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Dokusho, la lettura fra scienza e tecnologia   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #130 di 571 |
Ripropongo il mio articolo intitolato Dokusho sul tema della tecnologia e la
lettura, pubblicato dalla rivista "LG Argomenti" e dal sito Nipponico.com. Prima
di passare al testo dell'articolo, vorrei però aggiungere alcuni commenti. In
questi anni ho partecipato a conferenze e convegni che toccavano spesso temi
inerenti la gioventù contemporanea e la cultura. Devo affermare con decisione
che ho riscontrato un'enorme confusione su certe questioni cruciali. Ad esempio
non si è ben compresa la problematica del disagio giovanile, e nemmeno si sono
capite le istanze e i bisogni dei giovani. Di un tema, in particolare, in
qualità di nipponista, mi sono occupato spesso. Il tema degli otaku. La
questione è molto confusa. Perciò voglio continuare ad esplicitare la mia
analisi sulla situazione per quanto riguarda i fenomeni più evidenti della
cultura giovanile giapponese. Ciò che vorrei evidenziare è quanto non sia
affatto chiaro l'argomento, e quanta confusione regni a proposito. Tanto per
evidenziare la situazione del nostro paese, al riguardo, basta ricordare la
campagna contro i giovani, la cosiddetta "generazione degenerata", intrapresa
dalla rivista "Panorama" appena alcune settimane fa.


Per condurre un'analisi seria di questi problemi, bisogna distinguere la
manipolazione dell'informazione dai dati effettivi. L'errore di logica più
consueto è la confusione operata da una falsa distinzione e viceversa da una
falsa uguaglianza.
Circa gli otaku si è creato una favola per tranquillizare molti: la distinzione
fra otaku italiani e otaku giapponesi. L'idea di fondo che guida questa
distinzione è manicheistica. Gli otaku giapponesi sarebbero più estremi, quindi
"cattivi", mentre gli otaku italiani avrebbero le caratteristiche innocue di un
semplice hobby e passatempo, quindi "buoni".
Questa idea tranquillizzante nasconde la realtà. In effetti gli otaku italiani
con cosplay, collezionismo, convention, non farebbero altro che riprodurre le
stesse modalità degli otaku giapponesi. Non c'è differenza fra quello che fanno
gli otaku italiani da quello che fanno gli otaku giapponesi. La distinzione
nasce quando si crede alla stampa scandalistica giapponese. Ovvero quando si
crede che molti omicidi commessi in Giappone siano stati realizzati da otaku
nelle forme più patologiche. Stranamente non si fa notare che sono le stesse
idee diffuse dalla stampa italiana. Anche la stampa italiana afferma che Ken il
guerriero, Goldrake, Sailor Moon, Dragon Ball, etc. sono la causa delle devianze
giovanili. Perché allora credere alla stampa scandalistica giapponese e ignorare
invece quella italiana? Perché è più tranquillizante credere che il nostro paese
sia al riparo dall'inquietudine dell'incapacità di comprendere i fenomeni che ci
circondano. L'otaku fa paura, ma se è giapponese è lontano, quindi meno
pericoloso.
Curiosamente, ma non tanto, la stessa lotta per far comprendere che l'otaku non
è un disadattato è stata condotta tanto in Giappone tanto in Italia. Il
risultato in Giappone è stata un'altra ulteriore distinzione fra otaku e
hikikomori. L'otaku sarebbe l'appassionato innocente e non pericoloso, mentre
l'hikikomori sarebbe il caso patologico di isolamento, socialmente pericoloso.
La distinzione dov'è? Soltanto nel linguaggio. Le cause che creano otaku e
hikikomori sono le medesime, ossia l'incapacità delle società avanzate di creare
integrazione, e quindi il conseguente crearsi di una dimensione personale e
individuale di nuovi gruppi sociali diversamente definiti. Concludo qui il mio
commento e passo all'articolo pubblicato dalla rivista "LG Argomenti" e dal sito
"Nipponico".



Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo:
http://www.nipponico.com/kaguya/articolo11.php


Cristiano Martorella, Dokusho. La lettura fra scienza e tecnologia, in "LG
Argomenti", anno XL, n. 1, gennaio-marzo 2004, pp.20-23.




Dokusho
La lettura fra scienza e tecnologia
di Cristiano Martorella

Dokusho significa lettura in giapponese, e indica l'attività dilettevole del
leggere. Quando si tratta questo argomento emerge sempre la connessione fra la
lettura e l'ideologia (spesso presentata come pedagogia), così in Giappone come
in Italia(1). A Giorgio Bini va il merito di aver sollevato in proposito alcuni
dubbi cruciali. Egli ha esposto una domanda tanto semplice quanto ardua nella
risposta. Se la tecnologia multimediale ha cambiato il modo di fruire la
narrativa, la letteratura giovanile deve adeguarsi con diversi moduli, stili,
contenuti e linguaggi? In tal senso, sono cambiate anche le facoltà intellettive
dei giovani?
Non si può fornire una risposta se prima non si riconosce l'influenza ideologica
sulla letteratura giovanile. Questa influenza è stata opportunamente analizzata
per quanto riguarda il passato, mentre è ignorata per il presente. Perché oggi
fingiamo che la letteratura si sia liberata da questa influenza quando è vero il
contrario? Purtroppo quando si è immersi nell'ideologia è più difficile vederla.
L'assetto sociale dei nostri tempi è riconoscibile nell'attitudine economicista
della letteratura contemporanea. Il valore di un libro è stabilito dai dati
commerciali. Così il libro di un calciatore diventa un best-seller che oscura le
opere degli autori contemporanei. La tanto proclamata e vantata liberazione
della letteratura dalla pedagogia non è altro che lo spostamento verso un uso
puramente commerciale del libro. In passato il libro era il veicolo
dell'ideologia, ora è svincolato dai contenuti per rispondere appunto alle
esigenze della nuova ideologia. Questa nuova ideologia che chiameremo
emporiocrazia, ossia governo del mercato, considera la letteratura un bene di
consumo e l'inserisce nel sistema economico che essa stessa sostiene. Insomma,
si tratta di un'ideologia più subdola perché priva di contenuti e valori, è
l'ideologia del consumismo. Riconosciuto ciò bisogna andare oltre e ottenere una
visione complessiva che ci permetta di uscire da questa interpretazione
puramente economicista per individuare le prospettive alternative. In tal senso
l'esperienza giapponese è molto utile per diversi motivi. Innanzitutto il
Giappone è il paese dove la tecnologia è più avanzata, con importanti
ripercussioni sia positive sia negative. In secondo luogo, le problematiche
riguardanti la letteratura e la tecnica hanno avuto approcci e soluzioni
originali in questo paese più avanzato, decisamente ancora sconosciute in
Occidente. Soprattutto la questione della tecnica investe il fenomeno degli
otaku e della cultura giovanile giapponese (wakamono bunka).
Fin dagli anni '80 è apparsa prima come una problematica, poi come una risorsa,
la cultura giovanile giapponese. Inizialmente il fenomeno era inquadrato nelle
categorie della sociologia funzionalista di Robert King Merton, attribuendo il
carattere di devianza a ciò che era invece un'autentica innovazione coinvolgente
non soltanto i costumi, ma anche i mezzi di produzione e i consumi. Con il
termine spregiativo di otaku si intendeva qualcuno che si chiudeva in casa
segregandosi per seguire una passione o un hobby in modo fanatico. Questo
passatempo (shumi) poteva essere la lettura di fumetti, il modellismo, il
collezionismo, etc. Dopo circa un decennio i sociologi si accorsero che il
fenomeno non era soltanto passivo e non aveva aspetti unicamente negativi. Gli
otaku avevano grande capacità di aggregazione e socialità favorite dalla loro
passione, inoltre erano creatori attivi di fanzine (doujinshi), disegnavano,
scrivevano, organizzavano raduni. Insomma, erano tutto tranne che asociali e
indolenti come erano stati inizialmente descritti. Intanto la sociologia
cambiava indirizzo influenzata dal metodo dell'interazionismo simbolico di
George Herbert Mead. Così le vecchie analisi erano buttate alle ortiche. In
Giappone cominciarono a fiorire studi e considerazioni ben diversi sulla cultura
giovanile. Ormai Tokyo era divenuta un laboratorio vivente, specialmente nei
quartieri di Harajuku, Shibuya e Akihabara, di questa nuova cultura. La tecnica
svolgeva un ruolo importantissimo in questa trasformazione. Le possibilità
offerte agli otaku provenivano dal sistema di produzione snella inventato dai
manager giapponesi. Con un computer, una stampante, una fotocopiatrice, si
poteva realizzare una piccola tipografia casalinga. Questa capacità nasceva
negli anni '80 grazie alla rivoluzione informatica. La comunicazione cambiava
tramite internet e telefonia mobile. La televisione era scavalcata e resa
obsoleta dal lettore DVD e dal file multimediale. In Giappone ciò fa parte della
storia del passato recente, in Italia questo sarà il futuro prossimo.
Qual è dunque l'insegnamento che ci proviene dall'esperienza giapponese?
L'aspetto principale che va rimarcato è che i cambiamenti delle tecniche non
possono agire da soli sul cambiamento della società, piuttosto è vero il
contrario. La richiesta di certe tecniche e il loro successo è dovuto a esigenze
sociali. La televisione, così come è ancora concepita, è destinata
all'obsolescenza poiché la società del futuro non può tollerare un uso così
passivo di un mezzo di comunicazione. Attualmente c'è il tentativo di rendere la
televisione interattiva, ma è soltanto un trucco che non inganna le nuove
generazioni già avvezze alla navigazione in internet. L'altro insegnamento
dell'esperienza giapponese riguarda la cultura e il linguaggio. Gli otaku hanno
sfruttato le risorse tecnologiche ripiegandosi sulla cultura autoctona di
matrice pagana e buddhista. Questo deve far sospettare che una spinta forte
verso l'uso della tecnologia comporta come compensazione un recupero della
cultura antica depositaria dell'equilibrio delle pulsioni irrazionali. La
risposta sociale alla razionalità della tecnica è una virulenta irrazionalità
controllabile soltanto da nuovi schemi simbolici e semiotici. Come diceva Martin
Heidegger, citando Holderlin, dov'è il pericolo cresce anche ciò che salva.
Perciò Giorgio Bini può stare davvero tranquillo sulla sorte della letteratura.
Il futuro non vedrà affatto nuovi paradigmi logici, piuttosto risorgerà la
saggezza dell'antichità capace di dare senso alla realtà irrazionale
dell'essere. Non sarà la tecnica a creare un nuovo essere. Non esiste un essere
digitale autonomo e separato dall'essere. La tecnica è un sostegno (Gestell),
capacità di creare una realtà artificiale piegando la natura alla volontà
dell'uomo. Però ciò che è solo tecnica non giunge mai all'essenza della tecnica.
La tecnica ha una sua essenza che prescinde dall'uomo. Così come l'essenza
dell'uomo non è la sua opera, così l'essenza della tecnica non è opera
dell'uomo. La tecnica si separa e vive di vita propria indipendente dall'uomo
perché l'essenza della tecnica è l'essere stesso. Non un nuovo essere, ma
l'essere. Insomma, l'uomo non crea la realtà con le sue macchine, egli
interagisce e le macchine sono protagoniste di un mondo complesso dove l'idea di
controllo e creatore si disfa. Il pericolo è che l'essenza dell'uomo passi la
mano all'essenza della tecnica. Dunque l'errore sarebbe quello di vedere un
problema tecnico lì dove il problema è umano. I mali dell'uomo non vanno
imputati alla tecnica, ma a un rapporto instabile causato dall'uomo moderno
incapace di ritrovare se stesso. Un uomo che spesso è impegnato a cercare se
stesso nelle macchine che ha creato senza ritrovarsi. L'essenza dell'uomo non è
la sua opera. Purtroppo questo equivoco è la causa dell'incapacità di porre
attenzione all'essenza della tecnica, e della confusione fra tecnica ed essenza,
fra uso e vita. La svolta avviene quando si guarda dentro ciò che è, scoprendo
che chi guarda ha lo sguardo rivolto verso se stesso. La ricerca della tecnica
era ricerca dell'uomo. Dimenticato l'uomo, la tecnica diviene incapace di
vedere. La letteratura giovanile sarà veramente emancipata quando vedrà il
pericolo della tecnica come salvezza dell'uomo, perché dov'è il pericolo cresce
ciò che salva. L'idea che la lettura sia un bene da salvaguardare è illusoria.
Ciò che va tutelato è il soggetto pensante. Tutte le parole spese in Italia a
favore della promozione della lettura si sono rivelate vacue e soprattutto
inutili. Non poteva essere altrimenti. Gli studiosi giapponesi ci insegnano che
la lettura è un'attività spontanea che non può essere pianificata dalla
didattica. Ogni attività rivolta alla formalizzazione e razionalizzazione della
lettura si distingue per essere controproducente e dannosa. Per questo motivo le
biblioteche familiari (bunko) che hanno un approccio informale ed emotivo hanno
tanto successo in Giappone. La lettura ha bisogno di essere liberata dalle
ricette dei sedicenti esperti, dalle formule della lettura per piacere, dalla
confusione del sensualismo pasticcione. I libri si leggono, se si leggono,
perché interessano. Tutto il resto è vaneggiamento. L'interesse è un processo
del soggetto su cui non si può agire tramite il libro che è soltanto un mezzo o
meglio un medium. Non esistono ricette per scrivere bei libri. Non esiste un
esperto della letteratura capace di convincere a leggere. Quando avremo compreso
ciò potremo guardare alla questione della lettura come ciò che realmente è, un
sottoproblema della sociologia che può essere trattato seriamente solo in un
ambito più ampio.
La pedagogia e la critica giapponese hanno capito ciò da un bel po' di tempo.
Quando si emanciperà anche la critica letteraria italiana?

Note

1. Per la problematica in Giappone si consulti la rivista "Nihon jidoubungaku"
dedicata alla letteratura per l'infanzia.

Bibliografia

Drake, William. 1995. The New Information Infrastructure. Twentieth Century Fund
Press, New York.
Drucker, Peter. 1993. Post-Capitalist Society. Harper Collins, New York.
Eagleton, Terry. 1998. Le illusioni del postmodernismo. Editori Riuniti, Roma.
Ferretti, Gian Carlo. 1979. Il mercato delle lettere. Einaudi, Torino.
Fukuyama, Francis. 1999. La Grande Distruzione. La natura umana e la
ricostruzione di un nuovo ordine sociale. Baldini & Castoldi, Milano.
Hardt, Michael e Negri, Antonio. 2001. Impero. Il nuovo ordine della
globalizzazione. Rizzoli, Milano.
Martorella, Cristiano. Affinità fra il buddhismo zen e la filosofia di
Wittgenstein, in "Quaderni Asiatici", n. 61, marzo 2003.
Martorella, Cristiano. Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese,
in "LG Argomenti", anno XXXIX, n. 1, gennaio-marzo 2003.
Martorella, Cristiano. 2002. Il concetto giapponese di economia: le implicazioni
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Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia.
Martorella, Cristiano. La rivoluzione invisibile, in "Sushi", n. 3, ottobre
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Morikawa, Kaichirou. 2003. Learning from Akihabara. The Birth of a Personapolis.
Gentousha, Tokyo.
Rifkin, Jeremy. 2002. La fine del lavoro. Arnoldo Mondadori, Milano.



Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo:
http://www.nipponico.com/kaguya/articolo11.php


Cristiano Martorella, Dokusho. La lettura fra scienza e tecnologia, in "LG
Argomenti", anno XL, n. 1, gennaio-marzo 2004, pp.20-23.





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Dom 2 Dic 2007 8:07 am

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Ripropongo il mio articolo intitolato Dokusho sul tema della tecnologia e la lettura, pubblicato dalla rivista "LG Argomenti" e dal sito Nipponico.com. Prima...
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2 Dic 2007
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