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Rispondi | Inoltra Messaggio #2379 di 5247 |

Vi segnalo il seguente articolo di PeaceReporter scritto da F. Vignarca
(coordinamento comasco per la pace) apparso su www.dilloadalice.it sul mercato
delle armi: vale quasi un milione di miliardi!

Quanto si spende nel mondo per fabbricare armi
PeaceReporter, Francesco Vignarca: "956 miliardi di dollari i fondi
stanziati. La "dottrina Bush" causa al mondo una crescita del 7% delle spese
militari. E' una spesa economicamente sostenibile per le nostre società?".


Anche quest'anno il SIPRI, l'istituto svedese di ricerche sulla pace tra i
più prestigiosi al mondo, ha rilasciato il proprio annuario 2004 dedicato ad
"Armamenti, disarmo e sicurezza internazionale". Dai dati in esso presenti, e
che aggiornano al 2003 la fotografia della situazione mondale, si può evincere
come il tema della sicurezza sia trattato in misura sempre maggiore con il
ricorso alla forza ed alla potenza militare.

Lo scenario è stato ovviamente dominato dall'azione bellica intrapresa,
nei mesi di marzo ed aprile, dagli Stati Uniti e dalla Coalizione dei suoi
alleati, in maniera così pervasiva che tutto il dibattito sulle politiche di
sicurezza, in ogni suo campo, nel risultato in un certo senso drogato.
Tralasciando l'analisi più particolareggiata delle operazioni di guerra e della
situazione di cosiddetto "dopoguerra" va comunque notato come l'intervento
iracheno sia stato un azzardo ad alto rischio, sia per il fallimento del
peace-building ad esso conseguente che soprattutto per l'incentivo a nuovi
fronti di terrorismo decisamente preponderante rispetto alla deterrenza invece
auspicata.

Correttamente il rapporto SIPRI afferma che: "La buona performance delle
nuove tattiche e dei nuovi equipaggiamenti militari in Iraq incoraggerà
imitatori in altre parti del mondo, e parallelamente una ricerca di nuove
risposte asimmetriche da parte di altri attori. La concomitante esplosione della
spesa militare USA ha inoltre aggravato sia i problemi di bilancio e di bilancia
commerciale statunitensi che le incertezze dell'intera economia mondiale? Un
quadro a tinte fosche che viene tratteggiato sulla base di una robusta dose di
dati e di misurazioni.

Nel 2003 le spese militari mondiali sono cresciute, in termini reali,
dell'1%: un tasso di incremento quasi doppio rispetto al comunque già notevole
6,5% registrato nel 2002. Prendendo a riferimento l'ultimo biennio si arriva ad
un aumento del 18% che fa lievitare il valore complessivo dei fondi assegnati
all'ambito militare fino a 956 miliardi di dollari (correnti). Ma non solo i
valori assoluti sono significativi a riguardo: anche la distribuzione di spesa è
in grado di consegnarci ottimi elementi di analisi. In analogia per nulla
casuale con la ripartizione mondiale della ricchezza, è possibile verificare che
i Paesi sviluppati sono responsabili di circa il 75% di tutte le spese militari,
a fronte di una popolazione che raggiunge solamente il 16% di quella mondiale.

Effettuando inoltre alcune impietose comparazioni (possibili solo con dati
del 2001 ma non per questo meno significative) si scopre che la spesa militare
combinata dei paesi ad alto reddito è di poco più alta del debito complessivo
contratto dai paesi poveri e di circa 10 volte maggiore del livello totale degli
aiuti ufficiali allo sviluppo. Il che testimonia "il grande fossato esistente
fra la volontà di allocare risorse per mezzi militari che garantiscano sicurezza
e situazioni di potere globale e regionale, da un lato, e intenzione di
alleviare povertà e di promuovere sviluppo economico dall'altro".

Tutto questo mentre il 2003 ha visto il livello più basso di conflitti di
una certa entità dalla fine della Guerra Fredda in poi (con l'eccezione del
1997). Secondo le valutazioni del SIPRI, magari opinabili ma che possiedono una
certa dose di coerenza capace di dare indicazione di un trend, ci sono stati 19
conflitti in 18 diverse regioni del mondo, di cui 4 in Africa ed 8 in Asia. Il
dato più interessante è comunque quello che vede solo due di tali conflitti
definibili come "inter-statali? per cui ancora una volta sono i conflitti che
hanno luogo all'interno dei confini di uno stesso Stato a confermarsi come la
tipologia di guerra più diffusa nell'arena politica internazionale post-moderna.
Senza dimenticare che "l'attuale attenzione internazionale al pericolo del
terrorismo ha continuato ad influenzare il modo di condurre i conflitti interni
agli stati ed in alcuni casi, si pensi ai casi di Indonesia e Filippine, sta
avendo un impatto diretto sulle strategie, l'intensità ed il corso di questi
scontri".

La causa maggiore per l'incremento delle spese militari mondiali nel 2003
stata la massiccia crescita di questo dato negli Stati Uniti d'America, che da
soli giustificano circa la metà del valore mondiale. Dopo un decennio di
riduzione della spesa dal 1987 al 1998, ed una moderata crescita da quell'anno
fino al 2001, il cambio nella dottrina e nella strategia militare USA a seguito
degli attacchi alle Torri Gemelle ha dato la scintilla per una vera e propria
esplosione del bugdet militare a stelle e strisce. Interessante è notare come
molta parte di questa crescita dipenda dai fondi messi a disposizione per le
campagne in Afghanistan ed in Iraq, oltre che a tutte le operazioni in qualche
maniera legate al contrasto del terrorismo internazionale. Scorporando tali
quantità l'aumento delle spese militari mondiali si attesterebbe al 4%, un
valore di molto inferiore a quello invece registrato.

Per tutti questi motivi si può affermare che la lotta al terrorismo
secondo la "dottrina Bush" (che sta al lettore giudicare sulla base dei
risultati positivi o negativi ottenuti) causa al mondo una crescita del

7% delle spese militari, cioè oltre una buona metà di quanto i paesi
sviluppati destinano agli aiuti allo sviluppo (basta ricordare i dati esposti in
precedenza e fare un semplice confronto).

Le spese militari stanno crescendo anche in molte altre nazioni di un
certo peso, ma sicuramente ad un livello drasticamente inferiore a quanto visto
per gli Stati Uniti d'America. In generale si può affermare che i fondi militari
sono cresciuti per ogni singolo anno del quinquennio appena passato in sette dei
maggiori paesi investitori del ramo: per India, Giappone e Cina il livello di
crescita ?stato grosso modo in linea con l'aumento del PIL, mentre Francia e
Gran Bretagna stanno per sperimentare un nuovo rialzo dopo una piccola fase di
modesta diminuzione.

Solo il Brasile, tra le medie potenze regionali, sta cercando di
influenzare la politica globale con un modello di "soft-power" che non faccia
affidamento sulle spese belliche e militari. Per tutto il corso del 2003 il
dibattito sul tema delle spese militari ha continuato a focalizzarsi
principalmente sulla necessità di aumentare le risorse in questo campo per poter
far fronte ai nuovi e crescenti rischi di un mondo complesso e globalizzato.

Tuttavia grazie al fallimento diretto e concreto di molti interventi
basati sulla forza armata (in primis la "guerra preventiva?dispiegata in
Medioriente) ha iniziato a far nascere voci di una diversa natura. Voci

che hanno iniziato a sottolineare altri fattori quali la zavorra economica
operata dal settore militare per lo sviluppo delle società umane e
considerazioni di carattere etico e di diritto internazionale.

Perciò sebbene le spese militari USA continueranno a contribuire
largamente alle tendenze complessive mondiali, il ritmo di incremento potrebbe
anche arrestarsi nei prossimi anni. Secondo i ricercatori del SIPRI: "nel lungo
termine non è così scontato che gli attuali livelli di spesa militare possano
essere economicamente e politicamente sostenibili".


Francesco Vignarca
Coordinamento Comasco per la Pace (PeaceReporter)


[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]





Ven 25 Giu 2004 12:51 pm

annamarocchi
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Vi segnalo il seguente articolo di PeaceReporter scritto da F. Vignarca (coordinamento comasco per la pace) apparso su www.dilloadalice.it sul mercato delle...
Anna.M
annamarocchi
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1 Lu 2004
8:02 am
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