA PALESTINA SI ABBATTE SULLE CITTA' DEL LIBANO MERIDIONALE. NUOVE
STRAGI DI CIVILI.
di Dagoberto Husayn Bellucci - direttore responsabile Agenzia di
Stampa "Islam Italia"
Non accenna minimamente a placarsi l'ondata terroristica israeliana
sulle città libanesi.
Stretto in una morsa il Libano è in fiamme. A Beirut questa mattina
i raid dell'aviazione sionista hanno causato la distruzione della
sede centrale della televisione libanese "Al Manar" legata al
movimento sciita HezbAllah.
Danni ingenti sono stati causati da nuovi bombardamenti lungo la
zona del porto: il faro è stato centrato in pieno da una selva di
razzi sparati da motovedette israeliane.
"Israele" mantiene una "cintura sanitaria" navale davanti ai
principali porti del Libano: Beirut, Sidone, Tripoli sono
accerchiate.
Mentre si sono rincorse per tutta la mattinata le notizie sul
ferimento del segretario generale di Hez'b'Allah - sheikh Hasan
Nasrallah - (notizia decisamente smentita dalla radio libanese
sciita di "al Nour") la giornata di oggi - domenica 16 luglio - è
una delle più cruente dall'inizio delle ostilità.
E non ci si venga a sbriciolare ancora i coglioni parlando di "venti
di guerra" nel Vicino Oriente: altro che 'venti'....un vero e
proprio tsunami si è abbattuto sul martoriato paese dei cedri.
Il quartiere a sud di Beirut - Da'hè - sede del movimento sciita
HezbAllah è completamente distrutto. Abbiamo
visivamente 'riconosciuto' le strade, i ponti, i negozi chiusi
del 'nostro' quartiere completamente rasi al suolo dal diluvio di
bombe piovute dal cielo.
Bour'jé el Baranjè , Goubeiry, Ber el Abad, Haji Soullom, la zona
dell'Università Libanese sono state devastate da una furia che non
conosce alcuna pietà né un minimo di onore.
"Israele", la bestia sionista, quest'infame entità terrorista che da
sessant'anni è causa di lutti e rovine per il mondo arabo e islamico
ha scatenato la più vasta operazione militare dai tempi
dell'invasione del Libano e dell'assedio di Beirut dell'estate 1982.
La casa di Nasrallah - nove piani - ridotta ad un cumulo di macerie;
i principali centri nevralgici del paese completamente distrutti;
strade e ponti devastati; l'aeroporto civile colpito dopo tre raid
aerei inutilizzabile.
La furia assassina dei vigliacchi kippizzati si è scatenata contro
le infrastrutture del Libano distruggendo ogni cosa: andate
distrutte le principali vie d'accesso, le autostrade che collegavano
la capitale Beirut ai centri meridionali e quella che univa - via
Beka'a - il Libano alla Siria.
Colpiti gli aeroporti militari di Riyaq e Qole'iat. Bombe anche
sull'autostrada a nord della capitale dove, a ondate, si stanno
riversando con ogni mezzo disponibile i libanesi in fuga dalla
guerra e i molti stranieri ancora intrappolati nel paese dei cedri.
L'unica via d'uscita dall'inferno libanese è la strada che collega
Beirut a Tripoli e arriva, al nord, fino al confine siriano. Il
Libano sarebbe altrimenti isolato dal resto del mondo.
Un mondo di infami e di vili. I "grandi" del pianeta riuniti ieri a
San Pietroburgo hanno emesso una dichiarazione finale dei lavori del
vertice del G8 da vomito! Un autentico insulto all'intelligenza e
un umiliazione - l'ennesima - per il popolo martire libanese.
Un popolo mai come oggi unito in un fronte comune. Non crediate alle
cazzate che vi racconta i quotidiani filosionisti del territorio
coloniale italiota: la solidarietà che si registra tra i profughi in
fuga oltrepassa le divisioni confessionali e etniche di questa
popolazione mai come oggi unita contro l'aggressore israeliano.
Nel nord del paese, profughi di ogni fede religiosa sono accolti
alla bell'e meglio nelle chiese e nelle moschee. Volontari
cristiani, drusi e musulmani di ogni parte del paese accorrono per
aiutare l'unità di crisi istituita dal Governo Siniora per trovare
una sistemazione agli sfollati dalle zone maggiormente colpite.
Tra queste ultime registriamo una serie di raid aerei israeliani nel
sud : a Tiro e Sidone. Infrastrutture civili sono andate distrutte
nella Valle della Bekaa. Una nuova strage di civili innocenti a Burj
ash Shamali, dieci chilometri a sud di Tiro nel sud dove si contano
quattro morti e almeno una decina di feriti. Una fabbrica di sapone
e un magazzino di materiali da costruzione che ospitavano questi
profughi sono stati centrati in pieno dall'aviazione israeliana.
Nella zona non c'era alcun obiettivo militare e i due magazzini
erano al centro di una serie di abitazioni private gravemente
danneggiate.
Karim Pakradoumi, esponente storico del partito delle Falangi
Maronite, ha dichiarato all'ADN KRONOS INTERNATIONAL
che "L'obiettivo israeliano è distruggere il Libano. Tel Aviv vuole
mettere in ginocchio il paese per fare accettare al Governo di
Beirut le sue condizioni di resa. Escludo - ha aggiunto - che
Israele voglia tentare una avventura militare sul modello di quella
dell'82. Hanno subito troppe perdite e conoscono i rischi ai quali
andrebbero incontro. Per il resto lo schema è quello dell'invasione
di ventiquattro anni or sono: HezbAllah come l'Olp, Nasrallah come
Arafat."
Il presidente del parlamento libanese Nabih Berry ha accusato le
Nazioni Unite di ritardare il dibattito sulla crisi libanese al
Consiglio di Sicurezza per permettere a "Israele" di portare avanti
la sua escalation di terrore.
Un intera nazione è stata semi-distrutta nel silenzio della comunità
internazionale complice. Vergognatevi Infami!
Infame l'Onu (i caschi blu francesi respingevano i profughi
per "evitare una nuova Qana").
Infame l'Europa (che cazzo vorreste poi 'mediare'?).
Infame l'America e la sua "road map" (ma se a Beirut non si è
salvata neanche una strada?).
Infame ora e sempre l'entità criminale sionista, l'emporio criminale
ebraico occupante la Terrasanta.
Malgrado tutto la Resistenza Islamica resiste.
Noi affermiamo - sicuri dalle ultime notizie giunteci da Beirut in
fiamme - che i sionisti troveranno pane per i loro denti.
Israele ci fa una sega!
Au revoir
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
dal notiziario del Campo Antimperialista,
15 luglio 2006 ... http://www.antiimperialista.org
3. PROCESSO C.O.R.: TUTTI CONDANNATI. WILLIAM DI PIU'
Nella notte tra Venerdì 7 e Sabato 8 Luglio a Pisa, dopo ore di
camera di consiglio, è arrivata la sentenza di primo grado del
cosiddetto processo alle Cellule di Offensiva Rivoluzionaria (COR).
Utilizziamo il termine «cosiddetto» perché nessuno degli imputati ha
mai ammesso di far parte di questa organizzazione: in realtà i
compagni processati facevano parte di un circolo anarchico-
ecologista pisano (Il Silvestre). Assieme a loro (anzi, secondo la
tesi dell'accusa «al comando dell'organizzazione») il militante del
Campo Antimperialista Willi Frediani.
La vicenda era cominciata nel Luglio del 2004 con l'arresto di
diversi compagni che furono accusati di "Associazione con finalità
di eversione dell'ordine democratico" (art. 270 bis). I fatti a loro
contestati: aver organizzato ed eseguito alcuni «attentati» per lo
più contro esponenti di AN a Pisa (un'auto bruciata, e un portone
bruciacchiato).
La Corte d'Assise di Pisa, in un ambiente militarizzato, ha espresso
il proprio giudizio: 6 condanne e 5 assoluzioni ai presunti
appartenenti alle Cellule di offensiva rivoluzionaria (Cor). In
particolare 6 anni a Willy Frediani, 5 anni e 2 mesi a Francesco
Gioia, 5 anni a Costantino Rozzi, 3 anni e 8 mesi ad Alessio
Perondi, 3 anni e 6 mesi a Benedetta Galante e Leonardo Landi.
Nonostante il dibattimento fosse andato ottimamente per la difesa,
che aveva smontato tutti gli indizi dell'accusa (che non aveva
NIENTE in mano per dimostrare la colpevolezza degli imputati), il
giudizio è stato di condanna per sei degli undici imputati.
Significativa anche la distribuzione delle condanne: i giudici hanno
accettato il teorema dell'accusa per la quale Frediani sarebbe stato
il capo dell'organizzazione; un gradino più in basso Gioia, Rozzi e
Perondi. Come mai Frediani risulta essere il capo delle COR? Lo
spiega chiaramente il giudice del Tribunale del Riesame di Firenze
(in uno dei tanti rifiuti per la scarcerazione di Willi e degli
altri imputati): Frediani sarebbe stato particolarmente pericoloso
in quanto
«... dedito ad azioni di questo tipo e, soprattutto, sorretto da
convinzioni ideologiche ben più pericolose ed estreme di quelle fino
a questo momento espresse dalle COR, convinzioni che mostrano
l'adesione convinta alla lotta violenta di classe di radice
comunista che - si potrebbe dire: inevitabilmente - prevale
sull'ispirazione anarchica»
Non c'è che dire: altro che sentenza basata sui fatti! Dall'inizio
di questa vicenda siamo di fronte a costruzione di teoremi politici
tanto strampalati quanto infami, costruiti solo con lo scopo di
tenere il più a lungo possibile in carcere dei compagni e dare alla
cittadinanza un falso senso di sicurezza («le forze dell'ordine
lavorano per voi: guardate quanti brutti e pericolosi terroristi
stiamo incarcerando!»)
E' chiaro che non sono stati i fatti muovere i giurati. Spesso si
parla di "sentenza politica": ecco un caso a cui questo commento si
adatta perfettamente!
E' evidente che dopo aver montato tutto il circo mediatico per due
anni interi (sia a livello nazionale che locale) non si potevano
assolvere tutti gli undici imputati. Dopo aver passato due anni a
definire questi undici compagni come "gli eredi delle BR", una
sentenza di assoluzione completa avrebbe fatto sprofondare nel
ridicolo la magistratura (che ha fatto fare a Frediani e a Perondi
quasi due anni di carcere preventivo, e che tiene ancora in carcere
Gioia e molti degli imputati), i servizi segreti (memorabile la
loro "relazione semestrale" discussa in parlamento dove si mettevano
le COR al primo posto dei pericoli terroristici in Italia), l'ex
Ministro Pisanu (che sbandierava l'arresto dei compagni come un
grande successo del governo berlusconi sulla strada
della "sicurezza": di chi??), i giornali, che per due anni hanno
suonato la grancassa del pericolo terrorista delle cor (sinonimo,
nei loro articoli, del circolo ecologista "Il Silvestre").
Il processo non finisce qui: vedremo se avranno il coraggio di
confermare queste condanne in appello. L'attenzione deve rimanere
alta e la solidarietà intorno a questi compagni non deve venire meno
perché è dall'isolamento che si nutre la vigliaccheria di questo
potere.
Ai compagni coinvolti in questa vicenda va tutto l'appoggio e la
solidarietà da parte dei compagni del Campo Antimperialista.
LIBERTA' PER TUTTI!
BASTA CON LA REPRESSIONE
LE IDEE NON SI PROCESSANO!
SOLIDARIETA' A TUTTI I COMPAGNI COINVOLTI NE PROCCESSO E AL
CIRCOLO "IL SILVESTRE" DI PISA!
Attenzione, apocalisse in vista
Maurizio Blondet
13/07/2006
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1288¶metro=%
20esteri
LIBANO - La seconda invasione israeliana del Libano può essere
l'inizio di una più vasta e definitiva offensiva: con l'intento di
arrivare alla liquidazione della Siria e al bombardamento dell'Iran
per distruggerne le ambizioni nucleari.
L'offensiva militare è di una violenza inaudita - oltre 100 raid
aerei in poche ore che hanno distrutto decine di ponti, strade e
infrastrutture, fra cui l'aeroporto di Beirut ai bordi della
capitale, hanno fatto 50 morti e oltre 100 feriti innocenti, fra cui
come al solito numerosi bambini - ma è ancora nulla in confronto
all'offensiva mediatica e propagandistica che vediamo dispiegata in
queste ore. "Israele attaccato", "Israele in pericolo", strillano i
giornali noachici.
Rivelatrice l'esultanza con cui Il Foglio titola in rosso e a tutta
pagina: "Il grande jihad contro Israele": è cominciata la lotta
decisiva del Male contro il Bene, e finalmente Israele ha ragione.
E' stata provocata da un "Paese sovrano" (sic), il Libano.
Sono stati gli Hezbollah, dietro cui c'è "l'ombra di Damasco e di
Teheran".
Bisogna tenere la mente fredda, ed analizzare con intelligenza e
spirito d'intelligence la disinformazione nebulizzata in queste ore,
perché nelle stesse menzogne da guerra psicologica c'è il bandolo
della verità.
Per esempio, è pieno di informazioni tra le righe il commento che
pubblica su Il Giornale
R.A. Segre.
Questo personaggio, il cui vero nome è Vittorio Dan Segre, è il
corrispondente da Israele del quotidiano di Berlusconi: ma
è "giornalista" nello stesso senso in cui lo è Renato Farina,
anzi peggio.
Dan Segre è un alto grado militare israeliano, e da sempre è
l'altoparlante dei servizi di propaganda di Sion.
"Il caporale Shalit stava per essere restituito", dice Dan. (1)
Il soldatino "rapito" da Hamas, riconsegnato, avrebbe fatto cadere
il pretesto per l'ulteriore devastazione di Gaza.
Ne occorreva immediatamente un altro, che fosse pretesto per
espandere il conflitto, consentendo ad Israele di dispiegare la sua
forza, che è un po' sacrificata nell'esiguo spazio di Gaza, e poco
giustificata nel massacro di cose e vite umane civili: persino i
maggiordomi noachici europei cominciavano a parlare di reazione
sproporzionata e di punizione collettiva.
Il nuovo pretesto è arrivato: un attacco degli Hezbollah dal Libano.
Altri soldati "rapiti".
Esulta l'altoparlante e spiega: "A Gaza Israele aveva commesso
l'errore di usare la cattura del caporale Shalit come pretesto per
mettere fine ai bombardamenti di missili" da Gaza, con
operazioni "come la centrale elettrica".
Lo scopo della devastazione, ci spiega con qualche ritardo
l'altoparlante di Giuda, era (udite udite) "di tagliare
l'elettricità alle decine di officine in cui vengono preparati i
missili artigianali" palestinesi.
Ma questo scopo "non è stato spiegato abbastanza dai portavoce di
Gerusalemme", ecco il punto, sicchè i servi noachici hanno
cominciato a parlare di "punizione collettiva" contro la popolazione
civile.
Ma per fortuna, ora tutto questo è "passato".
Sono entrati in campo gli Hezbollah.
"Contrariamente a Gaza… lo scontro lungo la frontiera libanese,
riconosciuta dall'ONU come frontiera definitiva fra due Stati
sovrani, diventa un atto di guerra cui è lecito e obbligatorio
rispondere con un altro atto di guerra… gli hezbollah operano da uno
Stato sovrano in guerra ufficiale anche se non attiva con Israele…
il Libano non può dunque sottrarsi alle sue responsabilità come
cerca di fare il debole presidente Abu Mazen" (reso debole non si sa
da chi).
Israele è stato provocato.
Da un nemico cento volte inferiore.
Occorre tenere a mente che Israele, così "in pericolo", è la quarta
potenza militare mondiale, con 250 testate nucleare e tutti i
missili necessari per farle arrivare in ogni parte del mondo, flotta
formidabile, enorme potenza di fuoco, e con dietro la fornitura
logistica illimitata degli USA. Hezbollah, gruppo che si
ripete "armato da Teheran", non ha lontanamente una forza
paragonabile. Inoltre, in Libano, non è solo una forza paramilitare,
ma un partito riconosciuto e votato.
Anche Antonio Ferrari de Il Corriere, uno dei pochi veri esperti del
carnaio mediorientale, che frequenta da trent'anni e di cui conosce
personalmente tutti gli attori, (vero giornalista, che ho avuto modo
di stimare di persona) si domanda "che cosa abbia spinto Hezbollah a
bruciare il credito che si era conquistato in tutti i settori della
popolazione libanese, anche presso i cristiani maroniti, e persino
presso il patriarca Sfeir". (2)
Evidentemente - leggete tra le righe - Ferrari non è convinto della
versione ufficiale dei fatti.
Che cosa spinge una forza insignificante a provocare un avversario
super-armato, in una sfida che non può avere altro esito che una
sconfitta?
Quante volte succede nella storia?
Eppure succede.
Nel 1898, secondo gli Stati Uniti, la debolissima Spagna provocò la
potentissima America facendo saltare in aria l'incrociatore "US
Maine" che era in visita nella rada di Avana: fu il pretesto con cui
Washington strappò a Madrid Cuba e le Filippine, gli ultimi resti
del suo impero, con estrema facilità.
Oggi si sa che il Maine fu fatto esplodere dagli stessi americani.
Accadde lo stesso al "Lusitania": "provocazione" tedesca che
giustificò l'entrata degli USA nella grande guerra.
Lo stesso a Pearl Harbor.
Lo stesso nel Golfo del Tonkino, dove un attacco "non provocato"
vietnamita costrinse gli USA, poveretti, ad ampliare il conflitto.
Lo stesso l'11 settembre, dove Al Qaeda si è fatta dare la caccia ed
ha offerto il pretesto per l'occupazione di Afghanistan ed Iraq.
Accade, nella storia, che un debole aggredisca un forte.
Ma accade soltanto ad uno Stato: gli USA.
Regolarmente, ogni 60 anni circa la superpotenza americana viene
proditoriamente aggredita senza ragione da un avversario debole, che
la costringe a devastarlo a tappeto e a renderlo democratico. Ciò
che non succede poniamo all'Italia, potenza infinitamente più debole
e notoriamente imbelle, succede a scadenza fissa agli Stati Uniti.
Cosa da non credere, se non ne fossimo testimoni.
Ora, è successo ad Israele.
La natura della provocazione è chiarita da un articolo del Jerusalem
Post dove, tra la solita propaganda, si legge: "Poche settimane fa
una intera divisione della riserva è stata richiamata per essere
addestrata a un'operazione come quella che l'esercito israeliano sta
compiendo in risposta all'attacco degli Hezbollah di giovedì
mattina".
Questa sì che è preveggenza: settimane prima della provocazione
islamista, Israele si preparava ad invadere il Libano.
E' una delle tante esercitazioni profetiche della nostra storia
presente.
Pochi giorni prima del "rapimento" del caporale Shalit, aveva già
detto Haaretz, Israele aveva progettato di rapire i parlamentari e
ministri di Hamas.
Con tanto di lista presentata da Olmert al capo dello Shin Beth.
Questa informazione nella disinformazione si può leggere a firma di
Yaakov Katz, "Reservists called up for Lebanon strike", Jerusalem
Post del 12 luglio.
Ma in Europa, i figli di Noè fanno finta di non capire.
E' Hezbollah che ha provocato la superpotenza atomica regionale,
dandole il pretesto di cui aveva bisogno per allargare il conflitto,
dispiegare le sue ali d'aquila.
"Nessuno in questo momento può ancora dire" scrive Dan Segre, se
l'aquila di Giuda "dilagherà a nord verso la Siria".
Proprio la Siria che giusto ieri, dice Bloomberg, ha annunciato di
abbandonare il dollaro per costituire le sue riserve in euro.
E che Washington ha immediatamente accusato come responsabile della
cattura dei soldati israeliani "rapiti" dagli Hezbollah.
La Siria, perché ormai il processo che la teneva sotto schiaffo -
quello per l'uccisione del premier libanese Hariri - sta facendo
acqua da ogni parte.
La Siria che, come scrivono gli altoparlanti, continua a ritenere il
Libano un suo protettorato: in realtà, il Libano - sotto la saggia
guida del generale Aoun - è tornato ad essere un modello di
convivenza tra cristiani, sciiti e sunniti ed altre minoranze.
Un modello che può essere additato ad Israele.
Dunque, intollerabile.
Va abolito.
"Riporteremo il Libano indietro di vent'anni", grida Olmert.
Perché questi attacchi hanno anche lo scopo di stroncare ogni
sviluppo dei Paesi vicini ad Israele, di rigettarli all'età della
pietra, e il Libano, grazie all'intraprendenza dei suoi abitanti
levantini, stava di nuovo fiorendo.
Per sentirsi sicuro, Israele ha bisogno di avere attorno un deserto
di disperazione e barbarie.
Invaso il Libano, però, c'è ragione di credere che Israele non si
fermerà.
Deve arrivare fino al bombardamento dell'Iran, deve averne il
pretesto.
Perché?
Perché, come ha scritto in vari articoli del New Yorker Seymour
Hersh - il solo esperto veridico delle cose militari americane - i
generali USA, che già vedono affondare la truppa nelle sabbie mobili
irachene, hanno convinto i politici, e un Bush in calo disastroso, a
non fare l'attacco all'Iran.
Gli USA non faranno anche questa guerra per Israele.
Israele deve dunque agire in proprio. (3)
E presto, perché la finestra d'opportunità si sta chiudendo.
Sta per cominciare, sotto l'egida di Putin e con l'assistenza di
Gazprom, la costruzione del gasdotto che porterà il gas iraniano
all'India attraverso il Pakistan. (4)
Un'opera colossale che collegherà stabilmente l'Iran, il Paese che
il giudaismo vuole isolato e "canaglia", in un'alleanza di solidi
interessi coi suoi potenti vicini.
Inoltre, salda due Stati ex nemici, Pakistan e India, nel comune
interesse e corresponsabilità del vitale gasdotto.
Se questo avviene, l'India indù è perduta per il grande jihad
ebraico contro l'Islam.
Intravvediamo qui il motivo dell'orrendo attentato di Bombay dell'11
luglio.
I due gruppi islamici subito chiamati in causa come autori del
massacro, Lashkar-e-Tayyaba e Hezb-ul-Mujahedin, anziché
rivendicarlo, hanno condannato l'attentato e quelli (di cui si è
parlato meno) avvenuti in Kashmir lo stesso giorno, che hanno ucciso
altre otto persone.
Ma non importa: Pakistan ed India sono di nuovo ai ferri corti, e
l'India è coinvolta; parteciperà al gran jihad israeliano contro
l'Islam.
Se l'ipotesi è giusta, aspettiamoci qualcosa di apocalittico:
Israele attaccherà l'Iran con bombe nucleari.
Perché "è in gioco la sua stessa esistenza".
Ed è stata provocata.
Maurizio Blondet
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Note
1) R.A. Segre, "Giochi pericolosi", Il Giornale, 13 luglio 2006; si
noti che, ancora una volta, l'Europa ha intimato agli arabi di
rilasciare i soldati israeliani catturati, ma non agli israeliani di
liberare i ministri e parlamentari palestinesi rapiti, né i 9 mila
detenuti senza processo che Israele tiene in suo potere.
2) Antonio Ferrari, "L'ombra di Damasco e di Teheran in una
escalation improvvisa", Il Corriere della Sera, 13 luglio 2006.
3) Jonathan Ariel, un operativo del Mossad, ha dichiarato pochi
giorni fa: "Se necessario, noi [israeliani] faremo tutto il
necessario per assicurare la nostra sopravvivenza, compreso un
attacco nucleare `preventivo' contro l'Iran". Ne abbiamo dato
notizia in questo sito (Maurizio Blondet, "Isteria armata di
atomica", 26 luglio 2006).
4) Maurizio Blondet, "Mosca e Pechino, due colpi magistrali", 27
giugno 2006. L'accordo fra Gazprom, Iran, Pakistan e India è stato
siglato nel vertice dello SCO, Shanghai Cooperation Organization. Il
Pakistan, molto interessato all'affare, ha dato le massime garanzie
di vigilanza sul gasdotto. Questa pacificazione non può essere
permessa, in quanto contraria agli interessi israelo-americani. I
mandanti dell'attentato hanno lasciato deliberatamente
una "segnatura" per far capire, a chi sa, la loro vera identità.
Ancora una volta hanno scelto un 11, come per l'11 settembre in USA
e l'11 marzo a Madrid. Insomma è la firma di Osama bin Mossad. In
questo senso, ha un significato agghiacciante una frase di
Berlusconi a proposito dell'inchiesta sul rapimento di Abu Omar in
Italia: "se rompiamo con la CIA ci esponiamo ad attacchi
terroristici". Perché naturalmente tutti sanno chi fa gli attacchi
terroristici. Il difficile è denunciarlo, quando gli autori sono la
prima e quarta potenza atomica mondiale.