SPQX - Misteri Romani.
"Non ti voltare", un racconto di Carlo Lucarelli.
Tratto da "Roma Cronaca" de "la Repubblica" del 15 Agosto 2004.
La signora aveva detto di non far entrare i gatto, perché si infilava sempre
su per le scale e finiva per farla da qualche parte, ma io non me la sentivo
di lasciarlo fuori. Mi guardava con un'espressione così triste, tipo tanto
lo so che mi lasci fuori, e non miagolava neanche, non si strusciava contro
le gambe, così glielo dissi io, gli dissi scommetto che vuoi entrare, piano,
come se potesse sentirmi la signora. Ma la signora non poteva neanche
vedermi, perché stava all'ultimo piano, per cui gli aprii e gli tenni anche
la porta, per farlo entrare, quel gatto bianco, magro e lungo, chiazzato di
nero. Che la facesse dove voleva. Con quello che pagavo d'affitto, di
bollette e di condominio la signora poteva anche lavarsele, le scale.
Niente ascensore, non ce ne sono molti a Trastevere, terzo piano e la borsa
che mi staccava il braccio. Praticante nello studio di un avvocato di grido,
settore fiscale. Forse era proprio per quello che avevo scelto un
appartamento in un quartiere come Trastevere, dove chiunque, anche un
avvocato fiscale, poteva sembrare un artista. Vicolo del Bologna, poi,
andava ancora meglio, perché e da lì che vengo, da Bologna.
Il gatto volò su per le scale e lo persi di vista. Meglio cosi. Il cane del
secondo piano lo sentii abbaiare quando gli passai davanti alla porta, due
colpi secchi come un colpo di tosse, quasi un avvertimento. Da cane cattivo.
Non l'avevo mai visto, ma lo sentivo uscire tutte le mattine alle sei, con
il suo padrone. Tossiva anche lui, e anche lui, come il cane, sembrava
cattivo.
Terzo piano, interno sei, casa mia. Infilai la chiave nella toppa,
sbagliato, è quell'altra, la feci girare tre volte, sbloccando le mandate,
aprii la porta e rimasi fermo sulla soglia.
In casa c'era il gatto.
Silenzioso, mi guardava come se volesse dirmi qualcosa, immobile.
Come Diavolo... pensai, ma in quel momento il gatto si mosse, saltò sul
tavolo e si lanciò fuori dalla finestra aperta. Bastò un passo per seguirlo,
perché era piccolo il mio appartamento, due stanze incastrate sotto una
mansarda, e feci appena in tempo a vederlo sparire sulle tegole del tetto di
fronte.
Aveva detto anche quello, la signora, di tenere sempre la finestra chiusa,
per i ladri, perché quando Trastevere era un quartiere di delinquenti non
rubava mai nessuno, ma adesso che era diventato un posto da fighetti non si
poteva mai sapere. E in effetti, io mi ricordavo di averla chiusa...
ricordavo il gesto e anche che ero tornato indietro a controllare, ma
evidentemente mi ero sbagliato.
Fu il giorno dopo che vidi la bambina.
Era ferma sul pianerottolo del secondo piano, le mani appoggiate alla
balaustra e il mento sulle mani. Cinque, sei anni, bionda, vestita di
bianco.
Mi guardava.
Mi bloccai sorpreso a metà della scala, perché non me l'aspettavo e perché
c'era qualcosa nel suo sguardo, qualcosa di strano, non so cosa ma qualcosa,
qualcosa che mi inquietava. Ma non era solo quello. C'era anche un'assenza,
qualcosa che mi mancava e ci misi qualche secondo ad accorgermi cos'era. Era
il silenzio. Il cane che non abbaiava, dietro la porta chiusa. Nessun colpo
di tosse cattivo, niente di niente, solo un silenzio denso, che sembrava
farsi sempre più compatto e pesante, tanto che ad un certo punto
cominciarono anche a fischiarmi le orecchie, a raschiare, in fondo al
timpano, i suono del silenzio, appunto.
Poi notai il gatto, fermo accanto alla bambina, e mi scossi. Da dietro alla
porta del secondo piano il cane cominciò ad abbaiare, due colpi di tosse
cattiva, poi un altro e un altro ancora e sembrava non volesse smettere più,
ma la bambina si volò verso la porta e il cane si bloccò, a meta di in
ringhio, come se qualcuno gli avesse chiuso di colpo la bocca.
Tornò quel silenzio ottuso, sibilante e strano.
Non sarei riuscito a sopportarlo, così mi feci forza, strappai le labbra l'
una dall'altra e dissi ciao, con un sorriso, alla bambina.
Ma in quel momento il gatto schizzò su per le scale e la bambina dietro,
scomparendo oltre l'angolo del pianerottolo.
La signora aveva fatto i broccoli. Stufati, e con l'aglio, anche. Lo sapeva
tutto il palazzo quando faceva i broccoli, e forse era per quello che
chiedeva di tenere le finestre chiuse, altro che i ladri, l'odore era
peggio. Dovevo salire per l'affitto. Accadeva una volta al mese e tutte le
volte capitava nel giorno dei broccoli, sia che anticipassi o ritardassi il
pagamento, e sono sicuro che se anche avessi pagato attraverso la banca, la
signora avrebbe fatto i broccoli nel giorno esatto del bonifico. Anzi,
dell'arrivo preciso della valuta.
Mi tenne sulla porta, come sempre, si prese l'assegno, disse e non si
lamenti che lei paga anche meno degli altri, ma poi, invece di salutare e
chiudere mi guardò, seria.
"L'ha fatto di nuovo, eh?" "Ho fatto cosa?".
"Ha fatto entrare il gatto. Ha pisciato su al quarto piano".
"E come fa a dire che sono stato io?".
"Perché ci sono solo due persone che lo fanno entrare, lei e la mia bambina"
.
"Ah, è la sua bambina quella che ho ...", non mi lasciò finire.
"Non vorrà accusare lei, vero?".
"No, per carità... una bambina...".
"Allora è stato lei. Non lo faccia più".
Chiuse la porta, lasciandomi sulle scale, intossicato di broccoli all'aglio.
Scesi giù, annusando forte sul quarto piano per sentire le tracce del gatto,
ma non era possibile distinguere niente. Mi fermai davanti alla mia porta,
con il pensiero di aver lasciato le chiavi in casa che mi attraversava
fulmineo la mente, come tutte le volte, finché non toccavo il metallo in
fondo alla tasca. Sospirai, come sempre, aprii e di nuovo rimasi fermo sulla
soglia.
In casa c'era la bambina.
La bambina vestita di bianco.
Ferma in mezzo alla stanza, di spalle.
Ma che diavolo...pensai ancora, ma mi fermai subito, perché la bambina
cominciò a voltarsi.
Lentamente, girò la testa verso una spalla, il volto coperto dai capelli
biondi. Non riuscivo ancora a vederla in faccia, ma da qualcosa, da un
riflesso tra i capelli, qualcosa, sentivo, immaginavo che stesse sorridendo
e allo stesso tempo, non so perché, quel sorriso che non vedevo mi faceva
paura.
Non ti voltare, pensai, irrazionalmente, senza senso, e nello stesso momento
mi vergognai di averlo pensato. Volevo dire qualcosa, ciao, pensai, ma non
lo dissi, perché intanto lei continuava a voltarsi, piano, pianissimo,
sembrava che non dovesse smettere mai di girare la testa sulla spalla, quel
sorriso che si intravedeva appena dietro la cortina dei capelli.
Era tornato il silenzio. Quel silenzio frusciante che mi riempiva le
orecchie. Avrei potuto giurare che solo un istante prima c'era il rumore di
un furgoncino, giù in strada, ma sembrava gia così lontano, schiacciato da
quel silenzio opaco, che forse lo avevo immaginato, o lo stavo solo
ricordando.
Di nuovo pensai non ti voltare, senza più vergogna.
Non ti voltare.
Non sapevo perché, ma avevo paura.
Poi qualcosa si mosse nel mio appartamento. Il gatto. Saltò sul tavolo e
volò fuori dalla finestra, e la bambina dietro, salì sul davanzale e prima
che potessi anche solo immaginare di muovermi sparì oltre i vetri aperti.
"Cristo!" gridai, e corsi a vedere.
Ma non c' era niente.
Ne sulle tegole del tetto di fronte, ne giù, sulle pietre di vicolo del
Bologna.
La zaffata di broccoli mi investì in pieno, ma io non la sentii neanche.
Avevo bussato così forte alla porta della signora che mi facevano male le
nocche.
"Che c'e?" "La bambina... la sua bambina... io... credo sia caduta..."
"Caduta? Mariangela che t'e successo, sei caduta?" Alle spalle della
signora, in fondo al corridoio, comparve una ragazza. Alta, mora, con un
paio di pantofole con i coniglietti.
"Quella è la sua bambina?" chiesi.
"Mamma!" disse Mariangela, "ormai ho vent'anni.... e basta co' 'sta
bambina!"
La signora fece un gesto con la mano, per zittirla.
"Che bambina diceva?" "Non... non lo so. Mi sarò sbagliato".
La signora si strinse nelle spalle.
"Guardi, non glielo dovrei dire, perché poi lei se ne approfitta, ma è vero
che il gatto l'ha fatto entrare la mia bambina.... cioè Mariangela".
"Il gatto?" "Si quel gattaccio nero che la fa dappertutto..." "Un gatto
nero?" "E quale se no? Il gatto che entra sempre...". La signora mi guardò
perplessa. "Si sente bene? E' diventato cosi pallido?".
No, non mi sentivo bene. Non mi sentivo bene per niente. Rinunciai ad
insistere sul fatto che il gatto che avevo visto io era bianco e nero,
perché c'era una domanda più importante da fare. Una cosa che mi era venuta
in mente all'improvviso, senza che ci avessi mai pensato.
"Perchè..." iniziai, ma dovetti riprendere subito fiato, "perché dice sempre
che io pago un po' meno d'affitto?" "Per via di quello che è successo nel
suo appartamento. L'anno scorso, prima che arrivasse lei" .
"E cosa è successo nel mio appartamento?" "La bambina. Quella che è morta
cadendo giù dalla finestra. Correva dietro al gatto ed e volata di sotto,
poverina".
La signora non vuole che faccia entrare il cane in ascensore, ma io me ne
frego, mi sono messo d'accordo col portiere, che non glielo dice. Dal
portone al mio appartamento sono sette piani e francamente col cavolo che me
li faccio tutti a piedi con Billo che a meta si sdraia e devo prenderlo in
braccio.
Perché non sto più a Trastevere, in vicolo del Bologna, no, mi sono
trasferito.
Adesso sto in un palazzone a Prati, ad un passo dall'ufficio, proprio sotto
l'attico del mio datore di lavoro.
Credo che sia per questo che ho scelto un appartamento in un quartiere come
Prati, dove chiunque, anche un fantasma, può sembrare un avvocato.
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