Correvano gli anni quaranta.
A Correggio, grazioso fazzoletto di terra nella pianura padana,
furono commessi tre delitti fra i più rivoltanti che si possano
immaginare.
Tre donne, apparentemente allontanatesi volontariamente dal paese,
furono uccise a colpi di mannaia, depezzate con rozzi arnesi da
lavoro, infine trasformate in saponette e pasticcini.
I loro beni messi in vendita sulle bancarelle.
La macchina della giustizia si mise in moto pigramente, ma la chiave
del mistero era a portata di mano.
Leonarda Cianciulli era una donna piccola, non più giovane, mai
stata bella.
Sul suo corpo i segni della pazzia e della miseria.
Di lì a poco fu condotta dinanzi ad una austera Corte di Assise.
I giudici, sulle prime, non credettero alle sue confessioni. Troppo
debole - dissero - per aver fatto tutto quanto da sola. Da lei
un'inattesa sfida: "portatemi un cadavere di qualunque età e i
vostri occhi giudicheranno se quanto ho detto non è vero".
A sorpresa i giudici raccolsero il guanto.
La Corte si trasferì presso l'obitorio cittadino per compiere
l'esperimento giudiziario più immorale che le cronache di tutto il
mondo ricordino.
Pochi giorni prima era deceduto per strada un vagabondo, senza soldi
e senza famiglia.
Il codice penale, già promulgato, punisce la soppressione e il
vilipendio di cadavere. La Corte, tuttavia, non se ne curò affatto e
comandò che quel cadavere fosse messo a disposizione per acclarare
l'attendibilità della deposizione dell'unica imputata.
Dinanzi a giudici, avvocati e numerosi astanti, la "Saponificatrice"
di Correggio in soli 12 minuti tagliò in undici parti il corpo del
derelitto, li accatastò dentro al suo solito pentolone e, con sette
chili di soda caustica, procedette alla saponificazione.
Di Leonarda Cianciulli, se si esclude un film girato poco dopo la
sua morte, negli anni settanta, non si è più voluto parlare.
Perché?