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Una recensione di Lucarelli da "Il Venerdì"   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #377 di 603 |
Con "L'ultimo vero bacio" il noir si è risvegliato dopo "Il Grande sonno".
Dapprima fu Chandler. Poi venne Crumley, suo «figlio illegittimo», ora
riproposto. Uno che di gialli se ne intende, Carlo Lucarelli, spiega perché
quei due giallisti, e i loro libri cult, hanno cambiato il genere. E lo
hanno trasformato in vera letteratura

Articolo di Carlo Lucarelli.

Ci sono romanzi che quando escono cambiano tutto. Non credo che gli
scrittori lo sappiano mentre li scrivono, loro ci lavorano, seguono un'idea
che hanno in testa, questa idea diventa un'ossessione, si fa scrivere una
parola dopo l'altra, si costruisce riga su riga, incarna personaggi e
luoghi, diventa azioni, sviluppa situazioni e poi a un certo punto finisce.
Lo scrittore, di solito completamente svuotato da una fatica che può anche
essere durata anni, ricomincia a respirare, soddisfatto. Il romanzo, invece,
diventa una pietra miliare nel suo genere e le cose, dopo, per gli altri
scrittori e gli altri romanzi, non saranno più le stesse.

E' la storia de "L'ultimo vero bacio", di James Crumley, un noir (uscito nel
'78), un hard boiled, che viene dopo "Il grande sonno" di Raymond Chandler,
che l'hard boiled ha contribuito a fondare, e come "Il grande sonno" rompe
le regole, le trasforma e diffonde nuove suggestioni che alla fine cambiano
il genere, tanto che come Crumley dice di essere "figlio illegittimo di
Raymond Chandler", ci sono molti scrittori che possono dire di essere figli
illegittimi di James Crumley.

Ma dire di un romanzo che è un classico è come dire a una persona che è il
decano di qualcosa: ti fa sentire ingiustamente vecchio e fuori moda. E
questa è l'ultima cosa che si può dire di "L'ultimo vero bacio", che è un
romanzo straordinario, di una potenza narrativa fortissima e che fa quello
che ci si aspetta da ogni bellissimo noir: ti tiene attaccato fino
all'ultima pagina appassionandoti fino alla disperazione alle storie dei
suoi personaggi.

Il primo è il protagonista, C.W. Sughrue, detective privato. Le prime righe
del libro ce lo mostrano seduto in un bar piuttosto malandato di un paesino
della California, e fin da quel momento io me lo sono immaginato esattamente
come James Crumley quando l'ho visto per la prima volta: un omone con una
pancia esagerata e un paio di baffoni enormi, appollaiato su uno sgabello
col gomito agganciato al bancone di un bar, a spiegare ridendo a un
giornalista che stava scrivendo romanzi noir sul traffico di droga col
Messico per dimostrare che il principale spacciatore era proprio la Dea,
l'antidroga degli Stati Uniti.

Non importa se Sughrue poi è diverso, c'è moltissimo di tutto questo in lui,
un uomo disincantato ma ancora molto ironico, una solida roccia che ne ha
viste un sacco e ha macinato migliaia di chilometri in auto per tutti gli
Stati Uniti, a scrivere Crumley, a dare la caccia a mariti insolventi
Sughrue. Che fa esattamente questo nel primo capitolo del libro, rintraccia
uno strano tipo di poeta ubriacone, e lo fa seguendo le tracce di un bulldog
alcolizzato, un bulldog, nel senso proprio di un cane. Lo trova, se ne
lascia impietosire, si fa coinvolgere in una rissa, il suo ricercato finisce
con un proiettile nel sedere e Sughrue non dovrebbe fare altro che aspettare
che esca dall'ospedale per caricarlo in macchina e riportarlo alla moglie.

Ma come in tutti i grandi noir, per giunta hard boiled, quando la storia
sembra essersi risolta ecco il colpo del destino che ti mette tra le gambe
un'altra cosa, un'altra storia, che ti porterà da tutta altra parte. Rose,
per esempio, la barista della bettola, che ha una figlia scomparsa.

La ragazza si chiama Betty Sue e aveva diciassette anni quando è andata a
San Francisco con il suo ragazzo, è scesa dalla macchina a un semaforo ed è
scomparsa, cosi dice lui. E tutto questo è avvenuto dieci anni e mezzo
prima. E per l'ingaggio non c'è altro che ottantasette dollari. Chiunque,
qualunque vero investigatore privato, se ne sarebbe andato in maniera più o
meno gentile, ma non il personaggio di un romanzo come questo, non Philip
Marlowe e neppure C.W. Sughrue.

La storia lo porta in giro per migliaia di chilometri lungo un gran pezzo
degli Stati Uniti, a macinare strade che si arrampicano sulle montagne o
tagliano piatte praterie, come in un film western o in un on the road della
migliore tradizione. C.W. Sughrue ne ha viste tante, ma ne vedrà ancora di
peggio, ma non si possono dire, perché bisogna scoprirle una per una con la
lettura, e poi c'è un colpo di scena finale che sarebbe davvero un delitto
rovinare con una parola di troppo.
Come dice Luca Conti nella bella postfazione che chiude il romanzo, questa è
una storia morale senza morale, come lo sono i personaggi del romanzo e come
forse lo è anche Crumley. Il vecchio Raymond Chandler diceva che davanti al
criminale deve camminare un uomo che un criminale non è. Un cavaliere senza
macchia e senza paura, e infatti le macchie del suo Marlowe, alla fine,
erano abbastanza stinte: bere un po' troppo, essere un po' cinico ma non
molto, lasciarsi scappare battute irriverenti e poco altro.

Il noir più moderno, da L'Ultimo vero bacio di Crumley su fino ai romanzi di
Ellroy e degli altri scrittori "cattivi" come lui e anche di più, ha
cominciato a non lavarle più quelle macchie, tanto che a volte, nella
storia, non si distingue più chi agisce male da chi agisce peggio. Quello
che ci fa amare un personaggio, quello che ci fa appassionare a lui, è il
suo grado di ossessione e di disperazione, non la sua purezza morale.
Quell'attaccarsi a vecchie regole per non affondare, oppure quel continuare
a fare una cosa anche se tutto ti dice di mollare perché forse, dopo, non
sapresti più che altro fare. C.W. Sughrue che continua a macinare chilometri
cercando Betty Sue, anche se non sa più veramente perché la sta cercando.

E' bello L'Ultimo vero bacio, è un classico, è una pietra miliare, è forse
il libro più riuscito di James Crumley ed è un gran bel romanzo. C'è
un'altra affermazione di Luca Conti che mi sento di prendere a prestito,
perché l'avrei detta io se non l'avesse scritta lui, una cosa che si può
dire di molti romanzi come questo, al di là di tutte le stupide e riduttive
etichette di genere. Questo non è soltanto «il capolavoro assoluto della
narrativa hard boiled, ma uno dei romanzi più importanti, e soprattutto più
belli, della narrativa americana tout court della seconda metà del
Novecento».

"L'ultimo vero bacio" di James Crumley, Einaudi Stile Libero Noir, pp. 300,
10,50 euro.

Tratto da "Il Venerdì" de "la Repubblica", n. 868 del 5 Novembre 2004, pagg.
108-109.



********************
http://oltre.ilcannocchiale.it




Lun 15 Nov 2004 12:49 pm

oltre360
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Inoltra Messaggio #377 di 603 |
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Con "L'ultimo vero bacio" il noir si è risvegliato dopo "Il Grande sonno". Dapprima fu Chandler. Poi venne Crumley, suo «figlio illegittimo», ora ...
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oltre360
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15 Nov 2004
12:50 pm
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