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Kogyaru ragazzine vivaci   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #121 di 569 |
Kogyaru, le ragazzine vivaci


Ripropongo il mio articolo sulle kogyaru. In questi mesi le polemiche contro i
giovani sono cresciute a dismisura, perciò sento più viva che mai l'esigenza di
ricordare quanto detto e scritto sulla situazione giovanile giapponese e
italiana. Il merito delle mie ricerche è di aver fatto emergere la falsità di un
conflitto che parte dalla costruzione di giudizi e pregiudizi, ed etichetta i
giovani come ribelli e asociali.



Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/g/gothiclolita.php





Kogyaru. Le ragazzine vivaci

Antropologia delle vispe ragazze delle metropoli giapponesi

di Cristiano Martorella


13 settembre 2003. Il termine kogyaru, spesso scritto anche kogal, è un
neologismo giapponese nato negli anni '90, ed è composto da un gairaigo (parola
d'origine straniera), gyaru (forma giapponese dello slang americano gal,
ragazza) e da un prefisso, ko (bambina). Kogyaru significa piccola ragazza,
ragazzina, ed indica le giovani giapponesi fra i quindici e i vent'anni circa
alla ricerca di un look particolare e un'esistenza spensierata tipica della loro
età. L'etimologia del termine kogyaru è dunque semplice e non deve fornire
l'occasione per assurde interpretazione (1). Ko è un suffisso usato anche nei
nomi femminili (per esempio Haruko, Keiko, etc.) ed ha una valenza di
vezzeggiativo. D'altronde è noto come per l'estetica giapponese ciò che è
piccolo diviene carino e grazioso. Il tentativo della sociologa Sharon Kinsella
di interpretare le kogyaru come un fenomeno di contestazione prodotto dalla
società consumistica è aberrante e privo di fondamento scientifico. Le kogyaru
si pongono obiettivi ben diversi da quelli supposti da Kinsella. Innanzitutto
divertirsi, poi divertirsi e ancora divertirsi. Il loro motto è: "Se lo trovi
divertente non chiederti perché". Cosa c'è di strano se le ragazzine vogliono
trascorrere delle giornate piacevoli?

Fra le attività preferite dalla kogyaru c'è ballare il parapara. Il parapara è
una danza già in voga nel 2000 che si balla muovendo le braccia e le gambe in un
modo un po' figurato. Però lo scopo del parapara è soprattutto creare il
riconoscimento nel gruppo, identificandovi attraverso l'imitazione dei movimenti
del ballo. Dal punto di vista antropologico il gesto permette anche
l'integrazione spazio-temporale attraverso la modulazione delle forme e del
movimento. Secondo André Leroi-Gourhan l'estetica costituisce l'evoluzione umana
insieme alla tecnica e al linguaggio. Questo trittico etnologico composto da
tecnica, linguaggio ed estetica ha un carattere differente nell'ultima istanza.
Infatti l'estetica non è determinata soltanto dalla società, ma l'individuo è
coscientemente libero della scelta e può perfino creare. Le kogyaru rispecchiano
quest'analisi etnologica. Esse non cercano esclusivamente l'omologazione,
piuttosto ricercano la creazione di uno stile individuale. Perciò definire un
abbigliamento tipico delle kogyaru sarebbe improprio. Certamente svolge un ruolo
importante la divisa scolastica che ha centinaia di varianti, così quanti gli
istituti scolastici. A ciò si aggiunge la facoltà di cambiare alcuni indumenti,
come per esempio i calzini. In particolare, i calzini più in voga fra le kogyaru
sono i ruuzu sokkusu (calzini larghi e pendenti, dall'inglese loose socks).
Questi calzini larghi di colore bianco ricadono sulle scarpe coprendole
parzialmente. La gonna, abitualmente una gonna corta blu scuro, si è evoluta in
una minigonna a scacchi simile al tartan, di colore consono al resto della
divisa. La foggia della divisa scolastica può essere alla marinara (seeraa fuku,
dall'inglese sailor), ma anche un tailleur abbinato a una cravatta. Si tratta
comunque di elaborazioni sulle divise dei college di tutto il mondo, a cui si
aggiunge il gusto estetico delle kogyaru. Però l'abbigliamento delle kogyaru non
è ristretto alla divisa scolastica, anche se questa è particolarmente amata
perché simbolo dello status di studentessa e dunque icona della gioventù. Per un
certo periodo sono stati di moda gli zatteroni, le zeppe alte e gli stivali, ma
anche i pantaloni larghi a zampa d'elefante. Insomma, un ripescaggio del
vestiario degli anni '70. Tutto all'insegna del coloratissimo, dei colori
pastello, del fluorescente, di qualcosa che sia sempre sgargiante ed evidente.
Ciò con lo scopo di distinguersi assolutamente. Il motto delle kogyaru è:
"Essere se stesse".

Per chi è esterno e poco confidente con questo mondo, le kogyaru possono
apparire tutte uguali. Eppure i gruppi e le varie denominazioni sono
estremamente differenti. Una attenta ricognizione rivelerà come realmente ogni
kogyaru sia un'individualità con i propri gusti e tendenze. Perciò per quanto
riguarda l'abbigliamento non si può fissare uno stile unico.

Il trucco usato adopera spesso fondotinta azzurri o bianchi che ingrandiscono
gli occhi. Il rossetto è chiarissimo, rosa pallido oppure azzurro-violetto.
Questo trucco a volte risalta sulla pelle abbronzata detta ganguro. Ganguro
gyaru è anche il nome delle ragazze che vantano un'abbronzatura eccessiva. Anche
le yamanba, altro celebre gruppo di ragazze trasgressive, hanno l'usanza di
abbronzarsi artificialmente. I capelli delle kogyaru sono spesso decolorati
castano chiaro (chapatsu), oppure il più vistoso biondo platino con riflessi
argentei. Per esigenza di chiarezza, bisogna aggiungere che il tingersi i
capelli non rappresenta più una stranezza considerando che questa pratica esiste
da secoli in Occidente. Tingersi i capelli era una moda già presente fra le
matrone dell'Impero Romano.

Molte riviste sono state dedicate alle kogyaru consacrando il loro status di
fenomeno sociale, forse calcando un po' la mano su una realtà giovanile che non
ha nulla di eclatante. Fra queste riviste ricordiamo "Egg", "Urecco" e "Cream".
Secondo Urasawa Naoki (2) il movimento giovanile giapponese ripeterebbe certi
stilemi degli anni '70, specialmente nell'estetica, privi però della stessa
ideologia. Urasawa ritiene che l'epoca attuale è segnata da una bassa crescita
demografica, e ciò impedirebbe la formazione di un movimento molto numeroso.
Ridimensionare l'impatto della cultura giovanile giapponese non significa
ignorarla. Piuttosto bisogna considerare meglio altri elementi della società che
rimangono invisibili a causa di tanto clamore. In questo senso vi riesce
Morikawa Kaichirou che elabora una teoria complessa sulle metropoli giapponesi.
In precedenza avevamo accennato come le kogyaru con le loro attività
integrassero le forme e i ritmi della metropoli modulandone lo spazio e il
tempo. In parole semplici, una metropoli è ciò che si svolge in essa piuttosto
che lo spazio artificiale degli edifici. Dunque le kogyaru sono coloro che
creano fisicamente le metropoli giapponesi. Morikawa Kaichirou si spinge molto
più in là. Egli ritiene che Tokyo possa essere considerata come un'unica enorme
stanza privata. Si tratta di una comunità di interessi e di uno stesso gusto.
Nel libro Learning from Akihabara - The birth of Personapolis, Morikawa ,
docente di architettura all'Università Waseda, descrive esaurientemente la sua
teoria. Ciò che è decisamente innovativo in questo studio, che per certi versi
riprende le idee di Ueda Atsushi, è l'attenzione all'ambiente rinunciando alle
speculazioni della psicologia del profondo. L'analisi delle metropoli e della
loro vita permette di elaborare una psicologia sociale e un'antropologia delle
kogyaru molto più interessante e autentica. In conclusione, l'importanza che le
kogyaru rivestono è dovuta soprattutto all'ambiente metropolitano che hanno
creato.




Note


1. Sbagliata è l'etimologia e le deduzioni conseguenti suggerite dalla
sociologa Sharon Kinsella nei suoi testi. Kogyaru non deriverebbe dalla
contrazione di koukousei (studentessa delle superiori) e gyaru (ragazza).
Sbagliato anche il tentativo di spiegare il termine shoujo (ragazza) come
rappresentativo di una figura di adolescente metà bambina metà donna prodotta
dalla società industriale. Si tratta di speculazioni prive di fondamento e
riscontro oggettivo.

2. Cfr. Urasawa, Naoki. 2002. 20th Century Boys. Panini Comics, Modena,
pp.208-209.



Bibliografia


Fujii, Mihona. 1998. Gals! Shuueisha, Tokyo.

Kinsella, Sharon. Cuties in Japan, in Skov, Lise e Moeran, Brian.1995. Women,
Media and Consumption in Japan. University of Hawaii Press, Honolulu.

Leroi-Gourhan, André. 1977. Il gesto e la parola. Einaudi, Torino.

Martorella, Cristiano. Il Giappone inquieto, in "Sushi", n.0, anno III,
settembre 1997.

Martorella, Cristiano. Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese,
in "LG Argomenti", n.1, anno XXXIX, gennaio-marzo 2003.

Morikawa, Kaichirou. 2003. Learning from Akihabara. The Birth of Personapolis.
Gentousha, Tokyo.

Murakami, Ryuu. 1993. Blu quasi trasparente. Rizzoli, Milano.

Murakami, Ryuu. 1996. Rabu & poppu. Gentousha, Tokyo.

Prandoni, Francesco. Il tempo delle yamanba, in "Man-ga!", n.1, maggio 2001.







Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/g/gothiclolita.php





[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Ven 2 Nov 2007 7:26 am

amenouzume@...
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Cristiano Martorella
amenouzume@...
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2 Nov 2007
7:05 am
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