|
Egregio Signor Lucarelli, vorrei innanzitutto farle i complimenti per
i suoi libri (li ho letti quasi tutti) e per la sua trasmissione.
Sicuramente riceverà un sacco di messaggi che forse non leggerà
neppure ma voglio ugualmente inviarvi questa e-mail. Vorrei
segnalarvi un caso che mi ha molto turbato. Sul sito
www.lastradaweb.it è stata pubblicata nella sezione “al di là del
muro!-epistole dal carcere” una lettera (titolo”tante
sbarre”)
scritta da un detenuto, Sgambelluri Saverio, condannato a 24 anni di
reclusione per un omicidio commesso nel 1986 a Canolo (RC), un
minuscolo paese dell’Aspromonte. In questa lettera egli si dichiara
innocente. E’ risaputo che molti detenuti si dichiarano innocenti
nonostante ci siano delle sentenze di condanna che dimostrano il
contrario ma può alcune volte accadere che la verità giudiziaria
sancita dalle sentenze si discosti dalla reale verità dei fatti e in
alcuni casi la nostra giustizia ritorna sui propri passi (il
caso “Tortora” non ha bisogno di commenti). Io non posso sapere se
dichiarandosi innocente il detenuto Sgambelluri Saverio dichiari il
vero o il falso ma se fosse davvero innocente? Se fosse stato
ingiustamente condannato a 24 anni per un omicidio non commesso? Il
solo pensiero è a dir poco angosciante. Nella sua lettera Sgambelluri
parla di due gradi di giudizio: nel primo viene assolto, nel secondo
viene condannato e decide di diventare un latitante. I chiaroscuri e
le sensazioni che ho avvertito nella storia che il detenuto racconta
nella sua lettera mi ricorda il romanzo di Kafka, “Il processo” ma
penso che le sensazioni che abbia provato Sgambelluri durante il suo
processo (a prescindere dalla sua innocenza o meno) siano stati
peggiori dell’incubo vissuto dal protagonista del romanzo di Kafka.
Nel caso Sgambelluri c’è una persone vera che sta in carcere e dice
di essere innocente e a far da sfondo c’è un paesino arroccato sulle
pendici dell’Aspromonte con i suoi abitanti forse spaventati e con
una mentalità forse arretrata che una sera del 1986 scopre un
omicidio: sono luoghi( la locride,l’Aspromonte) e tempi molto tristi
quelli, (mi dispiace parlare cosi perché io sono calabrese e amo la
Calabria) in cui avvengono molti delitti collegati alla criminalità
organizzata, (ero un ragazzino ma ancora ricordo le notizie dei
sequestri di persona) come lei stesso ha raccontato nella sua
trasmissione, nella puntata dedicata alla ‘ndrangheta: mi amareggiò
molto il racconto di quel sequestrato che riesce a scappare dalla sua
prigione,finisce in un paesino dove chiede aiuto ma invece dei
soccorsi arrivano i rapitori che lo riportano nel loro nascondiglio.
Io non posso fare altro che associarmi al desiderio del detenuto
Sgambelluri Saverio affinché la sua vicenda giudiziaria sia resa nota
e venga conosciuta in modo che qualcuno si interessi a questo caso e
lo faccia approfondire. Speranzoso di un suo interessamento e della
sua attenzione verso questo episodio giudiziario la saluto
cordialmente.
Maurizio Benedetto
P.S. questa è la lettera di Sgambelluri Saverio pubblicata sul sito
www.lastradaweb.it alla sezione “Al di là del muro!-Epistole dal
carcere”.
All. S.V. Avv. Mariano Marchese
Io che le scrivo sono Saverio Sgambelluri, oggi vi ho conosciuto nel
carcere di Cosenza, ero uno degli attori della recita. Io è da tanto
che lotto per la mia innocenza
Ho scritto a tanti personaggi politici e nessuno ha fatto un passo
per potermi aiutare
Forse è Dio che ha voluto la vostra conoscenza, io ho letto nei
vostri occhi una forza
di volontà di aiutare le persone che soffrono e non hanno voce, io vi
ho spedito una
sintesi della mia storia, se vi servirà altro mi potete chiedere oggi
per tanti di noi c'è
chi ha sbagliato ma c'è chi si trova innocente come me. Io avevo
vergogna di essere
in carcere, perché la mia vita non era questa ma adesso mi sono
dovuto abituare e
comportarmi come tutti ma dentro il mio cuore non ho nessuna colpa da
scontare.
La mia forza è nella speranza che Dio mi dà e la mia famiglia che mi
vuole tanto
bene e mi sta vicino. E tante persone nel carcere come i volontari
Donna Adelaide,
e un'altra ragazza Piacentini volontaria mi stanno aiutando
moralmente, anche se
la Piacentini sta approfondendo il mio caso. Il mio cuore oggi gioiva
caro avv. e la
sua collega che tutti noi aspettavamo che qualcuno portava la nostra
voce. Da chi
soffre e c'è un modo per poter far sapere che non siamo dei mostri ci
sono persone
innocenti. Oggi mi sono sentito una persona utile per tante persone
abbiamo trasmesso le nostre emozioni che abbiamo dentro ognuno di
noi. Io le chiedo dal
profondo del mio cuore avv. Marchese vi sta chiedendo aiuto una
persona che soffre
tanto e fino adesso nessuno si è interessato della mia vita. Con la
mia persona non si
diventa famosi, però conoscendomi si può conoscere una persona con un
cuore
grande e sensibile ma non un assassino. Io mi auguro che lei potrà
pubblicare questa
lettera e spero che se può mi aiuterà. Io sono innocente ma nessuno
fino adesso si
è preoccupato, quando sento che si tratta di ingiustizia, solidarietà
è solo una parola
detta tutti i giorni ma la fa solo la povera gente che ho conosciuto
in questa disgrazia
della mia vita più grande di me. Vi ho scritto un racconto di Natale
grazie di cuore e vi auguro a tutti voi un Buon Natale e Felice Anno
Nuovo a voi e tutte le vostre famiglie.
P.S. il racconto lo può pubblicare e la mia storia anche se non trova
qualcosa che
non va me lo faccia sapere. Grazie
Distinti Saluti
Saverio Sgambelluri
Il Natale
Nel 1986 la mia vita si è spenta
sono stato arrestato e questo avvenimento, per me ingiusto ha
cambiato la mia vita
e quella della mia famiglia E dura a passare tra queste quattro mura
una festa come
Natale per chi è colpevole ma ancora di più per chi è innocente. La
mia famiglia e
tutti i miei amici mi danno forza ed io, con l'aiuto di Dio, coltivo
la speranza di
poter uscire e vivere, correre, amare la vita, la natura e vedere
prati di fiori e gli
uccelli volare e il mare che io amo. Io vivo per poter un giorno
abbracciare le
persone che amo. Sono stato privato della libertà fisica ma il mio
pensiero è rimasto
libero è nessuno me lo può togliere, che è Dio ad avermelo dato. Io
trascorrevo il
Natale insieme a tutta la mia famiglia, il giorno della vigilia
andavamo tutti a messa e aspettavamo la mezzanotte e la nascita di
Gesù Bambino. Poi, in chiesa ci davamo gli auguri e a casa mangiavamo
il panettone, tutti felici e contenti.
Il giorno di Natale si preparava un grande pranzo per noi e per gli
zii e i cugini che
venivano da Genova e Gerace. La nostra non è una famiglia ricca, ci
bastavano
poche cose per essere felici: l'amore tra di noi, il rispetto per i
nostri genitori, i
sacrifici fatti da loro per allevare la famiglia si superavano con
affetto ed allegria.
Questa allegria è sparita nel momento in cui mi hanno arrestato ma
l'amore rimane
e mi da tanta forza.
Non si può capire cosa si prova quando manca un figlio innocente alla
mamma, al
papà, ai fratelli e ai nipotini, è un dolore immenso dentro al cuore.
Loro non sanno
più cosa fare per liberarmi da questa condanna che mi toglie la vita,
hanno provato
di tutto. Io ho passato tanti Natale dentro il carcere. Ho sentito
così la forza della
mia famiglia che mi vuole bene. Faccio il colloquio e ci facciamo
forza l'uno con
l'altro; mi accarezzo mio papà, mia mamma, i miei fratelli, i miei
nipotini che
stringo forte al mio cuore e quando mi chiedono perché non torno a
casa io non
so dare risposta, il mio cuore si spacca e dai miei occhi scendono le
lacrime; per
consolarmi mi dicono: sappiamo che sei innocente e ti vogliamo più
bene.
Una forza dentro di me mi fa respingere il Natale qua dentro e penso
di essere con
la mia famiglia. Però anche tra di noi cerchiamo di passarlo diverso
dagli altri
giorni: cerchiamo un po’ di allegria e dimenticare che siamo in
questo inferno: e
poi, la sera, quando vado a letto, il mio pensiero va alla mia
famiglia e con il pensiero
comunico tutto il mio amore e forse piangerò in silenzio, però per
amore devo andare
avanti. E dico: viva Natale per tutti, per quelli che soffrono e non
e prego Dio che ci
possa indicare la strada per la libertà; prego e con l'aiuto di Dio,
spero sempre per
il prossimo Natale di essere insieme alla mia famiglia.
Buon Natale a tutti
Saverio Sgambelluri
Io sottoscritto Sgmbelluri Saverio nato a Canolo V. (RC), il 07.03.
1965.
Mi trovo in carcere in quanto mi sono costituito spontaneamente il
19.06.1999
dopo un periodo di latitanza, trascorso nella speranza che, al fine,
la Giustizia
avrebbe trionfato e la verità mi avrebbe ridato la dignità e una
ragione per
ricominciare a vivere. Invece, il 26.07.1986 la mia vita è stata
definitivamente
distrutta ed annientata la mia famiglia.
Avevo 21 anni, adesso ne ho 34 e non ho potuto farmi una famiglia
perché un errore giudiziario mi ha chiuso ogni speranza.
LA MIA STORIA
Era il giorno 18 luglio 1986; io abitavo in un paesino della Calabria
Jonica,
distante 18 Km dal mare: Canolo Vecchio, che conta, appena, 800
abitanti, ci
conosciamo tutti.
Dopo aver cenato , io e il mio amico d'infanzia, T.S., avevamo un
appuntamento
con due ragazze a nome G.R. e G.L.
Ci siamo recati in piazza, siamo andati a prendere un caffè al bar, e
poi abbiamo
incontrato altri nostri amici che abbiamo salutato per avviarci
all'appuntamento con
le due ragazze.
Queste, erano uscite con il loro fratellino, G.O., che hanno lasciato
presso il
bar per recarsi, da sole verso i monti, sulla strada che porta a
Canolo Nuovo;
io e il mio amico le abbiamo raggiunte in macchina. Abbiamo scherzato
insieme fino alle 22 circa per poi rientrare al fine di evitare
dicerie dei paesani.
Decidemmo, dopo aver lasciato le ragazze, di scendere, in macchina,
verso il mare.
Alcuni nostri amici che abbiamo incontrato in paese, intenti a
passeggiare, F.G., M.N., G.N., L.V., da noi invitati ad andare verso
Siderno, non aderivano all'invito;
erano le 22-22.15 circa.
Prendemmo, assieme a T., la strada che porta al mare ed arrivati ad
Agnana Calabra RC, in un posto di blocco, siamo stati fermati, siamo
stati perquisiti e poi ci hanno fatto proseguire senza, però,
consegnarci alcun verbale di perquisizione.
A Siderno Superiore abbiamo visto una colonna di Carabinieri e un
militare, con l'Alfa, ci ha fatto segno di fermarci per consentire
alla colonna di passare; ci siamo accostati e, quando ci ha fatto
segno di andare via, siamo arrivati a Siderno Superiore
davanti al bar C.S. che noi abbiamo salutato; lo stesso domandava
cosa fosse successo e noi abbiamo risposto che eravamo stati fermati
dai Carabinieri; davanti al bar c'erano altre persone.
Subito dopo, io e il mio amico ci siamo diretti verso Locri quivi
abbiamo parcheggiato la macchina e siamo entrati in discoteca, dove
ho incontrato un ragazzo di Gerace, di cognome B., assieme ad un suo
amico, col quale abbiamo scambiato il saluto.
Quando abbiamo finito di ascoltare la musica ci siamo recati verso
casa; arrivati a Canolo V., in piazza, abbiamo visto un' ''
Alfetta '' dei carabinieri vicino alla fontana una folla di persone,
in via Furfara, dove c'erano dei carabinieri; noi abbiamo chiesto che
cosa era successo e un carabiniere ha risposto che avevano ucciso il
vigile R.G., siamo rimasti terrorizzati.
Un carabiniere ci ha chiesto una sigaretta e ci ha domandato: ''è
vostra la Giulietta? Io vi ho visto a Siderno Superiore''.
Dopo un po’ ci siamo fatti coraggio e siamo passati da una stradina
per arrivare sul posto dove c'erano tra le altre persone, il
Maresciallo I., tale S. R. e il padre e la moglie M.C., tutto il
vicinato e il R. era in una pozza di sangue.
Decidevo di andare a casa e, poiché abitavo in via Castello zona
distante e disabitata, ho chiesto al T. e al S.R. se mi accompagnava
e loro hanno risposto che avevano paura, così dopo un po’ mi sono
messo a correre.
Quando sono arrivato a casa ho svegliato mia mamma e mio padre; ero
troppo terrorizzato, tremavo e ho riferito quello che avevo visto;
mia mamma si è alzata mi ha fatto un caffè e così mi sono ripreso.
Non avevo mai visto una cosa così orribile noi non siamo delinquenti.
La mattina del 26.07.1986, presto, sono venuti i carabinieri a casa
mia io non c'ero perché mi ero recato a Gerace, da mia nonna, in
quando il giorno prima doveva congedarsi mio cugino.
I carabinieri sono stati accompagnati da mio fratello a Gerace; hanno
bussato e, dopo
aperto, mi hanno detto di vestirmi che mi dovevo recare in caserma
con loro.
Mi hanno portato in un sotterraneo; mi hanno chiesto di togliermi le
scarpe e la collana e mi hanno chiuso in una cella con una tavola per
sedermi, io ho chiesto come
mai mi mettevano li dentro, io non avevo fatto niente loro mi
dicevano di non preoccuparmi che andavo via.
Mi hanno chiuso ed io pensavo al mio fratellino, che stava sopra
dentro la Jeep; io piangevo e nessuno rispondeva, stavo male,
chiamavo e nessuno rispondeva.
Più tardi ho sentito la mia mamma che stava male; io non sapevo cosa
stava succedendo non mi rendevo conto per quale motivo mi trovavo lì
dentro e trattato come un criminale.
Dopo un po’ mi hanno aperto, perché dovevo andare in bagno; mezz'ora
dopo sono venuti e mi hanno aperto, io stavo male, sono andato in
bagno. Il carabiniere DM. mi
diceva tu sai chi ha ammazzato il vigile? Io ho risposto che non
sapevo nulla facendo presente che ero stato fermato a Siderno
Superiore.
Alle mie richieste sul motivo per cui mi tenevano lì, il carabiniere
ha risposto che me ne andavo presto.
Invece mi hanno portato dentro l'ufficio e mi hanno fatto vedere le
mie tute mimetiche ed il fucile di mio padre, mi hanno chiesto se le
mimetiche erano le mie ed io le ho controllate. Poiché erano le mie,
che usavo come lavoro, ho firmato un foglio che non ho letto; ero
troppo terrorizzato, non vedevo l'ora di andare a casa ma pensavo ai
miei genitori che erano terrorizzati. La nostra famiglia non ha avuto
mai problemi con la giustizia.
Nel pomeriggio mi sono venuti a prendere nella cella dove mi trovavo
dalle cinque del mattino, senza bere né mangiare, ero debole; mi
hanno messo le manette e mi sono messo a piangere gridando la mia
innocenza, io non avevo fatto niente, mi sentivo morire e il
carabiniere DM. continuava a dire: ''non ti preoccupare un paio di
giorni e poi è tutto a posto''.
Mi hanno portato nella caserma di Locri, mi hanno fotografato e mi
hanno portato dentro il carcere.
Io camminavo ma dentro di me ero morto, non ci potevo credere.
Quando sono arrivato mi hanno preso le impronte e mi hanno
fotografato un'altra volta e mi hanno chiesto per cosa mi hanno
arrestato, ed io ho risposto che mi hanno trovato due mimetiche, non
sapendo di che cosa ero accusato.
Dopo mi hanno fatto spogliare nudo mi sono rivestito e mi hanno
portato dentro una cella.
Sentivo persone gridare, ero terrorizzato.
Mi hanno chiuso, non riuscivo a darmi pace, pensavo di capire come mi
trovavo lì dentro e piangevo fino al settimo giorno.
Mi hanno chiamato in una sala dove c'erano quattro persone; mi hanno
fatto sedere su una sedia, di fianco a me c'erano due persone un uomo
e una donna, non sapevo chi erano, e di fronte a me c'era un uomo con
la barba e al suo fianco un altro uomo con la macchina da scrivere.
Hanno iniziato a farmi delle domande e ho capito che il signore con
la barba, che mi stava interrogando, era il Giudice.
Mentre raccontavo la verità mi sono girato per spiegare che io quella
sera non ero a Canolo e le persone a fianco a me hanno detto: ''devi
parlare con il giudice, noi siamo gli avvocati B.e F.
Così dopo che ho raccontato tutta la verità, il Giudice P.M. A. mi ha
detto che c'era un teste, io ho risposto che non c'ero quella sera in
paese.
Dopo un po’ il Giudice mi ha detto di andare; io mi ero scaricato
perché avevo parlato con qualcuno, la mia coscienza era a posto.
La guardia mi ha portato in cella e mi ha detto di prendere il
materasso; a me si è aperto il cuore, ho pensato: sono libero! Invece
mi veniva riferito che dovevo andare dove c'erano i cancelli.
Ho sentito tante voci , la testa piena di ronzii, erano sette giorni
che non mi facevo la doccia, avevo la barba lunga, mi hanno dato
l'occorrente per fare la doccia.
Tutti mi hanno aiutato moralmente, avevo 21 anni, la mia famiglia non
ha mai avuto a che fare con la giustizia. Non auguro a nessuno di
passare queste sofferenze di perdere la libertà e l'affetto di tante
persone care.
In carcere ho lavorato e tutti mi dicevano che ero un bravo ragazzo,
non potevo essere un assassino, ci vuole un motivo e avere una
cultura di fare delle azioni così terribili.
Il giorno del processo, il 24.05.1988, sono stato assolto per non
aver commesso il fatto, c'era una persona, S. I. di sessantanove
anni, che ha dichiarato che stava dormendo, e si è svegliato quando
era arrivato il figlio, R., nulla aveva visto relativamente
all'omicidio.
Il figlio ha visto il morto, appena ucciso, in una viuzza che sta
vicino a casa sua, però ha detto che non ha visto nessuno, in quanto
ci sono case da una parte e dall'altra.
Disse di avere svegliato il padre e anche la madre, mentre rientrava.
Il sig. I., dopo una settimana, ha cambiato versione, dicendo di aver
visto me e T. uscire, il figlio R. non è stato sentito, in primo
grado.
La corte si è recata sul posto e dal posto dove il sig. I. sosteneva
di aver visto, di fatto non si poteva vedere niente e poi era una
zona buia. Ciò è stato constatato da tutta la Corte.
Anche noi imputati siamo stati portati sul posto, però il presidente
ha dato l'ordine di non farci scendere, per evitare spettacolo.
C'è stato qualche nostro testimone che non ha detto la verità per
paura di essere incolpato come noi che non sapevamo niente, e ci
siamo trovati in galera nella nostra giovane età.
Purtroppo la sentenza di primo grado è stata appellata dal P.M. e a
Reggio Calabria siamo stati condannati a 24 anni.
Volevo precisare che a noi non hanno mai fatto il guanto di paraffina
detto stub.
Io, quando c'è stato l'appello a Reggio Calabria, ho presenziato fino
alla requisitoria, avevo perso tanti giorni di lavoro e così mi sono
recato a Genova per lavorare alla ditta Cosmo, avevo fatto un
telegramma alla Corte.
Quando, il pomeriggio, ho saputo che ero stato condannato a 24 anni
mi è caduto il mondo addosso, ero terrorizzato, ho trascorso un anno
chiuso in casa perché avevo il terrore di tornare in carcere.
Avevo fiducia negli Avvocati N. e B. per il ricorso in Cassazione.
Così non è stato, l'Avvocato B. non conosceva il mio processo, hanno
fatto solo il loro interesse.
Queste persone per me non hanno coscienza; quando si sa che due
persone sono innocenti si devono battere per avere giustizia; noi
siamo numeri, non persone umane come lo siamo. Stiamo pagando con la
nostra vita, e i nostri familiari, e i familiari del morto non hanno
avuto giustizia.
Sono stato otto anni latitante perché la mia coscienza verso Dio era
a posto, io ho lavorato come tanti cittadini. Soffrivo perché stavo
sempre in casa, di notte non potevo avere la libertà, non avevo una
donna a cui potevo voler bene e dare tutto il mio affetto, avere una
famiglia e dei bambini, che desideravo avere, mi è mancata tanto la
mia famiglia, i miei nipoti, i miei fratelli, mio papà e la mia
mamma, i miei nonni che sono morti nella mia assenza.
Ho trascorso tutti questi anni, avevo speranza che si poteva rifare
il processo, avere una revisione, non dovevo andare in carcere, e
invece così non è stato; gli Avv.ti hanno preso in giro la mia
famiglia e sfruttata. Sulle disgrazie altrui non bisogna speculare.
Non mi hanno mai cercato, dove stavo da un mio parente; sapevano e
sanno che noi siamo innocenti, il caso si doveva chiudere non ha
importanza chi lo paga.
Avevo chiesto una revisione tramite l'Avv. N.G.e l'Avv. M.G. di
Torino, perché c'era stata una testimonianza di S.I., e il figlio
aveva scritto a mio padre una lettera che spiega come mai il padre,
ha fatto i nostri nomi, ma non è valso a niente, la Cassazione non ha
accettato la revisione. Gli Avv.ti avevano promesso che stavo fuori e
così non è stato, si sono presi, per fare un ricorso, £ 10.000.000 e
così la mia famiglia ancora più distrutta.
Io avevo perso tutte le speranze ma non mi arrendo; ho conosciuto
tante persone lavorando come manovale nei cantieri, e mi hanno
indirizzato dall'Avv. A.V., perché lui è una persona che si batte per
la mia innocenza, non lo fa per speculare, ma come uomo che vuole
giustizia non si possono tenere due persone 24 anni in galera
innocenti.
Io mi sono presentato perché voglio giustizia e vivere la vita che mi
appartiene e Dio mi ha dato e che la Giustizia mi ha privato. Ma io
so che con l'aiuto dell'avv. A.V. riuscirò a fare giustizia, per
avere una revisione.
Non si ammazza senza un motivo, non hanno mai specificato da dove è
stato ucciso il vigile R. , nonostante un sopralluogo, non hanno mai
voluto sentire tre miei testimoni in appello; nemmeno R.S., figlio di
I., è stato mai sentito come teste.
Io chiedo solo giustizia e non mi stancherò mai di gridare la mia
innocenza.
Una persona non può capire cosa si prova a stare chiusi in galera,
innocenti: la vita è consumata non si può ritornare indietro a farsi
una famiglia, ritornare giovane, stare insieme con la famiglia e
averne l'affetto, l'amore dei genitori dei figli, perdi tutto di
questo dono che Dio ti ha dato.
Io ho tanta voglia di vivere e per questo voglio trovare un modo, con
l'aiuto di tutti, per avere la libertà, che è una cosa che non si può
pagare per averla, è una cosa che Dio ci ha dato e l'uomo ce la
toglie senza pensare due volte; in questo mondo non ha prezzo la vita
delle persone.
Solo Dio sa se il prezzo della nostra vita. Io scriverò a tante
persone cui far conoscere la mia storia e spero che le persone
sensibili mi possono aiutare.
Scrivo a lei Capo dello Stato, io non chiedo niente, solo di poter
avere giustizia e ritornare nella mia famiglia che amo .
In questo carcere la mia vita è solo distrutta, ma la mia coscienza è
pulita, non devo pagare un omicidio del quale sono innocente.
Ho scontato tanto con la mia vita e prego, tutti i giorni e di notte,
che Dio illumina le persone come lei che contano nel nostro paese.
Potrò riavere la mia vita? Non sono un assassino, sono un ragazzo
sfortunato.
Vi ringrazio di cuore alla Signoria Vostra e spero che avrò una
risposta, che Dio vi aiuta come mi sta aiutando a me per andare
avanti da questo inferno.
Siderno il 20/11/95 Sig. Sgambelluri Pietro
Via S. Lucia, 11 - 89040 Gerace (RC)
Sono il figlio di S.I., R.. Sono riuscito, finalmente, a trovare il
Vostro nuovo indirizzo, perchè non sapevo dove vi eravate trasferito.
Vi scrivo questa lettera dopo che, in famiglia, abbiamo saputo che
Vostro figlio Saverio e T.S. sono stati condannati definitivamente,
per colpa della testimonianza di mio padre, non abbiamo più pace per
le continue lamentele di mio padre che è preso dallo scrupolo di
coscienza in quanto dice di essere stato preso in giro e che gli
hanno fatto dire cose che non sono vere.
Lui dice di non avere mai visto Vostro figlio o il T., la sera che
hanno ammazzato il vigile R.G.. Si trovava a letto e subito dopo i
colpi sono arrivato in casa io che l'ho trovato a letto e gli ho
riferito che vi era un morto e che bisognava chiamare i carabinieri.
Mia madre era pure a letto con mio padre.
Mio padre è stato intimorito perché gli dicevano che se non accusava
Vostro figlio e il T. la colpa dell'omicidio veniva caricata su di me
e tante altre cose che hanno impaurito mio padre che sapendo che io
non ero colpevole di niente, non voleva che mi succedessero grane con
la giustizia.
Mio padre è anziano e analfabeta e capisce poco o niente di quello
che gli chiedono e dicono. Solo ora ha capito il grave danno che vi
ha portato e la nostra vita è diventata un inferno, perché non vuole
morire con la coscienza pesante di una accusa che non voleva che
innocenti sono stati condannati per colpa sua.
Mio padre è andato da un Giudice di Locri e ha voluto parlare con lui
per dirgli che non vuole sulla coscienza la vita di due giovani
innocenti.
Mio padre, a mio mezzo, intende anche chiedere perdono alla vostra
famiglia e a quella di T. per il male fatto e non vuole che la sua
anima sia macchiata di questa colpa.
Vi prego di accettare queste scuse e di farle accettare da vostro
figlio Saverio al quale, come al T., chiede perdono sperando che Dio
interviene per la giustizia.
Vi ringrazio anticipatamente con i migliori auguri per i due giovani
condannati ingiustamente e in fede vi saluto.
S.R.
|
"tanuzzo1977" <tanuzzo1977@...>
tanuzzo1977
Offline Invia email
|