Su richiesta di Giuseppe, inserisco un assaggio del mio libro...
sperando che piaccia!
Sotto la cenere
Sola. Era rimasta sola. Sola in quella cantina sudicia. Ad aspettare.
Ma ciò che le aspettava non osava immaginarlo. Il tempo passava. La
pioggia aveva smesso di picchiettare sulla vetrata da qualche ora e
l'oscurità aveva inghiottito la città lontana. Quella stessa città
che pareva non essersi accorta di ciò che stava succedendo.
Era calato un silenzio irreale, come quando, alla fine di uno
spettacolo, il te-atro si svuota e al vocio degli spettatori si
sostituisce l'oblio. L'odore di polvere umida e muffa cominciavano a
darle la nausea, riempendole le narici, fino al cer-vello. La testa
le scoppiava. Anche gli occhi, gonfi per il tanto piangere, parevano
voler esplodere. Era rimasta chiusa lì sotto l'intera notte e
l'intero giorno e nessu-no l'aveva sentita. Nessuno poteva sentirla,
lontana com'era dalla realtà. La spe-ranza di uscire cominciava ad
affievolirsi. In quel momento desiderava solo mori-re. Per non
soffrire più.
Lo stridere di pneumatici sull'asfalto bagnato le mozzarono il fiato.
Il ba-gliore dei fari di un'auto illuminò la sua prigione per qualche
secondo. L'auto si fermò e lei cercò di urlare più forte che potesse
per farsi sentire. Non ottenne al-cun risultato. Il silenzio tornò a
circondarla. Si rese conto di non sentire più i passi del suo
carceriere. Forse sull'auto c'era lui e si era allontanato
lasciandola chiusa lì, da sola. Si lasciò scivolare su un fianco,
trascinandosi nel buio. Una grossa cor-da grezza le teneva le mani
legate dietro la schiena. Aveva provato a scioglierla, ma non era
riuscita nemmeno ad allentarla un po'. Ormai non sentiva più le mani.
Strisciò per qualche metro, prima di andare a sbattere con quello che
sem-brava un tavolo da lavoro. Cadde qualcosa. Non era sicura di cosa
fosse, ma di certo era freddo, forse di metallo. Decise che era
giunto il momento per provare a liberarsi. Strofinò i polsi con forza
contro quell'oggetto, procurandosi delle lace-razioni. Ma non sentiva
dolore. Ormai tutto il corpo era indolenzito ed insensibile.
Lentamente riuscì a tagliare quelle dannate corde, mentre il fiato
cominciava a farsi pesante per lo sforzo e la paura di essere
scoperta. Le gambe intorpidite res-sero il suo corpo a fatica, mentre
cercava una via d'uscita. Ritrovò la scala dalla quale il suo
aguzzino era sceso diverse volte, per andare a controllarla. Ormai
era-no diverse ore che non si faceva vedere.
A tentoni salì le scale, un gradino dopo l'altro. Tratteneva il
respiro ad ogni passo, ogni volta che uno scalino scricchiolava sotto
il suo peso. La porta era lì, a qualche passo da lei. La raggiunse e
rimase in attesa, immobile, tendendo l'orecchio. Non si sentiva
niente, tranne il fruscio della notte. La porta si spalancò sotto una
leggera pressione della mano, producendo un flebile cigolio. L'odore
stantio di cibi in scatola e quello dolciastro della birra la
investirono. Gli occhi, per troppo tempo rimasti nell'oscurità,
faticarono ad abituarsi. La porta che dava sul retro era bloccata con
una spranga e un lucchetto. Pensò di scappare dalla fine-stra della
cucina, ma vi rinunciò non appena vide che era poco più grande
dell'oblò di un aereo. Rimase qualche altro minuto della stanza, col
cuore che bat-teva forte nel petto e che sussultava ad ogni
scricchiolio. Concluse che l'unica via d'uscita doveva essere la
porta principale. Tenendosi aderente allo stipite, sbirciò sul resto
dell'appartamento. Sul disimpegno si aprivano tre porte, da una delle
quali si intravedeva il bagliore di un televisore acceso. Adocchiò
l'uscita. Ma que-sto significava passare davanti alla stanza col il
televisore. Racimolò ogni granello di coraggio e, pregando di non
essere sentita, uscì nel disimpegno. L'aria era fred-da, immobile.
Fece pochi passi prima di sentire uno soffio caldo sui capelli e men-
tre il terrore le attanagliava il cuore e qualcosa le stringeva il
collo.