Maggio 2003: Raitre manda in onda una puntata di Blu notte sulla
mafia.
Il 22 aprile 2004 la stessa tramissione viene censurata.
Il mensile ANTIMAFIADuemila (maggio 2003 n°31) pubblica un articolo
dell'autore in cui ne sintetizza il contenuto.
(http://www.antimafiaduemila.com/modules.php?
op=modload&name=News&file=article&sid=422)
http://www.antimafiaduemila.com
Messaggi dalla Mafia
di Carlo Lucarelli
Tra i tanti misteri che riguardano la mafia ce n'è uno che sembra
particolarmente oscuro. Perché quella mafia che oggi sembra scomparsa
soltanto perché non uccide più in pubblico, esce allo scoperto con
proclami nelle carceri, scioperi di protesta e striscioni allo
stadio? Quella stessa mafia che solo fino a pochi anni fa sfidava lo
stato direttamente a colpi di stragi e di bombe? La mafia che oggi fa
affari con gli appalti di stato è la stessa che vuole l'abolizione
del 41 bis e che rapporti ha con quella che metteva le bombe? Cosa è
successo in questi anni?
Per cercare di capirlo, forse, bisogna tornare indietro fino ad un
momento preciso. 30 gennaio 1992. Il giorno della rivoluzione. Quel
giorno la Prima Sezione della Corte di Cassazione, pronuncia la
sentenza che chiude il maxiprocesso con 19 ergastoli e 2665 anni di
carcere. Le rivelazioni di Tommaso Buscetta e degli altri
collaboratori di giustizia sulla struttura e i delitti di Cosa
Nostra, su cui si basavano i processi, diventano verità giudiziaria.
E' una rivoluzione, una vera e propria rivoluzione, per Cosa Nostra.
C'erano stati altri tempi, nella lotta alla mafia. Tempi in cui i
grandi processi di mafia finiscono tutti lontano da Palermo, per
legittima suspicione e poi si chiudono quasi tutti con assoluzioni
generali per insufficienza di prove, e qualche provvedimento di
soggiorno obbligato. In cui i sostituti procuratori si rifiutano di
firmare ordini di custodia e se li deve firmare il capo della Procura
di Palermo in persona, Gaetano Costa, che infatti viene ammazzato per
lo sgarbo poco dopo, come viene ammazzato anche Rocco Chinnici, il
capo dell'ufficio Istruzione di Palermo.
Poi, le cose, piano piano cominciano a cambiare. A sostituire
Chinnici a capo dell'Ufficio Istruzione, arriva un altro magistrato
che si chiama Antonino Caponnetto, che si chiude nel suo ufficio, in
Tribunale, ne esce solo per andare a dormire in una stanza nella
caserma della Guardia di Finanza. Ha un'idea sviluppata sulle
esperienze fatte da Giancarlo Caselli nella lotta al terrorismo. Se
le indagini le conduce un magistrato solo, è possibile intimidirlo o
ammazzarlo.
Quindi, per ragioni di sicurezza, di continuità, di scambio di idee e
di informazioni, il magistrato che fa le indagini deve lavorare
assieme ad altri. Il pool di magistrati che si occupano di combattere
la mafia a Palermo e in Sicilia nasce il 16 novembre del 1983. Ne
fanno parte Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello, Paolo Borsellino e
Giovanni Falcone, che a Palermo, è già una leggenda.
Le cose cominciano a cambiare. Nel 1982, dopo l'omicidio del Prefetto
di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, era stato introdotto il 416
bis, l'articolo che punisce l'associazione di stampo mafioso. Prima
essere mafioso non era un reato, bisognava rapire, uccidere,
intimidire, mettere le bombe, ma essere semplicemente mafioso non era
un problema, non più di tanto. Le cose cominciano a cambiare.
Arrivano i pentiti. Agli inizi degli anni 80 c'era stata la seconda
guerra di mafia, quello che viene chiamato il "golpe dei Corleonesi".
La "Mafia vincente", la cosca di Totò Riina, la più feroce e la più
preparata dal punto di vista militare, elimina tutti gli avversari e
si impadronisce del comando di Cosa Nostra. Molti boss della
parte "perdente" si "pentono", accettano di collaborare con la
giustizia per salvarsi la pelle. Il più grosso, il più importante di
tutti, è Tommaso Buscetta, il "boss dei due mondi".
Il maxiprocesso a Cosa Nostra si apre a Palermo il 10 febbraio 1986.
474 imputati. Tra questi anche esponenti politici come i cugini Nino
e Ignazio Salvo, e Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo dei tempi
della speculazione edilizia. Il processo si conclude il 16 dicembre
1987 con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere ai vertici di Cosa
Nostra, ma qualche anno dopo in appello si ridimensionano le condanne
e le testimonianze dei "pentiti". E c'è anche l'omicidio di un altro
giudice, Antonino Scopelliti, che avrebbe dovuto sostenere l'accusa
presso la Cassazione, ucciso il 9 agosto 1991. Ma poi si arriva a
quel giorno, il 30 gennaio 1992, quando la Cassazione conferma gli
ergastoli del maxi processo. Il giorno della rivoluzione.
La mafia è in difficoltà. Dopo i primi arresti, dopo le prime
condanne del maxi processo, Totò Riina aveva detto ai suoi di stare
calmi, che si sarebbe aggiustato tutto, come sempre, con qualche
cavillo, una sentenza della Cassazione, le maxi assoluzioni per
insufficienza di prove di una volta. La controffensiva è decisa, e
come al solito, quando si tratta dei Corleonesi, feroce e spietata.
Vendette trasversali. Una vera e propria strage di parenti, amici e
collaboratori dei boss che hanno deciso di parlare.
Ma c'è un altro conto da regolare, ed è quello con la politica. Cosa
Nostra, la Mafia, non sarebbe quello che è diventata senza un
rapporto con la politica. Non sarebbe entrata nel gioco degli
appalti, non sarebbe riuscita a far rimuovere ed allontanare i suoi
nemici, non avrebbe goduto di tutte quelle impunità che per anni
hanno ostacolato e addormentato l'azione dello Stato contro la
Criminalità Organizzata. Il rapporto tra mafia e politica che fin dal
dopoguerra, fino dai tempi del bandito Giuliano, è sembrato
immutabile, adesso, dopo la rivoluzione del maxi processo, sembra in
crisi. Forse, come ha detto qualcuno, perché è caduto il Muro di
Berlino e per mantenere l'Italia sotto controllo, Cosa Nostra non
serve più. Forse, come ha detto qualcun altro, la rivoluzione di Mani
Pulite che si compirà nel '92, ha talmente indebolito la politica che
questa non riesce a coprire più i mafiosi. O forse, in questa guerra
di Stato e Mafia, alcuni uomini dello Stato hanno finalmente deciso
di reagire davvero. Allora bisogna dare un segnale più forte. Alla
corleonese.
12 marzo1992. Viene ucciso l'eurodeputato Dc Salvo Lima, definito
anche in atti giudiziari uno dei principali referenti politici di
Cosa Nostra. Sei mesi dopo, il 17 settembre, è la volta di Ignazio
Salvo, che con il cugino Nino, morto di cancro qualche anno prima,
era stato uno dei principali referenti politici della mafia in
Sicilia, già condannato al maxi processo. Procedere alla corleonese.
Che significa anche togliere di mezzo i nemici.
Il 23 maggio 1992 sull'autostrada che dall'aeroporto di punta Raisi
va a Palermo, all'altezza di Capaci, viene ucciso da una bomba
assieme alla moglie a tre agenti della scorta. Ma c'è un altro
magistrato che fa paura alla mafia. Oltre che un collega, Paolo
Borsellino è un amico di Giovanni Falcone. Sono cresciuti nello
stesso quartiere, quello della Kalsa. Paolo Borsellino ha fretta,
come se sapesse di non avere tempo. Lo dice a tutti, ho fretta, devo
fare in fretta… ma perché così in fretta? Paolo Borsellino sta
indagando sulla morte di Giovanni Falcone, ha ripreso in mano il
rapporto su mafia e appalti scritto dai carabinieri del Ros del
colonnello Mori e del capitano De Donno, sta lavorando tanto, sta
lavorando tantissimo perché deve fare in fretta. Quando parla di sé,
è la sorella Rita a ricordarlo, non dice se mi ammazzeranno. Dice
quando mi ammazzeranno. Lo uccidono il 19 luglio 1992, poco prima
delle cinque del pomeriggio, con un'auto bomba parcheggiata in via
D'Amelio, dove abita la madre del magistrato. Con lui muoiono anche
cinque agenti della sua scorta.
Perché questa strage, a soli 57 giorni da quella di Capaci? I
corleonesi devono sapere che provocherà una reazione forte. E infatti
c'è la reazione della gente di Palermo, della Sicilia e di tutta
l'Italia. Arrivano i soldati a presidiare gli obbiettivi sensibili e
soprattutto, viene convertito rapidamente in legge il 41 bis, che in
casi di eccezionale gravità, come la lotta alla mafia, "sospende le
normali regole di trattamento per i detenuti" e stabilisce
il "carcere duro" per i mafiosi.
Intanto, però, succede qualcosa di strano. Tra gli inizi di giugno e
l'inizio di agosto del '92 ci sono alcuni incontri tra uomini dello
Stato, alti ufficiali del Ros, il Reparto Operativo Speciale dei
carabinieri, e uomini vicini alla mafia, come don Vito Ciancimino. I
carabinieri dicono di voler tendere una trappola per arrivare alla
cattura di latitanti. Totò Riina, invece, vuole "trattare". E per
portare avanti quella che ritiene una trattativa Totò Riina ha il suo
metodo. Il metodo corleonese di trattare gli affari. Il 17 ottobre
del 1992, un proiettile da mortaio viene nascosto nel giardino de'
Boboli, a Firenze. Poi qualcuno telefona all'Ansa per rivendicarlo,
facendo riferimento alla situazione carceraria dei mafiosi. E' un
segnale, un segnale che vorrebbe essere preciso, ma chi telefona non
riesce a spiegarsi bene, non sa farsi capire, la rivendicazione cade
nel nulla e il proiettile verrà ritrovato addirittura molto tempo
dopo. Intanto il 14 gennaio 1993, i carabinieri del capitano Ultimo
scovano e arrestano Totò Riina. Ma Cosa Nostra si ferma. Il bastone
del comando passa a Bernardo Provenzano. Al suo fianco, Bernardo
Provenzano ha Leoluca Bagarella, che la pensa come Totò Riina sulla
guerra da fare allo Stato. La mafia non si ferma. E alza il tiro.
14 maggio 1993, bomba in via Fauro, a Roma, trenta feriti. 27
maggio '93, bomba in via De' Georgofili, a Firenze, cinque morti, e
35 feriti. 27 luglio '93, via Palestro, Milano, cinque morti. Un
segnale che sembra anche essere diretto in un altro senso. Ad un
altro interlocutore. La Chiesa. Agli inizi di maggio, papa Giovanni
Paolo II visita la Sicilia Occidentale e attacca violentemente la
mafia. La risposta di Cosa Nostra non si fa attendere. Nel quartiere
Brancaccio, a Palermo, c'è un prete molto attivo e molto popolare che
si chiama don Pino Puglisi. Viene ucciso il 15 settembre 1993. 28
luglio '93, bomba sotto il portico della Chiesa del Velabro, a Roma.
Stessa notte, bomba in Piazza San Giovanni in Laterano. E non finisce
qui. Se è possibile, c'è anche di peggio. Alla fine di maggio
del '93, la mafia fa piazzare una Lancia Thema imbottita di esplosivo
e frammenti di tondino di ferro vicino allo Stadio Olimpico, davanti
alla caserma dei Carabinieri, pronta ad esplodere alla fine di una
importante partita. Sarebbe stata una strage, che non avviene
soltanto perché il telecomando non funziona.
Stragi, bombe, massacri. Ma cosa vuole Cosa Nostra? La Mafia vuole le
revisione delle sentenze di condanna come quelle del maxi processo,
la restituzione dei beni confiscati con la legge Rognoni-La Torre, la
cancellazione della legge sui pentiti, e soprattutto del 41 bis.
Perché in carcere col 41 bis si vive male e si resta così isolati da
non poter comandare e decadere praticamente dal ruolo di capo.
Cominciano a collaborare addirittura i corleonesi. Ma Cosa Nostra
cerca anche un'altra cosa. Cerca di riallacciare quel rapporto con la
politica che si è interrotto e che le è necessario per sopravvivere
ed espandersi. Cerca un interlocutore politico.
Il rapporto con la politica è sempre stato un'ossessione per Cosa
Nostra. Ne parla anche il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré
nelle sue più recenti dichiarazioni. Una cosa "poco bella", di cui
però non si "poteva fare a meno". Poco bella perché l'uomo politico,
dice Giuffré, è "viscido" si prende i voti di Cosa Nostra e quando
viene eletto si dimentica delle promesse. Anzi, quando sente su di sé
l'attenzione dello Stato, si spaventa e per farsi credere pulito
comincia ad impegnarsi nella lotta alla Mafia. La "miserabilitudine"
dell'uomo politico, così la chiama Giuffré. Sarebbe meglio fare da
soli, come Leoluca Bagarella che ispira Sicilia Libera, che nasce a
Palermo e a Catania nell'ottobre del '93, e che assieme a tante
persone ignare ed oneste, vede la presenza diretta di Cosa Nostra. Ma
Bernardo Provenzano, ha altre idee. Alla partecipazione diretta
preferisce il "collateralismo politico", preferisce un interlocutore
esterno che sappia venire incontro alle esigenze della mafia, come è
sempre successo. Un interlocutore da cercare con tutti i mezzi, anche
con le stragi.
Poi, all'improvviso, tutto finisce. Dal luglio del '93, o dal gennaio
del '94 se consideriamo anche il fallito attentato allo Stadio
Olimpico, di bombe non ce ne sono più. Perché? Perché Cosa Nostra ha
capito che la strategia stragista non funziona, anzi, è addirittura
suicida perché inasprisce la risposta dello Stato? O perché ha
ottenuto il suo scopo? C'è una frase, molto ambigua, pronunciata da
Totò Riina prima di essere arrestato. "Si sono fatti sotto", dice. A
chi si riferisce? Ai contatti avuti con i carabinieri del Ros che
volevano catturarlo e che lui ha frainteso? O a qualcun altro?
Qualunque cosa sia successo, per quanto riguarda la mafia non accade
più niente. Niente più bombe e niente più omicidi eccellenti. La
Mafia sembra essere diventata "invisibile>.
Fino ad oggi. Da quasi tutte le carceri italiane dove si trovano
detenuti sottoposti al 41 bis arrivano lettere e petizioni che
annunciano proteste e scioperi della fame. Si rivolgono soprattutto
agli "avvocati delle regioni meridionali (…) che ora siedono negli
scranni parlamentari". C'è anche uno striscione, esibito allo stadio
di Palermo durante una partita: "uniti contro il 41 bis: Berlusconi
ha dimenticato la Sicilia". E' strana questa mafia che passa dalle
stragi alle petizioni espresse con preciso linguaggio giuridico. Una
mafia che chiede sconti, oppure, come sostiene qualcuno,
che "presenta il conto". Sono proteste che quando vengono dagli
uomini di Cosa Nostra, anche se in carcere, preoccupano. Dalla Digos,
arrivano informative preoccupanti, che indicano tra i possibili
obbiettivi di una eventuale "reazione" sette parlamentari eletti in
Forza Italia e Alleanza Nazionale. E dal colonnello Mori, che dirige
il Siside, arriva l'indicazione che un possibile obbiettivo in questo
senso potrebbe essere Marcello Dell'Utri.
Ma resta aperto un altro giallo. Gli omicidi dei primi anni '90,
quelli di Salvo Lima, di Ignazio Salvo, erano omicidi di vendetta. La
strage di Capaci, con la morte di Falcone, anche quella rispondeva a
logiche di vendetta ma soprattutto di prevenzione, per togliere di
mezzo un uomo dello Stato che era troppo pericoloso. Le stragi
del '92, sono "stragi estorsive" ricatti per portare avanti quella
che i corleonesi ritenevano una trattativa. Ma quella di via
D'Amelio? Un tentativo di alzare la tensione della trattativa che si
è rivelato un errore strategico? Un'azione preventiva, per far fuori
un altro uomo dello Stato che poteva essere pericoloso? Oppure cosa?
Perché doveva lavorare in fretta Paolo Borsellino? Perché doveva
essere ucciso subito?